giovedì 25 giugno 2009

Un Caffè con Céline: Celati e Le Clézio



Un Caffè con Céline
di Gilberto Tura

Nell'ambito della nascita della critica céliniana in Italia, fondata, finalmente, su basi scientifiche e sviluppatasi nella seconda metà degli anni '60, s'inserisce il n. 3 del 1970 della rivista bimestrale IL CAFFE' letterario e satirico. Vi compaiono, tradotti da Lino Gabellone, due testi di Céline: Viva l'amnistia, signore! e L'esagitato in provetta, due saggi (di seguito trascritti), il primo di Gianni Celati e il secondo dello scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 2008, Jean-Marie-Gustave Le Clezio e infine Cinque sogni per Céline e cinque disegni e testi di Antonio Faeti, uno dei quali troverete in chiusura di post.

CELINE UNDERGROUND
di Gianni Celati

Presentando la traduzione americana di Morte a credito su "The New York Times Book Review" il romanziere Jay Friedman concludeva il suo discorso celebrativo con una dichiarazione meno scontata delle precedenti: « Una parte di me stesso spera che Céline non divenga un Grande Scrittore ufficiale ». Un bel pensiero e niente più, siccome nel mondo delle merci la logica dell'attribuzione di valore è regolata da ben più concreti meccanismi che non siano le opinioni dei critici. Ma è possibile registrare la fondatezza d'un simile atteggiamento, poiché Céline è scrittore underground in modo tanto esemplare da indicare oggi, come nessun Grande Scrittore ufficiale potrebbe fare, un limite di separazione decisivo; il limite tra le scelte negative che nascono da sillogismi verbali e finiscono lì, e quelle che si traducono in un completo coinvolgimento della persona coi rischi personalmente corsi che ci van dietro.
Céline fa effetto sul pubblico, ma davvero spaventa ancora gli esperti editoriali; soprattutto i benpensanti pronti a cavar di tasca tanti certificati di questa o di quella resistenza, ma poi servi ossequienti di un padrone che non vuol grane. Sicchè i suoi libri possono essere sì diffusi, ma ci si sente in dovere di attutire l'impatto con prefazioni bigotte che distinguano il pro e il contro e in fondo mostrino questo autore come il genio maledetto che non sapeva quel che faceva e perciò è da prendere con le molle. Tipica in questo senso la prefazione a Morte a credito, nata dall'incompetenza d'un tal Carlo Bo professore, la quale a buon diritto fa sospettare che il menzionato Carlo Bo non abbia mai letto niente di più del menzionato Morte a credito nella cattiva traduzione italiana d'un tal Giorgio Caproni poeta.
E' poi un fatto che i nuovi raffinati francesi di Tel Quel e Changes come i vecchi raffinati francesi della scuola dello sguardo manifestino una civile noncuranza per Céline. E' un fatto che ( quale che sia l'opinione di Monsieur David ) nell'avanguardia italiana altrettanto nobile e raffinata, Céline non trovi alcuna considerazione. Dovunque passino i confini dell'ufficialità e del professionismo culturale, lì non c'è posto per Céline, autore per molti versi dilettantesco e insostenibile partendo da una "coerente visione del mondo". E' un fatto anche che la moda di Céline si trasmetta per linee esterne, attraverso culti privati, passioni segrete che non raggiungono il piano della dichiarazione pubblica; perchè, chi se la sente di mettersi a inneggiare, e senza riserve, all'autore di Bagatelles pour un massacre, all'antisemita presunto collaborazionista amico dei collaborazionisti fucilati Denoël, Brasillach etc?

La BUONA COSCIENZA dell'europeo civilizzato illuminista e la cattiva coscienza del nazista bianco potrebbero confondersi o essere confuse e precipitare l'inneggiatore nel caos dell'indistinto. E' il timore magico che salta fuori, il timore di rivelare un contagio contratto privatamente, come l'assuefazione ad una droga, che porta il contagiato alla connivenza col nemico. Dove finisce la buona coscienza dell'europeo civilizzato illuminista e comincia l'anarchia della ribellione permanente, lì c'è un piccolo spiraglio verso il caos o l'irrazionale, dal quale bisogna tenersi a debita distanza perchè è lo spiraglio demoniaco della rabbia e dell'orrore che non quadra con i buoni propositi dei nostri uomini di cultura.
Al fondo è questo crogiuolo di rabbia e di orrore che può essere accostato solo privatamente, con riti segreti, come vizio estetizzante, ma mai esaltato in pubblico perchè inadatto ai gusti delle grandi menti illuminate. E allora poi, sapendo che Céline è stato antisemita, che non è stato per niente resistenziale, che è fuggito nella Germania nazista invece che nella ridente Inghilterra, che è stato in galera e processato come collaborazionista, come non giungere all'inferenza diretta e identificare le repulsioni per il proprio vizio nascosto con più razionali giudizi politici sulla persona del dottor Destouches? Le streghe sono sempre tra di noi, così come sopravvive la regola del capro espiatorio, e ancora un pacco di fogli demoniaci può costituire il movente d'una esecuzione.

COSI' CELINE vive nel sottosuolo, con tutte le streghe dell'inconscio dell'uomo bianco e nazista, popola i sogni delle scaltre menti con le perverse ambivalenze della colpa, affascina e ripugna, eccita la necrofilia latente di cui la nostra civiltà non può liberarsi. Il prezzo intero d'un rifiuto totale può essere solo l'esclusione totale; ma l'esclusione è totale solo quando arriva ad essere anche inconscia. Chi ne ha voglia faccia i dovuti confronti, ne cavi le conclusioni che vuole, per Cèline i conti tornano.
Adesso forse l'industria culturale può fare diventare Céline un Grande Scrittore; ma sarebbe ora di smettere di parlare di lui e di cominciare a parlare delle sue maschere comiche, anch'esse creature del sottosuolo come tutte le maschere comiche della nostra civiltà.


COME SI PUO' SCRIVERE IN ALTRO MODO?
di J.-M.-G. Le Clézio

Non si può non leggere Céline. Un giorno o l'altro ci si capita, perché è fatto così, perché c'è, e non si può ignorarlo. La letteratura francese contemporanea passa attraverso di lui, come passa attraverso Rimbaud, Kafka e Joyce. Céline appartiene a quella cultura sempre allo stato nascente che è in qualche modo il sogno del pensiero moderno.
Si arriva a lui e però lui non fa niente per attirare. Non cerca fedeli. Li rifiuta. Non vuole far parte della cultura, ha chiuso la porta del suo universo e ghigna. Quelli che l'accostano, lui li respinge. Sfugge tutti coloro che vogliono rinchiuderlo nella grande macchina classificatrice, sistematrice. Sa star lontano dagli omaggi. Non ha accettato la propria sepoltura.
Da lui non c'è né alto né basso, né entrata né uscita. Non propone nessuna forma geometrica, nessun genere, nessun sillabario. E tuttavia sappiamo che una parte del mondo è sua. E' sempre presente alla memoria, vero, completo, esemplare. E' sempre in vita.
Il fatto è che sta dentro la negazione in modo assoluto. L'idea della rivolta - contro la borghesia, il denaro, l'esercito, l'ordine - non ha avuto il tempo di diventare utilitaria. L'ha realizzata in un solo moto, dove la riflessione non è intervenuta. Non ci sono crimini in letteratura, né possono essercene. Ma c'é l'insulto. E' così che Céline accoglie quelli che l'avvicinano: insultandoli. L'insulto è una delle forme primarie del linguaggio, sia esso diretto: « Piscialetto! Fintoni! Somari! Puzzoni! Zucche! Voltagabbana! Ohé! Mammolette! ». Sia che si formi per mezzo d'un aneddoto, d'una immagine: «Ma a pensarci su, tutto considerato, la mia muta di cani mi dà dei bei fastidi, sicuro!... Ma mi protegge dai cialtroni... Io non mi fido di quelli che passano... gli sconosciuti... e i conosciuti! Sentono i cani che abbaiano... spiavano, fanno dietro front!... gli assassini non vogliono mica correr rischi!... Quando v'ammazzano sono più prudenti d'un borghese che si compra le Suez... ». Si tratta sempre dello stesso atto d'aggressione che prevede il male e lo combatte per mezzo d'un altro male. Non è un linguaggio che cerca di sedurre in maniera lineare, ma un linguaggio che procede con una serie di colpi, un linguaggio che si fonda sul dolore. E' attraverso il dolore che Céline sfugge alla letteratura, che ne resta per così dire al di fuori, fuori tiro. Lui non è stato al gioco. Non ha ammesso né il romanzo né la storia. Non ha accettato la società degli uomini.
Ma è anche l'insulto, il linguaggio gettato, sincopato, impulsivo, dove ogni punto esclamativo è un ostacolo in cui va a sbattere l'intelligenza ( il punto esclamativo è prima di tutto l'indizio d'un punto muto), che esercita tanto fascino su di noi che siamo stati conquistati dal linguaggio coerenre. Fascino fatto d'orrore, e giubilo fatto di paura. Qualcuno ha scelto di restare in ombra, qualcuno ha scelto d'essere testimone.
Il veicolo di questo insulto continuamente eretto contro di noi, è un linguaggio che sta ai margini, si capisce. L'argot celiniano non ha niente a che fare con quello del romanzo populista o del romanzo poliziesco. Può trattarsi dell'argot di guerra come in Casse-Pipe e Guignol's Band. Ma in Voyage, in Mort à credit e in D'un château l'autre è davvero un altro linguaggio che Céline inventa, un codice segreto da cui siamo deliberatamente esclusi. Dalla chiusura del linguaggio indoviniamo il sistema celiniano: il rifiuto non è più soltanto un atteggiamento davanti al mondo, è l'invenzione d'un altro mondo.
Questo particolarismo è spaventoso. Ma superata la barriera ( eper far ciò dobbiamo abbandonare ogni pretesa di giudizio ) eccoci noi stessi inventati dal sistema. Chi ha letto Voyage, e soprattutto lo straordinario Mort à credit, chi li ha vissuti, si trova sottomesso alle regole dell'universo celiniano: come si può scrivere in altro modo? Come sfuggire a questo sguardo bruciante, come sfuggire la mostruosa ferocia del mondo? Céline è uno di quelli che bisogna dimenticare per poter vivere.
Il fatto è che nell'universo di Céline niente è gratuito. Niente è immaginato. Quel mondo lì esiste, proprio accanto a noi, dall'altra parte del vetro del nostro scompartimento. Voyage au bout de la nuit è quello che ci avvicina a questa realtà del rifiuto, a questa altra verità. Non sorprende che questi libri siano degli itinerari. Non nello spazio, non nel tempo, ma attraverso lo spettacolo della conoscenza. Mentre gli scrittori, i veri ( forse che siano loro i falsi? ) osservano lo spettacolo dal di fuori, Céline ci attira verso l'interno delle cose. Bardamu è l'eterno adolescente al quale il mondo non cessa di aprire le porte dell'avventura. Avventura verso il dubbio, verso l'orrore, avventura verso la lucidità e la distruzione.
Céline si è aperto al linguaggio solo per questo: per esecrare. La sua disgrazia, e la nostra, è d'essere un giorno riconosciuti sotto le spoglie del fanciullo Jonkind, l'innocente che non sa parlare. La signora Merrywin ha un bel ripetergli senza tregua: « No trouble, Jonkind? No trouble! ». Il caos è stato scoperto. La disgrazia, il dubbio, la morte hanno rivelato i loro tratti sotto la maschera. Allora, più niente da sperare. Più niente da perdonare.
«Io non ci rispondevo niente. Io me ne stavo lì, sull'attenti. Lui si tastava il revolver. Io non capivo un bel niente. Lui doveva ancora avercela con me. Io per me, io non perdona mai».
Più niente. Quasi più niente. Un filo sottilissimo, appena visibile, che trattiene a terra. Un pò di vento, un pò di paura, e il filo trattenuto subito si rompe, lasciando filar via la sfera di vita preziosa.
Scrivere è questo filo.
Per Céline, come per Kafka e per Rimbaud, non si trattava allora più di alimentare il gran concerto dell'intelligenza. Né di portare le sue briciole all'elaborazione d'una coscienza universale. Si trattava solo, ben conoscendo le scadenze, di restar vivo, del tutto vivo, con l'anima e con i sensi. Allora le maledizioni e gli insulti non sono più soltanto parole, o grida dìaiuto. I punti esclamativi non sono più soltanto pugni tirati. Destouches, vecchio guaritore, forse sei tu quello che saprà far scoppiare i nostri bubboni.

(Traduzione di Gianni Celati)



Di come Ferdinand vedesse, in un'ultima passeggiata al Luxembourg, prima di arruolarsi nel Reggimento della Luna, il cielo popolarsi di dirigibili, palloni e macchine volanti costruite in un ultimo sogno da Courtial des Pereires, e il medesimo Courtial des Pereires intento a discutere con Camillo Flammarion del più pesante e del più leggero, affermando contro ogni dubbio che il più leggero trionferà su tutti i voli umani.

sabato 20 giugno 2009

Bardamu: Céline e Vinicio Capossela



Vinicio Capossela dedicò anni fa una bellissima canzone al "nostro" Bardamu (in una intervista, Capossela dichiarò che il successo del suo LP "Canzoni a manovella" si sarebbe visto dalle vendite di "Scandalo negli abissi"!)... e aggiungiamo che in molte canzoni di Capossela, si respira l'aria picaresca di "Guignol's Band"!

Per quanto scura la notte è passata e non lascia che schiuma di birra slavata
e una spiaggia e una linea di sabbia è il fronte di un addio
gli altri si cambino l'anima per meglio tradire per meglio scordare
Bum Bum Bum Bardamù Bum Bum Bum Bardamù
Corazzieri Trapanati! All'armi in fila! Agli aerostati!
Dirigibili all'idrogeno nell'aria si involano
e le ballerine in fila danzano danzano leggere, leggere in tutù
leggere, leggere di più della mia porcheria
Sparato tra gli astri in pallone rigonfio di musica solo al richiamo più lontano
voglio la notte e la voglio senza luna..
Ma niente canzoni d'amor mai più mi prendano il cuor
la notte è passata e le nuvole gonfiano schiuma di Baltico e cenere e cenere avrò...
Bum Bum Bum Bardamù Bum Bum Bum Bardamù
leggere, leggere in tutù leggere, leggere di più della mia porcheria
Se è circo che vogliono circo daremo e cariole di occhi e rimpianti
e fosforo e zolfo e profumo di niente e di Nord
e ancora si cambino l'anima per meglio tradire per meglio scordare...
Ma niente canzoni d'amor mai più mi prendano il cuor
la notte è passata e le nuvole gonfiano schiuma di Baltico e cenere e cenere avrò...
(l'emozione è tutto nella vita,quando siete morti è finita... l'emozione è tutto nella vita, quando siete morti è finita...)
E in una recente intervista...

Chi è il poeta più musicale, e perché, quale poesia vorresti tradurre in musica?
«Ho provato a tradurre in musica La ballata del vecchio marinaio di Coleridge… poi ho anche provato a fare la stessa cosa con alcune rime di Michelangelo, che come lavoro forse è anche più semplice perché hanno già una loro metrica musicale, un po’ come per i madrigali… sono composizioni che hanno già quella forma che ti permette di cantarle e farne qualcosa in musica. Ed è così quindi che se ne scopre, cantandole, la loro musicalità. Le “Rime” di Michelangelo hanno la stessa “tensione” delle sue opere (pittura, scultura…), e in esse il loro autore viene ancora più umanamente messo a nudo. Altre poesie, invece, non hanno neanche bisogno di essere tradotte in musica perché già lo sono, come Via Scarlatti di Vittorio Sereni».
«Credo comunque che il più alto connubio, sotto questo profilo, lo si sia raggiunto nella canzone in forma di tango degli anni ‘40-‘50 con Annibal Troilo, Osvaldo Pugliese, musicisti che si unirono a veri e propri poeti, come Alberto Castillo o Horacio Ferrer. Ecco, in quel caso, ho sempre sentito una vera “unione” tra verso poetico-musicale e musica. In generale comunque non credo che esistano vere e proprie divisioni, semplicemente la canzone è una “terza forma” che è diversa dalla musica e dalla poesia. Io con le canzoni cerco di dare la scenografia, la colonna sonora,…la canzone è una forma che ricollego, in qualche modo, di più al cinema; è una forma-strumento.
Uno scrittore che è riuscito a unire le tre forme è Louis-Ferdinand Céline, e non solo perché usava quasi le parole come se le mettesse in musica, ma anche perché nelle sue opere ci sono continui rimandi a riferimenti musicali di estrazione popolare».
PS: Capossela dedicava, tra gli altri, il suo album "Canzoni a manovella" anche ai "marinai in bottiglia". Perciò, ci è ancor più caro. Ma questa è un'altra storia...

giovedì 18 giugno 2009

Sabato puntata di "In Europa", Radiorai1, dedicata a Louis-Ferdinand Céline



Puntata dedicata a Louis-Ferdinand Céline per la trasmissione IN EUROPA, condotta da Umberto Broccoli e Tiziana Di Simone. La puntata andrà in onda su Radiorai 1 sabato 20 giugno dalle ore 10,10 alle ore 11,00... e siamo felicissimi di annunciare che all'interno di essa troverà spazio una intervista su Céline al bravo Gilberto Tura, esperto céliniano e animatore di questo Blog!



Seguendo questo link sarà poi possibile ascoltare la trasmissione in Podcast!

martedì 9 giugno 2009

Il pulcino di Céline: Gilberto Giovagnoli e l'editrice Pulcinoelefante celebrano Céline








Il pulcino di Céline

di Gilberto Tura

Oggi voglio parlarvi di un amico, un carissimo amico. Si chiama Gilberto Giovagnoli ed è un artista. E' anche un grande esperto e appassionato di letteratura, soprattutto francese. Superfluo dire che uno dei suoi scrittori preferiti è Céline. E proprio a Céline, negli anni, ha dedicato vari lavori. Quello che vi presento oggi è l'ultimo lavoro (si tratta di un'opera multipla, in seguito spiegherò meglio la sua natura) in ordine di tempo (i primi risalgono alla seconda metà degli anni '70), pubblicato dalla piccola, anzi piccolissima casa editrice Pulcinoelefante, ma che nei suoi ventisette anni di esistenza è riuscita a costruirsi una fama unica e rara, grazie all'originalità e al pregio sia grafico che tipografico dei libri pubblicati. L'artefice di questo piccolo (grande) miracolo editoriale è Alberto Casiraghy, personaggio ricco d'ingegno e poliedrico: oltre a editore è anche musicista, scrittore e pittore. Il principio ispiratore dell'attività di Casiraghy concepisce il libro non come semplice oggetto industriale di consumo, ma come opera d'arte, come oggetto singolo e autonomo, capace, nella sua originalità e unicità, di esprimere un valore estetico, artistico e culturale compiuto. A dimostrazione di questa affermazione aggiungo che il libriccino che sto presentando vanta una tiratura di ventotto copie, e ciascuna di esse è corredata da un disegno, raffigurante Céline, diverso dagli altri ventisette, tutti realizzati da Giovagnoli.
Dal 1982 ad oggi Pulcinoelefante ha pubblicato più di settemila titoli con oltre cinquemila tra scrittori, poeti e illustratori tra i quali, per citarne solo alcuni, Fernanda Pivano, Gillo Dorfles, Franco Loi, Enrico Baj, Bruno Munari, Emilio Tadini, Ottiero Ottieri, Mimmo Paladino, oltre ad altrettanti sconosciuti. Ma il più importante incontro di Casiraghy è quello con la poetessa Alda Merini della quale, negli anni, stamperà oltre mille libriccini.
I volumi sono realizzati con tecniche esclusivamente artigianali come i caratteri mobili in piombo Bodoni corpo 8 neretto, due doppioni di carta da incisione color naturale cuciti a mano sul dorso per un totale di quattro pagine, escluse le copertine.

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Ringrazio Gilberto per la bella scheda, e i due Gilberto per la copia donatami!

Andrea Lombardi

Su RadioAlzoZero - The Ghost of Tom Joad, Federico Zamboni intervista Andrea Lombardi, autore del libro "Louis-Ferdinand Céline in foto"


Su RadioAlzoZero - The Ghost of Tom Joad, Federico Zamboni intervista Andrea Lombardi, autore del libro "Louis-Ferdinand Céline in foto. Immagini, ricordi, interviste e saggi".



Cliccare qui per il Podcast della trasmissione di lunedì 8 giugno 2009.


Un grande ringraziamento a Federico Zamboni e alla redazione della trasmissione!

venerdì 29 maggio 2009

In memoria di Pol Vandromme



Décès de Pol Vandromme
28/05/2009 18:35
On a appris jeudi le décès à Loverval du journaliste et critique littéraire Pol Vandromme, ancien directeur-rédacteur en chef du journal "Le Rappel".
Pol Vandromme, qui était âgé de 82 ans, a succombé jeudi à l'IMTR de Loverval, où il avait été admis il y a plusieurs semaines. Journaliste, écrivain, critique littéraire, Pol Vandromme avait été journaliste dans les années 50 au journal "Le Rappel", à Charleroi, et il en était rapidement devenu rédacteur en chef. Il était aussi critique littéraire. On lui devait notamment des critiques sur Brasillach, Drieu La Rochelle, Simenon, Céline, Maurras, et sur l'extrême droite. Il avait aussi consacré un ouvrage à celui qui a été le dernier Premier ministre francophone, le socialiste Edmond Leburton. Paul Vandromme était l'auteur de "Brel, ou l'exil du Far West", ainsi que du premier ouvrage consacré à Tintin, "Le monde de Tintin". (NLE)


La morte di Pol Vandromme, spentosi giovedì scorso all'età di 82 anni, è una triste notizia per il mondo della cultura e per tutti i céliniani: Vandromme consacrò a Céline uno dei suoi studi più belli.



domenica 24 maggio 2009

Il Verri e Céline


Il Verri e Céline
di Gilberto Tura

E' solo verso la fine degli anni '60 che la critica italiana inizia a interessarsi seriamente di Céline, imponendosi un approccio scientifico rivolto al superamento della dimensione scandalosa e "politica" che fino ad allora era stato l'oggetto privilegiato degli studi céliniani. Finalmente viene messo al centro dell'indagine e dell'analisi la portata e il valore dell'innovazione stilistica dell'opera del medico-scrittore, i legami e le ascendenze con la tradizione letteraria francese, ma anche i parallelismi e i confronti con le espressioni più originali e avanzate del novecento.
In questo nuovo contesto la rivista letteraria IL VERRI, fondata a metà degli anni '50 da Luciano Anceschi (1911-1995), autorevole critico letterario e docente di estetica all' Università di Bologna, dedica (quasi integralmente) nel febbraio 1968 un numero speciale a Louis-Ferdinand Céline, precisamente il n. 26 . La pubblicazione contiene una raccolta di saggi del linguista e critico letterario austriaco Leo Spitzer, del poeta livornese, primo e unico traduttore in italiano di Mort a credit, Giorgio Caproni, dello scrittore, famoso per il lungo e fortunato sodalizio con Carlo Fruttero, Franco Lucentini, del critico Renato Barilli, della francesista Anna Licari e dello scrittore Gianni Celati.
Vi compaiono inoltre, per la prima volta tradotti in Italia, quattro scritti di Céline.
Il primo è la "Prefazione inedita alla tesi del dott. Destouches" pubblicato da Les Cahiers de l'Herne nel n. 5 del 1965.
Il secondo è l' "Omaggio a Zola", il famoso discorso pronunciato da Céline, il primo ottobre del 1933 in occasione dell'annuale anniversario della morte dell' autore di Teresa Raquin e Germinale. In una lettera all'amica scrittrice belga Evelyne Pollet, Cèline scrive «Devo parlare di Zola il primo ottobre [ ... ]. Per fare piacere a Descaves e ai suoi amici. Santo cielo, Zola non mi piace per niente - allora parlerò di me stesso, ma neanche questo mi piace tanto. Tutto ciò è molto seccante».
Il terzo è "L'argot è nato dall'odio. Non esiste più" pubblicato su Arts del 6 febbraio 1957 e sul n. 5 del 1965 dei Cahiers de l'Herne
Il quarto, che troverete trascritto al termine, "Rabelais ha fatto fiasco", prefazione in forma d'intervista apparsa su Gargantua et Pantagruel (1959), per Le Meilleur Livre du Moi e ripubblicato dai Cahiers de l'Herne n. 5.
Seguiranno, nei circa dieci anni successivi, quattro saggi monografici interamente consacrati a Céline:

Paolo Carile, Louis-Ferdinand Céline, un allucinato di genio, Bologna, Patròn, 1969
Michele Rago, Céline, Firenze, La Nuova Italia, 1973
Paolo Carile, Céline oggi, Roma, Bulzoni, 1974
Renato Della Torre, Invito alla lettura di Céline, Milano, Mursia, 1979

In conclusione va citato lo speciale che il primo canale della RAI trasmise nell'autunno del 1970, a cura di Ugo Leonzio all' interno della rubrica culturale «L' Approdo», dal titolo Céline, viaggio al centro del delirio.


RABELAIS HA FATTO FIASCO

Volete che vi parli di Rabelais? e va bene, ho frugato proprio stamattina nell'Enciclopedia, così adesso so tutto; perché c'è proprio tutto, nella Grande Enciclopedia. Si fanno delle belle carriere, col suo aiuto. Io dunque ho cercato alla voce "Rabelais".
Vedete, con Rabelais, si parla sempre di quello che non importa. Si dice, si ripete ovunque: "E' il padre della letteratura francese." E poi vengono l'entusiasmo, gli elogi, è una storia che si ripete da Victor Hugo a Balzac, a Malherbe. Il padre delle lettere francesi, un momento! non è mica così semplice. In realtà Rabelais ha fatto fiasco, sí, ha fatto fiasco, non è riuscito.
Quel che voleva fare lui, era un linguaggio per tutti, un linguaggio vero. Voleva democratizzare la lingua, una bella battaglia. Era contro la Sorbona, lui, e contro i dottori, e tutto il resto. Contro tutto quel che era ammesso e stabilito, il re, la Chiesa, lo stile.
No, non l'ha vinta lui, ma Amyot, il traduttore di Plutarco, che ha avuto, nei secoli seguenti, molto più successo di Rabelais. E ancora oggi viviamo su di lui e sulla sua lingua. Rabelais aveva voluto trasportare la lingua parlata in quella scritta: un fallimento. Quanto a Amyot, alla gente gli va sempre bene, Amyot e lo stile accademico. Questo si chiama scrivere della m...: un linguaggio imbalsamato. Le colonne di un grande quotidiano del mattino, che si vanta di avere dei redattori che sanno scrivere, ne sono piene. E questo porta a una cloaca dal tono ben scorrevole, con frasi ben costruite, e alla fine dell'articolo una piccola astuzia innocente. Non pericolosa, non troppo forte, per non spaventare il pubblico. Ecco il fallimento di Rabelais, ecco l'eredità di Amyot: della vera m..., ripeto.
Rabelais ha veramente voluto una lingua ricca e straordinaria. Ma tutti gli altri l'hanno castrata, questa lingua, fino a renderla completamente piatta. Così, oggi, scrivere bene vuol dire scrivere come Amyot, ma questa roba non sarà mai altro che una "lingua di traduzione."
Una nostra contemporanea quasi celebre ha detto una volta leggendo un libro: "Ah! Come si legge bene, sembra una traduzione!" Ecco a che punto siamo arrivati.
La smania moderna del francese è questa: fare e leggere delle traduzioni, parlare come nelle traduzioni. A me c'è della gente che m'è venuta a chiedere se non avevo preso questo o quel passo dei miei libri da Joyce. Sì, me l'han chiesto! ed è logico, perchè l'inglese è di moda. Io parlo l'inglese perfettamente, come il francese. Andare a prendere qualcosa da Joyce! No, come Rabelais, ho trovato tutto nel francese stesso.
Lanson dice: "Il francese non ha molto spirito artistico." Niente poesia in Francia, tutto è troppo cartesiano. Evidentemente ha ragione: Amyot, eccolo, un pre-cartesiano, ed è così che si è guastato tutto. Ma non era il caso di Rabelais: un vero artista.
Sí, Rabelais ha fallito, e Amyot ha vinto. La posterità d'Amyot son tutti quei romanzetti evirati che escono ai nostri tempi dalle migliori case editrici, migliaia all'anno. Ma io, di romanzi così, ne faccio uno all'ora.
Ora, dato che non si pubblica altro, dove è andata a finire la posterità di Rabelais, la vera letteratura? Scomparsa. Il perché è chiaro: bisognerebbe capire una volta per tutte (basta ipocrisie!) che il francese è una lingua volgare, da sempre, dalla sua nascita al trattato di Verdun. Solo che questa verità, nessuno la vuole accettare, e si continua a disprezzare Rabelais.
"Ah! è rabelaisiano!" si sente dire talvolta. Ciò significa: attenzione, non è fine, quell'espressione, è un pò scorretta. E così il nome di uno dei nostri più grandi scrittori è servito a raffazzonare un aggettivo peggiorativo. Che cosa mostruosa! sí, perchè era un bel tipo, Rabelais, scrittore, medico, giurista... Ha avuto le sue grane, poveretto, anche da vivo; e il suo tempo lo passava a cercar di non essere bruciato...
No, la Francia non può più capire Rabelais: si è troppo impreziosita. Quel che è peggio da pensare, è che poteva essere il contrario, che la lingua di Rabelais poteva diventare il francese.
Ma ormai ci sono soltanto dei servi che hanno lo stesso odore del padrone e si sforzano di parlare come lui. Viva l'inglese e lo stupido contegno!
Rabelais, direte voi, sa un pò troppo di partito preso: certo, vorrei vedere, uno come lui braccato dalla persecuzione cattolica, partito lancia in resta contro i potenti. Sí, quel che faceva sapeva un pò di eresia.
Questo è l'essenziale di quel che volevo dirvi. Il resto (fantasia, capacità creativa, comicità. ecc.) non mi interessa. La lingua, solo la lingua. Ecco quel che conta. Tutto ciò che si può aggiungere si trascina un pò dappertutto, nei manuali di letteratura, nell'Enciclopedia. E se ne volete di più, andatelo a chiedere a tutti quei gran scrittori che, loro sí, han "delle idee su Rabelais." Ah, quanti ne conosco che si prenderebbero la testa tra le mani e vi direbbero seriamente: "Rabelais, che prodigioso inventore di parole!" Sono soltanto dei ciarlatani.
Attaccatevi piuttosto a quel che c'è di interssante in Rabelais: la sua intenzione un pò demagogica di attirare il pubblico parlando come lui, io lo capisco, Rabelais, era medico e scrittore, come me. Questo si vede da quel tanto di sboccatura. Era anche un buon anatomista e, cosa prodigiosa per quel tempo, faceva già operazioni. Perbacco, ha inventato perfino uno strumento chirurgico.
In Dio non doveva crederci molto, ma non osava dirlo. D'altra parte non è poi finito male, non l'hanno nemmeno suppliziato... Il supplizio è venuto dopo, quando hanno accademizzato il francese che lui parlava per farne una letteratura da esame di maturità e da diploma di magistrali.
Come dice Robert Poulet, hanno fatto un francese magro, mentre il suo era grasso. Peggio ancora, un francese scheletrico. Nemmeno Balzac è riuscito a resuscitare qualcosa. E' la piena vittoria della ragione.
La ragione! Bisogna esser matti. Non si può far niente a questo modo, così castrati. Mi fanno ridere. Guardate cosa basta a contraddirli: nessuno è mai riuscito a fare "ragionevolmente" un bambino. Niente da fare. Per la creazione ci vuole un attimo di delirio.
Ma no, in letteratura bisogna restare continenti. Ecco allora che oggi si usa mettere una fila di puntini quando succede qualcosa e poi si continua molto tranquillamente: "l'indomani erano entrambi invitati al ricevimento della duchessa." Oh! non raccomando mica l'erotomania, mi disgusta, ma quel che è terribile è un linguaggio così ripulito.
Quel che in effetti c'è di buono in Rabelais, è che lui metteva la sua pelle in gioco e la rischiava. La morte gli stava in agguato, ed è una cosa che ispira, la morte! è addirittura la sola cosa che riesca a ispirare, ne so qualcosa io, quando è là, alle spalle. Quando è in collera.
Non aveva un buon carattere, Rabelais, dicono, ma non è vero. Lavorava, lui, e, come per tutti quelli che lavorano, era una vita da galera: avrebbero voluto averlo in mano, condannarlo. Altre galere, quelle del papa, e sono esistite per davvero. E là i ragazzi dovevano sgobbare, o "bisognava che sgobbassero,"cone direbbe Duhamel. E anche Bardamu, il mio eroe del Voyage, direbbe così. Ah! i congiuntivi imperfetti...
Nella mia vita ho avuto lo stesso vizio di Rabelais. Ho passato anch'io il mio tempo a mettermi in situazioni disperate. Come lui non mi aspetto niente dagli altri, come lui non rimpiango niente.

[Traduzione di Valeria Borsari]

sabato 23 maggio 2009

Loredana Trovato, Armonie della forma. Alchimie della vita. Guignol's band di Louis-Ferdinand Céline



Su suggerimento di Patrizio, che ringraziamo, segnaliamo il bel lavoro di Loredana Trovato, Armonie della forma. Alchimie della vita. Guignol's band di Louis-Ferdinand Céline, Bonanno editore, Acireale-Roma, 2008, 335 pagg.

mercoledì 20 maggio 2009

Dai Canti postumi di Ezra Pound



Perdonatemi il fuori tema, ma questa opera di Pound fa comprendere la tragedia della guerra - e della nostra guerra del 1940 - più di decine di dotti trattati di storia:

Così mise su una segheria; e lo richiamarono
per combattere in Africa;
e finita quella guerra iniziò un piccolo commercio
e lo mandarono a combattere in Grecia e Albania:
ed erano cinquemila in una piega delle colline
completamente circondati;
e per sei mesi con piedi congelati
e provviste con una fune sulla rupe
o da un albanese, con cui scambiavamo riso per alimenti;
e "c'erano dottori in prima linea" davvero?
c'erano quattro miglia di mulattiera per i feriti:
e quando i barellieri arrivavano in prima linea
gli davano fucili:
che non avevano mai toccato un fucile:
dove la terra puzzava di sangue e puzzerà per cinque autunni
e il resto propaganda; e nessuna lettera arrivava da casa
ma un aeroplano portò dopo un mese un giornale;
che diceva del bombardamento di Genova;
la casa dove viveva con i figli
e nessuna notizia per tre mesi dopo
e per avere la razione di famiglia, quando fu sospesa;
alla fine la ottenne dando una mancia all'usciere
"queste cose ti scoraggiano, professore"

insomma l'umanità non è canaglia

Filippo di Stefano

formiche vengono in casa cercando acqua

da Canti postumi, Ezra Pound.

domenica 17 maggio 2009

Quelle mille foto per scandagliare l'oggetto Céline, di Adriano Scianca - Louis-Ferdinand Céline in foto recensito sul Secolo d'Italia



Quelle mille foto per scandagliare l'oggetto Céline
di Adriano Scianca
Secolo d'Italia 17/5/2009

«Scusi, avete qualcosa di Céline?». «Certo, in fondo a destra, reparto musica». Ovvero, quando più che la scomunica ideologica può una melensa cantante canadese cui la madre, ascoltando una canzone di Hugues Aufray, ha messo quel nome così musicale: Céline (cognome: Dion). Ed ecco che alla fine del buon Louis-Ferdinand Destouches non si ricorda più nessuno. «In realtà – spiega Andrea Lombardi – è solo negli ultimi tempi che in Italia Céline è un po’ “dimenticato”. Da Arbasino a Carile, da Raboni a Rago, dagli anni '60 ai '90 molte voci della critica italiana “non del ghetto” si sono occupate di Céline, spesso con interventi di altissimo livello. E' negli ultimi tempi che la critica secondo me si appiattisce quasi esclusivamente, parlando di Céline, su antisemitismo e simili e credo più per l'involgarimento degli umani intelletti in questi tempi tormentati che per precise scelte».

E’ allora proprio per riscoprire questo straordinario autore così inquietantemente e splendidamente novecentesco che lo stesso Lombardi ha deciso di pubblicare Louis-Ferdinand Céline in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi (Effepi Edizioni, Genova 2009, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24, effepiedizioni@hotmail.com). Si tratta, come è chiaro già dal titolo, di una raccolta per immagini, sia fotografiche che letterarie, che abbiano per oggetto l’autore di Morte a credito. Quindi interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aymé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, Ernst Jünger, ma anche interviste dello stesso Céline alla televisione e alla radio francese, e infine gli alti e bassi della critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno.

Ma se le testimonianze e gli articoli raccolti costituiscono un apparato filologico di sicuro interesse, sono in verità le interviste a risultare veramente sorprendenti. Interviste di cui si può trovare peraltro il corrispettivo filmato spulciando su YouTube, godendosi quindi lo spettacolo di questa vecchia canaglia che incalza l’intervistatore, lo spiazza, lo prende in giro con i suoi balbettamenti, le sue iperboli, la sua inimitabile presenza scenica. Gli si chiede di autodefinirsi e lui prende il largo con una digressione dal sapore fenomenologico: «Io lavoro – dice Céline – e non me ne frega nulla. Ecco esattamente quello che penso. La questione è che noi siamo i colpevoli della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sto dalla parte della modestia. Quello che conta è l’oggetto». Sull’ostracismo abbattutosi su di lui nel dopoguerra, lo scrittore dice: «Sono riuscito a passare attraverso la più grande battuta di caccia mai organizzata nella storia, è già mica male». E ancora: «”Il nemico del genere umano”. È il mio nuovo appellativo. Sono il nemico del genere umano. Sono un genocidio platonico, verbale. Ma non importa. Sono le miserie umane che un po’ di sabbia cancella. Cito la sorella di Marat. La cosa davvero importante è pagare il droghiere».

E nella massa di aneddoti, critiche, racconti, analisi, recensioni, Lombardi non manca di dar battaglia contro critici avventati, malevoli, disinformati. E’ il caso degli accenti lombrosiani di un Antonio Moresco, che può chiedersi basito come mai «uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga». C’è poi la squisita sensibilità sociale di un Alessandro Piperno, che rispetto all’ultimo Céline ridotto in miseria si mette a criticare «i leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono». Complimenti. Rispetto a queste e altre accuse, Lombardi fa giustizia in modo puntuale e documentato, non mancando di affrontare anche i punti più controversi e sulfurei della produzione céliniana con doverosi chiarimenti e messe a punto. Insomma: scrittore visionario, eccessivo, maledetto, provocatore sì. Penna di partito o di regime no, mai. E oltre alla leggende nere sullo scrittore e sul “collaborazionista”, pian piano vanno dissolvendosi sotto il peso dei fatti anche le maldicenze sull’uomo, che quando non recitava il ruolo nichilista e un po’ scontroso che si era ritagliato per sé appariva come una persona nobile e lontana dallo stereotipo facile del belzebù misantropo. Lo spiega bene Marcel Aymé, che scrive: «Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente». Un demone dal volto umano? Forse. O forse no, ma che importa? Quello che conta non è l’uomo, è l’oggetto. Ancora una volta, aveva ragione Céline.
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Potete richiedere Louis-Ferdinand Céline in foto a:

Effepi Edizioni
Telefono (0039) 010 6423334 - 338 9195220
Indirizzo postale Via B. Piovera 7 - 16149 Genova
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