Visualizzazione post con etichetta Meudon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Meudon. Mostra tutti i post

martedì 12 gennaio 2010

L'enterrement de Céline



"Nous rentrons à l’instant de l’enterrement de Céline. Il est mort samedi vers 6h du soir, d’une congestion cérébrale. Depuis le matin, il se sentait encore plus patraque que d’habitude, il avait les nerf sà vif. Il s’est étendu un instant en disant à Lucette : - Je vais crever. A quoi Lucette lui répond avec son air serein : - Tu dis ça tous les jours. - Non, cette fois je sens que je vais crever. Peu après, il a perdu connaissance, et en vingt minutes, tout était fini. Je n’ai appris sa mort qu’hier soir par un coup de téléphone de Robert Poulet. Lucette tenait absolumentque cette nouvelle restât aussi secrète que possible, que les meutes de journalistes ne fussent pas alertées. Elle a bien fait. Nous n’étions ce matin qu’une trentaine d’amis (pour la littérature, Roger Nimier,Marcel Aymé, Robert Poulet, Claude Gallimard et moi). Et cet enterrement presque clandestin a été une extraordinaire page célinienne. Le cercueil était posé dans sa chambre à coucher, à côté de la porte de lasalle de bain grande ouverte. On voyait le lavabo, les serviettes, et en tournant la tête de l’autre côté, les hardes de Louis-Ferdinand, ses cinq ou six canadiennesé limées, accrochées en tas à un porte-manteau. Lucette aurait voulu une messe (Céline s’en fichait, il aurait voulu la fosse commune), mais le curé du Bas-Meudon a refusé. Il a refusé d’envoyer aussi une religieuse pour faire sa dernière toilette. Nous sommes donc allés directement au cimetière du Vieux-Meudon. Juste à cet instant, il s’est mis à tomber un petit crachin, comme pour une illustration de Mort à crédit. Ce fut vraiment étonnant, car nous étions à peine sortis du cimetière que le soleil reparaissait sur cette banlieue hétéroclite. Nous avons tous jugé qu’il était parfaitement dans l’ordre de ce temps que le plus grand écrivain français d’aujourd’hui fût enterré ainsi, à la sauvette, par une poignée de copains, beaucoup plus pauvrement qu’un concierge."

Journal de L. Rebatet, cahier XX, p. 334 – 335.

Grazie a Elisa Exoteric Hkx per la segnalazione!

mercoledì 18 novembre 2009

La nostra agente a Meudon fa rapporto...


Route des Garde...


La lapide della tomba Destouches, notare il "19..."



La cassetta delle lettere...

... riceviamo dalla nostra lettrice Valentina un reportage fotografico sulla casa di Lucette e Céline a Meudon, che rivede e corregge quanto qui precedentemente indicato.

Ringraziamo la nostra 007!

Andrea

martedì 7 aprile 2009

Alberto Arbasino incontra Louis-Ferdinand Céline: Docteur Destouches





La 1a e 2a edizione di Parigi o cara.

DOCTEUR L.F. DESTOUCHES
14 - 16 SAUF VENDREDI*

"...Mussolini. Io l'ho conosciuto bene...abbiamo spesso lavorato insieme, a Palazzo Chigi...". Con queste iperboliche parole, nell'estate del 1957, il Dottor Destouches, nel ricevere un Alberto Arbasino ventisettenne, rievoca quelli che erano stati i suoi ultimi rapporti con l'Italia quando, tra il luglio e l'agosto del 1925 per conto della Sezione d'Igiene della Società delle Nazioni, aveva guidato una delegazione di medici latino-americani in Italia per un viaggio di studio sulle condizioni igieniche, la campagna di bonifiche e l'applicazione dell'uso del chinino, con visita alle città di Torino, Ferrara, Ravenna e Roma dove la missione venne ricevuta dal duce a Palazzo Chigi.
Il resoconto di quell'incontro, insieme a quelli che Arbasino fece a Mauriac, Simenon, Miller, Cocteau e i reportages sulla scena letteraria e artistica parigina ed europea della fine degli anni '50, apparve nel 1960 nel volume Parigi o cara edito da Feltrinelli. Arbasino riferisce di "un vecchio sfinito, in stato di assoluto abbandono, troppo stanco e confuso...perché sembri importargli - in definitiva - di nulla...circondato da uno squallore incredibile". Nel 1995 Arbasino, secondo una consuetudine che caratterizzerà quasi tutta la su opera, sottopone il libro a una nuova riscrittura e rivisitazione (questa volta il volume viene pubblicato da Adelphi). L' ormai remota intervista a Céline viene così accresciuta dal breve racconto del suo ritorno al 25 ter di Routes des Gardes trentotto anni dopo. Ad accoglierlo é l'ultraottantenne vedova Lucette che nonostante l'artrite è ancora "vispissima e cortesissima" e nel salutarlo gli dichiara emozionata "gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!".

* Iscrizione che Arbasino, al suo arrivo, scorge sulla vecchia targa affissa sulla rete di recinzione dell'abitazione di Céline, indicante i giorni e gli orari di visita del Dottor Destouches.

Scheda di Gilberto Tura

DOCTEUR DESTOUCHES
di Alberto Arbasino

A Meudon, giù dalla ' route nationale' che conduce a Versailles, percorsa da vecchie automobili volgari come nei film in bianco e nero del Front Populaire, si attraversano sentieri fangosi quasi deserti, terreni vaghi fra casette sordide, e anziani esemplari di una specie umana scoraggiata: il tocco ultimo della miserabilità solitaria sembra dato dagli apparecchietti acustici col cordone. Aria da reportage fotografico d' altri tempi, da archivio. Sopra una massicciata della Route des gardes, fra abitazioni in rovina e orticelli melmosi pieni di gatti, due cartelli si affiancano al di là d' una rete metallica. Rosso, di celluloide, il più vistoso dice: LUCETTE ALMANZOR, de l' Opera-Comique, Laureate du Conservatoire de Paris, Danses classiques et de caractère, Danses orientales et espagnoles, Castagnettes, Compositions, Assouplissements, Tous les jours cours d' ensemble et particuliers. L' altro, di bronzo semicancellato, appeso ad un paletto, porta come una lapide mortuaria solo un nome, DOCTEUR L.F. DESTOUCHES, e due cifre, 14-16 sauf vendredi. In questa villetta dilapidata, circondato da uno squallore incredibile, vive ancora l' autore del Voyage au bout de la nuit, che tanti anni fa scambiò il suo nome da ' chevalier' di Barbey d' Aurevilly con quello di sua madre o sua nonna contadina o artigiana, Céline. E dopo la pubblicazione del nuovissimo libro D' un Chateau l' autre, montato come un evento fra i più sensazionali e paragonato per importanza all' opera almeno di Proust, amaramente assiste alla propria riscoperta come post mortem dopo un silenzio ufficiale tanto lungo. Dice "è inutile", dice "è troppo tardi". I visitatori delle settimane recenti gli prestano propositi disumani e pieni di ferocia. Riferiscono suoi mots rivelatori di odio contro la Francia, odio contro la letteratura, contro l' umanità, contro Gallimard che l' ha voluto nell' abiezione per creare un caso mostruoso, e preferibilmente postumo. Ho trovato un vecchio sfinito, in stato di assoluto abbandono, in un maglione a pezzi, fra mobili e pavimenti che invitano al grido di "ma non ce l' avete uno straccio per la polvere in questa casa? Piuttosto ve lo porto ioé", troppo stanco e confuso e al di là d' ogni possibile moto del cuore perché sembri importargli - in definitiva - di nulla. "Un italiano?" si stupisce facendomi entrare. "Da decenni non ne ho visto più uno". Guarda qua e là. Mai in faccia. "Del resto, troppo giovane" fa "per avere avvicinato Mussolini. Io l' ho conosciuto bene, quando voleva bonificare Roma. Parlo di più di trent' anni fa. Abbiamo spesso lavorato insieme a Palazzo Chigi, in una gran sala con un gran mappamondo, e dove gli piaceva tanto fare entrate teatrali... Andavo là con una commissione di medici della Società delle Nazioni. C' erano parecchi sudamericani, specialmente; e il professor Ottolenghi che rappresentava l' Italia. Era estate, faceva anche allora un gran caldo... Forse è proprio per sfuggire al caldo che i Romani partivano sempre per conquistare l' Europa... Ricordo come si cuoceva davanti a quell' immenso monumento bianco, che pare fatto apposta per servire di sfondo ai veli delle vedove". Poi attacca. "Imbevuto di miti esclusivi, il Francese è asociale, politicamente stupido, tende all' assolutismo in qualunque cosa, tira a fare effetto, non importa a quale prezzo, e questo spiega tutte le convenzioni, e spiega le gelosie... Non che io mi fidi, naturalmente, non mi sono mai voluto immischiare... E spiega anche fra gli avvenimenti del recente passato, per esempio, la costituzione del ' trust dei martiri' , molto esclusivo anche quello, tutti di una parte sola... Direi che è proprio curioso come in un paese così indiscreto e così bavard si riesca a mantenere un vero silenzio più o meno ufficiale su certi fatti, su certe persone... Prontissimi tutti a piangere sui poveri ungheresi, a commuoversi per gli eroici polacchi... mai su alcuni francesi... "Ma il Francese continua a nutrire le proprie illusioni... Crede sempre d' essere Luigi XIV... e che basti un gesto per imporsi a chiunque... mentre si trova in un paese ridotto all' importanza di un dipartimento... o meno ancora... Ah, le sorprese spiacevoli che poi continuamente gli càpitano, se le merita tutte... Ma del resto, cosa m' importa di quello che dicono o possono dire... le generazioni nuove, che poi sarebbero diverse dalle generazioni vecchie, vero... puahé... Per quel che importa... I soli interessi sono la letteratura e la cucina... La cucina, si fa tanto per dire... Ma la letteratura... Ah, la letteratura... "Vedete: il francese è una vecchia lingua, secca, asciutta, decrepita, disseccata dagli accademici e dai gesuiti... Tutto quello che ha preso dalle letterature classiche, è stato continuamente prosciugato, e raffinato a fondo per quel che riguarda il lato giuridico della faccenda, cioè lo sforzo di esprimere chiaramente le idee e i concetti... Ma io mi domando che senso ha tutto questo sforzo raffinatissimo, questo linguaggio ormai secco e morto e ' giuridico' , che non riesce a prender dentro né la realtà né la verità... E lascerà sempre fuori le emozioni e i sentimenti... "Lo aveva già capito benissimo Goethe, parlando con Madame de Stael dell' esprit francese, che la maledetta clarte ha rovinato tutto, e senza rimedio... Basta guardare ai mistici e ai romantici tedeschi, per intendere cos' è quel senso del mistero che i francesi non sono mai più in grado di rendere con la loro lingua... E invece esisteé E' l' essenziale della naturaé... Solo, non si può afferrarlo, e riprenderlo, e riuscire a farlo sentire, con gli strumenti troppo razionalizzati che ci sono rimasti... "Lo dice bene il biologo Sauvy (?)... Non è vero niente che in principio era la parola...Macché, viene prima l' emozione! dagli esseri unicellulari in su... La parola, semmai, viene dopo: per descrivere l' emozione... E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?... A un certo punto, ecco, tutti vengono presi da questa mania! e si mettono a voler scrivere come Voltaire: vedi poi France, vedi poi Bourget... E si credono tutti tanti Voltaire: maniaci... Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere... tutto... E poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo... "Sulle pubblicazioni per medici che ricevo ancora, guardo le riproduzioni d' arte, che spiegano questo meglio di tutto... Il Francese vuole riconoscere e riconoscersi, tutto contento di trovare la somiglianza: il modello che somiglia alla fotografia, e la fotografia che somiglia al modello... Si va avanti così, e tutto è predisposto: si continua a rifare il liceo, tutto, sempre, nei concorsi, nei diplomi, nelle carriere... Anche quando si tratta di raccontare le viol de la grand-mère da parte dei nipotini sui quotidiani della notte... "Ah, qui non sarebbe più possibile a un Balzac di descrivere la vita di un medico di campagna, né a un Flaubert di raccontarci i suoi adulteri provinciali... Come deve fare a esistere, oggi, il romanzo documentario di un tempo, quando si trova una massa di documenti dappertutto... Ci sono i giornali, le riviste, la radio, e le ragazzine imparano il parto senza dolore, e a quattordici anni i bambini sanno già tutto, dopo Gide e molto meglio di Gide, sull' omosessualità, sul fouet... "Il risultato è che tutto è banale, niente è originale... Se non il colorante. "Nel 1941, condannato a morte, in circostanze bizzarre... Un essere umano condannato a morte (si può ben direé) dal mondo intero... che è una drole d' attitude, e come atteggiamento può dare una ' visione del mondo' abbastanza deformata... Allora le parole assumono un valore tragico... Cioè, il colore conveniente... Questa è la cosa che m' interessaé... perché lo stile è questione di colore... E bisogna aver vistoé... Non dirò veni vidi vici, dirò piuttosto ho persoé... perché sono stato battuto... Però c' eroé... Proust ha descritto il mondo in cui viveva. Io che non sono pederasta e non vado in società, ho raccontato ciò che ho veduto, senza esagerare niente... Semmai limitandomi... "... Perché io sono uno stilista, solo questo... Mi importa soltanto lo stile, dunque m' interessa solo il colore... Del resto, dal romanzo non c' è più nulla da aspettarsi... né da imparare... Ormai i contatti umani sono tanti, e così invadenti, che l' insegnamento e l' educazione non hanno più niente in comune con la letteratura... e viceversa... Ma a me interessa solo il punto di vista emotivo: solo questo appare nel libro. "E adesso basta: l' autore è un fornitore e non un consumatore, non deve giudicare niente. Chi prende una nave desidera svagarsi; mentre io sono giù alle macchine e lavoro alle prese con nafta e carbone... Ma questo non riguarda il passeggero che ha pagato la crociera, e ha il diritto di divertirsi... Sono due mentalità diverse, quella del passeggero e quella del macchinista... Dunque ciascuno stia al proprio posto: tanto, si troverebbe a disagio, nell' ambiente dell' altro... Il cliente, poi, dev' essere soddisfatto: non tocca a me giudicare le altre navi, spetta a lui... E se non gli piace la mia, ne prenda un' altraé... E' una questione di concorrenza fra compagnie di navigazione... Addirittura c' è chi preferisce il treno o l' aereo; e così la concorrenza diventa ridicola... "Ma per scrivere, bisogna esser giovani e avere soldi... Io, vecchio come sono, scrivo senza nessun entusiasmo... Non si fanno più i merletti... Mia madre li faceva ancora... Sono cose che andavano bene quando la vita non aveva un prezzo, ora tutto è finito... Romanzi? Macché, c' è troppa gente che va in automobile, che vuole arrivare in fretta... Vivono sospesi in un mondo fra il comunismo e le vendite a rate... senza contare che il comunismo stesso diventa sempre più conforme, fidèle, bourgeois...E' inutile marchiarli a fuoco come facevano gli antichi per non lasciarseli scappare... Avrete schiavi più fedeli per mezzo delle vendite a credito... E ci arriveranno presto anche gli stati comunisti, a questo sistema... Del resto, basta guardare tutti quelli della Renault, qui intorno: dormono per terra, non mangiano, però hanno tutti la macchina, e non si muovono più... "Anche il papa, ci arriverà... Del resto nel Rinascimento teneva fior di galere, l' ho letto nelle memorie del capitano Pandéra (?)... Chi gli impedirà di produrre automobili e lavabiancheria?... Ogni confessione, un buono per una rata... E le comunioni abbinate ai concorsi a premio... E' abbastanza furbo, lo farà, lo farà... Del resto ha sempre detto di no alle ideologie che puzzano di sangue, di razza, di conquista della terra... mentre dimostra tanto entusiasmo per la civiltà delle macchine... "E cosa deve importare, a questi, del romanzo?... E' un impegno che sorpassa le forze attuali: manca il coraggio, la costanza, ci sono i modelli già fatti, lì pronti... Così esiste spesso il piano dell' opera, ma poi il romanzo manca... E' molto comodo anche qui applicare la formuletta... Adoperare la piccola frase fatta, appresa al liceo... E continuare a rifare il liceo per tutta la vita... Ho l' impressione che gli sforzi e il lavoro si applichino solo nelle professioni tecniche, mai nell' arte... Tanto, c' è il cinema... ' Ah, la rigueur des vieux agesé' come diceva il Misantropo di Molière... "... Ma io sono soltanto uno stilista. Per questo non scrivo romanzi... M' importa solo il colore, il mistero delle emozioni e delle parole... Soltanto questo si dovrebbe vedere in tutti i miei libri...". E quando si arriva alle ultime domande sciocche, inevitabili (si chiederanno i suoi progetti?), risponde "morireé". E se cercando una frase cortese - dopotutto è stato con me un intero pomeriggio - dico, adagio, che spero di rivederlo, allora ha il primo gesto d' impazienza. "Mais oui, mais oui, monsieur" sbuffa. E si volta a occuparsi solo delle pentole per i cani. (estate ' 57) Tornando lì dopo quasi quarant' anni, il vecchio pavillon sembra abbastanza immutato, al di là del cancelletto ora verniciato di celeste. Ma tutt' intorno si innalzano dei condomini uniformi di parecchi piani, coi fiori ai balconi e le automobili sulla porta; e la grande stanza deserta è suddivisa adesso in ambienti più piccoli e pieni di sofà e tavolini e cuscini e gabbie d' uccelli e televisori. C' è stato un grosso incendio, ha distrutto anche molte carte. E i cani paiono sempre i medesimi: cinque o sei, enormi, però Madame Lucette sostiene di averli trovati randagi. Lei ha passato gli ottant' anni, ha l' artrite però è vispissima e cortesissima, e gli amici che l' assistono spiegano che ha insegnato la danza fino a poco fa. In queste periferie? ma certamente: proprio qui la borghesia piccola e smaniosa spinge le proprie bambinacce più grasse e brutte dalle maestre di signorilità. Siamo un po' emozionati, e mi offre il volume della Pléiade con la Trilogia del Nord. Non vorrei che rifacesse le scale apposta: li ho già tutti nelle prime edizioni di Gallimard. Ma la signora insiste: "gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!". (estate ' 95)

mercoledì 24 dicembre 2008

La casa di Céline a Meudon...



... dal satellite!!! Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri!

Andrea,

Credo di aver trovato su Google Maps la casa di Céline a Meudon (vedi allegato).

L’indirizzo e’ “25 ter, Route des Gardes”. A seconda di come si conta, il ter puo’ essere A o B.

Siccome in diverse foto di Céline a Meudon si intravede sullo sfondo la fabbrica Renault
(ora abbattuta) dell’Ile Seguin e che tale vista e’ schermata in B da due-tre alberi molto alti,
propenderei per A.

Lucie Almansor-Destouches a quasi 97 anni vive ancora li’, malgrado un becchino porta-sfiga
avesse a suo tempo inciso un “19..” come data della sua morte sulla tomba Destouches
nel cimitero di Meudon...

[seguono considerazioni fattuali e condivisibili ma "not fit to print" su Ferroni, Piperno, De Luca, usw]

Keep up the good work

Saverio Paleni

martedì 29 aprile 2008

Céline a Meudon



CÉLINE INTIMO
Viaggio al termine della giornata,
di Stenio Sòlinas,
Il Giornale 05-03-2007


L'ultimo domicilio conosciuto è questa casa di Meudon che si affaccia sull'antica route de Gardes del tempo di Napoleone e abbraccia in lontananza l'intera vista di Parigi. Nel 1969 un incendio la devastò, ma tranne qualche ritocco venne ritirata su «com'era, dov'era», gemella degli altri tre padiglioni che la affiancano eretti dal commediografo Eugène Labiche a metà Ottocento sui terreni del duca di Bassano: due piani, un seminterrato con cantina, un giardino in pendenza. Sul cancello d'ingresso non c'è più la doppia insegna che indicava l'attività di medico del suo proprietario, quella di insegnante di danza della moglie, «danza classica e di carattere», ma identico è lo stato di disordine e di abbandono che allora come oggi la accompagna. Dalle finestre del soggiorno un pappagallo ti fissa con aria indifferente, la veranda dietro la cucina è un deposito di poltrone sfondate, sedie, letti, materassi, il verde che la circonda è spelacchiato sul davanti, incolto e rigoglioso sul lato nascosto della casa. Piove, una pioggia rada ma insistente, il cielo è grigio, l'aria fredda, c'è una luce opaca da pomeriggio d'inverno. L'unico segno di vita, oltre il pappagallo che però se ne resta immobile, è l'abbaiare di un cane all'interno, ma non di quei danesi che un tempo erano l'orgoglio del padrone di casa e il terrore dei vicini, ma più probabilmente un cagnetto da compagnia, di quelli da persone sole, anziane, con poca mobilità. Com'è del resto l'unico abitante di questo falansterio ormai troppo grande per una persona sola e malandata, madame Lucette Almanzor di anni 94, vedova del dottor Louis-Ferdinand Destouches, in arte Céline.
Mezzo secolo fa, quando la coppia venne ad abitarci, Meudon era lontana periferia, medio-borghese nella parte alta, proletaria in quella bassa che andava a confrontarsi con Billancourt e gli stabilimenti della Renault, il cuore della classe operaia a cui bisognava risparmiare le sofferenze tacendo, se era il caso, la verità: «Non si può far piangere Billancourt» si giustificava Jean-Paul Sartre a proposito degli orrori, tenuti nascosti, del comunismo... Oggi ci si arriva in venti minuti con il metro veloce che va a Versailles o con il trenino regionale che parte e arriva dalla stazione di Montparnasse... Il colpo d'occhio su Parigi che allora incantò Céline c'è ancora, anche se la città si è dilatata e la sua fisionomia alterata. In quel luglio 1951 che segna il ritorno in patria, lo scrittore ha 57 anni, ma sembra un vecchio di 70, e artisticamente parlando è un morto che cammina: trionfa l'esistenzialismo, è sulla pista di lancio Françoise Sagan e lui è lo scrittore più odiato di Francia, amnistiato da un tribunale militare grazie a un sotterfugio giuridico... Dalla Danimarca, dove ha vissuto, torna con Lucette, un cane e due gatti. Abita prima presso i suoceri, a Mentone, ma la riviera, il caldo, i parenti non fanno per lui e tempo venti giorni accetta l'offerta di un ricco industriale suo ammiratore, Paul Marteau, che si offre di ospitarlo nella sua bella casa di Neuilly-sur-Seine. Anche qui, la coabitazione è difficile, i gatti rovinano la tappezzeria e rigano i mobili, Céline detesta il lusso, è astemio, non ama le riunioni conviviali... Dopo quindici giorni, saggiamente, i coniugi Marteau levano le tende e vanno in vacanza lasciando all'ospite la casa, una macchina e un autista per cercarne un'altra. Il primo ottobre il circo Céline si installa nel padiglione di Meudon. Céline à Meudon. Images intimes 1951-1961 (Ramsay, 157 pagine, 29,90 euro) è il resoconto fotografico, quasi un documentario, di quell'ultimo decennio, il ritorno alla ribalta e alla gloria letteraria di uno scrittore maledetto, l'estrema rappresentazione di un emarginato dalla vita, dalla società, una via di mezzo fra un eremita e un clochard, un profeta di sventura e un alienato, un medico dei poveri e un poveraccio... Messe insieme, le immagini, spesso inedite, che lo compongono arricchiscono di nuova luce quelle più note dello stesso periodo quando i fotografi delle agenzie, dei quotidiani e delle riviste specializzate hanno preso a salire sulla collina di Meudon-Bellevue per immortalare «lo scrittore che visse due volte». Perché se in quest'ultime c'è il folklore del personaggio e della messa in scena, la sottolineatura di un'eccentricità giocata all'esterno, in queste c'è invece la quotidianità, il giorno dopo giorno di un'esistenza quasi scarnificata dove tutto è in funzione ormai della scrittura, l'unico modo per isolarsi dal mondo, dimenticare ciò che si è divenuti, rivendicare ciò che si è stati. Circondata di filo spinato, piena di grossi cani randagi che abbaiano se qualcuno si avvicina al cancello, la casa ha al seminterrato lo studio di Céline nella sua doppia veste di medico e di scrittore, e il letto dove dorme. Al primo piano Lucette ha ricavato la sua camera e organizzato una piccola sala di danza, che poi trasferirà al secondo. La coppia non è di quelle silenziose, e Lucette non è di quelle mogli devote che subiscono senza reagire: lui la chiama urlando, e impreca se lei non risponde, lei gli replica per le rime, il pappagallo Toto si intromette e a sua volta ripete le ingiurie... Le foto raccontano una decadenza fisica che anno dopo anno prende le caratteristiche di una catastrofe, un corpo che sempre più si incurva, un volto che sempre più si incava, dei panni che sempre più coprono ma non vestono, laceri, sporchi stracci senza una forma... Alle sei del mattino Céline è già in piedi e scrive sino alle nove, quando Lucette si alza e gli porta un tè con un croissant. Poi c'è la lettura dei giornali, con un'attenzione particolare per gli annunci mortuari, «Il Corriere delle Parche» come li ha ribattezzati, il disbrigo della corrispondenza, qualche commissione in paese. A mezzogiorno lui mangia, mentre lei fa lezioni di danza, dalle due alle quattro torna medico per i pochi pazienti che osano avvicinarsi al cancello: cura gratis, ha un tocco speciale per i bambini... Il resto del pomeriggio è dedicato ancora alla scrittura, si cena frugalmente alle sette, si va a letto alle nove. La domenica a volte si riceve qualche amico, lo scrittore Marcel Aymé, l'attrice Arletty... Nei dieci anni di Meudon Céline scrive Féerie pour une autre fois e Normance, con pochissimo successo, e la «trilogia tedesca» che gli ridarà la fama, cinque libri per qualche migliaio di pagine. La sua scrivania è un tavolo da cucina ingombro di fogli, raccoglitori fissati con delle mollette, penne, matite, su cui il pappagallo del Gabon che non ha una gabbia, e a cui ha insegnato a cantare, si muove indisturbato. ... Con gli anni il passo si fa incerto, l'equilibrio precario, e più di una volta salendo o scendendo nel seminterrato lo scrittore cade, il pappagallo grida, Lucette corre e si dà da fare per rimetterlo in piedi. L'ipertensione arteriosa lo colpisce sempre più di frequente, le emicranie lo spossano, il braccio destro gli si paralizza di continuo. Il 30 giugno del 1961 Céline mette fine al suo ultimo romanzo, Rigodon, e scrive all'amico Roger Nimier e al suo editore Gallimard per dare loro l'annuncio. Il primo luglio la giornata si annuncia soffocante per il caldo, la respirazione si fa difficile, lui non trova pace, nel pomeriggio la moglie vorrebbe chiamare il medico: «Niente medico, niente punture, niente ospedale» è la risposta. Alle sei del pomeriggio un'emorragia cerebrale se lo porta via. La foto su letto di morte rimanda a una maschera medievale.

Un ringraziamento per la segnalazione a Harm Wulf.

Il libro può essere ordinato presso la

Libreria Francese di Roma
Piazza San Luigi de Francesi 23. Tel: 06.6796641
Aperta dalle 9 alle 19.30. Chiusa la domenica

mercoledì 6 febbraio 2008

Louis-Ferdinand Céline intervistato da Louis Pauwels e André Brissaud, primavera 1959



Louis-Ferdinand Céline
Intervista con Louis Pauwels e André Brissaud
Primavera
1959

Quando si arriva davanti alla casa di Louis Ferdinand Céline a Meudon, la prima cosa che si nota è questa insegna [Lucette Almansor, Danza Classica, NdC]. Lucette Almansor è la moglie di Louis Ferdinand Celine. Ha attraversato con lui una serie di sofferenze. Lei sa che è difficile vivere con un genio. Nascosta tra le foglie, c’è la targhetta del Dr. Destouches. Louis Ferdinand Céline si chiama in realtà Destouches. Lui è un dottore, è il dottore dei poveri. Sempre pieno di collera e avvolto di miseria. Eccolo − i suoi unici amici sinceri sono dei cani bastardi e rabbiosi. Chiama teneramente ognuno di loro “il mio piccolo papà”. Il suo migliore amico è il pappagallo che sentirete fischiare durante la conversazione. Perché, in effetti, Céline vive, lavora e sogna in mezzo all’abbaiare furioso dei cani e ai fischi ironici di questo uccello. Il suo studio, che è anche il suo ufficio, si trova al pianterreno. Che strano ufficio! Sulla sua scrivania scrive, dall’alba al tramonto, un libro che sarà composto di 2.500 pagine manoscritte. Copre con la sua scrittura 80.000 fogli, che poi attacca con mollette da biancheria. Quasi non mangia e beve, non fuma, dorme pochissimo. Lavora.

Intervistatore: Louis-Ferdinand Céline, siete uno strano personaggio. Eccitate gli animi delle persone con le vostre opere, le vostre idee ed attitudini. Spesso affermate di non essere ben compreso. Ora lei ha l’occasione di farsi comprendere meglio. Se dovesse autodefinirsi con una parola, cosa direbbe? Céline: Eh Bene! Io lavoro, e non me ne frega nulla. Ecco esattamente quello che penso. La questione è che noi siamo i colpevoli della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sto dalla parte della modestia. Quello che conta è l’oggetto. Questo conta: voi avete un apparecchio davanti a voi [appareil, nel filmato è un magnetofono, NdC]. Spero che sia magnifico. Ma, dopo tutto, il brav'uomo che l’ha inventato potrebbe aver avuto dei problemi. Magari era cornuto, o pederasta. Magari aveva la calvizie. O era un androgino. Magari aveva il mal di gola, non so. Ma il suo apparecchio funziona. È affidabile, non è vero? È un apparecchio che mi interessa. Ma a me, dell’uomo che l’ha fatto, non mi interessa nulla. I cambiamenti d’opinione, questi mi fanno arrabbiare.

I: Tra le vostre numerose stranezze, voi avete dei modi spiccatamente da parigino. Il vostro tono, le vostre maniere, le vostre reazioni, anche il vostro accento sono da parigino, meglio ancora, di un abitante dei sobborghi. Dove siete nato? C: Sono nato a Courbevoie Seine, il 27 maggio 1894.

I: Ci siete restato a lungo? C: Due anni. I: Due anni? C: Due anni, evidentemente. Me lo hanno detto perché, in fin dei conti, all’età di due anni non si hanno ricordi precisi.

 I: Cosa facevano i vostri genitori? C: Mia madre faceva la modista e rammendava pizzi. Ma gli affari non andavano bene a Courbevoie e così dovette chiudere il suo negozio. Poi partì ed andò da sua madre, a fare la commessa, in rue de Provence.

 I: E vostro padre? C: Mio padre era impiegato. Perché era laureato, mio padre! E allora aveva delle aspirazioni letterarie. Le aveva. Era un uomo istruito e sbrigava la corrispondenza della sezione incendi della Phoenix [una compagnia assicurativa, NdT] in rue La Fayette.

I: E dopo Courbevoie dove siete andato? C: Al passage Choiseul. Quello che aveva di bello il passagge Choiseul, all’epoca, era il troppo gas; c’erano 360 lampioni accesi dalle 4 di sera. Con tutti quei lampioni Auer funzionanti, eravamo tra il gas. Sono stato cresciuto sotto una campana di gas. I: A quel tempo, eravate un bambino molto dolce, molto affettuoso? C: Non ho avuto molte possibilità di essere dolce ed affettuoso: sono stato cresciuto a suon di ceffoni, perché servivano i ceffoni, perché era così; a quel tempo si veniva cresciuti a ceffoni e a “Zitto, sei un monello!”. I: Volevate bene a vostra madre? C: Eh, beh! Non mi sono mai posto la domanda. Tutto è passato in un… erano angosciati dal problema del cibo, proprio così, me lo ricordo; mi ricordo una cosa: non c’era mai più che una sola vetrina illuminata la sera con la luce a gas, perché, nell’altra, non c’era nulla, ne avevamo sempre una sola accesa, delle due, perché l’altra era vuota. Così non ti poni queste domande. Che ne so? Non avevamo dei complessi, no? Ci preoccupavamo del mangiare, di trovare qualcosa da mandar giù. Ah! Mi ricordo un’altra cosa, che mangiavamo le tagliatelle. Mangiavamo le tagliatelle. Perché? Facevamo una pentola di tagliatelle perché era il solo cibo – che bettola, la nostra – il solo cibo che si potesse cucinare privo di odore, perché i pizzi, soprattutto i pizzi antichi, trattengono gli odori. È per questa ragione che sono cresciuto con la fobia degli odori. Quindi, non c’era questione di carne, né di pesce, né di niente. Tagliatelle! Tagliatelle! Allora mia madre, povera donna, avevamo una scala, non è vero? Per salire i gradini – era inferma – il meno possibile, faceva una pentola di pasta. Mangiavamo pasta con un po’ di burro, ogni tanto, la sera. Sono stato allevato a pasta e miseria.

I: Al passage Choiseul c’era un po’ di verde? C: Neanche un po’. I: Eravate un ragazzino di Parigi che conosceva poco la natura, il cielo, l’aria pura. Come avete scoperto la natura? C: Al cimitero, a vedere la tomba di mia nonna, dopo che è morta. Al cimitero, e poi a piazza Louvois, perché c’era la mia scuola. Allora… vedete… perché là c’era la mia scuola.

I: Come andavate a scuola? Quali studi avete compiuto? C: Ho completato le scuole medie, sino al diploma.

 I: I vostri genitori che mestiere volevano faceste? C: L’ambizione di mia madre era che diventassi il direttore di un grande magazzino. Per lei non c’era niente di più prestigioso. Per quel che riguarda mio padre, non voleva che studiassi perché sarei rimasto povero, e lui ne sapeva qualcosa. I: Cosa vi ha fatto pensare di diventare medico? C: L’ammirazione che avevo per la medicina. I dottori, li trovavo meravigliosi.

I: Quando eravate giovane, pensavate fosse importante essere uno scrittore? C: Ah! Per nulla! Lo trovavo ridicolo. Mi sembrava una cosa di poco conto. Perché? Sarei stato solo uno tra i tanti. Questo, questo mi pareva straordinario. Che era poi quello che pensava mio padre.

I: Quando superaste l’esame di stato? C: Mi diplomai prima della guerra, nel 1912, ma ritirai il diploma solo dopo il 1918.

I: Ma nel tempo intercorso in attesa del ritiro dell’attestato e l’esame di stato, voi avete… C: Ho studiato sui libri di testo disponibili.

I: Cosa stavate facendo in quel periodo? C: Ero principalmente uno studente, un fattorino ed un apprendista. Ho lavorato per Lacoste, Raymond, Vackerner; dodici mestieri, tredici miserie, come dice il detto. Voglio dire che è che ho fatto molto. Mi son dato molto da fare. Ora, sono un invalido, qui, adesso.

I: Ma voi passaste il vostro primo esame di stato? C: Con il massimo dei voti! I: Perché abbandonaste improvvisamente gli studi per arruolarvi? In Viaggio al termine della notte, il vostro eroe si arruola a diciotto anni dopo aver ascoltato una marcetta militare. C: Ah! No, quello è un fatto inventato.

I: Vi arruolaste per patriottismo, per provocazione o per voglia di farlo? C: Certamente un po’ per voglia, ma anche perché sono un artista e quindi un po’ coglione. È sempre la stessa storia di… La trovavo meravigliosa, la vicenda di Reichshoffen [Céline si riferisce alle coraggiose − ma sfortunate − cariche della cavalleria francese durante la battaglia di Frœschwiller-Wœrth, il 6 agosto 1870; NdT], mi sembrava qualcosa di veramente ammirabile, devo dire. A rendere ciò più ammirabile di quanto non fosse in realtà, c’era anche il tono esaltato dell’epoca.

I: Il protagonista di Viaggio al termine della notte, Bardamu, scopre la realtà della guerra attraverso la paura. È stato detto di voi che non eravate coraggioso. Avete paura della morte? C: Oh, cazzo! Adesso, a ben vedere, sarebbe un sollievo.

I: Intendevo allora. C: Avevo ancora ragioni per vivere, no? Non avevo la stessa disposizione d’oggigiorno. Oggi, me ne frego, potrei suicidarmi all’istante, davanti a tutti. Verrebbe bene davanti alla cinepresa. Ma all’epoca, avevo ancora delle illusioni. Non delle illusioni, ma una pulsione di vita.
I: E voi volevate già essere medico? C: Sì, sempre. Molto! Molto! Molto!

I: Ma perché volevate essere medico? C: Ah, semplicemente perché ne avevo la vocazione.

I: Per rispetto di voi stesso? Per pietà verso gli uomini? C: No, per fare qualcosa nel campo della medicina; questo mi faceva piacere; questo mi ha fatto piacere per lungo tempo. Quando praticavo, e ora sono trentacinque anni, questo mi faceva piacere: di guarire un raffreddore, di curare una varicella, di dilettarmi con un morbillo. Lo facevo molto bene, mi prendevo cura anche del temperamento [si occupava anche dei problemi psicologici, NdT], non è vero? Lo so, io.

I: Vi interessa la sofferenza dell’uomo o la malattia in sé? C: Ah! No, la sofferenza dell’uomo. Io mi dico: se soffre, sarà ancora più cattivo del solito; si vendica e quella non è più sofferenza. Si sente bene! Bene! Molto bene! Mai stato meglio. Voilà!

I: Qual è il genere di persone che amate di più? C: I costruttori.

I: Quale detestate maggiormente? C: I distruttori.

I: Quali sono gli scrittori che sono più vicini a voi e quali invece vi sembrano gli antipodi? C: Mi interessano solo gli scrittori che hanno uno stile; se non hanno uno stile, non mi interessano. Ed è raro, lo stile, è raro. Ma le storie, ne è piena la strada: tutto è pieno di storie, ne sono pieni i commissariati, pieni i tribunali, piena la vostra vita. Tutti hanno una storia, mille storie.

I: Parlate di stile. Ma non c’è uno scrittore… C: Uno stile? Ah! Sì, signore. Ce ne sono uno, due, tre per generazione. Ci sono migliaia di scrittori, ma sono dei poveri pasticcioni… borbottano nelle loro frasi, ripetono quello che qualcun altro ha già detto. Scelgono una storia, una buona storia, e poi la raccontano. Per me questo non è per nulla interessante. Ho smesso di essere uno scrittore, nevvero, per diventare un cronista. Ho messo la mia pelle in gioco, perché, non dimenticate una cosa, la grande ispiratrice, è la morte. Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, non avete nulla. Uno deve pagare! Quello che è fatto senza pagare, non conta nulla, vale meno del nulla. Allora, avete scrittori gratuiti. Al giorno d’oggi, ci sono solo scrittori gratuiti. E quello che è gratuito, puzza di gratuito.

I: Qual è l’emozione a voi più familiare? L’odio? Il disprezzo? Il disgusto? L’amore? L’amicizia? Quale dunque? C: Il lavoro. Io sono qui per lavorare. Sono un povero lavoratore. Come diceva Cartesio, non sono più geniale di altri, ma ho più metodo, giusto? Io, non ho che un metodo, ed è quello di prendere un oggetto e poi di plasmarlo. Voi conoscete questa mediocre imitazione della cultura greca, è quello che vogliono fare tutti. È come nella canzonetta: “Encore une autre. Dis donc, je t’en prie, encore un! Encore un! J’en ai une bonne!”. È così. Capite? Quando una cosa dura dieci minuti, e beh, allora, è la novità! É un affare di cinquecento anni, mille anni.

I: Qual è stata la gioia più grande della vostra vita? C: Eh beh, Dio mio, devo dirvi che non ne ho avuta molta. Non ho vissuto molte gioie, non sono un privilegiato. Confesso che sarò felice quando morirò, ecco la verità. Desidero morire nella maniera più indolore possibile, soprattutto che non abbisogni di cure, non ci tengo a soffrire.

I: Credete in Dio? C: No, non ci credo per nulla, no, no, non ci credo per nulla, no, no, no, no, non credo per nulla in Dio. Sono un positivista. Non chiederei niente di meglio che credere in Dio; sono certamente un mistico. Ma il buon Dio, eh beh! Dio non mi sembra che si interessi molto alle stesse cose che mi interessano; questo sicuramente no, no, no. Ma sono un mistico, sì, lo sono di certo.

I: Dite di non avere avuto delle grandi gioie nella vostra vita. Avete avuto delle grandi sofferenze? C: Ah! Sono stato servito, per un bel po’! Di queste, da quella parte, ne ho avute ed in abbondanza. Me ne sono toccate di tutti i tipi, davvero; di quelle, in verità, ne ho avute molte, molte… Non voglio insistere oltre, ma davvero, le ho viste di tutti i colori!

I: Soffrite quando pensate al fatto che molta gente dice, pensa o fa del male? C: Ah! No, me ne frega altamente. Non mi interesso alle persone, mi interesso alle cose, capito?

I: Ma credete nell’amore? C: Se si prende la vita come una cosa molto divertente, eh beh, allora, largo all’amore! E a tutta la sua volgarità. Ma, per esempio, io sono… io non amo ciò che è comune, no, ciò che è volgare. Voglio dire che una prigione è una cosa che si distingue perché la persona ci soffre, no, mentre la dolce vita di Neuilly è una cosa molto volgare, perché la persona là si diverte. È questa la condizione umana.

I: Ma voi, per i vostri libri, sembrate una figura profetica. Quale profeta dell’Apocalisse, pensate veramente che il cielo si oscurerà? Credete che la condizione dell’uomo peggiorerà? Diteci, se volete, come vedete il futuro prossimo. C: Se gli tutti gli uomini volessero non andare in guerra, è molto semplice, dovrebbero dire: “Non ci vado”. Ma hanno il desiderio di morire; è un desiderio, c’è una misantropia nell'uomo. Per esempio, quando vedete gli incidenti appena accaduti, non pensate che siano tutti involontari. C’è dentro di esso, c’è dentro qualcosa di perverso, ci sono persone che vanno davvero contro un albero. Apparentemente un brav'uomo non sale nella propria auto dicendo: “Vado a schiantarmi contro un albero”; ma il desiderio c’è, sì, e l’ho notato io stesso a più riprese, soprattutto tra i chirurghi, tra persone distinte. Li ho visti guidare le auto in una maniera sospetta. Tutti gli uomini della terra non hanno che da andare al governo e dire: “Sapete? Io non voglio andare in guerra”. Eh beh, allora non ci sarà la guerra. Se invece la mantengono, è perché lo amano, questo desiderio generale, questo desiderio di distruzione. Come diceva Montluc, maresciallo di Enrico IV: “Signori, e vostri capitani, che conducete gli uomini alla morte. Perché la guerra è questo…”.

I: Se voi doveste morire adesso, per volere divino, quale sarebbe il vostro ultimo pensiero? C: Ah beh: Arrivederci e grazie! Ah! Va bene così. Non vi auguro alcun male, ma Dio mio, occupatevi di voi stessi, così, io me ne sono occupato poco. Manco d’egoismo, è assai raro. Il mondo ne è pieno, no?...

E mentre Louis-Ferdinand Céline ritorna alla sua solitudine piena di furore e di visioni, proprio sopra la sua testa, al primo piano, dove lui non è mai salito, per tutto il giorno le allieve di Lucette Almansor danzano, danzano, danzano… danzano...

(traduzione Andrea Lombardi)

Lucette Almansor e Rigodon


Intervista a Lucette Almansor di Philippe Djian, 1969

Djian: Cos’è Rigodon?

Almansor: Rigodon è il seguito di Nord, poiché è terminato con la guerra. È ventuno giorni convulsi attraverso la Germania in fiamme, come dei ratti…

D: “Noi” sta a dire lei, Céline e Le Vigan?

A: No, in Rigodon Le Vigan appare pochissimo: ci ha lasciato dopo dieci giorni lasciandoci Bébert (il gatto). L’avevamo ritrovato a Baden-Baden, mezzo nudo… non sapeva dove andare, e lo prendemmo con noi. Andammo a Berlino al fine di ottenere un permesso per l’espatrio. Ci fu rifiutato. Quindi fummo inviati a Zornhof in un campo per obiettori di coscienza. Ci era stato vietato di muoverci, ma quando tutto fu bombardato, partimmo per trovare il Governo francese a Sigmaringen, per curare feriti e malati. Infine, in capo ad un anno, “tutto è esploso” allora abbiamo tentato di rifugiarci in Danimarca, Abbiamo dovuto attraversare tutta la Germania sino alla frontiera… È questo Rigodon.

D: Poiché Céline è morto qualche ora dopo aver terminato questo romanzo, quale è l’ultima immagine che ci lascia?

C: Rigodon termina con una sorta di delirio visionario; la Francia è invasa dai cinesi…

D: Per quale motivo Rigodon ha dovuto attendere sette anni prima essere pubblicato dalle edizioni Gallimard?

A: Céline non aveva avuto il tempo di ricopiare il suo manoscritto; delle parole più volte cancellate e una scrittura divenuta spesso difficile, a causa del suo braccio malandato, ci ha reso difficile il delicato problema della trascrizione.

Questo compito si è svolto in due tempi: ho innanzitutto consegnato il manoscritto ad un avvocato, il Dottor Damien, il quale si è dedicato ad un gravoso lavoro di decifrazione al quale si dedicava non appena ne aveva la possibilità; ma restava ancora da compiere un enorme e delicato lavoro. È con il Dottor Gibault che comincia la seconda fase di questa necessità; in effetti, rimaneva il problema della punteggiatura e di alcune parole che rimanevano incomprensibili. Fu soprattutto una questione di pazienza e di probità; non abbiamo cambiato, aggiunto o omesso nulla. Ma Céline mi aveva letto la maggior parte del suo libro; così abbiamo trovato alcune parole seguendo le rime… capivamo se quella certa parola cadeva bene…

D: Quando avete salvato il manoscritto di Rigodon dal vostro appartamento saccheggiato, le pagine erano ordinate?

A: Si, Céline le aveva numerate. Tuttavia abbiamo trovato qualche pagina doppia, ma non abbiamo trovato grandi difficoltà, la scelta era già stata fatta.

D: Céline aveva un metodo di composizione?

A: No, scriveva con il suo cuore, i suoi impulsi, e la sua formidabile voglia di dire qualcosa; era musicista nell’anima, e componeva come tale; disponeva le sue parole in una certa gamma per trovare la sua “piccola musica”. Spesso, rimaneva delle giornate, o dei mesi, su qualche riga. D’altronde, prima di arrivare alla versione definitiva, Céline ne aveva fatto dieci o venti che aveva gettato.

D: E questo furto di manoscritti del quale Céline ha parlato tanto? Ci si può aspettare di veder riapparire dei romanzi interi?

A: Sì. Gli sono stati sottratti almeno quattro o cinque manoscritti abbozzati, delle opere che erano al quarto o al quinto rimaneggiamento… la fine di Casse-Pipe, certamente, questo romanzo doveva essere completamente terminato, penso. Ma un gran numero di questi documenti riapparirà alla mia morte. Personalmente, mi resta una quantità abbastanza grande di lettere di Céline, può essere che le farò pubblicare, ma non nell’immediato. D’altronde, la vita, per me, non mi interessa gran che. Quello che volevo, era di finire Rigodon; è per questa volontà che ho trovato le forze necessarie a portare a termine questo lavoro.

D: Ritorniamo un po’ indietro. Rigodon racconta la vostra fuga attraverso la Germania sino alla frontiera con la Danimarca. Cosa successe dopo?

A: Céline fu incarcerato a Copenhagen, restando due anni nel braccio dei condannati a morte; il ministro della giustizia lo rilascerà dopo aver letto La bella rogna, non trovandovi i motivi necessari per trattenere un uomo in prigione. Dopo, abbiamo passato cinque anni, su consiglio del nostro avvocato, nel pieno della foresta di Klarskovgard, presso Körsor, nella neve… una miseria totale… senza acqua, senza elettricità, con il pavimento in terra battuta…un paesaggio triste e selvaggio, completamente soli. Là, Céline termino Pantomima per un’altra volta, che aveva cominciato in prigione. In quei cinque anni, si comportò come un animale, chiudendosi in se stesso, e poi scriveva, quando ne aveva la forza. Era molto malato, aveva avuto la pellagra, perso trenta chili… ma era stato colpito soprattutto moralmente… Sapete bene che Céline esagerava tutto, ma, molte volte, la realtà era peggiore di quello che diceva… aveva due paia di guanti, mantelli all’infinito… e questo è durato cinque anni.

D: Sartre fa un omaggio a Céline in epigrafe alla Nausea. Sapete cosa ha separato in seguito i due uomini?

A: Sì, come epigrafe Sartre cita una frase di Céline in La Chiesa: “Bardamu è un ragazzo che non ha nessuna importanza collettiva, è solo un individuo”. Tuttavia, nei primi tempi, Sartre ammirava molto Céline, non ho mai compreso un voltafaccia così completo da parte sua. Céline ne fu molto colpito…

D: E Marcel Aymé?

A: Ah, Marcel è stato ammirevole; è stato di una pazienza e di una devozione straordinari… Per l’appunto, in un piccolo studio che ha fatto su Céline [apparso nei Cahiers de l’Herne], Marcel dice tutta la verità. Ha parlato del vero Céline e ha detto tutto.

D: Ma Céline, l’uomo che si è dato tanti volti, che ha voluto nascondersi dietro una falsa leggenda, chi era veramente?

A: Un uomo immensamente buono. Tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per il bene; amava la Francia, il suo paese, amava la gente in generale… era molto più tenero di quanto ci si immagini, ma non ne faceva mostra, ed è questa la vera tenerezza… ne è morto, d’altronde… E se a volte era un po’ duro con le persone, era perché si correggessero, non per altro. Non amava distruggere, e se rompeva qualcosa, era perché quella cosa gli sembrava inutile. Voleva creare… era un artigiano, senza alcuna vanità. Era pronto ad ammirare un altro, se costui dimostrava di saper lavorare tanto quanto lui. Quello che voleva, era del lavoro; pensava che non si “scavasse” mai abbastanza in profondità per trovare ciò che si cerca. “Restano alla superficie”, diceva parlando degli altri. Un solo pensiero… il lavoro… questo lato Medio Evo… era un osservatore… non un esibizionista… amava guardare, esaminare…

D: Come un medico, no?

A: Sì, d’altronde lo scrittore proviene dal medico… questo modo di vedere le cose… Avrebbe dato la sua vita per un malato, la sua vita non contava… la vita… non sopprimere la vita. Amante della vita. La sua passione: la giovinezza; adorava i bambini, gli animali, tutto quello che è giovane e nuovo… Scriveva per la gioventù, perché sapeva bene che non poteva più aspettarsi niente dagli uomini… che non l’avevano capito. Più tardi, può essere…

da Magazine Littéraire, Hors-Série 4, trad. Andrea Lombardi.

domenica 20 gennaio 2008

Ricordo di Céline



Le donne non hanno niente da dire su Cèline

di Arletty


Le donne non hanno niente da dire su Cèline. Dovrei quindi tacere… Fu l’articolo di Lèon Daudet che mi fece scoprire il Voyage, il solo colpo di fulmine letterario della mia vita, intendo tra i contemporanei. Non so spiegarlo, non sapendo scrivere. Ho tenuto dentro di me questa ammirazione. Sono stata ricompensata di questa discrezione facendo la conoscenza di Céline a casa di comuni amici, e, anche senza complimenti, lui fu felice di trovare una “paesana”, poiché ambedue siamo nativi di Courbevoie. Ma chiedete a sua moglie, un essere eccezionale − egli ebbe la donna che meritava, un altro dono di Dio − a quelli che lui amava, prima della sua morte. Sì, la sua morte, la sua sepoltura! Mi ricordo di sua moglie, di un dottore, di un gatto che girava intorno alla sua tomba. Egli desiderava un agrifoglio, un agrifoglio fiorito; un bambino con un grembiule a quadretti uscito da un catalogo del 1912, innaffiava i fiori della tomba vicina. Il bambino, l’animale, il fiore che amava per finire il suo viaggio. Lasciamo agli uomini l’onore di parlare di lui.

Arletty,
19 febbraio 1962

Da L'Herne - Céline (trad. Andrea Lombardi)

lunedì 7 gennaio 2008

A proposito di Céline




A proposito di Céline, di Arno Breker

Nel 1940, all’Istituto Tedesco di Parigi, feci la conoscenza di Louis-Ferdinand Céline. All’epoca era considerato tra i più importanti scrittori di Francia. Io conoscevo la sua opera letteraria; lui, la mia scultura. Céline era uno di quelli che, nonostante le differenze tra Francia e Germania, amavano e comprendevano la mia patria. “La piena riconciliazione e la cooperazione tra le nostre due nazioni – queste sono le cose più importanti”, mi disse nel corso del nostro primo incontro. Il desiderio di fare il suo ritratto s’impadronì subito di me. I connotati del suo volto, fortemente pronunciati e vivaci, mi affascinavano. Fisicamente, aveva una peculiarità; ossia c’era una discrepanza tra il volume della sua testa e il suo esile collo, che era emaciato. Intendevo compensare tale discrepanza per mezzo di una sciarpa, proprio come quelle che portava sempre nei suoi ultimi anni. Prima della guerra, trovai Céline molto elegante. Solo in seguito assunse lo stile di un Bohemienne del 19° secolo. Come è noto, viveva circondato da un gran numero di gatti e cani, a Meudon, in una grande casa che aveva iniziato un po’ a decadere. Lì, lo visitai un’altra volta, poco prima della sua morte nel 1961. L’atmosfera del suo appartamento era tipicamente francese. I mobili e gli oggetti intorno a lui, nella loro permanente apparenza, sembravano essere torpidi e immobili per decenni. La polvere e la patina del tempo avevano iniziato a coprirli con una strana immobilità. In quel pomeriggio, Céline mi guardò a lungo negli occhi, parlò pochissimo, e sembrò veramente avere detto nei suoi libri tutto quello che aveva da dire. Le poche parole che disse, riguardarono l’esistenza umana, la sua permanenza sulla terra, e l’eternità.

Mentre me ne stavo andando, Céline mi disse: “Questo non è un addio! Noi rimarremo”. Stringendogli la mano, gli risposi, molto emozionato: “E così sia, mio caro, grande amico”.



(traduzione A. Lombardi)






giovedì 3 gennaio 2008

“Signori, e vostri capitani, che conducete gli uomini alla morte. Perché la guerra è questo…”. Intervista a Céline, 1959




[...] Intervistatore: Qual è stata la gioia più grande della vostra vita?
Céline: Eh beh, Dio mio, devo dirvi che non ne ho avuta molta. Non ho vissuto molte gioie, non sono un privilegiato. Confesso che sarò felice quando morirò, ecco la verità. Desidero morire nella maniera più indolore possibile, soprattutto che non abbisogni di cure, non ci tengo a soffrire.

I: Credete in Dio?
C: No, non ci credo per nulla, no, no, non ci credo per nulla, no, no, no, no, non credo per nulla in Dio. Sono un positivista. Non chiederei niente di meglio che credere in Dio; sono certamente un mistico. Ma il buon Dio, eh beh! Dio non mi sembra che si interessi molto alle stesse cose che mi interessano [ossia agli uomini, NdT]; questo sicuramente no, no, no. Ma sono un mistico, sì, lo sono di certo.

I: Dite di non avere avuto delle grandi gioie nella vostra vita. Avete avuto delle grandi sofferenze?
C: Ah! Sono stato servito, per un bel po’! Di queste, da quella parte, ne ho avute ed in abbondanza. Me ne sono toccate di tutti i tipi, davvero; di quelle, in verità, ne ho avute molte, molte… Non voglio insistere oltre, ma davvero, le ho viste di tutti i colori!

I: Soffrite quando pensate al fatto che molta gente dice, pensa o fa del male?
C: Ah! No, me ne frega altamente. Non mi interesso alle perso-ne, mi interesso alle cose, capito?

I: Ma credete nell’amore?
C: Se si prende la vita come una cosa molto divertente, eh beh, allora, largo all’amore! E a tutta la sua volgarità. Ma, per esempio, io sono… io non amo ciò che è comune, no, ciò che è volgare. Voglio dire che una prigione è una cosa che si distingue perché la persona ci soffre, no, mentre la dolce vita di Neuilly è una cosa molto volgare, perché la persona là si diverte. È questa la condizione umana.

I: Ma voi, per i vostri libri, sembrate una figura profetica. Quale profeta dell’Apocalisse, pensate veramente che il cielo si oscurerà? Credete che la condizione dell’uomo peggiorerà? Diteci, se volete, come vedete il futuro prossimo.
C: Se gli tutti gli uomini volessero non andare in guerra, è molto semplice, dovrebbero dire: “Non ci vado”. Ma hanno il desiderio di morire; è un desiderio, c’è una misantropia nell’uomo. Per esempio, quando vedete gli incidenti appena accaduti, non pensate che siano tutti involontari. C’è dentro di esso, c’è dentro qualcosa di perverso, ci sono persone che vanno davvero contro un albero. Apparentemente un brav'uomo non sale nella propria auto dicendo: “Vado a schiantarmi contro un albero”; ma il desiderio c’è, sì, e l’ho notato io stesso a più riprese, soprattutto tra i chirurghi, tra persone distinte. Li ho visti guidare le auto in una maniera sospetta.
Tutti gli uomini della terra non hanno che da andare al governo e dire: “Sapete? Io non voglio andare in guerra”. Eh beh, allora non ci sarà la guerra. Se invece la mantengono, è perché lo amano, questo desiderio generale, questo desiderio di distruzione. Come diceva Montluc, maresciallo di Enrico IV: “Signori, e vostri capitani, che conducete gli uomini alla morte. Perché la guerra è questo…”.

I: Se voi doveste morire adesso, per volere divino, quale sarebbe il vostro ultimo pensiero?
C: Ah beh: Arrivederci e grazie! Ah! Va bene così. Non vi auguro alcun male, ma Dio mio, occupatevi di voi stessi, così, io me ne sono occupato poco. Manco d’egoismo, è assai raro. Il mondo ne è pieno, no?...


E mentre Louis-Ferdinand Céline ritorna alla sua solitudine piena di furore e di visioni, proprio sopra la sua testa, al primo piano, dove lui non è mai salito, per tutto il giorno le allieve di Lucette Almanzor danzano, danzano, danzano… danzano...

(traduzione Andrea Lombardi)

giovedì 27 dicembre 2007

Intervista di Hanrez a Céline



Louis Ferdinand Destouches detto Cèline 1894-1961

1944: Cèline lascia la Francia. Contro di lui c'è un mandato d'arresto. Roger Vailland ha giurato di ucciderlo. Gli viene rinfacciata la sua collaborazione con il Nazionalsocialismo, il suo antisemitismo. Cèline fugge in Germania, poi in Danimarca, perseguitato dall'odio dei democratici, dal disprezzo di Jean Paul Sartre. La sua stessa opera è dimenticata Cèline ritorna in Francia solo nel 1948. Continua a scrivere ma è circondato dall'ostilità generale e si ritira con la moglie Lucette e i suoi numerosi cani e gatti in una casa a Meudon. Ed è qui che riceve il giovane universitario belga Marc Hanrez per l'ultima, straordinaria intervista, apparsa su Frigidaire n.8-9 luglio-agosto 1981.

Hanrez: Vorrei farle alcune domande a proposito dell'aspetto mistico della sua opera, un aspetto che non è ancora stato trattato dalla critica. Secondo me, una concezione mistica della vita si può trovare nei passi più fiabeschi del "Viaggio al termine della notte", in " Morte a credito" e in altri libri.

Cèline: Ci troviamo a lato del problema. Se mi è consentito vorrei dire che vedo la cosa un po' diversamente. Tutti noi abbiamo il desiderio di penetrare questo mistero di cui lei parla, e a cui pittori e disegnatori si avvicinano più degli altri. C'è la linea, questa famosa linea: alcuni la trovano nella natura, gli alberi, i fiori, il mistero giapponese. Bisogna bene che ci si confronti tutti con la natura. Io, devo confessarlo, non ne sono poi così fiero, mi sono molto occupato del corpo umano, nella mia posizione d'anatomista, come esperto di dissezione. Amo molto la dissezione. Non è una mia invenzione, non sono certo il primo tizio che è affascinato dalla dissezione... Ma non è tutto, anche la forma vivente mi interessa. E' per questo che durante tutta la mia vita ho perduto. no, non ho perduto, ho passato molto del mio tempo intorno alle ballerine, perché volevo avvicinarmi alle linee e ai corpi che cerco (cosa che è esposta in "L'Eglise" e in "Fèerie"). La ricerca di questa linea astratta: un movimento di danza mi rende raggiante! Ne parla anche Valery, ma con volgarità. C'è gente che non capisce queste cose: Io mi sono personalmente educato a lungo a questo riguardo. Ero povero e mia madre era merlettaia. Avevamo delle clienti, io ero impressionato dalla loro bellezza fisica e m'interessavo moltissimo a loro, nella nostra infelicità (perché Dio solo sa quanto lavoravo!). Eppure non ero certo spinto in questa direzione. Tuttavia mio padre - era un disegnatore - aveva anche lui la tendenza a ricercare le linee. Per un uomo comune questo è solo un atteggiamento da porco. C'è, infatti, un lato erotico in questa smania d'osservare. E' l'istinto della riproduzione che si fa strada (cerchiamo di essere sinceri, non vorremmo certe pretendere di essere puri), ma c'è anche dell'altro. D'altra parte le disgrazie e i difetti fisici mi allontanano dal corpo umano, dalla persona.

Hanrez: Nell'opera "Entretiens di Robert Poulet", lei dice che la maggior parte degli uomini che la circondano sembrano dei morti. Che cosa intende con ciò?

Cèline: Si occupano di questioni volgarmente alimentari o aperitive; bevono, fumano, mangiano, in un modo tale che sono usciti dalla vita - per la vita. Digeriscono. La digestione è un atto molto complicato (di cui conosco il meccanismo) che li assorbe completamente: il loro cervello, il loro corpo.Essi non hanno più niente, hanno solo la pelle. Basta mettersi alla terrazza, guardare le persone: al primo colpo d'occhio, lei riconoscerà tutta una serie di distrofie, di volgari invalidità. Sono laide, penose da vedere! Sono orribili in tutti i paesi del resto. Ed io lo posso dire, visto che sono stato in molti paesi: ero in missione per la sezione d'igiene della Società delle Nazioni. Gli uomini li vedo totalmente assorbiti dalle funzioni bassamente digestive. E' l'istinto di conservazione (ci sono due istinti nell'uomo: la conservazione e la riproduzione.). Si abbuffano dieci volte più del necessario, bevono dieci volte di più di quanto dovrebbero; non sono altro che apparecchi digestivi. Molto a fatica lei potrà trovare un essere al fondo di questa zuppa alcolica e fumosa.ma non è interessante. Si ha a che fare con dei mostri.

Hanrez: Lei sostiene che l'individuo perde la sua coscienza.

Cèline: Assolutamente. Sia che si tratti di francesi, o di negri, o di gialli, o di rossi, l'istinto di conservazione li domina. Essi ne sono avviluppati, hanno chiuso. Basta qualche chiacchiera, qualche farfugliamento, delle grandi vanità, una decorazione, delle accademie: ed eccoli soddisfatti. Soddisfatti in una certa misura. Hanno sempre, in fondo, il gusto del circo romano. Gli uomini sono ancora incantati quando vedono altri battersi a sangue, quando assistono a torture. Ho sempre sostenuto che il teatro e il cinema annoiano. La gente non ama il cinema, non ama il teatro, si annoia, chi più chi meno. Si dice che un'opera è buona quando annoia meno di un'altra, ma non diverte mai. Invece sarebbe divertente uscire dal teatro e trovare aperto un circo romano, con dei mirmidoni, dei gladiatori, che si prendono a sciabolate, si squartano sul serio. Questo sì che è spettacolo, è quello che vogliono, ed è quello che succede!.

Hanrez: Qualche tempo fa lei mi ha detto che il mondo occidentale manca di fede. Quale sarebbe a suo avviso la fede che noi potremmo ritrovare o ricreare?

Cèline: La questione è chiusa, finita. Non c'è più fede perché siamo troppo vecchi. Il mondo occidentale è consumato dalle guerre, dalle chiacchiere, dall'alcool. Da quando hanno piantato la prima vigna, cioè quattro o cinque secoli prima di Cristo, si può dire che la storia d'Europa sia finita. prima dei druidi! Non c'è più storia.

Hanrez: Qual è il popolo o la serie di popoli che ora farà la storia?

Cèline: Sarà difficile. Credo che toccherà a quel popolo che saprà astenersi dal bere e dal mangiare. saranno gli asceti. Ma non vedo nessun asceta in questo momento. Buddha è enorme, un commissario del popolo cinese ha un grosso posteriore, come quello di un arcivescovo. Commissario del popolo, arcivescovo o ministro, tutti cominciano coll'avere un grosso culo, guance gonfie, zanne escrescenze ovunque. Sì abbuffano. è quello che chiamano "mangiar bene"! E solo dopo si dichiarano pronti a tutto. Quando un capo di stato rimpiazza un altro capo di stato, quando un generale. quando un presidente della Repubblica incontra un altro presidente della Repubblica, si prepara un menù, e questo menù, viene pubblicato dai giornali. Il pubblico guarda e dice: "Ah! Ma guarda che leccornie ammirevoli, involtini di bue, piselli dorati. Ah, che leccornie, che leccornie!". Lei capisce, questo significa dare alla digestione - all'istinto di conservazione, di conseguenza - un importanza enorme, ed è proprio questo che uccide. L'istinto di conservazione, blandito, vezzeggiato dalla medicina che fa progressi tutti i giorni, come certo lei sa, la chirurgia ecc. Insomma la gente è inadatta, non riesco a immaginarmi dei nuovi asceti.

Hanrez: Quindi secondo lei la razza umana del futuro sarà una razza d'asceti?

Cèline: Ah! Unicamente una razza d'asceti! Degli asceti che faranno ogni sforzo per eliminare ogni tendenza alla trippaglia. Altrimenti sarà mostruosa. Se si cercasse di allevare dei maiali, come si allevano gli uomini nessuno li comprerebbe: dei maiali alcolizzati! Noi siamo allevati molto peggio dei maiali, molto peggio dei cani, delle anatre, dei polli. Nessuna specie vivente sopravviverebbe al regime seguito dagli umani.

Hanrez: Lei parla di questo istinto di conservazione che ci spinge ai limiti e che ci uccide, ma questo istinto è pur sempre legato a quello della riproduzione, perché per riprodursi bisogna conservarsi.

Cèline: Guardi l'istinto della riproduzione se la sbriga da solo, non ha davvero bisogno di noi. Basta che l'uomo abbia un'erezione, che scarichi i suoi due tre cm. di sperma - ed oltre, voglio essere generoso - e riesce a riprodursi. Questo avviene tranquillamente, è molto facile. Quanto alla donna è sufficiente ch'essa si presti alla bisogna. è fatto. Non ci si occupa di lei, fa dei bambini senza neanche accorgersene. Madri di famiglia che hanno compiuto il loro dovere coniugale, è tutto.

Hanrez: A proposito della donna nella sua opera, essa occupa un posto relativamente importante, ma l'amore e soprattutto l'amore sentimentale, non vi trova pressoché spazio. Questo accade perché lei lo nega, o perché pensa che è sottinteso, che non deve comparire in primo piano nel racconto?

Cèline: Non nego spazio all'amore, al contrario. Il fatto che due esseri si associno è una cosa molto rispettabile, direi molto normale, perché aiuta a resistere agli urti della vita, che sono innumerevoli. E' gentile, è piacevole, ma io non credo che questo argomento meriti troppa letteratura. Anzi le dirò che questa faccenda la considero perfino pesante e volgare. "Io ti amo" sono parole abominevoli, che, per quanto mi riguarda, non ho mai adoperato, perché una cosa così non si può esprimere, la si sente e basta. Un po' di pudore non guasta. Queste cose esistono, ma si dicono una volta al secolo, all'anno. non tutti i giorni come nelle canzonette.

Hanrez: Nel "Viaggio al termine della notte", si sente che il protagonista viene fortemente attratto dalla donna (penso alle diverse donne che egli incontra e specialmente alle due americane), ma questa attrazione non si esprime attraverso le parole "io ti amo" ecc. Lei pensa che questa attrazione che è alla base dell'amore non debba essere espressa in parole?

Cèline: Non vedo perché. E' un sentimento, è un atto, Dio mio, abbastanza bestiale - e bestiale bisogna che sia! Contornarlo di fiorellini mi sembra volgare. Il cattivo gusto consiste precisamente nel mettere dei fiori laddove non ve n'è alcun bisogno. Sono cose che si possono anche fare. ma non è essenziale. Lei entra in un delirio, il coito è un delirio: razionalizzare questo delirio con delle manovre verbali, mi sembra idiota.

Hanrez: Lei considera dunque il coito come l'atto supremo, il compimento dell'amore?

Cèline: L'amore è un modo di dire: è l'atto della riproduzione. Non ha storia ci è stato dato. E' un premio che la natura dà al coito per la riproduzione: dà al brav'uomo un orgasmo di qualche secondo che lo mette in comunicazione con lei. Alla brava donna niente, non è importante.

Hanrez: Come in certe credenze induiste lei pensa che nel momento del delirio si entra in comunicazione con la natura.

Cèline: Evidentemente. Mistico, non so. Dare un premio al brav'uomo affinché si senta trasportato in un mondo che non conosce, il mondo della natura.

Hanrez: Lei crede che esistano degli altri mezzi oltre al delirio per raggiungere questa conoscenza, questa specie d'accoppiamento con la natura?

Cèline: E' molto potente. Non c'è niente da dire alla natura. Essa è suprema, perché ci piazza là, poi ci riprende. Dico che gli uomini hanno una sorte molto difficile e dolorosa, perché in fondo la natura si fa beffe di loro. Come dice La Rochefoucauld: "Essi non si sentono nascere. Soffrono per morire e aspettano di vivere". E' così: aspettano di vivere, ma in verità non vivono mai. Capiscono di morire e soffrire per la maggior parte del tempo (il 99 per cento). Aspettano la pensione, aspettano una promozione, aspettano la laurea, aspettano sempre qualcosa. Aspettano l'essere amato, poi hanno qualche mese di delirio, qualche crisi di coito, e poi tornano ai loro numerosi obblighi, più infelici ancora quando si occupano degli altri, chiusi in un eterno egoismo. La loro sorte non è certo divertente!

Hanrez: Ci sarebbe dunque negli uomini un'impotenza a cogliere il momento, a godersi la vita così come si presenta in un momento particolare.

Cèline: Si. L'uomo non è un animale, visto che conosce il proprio avvenire. E perciò ha paura, giustamente, di ciò che lo aspetta. La bestia non lo sa, soffre quando le capita qualcosa, ma non prevede, o prevede poco, come il cavallo prima di essere abbattuto. La bestia che uno uccide sente di morire, ma solo per brevissimo tempo, mentre l'uomo già sessant'anni prima cerca di farsi un'idea di quello che lo aspetta. Gli studi di medicina lo informano mirabilmente sulla vita. Queste cose lo incupiscono. Egli allora corregge i suoi pensieri lucidi con l'alcool e il mangiare, i viaggi, l'auto, insomma le diverse tecniche per ingannare la sua lucidità. Egli non è più lucido. Va alle accademie, al teatro. La sua testa si distrae - all'opposto di quello che cercano di fare i religiosi. Gli si ripete tutto il tempo: "Attenzione! Non è questa la realtà della morte!". Insomma invecchia nella sua tomba (il compito dell'uomo è evidentemente di dormire nella sua bara tutte le sere).

Hanrez: Secondo lei, dunque, un pensiero lucido è un pensiero escatologico, essenzialmente.

Cèline: Essenzialmente. Egli non può che accettare la propria sorte, pensare al proprio padre, alla madre, ai fratelli, ai cugini.

Hanrez: E' un pensiero che lei ha già espresso all'inizio di "Morte a credito", quando parla della morte della sua portinaia. Del resto in tutte le sue opere si capisce che per lei è un problema molto importante.

Cèline: E' il principale problema dell'uomo.

Hanrez: Ma ci sono due modi, credo, di considerare il problema della morte: sia come una paralisi dell'azione e del pensiero, sia come uno stimolante. Ci sono persone che, nella loro maniera di considerare la morte e la sua prospettiva, giungono a non agire più, non osano più agire. Suppongo che lei non sia tra questi, no?

Cèline: Ho sempre avuto un temperamento da medico, specie nel considerare il problema della morte; la mia vocazione non era letteraria. Alla sua età ed anche quando ero più giovane, avevo la vocazione del medico (nella mia miseria, perché ero molto povero) che consiste essenzialmente nel rendere la vita più facile agli altri. La mia pratica, se vuole, è una mistica - la sola che abbia - e non m'è riuscita!. E' una specie di ideale da "buona sorella" che avevo: darmi interamente al conforto dei malati.

Hanrez: Nella sua giovinezza, lei ha ricevuto un'educazione cristiana?

Cèline: Ho fatto la mia prima comunione, come la fanno tutti a una certa età, poi l'apprendistato presso i padroni; a undici anni era tutto finito. Non posso dire che fossi posseduto dalla religione. Ero posseduto dalla medicina. Non ero disperato. Del resto la vita non la si considera sempre nello stesso modo: a venti, quindici o tredici ani non si vede la morte, non ci si pensa. Si pensa solo alla vita e la si vuole rendere più facile. Ero un bravo ragazzo, niente di più. Mi occupavo soprattutto di medicina, che mi interessava; e poi sono arrivato alla letteratura come lei sa. E' stato un passaggio inatteso.

Hanrez: Ma un passaggio che lei ha preso sul serio.

Cèline: Solo perché mi hanno reso impossibile seguire la medicina. Non si possono fare dei libri e allo stesso tempo. non sarebbe serio. Oggi tutto è cambiato. Il medico che s'interessa di tutto non esiste più Oggi, o si diventa specialisti o niente. Ma ai miei tempi era ancora possibile. Un brav'uomo che fa dei libri! Mi è sempre parsa un'idea comica, quella di un tizio che si siede a un tavolo e comincia a tracciare sulla carta dei pensieri. La trovo un'attività immodesta, impudica. Questo modo di guardare la storia non lo trovo serio, e pur tuttavia continuo. Del resto ora non me ne frega più niente, non importa più niente. Ecco.