domenica 5 luglio 2009

Quel rissoso, irascibile, carissimo Louis-Ferdinand Céline: Saverio Paleni e Bagatelle per un massacro



Bagatelle per un massacro è, come sappiamo, uno dei testi più controversi di Céline; non mancando mai di suscitare polemiche e reazioni. Il "navigatore di lungo corso" Saverio ci ha inviato una interessante riflessione su Bagatelle, che pubblichiamo con piacere:

Quel rissoso, irascibile, carissimo Louis-Ferdinand Céline
di Saverio Paleni

Personalmente penso che “Bagatelle…” contenga il meglio e il peggio di Céline, essendo questo rappresentato dal rabbioso antisemitismo… Diciamo la verità: la predica antisemita è per la più parte noiosa e prevedibile, lo stile di Céline è latitante, tocca invece sorbirci un pistolotto involontariamente comico, quasi si stesse leggendo un qualsiasi numero della “Torre di Guardia”, lasciato nelle nostre mani da un prolisso e indisponente Testimone di Geova… L’acerrimo spleen céliniano, in grado di desertificare ogni rigogliosa landa nel raggio di dieci chilometri… di essiccare all’istante ogni ingenuo, tenero virgulto di speranza… di annichilire ogni eventuale, residua rosea, ottimistica visione del futuro…
l’invenzione continua… l’imprevedibilità di ogni nuova riga… in breve: la corsa in ottovolante emozionale è in pausa, l’Acre Stil Novo sonnecchia…
La terribile, furibonda, intollerante, intollerabile sferza céliniana si abbatte sugli Ebrei, in modi del tutto simili a quelli che un idiota come Julius Streicher utilizzava su “Der Stürmer”… questo, secondo me, rappresenta la zoppìa del Colosso, il tallone d’Achille che espone il Nostro agli attacchi di un Sartre qualsiasi, felice, quasi incredulo di potersi sbarazzare di un concorrente imbattibile…
Bisogna peraltro notare che l’antisemitismo è uno di tanti temi trattati in “Bagatelle…”, è perciò solo una frazione di queste e una frazione minima della totalità dell’opera di Céline; si tratta di un incidente di percorso, un’ossessione durata qualche anno che gli ha portato rovina, persecuzione, quasi-morte.
In un infernale contrappasso dantesco, all’indomani dello sbarco in Normandia, al Nostro tocca provare, a sua volta, la non simpatica sensazione di esser diventato un untermensch in casa propria, tocca a lui, adesso, fungere da capro espiatorio… quando i massacratori di Pellerossa giudicheranno in modo sommario i massacratori di Ebrei… Brasillach, catturato con l’inganno, verrà fucilato, Drieu La Rochelle corona il sogno di una vita intera suicidandosi; più modestamente il Nostro muove verso la Germania, con adeguato seguito di una unterfrau e di un unterkatze… In seguito la feroce detenzione in Danimarca gli farà provare un trattamento non molto diverso da quello di un deportato ebreo in un lager…
Ma la gran parte di “Bagatelle…” è straordinaria nel portare a compimento il sincopato céliniano. Il ritmo incalzante dell’emozione originaria, senza mediazioni, viene portato sulla pagina, il coinvolgimento è totale, la nuda realtà è resa nitidamente, senza additivi, edulcoranti, eufemismi… lo stesso Céline non ha nessuna difficoltà a degradare sé stesso e la figura, l’importanza, l’ascendente dello Scrittore, raffigurandosi senza remore come uno
sfigato qualsiasi, a volte come un vero stronzo… Céline non impartisce nessuna lezione… non offre facili vie d’uscita dall’orrido impasse del mondo moderno… non consola, non lenisce il sostanziale fallimento, l’insufficienza della condizione umana sul pianeta terrestre… non offre un ideale per vivere… non crede, per conoscenza diretta e per averli a lungo frequentati, all’imminente riscatto degli umiliati, degli oppressi e degli sfruttati… Eppure con l’esempio delle sofferenze patite… con l’attaccamento profondo, animalesco alla vita… con la volontà di scrivere sempre e comunque… la sovrumana determinazione a non lasciar ridurre al silenzio la sua voce… con l’opporre all’aguzzino le sue risorse di base e cioè la tempra d’acciaio del corazziere Destouches, eroe decorato della Prima Guerra Mondiale e l’impressionante macchina d’acciaio che gira di continuo nel suo cervello e che sforna idee, parole e frasi a getto continuo… con tutto questo Céline diventa paradossalmente un punto di riferimento positivo e una rocciosa fonte di ispirazione per il lettore accorto… che può apprezzare la vita così com’è, qui ed ora, provando comunque a fare meglio che può, riconoscendo il significato invisibile che si condensa nella somma di tante piccole azioni quotidiane, ben fatte, ma che sembrano inutili, prive di significato in sé, nel loro succedersi… “Bagatelle…” rappresenta un banco di prova per l’ardito lettore, che deve (dovrebbe) andare oltre i fuochi d’artificio degli aspetti porno, gore e osceni, oltre il turpiloquio, l’insulto, la volgarità per interrogarsi su tolleranza, moralismo, educazione, ipocrisia, buonismo, politicamente corretto, razzismo, antisemitismo; affrontare onestamente, analizzare, provare a capire l’aggressione céliniana, può portare ad una più profonda conoscenza di sé, in pratica a fare un passo avanti nel trovare sé stessi, unico sensato obiettivo che Céline indicava come raggiungibile “tra la morte e l’esistenza”… In pratica i potenziali benefici superano di gran lunga quelli ottenibili da un ciclo di psicoanalisi della durata di cinque anni…
Io trovo eccezionali i tre balletti, che non vanno secondo me snobbati come divertissement poco importanti: Céline abbandona la narrazione in prima persona, si astrae dalle cure della vita di tutti i giorni, dall’urticante complicazione del mondo reale, dal tormentante fastidio estetico del mondo esterno, e descrive in modo più rilassato e affettuoso tre frammenti del mondo che sta nella sua testa: un mondo semplificato e migliore, il mondo in cui gli sarebbe stato più lieve vivere. Non si tratta comunque di stupido idillio: la vecchia Karalik, il Fulmicoach, Van Bagaden sono messi lì a ricordarci che anche in questi luoghi, sullo sfondo, si agitano i demoni céliniani, ma non sono preponderanti, non così opprimenti: piccoli disturbi, malumori che svaniscono con un’alzata di spalle…
La brutale onestà, al limite dell’autolesionismo, è uno dei motivi della grandezza del Colosso: ha scritto l’inscrivibile, detto l’indicibile, ampliato di cinque volte la gamma espressiva della lingua scritta, includendo tutte le cose che normalmente si tacciono o si ignorano: il momento della bestemmia, dell’incazzatura feroce, dell’invettiva-con-schiumaalla-bocca, capita a tutti, si tratta solo di essere abbastanza adulti da ammetterlo… Eppure nella pagina scritta si tende a evirare, sterilizzare, neutralizzare tutto per giungere a un risultato come “l’indomani erano entrambi invitati al ricevimento della duchessa”…
Céline dà fuori di matto, cerca di scuotere l’inerzia, prova a introdurre qualche elemento di verità nella rivoltante melassa che costituisce il 98% della lingua scritta, assumendo così la preziosa e ormai scomparsa funzione di giullare di corte… egli è l’unico che può dire la verità al Re, gli ricorda che l’uomo di potere è tale perché assomma in sé le frazioni di potere che i suoi sottoposti rinunciano ad esercitare… Per questo privilegio il giullare vive ai margini dalla società, verrà sepolto in terreno sconsacrato, al di fuori della cinta muraria…
Nella foto riprodotta nella quarta di copertina del “Viaggio al temine della notte” Céline appare alla fine del viaggio, una figura ancora potente, stoica… duramente colpito dalla vita ma presente e lucido, non ancora sconfitto… in una posa che sembra ideata per un monumento che non verrà mai eretto… sembra un veggente che indica sicuro il corso futuro delle cose del mondo, per lui chiare, evidenti… una preziosa risorsa per gli uomini, se solo qualcuno volesse ascoltarlo…
Céline è un moderno Ulisse, ha viaggiato in tutto il mondo… ha conosciuto tutti, visto tutto, ascoltato tutto, annusato tutto, provato tutto… per concludere che nulla in fondo importa, per inchiodarsi con la sua piccola cerchia ai margini di Parigi, ai margini della Letteratura, ai margini dell’esistenza…

Da:
“È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente.”
A:
“Reims… Èpernay… di quelle profondità spumose che più niente esiste…”

Da un “niente” iniziale ad un “niente” terminale ha realizzato la sua Terrena Commedia, un’opera monumentale di fatto ma non pomposa né solenne né alla moda, che lo colloca nella classe di un Alighieri o di uno Shakespeare…

“Bastano in fondo queste tre parole che si ripetono: il tempo passa… bastano per tutto… Nulla sfugge al tempo… solo piccoli echi… sempre più sordi… sempre più rari… Che importanza hanno?…
(…)
E poi ecco…
Piano piano, diventeranno tutti fantasmi… e tutti… e tutti… e Yubelblat e Borokrom… e la Nonna… e Natalia, proprio come Elisabetta… l’altra Imperatrice…
(…)
come le mie scarpe al Mont-Boron… Tutto diventerà fantasma… huhu!… huhuhu!… Li si vedrà sulle lande… E sarà meglio per loro… Saranno più felici, molto più felici, nel vento… nelle pieghe dell’ombra… vhuhuhu… vhuhuhu… ballando in tondo… Non voglio più andare in nessun posto… Le navi sono piene di fantasmi… verso l’Irlanda… o verso la Russia… Diffido dei fantasmi… Sono dappertutto… Non voglio più viaggiare… è troppo pericoloso… Voglio restare qui per vedere… vedere tutto… Voglio diventare fantasma qui, nel mio bu-co… nella mia tana… A tutti loro farò… Uh! bu!… Uh!… bu!… Creperanno di paura… Mi hanno rotto abbastanza quand’ero vivo… Sarà il mio turno…”

Alla fine, quello che rimane… il potere delle parole, probabilmente insuperate… Dopo settantadue anni… emozione, meraviglia, commozione… lustre, nuove, fresche di giornata…

Louis-Ferdinand Céline, beato-dannato, AltoParlante, Macchina Per Scrivere, non è esistito invano…

giovedì 2 luglio 2009

Ferruccio Nobile e Céline (C'est Line)



L'artista Ferruccio Nobile, che ringraziamo tantissimo, ha disegnato "in esclusiva" per il nostro Blog questo splendido Louis-Ferdinand Céline!
Ferruccio Nobile, nato a Ragusa nel 1967 ha studiato Costume e scenografia all'Istituto Europeo di design diplomandosi nel 1990 con il massimo dei voti. Ha studiato pittura con il Maestro Pasquale Verrusio e ha lavorato come costumista per Opere liriche e Balletti in Svizzera e Germania al Grand Théatre de Genève, Theater Basel, Stadttheater Remscheid e altri. Ha lavorato con registi come Rui Horta, Christophe Feutrier, Andre' De La Roche, e altri. Nel 1997, dopo un viaggio in Nuova Zelanda, comincia a dipingere sui corpi elaborando i temi della cultura Maori utilizzando colori e tecniche miste e a fotografarli in studio.

giovedì 25 giugno 2009

Un Caffè con Céline: Celati e Le Clézio



Un Caffè con Céline
di Gilberto Tura

Nell'ambito della nascita della critica céliniana in Italia, fondata, finalmente, su basi scientifiche e sviluppatasi nella seconda metà degli anni '60, s'inserisce il n. 3 del 1970 della rivista bimestrale IL CAFFE' letterario e satirico. Vi compaiono, tradotti da Lino Gabellone, due testi di Céline: Viva l'amnistia, signore! e L'esagitato in provetta, due saggi (di seguito trascritti), il primo di Gianni Celati e il secondo dello scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 2008, Jean-Marie-Gustave Le Clezio e infine Cinque sogni per Céline e cinque disegni e testi di Antonio Faeti, uno dei quali troverete in chiusura di post.

CELINE UNDERGROUND
di Gianni Celati

Presentando la traduzione americana di Morte a credito su "The New York Times Book Review" il romanziere Jay Friedman concludeva il suo discorso celebrativo con una dichiarazione meno scontata delle precedenti: « Una parte di me stesso spera che Céline non divenga un Grande Scrittore ufficiale ». Un bel pensiero e niente più, siccome nel mondo delle merci la logica dell'attribuzione di valore è regolata da ben più concreti meccanismi che non siano le opinioni dei critici. Ma è possibile registrare la fondatezza d'un simile atteggiamento, poiché Céline è scrittore underground in modo tanto esemplare da indicare oggi, come nessun Grande Scrittore ufficiale potrebbe fare, un limite di separazione decisivo; il limite tra le scelte negative che nascono da sillogismi verbali e finiscono lì, e quelle che si traducono in un completo coinvolgimento della persona coi rischi personalmente corsi che ci van dietro.
Céline fa effetto sul pubblico, ma davvero spaventa ancora gli esperti editoriali; soprattutto i benpensanti pronti a cavar di tasca tanti certificati di questa o di quella resistenza, ma poi servi ossequienti di un padrone che non vuol grane. Sicchè i suoi libri possono essere sì diffusi, ma ci si sente in dovere di attutire l'impatto con prefazioni bigotte che distinguano il pro e il contro e in fondo mostrino questo autore come il genio maledetto che non sapeva quel che faceva e perciò è da prendere con le molle. Tipica in questo senso la prefazione a Morte a credito, nata dall'incompetenza d'un tal Carlo Bo professore, la quale a buon diritto fa sospettare che il menzionato Carlo Bo non abbia mai letto niente di più del menzionato Morte a credito nella cattiva traduzione italiana d'un tal Giorgio Caproni poeta.
E' poi un fatto che i nuovi raffinati francesi di Tel Quel e Changes come i vecchi raffinati francesi della scuola dello sguardo manifestino una civile noncuranza per Céline. E' un fatto che ( quale che sia l'opinione di Monsieur David ) nell'avanguardia italiana altrettanto nobile e raffinata, Céline non trovi alcuna considerazione. Dovunque passino i confini dell'ufficialità e del professionismo culturale, lì non c'è posto per Céline, autore per molti versi dilettantesco e insostenibile partendo da una "coerente visione del mondo". E' un fatto anche che la moda di Céline si trasmetta per linee esterne, attraverso culti privati, passioni segrete che non raggiungono il piano della dichiarazione pubblica; perchè, chi se la sente di mettersi a inneggiare, e senza riserve, all'autore di Bagatelles pour un massacre, all'antisemita presunto collaborazionista amico dei collaborazionisti fucilati Denoël, Brasillach etc?

La BUONA COSCIENZA dell'europeo civilizzato illuminista e la cattiva coscienza del nazista bianco potrebbero confondersi o essere confuse e precipitare l'inneggiatore nel caos dell'indistinto. E' il timore magico che salta fuori, il timore di rivelare un contagio contratto privatamente, come l'assuefazione ad una droga, che porta il contagiato alla connivenza col nemico. Dove finisce la buona coscienza dell'europeo civilizzato illuminista e comincia l'anarchia della ribellione permanente, lì c'è un piccolo spiraglio verso il caos o l'irrazionale, dal quale bisogna tenersi a debita distanza perchè è lo spiraglio demoniaco della rabbia e dell'orrore che non quadra con i buoni propositi dei nostri uomini di cultura.
Al fondo è questo crogiuolo di rabbia e di orrore che può essere accostato solo privatamente, con riti segreti, come vizio estetizzante, ma mai esaltato in pubblico perchè inadatto ai gusti delle grandi menti illuminate. E allora poi, sapendo che Céline è stato antisemita, che non è stato per niente resistenziale, che è fuggito nella Germania nazista invece che nella ridente Inghilterra, che è stato in galera e processato come collaborazionista, come non giungere all'inferenza diretta e identificare le repulsioni per il proprio vizio nascosto con più razionali giudizi politici sulla persona del dottor Destouches? Le streghe sono sempre tra di noi, così come sopravvive la regola del capro espiatorio, e ancora un pacco di fogli demoniaci può costituire il movente d'una esecuzione.

COSI' CELINE vive nel sottosuolo, con tutte le streghe dell'inconscio dell'uomo bianco e nazista, popola i sogni delle scaltre menti con le perverse ambivalenze della colpa, affascina e ripugna, eccita la necrofilia latente di cui la nostra civiltà non può liberarsi. Il prezzo intero d'un rifiuto totale può essere solo l'esclusione totale; ma l'esclusione è totale solo quando arriva ad essere anche inconscia. Chi ne ha voglia faccia i dovuti confronti, ne cavi le conclusioni che vuole, per Cèline i conti tornano.
Adesso forse l'industria culturale può fare diventare Céline un Grande Scrittore; ma sarebbe ora di smettere di parlare di lui e di cominciare a parlare delle sue maschere comiche, anch'esse creature del sottosuolo come tutte le maschere comiche della nostra civiltà.


COME SI PUO' SCRIVERE IN ALTRO MODO?
di J.-M.-G. Le Clézio

Non si può non leggere Céline. Un giorno o l'altro ci si capita, perché è fatto così, perché c'è, e non si può ignorarlo. La letteratura francese contemporanea passa attraverso di lui, come passa attraverso Rimbaud, Kafka e Joyce. Céline appartiene a quella cultura sempre allo stato nascente che è in qualche modo il sogno del pensiero moderno.
Si arriva a lui e però lui non fa niente per attirare. Non cerca fedeli. Li rifiuta. Non vuole far parte della cultura, ha chiuso la porta del suo universo e ghigna. Quelli che l'accostano, lui li respinge. Sfugge tutti coloro che vogliono rinchiuderlo nella grande macchina classificatrice, sistematrice. Sa star lontano dagli omaggi. Non ha accettato la propria sepoltura.
Da lui non c'è né alto né basso, né entrata né uscita. Non propone nessuna forma geometrica, nessun genere, nessun sillabario. E tuttavia sappiamo che una parte del mondo è sua. E' sempre presente alla memoria, vero, completo, esemplare. E' sempre in vita.
Il fatto è che sta dentro la negazione in modo assoluto. L'idea della rivolta - contro la borghesia, il denaro, l'esercito, l'ordine - non ha avuto il tempo di diventare utilitaria. L'ha realizzata in un solo moto, dove la riflessione non è intervenuta. Non ci sono crimini in letteratura, né possono essercene. Ma c'é l'insulto. E' così che Céline accoglie quelli che l'avvicinano: insultandoli. L'insulto è una delle forme primarie del linguaggio, sia esso diretto: « Piscialetto! Fintoni! Somari! Puzzoni! Zucche! Voltagabbana! Ohé! Mammolette! ». Sia che si formi per mezzo d'un aneddoto, d'una immagine: «Ma a pensarci su, tutto considerato, la mia muta di cani mi dà dei bei fastidi, sicuro!... Ma mi protegge dai cialtroni... Io non mi fido di quelli che passano... gli sconosciuti... e i conosciuti! Sentono i cani che abbaiano... spiavano, fanno dietro front!... gli assassini non vogliono mica correr rischi!... Quando v'ammazzano sono più prudenti d'un borghese che si compra le Suez... ». Si tratta sempre dello stesso atto d'aggressione che prevede il male e lo combatte per mezzo d'un altro male. Non è un linguaggio che cerca di sedurre in maniera lineare, ma un linguaggio che procede con una serie di colpi, un linguaggio che si fonda sul dolore. E' attraverso il dolore che Céline sfugge alla letteratura, che ne resta per così dire al di fuori, fuori tiro. Lui non è stato al gioco. Non ha ammesso né il romanzo né la storia. Non ha accettato la società degli uomini.
Ma è anche l'insulto, il linguaggio gettato, sincopato, impulsivo, dove ogni punto esclamativo è un ostacolo in cui va a sbattere l'intelligenza ( il punto esclamativo è prima di tutto l'indizio d'un punto muto), che esercita tanto fascino su di noi che siamo stati conquistati dal linguaggio coerenre. Fascino fatto d'orrore, e giubilo fatto di paura. Qualcuno ha scelto di restare in ombra, qualcuno ha scelto d'essere testimone.
Il veicolo di questo insulto continuamente eretto contro di noi, è un linguaggio che sta ai margini, si capisce. L'argot celiniano non ha niente a che fare con quello del romanzo populista o del romanzo poliziesco. Può trattarsi dell'argot di guerra come in Casse-Pipe e Guignol's Band. Ma in Voyage, in Mort à credit e in D'un château l'autre è davvero un altro linguaggio che Céline inventa, un codice segreto da cui siamo deliberatamente esclusi. Dalla chiusura del linguaggio indoviniamo il sistema celiniano: il rifiuto non è più soltanto un atteggiamento davanti al mondo, è l'invenzione d'un altro mondo.
Questo particolarismo è spaventoso. Ma superata la barriera ( eper far ciò dobbiamo abbandonare ogni pretesa di giudizio ) eccoci noi stessi inventati dal sistema. Chi ha letto Voyage, e soprattutto lo straordinario Mort à credit, chi li ha vissuti, si trova sottomesso alle regole dell'universo celiniano: come si può scrivere in altro modo? Come sfuggire a questo sguardo bruciante, come sfuggire la mostruosa ferocia del mondo? Céline è uno di quelli che bisogna dimenticare per poter vivere.
Il fatto è che nell'universo di Céline niente è gratuito. Niente è immaginato. Quel mondo lì esiste, proprio accanto a noi, dall'altra parte del vetro del nostro scompartimento. Voyage au bout de la nuit è quello che ci avvicina a questa realtà del rifiuto, a questa altra verità. Non sorprende che questi libri siano degli itinerari. Non nello spazio, non nel tempo, ma attraverso lo spettacolo della conoscenza. Mentre gli scrittori, i veri ( forse che siano loro i falsi? ) osservano lo spettacolo dal di fuori, Céline ci attira verso l'interno delle cose. Bardamu è l'eterno adolescente al quale il mondo non cessa di aprire le porte dell'avventura. Avventura verso il dubbio, verso l'orrore, avventura verso la lucidità e la distruzione.
Céline si è aperto al linguaggio solo per questo: per esecrare. La sua disgrazia, e la nostra, è d'essere un giorno riconosciuti sotto le spoglie del fanciullo Jonkind, l'innocente che non sa parlare. La signora Merrywin ha un bel ripetergli senza tregua: « No trouble, Jonkind? No trouble! ». Il caos è stato scoperto. La disgrazia, il dubbio, la morte hanno rivelato i loro tratti sotto la maschera. Allora, più niente da sperare. Più niente da perdonare.
«Io non ci rispondevo niente. Io me ne stavo lì, sull'attenti. Lui si tastava il revolver. Io non capivo un bel niente. Lui doveva ancora avercela con me. Io per me, io non perdona mai».
Più niente. Quasi più niente. Un filo sottilissimo, appena visibile, che trattiene a terra. Un pò di vento, un pò di paura, e il filo trattenuto subito si rompe, lasciando filar via la sfera di vita preziosa.
Scrivere è questo filo.
Per Céline, come per Kafka e per Rimbaud, non si trattava allora più di alimentare il gran concerto dell'intelligenza. Né di portare le sue briciole all'elaborazione d'una coscienza universale. Si trattava solo, ben conoscendo le scadenze, di restar vivo, del tutto vivo, con l'anima e con i sensi. Allora le maledizioni e gli insulti non sono più soltanto parole, o grida dìaiuto. I punti esclamativi non sono più soltanto pugni tirati. Destouches, vecchio guaritore, forse sei tu quello che saprà far scoppiare i nostri bubboni.

(Traduzione di Gianni Celati)



Di come Ferdinand vedesse, in un'ultima passeggiata al Luxembourg, prima di arruolarsi nel Reggimento della Luna, il cielo popolarsi di dirigibili, palloni e macchine volanti costruite in un ultimo sogno da Courtial des Pereires, e il medesimo Courtial des Pereires intento a discutere con Camillo Flammarion del più pesante e del più leggero, affermando contro ogni dubbio che il più leggero trionferà su tutti i voli umani.

sabato 20 giugno 2009

Bardamu: Céline e Vinicio Capossela



Vinicio Capossela dedicò anni fa una bellissima canzone al "nostro" Bardamu (in una intervista, Capossela dichiarò che il successo del suo LP "Canzoni a manovella" si sarebbe visto dalle vendite di "Scandalo negli abissi"!)... e aggiungiamo che in molte canzoni di Capossela, si respira l'aria picaresca di "Guignol's Band"!

Per quanto scura la notte è passata e non lascia che schiuma di birra slavata
e una spiaggia e una linea di sabbia è il fronte di un addio
gli altri si cambino l'anima per meglio tradire per meglio scordare
Bum Bum Bum Bardamù Bum Bum Bum Bardamù
Corazzieri Trapanati! All'armi in fila! Agli aerostati!
Dirigibili all'idrogeno nell'aria si involano
e le ballerine in fila danzano danzano leggere, leggere in tutù
leggere, leggere di più della mia porcheria
Sparato tra gli astri in pallone rigonfio di musica solo al richiamo più lontano
voglio la notte e la voglio senza luna..
Ma niente canzoni d'amor mai più mi prendano il cuor
la notte è passata e le nuvole gonfiano schiuma di Baltico e cenere e cenere avrò...
Bum Bum Bum Bardamù Bum Bum Bum Bardamù
leggere, leggere in tutù leggere, leggere di più della mia porcheria
Se è circo che vogliono circo daremo e cariole di occhi e rimpianti
e fosforo e zolfo e profumo di niente e di Nord
e ancora si cambino l'anima per meglio tradire per meglio scordare...
Ma niente canzoni d'amor mai più mi prendano il cuor
la notte è passata e le nuvole gonfiano schiuma di Baltico e cenere e cenere avrò...
(l'emozione è tutto nella vita,quando siete morti è finita... l'emozione è tutto nella vita, quando siete morti è finita...)
E in una recente intervista...

Chi è il poeta più musicale, e perché, quale poesia vorresti tradurre in musica?
«Ho provato a tradurre in musica La ballata del vecchio marinaio di Coleridge… poi ho anche provato a fare la stessa cosa con alcune rime di Michelangelo, che come lavoro forse è anche più semplice perché hanno già una loro metrica musicale, un po’ come per i madrigali… sono composizioni che hanno già quella forma che ti permette di cantarle e farne qualcosa in musica. Ed è così quindi che se ne scopre, cantandole, la loro musicalità. Le “Rime” di Michelangelo hanno la stessa “tensione” delle sue opere (pittura, scultura…), e in esse il loro autore viene ancora più umanamente messo a nudo. Altre poesie, invece, non hanno neanche bisogno di essere tradotte in musica perché già lo sono, come Via Scarlatti di Vittorio Sereni».
«Credo comunque che il più alto connubio, sotto questo profilo, lo si sia raggiunto nella canzone in forma di tango degli anni ‘40-‘50 con Annibal Troilo, Osvaldo Pugliese, musicisti che si unirono a veri e propri poeti, come Alberto Castillo o Horacio Ferrer. Ecco, in quel caso, ho sempre sentito una vera “unione” tra verso poetico-musicale e musica. In generale comunque non credo che esistano vere e proprie divisioni, semplicemente la canzone è una “terza forma” che è diversa dalla musica e dalla poesia. Io con le canzoni cerco di dare la scenografia, la colonna sonora,…la canzone è una forma che ricollego, in qualche modo, di più al cinema; è una forma-strumento.
Uno scrittore che è riuscito a unire le tre forme è Louis-Ferdinand Céline, e non solo perché usava quasi le parole come se le mettesse in musica, ma anche perché nelle sue opere ci sono continui rimandi a riferimenti musicali di estrazione popolare».
PS: Capossela dedicava, tra gli altri, il suo album "Canzoni a manovella" anche ai "marinai in bottiglia". Perciò, ci è ancor più caro. Ma questa è un'altra storia...

giovedì 18 giugno 2009

Sabato puntata di "In Europa", Radiorai1, dedicata a Louis-Ferdinand Céline



Puntata dedicata a Louis-Ferdinand Céline per la trasmissione IN EUROPA, condotta da Umberto Broccoli e Tiziana Di Simone. La puntata andrà in onda su Radiorai 1 sabato 20 giugno dalle ore 10,10 alle ore 11,00... e siamo felicissimi di annunciare che all'interno di essa troverà spazio una intervista su Céline al bravo Gilberto Tura, esperto céliniano e animatore di questo Blog!



Seguendo questo link sarà poi possibile ascoltare la trasmissione in Podcast!

martedì 9 giugno 2009

Il pulcino di Céline: Gilberto Giovagnoli e l'editrice Pulcinoelefante celebrano Céline








Il pulcino di Céline

di Gilberto Tura

Oggi voglio parlarvi di un amico, un carissimo amico. Si chiama Gilberto Giovagnoli ed è un artista. E' anche un grande esperto e appassionato di letteratura, soprattutto francese. Superfluo dire che uno dei suoi scrittori preferiti è Céline. E proprio a Céline, negli anni, ha dedicato vari lavori. Quello che vi presento oggi è l'ultimo lavoro (si tratta di un'opera multipla, in seguito spiegherò meglio la sua natura) in ordine di tempo (i primi risalgono alla seconda metà degli anni '70), pubblicato dalla piccola, anzi piccolissima casa editrice Pulcinoelefante, ma che nei suoi ventisette anni di esistenza è riuscita a costruirsi una fama unica e rara, grazie all'originalità e al pregio sia grafico che tipografico dei libri pubblicati. L'artefice di questo piccolo (grande) miracolo editoriale è Alberto Casiraghy, personaggio ricco d'ingegno e poliedrico: oltre a editore è anche musicista, scrittore e pittore. Il principio ispiratore dell'attività di Casiraghy concepisce il libro non come semplice oggetto industriale di consumo, ma come opera d'arte, come oggetto singolo e autonomo, capace, nella sua originalità e unicità, di esprimere un valore estetico, artistico e culturale compiuto. A dimostrazione di questa affermazione aggiungo che il libriccino che sto presentando vanta una tiratura di ventotto copie, e ciascuna di esse è corredata da un disegno, raffigurante Céline, diverso dagli altri ventisette, tutti realizzati da Giovagnoli.
Dal 1982 ad oggi Pulcinoelefante ha pubblicato più di settemila titoli con oltre cinquemila tra scrittori, poeti e illustratori tra i quali, per citarne solo alcuni, Fernanda Pivano, Gillo Dorfles, Franco Loi, Enrico Baj, Bruno Munari, Emilio Tadini, Ottiero Ottieri, Mimmo Paladino, oltre ad altrettanti sconosciuti. Ma il più importante incontro di Casiraghy è quello con la poetessa Alda Merini della quale, negli anni, stamperà oltre mille libriccini.
I volumi sono realizzati con tecniche esclusivamente artigianali come i caratteri mobili in piombo Bodoni corpo 8 neretto, due doppioni di carta da incisione color naturale cuciti a mano sul dorso per un totale di quattro pagine, escluse le copertine.

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Ringrazio Gilberto per la bella scheda, e i due Gilberto per la copia donatami!

Andrea Lombardi

Su RadioAlzoZero - The Ghost of Tom Joad, Federico Zamboni intervista Andrea Lombardi, autore del libro "Louis-Ferdinand Céline in foto"


Su RadioAlzoZero - The Ghost of Tom Joad, Federico Zamboni intervista Andrea Lombardi, autore del libro "Louis-Ferdinand Céline in foto. Immagini, ricordi, interviste e saggi".



Cliccare qui per il Podcast della trasmissione di lunedì 8 giugno 2009.


Un grande ringraziamento a Federico Zamboni e alla redazione della trasmissione!

venerdì 29 maggio 2009

In memoria di Pol Vandromme



Décès de Pol Vandromme
28/05/2009 18:35
On a appris jeudi le décès à Loverval du journaliste et critique littéraire Pol Vandromme, ancien directeur-rédacteur en chef du journal "Le Rappel".
Pol Vandromme, qui était âgé de 82 ans, a succombé jeudi à l'IMTR de Loverval, où il avait été admis il y a plusieurs semaines. Journaliste, écrivain, critique littéraire, Pol Vandromme avait été journaliste dans les années 50 au journal "Le Rappel", à Charleroi, et il en était rapidement devenu rédacteur en chef. Il était aussi critique littéraire. On lui devait notamment des critiques sur Brasillach, Drieu La Rochelle, Simenon, Céline, Maurras, et sur l'extrême droite. Il avait aussi consacré un ouvrage à celui qui a été le dernier Premier ministre francophone, le socialiste Edmond Leburton. Paul Vandromme était l'auteur de "Brel, ou l'exil du Far West", ainsi que du premier ouvrage consacré à Tintin, "Le monde de Tintin". (NLE)


La morte di Pol Vandromme, spentosi giovedì scorso all'età di 82 anni, è una triste notizia per il mondo della cultura e per tutti i céliniani: Vandromme consacrò a Céline uno dei suoi studi più belli.



domenica 24 maggio 2009

Il Verri e Céline


Il Verri e Céline
di Gilberto Tura

E' solo verso la fine degli anni '60 che la critica italiana inizia a interessarsi seriamente di Céline, imponendosi un approccio scientifico rivolto al superamento della dimensione scandalosa e "politica" che fino ad allora era stato l'oggetto privilegiato degli studi céliniani. Finalmente viene messo al centro dell'indagine e dell'analisi la portata e il valore dell'innovazione stilistica dell'opera del medico-scrittore, i legami e le ascendenze con la tradizione letteraria francese, ma anche i parallelismi e i confronti con le espressioni più originali e avanzate del novecento.
In questo nuovo contesto la rivista letteraria IL VERRI, fondata a metà degli anni '50 da Luciano Anceschi (1911-1995), autorevole critico letterario e docente di estetica all' Università di Bologna, dedica (quasi integralmente) nel febbraio 1968 un numero speciale a Louis-Ferdinand Céline, precisamente il n. 26 . La pubblicazione contiene una raccolta di saggi del linguista e critico letterario austriaco Leo Spitzer, del poeta livornese, primo e unico traduttore in italiano di Mort a credit, Giorgio Caproni, dello scrittore, famoso per il lungo e fortunato sodalizio con Carlo Fruttero, Franco Lucentini, del critico Renato Barilli, della francesista Anna Licari e dello scrittore Gianni Celati.
Vi compaiono inoltre, per la prima volta tradotti in Italia, quattro scritti di Céline.
Il primo è la "Prefazione inedita alla tesi del dott. Destouches" pubblicato da Les Cahiers de l'Herne nel n. 5 del 1965.
Il secondo è l' "Omaggio a Zola", il famoso discorso pronunciato da Céline, il primo ottobre del 1933 in occasione dell'annuale anniversario della morte dell' autore di Teresa Raquin e Germinale. In una lettera all'amica scrittrice belga Evelyne Pollet, Cèline scrive «Devo parlare di Zola il primo ottobre [ ... ]. Per fare piacere a Descaves e ai suoi amici. Santo cielo, Zola non mi piace per niente - allora parlerò di me stesso, ma neanche questo mi piace tanto. Tutto ciò è molto seccante».
Il terzo è "L'argot è nato dall'odio. Non esiste più" pubblicato su Arts del 6 febbraio 1957 e sul n. 5 del 1965 dei Cahiers de l'Herne
Il quarto, che troverete trascritto al termine, "Rabelais ha fatto fiasco", prefazione in forma d'intervista apparsa su Gargantua et Pantagruel (1959), per Le Meilleur Livre du Moi e ripubblicato dai Cahiers de l'Herne n. 5.
Seguiranno, nei circa dieci anni successivi, quattro saggi monografici interamente consacrati a Céline:

Paolo Carile, Louis-Ferdinand Céline, un allucinato di genio, Bologna, Patròn, 1969
Michele Rago, Céline, Firenze, La Nuova Italia, 1973
Paolo Carile, Céline oggi, Roma, Bulzoni, 1974
Renato Della Torre, Invito alla lettura di Céline, Milano, Mursia, 1979

In conclusione va citato lo speciale che il primo canale della RAI trasmise nell'autunno del 1970, a cura di Ugo Leonzio all' interno della rubrica culturale «L' Approdo», dal titolo Céline, viaggio al centro del delirio.


RABELAIS HA FATTO FIASCO

Volete che vi parli di Rabelais? e va bene, ho frugato proprio stamattina nell'Enciclopedia, così adesso so tutto; perché c'è proprio tutto, nella Grande Enciclopedia. Si fanno delle belle carriere, col suo aiuto. Io dunque ho cercato alla voce "Rabelais".
Vedete, con Rabelais, si parla sempre di quello che non importa. Si dice, si ripete ovunque: "E' il padre della letteratura francese." E poi vengono l'entusiasmo, gli elogi, è una storia che si ripete da Victor Hugo a Balzac, a Malherbe. Il padre delle lettere francesi, un momento! non è mica così semplice. In realtà Rabelais ha fatto fiasco, sí, ha fatto fiasco, non è riuscito.
Quel che voleva fare lui, era un linguaggio per tutti, un linguaggio vero. Voleva democratizzare la lingua, una bella battaglia. Era contro la Sorbona, lui, e contro i dottori, e tutto il resto. Contro tutto quel che era ammesso e stabilito, il re, la Chiesa, lo stile.
No, non l'ha vinta lui, ma Amyot, il traduttore di Plutarco, che ha avuto, nei secoli seguenti, molto più successo di Rabelais. E ancora oggi viviamo su di lui e sulla sua lingua. Rabelais aveva voluto trasportare la lingua parlata in quella scritta: un fallimento. Quanto a Amyot, alla gente gli va sempre bene, Amyot e lo stile accademico. Questo si chiama scrivere della m...: un linguaggio imbalsamato. Le colonne di un grande quotidiano del mattino, che si vanta di avere dei redattori che sanno scrivere, ne sono piene. E questo porta a una cloaca dal tono ben scorrevole, con frasi ben costruite, e alla fine dell'articolo una piccola astuzia innocente. Non pericolosa, non troppo forte, per non spaventare il pubblico. Ecco il fallimento di Rabelais, ecco l'eredità di Amyot: della vera m..., ripeto.
Rabelais ha veramente voluto una lingua ricca e straordinaria. Ma tutti gli altri l'hanno castrata, questa lingua, fino a renderla completamente piatta. Così, oggi, scrivere bene vuol dire scrivere come Amyot, ma questa roba non sarà mai altro che una "lingua di traduzione."
Una nostra contemporanea quasi celebre ha detto una volta leggendo un libro: "Ah! Come si legge bene, sembra una traduzione!" Ecco a che punto siamo arrivati.
La smania moderna del francese è questa: fare e leggere delle traduzioni, parlare come nelle traduzioni. A me c'è della gente che m'è venuta a chiedere se non avevo preso questo o quel passo dei miei libri da Joyce. Sì, me l'han chiesto! ed è logico, perchè l'inglese è di moda. Io parlo l'inglese perfettamente, come il francese. Andare a prendere qualcosa da Joyce! No, come Rabelais, ho trovato tutto nel francese stesso.
Lanson dice: "Il francese non ha molto spirito artistico." Niente poesia in Francia, tutto è troppo cartesiano. Evidentemente ha ragione: Amyot, eccolo, un pre-cartesiano, ed è così che si è guastato tutto. Ma non era il caso di Rabelais: un vero artista.
Sí, Rabelais ha fallito, e Amyot ha vinto. La posterità d'Amyot son tutti quei romanzetti evirati che escono ai nostri tempi dalle migliori case editrici, migliaia all'anno. Ma io, di romanzi così, ne faccio uno all'ora.
Ora, dato che non si pubblica altro, dove è andata a finire la posterità di Rabelais, la vera letteratura? Scomparsa. Il perché è chiaro: bisognerebbe capire una volta per tutte (basta ipocrisie!) che il francese è una lingua volgare, da sempre, dalla sua nascita al trattato di Verdun. Solo che questa verità, nessuno la vuole accettare, e si continua a disprezzare Rabelais.
"Ah! è rabelaisiano!" si sente dire talvolta. Ciò significa: attenzione, non è fine, quell'espressione, è un pò scorretta. E così il nome di uno dei nostri più grandi scrittori è servito a raffazzonare un aggettivo peggiorativo. Che cosa mostruosa! sí, perchè era un bel tipo, Rabelais, scrittore, medico, giurista... Ha avuto le sue grane, poveretto, anche da vivo; e il suo tempo lo passava a cercar di non essere bruciato...
No, la Francia non può più capire Rabelais: si è troppo impreziosita. Quel che è peggio da pensare, è che poteva essere il contrario, che la lingua di Rabelais poteva diventare il francese.
Ma ormai ci sono soltanto dei servi che hanno lo stesso odore del padrone e si sforzano di parlare come lui. Viva l'inglese e lo stupido contegno!
Rabelais, direte voi, sa un pò troppo di partito preso: certo, vorrei vedere, uno come lui braccato dalla persecuzione cattolica, partito lancia in resta contro i potenti. Sí, quel che faceva sapeva un pò di eresia.
Questo è l'essenziale di quel che volevo dirvi. Il resto (fantasia, capacità creativa, comicità. ecc.) non mi interessa. La lingua, solo la lingua. Ecco quel che conta. Tutto ciò che si può aggiungere si trascina un pò dappertutto, nei manuali di letteratura, nell'Enciclopedia. E se ne volete di più, andatelo a chiedere a tutti quei gran scrittori che, loro sí, han "delle idee su Rabelais." Ah, quanti ne conosco che si prenderebbero la testa tra le mani e vi direbbero seriamente: "Rabelais, che prodigioso inventore di parole!" Sono soltanto dei ciarlatani.
Attaccatevi piuttosto a quel che c'è di interssante in Rabelais: la sua intenzione un pò demagogica di attirare il pubblico parlando come lui, io lo capisco, Rabelais, era medico e scrittore, come me. Questo si vede da quel tanto di sboccatura. Era anche un buon anatomista e, cosa prodigiosa per quel tempo, faceva già operazioni. Perbacco, ha inventato perfino uno strumento chirurgico.
In Dio non doveva crederci molto, ma non osava dirlo. D'altra parte non è poi finito male, non l'hanno nemmeno suppliziato... Il supplizio è venuto dopo, quando hanno accademizzato il francese che lui parlava per farne una letteratura da esame di maturità e da diploma di magistrali.
Come dice Robert Poulet, hanno fatto un francese magro, mentre il suo era grasso. Peggio ancora, un francese scheletrico. Nemmeno Balzac è riuscito a resuscitare qualcosa. E' la piena vittoria della ragione.
La ragione! Bisogna esser matti. Non si può far niente a questo modo, così castrati. Mi fanno ridere. Guardate cosa basta a contraddirli: nessuno è mai riuscito a fare "ragionevolmente" un bambino. Niente da fare. Per la creazione ci vuole un attimo di delirio.
Ma no, in letteratura bisogna restare continenti. Ecco allora che oggi si usa mettere una fila di puntini quando succede qualcosa e poi si continua molto tranquillamente: "l'indomani erano entrambi invitati al ricevimento della duchessa." Oh! non raccomando mica l'erotomania, mi disgusta, ma quel che è terribile è un linguaggio così ripulito.
Quel che in effetti c'è di buono in Rabelais, è che lui metteva la sua pelle in gioco e la rischiava. La morte gli stava in agguato, ed è una cosa che ispira, la morte! è addirittura la sola cosa che riesca a ispirare, ne so qualcosa io, quando è là, alle spalle. Quando è in collera.
Non aveva un buon carattere, Rabelais, dicono, ma non è vero. Lavorava, lui, e, come per tutti quelli che lavorano, era una vita da galera: avrebbero voluto averlo in mano, condannarlo. Altre galere, quelle del papa, e sono esistite per davvero. E là i ragazzi dovevano sgobbare, o "bisognava che sgobbassero,"cone direbbe Duhamel. E anche Bardamu, il mio eroe del Voyage, direbbe così. Ah! i congiuntivi imperfetti...
Nella mia vita ho avuto lo stesso vizio di Rabelais. Ho passato anch'io il mio tempo a mettermi in situazioni disperate. Come lui non mi aspetto niente dagli altri, come lui non rimpiango niente.

[Traduzione di Valeria Borsari]

sabato 23 maggio 2009

Loredana Trovato, Armonie della forma. Alchimie della vita. Guignol's band di Louis-Ferdinand Céline



Su suggerimento di Patrizio, che ringraziamo, segnaliamo il bel lavoro di Loredana Trovato, Armonie della forma. Alchimie della vita. Guignol's band di Louis-Ferdinand Céline, Bonanno editore, Acireale-Roma, 2008, 335 pagg.

mercoledì 20 maggio 2009

Dai Canti postumi di Ezra Pound



Perdonatemi il fuori tema, ma questa opera di Pound fa comprendere la tragedia della guerra - e della nostra guerra del 1940 - più di decine di dotti trattati di storia:

Così mise su una segheria; e lo richiamarono
per combattere in Africa;
e finita quella guerra iniziò un piccolo commercio
e lo mandarono a combattere in Grecia e Albania:
ed erano cinquemila in una piega delle colline
completamente circondati;
e per sei mesi con piedi congelati
e provviste con una fune sulla rupe
o da un albanese, con cui scambiavamo riso per alimenti;
e "c'erano dottori in prima linea" davvero?
c'erano quattro miglia di mulattiera per i feriti:
e quando i barellieri arrivavano in prima linea
gli davano fucili:
che non avevano mai toccato un fucile:
dove la terra puzzava di sangue e puzzerà per cinque autunni
e il resto propaganda; e nessuna lettera arrivava da casa
ma un aeroplano portò dopo un mese un giornale;
che diceva del bombardamento di Genova;
la casa dove viveva con i figli
e nessuna notizia per tre mesi dopo
e per avere la razione di famiglia, quando fu sospesa;
alla fine la ottenne dando una mancia all'usciere
"queste cose ti scoraggiano, professore"

insomma l'umanità non è canaglia

Filippo di Stefano

formiche vengono in casa cercando acqua

da Canti postumi, Ezra Pound.

domenica 17 maggio 2009

Quelle mille foto per scandagliare l'oggetto Céline, di Adriano Scianca - Louis-Ferdinand Céline in foto recensito sul Secolo d'Italia



Quelle mille foto per scandagliare l'oggetto Céline
di Adriano Scianca
Secolo d'Italia 17/5/2009

«Scusi, avete qualcosa di Céline?». «Certo, in fondo a destra, reparto musica». Ovvero, quando più che la scomunica ideologica può una melensa cantante canadese cui la madre, ascoltando una canzone di Hugues Aufray, ha messo quel nome così musicale: Céline (cognome: Dion). Ed ecco che alla fine del buon Louis-Ferdinand Destouches non si ricorda più nessuno. «In realtà – spiega Andrea Lombardi – è solo negli ultimi tempi che in Italia Céline è un po’ “dimenticato”. Da Arbasino a Carile, da Raboni a Rago, dagli anni '60 ai '90 molte voci della critica italiana “non del ghetto” si sono occupate di Céline, spesso con interventi di altissimo livello. E' negli ultimi tempi che la critica secondo me si appiattisce quasi esclusivamente, parlando di Céline, su antisemitismo e simili e credo più per l'involgarimento degli umani intelletti in questi tempi tormentati che per precise scelte».

E’ allora proprio per riscoprire questo straordinario autore così inquietantemente e splendidamente novecentesco che lo stesso Lombardi ha deciso di pubblicare Louis-Ferdinand Céline in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi (Effepi Edizioni, Genova 2009, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24, effepiedizioni@hotmail.com). Si tratta, come è chiaro già dal titolo, di una raccolta per immagini, sia fotografiche che letterarie, che abbiano per oggetto l’autore di Morte a credito. Quindi interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aymé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, Ernst Jünger, ma anche interviste dello stesso Céline alla televisione e alla radio francese, e infine gli alti e bassi della critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno.

Ma se le testimonianze e gli articoli raccolti costituiscono un apparato filologico di sicuro interesse, sono in verità le interviste a risultare veramente sorprendenti. Interviste di cui si può trovare peraltro il corrispettivo filmato spulciando su YouTube, godendosi quindi lo spettacolo di questa vecchia canaglia che incalza l’intervistatore, lo spiazza, lo prende in giro con i suoi balbettamenti, le sue iperboli, la sua inimitabile presenza scenica. Gli si chiede di autodefinirsi e lui prende il largo con una digressione dal sapore fenomenologico: «Io lavoro – dice Céline – e non me ne frega nulla. Ecco esattamente quello che penso. La questione è che noi siamo i colpevoli della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sto dalla parte della modestia. Quello che conta è l’oggetto». Sull’ostracismo abbattutosi su di lui nel dopoguerra, lo scrittore dice: «Sono riuscito a passare attraverso la più grande battuta di caccia mai organizzata nella storia, è già mica male». E ancora: «”Il nemico del genere umano”. È il mio nuovo appellativo. Sono il nemico del genere umano. Sono un genocidio platonico, verbale. Ma non importa. Sono le miserie umane che un po’ di sabbia cancella. Cito la sorella di Marat. La cosa davvero importante è pagare il droghiere».

E nella massa di aneddoti, critiche, racconti, analisi, recensioni, Lombardi non manca di dar battaglia contro critici avventati, malevoli, disinformati. E’ il caso degli accenti lombrosiani di un Antonio Moresco, che può chiedersi basito come mai «uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga». C’è poi la squisita sensibilità sociale di un Alessandro Piperno, che rispetto all’ultimo Céline ridotto in miseria si mette a criticare «i leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono». Complimenti. Rispetto a queste e altre accuse, Lombardi fa giustizia in modo puntuale e documentato, non mancando di affrontare anche i punti più controversi e sulfurei della produzione céliniana con doverosi chiarimenti e messe a punto. Insomma: scrittore visionario, eccessivo, maledetto, provocatore sì. Penna di partito o di regime no, mai. E oltre alla leggende nere sullo scrittore e sul “collaborazionista”, pian piano vanno dissolvendosi sotto il peso dei fatti anche le maldicenze sull’uomo, che quando non recitava il ruolo nichilista e un po’ scontroso che si era ritagliato per sé appariva come una persona nobile e lontana dallo stereotipo facile del belzebù misantropo. Lo spiega bene Marcel Aymé, che scrive: «Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente». Un demone dal volto umano? Forse. O forse no, ma che importa? Quello che conta non è l’uomo, è l’oggetto. Ancora una volta, aveva ragione Céline.
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Potete richiedere Louis-Ferdinand Céline in foto a:

Effepi Edizioni
Telefono (0039) 010 6423334 - 338 9195220
Indirizzo postale Via B. Piovera 7 - 16149 Genova
Posta elettronica effepiedizioni@hotmail.com

Disponibile anche presso:

giovedì 14 maggio 2009

Gian Dauli e Alex Alexis: la prima traduzione italiana del Viaggio al termine della notte
























Di seguito, Gilberto ci pr
esenta una interessantissima scheda sulle prime traduzioni italiane del capolavoro di Céline:

GIAN DAULI E ALEX ALEXIS
ARTEFICI DELLA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA DEL VOYAGE


La prima traduzione italiana del Voyage la si deve a due personaggi singolari, quasi del tutto dimenticati, ma molto attivi, con alterne fortune, fra le due guerre. Entrambi furono romanzieri, editori, traduttori e adottarono uno pseudonimo: il vicentino Giuseppe Ugo Nalato quello di Gian Dàuli e il piemontese Luigi Alessio quello di Alex Alexis. Traggo buona parte delle notizie dal saggio dell' italianista professore emerito dell' Università di Grenoble, Michel David, dal titolo Sulla prima traduzione italiana del " Voyage au bout de la nuit" apparso sul numero 8-9 dell' aprile 1967 della rivista letteraria Opera Aperta. Gian Dàuli era, nei primi anni '30, direttore della collana Scrittori di tutto il mondo per le Edizioni Corbaccio di Milano che annoverava tra i titoli pubblicati opere, tra gli altri, di G. Bernanos, A. Schnitzler, T. Wilder, A. Doblin, T. Mann, J. Dos Passos, a dimostrazione di un interesse e una competenza tutt'altro che superficiali, in controtendenza rispetto al provincialismo culturale italiano dell'epoca, delle migliori esperienze letterarie che stavano emergendo e affermandosi in Europa e America. Sul suo diario, in data 23 aprile 1933, si legge: « Sto leggendo Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline e debbo dire che ne sono stupito per il suo formidabile verismo intellettuale e dico intellettuale di proposito perché la realtà è vista attraverso l'intelletto piuttosto che per realtà vissuta, cioè immaginata fuori da personale esperienza. Questo per gran parte almeno di quello che ho letto fin qui. E voglio notare anch'io che in quest'arte realistica del Céline si sente il metodo d'osservazione minuta e spesso sofisticata per essere troppo minuta, usata dal Proust nella sua miope ricerca del tempo perduto. E direi quasi di più! Céline deve aver letto e riletto alla sazietà le opere di Proust tanto che alcune immagini e alcune fini osservazioni le ha assimilate senza però riuscire a trasformarle del tutto, cosicché al microscopio alcune cellule celiniane si riconoscerebbero per proustiane. Non avviene lo stesso nel travaso del sangue da un individuo a un altro?». Probabilmente Céline non avrebbe gradito l'accostamento a Proust, di certo va riconosciuto a Dàuli un sicuro fiuto editoriale (la traduzione italiana del Voyage sarà la prima nel mondo). L'anno precedente Dàuli aveva terminato il romanzo La Rua e nel comunicare a Céline il successo della traduzione del Voyage gliene invia una copia. Céline gli risponderà con due biglietti, il primo tra novembre e dicembre del 1933: «Cher confrère, je serai très honoré de recevoir votre livre. Mais trés malheuresement je ne parle pas un mot d'italien! Seulment je puis me le faire lire par une amie italienne qui me fera trés certainement comprendre votre oeuvre dans son intimité. Puisque vous êtes auprès de mon editeur, ayez la bonté de lui demender de me faire l'envoi de 2 voyages en italien. Je n'en possède aucun. Je vous écrirai dès que je serai en mesure de vous donner mon impression sur La Rua qui par truchement ne peut malheureusement vous satisfaire qu'à moitié. Bien cordialement à vous et très impatient - L.F. Céline ». Il secondo il 21 dicembre 1933: « Cher confrère, je suis parvenu tant bien que mal à saisir toute l'importance de votre livre à travers une traduction forcément imparfaite. Je discerne évidemment les signes d'une très exceptionnelle finesse d'analyse, d'une rigueur littéraire tout à fait précieuse, d'une grande connaissance des difficultés instinctives en même temps qu'un haut sens de l'épopée! Mais que ne puis-je lire l'italien. Bien cordialment - L.F. Céline». La Rua venne tradotto in francese da Marie Canavaggia, la fedele segretaria di Céline, e Dàuli chiese allo stesso Céline di scrivergli la prefazione, ma questi si rifiutò affermando che, poiché la critica gli era ostile, una sua prefazione si sarebbe ripercossa negativamente sul romanzo di Dàuli. Se nell'ottobre del 1945 la morte non lo avesse colto all'improvviso, Dàuli avrebbe portato a termine i due progetti relativi alla pubblicazione di Guignol's Band con il titolo Compagnia della teppa e successivamente Mort à crédit. Alex Alexis, nasce a Caramagna in provincia di Cuneo nel 1902. Nel 1920 partecipa all'avventura dannunziana di Fiume. Tornato a Torino si iscrive alla facoltà di giurisprudenza senza però portare termine gli studi. Nel 1923 fonda la rivista Teatro e la casa editrice Rinascimento e nel 1927 si trasferisce a Parigi dove, tra mille difficoltà, avvia piccole attività editoriali, destinate quasi tutte all'insuccesso. Quando Dàuli gli affida la traduzione del Voyage Alexis ha ormai acquisito una più che buona conoscenza della lingua francese e dell'argot parigino: porta a termine la traduzione a tempo di record in circa un mese. A distanza di settantasei anni la traduzione può essere considerata decorosa, ma non pienamamente riuscita. A difesa di Alexis va però tenuto presente che la lingua letteraria italiana dell'epoca non poteva di certo essergli molto di aiuto, essendo una lingua classiccheggiante, influenzata ancora dagli echi aulici carducciani e dal decadentismo estetizzante di D'Annunzio, lontana anni luce dalla potenza dirompente, rivoluzionaria, innovativa e antiretorica della lingua parlata di Céline. Alex Alexis, autore di numerose commedie e romanzi quasi tutti inediti, è il traduttore anche di Bagattelle per un massacro sempre per Corbaccio nel 1938 e di un altro dei famigerati pamphlets céliniani, L'école des cadavres che però non giungerà mai alle stampe. Il Viaggio verrà ripubblicato nel 1948 senza varianti e ancora nel 1962, ma questa volta, sebbene integralmente attribuita ad Alex Alexis, la traduzione subirà un rimaneggiamento ad opera di autore ignoto, senza alcuna avvertenza da parte dell'editore se non quella che «Il traduttore ritiene opportuno avvertire il lettore che, per conservare la massima fedeltà al linguaggio impiegato dai personaggi nel testo originale, si é valso di frequente di una forma italiana volutamente scorretta e di espressioni dialettali». Occorrerà attendere quasi sessant'anni prima di trovare in libreria una nuova traduzione realizzata da Ernesto Ferrero il quale, potendosi avvalere di una lingua letteraria italiana nel frattempo rinnovata dalle esperienze linguistiche, tra gli altri, di Gadda e Pasolini, riuscirà a darne una versione più attuale e in sintonia con l'espressività di una scrittura così potente e ricca di immagini, di intonazioni, di ritmo e di musica che ad ogni rilettura si manifesta al lettore sempre viva e nuova, in grado di rigenerarsi in perpetuo.

Gilberto Tura

lunedì 11 maggio 2009

A mio avviso, il più grande scrittore del Novecento; Céline




"Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita, una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo.
Ieri alle otto la signora Bérenge, la portinaia, è morta. Si sta schiodando dalla notte un gran temporale. Quassù in cima dove stiamo noi il casamento trema. Era una cara e gentile e fedele amica. Domani la sotterreranno in Rue des Saules. Era proprio vecchia, allo stremo della vecchiaia. Io gliel'avevo detto fin dal primo giorno che s'era messa a tossire: « Non si sdrai, soprattutto!... Se ne resti a cuccia nel suo letto! » Non ero affatto tranquillo. E infatti ecco qua... E infatti, al diavolo...
Mica l'ho praticata sempre, 'sta merda di medicina. Ora glielo voglio proprio scrivere ch'è morta, la signora Bérenge, a tutti quelli che m'han conosciuto, che han conosciuto lei. Ma dove saranno?
Vorrei che il temporale facesse ancor più baccano, che i tetti sprofondassero, che la primavera non ritornasse più, che casa nostra sparisse.
Lei lo sapeva, la signora Bérenge, che tutti i dispiaceri arrivan per lettera. Ma mica so più a chi scrivere... È tutta gente lontana... Si son cambiati l'anima per tradir meglio, scordar meglio, parlar sempre d'altro...
Vecchia signora Bérenge, il suo cane strabico se lo prenderanno, se lo porteranno via...
Tutto il dolore delle lettere, da una ventina d'anni ormai, s'è fermato da lei. Eccolo qui nel sentore della morte recente, l'incredibile acre gusto... È appena uscito dall'uovo... È qui... Se la gironzola... Lui conosce noi, noi conosciamo lui, adesso. Non se n'andrà. Mai più. Bisogna spengere il fuoco nella guardiola.
Ma a chi scrivere? Non ho più nessuno. Più un'anima che accolga dolcemente lo spirito gentile dei morti... che parli, dopo di ciò, con più dolcezza delle cose. Animo, via, da soli!
Sull'ultimo, la mia vecchia custode, lei non poteva più dir nulla. Soffocava, mi tratteneva per una mano... È entrato il postino. L'ha vista morire. Un rantoletto. Tutto qui. Ne venne da lei gente, una volta, per chieder di me. Se ne son riandati via, lontano, molto lontano nella dimenticanza, a cercarsi un'anima. Il postino s'è levato il berretto. Potrei dir io tutto il mio fiele. So io. Lo farò più in là, se non torneranno. Ora preferisco raccontar delle storielle. Ne racconterò di tali che quelli torneranno apposta, per accopparmi, dai quattro venti. Allora la sarà finita e ne sarò arcicontento."

Avrei voluto scriverle io, queste cose. Sono dentro di me, una per una, queste cose e le tante altre che Céline ha scritto. Ha dato forma a quel che sono, quest'uomo, a quel che vedo, a ciò che penso e sento. Avrei voluto scriverle io, queste cose. Non è comunque di poco momento il fatto che abbia avuto la fortuna di leggerle, queste cose. E di amarle. Seppur di un amore che trascolora in un dolore che non conosce requie.

Paolo Pizzato

Céline, Bagattelle per un massacro: caveat ai bibliofili, bibliomani e "libridinosi" céliniani!



Comunicazione di servizio:

oltre a pretendere i consueti prezzi elevatissimi per l'edizione Guanda (200-300-400 Euro, ma vi invito a evitare di cadere vittime della libridine e attendere... le mie due copie Guanda, aspettando l'occasione giusta, le ho pagate solo 50 e 25 Euro, condizione dei libri pari al nuovo o giù di lì) alcuni venditori adesso stanno "cammuffando" l'edizione anastatica di Ar (clicca), edita nel 2008.

Non so se il venditore sia in buona fede o meno, ma la fraseologia "RARA EDIZIONE ANASTATICA DEL 1938 CORBACCIO" è quantomeno sospetta... specie se si chiede più del doppio del suo prezzo:

Céline, Bagattelle per un massacro, Edizioni di Ar-Adel, euro 24,00
Ristampa anastatica, in tiratura limitata, dell’edizione italiana del 1938.