giovedì 23 maggio 2019

Andrea Lombardi su "Le Bulletin Célinien" di maggio



Sapevo che nel numero di maggio de "Le Bulletin Célinien", dal 1981 la pubblicazione dedicata a Céline più seguita, avrebbero citato i miei lavori su Louis-Ferdinand Céline, ma non immaginavo lo avrebbero fatto dedicandomi copertina e editoriale di apertura, onore concesso in questi quasi 40 anni di attività della rivista a ben più illustri critici letterari e scrittori céliniani. Grazie a Marc Laudelout e al BC e a tutti quanti i miei lettori e alle persone che mi hanno aiutato negli anni.


Andrea Lombardi


"Andrea Lombardi è senza alcun dubbio il céliniano più attivo d'Italia. Oltre a un blog dedicato interamente al suo autore prediletto, gli si devono diverse opere, tra le quali una superba antologia, riccamente illustrata, pubblicata nel 2016 dalla sua associazione culturale ITALIA Storica. Da molti anni, non smette di rendere accessibile ai lettori italiani dei testi poco conosciuti di Céline (come la sua corrispondenza) ma anche delle testimonianze e studi letterari che raccoglie in testi di bella fattura.
Oggi, pubblica una plaquette riunente i tasselli del dossier polemico che oppose Céline a Roger Vailland [...]"



"Andrea Lombardi est sans nul doute le célinien le plus actif d’Italie. Outre un blog entièrement dédié à son auteur de prédilection, on lui doit plusieurs ouvrages dont une superbe anthologie, richement illustrée, éditée en 2016 par son association culturelle “Italia Storica”. Depuis plusieurs années, il n’a de cesse de rendre accessible au lectorat italien des textes peu connus de Céline (dont sa correspondance) mais aussi des témoignages et des études littéraires qu’il réunit dans des ouvrages de belle facture.
Aujourd’hui, il publie une plaquette réunissant les pièces du dossier polémique qui opposa Céline à Roger Vailland. [...]"






mercoledì 8 maggio 2019

Recensioni di "Céline contro Vailland", a cura di Andrea Lombardi (Eclettica Edizioni)



Il complotto (sgangherato) per uccidere il Céline "nazi"
di Alessandro Gnocchi 

Nel 1950, lo scrittore Roger Vailland, oggi ignoto ma al tempo una celebrità, pubblicò un articolo su La Tribune des Nations in cui raccontava una storia bizzarra.

Il giornale era finanziato dai servizi segreti sovietici. Vailland (1907-1965) era un comunista molto particolare. Credeva in Stalin ma preferiva le donne. Dopo i fatti di Budapest abbandonò il partito. Il suo romanzo Uno strano gioco (1945) sulla Resistenza, aveva fan trasversali. Ad esempio piacque molto a Roger Nimier, il rispettato consulente di Gallimard al quale si deve anche il ritorno sulla scena di Céline... Al quarto piano del palazzo in rue Girardon 4 c'era una base segreta della Resistenza, nel cuore della Parigi occupata dai nazisti. Una cellula, di cui Vailland faceva parte, si riuniva in quelle stanze per fare il punto della situazione, elaborare piani, scambiare armi, ascoltare la radio inglese e altro. Al quinto piano abitava un altro scrittore, Louis-Ferdinand Céline. E mentre di sotto si cospirava, di sopra si festeggiava. A dire di Vailland, l'appartamento di Céline ospitava la «crema» del collaborazionismo francese, redattori della rivista filo nazista Je suis partout, colonnelli delle SS. Verso le undici di sera, gli ospiti se ne andavano ma rimanevano comunque a fare crocchio sotto il portone. Vailland e compagni iniziarono a pensarci su. Perché non far fuori un po' di tedeschi e collaborazionisti? Si valutarono due opzioni. Far cadere in testa ai nazisti una bomba a mano, affacciandosi alla finestra. Irrompere mitra alla mano e falciare i convenuti. Dopo un'accesa discussione, i ribelli decisero di soprassedere. Il motivo? Si potevano maciullare tedeschi e collaborazionisti meno uno: Céline. Alcuni soci di Vailland fecero notare che non si poteva crivellare come un sacco di patate l'autore del Viaggio al termine della notte. Sarebbe stato un reato contro la letteratura francese. Incredibile a dirsi, l'argomento fu sufficiente per far cadere ogni azione violenta. Vailland conclude con un filo di rammarico per l'occasione sprecata. Céline manda immediatamente una lettera al suo avvocato affinché la trasmetta all'Haute Cour: non c'è mai stato alcun cenacolo in rue Girardon, non ha mai ricevuto giornalisti o scrittori collaborazionisti, va a letto da sempre alle sette di sera. Fino a qui siamo ancora nel 1950.

Otto anni più tardi, Vailland vince il premio Goncourt con La legge. Céline scrive una contro memoria intitolata Illuminazioni e pubblicata su Le petit Crapouillot del febbraio 1958. Lo scritto si apre con il vecchio articolo di Vailland e prosegue con un'invettiva feroce.

Ora le pagine infuocate di Céline sono pubblicate in Céline contro Vailland. Due scrittori, una querelle, un palazzo di una via di Montmartre sotto l'Occupazione tedesca (a cura di Andrea Lombardi, con un testo di Giampiero Mughini, traduzione di Valeria Ferretti, Eclettica edizioni).

Céline carica a testa bassa: «Quel Vailland è solo un idiota patentato! Di dettagli, e ben gustosi, su questa buffonata resistente degli eroi dello scampato pericolo gliene potrei raccontare a migliaia! Con i puntini sulle i! Roba da uscirne alla grande, scrivere pagine e pagine per ottenere un Goncourt decente!». Céline ribadisce di aver saputo perfettamente cosa accadeva nell'appartamento al piano di sotto e di non aver mai aperto bocca a differenza degli epuratori dell'ultimissima ora: «Certo queste persone si sono trasformate più tardi, ancora una volta, passato qualsiasi pericolo, in quali giustizieri feroci... vendicatori implacabili delle coliche!».

Céline spala «a forconate» le illazioni di Vailland: «Io dico, e affermo che questo Vailland (che orrore che sia così privo di forma e stile) mi deve la vita e il suo Goncourt... E questo povero cretino si dà oggi tali arie, pose fotogeniche, stile Gréco, Malraux, Mauriac che dovrebbe essere messo in provetta con Sartre, Madeleine, Triolette, Cousteau... non una provetta! una cisterna intera per metterceli tutti!».

Eppure c'è un testimone degli incontri a casa Céline e delle sue tirate antisemite così esagerate da mettere in difficoltà i suoi ospiti. Parola di Hermann Bickler, colonnello delle SS e amico dell'autore del Viaggio al termine della notte. La memoria è pubblicata in calce al volume citato: «Poi, lo scrittore mi invitò da lui, sulla Butte. Molte di queste serate sono rimaste scolpite nella mia memoria. Il suo domicilio si trovava al cuore di Montmartre, e corrispondeva pienamente al suo stesso aspetto». Il colonnello racconta che spesso si univano alla bohème altri scrittori o pittori residenti nel vicinato o nel palazzo. Céline ce l'aveva con i tedeschi impegnati nell'Occupazione. Per patriottismo? No. Li accusava di farsi prendere in giro dal governo di Vichy.





mercoledì 3 aprile 2019

“L’umanesimo paradossale di Céline”, di Antoine Jaquier




Louis-Ferdinand Céline – seicento pagine, è troppo breve.

Leggere Viaggio al termine della notte e pensare che Céline aveva ragione. Con questo testo, pubblicato nel 1932, ha ostacolato la letteratura francese per almeno un secolo. O perlomeno, niente sarebbe stato mai più come prima. Ma i rappresentanti del panorama letterario non avevano intenzione di lasciar vacillare le loro certezze. Trecento anni passati a nuotare a rana e a rallegrarsene, ed ecco che un medico dei poveri inventa lo stile libero. Un invalido della Grande Guerra! I lettori applaudono. Peggio, comprano.

Gaston Gallimard, che si era fatto soffiare il manoscritto da Denoel&Steel, piccolissimo editore dell’epoca, è offeso. Il Goncourt sfugge a Céline e i salotti letterari lo aspettano al varco per infangare il suo prossimo libro e cercare di ristabilire lo stile accademico.
Tuttavia, il quadro della nostra umanità, in tutta la sua cupezza, era già lì e vi scoprivamo l’emozione del linguaggio parlato nella scrittura. Il romanzo lirico. Una piccolissima invenzione, diceva Céline. Gli impressionisti avrebbero reinventato la pittura in reazione all’arrivo della fotografia; lui, come per resistere al cinematografo, ha fatto sorgere il romanzo lirico. Il romanzo diventa una sinfonia emotiva. In principio non era il Verbo, affermava, in principio, vi era l’Emozione.
Poi si inizia a leggere Morte a credito. Allora si capisce che non è finita. Anzi. L’infanzia non aveva detto l’ultima parola e nemmeno la letteratura. Stavolta, è attraverso gli occhi del piccolo Ferdinand che scopriamo il mondo degli adulti. La svolta del 19esimo secolo come se ci fossimo. La miseria del popolino. È noir senza essere avvilente. Anzi, esplosioni! Uno humour corrosivo, uno sguardo tagliente. Céline alterna misantropia e tenerezza infinita  verso alcuni personaggi. Sembra che il momento dell’andare a letto sia il momento preferito del piccolo lettore. Alcune righe prima di spegnere la luce. L’umiliazione suprema per un autore: il mio testo sarebbe soporifero?
Per addormentarvi, dimenticate Céline. Leggere una frase rende elettrici. Un capitolo? È come una discussione animata con un vecchio amico. L’arborescenza della rete neuronale si accende, poi brilla. Evidenze! Paradossi! Formule! Rivolte! Meraviglie! Andate a dormire dopo tutto questo. Ad ogni sessione finisco per rialzarmi così digerisco la mitraglia. La luce azzurra degli schermi ci renderebbe insonni?
Illuminiamoci alla luce oscura di Céline.

Terribile ombra nel quadro: il suo antisemitismo. Ci lascia sconcertati per il fatto che avremmo voluto poterlo amare totalmente. I suoi pamphlet pubblicati alla fine degli anni Trenta sono ignobili e gli varranno la condanna al carcere e all’oltraggio nazionale. Tuttavia, dopo la guerra pubblica Da un castello all’altro, seguito da Nord e Rigodon, ed è di nuovo la vertigine. Lanciarsi nella trilogia tedesca, cronache della vita dei collaborazionisti rifugiati in Germania, vi teletrasporta alla fine della seconda guerra mondiale con un realismo unico.

I 1.142 esiliati (cifra sua) del regime di Vichy sui quali francesi e tedeschi sputano di comune accordo poiché nessuno ama i traditori. Un angolo morto che solo Céline ha mostrato. Chi altro avrebbe potuto lasciare la traccia di una storia che vorremmo dimenticare? Sigmaringen. L’erranza. Circolare in una Berlino devastata. Tra le macerie di una Amburgo a brandelli in compagnia di un gruppo di bambini disabili.
E Céline narra la sua esperienza personale. Parla di ciò che conosce! Ogni primo paragrafo scricchiola/scoppietta come la miccia di una dinamite. Non se ne esce illesi. Le nostre convinzioni si sgretolano. L’umanità sporca e la bellezza dello stile. Louis-Ferdinand Céline, è un’opera a frammentazione. E questo affetto dell’autore nei confronti dei bambini – dei più deboli, degli oppressi del sistema in generale. Il suo paradossale umanesimo. Il suo amore per gli animali. Il suo gatto Bébert.

In quanto autore, per me, Céline, è la certezza di non potermi mai credere geniale. Qualsiasi cosa faccia e anche in questi momenti di euforia letteraria dove posso sentirmi, come diceva Arturo Bandini, l’alter ego di John Fante, “il più grande scrittore del mondo”, so che sono lontano mille leghe.
Questo grigiore indotto dai nostri stessi testi, che sembra comune agli autori e che ci consente di avere la presunzione di pubblicare i nostri lavori, viene tenuto a freno per fortuna da Céline, Dostoevskij, Ramuz e tanti altri.

Lungi dall’inibirmi, questi autori mi ispirano. Mi motivano e mi convincono che pubblicare non è vano. Che bisogna accanirsi. Migliorarsi. Scrivere il libro che vorremmo leggere. Lo stile. Lo stile! Solo lo stile conta. La storia è secondaria. Delle storie, ne sono pieni i giornali, le serie TV e i film. Essere se stessi il critico più severo. Evitare di essere lento. Evitare di essere pesanti. Il sorriso interiore. Mettere il proprio fegato sul tavolo, trarre ispirazione dal vissuto, non esitar a scrivere in prima persona, trasporre, sedersi al tavolo e non aver paura di sporcarsi le mani nella morchia della natura umana. Come affermava il dottor Destouches: “La grande ispiratrice, è la morte.”

Articolo apparso su “Le Temps” del 16 febbraio 2019. Traduzione di Valeria Ferretti.

domenica 10 marzo 2019

Louis-Ferdinand Céline, fuorilegge della letteratura: conferenza di Rodolfo Vivaldi e Andrea Lombardi

Venerdì 15 marzo ore 17.30 nella sede di DOMUS CULTURA di via D. Chiossone 6/4, 
Genova, si terrà la conferenza:

Louis-Ferdinand Céline, fuorilegge della letteratura 


Maestro di stile e “medico dei poveri”, pacifista e sferzante fustigatore dell’uomo occidentale, autore di capolavori della letteratura mondiale e di quei pamphlet che gli valsero in vita l’emarginazione letteraria: questo e altro fu Louis-Ferdinand Céline, disincantato testimone del Novecento, di cui conobbe, visse e a volte subì tutte le maschere. 

Ne parlano Rodolfo Vivaldi, autore del libro Giovannino Guareschi e Louis-Ferdinand Céline. Due grandi del '900 (I libri del Borghese, 2014) e Andrea Lombardi, curatore del libro Louis-Ferdinand Céline - Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze (Bietti, 2018).



Qualche immagine della presentazione:





Rodolfo Vivaldi e Andrea Lombardi


Andrea Lombardi


Miriam Pastorino, Rodolfo Vivaldi e Andrea Lombardi


La Domus Cultura di Genova



mercoledì 6 marzo 2019

lunedì 7 gennaio 2019

Morto Piero Sanavio, critico letterario e céliniano


Pur con una visione molto ortodossa, Piero Sanavio è stato tra i primi céliniani italiani. Sotto, una sua intervista del 2013 all'uscita del suo Ancora su Céline.



“Céline era antisemita, certo. Ma è dalla merda e dal sangue che nasce la grande letteratura”

Padovano, classe 1930, fronte ampia, volto volitivo, un po’ Popeye un po’ Marlon Brando, Piero Sanavio si è laureato a Venezia sulle fonti italiane dei “Cantos”, su Ez ha pubblicato un mucchio di libri. Di Sanavio mi piace l’indomita indole alla trasgressione, al vagabondaggio (ha insegnato negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna), un cipiglio fuori tempo e fuori norma che ha pagato duro: nel catalogo dei maggiori editori italiani, da Neri Pozza a Rizzoli e Bompiani, oggi è marginalizzato, lo pubblica Raffaelli, a Rimini. La prima volta che l’ho visto Sanavio lavorava a un libro su Louis-Ferdinand Céline, il seguito di “Virtù dell’odio”, del 2009, stampato proprio da Raffaelli. S’intitola “Ancora su Céline”, è in libreria dal mese prossimo, «è nato in parte dall’indignazione per la superficialità o malafede (la scelta è sua) di molta critica italiana che ha minimizzato o addirittura negato l’antisemitismo di Céline – come ne ha minimizzato l’anticomunismo facendo passare Céline persino per un simpatizzante comunista», mi dice, carattere duro, sguardo superbo, voce ferrea. Tendenzialmente introvabile, lo raggiungo per un dialogo via mail. «In questo secondo libro mi sono limitato a suggerire la rilettura di certe pagine, oltre che a indicare molte falsificazioni (sue, dei critici), molte menzogne. Anche il celebratissimo “Semmelweis”, come ce lo presenta Céline, perlomeno, è una menzogna». Quanto incide l’antisemitismo di Céline nell’opera dello scrittore Céline? «L’antisemitismo è inseparabile dall’opera e non ci sono alibi. Non ci sarebbe Céline senza l’antisemitismo. Né serve dire, a giustificazione, che gran parte della Francia tra le due guerre era antisemita. L’antisemitismo di Céline è cialtronesco, viscerale, peggiore persino di quello che fu chiamato il socialismo degli imbecilli. In Céline anche l’insistenza sull’irrazionale, il “rêve eveillé”, i famosi puntini sospensivi, la guerra contro la Grammaire Raisonnée nascono dal suo antisemitismo. È la bestialità irrazionale contro la ragione». Da qui al nazismo il passo è breve. «Con tutto questo, è eccessivo definire Céline nazista, era piuttosto un cialtrone imbevuto dello spirito revanscista che avrebbe prodotto Vichy – vile, ignobile, servile, criminale persino, come coloro che ammassarono gli ebrei al Vel’ d’Hiv’ per mandarli ai lager. Però fu anche un grande scrittore. Parafrasando ciò che qualcuno disse della politica, è anche “dalla merda e il sangue” che nasce la letteratura. Era l’invidia a muoverlo, invidia per tutto ciò che egli non poteva essere. Detestava gli ebrei che identificava con la grande borghesia perché sapeva che per quanti soldi potesse guadagnare e quanto celebre potesse diventare, ciò non bastava a far di lui un borghese, un grand bourgeois alla Proust, alla Gide: occorreva assai di più e quel di più gli mancava». Già, come la mettiamo con Proust. «Con tutto il suo antisemitismo, Céline cedeva al fascino di Proust, imitandolo, per quanto tentasse di nasconderne le tracce e affermasse che lo detestava. Anche questo c’è nel mio libro. Non vi si parla soltanto di antisemitismo, o di quando Céline faceva il finto povero, nascondendo la consistenza dei suoi guadagni – si parla soprattutto, ancora, sempre, di letteratura». In sintesi: il ruolo di Céline nella letteratura moderna. «Ripeto: fu un grande scrittore. Soprattutto all’interno della letteratura francese dove, rompendo le regole della grammatica, poteva illudersi di minare le strutture sociali del Paese e stravolgerne la storia. Intrasportabile, fuori di Francia, il suo stile, come certi vini e certi formaggi, senza senso al di fuori della lingua francese e di quella letteratura». Gombrowicz, Thoreau, Pound, Céline: lei è attratto dai disobbedienti. La grande letteratura è sempre “trasgressiva”? «Shakespeare, probabile “recusant” e prudente fino a sfiorare la viltà, restava formalmente nell’ortodossia non soltanto perché era il Potere che gli permetteva di vivere, proteggendo la sua compagnia teatrale – operava nell’entusiasmo di un boom economico che pareva inarrestabile e lo restò fino alla morte di Elisabetta. Aveva anche, davanti a sé, il terribile ricordo della fine di Marlowe, il grande trasgressore. Con la menzogna del progresso inarrestabile e razionalizzando lo sfruttamento dei subalterni la cultura borghese ha occupato ogni spazio dell’esistente sicché l’arte nel suo ambito non può esprimersi che per negazioni e la scrittura non può che essere antagonista». Lo stato della letteratura italiana. «Bisognerebbe cominciare a chiedersi perché Casanova e Goldoni scrivessero le loro memorie in francese e Barretti scrivesse in inglese. Era il Settecento. Quanto al celebratissimo “Gruppo 63”, ho l’impressione che si sia trattato di un’operazione editoriale più che culturale e di una tardiva imitazione degli stranieri. Non bastava plagiare i “Cantos” per diventare moderni, o pensare che la “housewife from Dubuke, Iowa”, (per la quale Harold Ross aveva fondato il “New Yorker”) fosse sorella di latte della “casalinga di Voghera”, la signora dell’Iowa parlava inglese e aveva la traduzione della Bibbia di re Giacomo, insieme alle chiavi di casa, nella borsa per la spesa. Vale a dire: conosceva il linguaggio di Shakespeare, non fosse altro perché andava a messa, e da brava calvinista credeva nell’importanza radicale del patto – tra l’uomo e dio e tra uomo e uomo, quindi tra lo Stato e il cittadino. Sapeva anche che, se si stancava del marito, poteva sempre divorziare. Se poi si interessava all’arte, alla letteratura, la sua città, come qualsiasi altra della Repubblica, era provvista di ottime biblioteche». Socchiudo la porta della mail con un «grazie per i molti insegnamenti». Segue risposta lapidaria, «non mi prenda troppo sul serio». Davide Brullo

*intervista pubblicata su “La Voce di Romagna” il 9 maggio 2013