Louis-Ferdinand Céline
L'opera di Céline in brevi schede bibliografiche, estratti, notizie e interviste.
lunedì 5 marzo 2012
L’autocensura di Céline - Il caso delle “Bagatelle”, un saggio di Riccardo De Benedetti
sabato 18 febbraio 2012
"Bagatelle per un massacro", Meglio sapere o non sapere?

"BAGATELLE PER UN MASSACRO", MEGLIO SAPERE O NON SAPERE?
Coda o covone di paglia che sia, vorremmo un po’ più di pragmatismo. Bastava dare una scorsa al nome dei relatori (Marco Vallora, Giancarlo Pontiggia, Gian Paolo Serino, oltre al filosofo Franco De Benedetti, autore per Medusa di “Céline e il caso delle Bagatelle”), per capire che non si trattava di un convegno di Casa Pound. Il patrocinio di Palazzo Marino può andare dunque solo a quegli eventi incentrati su testi edificanti? Eppure nelle cineteche comunali è circolato più volte “Moloch” di Sokurov, incentrato sulla vita di coppia di Hitler e Eva Braun, e Leni Riefenstahl è stata premiata qualche anno fa a Palazzo dei Giureconsulti, con un riconoscimento alla carriera. Non è la stessa cosa, direte voi. E certamente gli esempi scelti sono volutamente grezzi. Perché di un tabù, e nulla di più, si tratta. Così come siamo interessati a osservare dallo spioncino il mènage extraconiugale del “mostro” Hitler, o a visionare le fotografie apologetiche del regime nazista di una talentuosa artista di propaganda, non vedo perché non si possa discutere serenamente sui motivi per cui oggi esiste ancora un libro all’indice, sui cui tutti esprimono un giudizio fermo, senza che nessuno l’abbia letto. Il motivo sta nel fatto che l’antisemitismo che vi è espresso è strettamente contiguo dal punto di vista temporale all’Olocausto. Questa è l’unica ragione.
Gian Paolo Serino ha ricordato in questi giorni che l’antisemitismo era diffuso tanto nella società americana quanto in quella europea sin dagli inizi del “secolo breve”. Era, aggiungiamo noi, altrettanto radicato nella civiltà cattolica, e i retaggi di quel radicamento si riscontrano ancora nel linguaggio e nella considerazione verso gli ebrei che caratterizza le aree “bianche” del nostro Paese. Nel caso di Céline, l’antisemitismo attraversava anche i romanzi, ma nessuno si è curiosamente mai messo ad analizzare da questo punto di vista “Viaggio al termine della notte” o “Morte a credito”. Eppure i testi di fiction di altri autori francesi, a partire da quello che, a torto o a ragione, è considerato l’erede di Céline, ossia Michel Houellebecq, da sempre sono passati alla lente d’ingrandimento, per provare a capire se il punto di vista dei protagonisti è in tal senso quello dell’autore. Da questo di punto di vista il dibattitto è particolarmente vivace. Può essere considerato decisivo al fine del giudizio ultimo sul valore dei romanzi dell’autore di “Piattaforma”, o venire liquidato come una pruderie, ma certamente nessuno si è mai sognato di mettere all’indice lo scrittore di punta di Flammarion. Ricordo invece una circostanza curiosa. La prima volta che mi procurai “Morte a Credito”, nella prima edizione italiana, quella di Garzanti del 1964, con la traduzione di Giorgio Caproni, il testo era censurato. Nel senso che ogni tanto il lettore incontrava degli spazi bianchi. Spesso si trattava di una sola parola, più raramente di intere frasi o periodi. Quelle cancellazioni non erano in alcun modo legate a passaggi di contenuto antisemita, e facevano riferimento piuttosto a situazioni scabrose, o utilizzavano termini allora “proibiti”. Di fatto dovemmo aspettare il 1997 per leggere la traduzione di Caproni nella sua integrità, grazie ai tipi di Tea (in precedenza c’era stata un’edizione Mondadori, nel 1987). Ma il fatto è che Ferdinand Bardamu era un alter ego di Céline. Altra cosa, nella percezione del lettore, è evidentemente un pamphlet, in cui non c’è possibile equivoco in merito tra la posizione di chi parla e quella dell’autore. È dunque solo una questione di codice? Quel che si può dire in un romanzo (i passi antisemiti non sono mai stati “sbianchettati”) non ha diritto di cittadinanza in un saggio? Evidentemente sì, per quanto poco voltairiano ci possa sembrare. Il paradosso è che così continueremo a non sapere se “Bagatelle per un massacro” è una sorta di “Mein Kampf” o meno. In Italia esiste un’edizione di “Bagatelle” pubblicata da Guanda nel 1981, che venne ritirata dalle librerie tre mesi dopo la pubblicazione, a seguito delle rimostranze della vedova Céline. Non si trattò dunque di un vero e proprio episodio di censura, quanto piuttosto di tutela-attraverso strumenti indebiti-dello status raggiunto dallo stesso Céline con il corpus complessivo della sua opera. Era sufficiente il pamphlet per sporcarla? La risposta è legata a quella che personalmente considero un’evidenza: se non fosse avvenuto l’Olocausto, “Bagatelle per un massacro” sarebbe un vergognoso testo antisemita, trascurato dalla critica, pubblicato magari da qualche oscuro editore. Credo per esempio che in pochi sappiano che contiene la presentazione di tre balletti ideati per L’Expo del 1937, “La naissance d'une fée”, “Voyou Paul”, “Brave Virginie” e “Van Bagaden”. E che fu proprio il rifiuto di questi balletti scatena la furia razzista di Ferdinand, protagonista del libro. Perché, e questa immagino sia una sorpresa per molti, “Bagatelle” contiene anche molti elementi di finzione letteraria, al punto che potremmo persino pensare che gli alter ego di Céline siano due, lo stesso Ferdinand e il dottor Gutman, con cui il protagonista dialoga (ricordiamo che l’autore esercitava la professione di medico). Ci sono poi diversi passaggi in cui vengono criticati tutti i totalitarismi, e accenni a quelle stesse posizioni pacifiste espresse nel suo primo romanzo. Un pamphlet ha convenzioni diverse da un saggio, genere per cui Céline, anzitutto per organizzazione sintattica della sua prosa, sarebbe stato negato. La prosa di “Bagatelle” vede infatti ricorrere spesso le sperimentazioni/convenzioni del secondo Céline, a partire naturalmente dai tre puntini. Per chi volesse affrontarne la lettura, la traduzione di Giancarlo Pontiggia si trova in rete, in versione Pdf. Da notare che, al contrario di “Mein Kampf”, il successo di pubblico di “Bagatelle” fu enorme, e proseguì anche negli anni dell’occupazione. La critica di destra lo accolse però con qualche sospetto, legato al carattere d’invettiva e alla mancanza di una struttura argomentativa. A sinistra venne massacrato. Con l’eccezione eccellente di Andrè Gide, che si rifiutò di credere all’autenticità delle intenzioni di Céline, e definì il testo una finzione letteraria, assolvendo il dottor Destouches dal peggiore dei suoi crimini.
Non ero presente al dibattito in Sormani. Immagino che di questo e di molto altro abbiano discusso i relatori. Resto dell’idea che Boeri dovrebbe occuparsi di altro, che senza il patrocinio del Comune la discussione su di un testo all’indice resta comunque un evento culturalmente rilevante, e che né il timbro di Palazzo Marino né la presenza dell’assessore avrebbero aggiunto nulla. Qualche anno fa Vinicio Capossella dedicò un intero disco alla cosiddetta “Trilogia del Nord”, i romanzi in cui Céline ricostruisce le peripezie in Danimarca dopo la fuga dalla Francia in quanto collaborazionista. Quasi nessuno si accorse che l’album (s’intitolava “Canzoni a Manovella”) era direttamente ispirato ai climi di “Da un castello all’altro” e agli altri testi di finzione scritti a Meudon dopo il ritorno dalla Danimarca, nel Secondo Dopoguerra. Eppure la prima canzone si chiamava “Bardamù”, che è proprio il nome dell’alter ego di Céline nei suoi scritti di fiction. Vinicio ha più volte sostenuto che il Céline più interessante è quello degli ultimi romanzi, “che lascia le frasi a metà”.
Ma in mezzo tra i due capolavori universalmente riconosciuti come una vetta della narrativa del Novecento e i lavori più sperimentali, resta pur sempre l’autore di “Mea Culpa” e “Bagatelle per un massacro”, e la “Trilogia del Nord” narra le vicende dell’uomo Céline in quegli stessi anni in cui scriveva un testo esplicitamente collaborazionista come “La scuola dei cadaveri” (che in Italia è stato tradotto solo nel 1997 e pubblicato dall’oscuro Edizioni Soleil nella Collana del Nibbio Bianco-anche questo testo è reperibile in rete). Insomma, che piaccia o meno, Bardamù e Fernand sono la stessa persona, anche se la cosa nel dopoguerra infastidiva lo stesso Céline, che fu il primo a opporsi alla ripubblicazione di “Bagatelle”. La critica letteraria ha il dovere e il diritto di prenderne atto, a prescindere dall’ansia del “politicamente corretto” che pervade la giunta arancione.
sabato 11 febbraio 2012
Cathérine Maubon (Università di Siena) e il “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline
[...] Molto apprezzata, da parte del numeroso pubblico presente, anche la scelta di proiettare un’intervista allo scrittore del 1959, realizzata della televisione pubblica francese, nella quale emerge - ha commentato Cathérine Maubon - l’incontestabile dimensione ironica del personaggio e la sua personalità multiforme.
Marcello Flores d’Arcais, docente di Storia contemporanea e Storia comparata, ha invece contestualizzato l’ambientazione storica del romanzo: La situazione sociale ed economica del tempo risentiva molto della crisi del 1929, anche se i suoi effetti erano più acuti negli Stati Uniti o in Germania, piuttosto che in Francia. Qui, vi era piuttosto una forte instabilità politica, a causa di coalizioni elettorali labili e poco coese.
“Viaggio al termine della notte”, per molti aspetti autobiografico, propone un viaggio-delirio fra le contraddizioni e le ipocrisie dell’inizio del XX secolo: gli orrori della trincea della Prima guerra mondiale, la ferocia dello sfruttamento coloniale, il degrado delle metropoli moderne e dei sobborghi operai, gli incubi tayloristici delle catene di montaggio, l’avvento di una piccola borghesia cinica e faccendiera. La storia si sviluppa intorno alla figura del dottor Bardamu, medico professionista, sorta di alter ego dell’autore che permette a Céline di riversare nel romanzo la sua carica sovversiva nei confronti dell’ordine sociale e dei canoni letterari dell’epoca.
Céline scandalizza perché rompe lo scarto tra morale e letteratura – ha affermato Cathérine Maubon - La forza dirompente del “Viaggio” e le origini del suo successo, che lo rendono ancora attuale, non stanno tanto nel materiale narrato, quanto nelle forme espressive del romanzo, attraverso le quali sferra un attacco dirompente alla lingua e agli ambienti accademici ed elitari del suo tempo, quelli in cui si parla con l'accento distinto di chi dà gli ordini ai domestici. [...]
lunedì 6 febbraio 2012
Recensione a Viaggio al termine della notte di Elio Germano
Dal Secolo XIX di Genova, 4 febbraio 2012.
E qui una intervista a Germano (anche) su Céline: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/elio-germano-porta-celine-teatro-%E2%80%9Calla-crisi-economica-risponde-liberismo%E2%80%9D/188606/
mercoledì 1 febbraio 2012
La prima vita di Céline: il corazziere a cavallo Louis Destouches nella prima guerra mondiale
| Tavola ritraente un Maresciallo d'alloggio del 12° Corazzieri, 1913 |
Il 31 luglio, a Saint-Germain, il Reggimento è mobilitato e il 2 agosto si assembra nella regione a sud di Commercy. Louis accoglierà la notizia della guerra con lo stesso entusiasmo patriottico di milioni di giovani come lui in tutta Europa, come testimoniato da questa lettera ai genitori scritta poco prima della partenza per il fronte, tanto diversa per stile e spirito dal Viaggio al termine della notte:
sabato 28 gennaio 2012
Viaggio al termine della notte a teatro: spettacolo di Elio Germano, Teho Teardo e Marina Bertoni
Grazie alla sensibilità del celebre attore, che reciterà in italiano e francese, vengono ripercorsi in musica alcuni frammenti del capolavoro di Céline. Questa interpretazione così originale dà nuova linfa al testo e concede nuove possibilità espressive.
Si parte dal Politeama di Genova al 2 febbraio. Le altre date toccheranno: Bologna (3-4 febbraio Teatro del Sole), Correggio (5 Teatro Asioli), Milano (7-19 febbraio Teatro Elfo), Roma (21-26 Palladium) e Cagliari (28-29 febbraio Teatro Massimo).
http://spettacoli.notizie.it/elio-germano-recita-celine/
domenica 22 gennaio 2012
Céline contro Sartre su Satisfiction
scritto da Céline contro Sartre nel 1947 su
Satisfiction.me (cliccare qui o sull'immagine):
domenica 15 gennaio 2012
Pound, Céline, Schmitt & Co...
Ezra Pound era un grande poeta. Meglio: un grande poeta fascista. Forse gli scrittori e gli intellettuali che hanno firmato una lettera di solidarietà alla figlia di Pound in lotta contro l’«appropriazione indebita» da parte di Casa-Pound pensano invece che un grande poeta non possa essere un grande poeta fascista. Dicono infatti di essere «sdegnati» per l’«uso improprio» che l’estrema destra farebbe del «valore universale della poesia» di Pound. Perché, le poesie di un grande poeta fascista, nel caso fossero grandi poesie belle ed emozionanti, non possono avere un «valore universale»? Dicono anche con una certa imprudenza interpretativa, i Belpoliti e i Cucchi, i Magrelli e i Guglielmi, i Ghezzi e i Balestrini e gli altri firmatari dell’appello, che l’estrema destra che si appropria del nome di Pound sarebbe lontana «dall’universo culturale» del grande poeta (fascista). «Lontano» in che senso?
Ezra Pound era un grande poeta fascista. Era così fascista che concepì i suoi meravigliosi Cantos vicino a Pisa, precisamente nel campo di Coltano, insieme a numerosi altri fascisti che lì erano internati dopo il 25 aprile, dove il grande poeta venne rinchiuso in una gabbia all’aperto, sotto il sole cocente o sotto una pioggia torrenziale: non ci furono grandi poeti e scrittori dello schieramento antifascista che si sentirono di difendere il «valore universale» di Pound. Pound era così fascista che venne segregato per tredici anni in un manicomio criminale perché, da fascista, durante la guerra aveva fatto il propagandista di Mussolini contro gli Stati Uniti: un fascista, e per giunta traditore del suo Paese. Pound era un grande poeta. E purtroppo, con le sue polemiche sull’usurocrazia delle banche a suo avviso pervase di «spirito giudaico», non esente da un antisemitismo imperdonabile. Non c’è nessuno scandalo nel fatto che, amolti anni di distanza, dei gruppi giovanili fascisti si rifacciano al nome di un grande poeta fascista. Come non ci sarebbe scandalo se un gruppo dell’estrema sinistra si richiamasse al comunista Bertolt Brecht, o al comunista Pablo Neruda. Ne verrebbe forse compromesso il «valore universale» di magnifiche opere teatrali e di splendide poesie?
Si fatica ad accettare l’idea che una grande cultura possa essere partorita da un fascista e che tra fascismo e cultura, malgrado le indicazioni di Norberto Bobbio contenute in una delle opere meno brillanti del grande filosofo torinese, non ci siano una inconciliabilità e una incompatibilità assolute. Si considera ancora il fascismo dei grandi scrittori, artisti, poeti, architetti, drammaturghi, registi fascisti come una parentesi insignificante, un accidente biografico, al massimo un deplorevolema momentaneo cedimento che non inficia la grandezza dell’arte e della letteratura. Oppure li si depura, si dà loro una versione purgata, narcotizzata, decolorata della loro arte e del loro pensiero.
Si sente ancora l’eco delle furiose polemiche degli heideggeriani di sinistra contro una biografia di Heidegger che si era permessa di sottolineare l’adesione del grande filosofo tedesco al nazismo e il celeberrimo discorso universitario in cui il grande filosofo tedesco riconosceva in Adolf Hitler l’uomo del Destino venuto a guidare il suo popolo verso le vette dell’autenticità.
Anche Carl Schmitt è stato sottoposto a un processo di denazificazione postuma per farne un maestro della filosofia politica asettico e neutro. I recenti lavori critici di Ernesto Ferrero e Riccardo De Benedetti hanno restituito di Louis-Ferdinand Céline una pienezza di significati che non prescinde dalle nefandezze antiebraiche profuse da Céline nelle pagine delle Bagatelle per un massacro. Viaggio al termine della notte è un capolavoro della letteratura del Novecento, ma l’opera di Céline non può essere tagliata a fette, a seconda delle simpatie e delle convenienze. Céline era un grande scrittore, ma un grande scrittore antisemita. Purtroppo le due cose possono convivere: la cosa peggiore è far finta che non sia così, dare un’immagine di comodo di uno scrittore maledetto, scrostarlo di ogni contaminazione ideologica, darne una biografia culturale dimezzata. Del resto, non tardarono ad accorgersi dell’identità fascista degli scrittori e intellettuali appena menzionati i vincitori della Seconda guerra mondiale che non esitarono a sanzionare duramente Heidegger, Céline e Carl Schmitt (il cui caso finì addirittura a Norimberga). A Pound venne riservata, come abbiamo visto, la punizione più crudele. Furono pochissime le voci indignate per il trattamento subito dal grande poeta, pochissimi si interrogarono sul paradosso che vedeva un poeta artefice di poesie di «valore universale» trattato come un pericoloso criminale. E perché mai gli estremisti di destra non dovrebbero rivendicare la loro simpatia per Pound? E come si può ragionevolmente dire che Pound era «lontano» dall’universo culturale dell’estrema destra?
Il difetto sta appunto nel voler dividere l’indivisibile, nel nascondere le parti brutte per prenderne solo quelle più belle. Invece bisognerebbe per prima cosa riconoscere che cultura e fascismo non sono incompatibili. E in secondo luogo ammettere che l’ammirazione per le poesie di Pound (o per i romanzi di Céline, o per il teatro di Brecht) può benissimo convivere con la certezza che il loro autore disse e scrisse anche mostruose sciocchezze. In terzo luogo ricordare che purtroppo la stragrande maggioranza degli artisti e degli scrittori appoggiò uno dei grandi totalitarismi del Novecento, e talvolta, ma non tanto infrequentemente, tutti e due, in più o meno rapida sequenza. È così «improprio» ricordarlo?
Pierluigi Battista
http://lettura.corriere.it/debates/falsificare-pound-per-antifascismo/
Viaggio in fondo all'odio, intervista di Céline all'Express, giugno 1957

Louis-Ferdinand Céline
VIAGGIO IN FONDO ALL’ODIO
Di seguito, l’eccezionale intervista della giovane giornalista Madeleine Chapsal (nella foto) a Louis-Ferdinand Céline, pubblicata su L’Express n° 312 del 14 giugno 1957: come in altre occasioni, al di là dei temi toccati, sin dalle prime battute sarà Céline a condurre l’intervista, portandola sui binari di una vertiginosa invettiva che non dà - e soprattutto non chiede - quartiere.
Andrea Lombardi
D. Sono venuta a chiederle di D’un château l’autre.
R. Parlare d’un libro, mica possibile...
D. L’ho letto,
R. Ha mica potuto leggerselo per bene, lei, perché è diventato un guazzabuglio. Ho consegnato il manoscritto, e il manoscritto, per che motivo, poi?, l’han scombinato, me lo son visto tutto rivoltato, la fine al posto dell’inizio!... Presumo che l’imparano alla Nouvelle Revue Francaise, li sballottano di scrivania in scrivania poi cercano di rappezzarli, i capitoli. E poi me l’hanno imbastardito e non si capiva più cos’era diventato quello, e quell’altro... Alla fine, bene o male l’han rimesso in piedi, sto capolavoro...
D. L’ha riletto, dopo?
R. Eccome. Pieno di sbagli. Ce ne saranno sempre, difficile che non ce ne siano, dato che è pieno di trucchi, trucchi di stile. Parole al posto di altre. Stampatori e tipografi prendono un inizio di frase e la finiscono come gli pare a loro; non è mica così che va bene. Dentro, c’è un trucchetto. Mai che mettano la parola giusta al posto giusto. Mettono la parola naturale, normale, logica, quella che ci metterebbe Paul Bourget. Paul Bourget... È lui che la comanda la letteratura francese! La parola che tutti s’aspettano? Cos’è poi che vuole, il lettore? Che dica cose che non lo urtino.
D. Vuoi dirci allora com’è che scrive?
R. Sono uno stilista, mettiamo, un maniaco dello stile, mi diverto a fare cosette. A un uomo si chiede moltissimo, ma può mica fare molto, lui. Enorme illusione del mondo moderno, domandare a uno d’essere volta a volta un Lavoisier o un Pasteur, di far tornare sempre i conti. Uno che trova qualcosuccia di nuovo è già tanto, è già bell’e sfinito! Gli basta per una vita! Si parla di “messaggi”. Mando mica messaggi alla gente, io. L’enciclopedia, che è enorme, è stracolma di messaggi. Niente di più volgare, a chilometri e tonnellate, e giù filosofie, visioni del mondo!...
D. Lei direbbe piuttosto d’aver prodotto...
R. Macché! Una robetta da niente!...
D. Come definirebbe ciò che ha inventato?
R. Come una musica, una musichetta calata nello stile, e basta. Tutto qui. La trama, diobono, è una roba secondaria. È lo stile che conta. I pittori già si sono sbarazzati del soggetto, un boccale, un vaso, una mela, o qualcos’altro, è come li ritrai che conta. La vita m’ha voluto mettere, me, in circostanze, in situazioni delicate. Allora ho tentato di tradurle alla brava, ho dovuto farmi memorialista, per non scocciarlo, se possibile, il lettore. E in un tono che mi pare differente dagli altri, perché proprio non mi riesce di fare uguale agli altri... Mica scrivo in cinese, sicuro. Ma pur sempre un tantino differente... Quando tutti sti signori che si credono tanto differenti non lo sono proprio per niente. È piena l’Enciclopedia, di quest’altri! Ci ho il Dizionario, io, enorme, e ci sono tutti, lì dentro. Me li scovo...
D. Lei dice d’aver inventato soprattutto uno stile, ma non ci sono lettori che comprano il suo libro per la trama?
R. Roba da fruttivendole. Se non arrivi alla fruttivendola manco arrivi alle grandi tirature. La fruttivendola va a comprarsi il Signor Daninos, la Signorina Delly. Eccola qui la trama, la bella trama! In una parola, il fattaccio, la storiella che ti porti a casa tua, ben confezionala, un po’ ricamata. È sta roba che interessa il pubblico... Vuole la macchina, gli alcolici e le ferie, il pubblico. Siamo campioni del mondo d’alcolismo, 1.200 miliardi l’anno in bevute. Mica possibile anelare oltre. Siamo a sti livelli. E poi la macchina!... Ogni Francese presto ce l’avrà. E il cinema a completare l’opera. S’impara a vivere, al cinema. E i vostri giornali, poi, a dare istruzioni sulla vita. Oggi si va mica a leggere Balzac per sapere chi è un avaro o un medico condotto. Stanno nei vostri giornali, nelle riviste, e al cinema! E allora chi se ne frega d’un libro?... Una volta s’imparava a vivere, da un libro. Perciò impedivano alle ragazze di leggere i romanzi. Mariti che sorvegliavano le letture delle mogli... Ma di belle trame, adesso, pieni i giornali: ce n’è sulle carceri, sui manicomi! Pieno zeppo di trame, l’ultimo straccio di giornale. Altro che letteratura, è il soggetto che conta, la trama...
D. Quando i lettori hanno comprato Voyage au bout de la nuit hanno comprato una trama, non solo un nuovo stile.
R. Nient’affatto! Si sono comprati uno scandalo. Lo scandalo montato da Daudet. Ho beneficiato del momento in cui i critici autorevoli non erano ancora morti. Mica più voci come Daudet, oggi, come Descaves, come pure Ajalbert. Ho approfittato del momento buono... Daudet, lui s’era reso conto. Daudet capiva. Ci capisce più niente nessuno, oggi. Daudet s’era reso conto di qualcosa, d’una musichetta, come s’era reso conto di Proust. E ha detto: “C’è qualcosa, lì dentro!...” Ha parlato. Oggi invece tanta gente tutta istruita, ognuno che ci ha la maturità o la laurea ti può scrivere un romanzo. Lettere alla cuginetta, formato gigante! Uguali dappertutto... Non c’è medico o notaio senza il suo bel romanzo nel cassetto!...
D. Ciò forse vuoi dire che scrivere è un bisogno.
R. Sì, ma per colpa della lavatrice. La moglie pensa: “Una lavatrice, una che funziona, costa 200.000 mila franchi...” Lei ci pensa e, dato che è femmina, mica lo dice che ci pensa. Il marito, lui, sa scrivere, articoli qua e là... Lei pensa sempre alla lavatrice. E un bel giorno davanti alla vetrina gli fa: “Guarda, è uscita l’ultima Sagan, se ne parla tanto. Quante che ci guadagna a copia? 20%. Ah, 100 franchi a libro)?” Pensa sempre alla famosa lavatrice, lei!... Egli fa, a lui: “Senti, tu non potresti?... - Oh, io, no, lo sai bene - Oh, ma sì che lo potresti fare un romanzo uguale. È mica così straordinario, l’ho letto”. Allora, via! Ecco che ne arriva un altro, di romanzo! Spedito a Gallimard... Ogni anno zavorra di quattrocento romanzi, il Gallimard. Li butta nella Senna! Nessuno che se li fila! Valgono su per giù come tutti gli altri, ma non escono... Una lotteria!
D. Fra gli scrittori attuali c’è nessuno che abbia la «musica»?
R. Non glielo posso dire, perché se uno è scrittore in prima persona poi diventa molto parziale. Reagisce meccanicamente, è un pessimo critico, in fondo. In fondo, per lui, quel che è scritto diverso è merda. Grottesco. Lo so benissimo... Quel che è scritto diverso da te ti da fastidio. Se no, sei mica del mestiere...
D. C’è nessuno che scrive in modo simile al suo?
R. Certo, gente che ha esplorato lo stesso ambito, sensibile alle stesse cose... Più che istinto, una certa raffinatezza ci vuole, una infinita raffinatezza, e un’orribile tenacia. Come se un istologo non si occupasse dei coloranti. E ce n’è. Raffinatezza istologica. Dicono: “Importa poco che si tratti di una cellula di fegato o d’un neurone, sono i coloranti che m’interessano.” C’era Paul Morand, agli inizi, o il Barbasse di Le Feu che ci hanno provato. C’era Ramuz, in Svizzera. Gente che s’è interessata di simili problemi. Gli altri, diobono, ce n’è forse che scrive roba formidabile, non so... Ma è roba che non m’interessa. M’interesso solo dei coloranti, io. Al giorno d’oggi qual’è la donna che distingue fra un merletto e un ricamo qualsiasi? che riconosce un punto d’Alencon da uno di Valenciennes? Nessuna. Chi sa più l’antico inglese? Nessuno. Io invece lo so, ci sono cresciuto in mezzo, io. Chi è che, in anatomia, conosce bene un ginocchio, una caviglia? La dissezione? Nessuno. Raffinatezza ci vuole, lei mi capisce. Ma son cose che non interessano i suoi lettori. No, il lettore vuoi mangiare verdura ben cotta e cucinata, il piatto pronto, con dentro la buona sbobba abituale!...
D. Per chi scrive lei?
R. Scrivo mica per qualcuno. L’ultimo pensiero, una simile bassezza! Si scrive per la cosa in sé.
D. Lei comunque si rivolge ai lettori. Parla con loro, dialoga, si scusa se li ha dimenticati...
R. È un trucco. Invece li disprezzo. Quel che pensano e quel che non pensano!... Sei bell’e fregato dal lettore, dai lettori, se ti preoccupi di quel che pensano, stai fresco!... No, c’è mica bisogno, se legge, bene, se no, tanto peggio per lui!
D. Ha sempre scritto così, dimenticandosi dei lettore?
R. Sempre.
D. Anche al tempo del Voyage?
R. Sempre. L’ho scritto per pagarmi un appartamento... Semplice: sono nato che c’era la paura delle scadenze! Niente più paura delle scadenze, adesso. Mi son detto: tira il populismo. Scrive Dabit, e gente simile. Ho aggiunto: posso fare lo stesso, io! L’appartamento, e basta con sta rottura delle scadenze!... Se no, mai che l’avrei pubblicato. Avessi una rendita, mica pubblicherei nemmeno adesso. Rinuncerei al gran putiferio, e mi riposerei. Tutti che partano di pensione a quarantacinque anni. Ce ne ho sessantatre, io!...
D. Ma per gli scrittori non c’è pensionamento.
R. Per i medici sì, invece. Ho un proiettile nella testa e un braccio a pezzi. Sono invalido al 75%. Forse basta. Mi son fatto due guerre. Volontario, classe 1912.
D. Allora quando parla di letteratura...
R. No che non mi piace parlarne. Ne parlo perché voglio in tasca un anticipo di Gallimard... Ne parlo perché il denaro vuole che paghi sta casa orribile che costa orribilmente cara, dove da solo passo l’aspirapolvere, da solo lavo i pavimenti, da solo cucino e compagnia bella... Mica per civetteria che lo dico, lei mi capisce. Sta storiella allora, anche sto piccolo fanatismo stilistico, retorico, mi possiede mica al punto che mai e poi mai ci rinuncerei. Se il suo giornale mi dà un vitalizio di 100.000 al mese, rinuncio a tutto, sì, proibito pubblicare, con piacere, anzi con gioia!…
D. All’inizio di D’un château l’autre dice di rimpiangere il Voyage, che è stato il punto di partenza, l’origine di tutti i suoi guai.
R. Sì, di tutte le gran rotture; è uscito e han cominciato a rompere. Céline è il nome di mia madre. Mi credevo di passare inosservato. Mi credevo di fare i soldi dell’appartamento, chiudere sta faccenda e fare di nuovo il medico. Cerca che ti cerca, un foglio, Cyrano, alla fine m’ha beccato. M’è subito diventata impossibile, la vita, dico la vita mia di medico. Mica serio, un medico che scrive. E poi rotture di scatole perché, quella volta, Clichy mica era comunista. Dunque lavoravo per il comune, io, che però era comunista, il comune. Mi facevo i turni di notte, vent’anni turni di notte, l’ambulanza e via morti ammazzati, cadaveri, difterici, etc.... Catalogato, me, facente parte della greppia comunale. E se non ho mai votato in vita mia, fa lo stesso... Ma gli altri medici, reazionari tutti, giù a dire: “Sto porco, lavora per l’amministrazione comunista, lo schifoso!” Lotta continua! Reazionari contro municipio prima, municipio contro reazionari adesso!... Chissà che cavolo, domani! M’ha reso impossibie la vita, sta faccenda! ... N’è passato, di tempo. M’han pure accusato d’antimilitarismo! Parlano e straparlano... A vanvera!...
D. Scrive anche che tutti sembrano volerle rinfacciare la loro stessa ammirazione per il Voyage.
R. Sì, rompono pure per quello!... C’è ancora qualche concessione alla letteratura, nel Voyage, alle belle lettere. C’è ancora la frase che fila... Roba vecchiotta, per me, come tecnica.
D. Oggi le sembra d’essere più avanti?
R. Sì, più categorico e niente clichés, come libertà tecnica e stilistica. Sono mica il Signor Billy!...
D. Lei afferma di non essersi interessato al soggetto, tuttavia ha parlato sia della guerra del ‘14 che di quella del ‘40.
R. Nient’affatto! So mica se Froissart (cito gran nomi perché mi vengono in mente, non per fare il bello) Joinville o Commines si sono impicciati di proposito in quel che narrano... La storia ce li ha ficcati. Io pure, mi ci son trovato dentro... Non ci tenevo proprio, d’andare a Siegmaringen! Solo che volevano cavarmi gli occhi, a Parigi. Farmi fuori! Mi ci son trovato dentro, nel bailamme. Son stato in prigione, a Siegmaringen, in gattabuia, etc... Sbattuto ai quattro venti... Uguale a un giornalista qualsiasi! Giornalisti lo siamo tutti. Senza mai sapere quel che può capitare.. Il tizio che sta in piazza ad Algeri, e gli casca una bomba sul grugno, chiaro che sente per forza l’aria che tira, "poi chiama il giornale! .., Mi ci sono trovato intruppato, a Pétain, me lo dovevo vedere per forza. Solo dopo si scrive, è più comodo. Tipi con la testa tra le mani, che dicono: “Mi piacerebbe raccontare una storia”... Se tu prendi un caso speciale come il mio, uno che è braccato, mica per scherzo, mica braccato per gioco, ma per impalarselo e macinarselo in qualità di pregiudicato notorio, chiaro che ce l’hai pronta, la storia, mica devi sforzarti tanto! Ci hai solo un problema di stile! Più che di struttura, d’architettura...
D. Lei sostiene che le noie sono all’incirca iniziate col Voyage: non lo saranno forse con Bagatelles pour un massacre?
R. L’unico libro che ho scritto per i Francesi, fuori del mio solito riserbo. Mi son detto (ma la segretaria di redazione mica la passerà, sta cosa, no, non la passano mai) mi son detto: proprio nella merda, la Francia, chiaro come il sole, almeno che se la prenda comoda, la truppa, che lasci gli altri a vedersela coi Russi - a quest’ora, l’Algeria mica si muoveva. Ce l’avremmo ancora! Tutti fermi, e il prestigio di prima. Ancora e sempre la grande Francia, i gran vincitori! Roba che ti costruivamo l’Europa. Sì, credevo che bisognava farla, l’Europa! Vedo che ci provano adesso, a farla! Troppo tardi... Mica una risciacquata di piatti, la storia... Adesso mica la puoi fare, l’Europa. Quando c’era l’esercito tedesco, allora sì. Se lo sono fottuto! Bel capolavoro, fottersi l’esercito tedesco! Finito, non c’è più. E vogliono l’Europa, adesso. Con cosa la fai? C’è mica più! Bene! È questo che dicevo. Mi pareva geniale, sta pensata. Mica l’ho mai amato Hitler, io. Gli ho detto ciccia, in Bagatelles. Coglione come gli altri, ma ci aveva il virus. Uguale a Doriot, a Mollet, a Nasser, uguale a tutti sii politici. Bene. “Homo politicus”, caso raro, ma già noto. “L’Europa sono io!” Sì, ma tanto l’avrebbero fatto fuori! Sì che l’avrebbero fatto fuori, una volta esaurito il compito, e poi l’avrebbero rimpiazzato. Intanto lui però faceva qualcosa di costruttivo, faceva l’Europa, un’Europa franco-tedesca. Bene. Faccio gentilmente notare, inoltre, che la Germania era l’ultimo paese presso il quale godevamo di prestigio. Ci trattano da puttane e magnaccia, adesso... La roba più importante, il prestigio! Da non farci più nessun conto, però! Ci portavano alle stelle, in Germania. Da Poincaré in avanti, alle stelle. Una roba da non credere. Pure quello zero di Daladier ce lo aveva, il prestigio... “Prodigi della storia”, diceva un Tedesco. Richelieu se l’era lavorati, col prestigio. Se l’era bluffati... E noi ci andiamo a sputtanare l’ultimo popolo che ci siamo fregati! Sono mica gli Inglesi che ci rispetteranno, a noi, né gli Americani, né altri! Adesso ci tocca l’elemosina: “Un dollaruccio, un nichelino...” Io pensavo all’Europa, invece, e mi dicevo: “Adesso parlo, sicuro che faccio colpo”. Il casino che ho smosso! ... Andare a infognarmi in una faccenda simile! Sì che me ne pento, oh, quanto! Averlo saputo... Poi le ricordo che son dovuto scappare a La Rochelle con un’ambulanza, da Sartrouville... Me la volevano portar via, voleva cuccarsela, l’esercito! Ebbene! ho puntato i piedi, marciaindietro a Sartrouville, se no sarei potuto andare a La Rochelle, ce n’erano ancora di voli per Londra... Due volte colpevole, primo perché parlo inglese uguale al francese. Molto curiosa, sta cosa... Ci ho il dono delle lingue, io. Come i portieri d’albergo, come i Russi!... Ci avevo tutto quel che serve per diventare un tipo interessante, quando adesso vedo dei bavosi che parlano l’inglese come vangassero!... ci avevo il dono, io. Ho ceduto a una smania sacrificale!... Puro masochismo!... Vittima del masochismo... Zitto e chiotto, la gloriosa carriera, e compagnia bella! Invece eccomi materia prima da forca, razza d’un razzista! “Ah, ma è un antisemita, quello lì”- Una gran balla.
D. Ma lei ha scritto sull’argomento cose incontrovertibili.
R. Ho scritto degli Ebrei. Ho detto che complottavano la guerra, che volevano vendicarsi di Hitler, loro. Bene. Sta faccenda mica ci riguardava (la segretaria di redazione non passerà manco questa)! Una faccenda da sbrigarsela fra loro. Si son fottuto l’esercito francese, al tempo della gran colica, nel ‘39... Mica si manda in guerra un esercito che ne ha già vinta una!... Si sa già che perde... Se tu, adesso, gli fai fare una guerra, ai Russi, sicuro che la perdono!... Un esercito che ha già vinto una volta, sicuro che perde, la seconda. Dunque l’han rimandato un’altra volta, l’esercito, coi richiamati controvoglia, e loro se la son squagliata, una gran diarrea, da Breda in Olanda fino a Bayonne. Batosta solenne! E sta batosta bisognava risuscitarla in vittoria, la faccenda che lei ben sa (il giornale non me la passa, di nuovo), e poco importa che in fondo avevo ragione io. Ho ragione da vendere, io! C’è un tale che è venuto a trovarmi di recente e m’ha detto che ci ho dei complessi... No! Sono gli altri che ce lì hanno, i complessi su di me. Se ci ho un complesso, io, è quello d’aver fatto lo scemo con me stesso! Idiota d’un idiota, andarmi a ficcare in una faccenda simile, quando potevo fare come tanti altri!... Dell’una e dell’altra sponda... È quel che mi diceva Marion: “Se sifosse buttato a sinistra oggi avrebbe un piano intero all’Excelsior” E mi citava Barbusse; quando arrivava a Mosca, gli dicevano d’accomodarsi al piano di sopra, a quello di sopra ancora... E io, diobono, stavo nelle latrine a Siegmaringen, io, nella merda fino al collo, una roba schifosa... Ho patito più di tutti, io, e patisco ancora... Ci creperò nell’ignominia, nel disonore, in povertà, e per pura e semplice scemenza... Aver fatto lo scemo, eccolo il complesso! Per il resto, sono gli altri che ce li possono avere, i complessi.
D. Gli altri chi?
R. Tutti quelli che m’insultano, alla più semplice quelli che mi negano il Nobel, un vitalizio, quelli che mi calunniano, quelli che mi sputano, loro sì che ce li hanno, i complessi, in quanto gonzi e pure criminali... Due ordini di complessi: in quanto gonzi, perché non ci hanno capito niente, e poi come criminali comuni: son io che sono la vittima! Mica affar mio, i complessi, affar loro, piuttosto! L’equivoco è palese! Ci avevamo un mito, quello del ‘18: “La Francia che vince, Focb, Pétain, etc.” L’hanno rovesciato, sto mito: via col mito nuovo, De Gaulle che vince, etc... Eroi dappertutto, la Resistenza, e compagnia cantante. Adesso ci campa, la Francia, con sto nuovo mito!...
D. Secondo lei cosa dovrebbero fare i Francesi?
R. Un bel niente. Non possiamo far niente... Siamo quaranta milioni contro 3 miliardi. Come se il distretto di Deux-Sèvres fa la guerra a quello di Bouches-sur Rhone! Chi se ne sbatte? Quando arriverà la fine, l’atomica mica conti da presentare o altro... Succederà, e basta!...
D. E lei si definisce pacifista, antimilitarista?
R. Contro la guerra da capo ai piedi, io che l’ho fatta. Un eroe come Darnand, come mille altri. Una roba diversa, la Francia prima del ‘14, rispetto a quella dopo il ‘14. Tutti sonnambuli, prima del ‘14, tutti filosofi, dopo. Tutti impegolati nella critica di Sartre, Camus... Loro si credono che è meglio “pensare”! Solo doveri, fino al ‘14, e zitti tutti. Son cose che lei non può conoscere, è troppo giovane. L’onestà c’era ancora. Le donne erano oneste, gli uomini sinceri e laboriosi. Roba da non credere. C’erano le puttane, i bordelli, che adesso li hanno chiusi... Ho visto il mondo, io, ho viaggiato in lungo e in largo, medici sudamericani mica scemi che mi ripetevano “La civiltà europea poggia su un treppiede, la cucina, la chiesa e, buon ultimo, il bordello!” Chiaro che un treppiede si regge. Ma se levi il bordello, casca tutto! Perché continuerebbero a venirci, in Francia, gli stranieri? Niente più bordelli! Sotto allora con le mogli, con le nostre figlie... Ho una figlia di trentacinque anni, io, cinque nipoti, sono mica più giovane... Son stato anche sposato, ben accasato, strano a dirsi. Niente più rispetto per nessuno. Una volta, prima del ‘14, si diceva: l’uomo è maiale per natura, ha le fantasie tipiche del maiale; gli passeranno, ci son posti fatti su misura; rispettoso di moglie e figlie, rispettato dagli altri... Ma è roba da pensarci su, mica da stampare.
O. Sarà stampata.
R. Mica possibile stamparla, sta roba lo fa vomitare, il lettore. Lui vuoi esser preso per la manina, il lettore...
D. Cosa si aspetta dal suo prossimo libro?
R. Un anticipo da Gallimard, e basta lì, basta lì!... Finché non arrivo tranquillo alla pensione da medico. 200.000 franchi l’anno, poi basta, andrò in qualche posto, in campagna, e basta. Non scriverò più niente! Mi ci vogliono ancora due anni di lavoro, fino a sessantacinque...
D. Scriverà un altro libro?
R. Sì, un altro. Per Gallimard, sicuro. Mica mi molla, sto farabutto! L’ho rintronato, glien’ho dette di tutte... Roba da fucilazione... Roba da rispedirmi dentro, a vita... Non ha fatto una piega! Poi viene un altro editore, e gli fa “Me lo prendo io, il Celine. Le pago i debiti, rilevo le opere, lei non avrà più a che fare con quel losco figuro”. Mica c’è cascato!... Ci ha mica tanti scrittori, in cassaforte. Non fa che ricevere sbobba, roba rachitica, compiti in classe di pennivendoli... E poi voglio dirle ancora una cosa, deve sapere, lei, che Hitler m’odiava, che m’ha pure censurato... Ero uscito sul Berliner Tageblatt, foglio ebreo, e Hitler l’ha soppresso... Non ha voluto sentir storie, lui! Niente riviste francotedesche, per me, e ce n’è un mucchio che ha continuato a scriverci. Mai visto un soldo, io! Hitler, fosse sopravvissuto, sicuro che mi fucilava. Destino dei non conformisti... Ma non ce l’ha fatta, l’han fatto fuori prima, lui.
D. Sì.
R. C’era già qualcuno che da tempo ci aveva il ticchio di farlo fuori. E avrebbe fatto proprio bene, le cose sarebbero andate a posto prima; sarebbe stato meglio anche trattare la pace nel ‘15 invece che nel ‘18. Io l’ho visto l’esercito del ‘14, ce lo avevo di fronte l’esercito tedesco del ‘14, so cosa dico. Mica stavo a correre dietro alla divisione “Das Reich” in fuga, come Malraux! Stavo in faccia ai tedeschi, io, per fermarli. Questione di fegato. Mica come dire bellaciao. Gente che combatteva, quella... Si pensava solo ad avanzare, noi. E loro uguale!...
D. Lei sostiene di non amare la guerra. E dice che tutto questo è positivo?
R: C’era ordine. C’è mica più; l’ordine. Uomini sinceri, e donne oneste. L’ordine. Uno pizzicato a torturare un prigioniero, subito fucilato. Sevizie contro un prigioniero, subito al muro. Non se ne parlava più... Faceva mica parte dell’esercito, il sadismo. Affatto. Al prigioniero si offrivano sigarette, il rancio, e basta. L’aspetto più ingrato tendeva a smorzarsi.
D. Non crede che possa esserci qualcosa di preferibile all’ordine d’uno stato di guerra?
R. Tutto finito. Mai...
D. Lei crede che tutto finirà con la catastrofe atomica?
R. Mica ce n’è bisogno. I Cinesi non hanno che da venire avanti, armi in spalla. Ci hanno dalla loro l’ydra viva, la natalità. Scomparirà, lei, razza bianca... Chiunque scompare, antropologicamente, in un mondo di gialli. Tutto vero! Il biancospino delle razze, il giallo. Fluorescenze pure, gli altri. Il fondo resta giallo. Mica è un colore, il bianco, ma un fondotinta! È il giallo, il colore vero... Il giallo ci ha tutte le qualità per diventare il re della Terra...
D. Non accadrà certo domattina.
R. Può andare svelta, sta faccenda... La galoppata del ‘39 è durata venti, trenta giorni. Una roba veloce! Può ritrovarsi in Spagna, dico a lei, molto presto! Oh, molto, molto presto!
D. Lei da l’impressione di mettere i suoi desideri al posto della realtà.
R. No, no... le dà fastidio, a lei, perché lei ragiona con sicumera intellettuale... Mica mi dà fastidio, a me, io ormai sono cotto. Posso crepare entro cinque minuti! Per me non cambia niente. Ma lei non l’ha ancora chiusa, la partita... Lei sogna come sognano quelli con l’indomani radioso... Solo che mica ce l’ha l’indomani radioso, la razza bianca. Ha mandato a cacare il mondo, lei, e adesso il mondo la spedirà a cacare, a lei! Lei che è tutta presa dall’igiene. Le guerre d’una volta finivano per le malattie; oggi non finiscono più per le malattie, ma proprio per la guerra.
D. Esiste la malattia atomica.
R. Sì, ma quel che la fa fuggire, la gente, è la fifa, e basterà.
D. Quando la nube radioattiva colpirà...
R. No che non colpirà affatto, la nube, perché prima la Signora Molotov e la Signora Krusciov parleranno ai rispettivi mariti, nell’orecchio: “Ma smettila con le scemenze, credi che loro, gli Americani, non ce l’hanno, e invece ti dico che ce l’hanno, ecco come ti preoccupi del nostro avvenire... della bambina!” Basterà la pura paura, e tutti in riga. Parigi sarà divisa in tre zone, zona americana, zona Russa, zona francese: Montmartre!... E i Francesi, soliti lacchè, a farla da vaso e scendiletto per la bisogna!…
D. Li vede malmessi, i Francesi.
R. Mica mia, la colpa! Ma dell’igiene, Pensi che, diceva, Napoleone; “la Cina è un gigante che dorme; appena muoverà il mignolo farà tremare il mondo”... Infatti, adesso, alza solo il mignolo… Gli basterà d’alzarsi in piedi! Masse d’allupati su e giù per l’Europa... Non c’è posto meglio di questo qui. Gli altri paesi, non ci si vive. La Russia? Si crepa dal freddo. E non c’è niente! Mettono su sti miseri kolkoz ma possono mica produrre niente, fa troppo freddo! L’Africa non dà niente... Troppo caldo! C’è mica, altrove, un clima come qui... Prova a portare una divisione di Cinesi a Cognac, e li devi sostituire ogni otto giorni!...
D. Forse non esiste l’uomo, ma le idee esistono: prova ne sia che non saremmo qui, senza le idee (non solo stile) del Voyage.
R. Facile dire le idee, le idee... Ma non è sta roba che m’interessa, è il colorante, invece. Mi tirano solo i coloranti, a me, Fatto e finito. “Maneggiare le idee”, sta scritto nel Dizionario. Se le smaneggia, lei, le idee!
D. Anche lei ne ha maneggiate, come tutti!
R. In quanto puri veicoli. Il resto non m’interessa.
D. Nota qualche giovane, fra i romanzieri?
R, No. Non sgobbano abbastanza. Bisogna sgobbare molto... Un’epoca fatta di televisione, radio, viaggi, macchina, giornali, magnificamente illustrati, inchieste, polizie, vuole la bella trama... Les Deux Magots formicola di belle trame... Ma lo stile, una roba tutta diversa. No, non noto niente d’interessante. Se no, me ne starei all’erta. Sto mica all’erta, io.
D. Dunque dopo il ‘14, la sua giovinezza, tutto è degenerato? Niente più virtù, senso del dovere, scrittori, critici, al limite niente più Francesi… Che spiegazione dà d’un fenomeno che pure dovrebbe deprimerla?
R. L’alcolismo, prima di tutto. I 1.200 miliardi in alcolici che si bevono in Francia, ogni anno.. Delle gran belle spugne! Le so bene le virtù alcoliche, illusione di potenza... Pericolosissima... illusione di forza... Parole e pretese a vanvera. Poi il fumo. 700 miliardi l’anno. Ti dà sensazioni falsopoetiche e falsoprofonde, il fumo, e pure false idee. Io, per me, darei retta solo a uno che beve l’acqua! E che non è sempre lì a ruttare e a digerire!... Ma non c’è famiglia senza pappata di mezzogiorno. Pigliano a mangiare, bere aperitivi, masticare, poi ruttano, si gonfiano, scorreggiano, il mucchio d’affari che è la digestione... Un uomo d’astinenza ferrea, lui, ha solo due ore buone, in un giorno. È già tanto! Nessuno che te la vuole, st’igiene giansenista. Guarda i signori. «Proustizzano»… I prolet copiano i signori, «proustizzano», anche loro! Tutta roba che te l’abbrutisce, l’uomo. Muore, e non ha mai pensato. Però ha preso partito! Per cosa, ci si chiede, ma non importa! Piena l’Enciclopedia di partigiani. Ma sta rosetta è troppo umile, troppo piccola per interessarla, la gente. Guarda il merletto, han tentato di resuscitarlo; ma nessuno lo vuole più, il merletto! Spariti i conventi, spariti i merletti. Del resto vive, sta gente, e tu mica puoi vivere, se lavori. Uguale il vizio. Tutto vizio medicina bordelli, io, da capo ai piedi! ... Mi son dovuto tirar fuori, però, me lo diceva, Marie Bell: “Tu non sei un vizioso, perché se lo fossi non lo diresti: ci sguazzeresti e basta”. Se non ci sei dentro, sì che ne puoi parlare. Uguale la politica… Ci sono dentro, tutti. Vogliono spendere. Dentro. Vogliono le moine dei nipoti... La carezza sul talamo, quando dicono: “Cara, proprio un bel lavoro oggi”... Consumano. Godono. Sborrano, qualche giochetto porco, uguale ai giochetti porchi di tutti gli altri!... Sono un medico molto serio e scrupoloso, io, invece. Bisogna essere il contrario di quel che si scrive. Eccola, la sorpresa.
D. Pensa d’essere andato oltre, col suo ultimo libro?
R: Ogni autore lo dice: “Sono andato oltre”. La storia di D’un château l’autre è buffa perché è buffo vedere 1.142 condannati a morte tutti in un solo paesino... Mica se ne vedono spesso! Davvero raro un memorialista di 1.142 condannati a morte! Un paesino tedesco, e il mondo intero, contro... Perché quelli di Buchenwald, tutti che li aspettavano per abbracciarli, sbaciucchiarli, mentre questi, qui di Siegmaringen, questi qui li braccavano per sbudellarli ... Buffo davvero, capita mica spesso! Buffo, 1.142 già morti e rimorti che giocano a trovare quello che può pagarla per tutti! E io stavo là in mezzo perché ero antisemita, io... Una perla rara. “Io, io ero collaborazionista ma mica antisemita, lui sì, quello, lui era antisemita. Eccovelo, è lui che pagherà per tutti”. Gran bella schifezza umana, la viltà!... Lei certo ricorda l’esecuzione di Damiens, del regicidio. Il matematico La Condamine stava sul patibolo e, mentre il condannato parlava, chiese agli aiutanti del boia: “Cos’è che dice, cos’è che dice?” E gli aiutanti, seccati “Via di lì quel rompiscatole”; ma il boia: “No, no, lasciatelo stare, è un appassionato dì queste cose”... Gran numero d’appassionati, qui da noi, e gran belle trame. Lei piuttosto avrà poco in mano, la segretaria di redazione rivedrà un po’ il tutto, che non possa dispiacere a qualcuno. Ma non c’è problema. Io sono vecchio, e lei è giovane. Lei va incontro alla vita...
Traduzione a cura di Massimo Raffaeli, da “lengua” n. 8 (1988), si ringrazia Gilberto Tura per la segnalazione.




