lunedì 7 gennaio 2019

Morto Piero Sanavio, critico letterario e céliniano


Pur con una visione molto ortodossa, Piero Sanavio è stato tra i primi céliniani italiani. Sotto, una sua intervista del 2013 all'uscita del suo Ancora su Céline.



“Céline era antisemita, certo. Ma è dalla merda e dal sangue che nasce la grande letteratura”

Padovano, classe 1930, fronte ampia, volto volitivo, un po’ Popeye un po’ Marlon Brando, Piero Sanavio si è laureato a Venezia sulle fonti italiane dei “Cantos”, su Ez ha pubblicato un mucchio di libri. Di Sanavio mi piace l’indomita indole alla trasgressione, al vagabondaggio (ha insegnato negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna), un cipiglio fuori tempo e fuori norma che ha pagato duro: nel catalogo dei maggiori editori italiani, da Neri Pozza a Rizzoli e Bompiani, oggi è marginalizzato, lo pubblica Raffaelli, a Rimini. La prima volta che l’ho visto Sanavio lavorava a un libro su Louis-Ferdinand Céline, il seguito di “Virtù dell’odio”, del 2009, stampato proprio da Raffaelli. S’intitola “Ancora su Céline”, è in libreria dal mese prossimo, «è nato in parte dall’indignazione per la superficialità o malafede (la scelta è sua) di molta critica italiana che ha minimizzato o addirittura negato l’antisemitismo di Céline – come ne ha minimizzato l’anticomunismo facendo passare Céline persino per un simpatizzante comunista», mi dice, carattere duro, sguardo superbo, voce ferrea. Tendenzialmente introvabile, lo raggiungo per un dialogo via mail. «In questo secondo libro mi sono limitato a suggerire la rilettura di certe pagine, oltre che a indicare molte falsificazioni (sue, dei critici), molte menzogne. Anche il celebratissimo “Semmelweis”, come ce lo presenta Céline, perlomeno, è una menzogna». Quanto incide l’antisemitismo di Céline nell’opera dello scrittore Céline? «L’antisemitismo è inseparabile dall’opera e non ci sono alibi. Non ci sarebbe Céline senza l’antisemitismo. Né serve dire, a giustificazione, che gran parte della Francia tra le due guerre era antisemita. L’antisemitismo di Céline è cialtronesco, viscerale, peggiore persino di quello che fu chiamato il socialismo degli imbecilli. In Céline anche l’insistenza sull’irrazionale, il “rêve eveillé”, i famosi puntini sospensivi, la guerra contro la Grammaire Raisonnée nascono dal suo antisemitismo. È la bestialità irrazionale contro la ragione». Da qui al nazismo il passo è breve. «Con tutto questo, è eccessivo definire Céline nazista, era piuttosto un cialtrone imbevuto dello spirito revanscista che avrebbe prodotto Vichy – vile, ignobile, servile, criminale persino, come coloro che ammassarono gli ebrei al Vel’ d’Hiv’ per mandarli ai lager. Però fu anche un grande scrittore. Parafrasando ciò che qualcuno disse della politica, è anche “dalla merda e il sangue” che nasce la letteratura. Era l’invidia a muoverlo, invidia per tutto ciò che egli non poteva essere. Detestava gli ebrei che identificava con la grande borghesia perché sapeva che per quanti soldi potesse guadagnare e quanto celebre potesse diventare, ciò non bastava a far di lui un borghese, un grand bourgeois alla Proust, alla Gide: occorreva assai di più e quel di più gli mancava». Già, come la mettiamo con Proust. «Con tutto il suo antisemitismo, Céline cedeva al fascino di Proust, imitandolo, per quanto tentasse di nasconderne le tracce e affermasse che lo detestava. Anche questo c’è nel mio libro. Non vi si parla soltanto di antisemitismo, o di quando Céline faceva il finto povero, nascondendo la consistenza dei suoi guadagni – si parla soprattutto, ancora, sempre, di letteratura». In sintesi: il ruolo di Céline nella letteratura moderna. «Ripeto: fu un grande scrittore. Soprattutto all’interno della letteratura francese dove, rompendo le regole della grammatica, poteva illudersi di minare le strutture sociali del Paese e stravolgerne la storia. Intrasportabile, fuori di Francia, il suo stile, come certi vini e certi formaggi, senza senso al di fuori della lingua francese e di quella letteratura». Gombrowicz, Thoreau, Pound, Céline: lei è attratto dai disobbedienti. La grande letteratura è sempre “trasgressiva”? «Shakespeare, probabile “recusant” e prudente fino a sfiorare la viltà, restava formalmente nell’ortodossia non soltanto perché era il Potere che gli permetteva di vivere, proteggendo la sua compagnia teatrale – operava nell’entusiasmo di un boom economico che pareva inarrestabile e lo restò fino alla morte di Elisabetta. Aveva anche, davanti a sé, il terribile ricordo della fine di Marlowe, il grande trasgressore. Con la menzogna del progresso inarrestabile e razionalizzando lo sfruttamento dei subalterni la cultura borghese ha occupato ogni spazio dell’esistente sicché l’arte nel suo ambito non può esprimersi che per negazioni e la scrittura non può che essere antagonista». Lo stato della letteratura italiana. «Bisognerebbe cominciare a chiedersi perché Casanova e Goldoni scrivessero le loro memorie in francese e Barretti scrivesse in inglese. Era il Settecento. Quanto al celebratissimo “Gruppo 63”, ho l’impressione che si sia trattato di un’operazione editoriale più che culturale e di una tardiva imitazione degli stranieri. Non bastava plagiare i “Cantos” per diventare moderni, o pensare che la “housewife from Dubuke, Iowa”, (per la quale Harold Ross aveva fondato il “New Yorker”) fosse sorella di latte della “casalinga di Voghera”, la signora dell’Iowa parlava inglese e aveva la traduzione della Bibbia di re Giacomo, insieme alle chiavi di casa, nella borsa per la spesa. Vale a dire: conosceva il linguaggio di Shakespeare, non fosse altro perché andava a messa, e da brava calvinista credeva nell’importanza radicale del patto – tra l’uomo e dio e tra uomo e uomo, quindi tra lo Stato e il cittadino. Sapeva anche che, se si stancava del marito, poteva sempre divorziare. Se poi si interessava all’arte, alla letteratura, la sua città, come qualsiasi altra della Repubblica, era provvista di ottime biblioteche». Socchiudo la porta della mail con un «grazie per i molti insegnamenti». Segue risposta lapidaria, «non mi prenda troppo sul serio». Davide Brullo

*intervista pubblicata su “La Voce di Romagna” il 9 maggio 2013

mercoledì 12 dicembre 2018

Una bellissima foto inedita di Louis Destouches bambino, recentemente andata all'asta in Francia!


lunedì 29 ottobre 2018

Valeria Ferretti e "Un profeta dell'Apocalisse" di Andrea Lombardi sul "Bulletin célinien" di ottobre






Sul «Bulletin célinien» di ottobre, la traduttrice céliniana Valeria Ferretti cita tra le novità librarie italiane «Louis-Ferdinand Céline - Un profeta dell'Apocalisse»: «[Un volume di] quasi 500 pagine di testi di e su Céline ... riccamente illustrato di immagini talvolta inedite per il lettore italiano». Interessante anche la fotografia in copertina del BC, ritraente Céline e la moglie Lucette a una conferenza del politico collaborazionista Jacques Doriot, fondatore del Parti Populaire Francais, a Parigi nel 1942.



domenica 22 luglio 2018

“Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze", su Stendhal

Nonostante le recenti polemiche d’oltralpe sulla ristampa dei cosiddetti pamphlet antisemiti del sulfureo scrittore francese, sono decine i saggi, tesi di laurea, dottorati e opere teatrali dedicate in Francia a Louis-Ferdinand Céline. In Italia, dopo una produzione di grande qualità negli anni ’70, lo stato dell’editoria céliniana è meno consolante, come anche le ristampe dei suoi romanzi (Garzanti, Guanda, Einaudi) e quasi tutti i testi recenti sono appunto su Céline, non certo di Céline. Il libro a cura di Andrea Lombardi “Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze “(Bietti Editore, introduzione di Stenio Solinas, pagg. 496, Euro 25,00), invece, riunisce finalmente in un unico volume un vero vaso di Pandora di traduzioni di piccoli e grandi inediti in italiano o testi di difficile reperibilità di Céline, dando quindi uno sguardo a tutto tondo sulle molte vite e le opere di Louis Destouches: dai suoi scritti sulla medicina e sul linguaggio, su Zola e Rabelais, alle due canzoni sulla “malavita” che compose e fece mettere in musica, sino alle polemiche interviste dall’eremo di Meudon. Tutto ciò insieme alle lettere che vanno dalle acerbe missive ai genitori del giovane corazziere Destouches nella Grande Guerra, alle divertenti lettere a Roger Nimier, passando per quelle a Élie Faure dopo il successo del “Viaggio al termine della notte” e a quelle alla stampa collaborazionista francese. Tanti anche i ricordi di chi l’ha conosciuto: della moglie Lucette Almanzor, i saggi di Aymé, Gibault, Mazet, Muray e Cases, e una sezione di commenti inaspettati: da Mussolini a Will Self, da Bukowski a Henry Miller. Vi proponiamo alcuni estratti inediti e meno noti in Italia, per gentile concessione dell’editore Bietti.

Gian Paolo Serino, su #Stendhal, inserto culturale diretto da Mario Schiani de "la Provincia di Como, Lecco e Sondrio", domenica 22 luglio 2018.



Louis-Ferdinand Céline e Simone Mestroni

Un bellissimo progetto di poesia urbana di Simone Mestroni, tutte le info QUI

Simone Mestroni (Udine, 2 gennaio 1989), è uno scrittore e artista friulano, ideatore del progetto - città della poesia - che ha come obiettivo l'accrescimento della cultura di "poesia di strada" attraverso la realizzazione di volti e aforismi inerenti al mondo della letteratura.





martedì 1 maggio 2018

Mark E. Smith, The Fall, e Louis-Ferdinand Céline



Mark E. Smith, nato a Broughton nel 1957 e prematuramente scomparso nel gennaio 2018, figura carismatica del gruppo post-punk The Fall, enfant terrible della scena musicale britannica con le sue prese di posizione catastroficamente politically uncorrect – sull'immigrazione, sul Nucleare, sui musicisti "impegnati", persino sulla Brexit – citò più volte Céline tra i suoi scrittori preferiti, e le sue opere come ispiratrici delle lyrics dei Fall. Proponiamo di seguito alcuni passaggi pertinenti delle sue interviste:



“Louis-Ferdinand Céline, l’ho scoperto in Australia nel 1983. Qualcuno mi aveva prestato Guignol's band. E sono rimasto agganciato. Ho letto molti altri scrittori francesi, Gide, e come si chiama, quel finocchio in prigione?, Genet il pederasta, non malaccio, Malraux, Flaubert. Ma Viaggio al termine della notte è un capolavoro. È un libro nauseante, a tratti, è questo che mi piace. Dà ai francesi, sin troppo borghesi, una buona idea di cosa significhi essere un proletario. Conosco bene questo ambiente. I miei parenti erano soldati, dei Tommy. Mio nonno mi raccontava di loro ragazzini, sulla spiaggia di Dunkerque, che piangevano chiamando “mamma!”, affrontando quei grossi stronzi SS che si avventavano su di loro con le loro pistole-mitragliatrici nere. E che i francesi erano pronti a tutto per salire sulle barche che partivano per l'Inghilterra. I loro camion nella fuga passarono sopra agli inglesi feriti. A casa, ci era proibito nominare i francesi. Céline, lui, ci godette alla sconfitta della Francia. Non come Genet, eh, che gli venne duro, alla vista di quei bei soldati muscolosi della Wehrmacht. Capii immediatamente cosa intendeva Céline con la sua storia del colonnello che crepava all'inizio del romanzo, con i fantaccini che se la ridevano tra loro. Céline, è divertente. Allen Ginsberg, il re dei babà, voleva assolutamente incontrarlo. Ma Céline si era barricato a Meudon con i suoi cani randagi e sua moglie. Ginsberg aveva attraversato tutta Parigi alla ricerca del maestro. Stanco morto, arriva a Meudon e bussa alla porta. Céline apre, e Ginsberg gli dice che ha attraversato l'Atlantico per vedere il suo ispiratore e maestro. Céline lo guarda sospettoso e gli chiede se è ebreo. Ginsberg dice di sì. Céline chiude la porta. Quindici minuti dopo, la porta si apre e Céline sguinzaglia i suoi due pastori tedeschi addosso a Ginsberg ... Io, io non sono antisemita. Sono stufo di queste domande. Nel mio gruppo ho due cattolici e un ebreo. Vivo persino nel quartiere ebraico ortodosso di Manchester "




Come mai un personaggio appassionato di letteratura come te non ha mai provato a scrivere un romanzo?

“Non sarei mai al livello dei migliori, non sarò mai Louis-Ferdinand Céline, Evelyn Waugh o Ray Bradbury. Perché inquinare il mondo con un pessimo libro? Guarda, sto rileggendo Nord, di quel caro, buon vecchio Céline. Come vuoi poter arrivare quel livello? Impossibile”.

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Da un suggerimento di Matthyas.


martedì 3 aprile 2018

Madame Céline, di David Alliot


Da David Alliot, esperto céliniano, un documentato libro su Lucette Almanzor, basato anche su alcune interviste inedite concesse da Lucette all'autore.


domenica 25 marzo 2018

Louis-Ferdinand Céline, 'Un profeta dell'Apocalisse', e la graphic novel 'Louis-Ferdinand Céline - Il cane di Dio', oggi su "Il Giornale" e "Libero"

Oggi, su "Il Giornale" e su "Libero", doppio colpo céliniano: anticipazione e recensioni di Louis-Ferdinand Céline, Un profeta dell'Apocalisse, edito da Bietti Edizioni e la graphic novel Louis-Ferdinand Céline - Il cane di Dio, edito da Ferrogallico!


La prefazione di Stenio Solinas a Louis-Ferdinand Céline, Un profeta dell'Apocalisse, a cura di Andrea Lombardi, Bietti 2018.

Da un decennio a questa parte, Andrea Lombardi si è imposto qui da noi come il più appassionato dei célinologhi e il libro che ora avete fra le mani ne è la dimostrazione e/o la consacrazione.

Se non c'è tutto, c'è di più, nel senso che i saggi, le lettere, le interviste, i ricordi e le immagini scelte, per grandissima parte inedite a un lettore italiano, scandiscono le tappe di una biografia artistica scandalosa e rovinosa, e insieme rinviano ad altri e nuovi approfondimenti biografici, critici, storici. La bibliografia su Céline, si sa, è sterminata, la grafomania di Céline non le è inferiore, e il corpus stesso della sua opera è talmente imponente e dilatato lungo tutta una vita da trasformare sì in bagatella l'affermazione, squisitamente céliniana, che dietro la scrittura di Viaggio al termine della notte ci fosse soltanto il proposito di comprarsi un appartamento...

Bagatella, o, più correttamente in italiano, bagattella, è una parola chiave del gergo di Céline. Sta per cosa da nulla e cosa frivola, gioco di destrezza e scherzo, composizione musicale e, in campo giuridico, è la procedura semplificata nelle cause civili di scarsa importanza. Quest'ultima variante, Bagatell, è propria del diritto austro-tedesco, i cosiddetti processi bagatellari, e suona ironicamente sinistra se si pensa al processo per tradimento che nel 1950 sancì l'indegnità nazionale di Céline, un anno di carcere, trentamila franchi d'ammenda, la confisca dei beni presenti e futuri e l'anno dopo l'applicazione dell'amnistia, prevista in un decreto di tre anni prima, in quanto decorato di medaglia militare e ferito della Grande Guerra... Bagatelle per un massacro (civile), è il caso di dire, perché Céline andava o fucilato o lasciato in pace, semplicemente.

Parola chiave, dunque, e non solo e non tanto per il rimando al suo pamphlet più famoso e maledetto, sulla cui possibile ristampa, a ottant'anni dall'uscita, il governo francese del liberale-liberista-socialista-napoleonico-sovranista-europeista Emmanuel Macron ha chiesto garanzie editoriali...

È che basta scorrere l'antologia curata da Lombardi per accorgersi di come a ogni pagina essa balzi fuori: il vero e il falso della sua infanzia e delle sue ferite di guerra, l'antisemitismo che diventa pacifismo, lo scrittore per caso che si ritrova perseguitato perché, per quanto «per caso», è comunque il più bravo, il vivere da povero senza esser povero, il bell'uomo con uso di mondo e coperto di donne e il clochard che ne prenderà il posto... È un susseguirsi di giochi di prestigio e inganni, ammiccamenti e piccole trappole disseminate più o meno ad arte, per divertimento e per noia, per autodifesa e imprudenza... L'unica bagattella presa sul serio da Céline è in realtà quella musicale, la pétite musique della sua arte, e le pagine in cui la racconta sono bellissime. Eppure, anche qui, bisogna stare attenti: non è la sperimentazione fine a se stessa, l'acrobata e l'acrobazia della lingua. Dietro, più o meno nascosta, a volte resa esplicita, a volte mascherata, c'è una visione del mondo, uno stile nuovo per vivificare l'antico, un modernismo reazionario.

***

Questo libro si apre con una testimonianza di Georges Geoffroy dal titolo Louis Destouches in Inghilterra e riguarda il periodo meno noto della sua vita, l'anno trascorso a Londra nel 1915-16, presso il Consolato generale di Francia, in qualità di sottufficiale distaccato all'Ufficio Passaporti: le ferite di guerra ne impedivano l'impiego attivo; le decorazioni guadagnate, Croce di guerra e medaglia al valore, gli erano valse un trattamento di favore.

Stando al racconto di Geoffroy, che è degli anni Sessanta, all'ufficio di Bedford square, dove entrambi prestavano servizio, un giorno si presentò a chiedere un visto d'ingresso per la Francia nientemeno che Mata Hari, e i due giovani furono suoi ospiti per una cena al Savoy. Una cena soltanto? Geoffroy non dice di più, ma stando a Fréderic Vitoux, biografo e studioso di Céline, che cita come fonte la vedova di questi, Lucette Almanzor, ci fu spazio per un triangolo erotico non particolarmente rimarchevole, divenuto pressoché insignificante nel ricordo. Storicamente, le date corrispondono: Mata Hari si imbarcò per Dieppe il 4 dicembre del 1915, trascorse tre notti al Savoy, andò in Bedford square a farsi rilasciare un visto che infatti ottenne, poi a Folkestone, a farsi interrogare dalla locale polizia.

Il racconto di Geoffroy, dunque, è plausibile, la testimonianza di Madame Lucette anche, indipendentemente dal giudizio riduttivo sulla performance sessuale in sé (gelosia di lei, volontà di lui di non rinfocolare gelosie retrospettive, disillusione reale, chi può dirlo?). Ciò che suona strano è il silenzio dello stesso Céline, affabulatore e falsificatore nato, sempre pronto a riscrivere la sua vita. Di Mata Hari non c'è traccia né orale né scritta, pubblica o privata. Un'ipotesi è che in terra di Francia l'isteria antitedesca degli anni Venti suggerisse prudenza e la storia di un militare francese decorato al valore che finisce a letto con una spia del Kaiser non era delle più commendevoli. Nel decennio successivo e nel dopoguerra, il filo-hitlerismo céliniano risulterà poi talmente rovinoso per la sua figura da cercare di mettere la sordina a tutto ciò che poteva far pensare a un'intesa con il nemico...


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lunedì 12 marzo 2018

"Louis-Ferdinand Céline: Il cane di Dio" segnalato da "il Giornale" dell'11 marzo tra i 10 migliori libri presentati a "Tempo di libri"



"SE BISOGNA ESSERE MALEDETTI Dalla Francia, pubblicata da Futuropolis/Gallimard, arriva in Italia un fumetto d'autore dedicato al genio di Louis-Ferdinand Céline: Il cane di Dio (Ferrogallico editrice, pagg. 94, euro 18) con testi di Jean Dufaux e disegni di Jacques Terpant. Una biografia che gioca incastrando i piani temporali ed è insieme narrazione di una vita, di un'opera e di tutta la solitudine di Céline. Un racconto di finzione che ha tutti gli elementi della verità." (Luigi Mascheroni)