lunedì 21 settembre 2020

"Céline - Un profeta dell’apocalisse", venerdì 25 a Gorizia



Andrea Lombardi, saggista tra i massimi esperti italiani delle opere di Louis-Ferdinand Céline e Simone Mestroni, poeta artistico di strada che fa resistenza culturale con il progetto “Città della Poesia”, dialogheranno con Heimat sulla figura del controverso e geniale scrittore francese. Partendo dalla raccolta di scritti céliniani inediti in italiano di Lombardi "Louis-Ferdinand Céline, un profeta dell’Apocalisse” (Bietti 2018), con l’aiuto di Mestroni e la sensibilità artistica che lo ha portato a raffigurare il grande romanziere in alcune sue opere, faremo un viaggio nella vita di Céline e nel cuore di tenebra del XX secolo.

Céline Un profeta dell’apocalisse
VENERDÌ 25 ALLE ORE 20:30
Via 9 Agosto, 5, 34170 Gorizia GO, Italia


martedì 1 settembre 2020

Oggi su "Libero", l'intervista di Vittorio Sgarbi su Louis-Ferdinand Céline su "Le Bulletin Célinien" di agosto

 



Oggi su "Libero" (grazie a Nicoletta Orlandi Posti) l'intervista esclusiva per il "Bulletin célinien" di Vittorio Sgarbi a cura di Emanuele Ricucci, Andrea Lombardi e Valeria Ferretti! Correte in edicola, céliniani e lettori controcorrente!

giovedì 13 agosto 2020

TESTO INTEGRALE dell'intervista esclusiva di Vittorio Sgarbi su Louis-Ferdinand Céline su "Le Bulletin Célinien" di agosto


















In esclusiva per il “Bulletin Célinien”, pluridecennale periodico dedicato a Louis-Ferdinand Céline diretto dal belga Marc Laudelout, il celebre critico d’arte, saggista e polemista Vittorio Sgarbi risponde a qualche domanda sul suo rapporto con l’opera di Céline. Una intervista dove Sgarbi rivela la sua visione anticonformista riguardo ai romanzi dello scrittore di Viaggio al termine della notte e di Bagatelle per un massacro e della sua poetica, e a tratti intima, quando l’intervistato parla di suo padre Giuseppe e delle sue passioni letterarie, vitali per la formazione del giovane Vittorio negli anni della Contestazione del ’68. Intervista raccolta da Andrea Lombardi, saggista céliniano (Louis-Ferdinand Céline - Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze, Bietti 2018) fondatore del primo sito italiano su Louis-Ferdinand Céline, dal giornalista e scrittore Emanuele Ricucci (il suo ultimo pamphlet: Contro la folla. Il tempo degli uomini sovrani, Passaggio al Bosco 2020) e tradotta da Valeria Ferretti. 

Andrea Lombardi 



La prima domanda, molto semplice, come hai conosciuto Céline? 

Ho conosciuto Céline attraverso mio padre, che aveva in casa la copia datata… di Viaggio al termine della notte, editore Dalloglio, con l’indicazione del giorno, che era un giorno del 1941 in Grecia, a Missolungi. Quindi, il libro è entrato in casa nel ’41. La prima edizione del Viaggio al termine della notte è del ’32, quindi è entrato abbastanza presto; in Italia fu tradotto nel ’33. Mio padre lo acquistò, lo lesse durante la guerra e quando io avevo, diciamo, 12 anni, 10 anni, 11 anni Céline iniziava già a essere messo all’indice e io ne avevo questa preziosa copia suggerita da mio padre e quindi ho letto… io ho avuto il vantaggio entro il ’68 e durante il ’68 di non leggere i classici di quell’epoca che erano raccomandati, da Marcuse a Mao a Adorno, ma invece di leggere Benedetto Croce, di leggere Céline, di leggere Anatole France e quindi di avere una controcultura che si fondava su dei testi di gran lunga più significativi di quelli in voga. Quindi sono stato fortunato. 


Quindi il primo libro di Céline che hai letto è Viaggio al termine della notte? 

Sì. 


A che età lo hai letto per la prima volta? 

Mah, diciamo tra i 13 e i 14 anni. 


Quali altri libri di Céline hai letto, e quale libro apprezzi di più e perché? 

Forse Mort à crèdit, Morte a credito, della edizioni Garzanti, che all’epoca mi ricordo era stata purgata e il traduttore che era mi pare Giorgio Caproni, se non ricordo male, indicava la necessità che il pudore e il costume dell’epoca imponevano di fare dei tagli alle parti più forti, e questo mi incuriosì molto, ma poi non credo di avere più letto, anche se deve essere stata ripubblicata un’edizione integrale, una traduzione non emendata. Quindi, siamo anche lì, il libro entrò a casa forse comprato ancora da mio padre, nel ’67, ’68, adesso non mi ricordo la prima edizione italiana di Mort à credit, ma è meno precoce di quella del Viaggio al termine della notte. Poi sono arrivati in sequenza, quando è ripresa l’ondata di attenzione per Céline, libri come Nord e altri che ho letto, e poi ho cercato avendone l’edizione Guanda, Bagatelle per un massacro, che ho trovato in tempi molto recenti, che era il libro che indusse mio padre ad averlo o a vederlo passare da un commilitone all’altro durante la guerra, nel 1941 a Missolungi durante la Campagna di Grecia, cioè da un intellettuale che era in guerra con mio padre e a sua volta aveva ricevuto la copia da Giorgio Chiesura Corona, poeta di un certo rilievo, che all’epoca era un ragazzo, è nato nel ’21, qua siamo nel ’41, aveva vent’anni, aveva dato le sue poesie a questo suo compagno di guerra, che glie le aveva restituite, dicendo, assieme al suo libro di Céline, “Ti restituisco le tue bagatelle”. Era un modo per fare una critica, e quindi questa frase di mio padre che ricordava indicava che l’uso della parola Bagatelle era stato trasferito dal libro di Céline, che adesso ho qui in prima edizione del 1938 della Corbaccio, alla valutazione delle poesie fatta dall’uno verso l’altro, quindi Céline era diventato un punto di… una misura di giudizio verso le poesie di Chiesura Corona. 



Come definiresti il lavoro letterario e di stile di Céline, e come lo definiresti anche umanamente, perché c’è molto da dire anche su questo. 

Intanto Céline è noto come un medico, e quindi diciamo che la sua umanità è misurata sulla realtà più fragile dell’uomo, che è quella della malattia. Quindi, l’uomo, come sappiamo bene, è di natura incline all’affettività, anche in una dimensione egoistica, ma, secondo quello che io ho verificato nel corso della mia esistenza, l’uomo nasce buono, come indicava Rousseau, nasce nella natura, e diventa cattivo. Diventa cattivo perché deve crearsi degli anticorpi rispetto alla vita sociale, dove ognuno è lupo verso l’altro; quindi nella competizione si manifesta pure una crudeltà, perché è evidente che uno può essere più bravo di un altro. Siccome non sai mai se è il merito che ti premia, tu ad un certo punto pensi, parti dall’idea che invece il merito serve poco. Basta vedere con i miracolati in politica, come Conte. Uno desidera essere miracolato. Vorrebbe far pensare che quel miracolo dipende dal merito? No, è marginale. Il miracolo è bello perché c’è. Allora, la competizione della vita è così forte, che l’uomo che è buono diventa cattivo. E quindi Céline questo lo sa meglio di tutti, che l’uomo è cattivo. Poverino, non perché… Detto questo, quand’è che poi l’uomo torna nella sua dimensione di bontà infantile? Quando è malato, perché tanto quando è malato ha le garanzie dello stato sociale, quindi lo pagano anche se non lavora. Però è debole, e in quel che è debole, non ha più questa rabbia verso gli altri, ma aspetta l’aiuto degli altri, quindi Céline vive tra la condizione del medico che cura delle persone fragili e indebolite, e la considerazione dell’uomo nella sua sanità, che invece è pressocché un mostro. “Tutto quello che è interessante”, dice Céline, “accade nell’ombra, davvero, non si sa nulla della vera storia degli uomini”. 



Cosa pensi che ti abbia lasciato, personalmente, la lettura di Céline? 

L’idea, inattuale, di una umanità sempre in guerra, nel senso che la guerra e la malattia sembrano essere la condizione in cui si muove l’umanità. È uno stato di guerra permanente, e questa effettivamente è una metafora, ma questo dà anche la misura che in quella dimensione c’è la verità dell’umanità e rende Céline più grande di Malaparte, perché Malaparte fa del mondo, della guerra, della peste, un mondo teatrale, in cui ci sono delle posizioni che vengono assunte in modo artificioso, mentre invece Céline, anche rispetto a molti altri scrittori, ha un rapporto diretto con la natura, con la natura dell’uomo e con la natura della storia, perché anche la storia ha una natura. 



Cosa ne pensi degli adattamenti dell’opera céliniana, quindi quelli teatrali, illustrati, cinematografici? 

Mah, non li conosco, li ho patrocinati come sindaco e come assessore, quando mi hanno chiesto di fare spettacoli ispirati a Céline attori o registi, e io ovviamente li ho sostenuti, però non li ho visti. Quindi credo che la letteratura abbia un’alternativa a sé stessa più che nel teatro, nel cinema, il cinema è un’estensione della letteratura; tra la fine della pittura e la fine del romanzo, il cinema nasce come una sintesi delle due arti, perché c’è una visività o visibilità prevalente, e poi c’è il racconto. Quindi la forza del cinema è come essere un romanzo illustrato. In questo senso la mia polemica con Gore Vidal insisteva, essendo lui più vecchio di me, sulla sua sottovalutazione della parte visiva del cinema, cioè lui sosteneva che l’80% di un film è la sceneggiatura. Allora io gli ho risposto che è vero che la sceneggiatura è lo scheletro del film, ma è vero che il gusto del regista si manifesta come un gusto visivo, diventa un gusto legato ai dettagli, ai costumi, alle luci, ai luoghi, alle “location”… parola abominevole per dire appunto… e allora se io faccio fare la regia de “Il gattopardo”, romanzo meravigliosamente tradotto in film, da un regista diverso da Visconti, la sceneggiatura potrà essere la stessa, ma il patrimonio di visività è sicuramente diverso. Quindi io sostenevo, in una lunga polemica che ebbi con lui, l’importanza della componente visiva. Ne sono ancora convinto, cioè che il cinema è una sintesi, un perfetto equilibrio tra pittura e romanzo, tra pittura e letteratura: e non prevale la parte testuale, ma prevale invece anche il taglio, l’occhio, la scelta dei personaggi, cioè una componente molto visiva, e che lo stesso testo fatto da due registi diversi può portare a due film molto diversi, in cui la parte visiva subisca una contrazione nel difetto di cultura delle immagini del regista. Quindi più che le riduzioni teatrali, io immaginerei un film tratto dai libri di Céline. 


Quali sono gli altri autori che leggi e apprezzi maggiormente, oltre Céline? 

Beh, tutti gli autori leggo io, quindi… la domanda è di Céline, non è che posso fare un elenco delle mie preferenze nel mondo… nel mondo francese posso dire, a un certo punto, mi è sembrato persino più interessante di Céline, e ancora più espansivo nell’umanità degradata, Léautaud. L’autore francese che io prediligo è Léautaud, e Léautaud è un Céline ancora più basico, cioè legato ad una rappresentazione diretta del mondo e dell’umanità, che si trova poi nei suoi diari più ancora che nei suoi romanzi. Quindi una personalità… d’altra parte, il filone è un filone tutto francese che è stato il momento in cui loro hanno avuto la più forte egemonia nella cultura europea e internazionale, che è il filone che dopo l’Illuminismo, che pure pertiene prevalentemente al mondo francese, con Voltaire e Diderot, e quindi molto importante e molto universale, ma ha il suo punto di arrivo nel suo opposto, e cioè del filone che va da Baudelaire a Léautaud, e cioè un filone che si insinua nella dimensione del peccato, del segreto, della miseria dell’uomo, quindi da questo punto di vista noi abbiamo degli autori virtuosi… Come Manzoni, come Nievo, e poi abbiamo grandi realisti come Verga, ma la letteratura francese quando mette la marcia entra più dentro nella natura dell’uomo e quindi non c’è un testo… l’unico testo paragonabile a Les fleurs du mal è il Foglie d’erba di Whitman, ma la dimensione perfino un po’ come tipica degli americani, cioè con un’aria più facilona, più grandiosa, ma credo che I fiori del male siano il testo generatore di tutta la modernità e quindi di Céline e di Léautaud. Però quel filone è il filone, io in quello sono quello noi abbiamo avuto Carducci, Pascoli e perfino D’Annunzio che appare modesto se paragonato alla potenzialità europea dei francesi, da Mallarmé e a Rimbaud e poi anche dei personaggi come Rilke. Noi abbiamo una letteratura un po’ più di cartapesta, tra ‘800 e ‘900, che pure nel caso di D’Annunzio è bella, ragguardevole, però sembra più sfiorare che penetrare nell’animo umano. 



Ultima domanda: Conoscendo il disincanto, anche il cinismo di Céline, quale domanda porresti a Céline, se avessi l’opportunità di incontrarlo? 

Gli chiederei di Proust, e lui mi risponderebbe: “Proust spiega troppo per il mio giusto. Trecento pagine per farti sapere che tizio incula tizio, è troppo!” 




lunedì 10 agosto 2020

La biblioteca di Céline - "Sartre e altri scrittori troppo stupidi per me", di Alessandro Gnocchi





Quanto siete disposti a sacrificare per una battuta sulfurea ben riuscita? Tutto? Niente? Céline non aveva timore di giocarsi la reputazione. L'iperbole spinta fino all'assurdo caratterizza non solo i suoi pamphlet, primo fra tutti il famigerato Bagattelle per un massacro, ma anche la sua corrispondenza.

Non fa alcuna differenza se gli interlocutori sono i lettori, le amiche o il suo editore. Céline va a tavoletta, ottenendo sempre l'effetto voluto: sorprendere, scandalizzare, disorientare. A volte viene il sospetto che Céline metta alla prova chi legge e si chieda: mi prenderanno sul serio? Capiranno il grottesco delle mie esagerazioni? Era inevitabile prendere sul serio. Céline non mentiva. Si limitava (si fa per dire) a portare la sua opinione all'eccesso per evitare il rischio di essere noioso, verboso, intellettualoide.

Un esempio interessante e molto divertente di questo modo di esprimersi si trova in La Bibliothèque de Louis-Ferdinand Céline, a cura di Laurent Simon & Jean-Paul Louis, Du Lérot éditeur (due volumi, pagg. 374+382, euro 90). Un lavoro monumentale, accuratissimo, utile allo studioso, formidabile per il semplice appassionato. In sostanza è un dizionario degli autori e delle opere citate da Céline negli scritti e nelle interviste. L'opera illumina alcuni aspetti centrali di Céline che rivela le sue fonti di ispirazione, per niente scontate. Da dove nasce, per esempio, la piccola musica, lo stile «jazzato», frenetico, fondato su una punteggiatura particolare, i famosi tre puntini di sospensione? Nelle pagine della Bibliothèque si trova risposta. Non è l'unico pregio dei due tomi. Viene fuori di prepotenza la cultura di Céline, lettore non particolarmente moderno, anzi, attardato su nomi e movimenti che, specie dopo la Seconda guerra mondiale, molti avrebbero ritenuto sepolti. Ne esce infine una mappa esilarante degli scrittori contemporanei divisi nettamente in due categorie: amici (due o tre) e nemici (due o tre legioni).

Ecco un assaggio di cosa potete trovare nella Biblioteca di Céline.

MAESTRI

Paul Morand «lo riconosco come mio maestro come il Barbusse del Fuoco». Morand, autore di innumerevoli capolavori come Lewis et Irène, e Henri Barbusse (solo quello del Fuoco, però) sono modelli di stile. Entrambi hanno contribuito alla idea della «piccola musica», Morand per la prosa «jazzata», Barbusse per le innovazioni introdotte nei dialoghi. Il terzo nume è il romanziere svizzero Charles Ferdinand Ramuz, autore di Joie dans le ciel, per la concezione di prosa «oralizzata» spiegata nella Lettre à Bernard Grasset (1929).

AMICI

Pochi ma buoni. Marcel Aymé: «Come autore di racconti è meglio di Maupassant». L'autore del Passamura è stimato anche per il suo coraggio. Passato indenne dall'epurazione, nonostante l'assidua presenza tra le colonne di Je suis partout, rivista dei collaborazionisti, Aymé si batterà contro la vendetta dei vincitori, difenderà Maurice Bardèche e rifiuterà la Legione d'onore. Roger Nimier: «Gli scrittori francesi rinnegano la lingua francese, preferiscono il francese da traduzione ... Tutti eccetto Nimier». Nimier, autore delle Spade e dell'Ussaro blu, era stato l'enfant prodige della letteratura del Dopoguerra. Divenuto consulente di Gallimard, è tra i principali responsabili della riabilitazione «editoriale» di Céline. Fu il caposcuola degli Ussari, corrente anticonformista, reazionaria, in opposizione al dominio di Sartre. Tra questi scrittori, Céline apprezzava anche Antoine Blondin. Ma Nimier era un vero amico, uno dei pochissimi presenti al funerale di Céline.

Tra i «buoni», Céline ammette anche tre italiani. Al Curzio Malaparte di Kaputt è imputato uno stile brillante, per quanto giornalistico. Di Gabriele d'Annunzio resta soprattutto il personaggio intravisto nel 1914 a Parigi. A Pirandello invece sono tributati grandi onori: «Certamente, con Gordon Craig, è il maestro del teatro della nostra epoca». Per il resto, Céline non sembra dare alcuna importanza a quanto accaduto in Italia dopo Machiavelli. Come dargli torto?

NEMICI

In questo ambito c'è solo l'imbarazzo della scelta. Escludiamo l'impubblicabile ovvero gli insulti spietati a D.H. Lawrence, Marcel Proust, James Joyce. Prendiamo Louis Aragon. Si erano conosciuti attraverso l'editore Robert Denoël. Aragon, surrealista, comunista, autore di Aurélien, provava un vivace interesse per Céline, che in cambio lo riteneva un «superidiota». Aragon voleva arruolare Céline tra i filosovietici e gli intimò di schierarsi. Céline rispose a modo suo, con il pamphlet Mea culpa, una secchiata di vetriolo in faccia al socialismo reale. Per ricucire, nel 1944, Céline invio ad Aragon una copia di Guignol's Band. Ottima la dedica: «Ad Aragon, il prossimo procuratore generale del comitato della grande purificazione». Che diplomatico...

Molto nota la vicenda dell'odio nei confronti di Jean-Paul Sartre. Aggiungiamo solo che Céline annuncia di fare marcia indietro, a modo suo: «L'individuo è davvero troppo stupido, è scoraggiante».

Meno nota la sorte di Allen Ginsberg e William Burroughs, padrini della Beat Generation, in visita a Céline. Piccolo particolare. Ginsberg ignorava il disprezzo viscerale di Céline nei confronti della letteratura a stelle e strisce. Primo esempio, William Faulkner: «Non mi assomiglia per niente e non è un mio discepolo. Tutto ciò che è americano o inglese mi è completamente indigesto». Secondo esempio, Ernest Hemingway: «Uno sbruffone e un dilettante».

Ginsberg e Burroughs sono ricevuti gentilmente nel 1960. Il primo regala Howl a Céline. Il secondo porge una copia del romanzo Junky. Céline osserva i libri con negligenza e li appoggia nell'angolo più lontano della scrivania. Burroughs capisce il messaggio: Céline non ha tempo da perdere con le loro opere e sprofonda nell'imbarazzo mentre Ginsberg dà prova di logorrea.

Il sarcasmo verso la repubblica delle lettere è spietato. Céline si lamenta della pubblicità e del consenso ottenuto da personaggi di cartapesta: «Visto che F. Sagan (l'autrice di Bonjour tristesse, ndr) è indicata dalla stampa mondiale come un genio del calibro di Rimbaud, mi dovrete collocare, una volta per tutte, tra Rabelais e Dostoïevski, e senza esitazioni».

Questi sono semplici assaggi, per dare un'idea di quale sia La Bibliothèque de Louis-Ferdinand Céline. Si possono costruire percorsi «personalizzati» che portano sempre a scoperte interessanti. I classici latini erano assai presenti nella cultura di Céline. Tra i filosofi, sembra spiccare Blaise Pascal ma Céline conosceva anche Friedrich Nietsche e Oswald Spengler. In Danimarca, durante la reclusione, Céline meditò molto Chateaubriand (non le opere narrative) e gli aforismi di La Rochefoucauld.

Alessandro Gnocchi

Alain de Benoist, lettore di Céline: “La libertà d’espressione non si lottizza”, in “Éléments” n°185




Alain de Benoist, lettore di Céline 

“La libertà d’espressione non si lottizza” 

Intervista raccolta da François Bousquet, in “Éléments” n°185, agosto-settembre 2020. Traduzione di Andrea Lombardi. 



Si è più abituati a vedere Alain de Benoist prendere posizione su delle questioni filosofiche o politiche, ma ciò non toglie che anche qui sappia quel che dice. Non ha forse scritto Céline et l’Allemagne, 1933-1945: une mise au point [Céline e la Germania, 1933-1945: una messa a punto], oltre che una Bibliographie internationale de Céline [Bibliografia internazionale di Céline]? 



Éléments: I pamphlet di Céline meritano che li si rilegga allo stesso titolo dell’insieme dell’opera? 

AdB: Perché non lo meriterebbero? In realtà, personalmente non ho una grande predilezione per i pamphlet. Ho letto con piacere quelli di Léon Bloy, di Emile Pouget o di Jean Cau, per citarne alcuni, ma sul piano generale preferisco le dimostrazioni alle esclamazioni, e tantomeno le eruttazioni, anche se talentuose. Trovo del resto la letteratura antisemita noiosa, ripetitiva e il più delle volte estremamente idiota. Tuttavia non mi rammarico di aver letto i pamphlet di Céline, cosa che d’altra parte ho fatto abbastanza tardi. Perché? Semplicemente, perché c’è del Céline in essi. Anche quando redigeva delle posologie di farmaci, Céline faceva del Céline. Quando si ama lo stile di Céline, si raccolgono anche le briciole più piccole, per quanto controverse. 



Éléments: Siete tra quelli che ritengono sia il tempo di ripubblicarli? 

AdB: Non so se sia il tempo, ma non vedo proprio per quali ragioni non lo si possa fare. La libertà d’espressione non si lottizza. Chi si oppone a questa ristampa lo fa in generale per delle ragioni morali (“l’antisemitismo è sbagliato”). Io, sono tra quelli che non tengono in alcun conto la “morale”, quando si parla di letteratura. 

Nel caso specifico, d’altra parte, i nostri moralisti sono fuori strada. Non è con dei pamphlet che si formano delle convinzioni personali. Nessuno è mai divenuto antisemita leggendo La bella rogna o Bagatelle per un massacro – come nessuno si è mai convertito al “razzismo” dopo aver letto Tintin in Congo! Il dramma, è che noi contemporanei vogliamo assolutamente leggere le opere del passato con le lenti dell’oggi. Questa lettura anacronistica contrasta con l’accoglienza che fu riservata ai pamphlet alla loro pubblicazione. Leggete il saggio di André Derval su L’accueil critique de Bagatelle pour un massacre [La ricezione critica di Bagatelle per un massacro] (Écriture, 2010), che riunisce particolarmente gli articoli di Marcel Arland, Jean Renoir, Victor Serge, André Gide, Emmanuel Mounier, etc. Avrete delle sorprese! [il libro, pur essendo un successo di vendite con 86.000 copie vendute – numeri tuttavia di gran lunga inferiori al Viaggio al termine della notte – suscitò un vivo dibattito critico-letterario tra favorevoli e contrari, anche all’interno del milieu di destra e conservatore, NdT] 

I pamphlet cadranno in ogni modo nel pubblico dominio tra poco tempo. E oltre le versioni che circolano su Internet, sono anche stati oggetto di numerose ristampe “selvagge”. In merito a Bagatelle, nella bibliografia che ho dedicato a Céline, elenco cinque o sei edizioni pirata in lingua francese uscite dal 1945 in poi. 


Éléments: Lei è più un raccoglitore bulimico di testi a stampa che non un cacciatore di libri rari. Céline fa sicuramente parte degli autori dei quali collezionate all’incirca tutto, comprese le traduzioni nelle lingue più improbabili. Vi si immaginerebbe eppure ben più vicino a un Montherlant o ad un Drieu la Rochelle che a Céline… 


AdB: Non ci si sbaglia. Ammiro incondizionatamente l’opera di Céline, ma mi sento molto lontano dal personaggio. Amo il medico dei poveri, ma non lo scrittore lagnoso, ossessionato dai soldi, restio ad assumersi le proprie responsabilità. Anche il suo stile non corrisponde che ad una sfaccettatura della mia sensibilità. Amo ugualmente, ma pe ragioni differenti, il grande stile classico. E infatti, con Drieu o Montherlant (più il primo che il secondo), mi sento più a mio agio. 

Céline è stato tradotto in quasi tutte le lingue, il che è paradossale quando si sanno le difficoltà alle quali tutti i traduttori della sua opera si trovano immancabilmente a confrontarsi. Viaggio al termine della notte, per esempio, è stato tradotto in 61 lingue diverse, tra le quali il giapponese, il serbo-croato, lo sloveno, il greco, il catalano, il cinese, il coreano, il basco, il farsi, il bulgaro, il vietnamita, il lituano, l’albanese, il turco, il georgiano, lo slovacco, il macedone, senza dimenticare l’ebraico e l’esperanto. E per finire di rispondere alla vostra domanda: no, non possiedo tutte queste edizioni!

 

 

 

 



lunedì 3 agosto 2020

Nuova edizione di Colloqui con il professor Y di Louis-Ferdinand Céline, Quodlibet 2020




– Sì, però quei suoi tre puntini!... quei tre puntini, eh?
– I miei tre puntini sono indispensabili!...

Qui Céline in un’intervista a sé stesso (1955), nel suo stile forsennato, da ossesso recriminante, parla del romanzo tradizionale, cioè ne sparla, poi della razza insopportabile degli scrittori, del cinema, degli editori, ma soprattutto del suo personalissimo modo di scrivere, che va via... alé!... come un metrò emotivo, che acchiappa emozioni; questa la sua trovata, la sua invenzione di stile; e i tre puntini tipici sarebbero le traversine su cui la rotaia del metrò si appoggia. Un libricino che espone, con gli inconfondibili scatti di nervi, i principi della sua poetica e la novità che in letteratura ha portato, da tanti in seguito imitata; anche se tutti imitatori incapaci, lui dice. L’intervistatore, che è sempre Céline, è un po’ tonto, fa fatica a capire, finché sbotta: porca paletta! fulmini e saette! orpo d’un’ostia! La traduzione di Gianni Celati e Lino Gabellone tiene ammirevolmente vivo questo modo di straparlare argotico, eccitato, orale, debordante. Su cui Celati scrive in postfazione una nota.

domenica 2 agosto 2020

“La libertà d’espressione non si lottizza” - Alain de Benoist, lettore di Céline, in “Élements” n°185, agosto-settembre 2020


Alain de Benoist, lettore di Céline

“La libertà d’espressione non si lottizza”

Intervista raccolta da François Bousquet, in “Élements” n°185, agosto-settembre 2020.

Si è più abituati a vedere Alain de Benoist prendere posizione su delle questioni filosofiche o politiche, ma ciò non toglie che anche qui sappia quel che dice. Non ha forse scritto Céline et l’Allemagne, 1933-1945: une mise au point, oltre che una Bibliographie internationale de Céline?

 

Élements: I pamphlet di Céline meritano che li si rilegga allo stesso titolo che l’insieme dell’opera?

AdB: Perché non lo meriterebbero? In realtà, personalmente non ho una grande predilezione per i pamphlet. Ho letto con piacere quelli di Léon Bloy, di Emile Pouget o di Jean Cau, per citarne alcuni, ma sul piano generale preferisco le dimostrazioni alle esclamazioni, e tantomeno le eruttazioni, anche se talentuose. Trovo del resto la letteratura antisemita noiosa, ripetitiva e il più delle volte estremamente idiota. Tuttavia non mi rammarico di aver letto i pamphlet di Céline, cosa che d’altra parte ho fatto abbastanza tardi. Perché? Semplicemente, perché c’è del Céline in essi. Anche quando redigeva delle posologie di farmaci, Céline faceva del Céline. Quando si ama lo stile di Céline, si raccolgono anche le briciole più piccole, per quanto controverse.  

 

Élements: Siete tra quelli che ritengono sia il tempo di ripubblicarli?

AdB: Non so se sia il tempo, ma non vedo proprio per quali ragioni non lo si possa fare. La libertà d’espressione non si lottizza. Chi si oppone a questa ristampa lo fa in generale per delle ragioni morali (l’antisemitismo è sbagliato). Io, sono tra quelli che non tengono in alcun conto la “morale”, quando si parla di letteratura.

Nel caso specifico, d’altra parte, i nostri moralisti sono fuori strada. Non è con dei pamphlet che si formano delle convinzioni personali. Nessuno è mai divenuto antisemita leggendo La bella rogna o Bagatelle per un massacro – come nessuno si è mai convertito al “razzismo” dopo aver letto Tintin in Congo! Il dramma, è che noi contemporanei vogliamo assolutamente leggere le opere del passato con le lenti dell’oggi. Questa lettura anacronistica contrasta con l’accoglienza che fu riservata ai pamphlet alla loro pubblicazione. Leggete il saggio di André Derval su L’accueil critique de “Bagatelle pour un massacre” (Écriture, 2010), che riunisce particolarmente gli articoli di Marcel Arland, Jean Renoir, Victor Serge, André Gide, Emmanuel Mounie, etc. Avrete delle sorprese!

I pamphlet cadranno in ogni modo nel pubblico dominio tra poco tempo. E oltre le versioni che circolano su Internet, sono anche stati oggetto di numerose ristampe “selvagge”. In merito a Bagatelle, nella bibliografia che ho dedicato a Céline, elenco cinque o sei edizioni pirata in lingua francese uscite dal 1945 in poi.

 

Élements: Lei è più un raccoglitore bulimico di testi a stampa che non un cacciatore di libri rari. Céline fa sicuramente parte degli autori dei quali collezionate all’incirca tutto, comprese le traduzioni nelle lingue più improbabili. Vi si immaginerebbe eppure ben più vicino a un Montherlant o ad un Drieu la Rochelle che a Céline…

 

AdB: Non ci si sbaglia. Ammiro incondizionatamente l’opera di Céline, ma mi sento molto lontano dal personaggio. Amo il medico dei poveri, ma non lo scrittore lagnoso, ossessionato dai soldi, restio ad assumersi le proprie responsabilità.  Anche il suo stile non corrisponde che ad una sfaccettatura della mia sensibilità.  Amo ugualmente, ma pe ragioni differenti, il grande stile classico. E infatti, con Drieu o Montherlant (più il primo che il secondo), mi sento più a mio agio.

Céline è stato tradotto in quasi tutte le lingue, il che è paradossale quando si sanno le difficoltà alle quali tutti i traduttori della sua opera si trovano immancabilmente a confrontarsi. Viaggio al termine della notte, per esempio, è stato tradotto in 61 lingue diverse, tra le quali il giapponese, il serbo-croato, lo sloveno, il greco, il catalano, il cinese, il coreano, il basco, il farsi, il bulgaro, il vietnamita, il lituano, l’albanese, il turco, il georgiano, lo slovacco, il macedone, senza dimenticare l’ebraico e l’esperanto. E per finire di rispondere alla vostra domanda: no, non possiedo tutte queste edizioni!     

 

 


martedì 21 luglio 2020

Céline, profeta “maledetto” per palati fini, di Fernando Massimo Adonia



"Un’umanità sovrabbondante, piena, sfaccettata. Incompresa e incomprensibile. Una storia maledetta, disincantata e raffinata. Insomma: è impossibile contenere totalmente il genio di Céline (al secolo Louis Ferdinand Auguste Destouches). Neanche dopo aver spulciato l’enorme mole di testimonianze e documenti inediti pubblicati da Bietti e curati da Andrea Lombardi (probabilmente il più grande esperto in Italia dell’opera del medico-scrittore francese): Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze (Milano, pp. 496 €25). Un testo per palati fini. A certificarlo è Stenio Solinas, autore della prefazione e cultore di un autore dalla biografia fin troppo complessa". 

Una somma di assaggi per conoscere il profilo caratteriale dell’uomo che ha concluso la propria vicenda personale in sostanziale isolamento a Meudon: «Céline, per me, era un uomo del Medio Evo o del Rinascimento ritornato sulla Terra, che mal sopportava il XX secolo. Era proprio un gran bel tipo», ricorda Georges Geoffroy. «Non è mai stato anarchico, no, no… Perché anarchico? A parte questo, faceva delle buffonate, faceva l’orso, sai così, imitava l’orso. Massì, aveva dei lati infantili a volte, dei lati buffi. Pensava di avere una testa regale ma faceva il giocherellone, il mattacchione insomma; ma mica in pubblico, tra di noi», dice invece il pittore Gen Paul, che del medico dei poveri fu prima grande amico e poi grande nemico. 

Il racconto di Colette Destuches-Turpin (ovvero l’unica figlia) è sicuramente tra i più intimi di Céline e ci restituisce il caleidoscopio delle sue passioni. «Scriveva soprattutto la notte, dormiva pochissimo. Il muro era completamente pieno di scritte, parole, frasi annotate… Alla fine della scrittura del Voyage au bout de la nuit – racconta – non c’era quasi più spazio. Era molto anarchico, non aveva un ordine preciso. Mio padre scriveva tutto ciò che gli passava per la testa, ma riusciva sempre a ritrovare il lo… La sera, mi raccontava delle fiabe e mi metteva a dormire; quando mi addormentavo, prendeva a scrivere. Solamente, teneva accesa la lampada della sua scrivania per buona parte della notte. Avevo il sonno leggero, e non era facile dormire». 

Il racconto continua: «Di tanto in tanto mi chiedeva: “Dormi, Colichon?”. “Sì, papà”. Facevo finta di dormire. Mi faceva la stessa domanda un po’ più tardi. Non rispondevo più, ma tenevo un occhio aperto e lo guardavo. Avevo difficoltà a prender sonno con la luce accesa. Ma, soprattutto, parlava da solo e a voce molto alta, si alzava, andava in giro parlando ancor più forte. Mi spettavano tutti i personaggi, che si lavano innanzi a me e che speravo morissero presto. La notte era molto lunga… Parlava da solo anche durante la giornata e mi ascoltava distrattamente con un sorriso gentile. L’ho anche sentito ridere di quel che aveva appena detto a sé stesso». Non rideva, invece, quando, per i mal d’amore della figlia, proponeva una cura lapidaria: «Dovevo rimanere nubile. L’idea che potessi un giorno sposarmi era per lui intollerabile. Dovevo mettermi in testa che gli uomini erano tutti poligami: era la natura a volere così». Insomma, un ricordo assolutamente coerente con il Céline che tutti conosciamo. 


martedì 14 luglio 2020

"Mai ne ho visto e ne vedrò così tanto di orrore", le lettere dal fronte occidentale di Céline ai genitori



Céline fu un uomo dalle molte vite: direttore di piantagioni, membro di una commissione sanitaria della Società delle Nazioni, medico di periferia, scrittore, bohémien, infine “collaborazionista” e reprobo. Ma la prima vita, che lo segnò indelebilmente, fu quella vissuta dal giovane Maresciallo d’alloggio del 12° Corazzieri Louis Destouches, scagliato con il suo cavallo nell’inferno delle battaglie della Marna e delle Fiandre, nella Prima guerra mondiale.

Louis Destouches si arruola il 28 settembre 1912, con ferma triennale, nel 12° Régiment Cuirassiers di stanza a Rambouillet, nel dipartimento degli Yvelines (Île-de- France). Era un’unità scelta, con una lunga tradizione militare risalente al 1668: creata da Luigi XIV per suo figlio quale Régiment “Dauphin-Cavallerie”, assunse il suo nome definitivo nel 1791, dopo la Rivoluzione francese. Il reparto si distinse in numerose battaglie: dalle campagne del Re Sole alle guerre della Rivoluzione, subordinato all’Armata del Reno; da Austerlitz, Jena e Waterloo a Solferino, alla disastrosa guerra franco-prussiana del 1870-’71. I primi tempi del servizio ben difficilmente poterono ricordare al giovane Louis le antiche glorie, preso – come doveva essere, da buona recluta – a spalar letame, strigliare il pelo dei cavalli e centellinare i pochi spiccioli della diaria, vessato dalla disciplina di ferro dei sottufficiali in carriera, come ricorda lui stesso in Casse-Pipe! Dopo un anno da militare di truppa, è promosso Brigadiere il 5 agosto 1913, e quindi Maresciallo d’alloggio il 5 maggio 1914.

Il 31 luglio, a Saint-Germain, il Reggimento è mobilitato e il 2 agosto si assembra nella regione a sud di Commercy. Louis accoglierà la notizia della guerra con lo stesso entusiasmo patriottico di milioni di giovani in tutta Europa, come testimoniato da questa lettera ai genitori, scritta poco prima della partenza per il fronte, tanto diversa da Viaggio al termine della notte per stile e spirito: «Cari genitori, l’ordine di mobilitazione è arrivato, partiamo domani mattina alle 9 e 12 per Étain, nelle pianure della Voevre; non credo entreremo in azione prima di qualche giorno. […] È una sensazione unica che pochi possono vantarsi di aver provato. […] Ognuno è al suo posto, sicuro e tranquillo, tuttavia l’eccitazione dei primi momenti ha lasciato il posto a un silenzio di morte che è il segno di una brusca sorpresa. Quanto a me, farò il mio dovere sino in fondo, e se per fatalità non dovessi tornare… siate sicuri, per attenuare la vostra sofferenza, che muoio contento, ringraziandovi dal profondo del cuore. Vostro figlio».

Il 12°, parte della 7a Divisione di Cavalleria, al comando del Colonnello Blacque-Belair condurrà numerose ricognizioni tra la Wöevre, la Mosa e le Argonne nell’agosto e nel settembre 1914: il terreno dove opererà, boscoso, con campi cintati da muretti a secco tagliati da fossi e canali, è inadatto all’impiego della cavalleria, men che meno quella pesante. La guerra del ’14 inizia a mostrarsi per quello che è: nessuna eroica carica di cavalieri, ma un cieco tritacarne. Le lettere che Louis scriverà a casa saranno di un tono ben differente; l’assurdità della guerra inizia a farsi sentire: «La lotta s’impegna formidabile mai ne ho visto e ne vedrò così tanto di orrore camminiamo in questo spettacolo quasi incoscienti per l’assuefazione al pericolo e soprattutto per la fatica schiacciante che subiamo da un mese davanti alla coscienza si para una specie di velo dormiamo appena tre ore per notte e marciamo quasi come automi mossi dalla volontà istintiva di vincere o morire nessuna nuova sul campo di battaglia quasi sulla stessa linea del fuoco da tre giorni i morti sono rimpiazzati continuamente dai vivi a tal punto che formano dei monticelli che bruciamo e in certi punti si può attraversare la Mosa a piè fermo sui corpi tedeschi di quelli che tentano di passare e che la nostra artiglieria inghiotte senza posa. La battaglia dà l’impressione di una vasta fornace dove s’inghiottono le forze vive delle due nazioni e dove la più rifornita delle due sarà la vincitrice».

A ottobre il Reggimento è inviato nelle Fiandre, partecipando a duri combattimenti assieme ad alcune unità di fanteria nel settore tra Ypres e Poelkapelle; il 25 ottobre, una domenica, quest’ultima località è battuta incessantemente dell’artiglieria e dalle mitragliatrici tedesche, tanto che sembra impossibile garantire con le staffette le comunicazioni tra il 125° e il 66° Reggimento di fanteria, che cercano di strappare Poelkapelle al nemico. È qui che il Maresciallo d’alloggio Destouches si fa avanti, offrendosi volontario per una missione quasi suicida. Louis riesce a condurre a termine il pericoloso compito, ma al ritorno, verso le sei, è ferito gravemente al braccio destro. Dopo essersi ricongiunto alla sua unità, data la mancanza di posti nelle ambulanze o nelle tende-ospedale per il gran numero di feriti e moribondi, deve raggiungere a piedi, camminando per sette chilometri, un ospedale da campo presso Ypres. Da lì è evacuato a Hazebrouck, dove viene operata la sua frattura al braccio. Successivamente, è ricoverato in degenza all’ospedale militare Val-de-Grâce a Parigi, dove subisce un secondo intervento chirurgico il 19 gennaio 1915. Dichiarato inabile al servizio per la ferita, viene riformato il 2 settembre 1915: così finisce il servizio attivo nell’Armée di Louis Destouches.

Per l’eroismo dimostrato sul campo viene citato all’ordine del giorno del Reggimento il 29 ottobre 1914, insignito della Medaglia Militare il 24 novembre e della Croce di Guerra con Stella d’Argento. «L’Illustré National» (n. 52, novembre 1915) dedicherà al fatto d’arme che lo vide protagonista una tavola a colori a tutta pagina in quarta di copertina: Céline la mostrerà sempre con orgoglio nell’eremo di Meudon, tanti anni e tante vite più tardi.

Andrea Lombardi

*

Addì 15 settembre [1914]
[In una calligrafia diversa:]
Ricevuta il 18 settembre 1914

Cari Genitori,

ho ricevuto da Nantes tre delle vostre lettere. Non ci fermiamo da cinque giorni e così non ho potuto scrivervi. Il convoglio è stato sotto il fuoco quindici minuti, fortunatamente senza danni. La fatica e il cattivo tempo cominciano a far danni tra gli uomini e i cavalli, c’è già il 35% d’evacuati; a Rambouillet ci sono però due squadroni di Riservisti intatti, che non si sono mai mossi. A proposito, vorrei che papà andasse a Rambouillet per cercare di salvare le mie cose dallo sgombero, in particolare il mio abbigliamento, perché se tornassi non saprei cosa mettermi. Ciò che vedo è indescrivibile. Ieri, in particolare, ho visto sul bordo della strada i cadaveri di tre fanti che sono stati allievi d’ordinanza del 12° C[orazzier]i quando sono stato nominato sottufficiale. Ci sono villaggi a cui non ci si può avvicinare, tanto violento è l’odore che vi esce, non c’è un pozzo in cui non ci sia un cadavere.

Questa mattina siamo entrati per la prima volta in una città, Verdun, dopo quarantotto giorni passati negli avamposti. La gente usciva per assistere allo spettacolo poco banale d’una divisione che bivacca da trentadue giorni senza sosta e che ha viaggiato per più di tremila chilometri dalla sua partenza.

Mi auguro e ci auguriamo tutti di vedere presto la fine di quest’orrendo massacro, dove la vita umana non pesa molto nella grande bilancia. Fortunatamente, la stanchezza t’impedisce di pensare a tutti questi orrori con grande intensità; si va sempre avanti con una specie di casco sul cervello, non dormiamo mai più di due o tre ore, i dorsi dei cavalli sono così malandati che l’odore che si sparge è insopportabile quando si tolgono le coperte. Ma non è nulla, dato che riprendiamo l’offensiva, anche se si dovesse sopportare venti volte di più; ad averci ucciso è la lunga ritirata di fronte a questa marea selvaggia e soprattutto lungo la strada, di notte, le decine di villaggi che illuminavano l’orizzonte, villaggi che avevamo occupato il giorno prima e che altri avrebbero bruciato l’indomani, visto che fuggivamo davanti a loro.

Vorrei che tu facessi due o tre cose:

1. La mia tunica a Rambouillet.

2. Vedere la sig.ra Roux e ringraziarla.

3. Vedere il sig. o la sig.ra Lacloche, 29 rue Octave Feuillet, e avere notizie.

Inoltre, inviare un maglione per pacco postale – si può, anche due paia di calze, e poi dalle vostre lettere si sente un terribile nervosismo, è comprensibile, ma vi scongiuro di avere coraggio, ce ne vuole molto, anzi moltissimo, soprattutto per lottare contro il sonno, anche se sembra stupido, è una sofferenza più terribile di fame e freddo. Molti preferiscono andare venti giorni al fuoco per un’ora di sonno.

Se mi succedesse qualcosa, eh be’, sarò sulla stessa barca degli altri centomila che sono già stati fatti fuori. Lo sforzo principale, ora, sono arrivati alle porte di Parigi ma il colpo di reni è stato dato, la Germania è a terra, non resta che ucciderla, braccarla fino alla fine, fino a quando non ne resti neanche uno e, Dio mio, se ne rimangono per strada, saranno morti per qualcosa. Avranno fatto meglio che nel 1870 e la famosa e tanto bistrattata nuova generazione avrà dimostrato almeno di essere all’altezza delle precedenti.

Forza e, spero, a presto.

Vostro figlio affett[uosamente]

Destouches

Saluti a Bézard e alla sig.ra Carlier, alla sig.ra Forjonel. Ditemi se sapete di morti tra i nostri conoscenti. Sono preoccupato soprattutto per Henry Lacloche, mi hanno detto a Stenay che ci sono state vere ecatombi a Rossignol.



Tratto da:



Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze

venerdì 26 giugno 2020

L'infettivologo Didier Raoult su Louis-Ferdinand Céline




“Non si possono giudicare gli umani solo da un aspetto. Vedete, lo scrittore più geniale al mondo, Céline, era un antisemita. Personalmente, me ne frego alla grande. Eppure mia moglie è ebrea, e anche i miei figli lo sono. Ma non smetterò di leggere uno dei tizi della letteratura più geniali della storia dell’umanità perché è antisemita” (“L'Express”, 28 maggio - 3 giugno 2020.)


Didier Raoult, nato il 13 marzo 1952 a Dakar, in Senegal, è un infettivologo e professore di microbiologia francese: recenti alcune sue posizioni polemiche sul Coronavirus.


Grazie a Marc Laudelout.