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domenica 6 marzo 2011

Recensione di un blogger al libro "Louis-Ferdinand Céline in foto"



mercoledì 9 febbraio 2011

Céline inedito – ma noto
Un omaggio inconsueto, per i lettori italiani, di molte foto e testi di autori diversi, Kristeva, che su Céline ha in centrato lo studio dell'abiezione, "Poteri dell'orrore", Arbasino, lo psichiatra Paolo Badellino, per i cinquant’anni della morte di Céline. Il quale certamente merita miglior sorte, come scrittore prima che come caso umano. La raccolta riproduce anche due testimonianze nuove per il pubblico italiano, quella di Marcel Aymé, che fu a lungo amico di Céline, e quella, ancora più rivelatrice, di Lucien Rebatet, uno dei condannati per collaborazionismo nel 1945, su Céline a Sigmaringen, la colonia degli sfollati francesi in Germania a fine 1944 – oltre ad alcune interviste dello scrittore, e a una polemica del curatore.Céline merita sempre una lettura, le briciole comprese. Anche se il caso umano - l’antisemitismo dichiarato - monopolizza sempre l’attenzione. L’ultima novità sul caso Céline è che il governo francese post-gollista ha deciso di non ricordarne il cinquantenario della morte. Sempre s’impone il personaggio, anche tra chi ne sente la forza della scrittura, e l’attualità (onestà, verità). Ci sono e si ristampano grossi repertori di sue interviste – più che di Borges, che però era vanitoso. Che sono evidentemente lettura gradita, perché breve, urlata, gossippara. E molte biografie, ce ne sono in commercio almeno una diecina: Céline è lo scrittore più biografato. Anch’esse in qualche modo scandalistiche. Mentre si possono contare a memoria gli scritti critici, filologici, letterari, diacronici e sincronici, o anche solo un esame accurato della sua fertile corrispondenza, e della sua vera vita.D'altronde è un dazio che s’impone: Céline si è voluto ed è scrittore realista. Delle “cose”, spiega nella fondamentale intervista a Zbinden (pp.175-185): visionario perché radicale – contro la guerra, contro il denaro, per i poveri, per la salute (bellezza), per la patria. E ne è vittima: la politica è esercizio di equilibrismo, e collettiva, non individuale - è passione radicale solo nel deserto, dove è inutile. Ci sono due tipi umani, dice: il voyeur e l’esibizionista. Chi osserva il mondo (“le cose”) e chi mette in mostra se stesso (psicologismo, memoria, flusso di coscienza, di parola, etc.) del Novecento. Céline ha preteso di parlare delle “cose”, non di tacerle, ha voluto mostrarci il mondo com’è, e questa passione ha pagato e paga. Anche se, quasi sempre, aveva ragione.Si prenda ad esempio, ancora nell’intervista con Zbinden, l’Europa che non “ha sovranità”, cioè non è. Un tema di grande scienza politica, che Céline centra con acume: la sovranità è semplice ed univoca, è mentale e culturale prima che economica e politica, ed è etica. Non può cioè essere distruttiva, ingiusta, stupida. Né si salva col moralismo, appunto, con l’autoreferenzialità resistenziale. L’Europa oggi contesterebbe che non c’è, non solo nella politica e nella moneta, come si può vedere a uno sguardo anche casuale, ma nella cultura, nell’idea di se stessa. Il che è tanto più vero in quanto non se ne accorge nemmeno.Andrea Lombardi, che ha creato e anima il sito celine.blogspot.com, un repertorio eccezionale nelle abitudini letterarie italiane, con spirito battagliero, ne lascia un’impronta anche in questa raccolta. Reagisce, anche lui confusamente, scompostamente, all’estremo conformismo di questi anni - eh sì, il dannato Céline di cui oggi in Francia è proibito parlare poteva invece andare in tv profusamente nel 1957, e nel 1961. Ma i celiniani si vogliono una setta, i Cahiers, etc., in lite col mondo, e questo non risolve e non aiuta.
Andrea Lombardi, a cura di, Louis-Ferdinand Céline in foto, Effepi, pp. 216 € 24
Pubblicato da Astolfo

giovedì 23 dicembre 2010

Recensione a "Nello specchio della modernità" sul Secolo d'Italia

Dottor Céline, il situazionista sconosciuto
di Adriano Scianca
Dal Secolo d'Italia del 22 dicembre 2010

Ha scritto una volta Stenio Solinas: «Le cose più intelligenti e più profetiche sulla modernità le hanno dette e scritte proprio i non moderni e sono loro ad aver lasciato un'impronta, un segno di diversità. In poesia, nel romanzo, la rivoluzione l'hanno fatta i Pound, i Céline, gente che non sventolava la fiaccola del futuro, che andava avanti non per forza di inerzia o per bramosia del nuovo in quanto tale, ma perché aveva capito che era l'unico modo per potersi riallacciare all'antico, rimettere linfa in ciò che si era seccato».
C'è molta saggezza in queste parole. La modernità è come quelle donne che si concedono solo a chi le maltratta, sedotte dall'indifferenza, quasi dal disprezzo più che dal corteggiamento ossequioso, spudorato, scomposto.
È per questo che i più grandi moderni sono alla fin fine gli inattuali, ovvero coloro che col proprio tempo ingaggiano una lotta serrata, che è opposizione ma anche co-appartenenza a un medesimo spirito. Essere inattuali non è essere antimoderni, è essere moderni in un modo diverso. E fa bene Solinas a citare Céline. Così come fa bene Patrizio Paolinelli a iniziare il suo ultimo libro con le seguenti parole: «Consapevoli di dare un dispiacere a parecchi céliniani, purtroppo per loro Céline è un caso esemplare di uomo moderno. Tanto esemplare da non poterci ancora oggi liberare di lui». Meriterebbe attenzione anche solo per un incipit del genere, questo Nello specchio della modernità. Fotoritratti di Louis-Ferdinand Céline (Bonanno editore, pp. 227, € 19,00).

Il caro vecchio dottor Destouches e la sua immagine, quindi. Ma attenzione: il saggio di Paolinelli non è un libro fotografico. Qui l'immagine - la fotografia, in particolare - non ha importanza di per sé, come forma espressiva immediata, quanto piuttosto come mediazione tra l'uomo e l'artista, la persona e il personaggio, Destouches e Céline. Nessun disvelamento, beninteso: non si tratta di scoprire l'essere umano oltre lo scrittore come se questo fosse la maschera di quello. Ciò che è interessante, al contrario, è ciò che si muove sulla linea di confine, sempre in bilico fra l'uno e l'altro.
Che comunque non sono mai scindibili, mantenendo anzi un rapporto sempre opaco. Non c'è, insomma, un "vero Céline" oltre l'autorappresentazione che egli stesso ha dato di sé, oltre le trappole disseminate sul cammino, gli equivoci e le contraddizioni. Lo scrittore francese gioca con gli interlocutori e gli interpreti perché innanzitutto gioca con se stesso, fingendo continuamente. Finge di essere pacifista e reazionario, intellettuale e barbone, misantropo e generoso. Finge a tal punto che la finzione finisce per rappresentare la cifra della sua identità. Si capisce bene, allora, cos'è che abbia da dire a noialtri figli della morte di Dio e della malattia dell'uomo. «Céline - scrive Paolinelli - è un intellettuale della crisi del soggetto, un uomo in crisi con il mondo, inconsapevolmente in crisi con se stesso e che mette in crisi chi lo incontra», ma «dato che vivere in crisi (di qualsiasi tipo: familiare, finanziaria, psicologica, occupazionale...) è un'ovvietà per noi postmoderni, Céline permette di aprire una discussione sul nostro tempo». E, apriamo una parentesi, in questo sottile gioco che ondeggia fra identità e finzione si colloca anche quella che Marcel Aymé ha chiamato «la leggenda nera» di un Céline avido, astioso, misantropo e burbero. Leggenda, beninteso, che allo scrittore piacerà alimentare, anche e soprattutto nelle ultime, geniali interviste concesse controvoglia, sempre maltrattando l'interlocutore, sbocconcellando imprecazioni salvo poi non smettere più di parlare. Eppure Aymé ha potuto vedere nel dottor Destouches una «spiccata dirittura morale» che «favoriva in lui una generosità di spirito che gli esegeti non hanno ancora messo abbastanza in luce nella sua opera, ma che si è manifestata sempre lungo il corso della sua vita. Amava l'amicizia, e ha sempre dimostrato una rara fedeltà nei suoi affetti. Durante tutto l'esercizio della sua professione di medico, che ha avuto sulla sua opera letteraria una così grande influenza, ha dimostrato una devozione e un disinteresse ammirevole, sino alla fine della sua vita. Nei suoi ultimi anni, aveva, in effetti, aperto nella sua casa di Meudon un gabinetto medico, non tanto per lucro, ma per riprendere con la medicina un contatto che non fu solamente teorico. Si recava da lui qualche cliente povero, che non si decise mai a far pagare, e per i quali comprava di tasca sua le medicine. No, Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo» (il testo di Marcel Aymé, "Su di una leggenda", è contenuto nel fondamentale Louis-Ferdinand Céline in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi. Una biografia per immagini, a cura di Andrea Lombardi, Effepi Edizioni). Dentro la leggenda nera, oltre ma anche sempre attraverso di essa, si situa appunto l'argomento cruciale dell'immagine.

Le foto di Céline, in questo senso, offrono più di uno spunto. Soprattutto quelle che datano dagli anni del successo in poi. Ce n'è qualcuna fenomenale, dove la faccia da schiaffi dello scrittore emerge con potenza e prepotenza. Di tanto in tanto, ovviamente, spunta fuori qualcuno che prende alla lettera quello sguardo da manigoldo, da «maniaco introvertito», diceva Jünger. Commentando una foto del 1934, Antonio Moresco ha potuto scrivere che è «una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com'è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile?». Si prende troppo sul serio, Moresco, e prende troppo sul serio Céline. Andrea Lombardi, del resto, ha avuto buon gioco nel rispondere che «la fotografia in questione è una tipica foto da studio, che mostra semplicemente Céline - reduce dal successo del suo libro d'esordio e dalla candidatura al Goncourt - che fissa l'obiettivo con aria sicura di sé. Ci pareva che Lombroso fosse passato di moda, particolarmente a sinistra». Ma, al di là di questi bassi affondi che scivolano sopra la reputazione di un uomo già abbastanza maledetto di suo, l'enigma dell'immagine di Céline resta. Paolinelli ne indaga i contorni distinguendo nella vita dello scrittore i momenti da insider (lo scrittore famoso e celebrato) e quelli da outsider (l'epurazione, la caccia al fascista, infine la povertà degli ultimi anni).
Non senza avvertire che queste categorie conservano sempre un fondo di opacità, sempre una tensione al reciproco ribaltamento. Da artista affermato, Céline mostra in genere un'attitudine sfuggente e infastidita rispetto all'obiettivo del fotografo. Sembra sempre essere altrove, concede costantemente il meno possibile di se stesso all'invadenza della macchina fotografica. Nell'ultima parte della sua vita, invece, finirà per darsi senza più resistenze. Non per l'indolenza del vinto o, men che mai, per una sua conversione interiore alle logiche della società dello spettacolo. Piuttosto per un uso calcolato e incredibilmente attuale dei media. Il Grande Reprobo non può più trattare con supponenza l'obiettivo del fotografo. Cerca allora di giocarlo, di recitare il ruolo del vinto. Lo è davvero, vinto, ma proprio nel momento in cui si espone come tale cessa di esserlo. «Per ricostruirsi una reputazione - scrive Paolinelli - Céline si piega alle richieste dei padroni dello sguardo ed eccolo trasformato in un personaggio da copertina. Ma non capitola». E la strategia di non capitolazione passa per l'accettazione dello zoo: la belva feroce è in gabbia e ora si farà fotografare per voi. Ci sono le sbarre di mezzo, effettivamente, ma non si è più sicuri di poter capire chi è dentro e chi è fuori dalla gabbia. «Céline ci ricorda ancora oggi che la libertà personale è un rischio. Ci ricorda anche che negoziando una porzione di indipendenza del proprio sé i mass-media possono essere usati nel momento in cui ci si lascia usare», spiega ancora l'autore di Nello specchio della modernità. Nel momento in cui lo si perdona perché sì, ha peccato, ma in fondo non vale più la pena di infierire, il dottor Destouches ha fregato tutti. Lo ha fatto in modo disonesto? Non più di ognuno di noi, non più di quanto finisca per esserlo, suggerisce Paolinelli, chiunque, ogni giorno, stringe una mano da qualche parte nel mondo e dà una rappresentazione sociale di sé. Quando nel 1957 appare ad Arbasino squallido e confuso, nella sua diroccata villetta di Meudon, non sta fingendo. Non è un calcolo a tavolino, non si è volutamente ridotto a vivere in miseria. È tutto vero. Ciò non vuol dire che egli non giochi anche a sovra-interpretare il ruolo del clochard per prenderci tutti in giro. Non sembra gli importi più di nulla, annota Arbasino. Eppure nello stesso anno torna a far parlare di sè come scrittore. Di nuovo il successo, quindi. Céline non è più un paria. Céline vi ha fregato ancora. Meglio: «Céline combatte l'inganno con l'inganno». Forse anche questa è una parte di quella «spiccata dirittura morale» di cui parlava Aymé. Moralità paradossale, certo. Ma forse, nella sua potenza di fuoco sulfurea e politically uncorrect, più sincera di quella dei suoi contemporanei (e dei nostri). Il napalm letterario sparso a piene mani da Céline è in fondo più vero e probabilmente più morale di tutti i sorrisi e le promesse dei "buoni" di ogni epoca. E lui ne era cosciente: «Quando saremo diventati morali esattamente nel senso in cui le nostre civiltà lo intendono, lo desiderano e ben presto lo esigeranno - diceva - credo che finiremo per esplodere anche di malvagità. A quel punto, per distrarci, non ci resterà a disposizione che l'istinto di distruzione». La finzione di Céline contiene in sé tanta di quella verità che oggi continuiamo ad avere bisogno di lui, circondati come siamo dalla vacuità spettrale di figure divorate dalle proprie immagini. Ci credono davvero, loro, ma non di meno restano intimamente false. Falene, a bout de la nuit.

Adriano Scianca

domenica 11 aprile 2010

Gisy intervista Andrea Lombardi: "Louis-Ferdinand Céline in foto"



Grazie a Gisela Scerman potete leggervi una intervista a memedesimo sul suo blog :-)

Louis Ferdinand Céline in foto, un libro fatto di saggi e interviste inedite in Italia, e niente di meno che una raccolta di fotografie più o meno conosciute e sconosciute, dello stesso Céline. Come mai la scelta di affrontare in maniera piuttosto personale (nel senso di ideazione e realizzazione) un lavoro su di un autore così importante? Cosa ha rappresentato per te Céline, e cosa ti ha suggerito?

Non essendo né un critico letterario né un esperto di letteratura francese, fare un libro di foto era la mia unica chance di pubblicare qualcosa su Céline!

Scherzi a parte (o quasi), l’idea del libro è nata dal blog celine.blogspot.com , da me creato qualche anno fa. Lo stesso blog era nato soltanto come un piccolo spazio personale, tanto per provare la piattaforma blogger… sennonché, senza saperlo, avevo invece riempito un grosso vuoto nell’etere informatico: in effetti non vi era alcun sito specifico in italiano dedicato a Céline, e in breve tempo mi sono trovato circondato da un numero crescente di céliniani italiani che visitavano e sostenevano il sito; ormai sono degli amici veri e propri, e ho avuto anche la fortuna di conoscerne di persona diversi. Così, anche grazie a un céliniano “professionista”, Gilberto Tura, ho sentito la necessità di fare qualcosa che non fosse solo il “copia-incolla” di una biobibliografia di Céline, ma di dare ai “miei” amici e appassionati di Céline qualcosa di diverso, ricordando questo “gigante spezzato” traducendo alcune sue interviste e ricordi di chi lo aveva conosciuto, dalla moglie Lucette Alamnsor, allo scrittore Michel Aymè, dall’ex Ministro di Vichy Abel Bonnard , all’attrice Arletty, al grande scultore Arno Breker, Gen Paul, Rebatet… in massima parte materiale inedito in Italia, prima postato sul blog e quindi pubblicato nel libro “Louis-Ferdinand Céline in foto”, con altri scritti, saggi critico letterari, e una rassegna fotografica comprendente l’infanzia di Céline, la prima guerra mondiale, gli anni del successo del Viaggio al termine della notte e Morte a credito, l’Occupazione, l’esilio in Danimarca e il termine della notte a Meudon…

Céline per me rappresenterà sempre l’emozione di leggere il Viaggio da adolescente, uno dei pochi libri che letti al momento giusto ti cambiano la tua visione della vita.

Per le traduzioni delle varie interviste di Céline e su Céline che non erano mai state pubblicate in Italia; su che criterio ti sei appoggiato per poter fare un buon lavoro, sicuramente di non facile realizzazione?


Il paradosso è che ho studiato francese solo alle medie, mentre traduco molto di più, anche professionalmente – traduco testi di storia militare - dall’inglese! Però per tradurre Céline, devi innanzitutto sentire la sua “petite musique”… anche nella sua lettera più breve, Céline è là; una volta che hai capito la sua “musica”, leggendolo e rileggendolo per anni, il più è fatto.

Ricordiamo che qualche tempo fa, curasti un Pamphlet di inferocite lettere di Céline "al già diventato succubo Sartre" come lui stesso dice...

Questa è stata la mia prima possibilità di cimentarmi, nel mio piccolissimo, con Céline… dell’Agitato in provetta c’era stata già una prima traduzione italiana, (poi ristampata), di difficile reperibilità… la brevità del pamphlet mi aveva incoraggiato a tentare: facemmo un piccolo libretto, con il testo francese e la traduzione a fronte; ricordo le mie risate man mano che traducevo i sempre più pirotecnici insulti di Céline a Sartre, anzi, Tartre!


Céline, discusso, idealizzato, amato, odiato, cosa si sbaglia ancora oggi nell'idea di Céline?

Guarda, in teoria per non sbagliarsi basterebbe leggerlo e basta.

Ultimamente, con quella mancanza di equilibrio tipicamente italiana, dopo che negli ultimi anni, in Italia, si era tornati alla demonizzazione di Céline o al massimo agli ipocriti distinguo, in alcuni recenti saggi si è passati a incensarlo a priori, condonando i lati negativi di Céline, reali o presunti, in nome di un trasporto emotivo, e questo è comprensibile, o di un interesse a portarlo, una volta emendati i suoi difetti, nella propria parte politica; in un caso recente, tanto per cambiare rispetto all’incasellamento di Céline nel milieu della destra radicale, Céline è stato arruolato d’ufficio nel pantheon degli autori comunisti… sulla base attendibilissima di una frase e mezza di Céline, peraltro scritta nel contesto vorticosamente polemico dei pamphlet, ed espunta dall’intero corpo di opere e lettere dello scrittore francese, il quale, peraltro, aveva lucidamente sgomberato il campo da ogni possibile dubbio nel suo discorso di Medan; cito dal “Louis-Ferdinand Céline in foto”:

[…] durante le celebrazioni dell’anniversario della morte di Emile Zola, Céline, il primo ottobre 1934, nel suo discorso di Medan, rifiuta sia la società capitalista sia quella marxista, sconcertando la sinistra francese, che aveva tentato di portare nel suo alveo lo scrittore. Céline, infatti, dichiarò:

Noi siamo giunti alla fine di venti secoli di civilizzazione e, comunque, nessun regime potrebbe resistere a due mesi di verità. Io voglio dire che vedo la società marxista uguale alla nostra borghese ed a quelle fasciste.



Cosa distingue il Céline uomo dal Céline autore se è possibile fare distinzione?

No, non credo si possano fare distinzioni tra il Céline uomo e Céline autore, mentre, ed è lui stesso ad averlo sempre stigmatizzato, il grande errore che si può fare è confondere Bardamu con Céline; molti equivoci sono nati – e parlo della critica, anche grande - considerando il Voyage come un’autobiografia di Céline.

Qual'è il grande insegnamento di Céline? E quanto centra o non c'entra con l'identità nazional-politica?


Il grande insegnamento di Céline è, a mio avviso, quello che si debba continuare a vedere nell’uomo un briciolo di umanità anche quando ci siamo resi già da tempo conto che l’umanità, di umanità ne ha ben poca.

Quindi direi che la politica non c’entra proprio; c’entra l’uomo.

Si continuerà sempre a parlare di Céline e l'antisemitismo? In Bagatelle per un massacro, e La scuola dei cadaveri, attribuisce la rovina della Francia agli ebrei, ma lui stesso dichiara che il solo vero crimine che ha commesso è stato di credere nella salvaguardia della propria nazione, e in ideali sbagliati, ma tutto inizia e finisce nel credere in un ideale, non nel compierne azioni criminose in maniera attiva...

Dovrebbe esser così chiaro che per scannarsi le nazioni e gli eserciti non aspettano certo le tre righe scritte da uno scrittore o dall’altro!

Céline ha avuto il torto imperdonabile di essere un uomo libero, perciò, come scrisse Dominique de Roux, doveva essere distrutto, è stato distrutto, dai suoi “confratelli letterari”. Se si fa parte di una combriccola, di destra, sinistra, bianca rossa o nera tutto si perdona o giustifica; il voler essere liberi, il non cercare appoggi nelle consorterie, mette paura, invidia e gelosia. L’”antisemitismo”, il presunto –anzi inesistente - collaborazionismo di Céline lo hanno reso vulnerabile ai piccoli uomini invidiosi del suo stile, come Sartre.

Perché Bagatelle per un massacro continua ad essere il suo libro più conosciuto, più esemplare, in cui sembra si identifica maggiormente la figura di Céline...

Dai, non sono d’accordo: in realtà il libro più conosciuto rimane il Viaggio; poi va da sé che se tu guardi le stringhe su Google è Bagattelle, ma solo perché, essendo difficilmente reperibile, c’è più gente che lo cerca nelle pieghe spaziotemporali del web!

E spesso, chi vuole vedere Céline solo in Bagattelle, è chi lo vuole incasellare tra i suoi buoni o i suoi cattivi, a seconda della propria bandiera.

Cèline, al contrario di ciò che si pensa trasuda una grande umanità, un grandissimo cuore, soprattutto dalle sue interviste si capisce la differenza tra un uomo e un grande uomo... i timori umani, la tenerezza, ma anche lo schifo e la miseria che può provare per il corpo, per l'invecchiare, per la condizione umana ...ma non solo qui, in Morte a credito dice esplicitamente

« Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si sono fatti vecchi, miserabili e torbidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo. »


quindi anche molta pietà sulla condizione umana unita al disgusto, condizione che solo persone dotate di una feroce sensibilità possono scorgere.

Infatti non a caso Céline mette sempre, tra l’umanità disperante che popola la società abbietta e calcolatrice di tante sue opere, una o due perle: le Molly o gli Alcide che danno tutto senza chiedere nulla, e appaiono così normali mentre lo fanno.

Non tutti quelli che, come me leggono Céline son antisemiti, così non sempre chi legge Proust è omosessuale... questa è una dichiarazione, di Nicolas Sarkozy, Oggi Céline si legge di più per conoscere la storia, o per goderne la scrittura, o per condividere su degli ideali che forse oggi lui stesso sghignazzerebbe, ma che friggono nei cervelli di parecchia gente... o...?

Povero Sarkò! Temo che Céline non avrebbe una gran stima di lui, comunque bella frase. Se penso alla media dei miei amici céliniani, lo si legge per lo stile; anche perché “lo stile, è tutto!”Il Viaggio, lo leggi per vedere poi la realtà con altri occhi, se lo leggi presto. Céline all’inizio scriveva infatti per i giovani; quando si diventa uomini ormai al 99% si è incurabili.

A tuo parere, un traduttore che ha saputo tenere testa lo scrivere, il sentire di Céline?

Pontiggia nel Bagattelle. Bravissimo. Poi Ferrero, Celati... la traduzione peggiore sembra sia quella di Caproni di Morte a credito.

Sulle traduzioni, almeno per i nostri scrittori più amati, trovo che sia utile leggere uno o due libri in lingua originale: le opere tradotte –sarà lapalissiano- sono scritte da un altro, traduzione riuscita o meno… anzi, magari il rischio è che più è riuscita più è un’altra opera! Fuori di paradosso, questo è un problema quando a tradurre è uno scrittore e non un traduttore professionista; lo scrittore talvolta piega la traduzione secondo la sua sensibilità. Certe volte è un bene; spesso è male.

Il tuo nuovo libro ci offre qualcosa che prima non c'era...almeno in Italia...
Ci sono anche interventi (italiani) inopportuni di qualcuno che sembra non aver proprio colto lo spirito di Céline...

Grandiosi, Piperno e Moresco… visto il mio interesse professionale per la storia, nel “Louis-Ferdinand Céline in foto” volevo usare lo stesso metodo d’approccio che uso nei libri di storia da me scritti o curati: ossia emico, e non etico. Chi tratta di storia non dovrebbe tentare di cavare dagli avvenimenti storici insegnamenti morali (diffidate da chi pensa di insegnare la “Storia” con la “S” maiuscola…), ma dovrebbe solo presentare i fatti; un minimo di interpretazione ci sarà sempre, è inevitabile, ma per quanto possibile si deve dare precedenza ai fatti e ai documenti, non partire dal presupposto che i documenti dovranno provare la mia tesi! Lo stesso ho fatto con Céline; presentando la sua vita, le sue opere, le sue interviste, le fotografie sue e dei personaggi del suo tempo… la mia opinione su Céline, artista e uomo, è solo una filigrana leggera che tiene unite queste parti, come il filo di un aquilone. L’unica parte del libro dove ho accantonato questa linea guida è stato commentando quei due articoli di Piperno e Moresco, così superficiale l’uno, e così artefatto l’altro. Non è questione di pensarla diversamente: è che parlavano di una persona, e di un’opera, conoscendo poco o punto dell’una e dell’altra.

Cosa pensi che direbbe oggi Céline, se potesse guardare il mondo?

Se Céline commentava l’uomo del 1930, già tutto diritti e nessun dovere, come “l’impraticabile buco di culo che si crede Giove allo specchio” e che i proletari vogliono non la riscossa sociale ma poter giocare ai “whiskymilionari” figurati il Grande Fratello del 2010… ti rispondo con le parole di Aymè, uno dei migliori amici di Céline:

Le sue più grandi collere, le ho viste scatenarsi contro tutto ciò che riteneva conducente all’abbruttirsi dell’uomo, all’abbandono di se stesso: l’alcol, gli stupefacenti, l’abbuffarsi di cibo scadente, la sessualità sfrenata, il lusso, la miseria, le false barriere, la religione (ai suoi occhi, sembrava che i peccati contro la Chiesa, avvallassero i peccati contro l’uomo), le ipocrisie sociali e mondane che, sotto una copertura d’onestà, favorivano lo scatenarsi delle cattive intenzioni. No, non era la nausea che invadeva Céline allo spettacolo di una società accanita a distruggersi in ciascuno dei suoi individui. Era un odio robusto, potente l’odio di un nemico contro il quale non si sentiva totalmente disarmato per nulla, lui che aveva avuto la volontà di disciplinarsi e che pensava di fare un’opera meritoria nello spingere il naso di chiunque nella sua propria lordura.

…e ti ringrazio per la chiacchierata, salutando gli amici céliniani in giro per il web!
Se invece volete sentire la mia affascinante voce :-), cliccare qui per sentire un'intervista a Federico Zamboni su RadioAlzoZero!

mercoledì 14 ottobre 2009

Su di una leggenda, di Marcel Aymé



Secondo Lucette Almansor, questo scritto di Aymé dice tutto quello che c'è da dire su Céline...

Su di una leggenda
di Marcel Aymé

Intorno a Céline si è creata una leggenda nera, della quale è in parte responsabile, non avendo fatto nulla per distruggerla, e anzi, l’ha mantenuta. È quella di un uomo violento, astioso, implacabile nei suoi odi come nelle sue antipatie, avido di denaro, nemico del suo paese, oltre a quella di un demolitore anarchico e di un pessimista contento di esserlo. Benché le apparenze talvolta confermino questa leggenda, essa è quanto di più lontano possa esserci dalla realtà. Certamente, Céline non era persona accomodante, o che dimenticasse facilmente i torti che gli erano stati fatti. Il perdono del male, il perdono delle offese, non aveva per lui alcun senso. Poteva, nel corso della vita, giungere a non tenerne conto, ma non le dimenticava. Il perdono era ai suoi occhi un atto, se non negativo, quantomeno inutile, che non impediva al male di rimanere, né al nemico di restare pericoloso. Di fronte agli esseri e agli avvenimenti, aveva delle reazioni virili, spontanee, nulla sacrificando al catechismo, e considerando il difendersi come uno dei primi doveri dell’uomo. Ai suoi occhi, questo era un obbligo che coinvolgeva non solo la fierezza dell’individuo, ma la sua salute fisica e morale, poiché chi non ha dei buoni riflessi difensivi contro i suoi nemici, come saprà difendersi dalla società, e innanzitutto da se stesso? Nella vita come nella sua opera, ovvero, Céline ha assiduamente denunciato come il nemico più temibile dell’uomo sia “se stesso”. Per ciò che riguarda il suo giudizio, le sue opinioni letterarie, estetiche, politiche etc. (a dire il vero considerava la politica una materia fluttuante, bassamente organica, un assoggettamento della società ai propri stessi rifiuti, ed essa non lo interessava che mediocremente), mostrava egualmente un grande vigore combattivo, e non era l’uomo da arrivare a compromessi per far piacere all’interlocutore, anche se quest’ultimo fosse un amico. Questa spiccata dirittura morale favoriva in lui una generosità di spirito che gli esegeti non hanno ancora messo abbastanza in luce nella sua opera, ma che si è manifestata sempre lungo il corso della sua vita. Amava l’amicizia, e ha sempre dimostrato una rara fedeltà nei suoi affetti. Durante tutto l’esercizio della sua professione di medico, che ha avuto sulla sua opera letteraria una così grande influenza, ha dimostrato una devozione e un disinteresse ammirevole, sino alla fine della sua vita. Nei suoi ultimi anni, aveva, in effetti, aperto nella sua casa di Meudon un gabinetto medico, non tanto per lucro, ma per riprendere con la medicina un contatto che non fu solamente teorico. Si recava da lui qualche cliente povero, che non si decise mai a far pagare, e per i quali comprava di tasca sua le medicine. No, Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente. Preferiva di più l’essere il medico di un dispensario di periferia, che pagava i servizi prestati con un salario modesto, del resto sufficiente ai bisogni della sua esistenza disciplinata. Niente cambiò nelle sue abitudini di vita dopo che i suoi libri a grande tiratura gli portarono una fortuna, che alla vigilia della guerra, con una leggerezza che stupisce, affiderà a qualcuno che conosceva pochissimo, e del quale nulla doveva ispirare fiducia, con la missione di trafugare questo capitale in un paese straniero. Più tardi, quando credette di rientrare in possesso dei suoi beni, dovette costatare che questa riserva si era evaporata, e fu amareggiato enormemente di scoprirsi egli stesso in flagrante delitto d’ingenuità. Céline non aveva il senso del denaro, o meglio, non l’aveva che al livello delle necessità quotidiane. Durante i dieci ultimi anni, mentre sentiva declinare la sua salute, e credeva di lasciare sua moglie senza risorse, i suoi familiari lo sentirono spesso lamentarsi del prezzo delle derrate, affermando come i soldi fossero la sua unica preoccupazione, la sola ma quella verso la quale tendevano tutti i suoi sforzi, ed è vero, poiché nelle spese ordinarie ne teneva conto. Ma quando toccava alle somme importanti, allora le dissipava con acquisti costosi e futili, con quella malaccorta impazienza delle persone povere che vincono alla lotteria. In realtà, il denaro superfluo, quello che non serve ai bisogni basilari della vita, gli ha sempre dato fastidio.

Io temo che i suoi biografi e commentatori, almeno nell’immediato, l’immaginino e lo giudichino attraverso l’autoritratto che, attraverso le sue interviste e le conversazioni con degli scrittori durante i cinque o sei anni precedenti la sua morte, ha voluto dare di lui, e che non lo rispecchia giustamente.
A causa dell’ostilità sistematica e delle calunnie che aveva subito da parte di una stampa timorosa e venale, aveva poca stima per i giornalisti francesi. Era il suo divertimento farli smarrire in un labirinto di espressioni eccessive o contraddittorie, dando solo un riflesso deformato e derisorio di se stesso. Sapendo di essere in Francia il solo grande scrittore del suo tempo, era per lui un divertimento vedersi trattato dai giornalisti a volte con una divertita condiscendenza, a volte con un altezzoso disprezzo. Sì, Céline si è prestato a questa scioccante opposizione, ma non così amara da non discernervi già una vendetta postuma, e si è pressoché costantemente sforzato di provvedervi. Credo che sarebbe stato soddisfatto se avesse potuto, dal fondo della sua tomba, essere testimone del gran rumorio meravigliato menato dalla stampa francese intorno al nome di Hemingway, che morì il suo stesso giorno; di questo grande affannarsi di redazioni attorno a uno scrittore americano pregevole certo, ma senza genio − probabilmente più grande come cacciatore che come scrittore − e se avesse potuto leggere, allo stesso tempo, la stessa stampa francese che dava il frettoloso annuncio della morte di Céline.

Il suo crollo psicologico degli ultimi anni, e il suo aspetto trascurato, hanno altresì contribuito ad influenzare il giudizio di chi lo ha incontrato accidentalmente. In seguito ad una trapanazione necessaria dopo una ferita alla testa nel 1914, trapanazione che riferiva come particolarmente mal eseguita, aveva sempre sofferto di violente emicranie [in realtà, poiché non sono ancora stati trovati documenti medici attestanti questa operazione alla testa, le emicranie di Céline possono derivare da altre cause. D’altra parte, non si può escludere a priori una concussione derivante dall’esplosione dello stesso proiettile la cui scheggia offese il suo arto, fermo restando che la trapanazione sia un’iperbole biografica di Céline, NdC], ma dopo la sua scarcerazione dalle prigioni della Danimarca, dove il suo organismo si era indebolito, un dolore acuto e continuo non gli lasciò tregua, né di giorno né di notte. Negli anni a venire, dormì meno di due ore per notte, assopendosi male e a tratti, senza mai cessare completamente di soffrire. Camminava con difficoltà, e gli capitava, in seguito a degli attacchi di vertigine, di cadere, senza potersi alzare da solo. Un’altra ferita, anch’essa dell’altra guerra – le schegge di un proiettile gli avevano reciso i nervi di un braccio, e lasciato una mano pressoché inerte − si era messa a farlo soffrire. Le poche forze che gli restavano, le concentrava per scrivere, preoccupandosi poco del suo aspetto esteriore e dell’impressione che faceva agli intervistatori. Il giorno della sua morte, tremante, e, per una volta, gemente di dolore, la testa in fiamme, ma lucido, andò come tutti i giorni a sedersi al suo tavolo di lavoro, e si mise a scrivere. Resoconti di ogni sorta hanno dato al pubblico un resoconto distorto di questa energia sovrumana, a volte pietosa e tanto ingannevole; ed è questo quadro distorto e menzognero che orienta l’idea che le giovani generazioni si fanno dell’uomo che fu Céline.

Recentemente, ho letto nella Nouvelle Revue française uno studio di Jean-Pierre Richard intitolato La Nausée de Céline. È un tentativo di psicanalisi dell’uomo attraverso la sua opera e le sue interviste. L’autore è tra chi ha compreso meglio l’opera céliniana, e apprezzato l’ampiezza e la forza del suo genio poetico. Come dire che se egli nutriva un pregiudizio verso Céline, questo sarebbe piuttosto un pregiudizio favorevole. E la sua idea di nausea corrisponde abbastanza bene all’immensa stanchezza che, al di fuori del suo lavoro, Céline, estenuato, incessantemente occupato a superare le sue sofferenze, lascia apparire nei suoi propositi, nel suo atteggiamento, nelle foto dei suoi ultimi anni di vita. Ma, seppur seducente sul piano della comprensione del personaggio, la spiegazione non tiene per chi ha conosciuto Céline prima della guerra. Quest’uomo con il fisico e le spalle da corazziere, dal viso di una bellezza virile, illuminato dalla fiamma gioiosa e frizzante dei suoi occhi chiari, apparteneva ad una razza di scrittori poco concepibile agli intellettuali delle giovani generazioni. Dire che era, fisicamente e moralmente, una forza della natura è poco, poiché la sua forza organizzata era quella di un uomo che si era dato uno stretto autocontrollo, e che viveva in una stretta disciplina, forgiata da lui stesso. Non gli ho conosciuto che una debolezza, la collera, alla quale arrivava ad abbandonarsi. Nulla in quest’uomo, nulla nella sua conversazione, piena di salute, di gaiezza e di brio, brillante come le migliori pagine del Voyage, nulla può veramente richiamare l’idea della nausea. La natura aveva fatto di lui un lottatore, dandogli un’esuberanza di forza, volontà e potenza su se stesso, e la sua opera letteraria è quella di un lottatore. Prendiamo atto che in lui, l’incontro tra il poeta e il medico è stato di importanza capitale, e ha diretto la sua opera. […] La pratica della medicina e la visione delle migliaia di miserie umane in un dispensario di periferia, hanno ravvivato, o quantomeno affinato in Céline un senso, probabilmente innato; il senso del peccato, ma non contro la divinità, ma contro l’uomo. Le sue più grandi collere, le ho viste scatenarsi contro tutto ciò che riteneva conducente all’abbruttirsi dell’uomo, all’abbandono di se stesso: l’alcol, gli stupefacenti, l’abbuffarsi di cibo scadente, la sessualità sfrenata, il lusso, la miseria, le false barriere, la religione (ai suoi occhi, sembrava che i peccati contro la Chiesa, avvallassero i peccati contro l’uomo), le ipocrisie sociali e mondane che, sotto una copertura d’onestà, favorivano lo scatenarsi delle cattive intenzioni. No, non era la nausea che invadeva Céline allo spettacolo di una società accanita a distruggersi in ciascuno dei suoi individui. Era un odio robusto, potente l’odio di un nemico contro il quale non si sentiva totalmente disarmato per nulla, lui che aveva avuto la volontà di disciplinarsi e che pensava di fare un’opera meritoria nello spingere il naso di chiunque nella sua propria lordura. Anche scrivendo il Bagattelles, all’epoca pensava in buona fede di intraprendere un combattimento nello stesso senso. Jean-Pierre Richard, nel suo studio, spiega questa crisi d’antisemitismo avanzando l’ipotesi che Céline, non avendo il coraggio d’andare in fondo al suo personaggio, e per la lassitudine della sua nausea, avesse “preso come obiettivo” i più scontati da colpire al mondo, prendendo la scappatoia di colpire gli ebrei, di farne degli esseri immondi, capaci di aver insozzato e indebolito la Francia. Una tale teoria implica che Céline si identificasse nell’Io dei suoi primi due romanzi, e ciò è l’opposto della realtà. Tra Céline a Bardamu, vi è perlomeno la stessa distanza che separa Flaubert dai Bovary. Osserviamo d’altra parte come nello stesso periodo nel quale Bagattelle era pubblicato, Céline lavorasse a un terzo romanzo, del quale è apparso solo il primo volume, dove si esprimeva in prima persona, e non vedo come tra questo terzo Io e quelli dei romanzi precedenti, ci sia frattura di sorta. Questo semplice fatto dimostra come bisogni cercare altrove le ragioni di questo fiero antisemitismo. Credo che l’antisemitismo non si dichiari all’improvviso come il morbillo, ma sia il frutto dell’educazione. Céline era nato in quell’ambiente di piccoli commercianti parigini, tutti più o meno antisemiti, poiché ai tempi dove erano impiegati di commercio, l’ebreo simboleggiava per loro il padrone, e in seguito, quando avviarono la loro attività, avevano trovato in lui un temibile concorrente, accusato di rovinare i piccoli negozianti con il concorso delle banche ebraiche. Non dimentichiamoci che sino all’Affaire Dreyfus, la classe operaia a Parigi era apertamente antisemita, in teoria in ricordo dei banchieri dell’Impero, in realtà per ragioni più vicine. Una volta che Jaurès ebbe preso posizione nell’Affaire, l’ostilità degli operai cessa di essere aperta, ma non cessa affatto, e se ancora oggi esiste a Parigi un fermento d’antisemitismo, esso esiste non nei quartieri-bene, ma nelle periferie e anche tra i piccoli commercianti della capitale. Si può ben immaginare che nel negozio del Passage Choiseul (già in declino), dove Céline Destouches, la madre del nostro futuro scrittore, vendeva i suoi pizzi, il bambino ha dovuto crescere nella familiarità di questo astio anti ebraico, infamante l’anti-Francia che minacciava il pane del focolare. E non fu una presa di coscienza letteraria, quella che ha risvegliato e fatto divampare tutto d’un tratto un antisemitismo latente nel suo cuore e nel suo spirito, ma una oltraggiosa ingiustizia subita nell’esercizio della sua professione di medico, e perpetrata a beneficio di un suo collega ebreo. Altri avrebbero incassato l’affronto, mordendo il freno, ma come ho detto, non si attacca chi si difende a fondo, con tutte le sue forze. Si giudicheranno come eccessivi gli sviluppi dati a questo affare personale. Ma una ingiustizia è mai unicamente un affare personale? In tutti i casi, una cosa è sicura, ossia che Céline, se non fosse stato provocato, colpito al cuore, non sarebbe mai partito in guerra contro gli ebrei. Non è quindi, secondo la parola di Jean-Pierre Richard, “un delirio di casualità” che lo ha fatto uscire dai gangheri. Qui, è l’ingiustizia che ha generato ingiustizia. E se la risposta è stata sproporzionata con l’ingiustizia iniziale, è che Céline, prono alla collera e al suo genio verbale, aveva precisamente perso questa facoltà di “essere obiettivo” che possedeva pienamente quando si trattava di Bardamu e delle sue altre creazioni. L’errore di identificare Céline con Bardamu conduce naturalmente a pensare che si è rinnegato, renié nel denunciare, a proposito degli ebrei, l’abbassamento della vitalità, del civismo, dell’intelligenza e del patriottismo francese. In realtà, se si rimettono Céline e Bardamu nelle prospettive proprie a ciascuno di loro, non vi è l’ombra di un rinnegamento. Non vi vediamo che una contraddizione, del resto ben anteriore alla crisi d’antisemitismo. Quest’uomo, che più di altri aveva misurato l’onore, la stupidità della guerra, e il pericolo permanente che costituiscono i nazionalismi surriscaldati, custodiva in lui vivace e suscettibile, un patriottismo da immagine di Epinal, inculcatogli dalla scuola comunale e che proseguì a casa con la lettura dei grandi quotidiani. Questa guerra mondiale che giudicava aberrante e odiosa, era fiero di averla combattuta con coraggio e distinzione, e non cessò mai di essere fiero delle gravi ferite ricevute al servizio del suo paese. Ed eccoci lontano da Bardamu! Ai nostri giorni, è difficile comprendere come questi sentimenti abbiano potuto coesistere con quei giudizi lucidi che ne erano la condanna. Io, che fui, come tutte le persone della mia età, impregnato dall’insegnamento sciovinista della scuola laica, e che sono cresciuto in una città dell’est, con il ricordo d’aver assistito, prima dell’altra guerra, a degli scoppi d’isteria popolare a proposito dell’Alsazia-Lorena e del nemico al di là del Reno, non mi stupisco di questa contraddizione. D’altra parte, quello che mi sembra sorprendente, è che si sia potuto accusare Céline di aver collaborato con i tedeschi e anche di essere per loro un amico e un ausiliario. È una favola corrente già al tempo dell’occupazione, e che dura ancor oggi. In realtà, Céline nutriva per i tedeschi una sfiducia e una ostilità che veniva da lontano. I suoi genitori, che ambivano per lui una carriera da grande commerciante, o da grande uomo d’affari, avevano voluto che apprendesse le lingue straniere, per le quali era sin d’allora notevolmente dotato. Verso i suoi dodici anni, lo mandarono a due riprese a passare le vacanze in una piccola città tedesca, in modo da fargli apprendere la lingua del nemico. Il giovane Destouches si scontrerà là allo sciovinismo odioso, irriducibile, dei bambini della sua età che si ostinavano a rendergli la vita insopportabile. Immagino facilmente che si sia difeso con vigore e non avrà tardato a trovare delle risorse nella lingua dei suoi avversari, ma cinquanta anni più tardi, parlava ancora di quei due soggiorni come di un incubo. La disfatta del 1940 fu per lui un’umiliazione e, a prescindere di qualunque cosa avesse detto prima, una sorpresa dolorosa. La sentì come un affronto che gli era stato inflitto personalmente, e non volle mai sentire altra spiegazione che il tradimento, la mancanza di cuore di un Esercito che si era lasciato catturare, diceva, senza combattere. Era un capitolo sul quale rifiutava sempre la discussione, e il suo rancore contro quell’Esercito là si sostenne sino alla fine della sua vita. Là, come anche nel suo antisemitismo, si trovava su un terreno passionale, dove non accettava di rendere obiettivamente il dibattito. Dal suo processo, dal quale era contumace, il commissario del governo si convinse che non vi era nulla nel suo dossier. Agli ammiratori timidi che una leggenda malevola e una critica troppo prudente tiene ancora a distanza, posso dire anch’io: “Non vi è nulla nel dossier di Céline” (1).


(1) Cahiers de l’Herne, 1981. Traduzione Andrea Lombardi.

domenica 17 maggio 2009

Quelle mille foto per scandagliare l'oggetto Céline, di Adriano Scianca - Louis-Ferdinand Céline in foto recensito sul Secolo d'Italia



Quelle mille foto per scandagliare l'oggetto Céline
di Adriano Scianca
Secolo d'Italia 17/5/2009

«Scusi, avete qualcosa di Céline?». «Certo, in fondo a destra, reparto musica». Ovvero, quando più che la scomunica ideologica può una melensa cantante canadese cui la madre, ascoltando una canzone di Hugues Aufray, ha messo quel nome così musicale: Céline (cognome: Dion). Ed ecco che alla fine del buon Louis-Ferdinand Destouches non si ricorda più nessuno. «In realtà – spiega Andrea Lombardi – è solo negli ultimi tempi che in Italia Céline è un po’ “dimenticato”. Da Arbasino a Carile, da Raboni a Rago, dagli anni '60 ai '90 molte voci della critica italiana “non del ghetto” si sono occupate di Céline, spesso con interventi di altissimo livello. E' negli ultimi tempi che la critica secondo me si appiattisce quasi esclusivamente, parlando di Céline, su antisemitismo e simili e credo più per l'involgarimento degli umani intelletti in questi tempi tormentati che per precise scelte».

E’ allora proprio per riscoprire questo straordinario autore così inquietantemente e splendidamente novecentesco che lo stesso Lombardi ha deciso di pubblicare Louis-Ferdinand Céline in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi (Effepi Edizioni, Genova 2009, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24, effepiedizioni@hotmail.com). Si tratta, come è chiaro già dal titolo, di una raccolta per immagini, sia fotografiche che letterarie, che abbiano per oggetto l’autore di Morte a credito. Quindi interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aymé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, Ernst Jünger, ma anche interviste dello stesso Céline alla televisione e alla radio francese, e infine gli alti e bassi della critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno.

Ma se le testimonianze e gli articoli raccolti costituiscono un apparato filologico di sicuro interesse, sono in verità le interviste a risultare veramente sorprendenti. Interviste di cui si può trovare peraltro il corrispettivo filmato spulciando su YouTube, godendosi quindi lo spettacolo di questa vecchia canaglia che incalza l’intervistatore, lo spiazza, lo prende in giro con i suoi balbettamenti, le sue iperboli, la sua inimitabile presenza scenica. Gli si chiede di autodefinirsi e lui prende il largo con una digressione dal sapore fenomenologico: «Io lavoro – dice Céline – e non me ne frega nulla. Ecco esattamente quello che penso. La questione è che noi siamo i colpevoli della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sto dalla parte della modestia. Quello che conta è l’oggetto». Sull’ostracismo abbattutosi su di lui nel dopoguerra, lo scrittore dice: «Sono riuscito a passare attraverso la più grande battuta di caccia mai organizzata nella storia, è già mica male». E ancora: «”Il nemico del genere umano”. È il mio nuovo appellativo. Sono il nemico del genere umano. Sono un genocidio platonico, verbale. Ma non importa. Sono le miserie umane che un po’ di sabbia cancella. Cito la sorella di Marat. La cosa davvero importante è pagare il droghiere».

E nella massa di aneddoti, critiche, racconti, analisi, recensioni, Lombardi non manca di dar battaglia contro critici avventati, malevoli, disinformati. E’ il caso degli accenti lombrosiani di un Antonio Moresco, che può chiedersi basito come mai «uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga». C’è poi la squisita sensibilità sociale di un Alessandro Piperno, che rispetto all’ultimo Céline ridotto in miseria si mette a criticare «i leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono». Complimenti. Rispetto a queste e altre accuse, Lombardi fa giustizia in modo puntuale e documentato, non mancando di affrontare anche i punti più controversi e sulfurei della produzione céliniana con doverosi chiarimenti e messe a punto. Insomma: scrittore visionario, eccessivo, maledetto, provocatore sì. Penna di partito o di regime no, mai. E oltre alla leggende nere sullo scrittore e sul “collaborazionista”, pian piano vanno dissolvendosi sotto il peso dei fatti anche le maldicenze sull’uomo, che quando non recitava il ruolo nichilista e un po’ scontroso che si era ritagliato per sé appariva come una persona nobile e lontana dallo stereotipo facile del belzebù misantropo. Lo spiega bene Marcel Aymé, che scrive: «Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente». Un demone dal volto umano? Forse. O forse no, ma che importa? Quello che conta non è l’uomo, è l’oggetto. Ancora una volta, aveva ragione Céline.
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Potete richiedere Louis-Ferdinand Céline in foto a:

Effepi Edizioni
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sabato 25 aprile 2009

Louis-Ferdinand Céline in foto





Fresco di stampa:

Louis-Ferdinand Céline in foto
Immagini, ricordi, interviste e saggi

A cura di Andrea Lombardi
Louis-Ferdinand Céline nelle parole di chi lo ha conosciuto (interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aimé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, Ernst Jünger), nelle interviste alla televisione e alla radio francese, nella critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno, e attraverso una galleria di immagini: dall'infanzia di Céline alla prima guerra mondiale, da medico a romanziere di successo, le donne di Céline, la Parigi dell'Occupazione, la fuga in Danimarca, e gli ultimi anni a Meudon.
F.to 14x21, brossura, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24,00.

Effepi Edizioni, Genova 2009.

Potete richiederlo direttamente a:

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Il mio ringraziamento a Gilberto Tura, Marina Alberghini Pacini e Marc Laudelout per il loro contributo alla stesura del libro e per la loro amicizia.