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domenica 15 gennaio 2012

Viaggio in fondo all'odio, intervista di Céline all'Express, giugno 1957


Louis-Ferdinand Céline

VIAGGIO IN FONDO ALL’ODIO


Di seguito, l’eccezionale intervista della giovane giornalista Madeleine Chapsal (nella foto) a Louis-Ferdinand Céline, pubblicata su L’Express n° 312 del 14 giugno 1957: come in altre occasioni, al di là dei temi toccati, sin dalle prime battute sarà Céline a condurre l’intervista, portandola sui binari di una vertiginosa invettiva che non dà - e soprattutto non chiede - quartiere.

Andrea Lombardi



D. Sono venuta a chiederle di D’un château l’autre.
R. Parlare d’un libro, mica possibile...

D. L’ho letto,
R. Ha mica potuto leggerselo per bene, lei, perché è diventato un guazzabuglio. Ho consegnato il manoscritto, e il manoscritto, per che motivo, poi?, l’han scombinato, me lo son visto tutto rivoltato, la fine al posto dell’inizio!... Presumo che l’imparano alla Nouvelle Revue Francaise, li sballottano di scrivania in scrivania poi cercano di rappezzarli, i capitoli. E poi me l’hanno imbastardito e non si capiva più cos’era diventato quello, e quell’altro... Alla fine, bene o male l’han rimesso in piedi, sto capolavoro...

D. L’ha riletto, dopo?
R. Eccome. Pieno di sbagli. Ce ne saranno sempre, difficile che non ce ne siano, dato che è pieno di trucchi, trucchi di stile. Parole al posto di altre. Stampatori e tipografi prendono un inizio di frase e la finiscono come gli pare a loro; non è mica così che va bene. Dentro, c’è un trucchetto. Mai che mettano la parola giusta al posto giusto. Mettono la parola naturale, normale, logica, quella che ci metterebbe Paul Bourget. Paul Bourget... È lui che la comanda la letteratura francese! La parola che tutti s’aspettano? Cos’è poi che vuole, il lettore? Che dica cose che non lo urtino.

D. Vuoi dirci allora com’è che scrive?
R. Sono uno stilista, mettiamo, un maniaco dello stile, mi diverto a fare cosette. A un uomo si chiede moltissimo, ma può mica fare molto, lui. Enorme illusione del mondo moderno, domandare a uno d’essere volta a volta un Lavoisier o un Pasteur, di far tornare sempre i conti. Uno che trova qualcosuccia di nuovo è già tanto, è già bell’e sfinito! Gli basta per una vita! Si parla di “messaggi”. Mando mica messaggi alla gente, io. L’enciclopedia, che è enorme, è stracolma di messaggi. Niente di più volgare, a chilometri e tonnellate, e giù filosofie, visioni del mondo!...

D. Lei direbbe piuttosto d’aver prodotto...
R. Macché! Una robetta da niente!...

D. Come definirebbe ciò che ha inventato?
R. Come una musica, una musichetta calata nello stile, e basta. Tutto qui. La trama, diobono, è una roba secondaria. È lo stile che conta. I pittori già si sono sbarazzati del soggetto, un boccale, un vaso, una mela, o qualcos’altro, è come li ritrai che conta. La vita m’ha voluto mettere, me, in circostanze, in situazioni delicate. Allora ho tentato di tradurle alla brava, ho dovuto farmi memorialista, per non scocciarlo, se possibile, il lettore. E in un tono che mi pare differente dagli altri, perché proprio non mi riesce di fare uguale agli altri... Mica scrivo in cinese, sicuro. Ma pur sempre un tantino differente... Quando tutti sti signori che si credono tanto differenti non lo sono proprio per niente. È piena l’Enciclopedia, di quest’altri! Ci ho il Dizionario, io, enorme, e ci sono tutti, lì dentro. Me li scovo...

D. Lei dice d’aver inventato soprattutto uno stile, ma non ci sono lettori che comprano il suo libro per la trama?
R. Roba da fruttivendole. Se non arrivi alla fruttivendola manco arrivi alle grandi tirature. La fruttivendola va a comprarsi il Signor Daninos, la Signorina Delly. Eccola qui la trama, la bella trama! In una parola, il fattaccio, la storiella che ti porti a casa tua, ben confezionala, un po’ ricamata. È sta roba che interessa il pubblico... Vuole la macchina, gli alcolici e le ferie, il pubblico. Siamo campioni del mondo d’alcolismo, 1.200 miliardi l’anno in bevute. Mica possibile anelare oltre. Siamo a sti livelli. E poi la macchina!... Ogni Francese presto ce l’avrà. E il cinema a completare l’opera. S’impara a vivere, al cinema. E i vostri giornali, poi, a dare istruzioni sulla vita. Oggi si va mica a leggere Balzac per sapere chi è un avaro o un medico condotto. Stanno nei vostri giornali, nelle riviste, e al cinema! E allora chi se ne frega d’un libro?... Una volta s’imparava a vivere, da un libro. Perciò impedivano alle ragazze di leggere i romanzi. Mariti che sorvegliavano le letture delle mogli... Ma di belle trame, adesso, pieni i giornali: ce n’è sulle carceri, sui manicomi! Pieno zeppo di trame, l’ultimo straccio di giornale. Altro che letteratura, è il soggetto che conta, la trama...

D. Quando i lettori hanno comprato Voyage au bout de la nuit hanno comprato una trama, non solo un nuovo stile.
R. Nient’affatto! Si sono comprati uno scandalo. Lo scandalo montato da Daudet. Ho beneficiato del momento in cui i critici autorevoli non erano ancora morti. Mica più voci come Daudet, oggi, come Descaves, come pure Ajalbert. Ho approfittato del momento buono... Daudet, lui s’era reso conto. Daudet capiva. Ci capisce più niente nessuno, oggi. Daudet s’era reso conto di qualcosa, d’una musichetta, come s’era reso conto di Proust. E ha detto: “C’è qualcosa, lì dentro!...” Ha parlato. Oggi invece tanta gente tutta istruita, ognuno che ci ha la maturità o la laurea ti può scrivere un romanzo. Lettere alla cuginetta, formato gigante! Uguali dappertutto... Non c’è medico o notaio senza il suo bel romanzo nel cassetto!...

D. Ciò forse vuoi dire che scrivere è un bisogno.
R. Sì, ma per colpa della lavatrice. La moglie pensa: “Una lavatrice, una che funziona, costa 200.000 mila franchi...” Lei ci pensa e, dato che è femmina, mica lo dice che ci pensa. Il marito, lui, sa scrivere, articoli qua e là... Lei pensa sempre alla lavatrice. E un bel giorno davanti alla vetrina gli fa: “Guarda, è uscita l’ultima Sagan, se ne parla tanto. Quante che ci guadagna a copia? 20%. Ah, 100 franchi a libro)?” Pensa sempre alla famosa lavatrice, lei!... Egli fa, a lui: “Senti, tu non potresti?... - Oh, io, no, lo sai bene - Oh, ma sì che lo potresti fare un romanzo uguale. È mica così straordinario, l’ho letto”. Allora, via! Ecco che ne arriva un altro, di romanzo! Spedito a Gallimard... Ogni anno zavorra di quattrocento romanzi, il Gallimard. Li butta nella Senna! Nessuno che se li fila! Valgono su per giù come tutti gli altri, ma non escono... Una lotteria!

D. Fra gli scrittori attuali c’è nessuno che abbia la «musica»?
R. Non glielo posso dire, perché se uno è scrittore in prima persona poi diventa molto parziale. Reagisce meccanicamente, è un pessimo critico, in fondo. In fondo, per lui, quel che è scritto diverso è merda. Grottesco. Lo so benissimo... Quel che è scritto diverso da te ti da fastidio. Se no, sei mica del mestiere...

D. C’è nessuno che scrive in modo simile al suo?
R. Certo, gente che ha esplorato lo stesso ambito, sensibile alle stesse cose... Più che istinto, una certa raffinatezza ci vuole, una infinita raffinatezza, e un’orribile tenacia. Come se un istologo non si occupasse dei coloranti. E ce n’è. Raffinatezza istologica. Dicono: “Importa poco che si tratti di una cellula di fegato o d’un neurone, sono i coloranti che m’interessano.” C’era Paul Morand, agli inizi, o il Barbasse di Le Feu che ci hanno provato. C’era Ramuz, in Svizzera. Gente che s’è interessata di simili problemi. Gli altri, diobono, ce n’è forse che scrive roba formidabile, non so... Ma è roba che non m’interessa. M’interesso solo dei coloranti, io. Al giorno d’oggi qual’è la donna che distingue fra un merletto e un ricamo qualsiasi? che riconosce un punto d’Alencon da uno di Valenciennes? Nessuna. Chi sa più l’antico inglese? Nessuno. Io invece lo so, ci sono cresciuto in mezzo, io. Chi è che, in anatomia, conosce bene un ginocchio, una caviglia? La dissezione? Nessuno. Raffinatezza ci vuole, lei mi capisce. Ma son cose che non interessano i suoi lettori. No, il lettore vuoi mangiare verdura ben cotta e cucinata, il piatto pronto, con dentro la buona sbobba abituale!...

D. Per chi scrive lei?
R. Scrivo mica per qualcuno. L’ultimo pensiero, una simile bassezza! Si scrive per la cosa in sé.

D. Lei comunque si rivolge ai lettori. Parla con loro, dialoga, si scusa se li ha dimenticati...
R. È un trucco. Invece li disprezzo. Quel che pensano e quel che non pensano!... Sei bell’e fregato dal lettore, dai lettori, se ti preoccupi di quel che pensano, stai fresco!... No, c’è mica bisogno, se legge, bene, se no, tanto peggio per lui!

D. Ha sempre scritto così, dimenticandosi dei lettore?
R. Sempre.

D. Anche al tempo del Voyage?
R. Sempre. L’ho scritto per pagarmi un appartamento... Semplice: sono nato che c’era la paura delle scadenze! Niente più paura delle scadenze, adesso. Mi son detto: tira il populismo. Scrive Dabit, e gente simile. Ho aggiunto: posso fare lo stesso, io! L’appartamento, e basta con sta rottura delle scadenze!... Se no, mai che l’avrei pubblicato. Avessi una rendita, mica pubblicherei nemmeno adesso. Rinuncerei al gran putiferio, e mi riposerei. Tutti che partano di pensione a quarantacinque anni. Ce ne ho sessantatre, io!...

D. Ma per gli scrittori non c’è pensionamento.
R. Per i medici sì, invece. Ho un proiettile nella testa e un braccio a pezzi. Sono invalido al 75%. Forse basta. Mi son fatto due guerre. Volontario, classe 1912.

D. Allora quando parla di letteratura...
R. No che non mi piace parlarne. Ne parlo perché voglio in tasca un anticipo di Gallimard... Ne parlo perché il denaro vuole che paghi sta casa orribile che costa orribilmente cara, dove da solo passo l’aspirapolvere, da solo lavo i pavimenti, da solo cucino e compagnia bella... Mica per civetteria che lo dico, lei mi capisce. Sta storiella allora, anche sto piccolo fanatismo stilistico, retorico, mi possiede mica al punto che mai e poi mai ci rinuncerei. Se il suo giornale mi dà un vitalizio di 100.000 al mese, rinuncio a tutto, sì, proibito pubblicare, con piacere, anzi con gioia!…

D. All’inizio di D’un château l’autre dice di rimpiangere il Voyage, che è stato il punto di partenza, l’origine di tutti i suoi guai.

R. Sì, di tutte le gran rotture; è uscito e han cominciato a rompere. Céline è il nome di mia madre. Mi credevo di passare inosservato. Mi credevo di fare i soldi dell’appartamento, chiudere sta faccenda e fare di nuovo il medico. Cerca che ti cerca, un foglio, Cyrano, alla fine m’ha beccato. M’è subito diventata impossibile, la vita, dico la vita mia di medico. Mica serio, un medico che scrive. E poi rotture di scatole perché, quella volta, Clichy mica era comunista. Dunque lavoravo per il comune, io, che però era comunista, il comune. Mi facevo i turni di notte, vent’anni turni di notte, l’ambulanza e via morti ammazzati, cadaveri, difterici, etc.... Catalogato, me, facente parte della greppia comunale. E se non ho mai votato in vita mia, fa lo stesso... Ma gli altri medici, reazionari tutti, giù a dire: “Sto porco, lavora per l’amministrazione comunista, lo schifoso!” Lotta continua! Reazionari contro municipio prima, municipio contro reazionari adesso!... Chissà che cavolo, domani! M’ha reso impossibie la vita, sta faccenda! ... N’è passato, di tempo. M’han pure accusato d’antimilitarismo! Parlano e straparlano... A vanvera!...

D. Scrive anche che tutti sembrano volerle rinfacciare la loro stessa ammirazione per il Voyage.
R. Sì, rompono pure per quello!... C’è ancora qualche concessione alla letteratura, nel Voyage, alle belle lettere. C’è ancora la frase che fila... Roba vecchiotta, per me, come tecnica.

D. Oggi le sembra d’essere più avanti?
R. Sì, più categorico e niente clichés, come libertà tecnica e stilistica. Sono mica il Signor Billy!...

D. Lei afferma di non essersi interessato al soggetto, tuttavia ha parlato sia della guerra del ‘14 che di quella del ‘40.
R. Nient’affatto! So mica se Froissart (cito gran nomi perché mi vengono in mente, non per fare il bello) Joinville o Commines si sono impicciati di proposito in quel che narrano... La storia ce li ha ficcati. Io pure, mi ci son trovato dentro... Non ci tenevo proprio, d’andare a Siegmaringen! Solo che volevano cavarmi gli occhi, a Parigi. Farmi fuori! Mi ci son trovato dentro, nel bailamme. Son stato in prigione, a Siegmaringen, in gattabuia, etc... Sbattuto ai quattro venti... Uguale a un giornalista qualsiasi! Giornalisti lo siamo tutti. Senza mai sapere quel che può capitare.. Il tizio che sta in piazza ad Algeri, e gli casca una bomba sul grugno, chiaro che sente per forza l’aria che tira, "poi chiama il giornale! .., Mi ci sono trovato intruppato, a Pétain, me lo dovevo vedere per forza. Solo dopo si scrive, è più comodo. Tipi con la testa tra le mani, che dicono: “Mi piacerebbe raccontare una storia”... Se tu prendi un caso speciale come il mio, uno che è braccato, mica per scherzo, mica braccato per gioco, ma per impalarselo e macinarselo in qualità di pregiudicato notorio, chiaro che ce l’hai pronta, la storia, mica devi sforzarti tanto! Ci hai solo un problema di stile! Più che di struttura, d’architettura...

D. Lei sostiene che le noie sono all’incirca iniziate col Voyage: non lo saranno forse con Bagatelles pour un massacre?
R. L’unico libro che ho scritto per i Francesi, fuori del mio solito riserbo. Mi son detto (ma la segretaria di redazione mica la passerà, sta cosa, no, non la passano mai) mi son detto: proprio nella merda, la Francia, chiaro come il sole, almeno che se la prenda comoda, la truppa, che lasci gli altri a vedersela coi Russi - a quest’ora, l’Algeria mica si muoveva. Ce l’avremmo ancora! Tutti fermi, e il prestigio di prima. Ancora e sempre la grande Francia, i gran vincitori! Roba che ti costruivamo l’Europa. Sì, credevo che bisognava farla, l’Europa! Vedo che ci provano adesso, a farla! Troppo tardi... Mica una risciacquata di piatti, la storia... Adesso mica la puoi fare, l’Europa. Quando c’era l’esercito tedesco, allora sì. Se lo sono fottuto! Bel capolavoro, fottersi l’esercito tedesco! Finito, non c’è più. E vogliono l’Europa, adesso. Con cosa la fai? C’è mica più! Bene! È questo che dicevo. Mi pareva geniale, sta pensata. Mica l’ho mai amato Hitler, io. Gli ho detto ciccia, in Bagatelles. Coglione come gli altri, ma ci aveva il virus. Uguale a Doriot, a Mollet, a Nasser, uguale a tutti sii politici. Bene. “Homo politicus”, caso raro, ma già noto. “L’Europa sono io!” Sì, ma tanto l’avrebbero fatto fuori! Sì che l’avrebbero fatto fuori, una volta esaurito il compito, e poi l’avrebbero rimpiazzato. Intanto lui però faceva qualcosa di costruttivo, faceva l’Europa, un’Europa franco-tedesca. Bene. Faccio gentilmente notare, inoltre, che la Germania era l’ultimo paese presso il quale godevamo di prestigio. Ci trattano da puttane e magnaccia, adesso... La roba più importante, il prestigio! Da non farci più nessun conto, però! Ci portavano alle stelle, in Germania. Da Poincaré in avanti, alle stelle. Una roba da non credere. Pure quello zero di Daladier ce lo aveva, il prestigio... “Prodigi della storia”, diceva un Tedesco. Richelieu se l’era lavorati, col prestigio. Se l’era bluffati... E noi ci andiamo a sputtanare l’ultimo popolo che ci siamo fregati! Sono mica gli Inglesi che ci rispetteranno, a noi, né gli Americani, né altri! Adesso ci tocca l’elemosina: “Un dollaruccio, un nichelino...” Io pensavo all’Europa, invece, e mi dicevo: “Adesso parlo, sicuro che faccio colpo”. Il casino che ho smosso! ... Andare a infognarmi in una faccenda simile! Sì che me ne pento, oh, quanto! Averlo saputo... Poi le ricordo che son dovuto scappare a La Rochelle con un’ambulanza, da Sartrouville... Me la volevano portar via, voleva cuccarsela, l’esercito! Ebbene! ho puntato i piedi, marciaindietro a Sartrouville, se no sarei potuto andare a La Rochelle, ce n’erano ancora di voli per Londra... Due volte colpevole, primo perché parlo inglese uguale al francese. Molto curiosa, sta cosa... Ci ho il dono delle lingue, io. Come i portieri d’albergo, come i Russi!... Ci avevo tutto quel che serve per diventare un tipo interessante, quando adesso vedo dei bavosi che parlano l’inglese come vangassero!... ci avevo il dono, io. Ho ceduto a una smania sacrificale!... Puro masochismo!... Vittima del masochismo... Zitto e chiotto, la gloriosa carriera, e compagnia bella! Invece eccomi materia prima da forca, razza d’un razzista! “Ah, ma è un antisemita, quello lì”- Una gran balla.

D. Ma lei ha scritto sull’argomento cose incontrovertibili.
R. Ho scritto degli Ebrei. Ho detto che complottavano la guerra, che volevano vendicarsi di Hitler, loro. Bene. Sta faccenda mica ci riguardava (la segretaria di redazione non passerà manco questa)! Una faccenda da sbrigarsela fra loro. Si son fottuto l’esercito francese, al tempo della gran colica, nel ‘39... Mica si manda in guerra un esercito che ne ha già vinta una!... Si sa già che perde... Se tu, adesso, gli fai fare una guerra, ai Russi, sicuro che la perdono!... Un esercito che ha già vinto una volta, sicuro che perde, la seconda. Dunque l’han rimandato un’altra volta, l’esercito, coi richiamati controvoglia, e loro se la son squagliata, una gran diarrea, da Breda in Olanda fino a Bayonne. Batosta solenne! E sta batosta bisognava risuscitarla in vittoria, la faccenda che lei ben sa (il giornale non me la passa, di nuovo), e poco importa che in fondo avevo ragione io. Ho ragione da vendere, io! C’è un tale che è venuto a trovarmi di recente e m’ha detto che ci ho dei complessi... No! Sono gli altri che ce lì hanno, i complessi su di me. Se ci ho un complesso, io, è quello d’aver fatto lo scemo con me stesso! Idiota d’un idiota, andarmi a ficcare in una faccenda simile, quando potevo fare come tanti altri!... Dell’una e dell’altra sponda... È quel che mi diceva Marion: “Se sifosse buttato a sinistra oggi avrebbe un piano intero all’Excelsior” E mi citava Barbusse; quando arrivava a Mosca, gli dicevano d’accomodarsi al piano di sopra, a quello di sopra ancora... E io, diobono, stavo nelle latrine a Siegmaringen, io, nella merda fino al collo, una roba schifosa... Ho patito più di tutti, io, e patisco ancora... Ci creperò nell’ignominia, nel disonore, in povertà, e per pura e semplice scemenza... Aver fatto lo scemo, eccolo il complesso! Per il resto, sono gli altri che ce li possono avere, i complessi.

D. Gli altri chi?
R. Tutti quelli che m’insultano, alla più semplice quelli che mi negano il Nobel, un vitalizio, quelli che mi calunniano, quelli che mi sputano, loro sì che ce li hanno, i complessi, in quanto gonzi e pure criminali... Due ordini di complessi: in quanto gonzi, perché non ci hanno capito niente, e poi come criminali comuni: son io che sono la vittima! Mica affar mio, i complessi, affar loro, piuttosto! L’equivoco è palese! Ci avevamo un mito, quello del ‘18: “La Francia che vince, Focb, Pétain, etc.” L’hanno rovesciato, sto mito: via col mito nuovo, De Gaulle che vince, etc... Eroi dappertutto, la Resistenza, e compagnia cantante. Adesso ci campa, la Francia, con sto nuovo mito!...

D. Secondo lei cosa dovrebbero fare i Francesi?
R. Un bel niente. Non possiamo far niente... Siamo quaranta milioni contro 3 miliardi. Come se il distretto di Deux-Sèvres fa la guerra a quello di Bouches-sur Rhone! Chi se ne sbatte? Quando arriverà la fine, l’atomica mica conti da presentare o altro... Succederà, e basta!...


D. E lei si definisce pacifista, antimilitarista?
R. Contro la guerra da capo ai piedi, io che l’ho fatta. Un eroe come Darnand, come mille altri. Una roba diversa, la Francia prima del ‘14, rispetto a quella dopo il ‘14. Tutti sonnambuli, prima del ‘14, tutti filosofi, dopo. Tutti impegolati nella critica di Sartre, Camus... Loro si credono che è meglio “pensare”! Solo doveri, fino al ‘14, e zitti tutti. Son cose che lei non può conoscere, è troppo giovane. L’onestà c’era ancora. Le donne erano oneste, gli uomini sinceri e laboriosi. Roba da non credere. C’erano le puttane, i bordelli, che adesso li hanno chiusi... Ho visto il mondo, io, ho viaggiato in lungo e in largo, medici sudamericani mica scemi che mi ripetevano “La civiltà europea poggia su un treppiede, la cucina, la chiesa e, buon ultimo, il bordello!” Chiaro che un treppiede si regge. Ma se levi il bordello, casca tutto! Perché continuerebbero a venirci, in Francia, gli stranieri? Niente più bordelli! Sotto allora con le mogli, con le nostre figlie... Ho una figlia di trentacinque anni, io, cinque nipoti, sono mica più giovane... Son stato anche sposato, ben accasato, strano a dirsi. Niente più rispetto per nessuno. Una volta, prima del ‘14, si diceva: l’uomo è maiale per natura, ha le fantasie tipiche del maiale; gli passeranno, ci son posti fatti su misura; rispettoso di moglie e figlie, rispettato dagli altri... Ma è roba da pensarci su, mica da stampare.

O. Sarà stampata.
R. Mica possibile stamparla, sta roba lo fa vomitare, il lettore. Lui vuoi esser preso per la manina, il lettore...

D. Cosa si aspetta dal suo prossimo libro?
R. Un anticipo da Gallimard, e basta lì, basta lì!... Finché non arrivo tranquillo alla pensione da medico. 200.000 franchi l’anno, poi basta, andrò in qualche posto, in campagna, e basta. Non scriverò più niente! Mi ci vogliono ancora due anni di lavoro, fino a sessantacinque...

D. Scriverà un altro libro?
R. Sì, un altro. Per Gallimard, sicuro. Mica mi molla, sto farabutto! L’ho rintronato, glien’ho dette di tutte... Roba da fucilazione... Roba da rispedirmi dentro, a vita... Non ha fatto una piega! Poi viene un altro editore, e gli fa “Me lo prendo io, il Celine. Le pago i debiti, rilevo le opere, lei non avrà più a che fare con quel losco figuro”. Mica c’è cascato!... Ci ha mica tanti scrittori, in cassaforte. Non fa che ricevere sbobba, roba rachitica, compiti in classe di pennivendoli... E poi voglio dirle ancora una cosa, deve sapere, lei, che Hitler m’odiava, che m’ha pure censurato... Ero uscito sul Berliner Tageblatt, foglio ebreo, e Hitler l’ha soppresso... Non ha voluto sentir storie, lui! Niente riviste francotedesche, per me, e ce n’è un mucchio che ha continuato a scriverci. Mai visto un soldo, io! Hitler, fosse sopravvissuto, sicuro che mi fucilava. Destino dei non conformisti... Ma non ce l’ha fatta, l’han fatto fuori prima, lui.

D. Sì.
R. C’era già qualcuno che da tempo ci aveva il ticchio di farlo fuori. E avrebbe fatto proprio bene, le cose sarebbero andate a posto prima; sarebbe stato meglio anche trattare la pace nel ‘15 invece che nel ‘18. Io l’ho visto l’esercito del ‘14, ce lo avevo di fronte l’esercito tedesco del ‘14, so cosa dico. Mica stavo a correre dietro alla divisione “Das Reich” in fuga, come Malraux! Stavo in faccia ai tedeschi, io, per fermarli. Questione di fegato. Mica come dire bellaciao. Gente che combatteva, quella... Si pensava solo ad avanzare, noi. E loro uguale!...

D. Lei sostiene di non amare la guerra. E dice che tutto questo è positivo?
R: C’era ordine. C’è mica più; l’ordine. Uomini sinceri, e donne oneste. L’ordine. Uno pizzicato a torturare un prigioniero, subito fucilato. Sevizie contro un prigioniero, subito al muro. Non se ne parlava più... Faceva mica parte dell’esercito, il sadismo. Affatto. Al prigioniero si offrivano sigarette, il rancio, e basta. L’aspetto più ingrato tendeva a smorzarsi.
D. Non crede che possa esserci qualcosa di preferibile all’ordine d’uno stato di guerra?
R. Tutto finito. Mai...

D. Lei crede che tutto finirà con la catastrofe atomica?
R. Mica ce n’è bisogno. I Cinesi non hanno che da venire avanti, armi in spalla. Ci hanno dalla loro l’ydra viva, la natalità. Scomparirà, lei, razza bianca... Chiunque scompare, antropologicamente, in un mondo di gialli. Tutto vero! Il biancospino delle razze, il giallo. Fluorescenze pure, gli altri. Il fondo resta giallo. Mica è un colore, il bianco, ma un fondotinta! È il giallo, il colore vero... Il giallo ci ha tutte le qualità per diventare il re della Terra...

D. Non accadrà certo domattina.
R. Può andare svelta, sta faccenda... La galoppata del ‘39 è durata venti, trenta giorni. Una roba veloce! Può ritrovarsi in Spagna, dico a lei, molto presto! Oh, molto, molto presto!

D. Lei da l’impressione di mettere i suoi desideri al posto della realtà.
R. No, no... le dà fastidio, a lei, perché lei ragiona con sicumera intellettuale... Mica mi dà fastidio, a me, io ormai sono cotto. Posso crepare entro cinque minuti! Per me non cambia niente. Ma lei non l’ha ancora chiusa, la partita... Lei sogna come sognano quelli con l’indomani radioso... Solo che mica ce l’ha l’indomani radioso, la razza bianca. Ha mandato a cacare il mondo, lei, e adesso il mondo la spedirà a cacare, a lei! Lei che è tutta presa dall’igiene. Le guerre d’una volta finivano per le malattie; oggi non finiscono più per le malattie, ma proprio per la guerra.

D. Esiste la malattia atomica.
R. Sì, ma quel che la fa fuggire, la gente, è la fifa, e basterà.

D. Quando la nube radioattiva colpirà...
R. No che non colpirà affatto, la nube, perché prima la Signora Molotov e la Signora Krusciov parleranno ai rispettivi mariti, nell’orecchio: “Ma smettila con le scemenze, credi che loro, gli Americani, non ce l’hanno, e invece ti dico che ce l’hanno, ecco come ti preoccupi del nostro avvenire... della bambina!” Basterà la pura paura, e tutti in riga. Parigi sarà divisa in tre zone, zona americana, zona Russa, zona francese: Montmartre!... E i Francesi, soliti lacchè, a farla da vaso e scendiletto per la bisogna!…

D. Li vede malmessi, i Francesi.
R. Mica mia, la colpa! Ma dell’igiene, Pensi che, diceva, Napoleone; “la Cina è un gigante che dorme; appena muoverà il mignolo farà tremare il mondo”... Infatti, adesso, alza solo il mignolo… Gli basterà d’alzarsi in piedi! Masse d’allupati su e giù per l’Europa... Non c’è posto meglio di questo qui. Gli altri paesi, non ci si vive. La Russia? Si crepa dal freddo. E non c’è niente! Mettono su sti miseri kolkoz ma possono mica produrre niente, fa troppo freddo! L’Africa non dà niente... Troppo caldo! C’è mica, altrove, un clima come qui... Prova a portare una divisione di Cinesi a Cognac, e li devi sostituire ogni otto giorni!...

D. Forse non esiste l’uomo, ma le idee esistono: prova ne sia che non saremmo qui, senza le idee (non solo stile) del Voyage.
R. Facile dire le idee, le idee... Ma non è sta roba che m’interessa, è il colorante, invece. Mi tirano solo i coloranti, a me, Fatto e finito. “Maneggiare le idee”, sta scritto nel Dizionario. Se le smaneggia, lei, le idee!

D. Anche lei ne ha maneggiate, come tutti!
R. In quanto puri veicoli. Il resto non m’interessa.

D. Nota qualche giovane, fra i romanzieri?
R, No. Non sgobbano abbastanza. Bisogna sgobbare molto... Un’epoca fatta di televisione, radio, viaggi, macchina, giornali, magnificamente illustrati, inchieste, polizie, vuole la bella trama... Les Deux Magots formicola di belle trame... Ma lo stile, una roba tutta diversa. No, non noto niente d’interessante. Se no, me ne starei all’erta. Sto mica all’erta, io.

D. Dunque dopo il ‘14, la sua giovinezza, tutto è degenerato? Niente più virtù, senso del dovere, scrittori, critici, al limite niente più Francesi… Che spiegazione dà d’un fenomeno che pure dovrebbe deprimerla?
R. L’alcolismo, prima di tutto. I 1.200 miliardi in alcolici che si bevono in Francia, ogni anno.. Delle gran belle spugne! Le so bene le virtù alcoliche, illusione di potenza... Pericolosissima... illusione di forza... Parole e pretese a vanvera. Poi il fumo. 700 miliardi l’anno. Ti dà sensazioni falsopoetiche e falsoprofonde, il fumo, e pure false idee. Io, per me, darei retta solo a uno che beve l’acqua! E che non è sempre lì a ruttare e a digerire!... Ma non c’è famiglia senza pappata di mezzogiorno. Pigliano a mangiare, bere aperitivi, masticare, poi ruttano, si gonfiano, scorreggiano, il mucchio d’affari che è la digestione... Un uomo d’astinenza ferrea, lui, ha solo due ore buone, in un giorno. È già tanto! Nessuno che te la vuole, st’igiene giansenista. Guarda i signori. «Proustizzano»… I prolet copiano i signori, «proustizzano», anche loro! Tutta roba che te l’abbrutisce, l’uomo. Muore, e non ha mai pensato. Però ha preso partito! Per cosa, ci si chiede, ma non importa! Piena l’Enciclopedia di partigiani. Ma sta rosetta è troppo umile, troppo piccola per interessarla, la gente. Guarda il merletto, han tentato di resuscitarlo; ma nessuno lo vuole più, il merletto! Spariti i conventi, spariti i merletti. Del resto vive, sta gente, e tu mica puoi vivere, se lavori. Uguale il vizio. Tutto vizio medicina bordelli, io, da capo ai piedi! ... Mi son dovuto tirar fuori, però, me lo diceva, Marie Bell: “Tu non sei un vizioso, perché se lo fossi non lo diresti: ci sguazzeresti e basta”. Se non ci sei dentro, sì che ne puoi parlare. Uguale la politica… Ci sono dentro, tutti. Vogliono spendere. Dentro. Vogliono le moine dei nipoti... La carezza sul talamo, quando dicono: “Cara, proprio un bel lavoro oggi”... Consumano. Godono. Sborrano, qualche giochetto porco, uguale ai giochetti porchi di tutti gli altri!... Sono un medico molto serio e scrupoloso, io, invece. Bisogna essere il contrario di quel che si scrive. Eccola, la sorpresa.

D. Pensa d’essere andato oltre, col suo ultimo libro?
R: Ogni autore lo dice: “Sono andato oltre”. La storia di D’un château l’autre è buffa perché è buffo vedere 1.142 condannati a morte tutti in un solo paesino... Mica se ne vedono spesso! Davvero raro un memorialista di 1.142 condannati a morte! Un paesino tedesco, e il mondo intero, contro... Perché quelli di Buchenwald, tutti che li aspettavano per abbracciarli, sbaciucchiarli, mentre questi, qui di Siegmaringen, questi qui li braccavano per sbudellarli ... Buffo davvero, capita mica spesso! Buffo, 1.142 già morti e rimorti che giocano a trovare quello che può pagarla per tutti! E io stavo là in mezzo perché ero antisemita, io... Una perla rara. “Io, io ero collaborazionista ma mica antisemita, lui sì, quello, lui era antisemita. Eccovelo, è lui che pagherà per tutti”. Gran bella schifezza umana, la viltà!... Lei certo ricorda l’esecuzione di Damiens, del regicidio. Il matematico La Condamine stava sul patibolo e, mentre il condannato parlava, chiese agli aiutanti del boia: “Cos’è che dice, cos’è che dice?” E gli aiutanti, seccati “Via di lì quel rompiscatole”; ma il boia: “No, no, lasciatelo stare, è un appassionato dì queste cose”... Gran numero d’appassionati, qui da noi, e gran belle trame. Lei piuttosto avrà poco in mano, la segretaria di redazione rivedrà un po’ il tutto, che non possa dispiacere a qualcuno. Ma non c’è problema. Io sono vecchio, e lei è giovane. Lei va incontro alla vita...

Traduzione a cura di Massimo Raffaeli, da “lengua” n. 8 (1988), si ringrazia Gilberto Tura per la segnalazione.


martedì 29 marzo 2011

Intervista a Céline, sottotitoli in italiano

Ecco questa bella intervista a Céline in francese, sottotitolata in italiano grazie al lavoro di editing dell'amico Thomas!



martedì 4 maggio 2010

Louis-Ferdinand Céline su Pagina 3, Radio tre Rai...



... cliccate sul link nel logo Radio3 qui o sopra, e ascoltate dal 7° minuto e 50° secondo in poi!

Oppure scaricate il file della registrazione (Realplayer) cliccando sotto:


http://www.sendspace.com/file/lcob48

mercoledì 28 aprile 2010

Oggi su Libero: Céline e Satisfiction





Su Libero di oggi, la pagina della cultura è dedicata a Céline e al nuovo numero di Satisfiction:

Céline "L'uomo bianco è destinato a scomparire" di Robert Stromberg
La rivista Satisfiction pubblica un'intervista dello scrittore francese alla Evergreen Review poco prima della morte. Una collezione di profezie e bordate a Hemingway, Camus...


E' arrivata l'ora di ripubblicare i pamphlet proibiti di Andrea Colombo



Pubblichiamo di seguito il testo di “Parlando con Louis-Ferdinand Céline”, intervista di Robert Stromberg al grande scrittore francese comparsa sulla celebre rivista statunitense “Evergreen Review” nel luglio 1961, proprio nei giorni in cui Céline moriva. Ora questo testo viene riproposto dalla rivista “Satisfictio”n di Gian Paolo Serino, in uscita il 6 maggio, nella traduzione di Andrea Lombardi, esperto di Céline e gestore di un blog a lui dedicato (lf-celine.blogspot.com).

È una sensazione stranissima, andare a trovare Céline. Céline il terribile! Céline l’oltraggiato! Céline il capro espiatorio! Céline il Fou! Céline vive a Meudon, ai margini di Parigi. Vive in una casa del diciannovesimo secolo in legno e malta di tre piani con sua moglie Lucette Almanzor e circa una mezza dozzina di cani, ad occhio e croce. Sua moglie, dice, è la proprietaria della casa.

«Pensavo venisse domani… non l’aspettavo… non ho preparato… pensavo domani… venga, venga».
Queste furono le sue prime parole. Si rivolse a sua moglie dicendole di prendere il mio cappotto, e di darmi una sedia. È un uomo massiccio – ma è piegato. Si mosse lentamente, strisciando i piedi – come se fosse troppo debole per fare altrimenti – verso il lato opposto di una grande stanza, che sembrava combinare cucina, sala da pranzo e studio. Si sedette ad un gran tavolo tondo, spingendo di lato, e a terra, pile di libri, fogli e riviste, e facendo spazio per noi.
«Che volete? A che vi serve? Non voglio scandalo!… Ne ho avuto abbastanza».
Quando riuscii finalmente a soddisfarlo, si mise a suo agio sulla sua sedia.

«C’è molto interesse su di lei in America», iniziai. Scartò la mia affermazione con uno sbuffo e un gesto della mano.
«Quale interesse? Chi è interessato? Alla gente interessa Marlene Dietrich e l’assicurazione – e questo è tutto!»

«Come vi sentite, praticate ancora la medicina?».
«No, non più, ho lasciato sei mesi fa, non sto abbastanza bene ».

«I vicini qui vi conoscono come Céline?».
«Mi conoscono quel che basta per non esserne contenti».

E non diede altre spiegazioni. «Cosa fa per la maggior parte del tempo?»
«Son sempre a casa… i cani… ho cose da fare… mi tengo occupato… non vedo nessuno… non esco…sono occupato».

«Sta scrivendo?».
«Sì, sì, sto scrivendo… Devo vivere, così scrivo… No! Lo Odio! L’ho sempre odiato… è la cosa più terribile da fare, per me…non mi è mai piaciuto, ma sono bravo a farlo… non m’interessa per nulla, quello che scrivo – ma devo farlo. È tortura, è il lavoro più duro al mondo».

La sua faccia è ossuta, scavata, ed è grigia; e i suoi occhi cose terribili da guardarvi dentro; era rabbioso all’idea di dover ancora lavorare.
«Ho quasi 67… in maggio avrò 67… e questa tortura, il lavoro più duro al mondo…».

Gallimard, il suo editore, ha recentemente pubblicato il suo ultimo libro, “Nord”.
«È su quanto i tedeschi hanno sofferto durante la guerra», disse Céline. «Nessuno ha scritto su questo… No! No! non dovresti dirlo, questo, quanto soffrirono… sta buonino… shhh!». Fece il gesto di mettersi il dito sulle labbra. «Non è bello parlare di questo… sta calmo… NO! solo l’altra parte ha sofferto… shhh!».

Tra i libri di Céline tradotti in inglese vi sono Morte a credito, Viaggio al termine della notte e Guignol’s band. Céline è stato accusato da molte persone responsabili di aver scritto degli articoli e pamphlet incendiari e antisemiti durante l’occupazione tedesca della Francia. Questi apparvero in numerosi giornali francesi e fu riferito che furono ristampati dai tedeschi per il pubblico in Germania.

I suoi libri, comunque, furono banditi nella Germania nazista. Come risultato di queste accuse, fu costretto a lasciare il paese. Andò in Danimarca, dove visse per sei anni, ma passò due di questi anni in una prigione danese.

«Perché è andato in Danimarca? »
«Là avevo dei soldi. Qua non avevo nulla». «
È stato costretto a lasciare la Francia…è stato il governo a dirvi di andarvene… o è stata una vostra decisione?»
«Avevano saccheggiato il mio appartamento a Montparnasse… ».

«Chi?».
«Dei pazzi, ecco chi… portarono via tutto quello che possedevo, tutto quello che avevo… ero fuori in quel momento, con mia moglie, quando tornammo tutto era distrutto… rovinato… tutto ucciso… andai in Danimarca».

Qualche giorno dopo la mia conversazione con Céline incontrai un ex membro della Resistenza francese, che aveva fatto parte del gruppo di saccheggiatori dei quali aveva parlato Céline. Quest’uomo mi assicurò che se Céline fosse stato in casa quando i razziatori colpirono, quasi certamente sarebbe stato assassinato.

«Perché fu imprigionato in Danimarca? ».
«Ero un criminale di guerra».
«Era stato accusato di collaborazionismo? ».
«Ho detto criminale di guerra! Non capisce! Criminale di guerra! Non mi si accusava di collaborazionismo… Ero un criminale di guerra! È chiaro questo!»

«Si crede che lei abbia scritto cose contro gli ebrei».
«Non ho scritto nulla contro gli ebrei… tutto quello che ho detto era “che gli ebrei ci stanno spingendo in guerra”, e questo è quanto. Avevano una rogna con Hitler, e non erano affari nostri, non avremmo dovuto impicciarcene. Gli ebrei hanno avuto una guerra di lamentele per due migliaia di anni, e adesso Hitler gli aveva dato causa di altri lamenti. Non ho nulla contro gli ebrei… non è logico dire qualcosa di buono o cattivo su cinque milioni di persone».

Questa fu la fine della discussione su questo tema. Céline tornò in Francia nel 1950, dopo sei tristi anni in Danimarca. Quando ritornò, grida oltraggiate si levarono da numerosi settori della stampa francese e da molti funzionari governativi, che richiedevano altre punizioni. Nulla fu compiuto ufficialmente, ma come accennato da Céline stesso, i vicini esprimevano chiaramente cosa pensavano di lui.

LA MUSICA ADATTA
Avevo la sensazione, sedendo nella cucina di Céline, osservandolo e ascoltandolo, che, nonostante tutto quello che diceva, a dispetto della sua naturale rudezza e apparente rifiuto dei contatti personali, fosse felice di aver qualcuno che era venuto a trovarlo, qualcuno che lo ascoltasse e che gli facesse delle domande; di ricordare il passato, che dimostrasse come non fosse dimenticato – che la gente leggesse ancora “Morte a credito” e “Viaggio al termine della notte”.

Si discuteva di lui nonostante tutte le difficoltà, e gli odi, e il sapore amaro che lasciava in molti. Se c’è ancora un qualche spirito in lui, e sembra dubbio, è uno spirito che dice: «Io conosco quale è la musica adatta… io conosco il motivetto giusto… non sentono nulla…».

«Lei disse di non riuscire a leggere dei libri attuali, che erano “nati morti, incompiuti, non scritti…”. State leggendo qualcosa, ora?».
«Leggo l’enciclopedia e Punch, e basta. Punch non è divertente, ci provano ma non ci riescono».

«Non c’è nessuno che lei considera oggi uno scrittore degno di considerazione?».
Prima che io potessi suggerirne uno, ribatté: «Chi, Hemingway? È un falso, un dilettante… i realisti francesi del 19° secolo erano un centinaio di volte meglio». E sparò velocemente i nomi di numerosi scrittori francesi, così velocemente che non riuscii a comprenderli. «Dos Passos ha un bello stile, e basta».

«E Camus?», chiesi innocentemente.
«Camus!». Pensai che mi tirasse un vaso. «Camus!» mi ripetè, stupito. «È una nullità… un morali sta… sempre a dire agli altri cos’è giusto e cos’è sbagliato…cosa dovrebbero fare e cosa non dovrebbero fare… sposatevi, non sposatevi… questo spetta alla chiesa… è una nullità!».

Céline quindi propose il romanziere inglese Lawrence Durrell. «Un intero libro su come bacia una ragazza, i diversi modi come può baciare e cosa significano… questo sarebbe scrivere? Questo non è il mio scrivere, è nulla, è uno spreco. I miei libri non sono così, i miei libri sono stile, nient’altro, solo stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere».

STILE INIMITABILE
«Chi sa quanti hanno cercato di copiare il mio stile…ma non possono. Non possono riuscirci per quattrocento pagine di seguito, provateci, non ce la possono fare… questo è tutto quello che ho, solo stile, nient’altro. Non ci sono messaggi nei miei libri, quello spetta alla chiesa!» Sbuffò e fece un gesto noncurante con la mano. «No, i mei libri saranno presto dimenticati, non significano niente, non cambiano nulla, non serve ma nulla…».

«Sono stato di tutto, un cowboy in America, contrabbandiere a Londra, uno squalo, proprio di tutto. Ho lavorato da quando avevo undici anni. So di cosa si tratta… conosco la lingua francese. Posso scrivere, e basta». «Ascoltate la gente parlare in strada… non ha nulla a che fare con i libri… è sempre: “Allora gli ho detto… e lui mi ha detto e allora gli ho detto” – attori, ecco. Tutti vogliono gli applausi. Il vescovo dice: “Ieri ho parlato a duemila persone, domani parlerò davanti a tremila” Questa è la religione! Guardate il papa -quando la gente vede il papa, lo vorrebbero mangiare! È così grasso – mangia troppo, beve troppo…attori, ecco cosa sono tutti!».

«Alla gente interessano le assicurazioni e il divertimento – tutto qui. Sesso! Ecco dov’è la lotta… ognuno vuole mangiare l’altro… Ecco perché hanno paura del Negro. È forte! È pieno di energia! Prevarrà. Ecco perché ne hanno paura… è il suo momento, ce ne sono troppi… mostra i suoi muscoli… l’uomo bianco ha paura… è molle. È stato in cima per troppo tempo… la puzza ha raggiunto il tetto, e il Negro, la sente, la odora, e sta in attesa della vittoria… non ci vorrà ancora molto».

«È il tempo del colore giallo… il nero e il bianco si mischieranno e il giallo dominerà, ecco. È un dato di fatto biologico, quando bianco e nero si mischiano, il giallo ne esce più forte, questa è l’unica cosa… tra duecento anni qualcuno guarderà la statua di un uomo bianco e chiederà se una cosa così strana fosse esistita realmente…e qualcuno risponderà: “Ma no, deve essere stata ridipinta”».

«Questa è la risposta! L’uomo bianco appartiene al passato… è già finito, estinto! È il turno per qualcosa di nuovo. Qua tutti parlano, ma non sanno nulla… lasciateli andare laggiù, e vedrete che le chiacchiere sono tutt’altra musica là, sono stato in Africa, so com’è, so che è molto forte, sanno dove stanno andando a finire… l’uomo bianco ha seppellito la sua testa troppo a lungo nell’utero… ha lasciato che la chiesa lo corrompesse, tutti si son fatti tirar dentro…non ti è permesso di dire questo… il papa ti guarda, stai attento… non dire nulla! Il cielo lo proibisce… NO! È un peccato… sarai crocifisso… stai a cuccia… sta buono… non abbaiare… non mordere… ecco la tua pappa… zitto!».

«Non c’è niente dentro di loro… sono come dei tori, sbandiera qualcosa per distrarli; tette, patriottismo, la chiesa, qualunque cosa, in effetti, e salteranno. Non ci vuole molto, è facilissimo… vogliono sempre essere distratti… niente importa… la vita è molto facile».

LIBRI PER LE DONNE
Per quello che sembrò un lungo periodo, Céline non disse nulla. Infine, dissi di non aver mai conosciuto una donna che non fosse disgustata dai suoi libri, che non riuscivano mai a finirli. «Certo, certo, che si aspettava… i miei libri non sono per le donne… hanno i loro trucchi, loro… il letto… soldi…. I loro giochetti… i miei libri non sono i loro trucchi… lo sanno da loro, come cavarsela…»

«No, non vedo più nessuno… sì, mia figlia è viva, sta a Parigi, non la vedo mai. Ha cinque figli. Non li ho mai visti». Nuovamente un lungo silenzio. E poi: «… Non c’è dubbio – Io sono un perseguitato… un lebbroso». Silenzio. «Apri la porta, e entra un nemico… » Silenzio. «Devo lasciarvi, ora… devo scrivere». Mi mise alla porta.



lunedì 26 aprile 2010

Louis-Ferdinand Céline e Satisfiction




Sorpresa: grazie a Gian Paolo Serino, nel prossimo numero di Satisfiction, tra gli altri inediti, c'è la "nostra" intervista di Céline a Robert Stromberg; vista la grande tiratura e diffusione della rivista, una grande occasione per far parlare di Céline!


Ovviamente il nostro contributo è stato gratuito, dovrebbe esserci però un rimando al nostro blog!

Buona settimana a tutti,

Andrea



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Ecco come sarà la 'nuova' Satisfiction targata Vasco Rossi



ANTEPRIMA/ Su Affaritaliani.it tutti i particolari sull'ottavo numero (il primo che ha come editore "spericolato" Vasco Rossi) della rivista letteraria freepress "Satisfiction. Soddisfatti o rimborsati" (trimestrale fondato da Gian Paolo Serino), in uscita il 6 maggio. Tanti gli inediti: da Stephen King a Dan Fante, passando per Louis-Ferdinand Celine e Hunther Thompson...
Lunedí 26.04.2010 13:03



Da giovedì 6 maggio arriva nelle librerie il numero 8 di SATISFICTION, “Soddisfatti o rimborsati”. La prima rivista gratuita, ma mai scontata, che rimborsa i libri consigliati e propone inediti di grandi autori classici e contemporanei. Da questo numero Satisfiction, trimestrale edito da Mattioli 1885, trova in Vasco Rossi “un editore spericolato, soddisfatto e rimborsato”. La rockstar, già lettore e collaboratore di Satisfiction, ha deciso di investire in prima persona nel progetto Satisfiction.

COSI' VASCO ROSSI: “La vera libera informazione si trova nei libri. Sono soddisfatto per aver investito in un mezzo di diffusione letteraria e culturale come antidoto a questa valanga di cronaca sensazionalistica e informazione drogata. Rimborsato dal fatto che qualcuno avrà così la possibilità di essere informato su pensieri e opere di Autori, che non si sentono al telegiornale, che non parlano in politichese o politicamente. Autori che rappresentano la coscienza umana e raccontano quello che vedono, quello che sentono e quello che pensano, senza strumentalizzazioni”

Da giovedì 6 maggio potete trovare Satisfiction gratuitamente nelle librerie Feltrinelli e Fnac, nelle Librerie Coop, Arion e Mondadori oltre che nelle maggiori librerie indipendenti.




L’elenco completo, città per città, su http://www.satisfiction.it/distribuzione.php

In questo numero di SATISFICTION, tra gli altri, inediti di:

STEPHEN KING
HENRY ROTH
TOBIAS WOLFF
LOUIS-FERDINAND CELINE
CLARO
HUNTHER THOMPSON
DAN FANTE
PAUL BOWLES
ANTONIO MARRAS

Recensioni "soddisfatti e rimborsati" firmate dai critici letterari e scrittori:
Linnio Accorroni (Stilos), Daniela Amenta (L’Unità), Antonio Armano (Il Giornale), Cristiano Armati, Paolo Bianchi (Libero), Franco Capacchione (Rolling Stone), Ottavio Cappellani (Libero), Anna Claudia Furgeri Caramaschi (Wuz), Alberto Casadei (L’Indice dei libri), Stefano Ciavatta (Il Riformista), Luca Crovi (Radio2 Rai), Mario De Santis (Radio Deejay), Riccardo Di Gennaro (L’Unità), Stefano Feltri (Il Fatto), Marco Ferrante (Il Riformista), Paolo Ferrari (La Stampa), Florinda Fiamma (Rolling Stone), Stefano Gallerani (Alias- Il Manifesto), Paolo Giordano (Il Giornale), Francesco Longo (Il Riformista), Tiziana Lo Porto (D la Repubblica), Giancarlo Mancini (Radio3 Rai), Luigi Mascheroni (Il Giornale), Gianluca Mercadante (Pulp Libri), Raul Montanari, Matteo Nucci (il Venerdì - la Repubblica), Seba Pezzani (Il Giornale), Tommaso Pincio (Il Manifesto), Andrea Scanzi (La Stampa), Marika Surace (Grazia), Chiara Todeschini (Kult), Stefania Vitulli (Il Giornale), Alessandro Zaccuri (Avvenire)

In questo numero (i prossimi a settembre e dicembre 2010) :

Stephen King si confronta con Raymond Carver: non solo lo scrittore ma anche l’uomo e l’artista dalle mille contraddizioni. Capace di comporre tra i più grandi “racconti” del ‘900 non solo americano per poi perdersi in una biografia a dir poco “spericolata” contro quelle che Stephen King chiama “le crudeltà del mondo editoriale”

Henry Roth, il grandissimo scrittore americano, autore di un capolavoro come “Chiamalo sonno”, in un brano (prima parte di un lungo frammento che verrà proposto a puntate su Satisfiction) tratto dai suoi manoscritti inediti.
In “Merci da trasporto” affronta una crisi simile a quella di molti altri scrittori suoi contemporanei (da John Steinbeck a Nathaniel West): il richiamo di Hollywood. Ma Roth era la persona meno adatta per lavorare in un mondo come quello cinematografico. Il suo sogno di ricchezza si trasformò in un vero e proprio fallimento e fu costretto a tornare a New York in autostop, chiedendo passaggi, senza un soldo.
Visse la crisi degli anni Trenta, lo smarrimento di identità dopo la guerra, i problemi creati dalla questione sionista e la paura del maccartismo. La sua biografia, congiunta con la sua opera, è il riassunto della storia degli intellettuali ebrei negli Stati Uniti. Philip Roth, che ha letto parte di questi scritti inediti, si è ispirato a Henry Roth (e a Bernard Malamud) per creare il personaggio di Litvinoff, “lo scrittore fantasma”.

Tobias Wolff, considerato uno dei maestri del “racconto breve” non solo americano, ci racconta il suo punto di vista sulle “scuole di scrittura creativa”. “Alcune sono davvero orge di auto-affermazione, altre sono stupidamente viziose e distruttive. Ma, in fin dei conti, è difficile affermare che facciano troppo danno”. Anche perché Wolff sottolinea come uno dei vezzi intellettuali contemporanei sia di considerare la scrittura come un lavoro per uomini e donne solitari: Wolff ci fa vedere che cosa si guadagna a lavorare in un gruppo, in mezzo a persone che hanno la stessa preoccupazione: lo scrivere.

Louis-Ferdinand Céline: “Non c’è niente dentro di loro… sono come dei tori, sbandiera qualcosa per distrarli; tette, patriottismo, la chiesa, qualunque cosa, in effetti, e salteranno. Non ci vuole molto, è facilissimo… vogliono sempre essere distratti… niente importa… la vita è molto facile”. “L’uomo bianco appartiene al passato”: in questo testo un Céline ormai prossimo alla morte, dalla figura curva e però ancora imponente, e dal volto ossuto ma dallo sguardo cupo e intenso; un vero crippled giant che si presenta senza difese: non un gigionesco intrattenitore, sempre più felice di suscitare il ribrezzo con il suo cinismo studiato e le sue pose da dandy della banlieue, ma una persona profondamente segnata dalla vita e sgomentata dalla stupidità e dalla futilità dell’uomo moderno. Un Céline che non si rassegna alla pura contemplazione di tanto sfacelo.

Dan Fante: “John Fante e i Dieci di Hollywood” è un racconto inedito in cui lo scrittore americano ricorda il padre John ed in particolare il rapporto, un tempo conflittuale, tra i veri artisti della scrittura e l’allora nascente industria cinematografica di Hollywood. Proprio Dan Fante sarà in Italia a Giugno per leggere alcuni suoi inediti, la nuova edizione di “Angeli a pezzi” e il nuovo romanzo “Buttarsi” (edito, come i precedenti, da Marcos y Marcos)

Paul Bowles: l’autore di “Senza mai fermarsi” e “Il te nel deserto”, in questo racconto biografico “17, Quai Voltaire” rievoca i mesi tra il 1931 e il 1932 in cui il giovanissimo compositore americano (Bowles intraprese la carriera letteraria in un secondo momento) visse a Parigi. Gli anni ai quali si fa riferimento furono incredibilmente intensi e proficui per i rappresentanti di quella comunità artistico-culturale americana trapiantata a Parigi e in genere in Europa: si pensi ad esempio a Henry Miller, Gertrude Stein, Ezra Pound, questi ultimi due protagonisti proprio del racconto “17, Quai Voltaire”: l’indirizzo di casa dove Paul Bowles ha vissuto quegli anni così importanti per la propria formazione artistica.

Claro: Ricordi alternati dalla corrente assediata. Tre uomini vanno avanti e indietro nel tempo con una sola unica ossessione: la scarica elettrica che fulmina e attraversa la carne fino a bruciarla, fino a un dolore che è insieme piacere, indecente, scandaloso macabro. Un uomo si accoppia con un generatore elettrico in un amplesso mortale, un altro si masturba sulla sedia elettrica alla sua chiusura, vagheggiando sesso ad alto voltaggio con una “putain magnetique” – una come Szuszu, “la ragazza elettrica”, che ossessionava i sogni e i desideri del suo antico antenato – il maestro dell’illusione Harry Houdini. Come corrente alternata tre storie fluiscono fino al corto circuito, dal laboratorio dell’inventore dell’elettricità Thomas Edison, al circo dei freak dove Houdini si esibiva chiuso in gabbia e stretto nella camicia di forza, portando il suo corpo ai limiti dell’umano, fino allo scantinato di Howard Hordinary, boia addetto alla sedia elettrica, mandato in pensione dall’avvento dell’iniezione letale dallo stato della Pensylvania nel 1999. La carne elettrica: l’opera più ambiziosa e devastante di Claro, riconosciuto tra i maggiori esponenti della nuova narrativa francese, finalmente in Italia pubblicata da Nutrimenti (ottobre 2010) e che Satisfiction propone in assoluta anteprima.

Hunther S. Thompson: Muhammad Ali. Da “Paure, deliri e la grande pesca allo squalo”, raccolta di scritti giornalistici che sarà pubblicata in Italia a fine Giugno per Baldini Castoldi Dalai, pubblichiamo in anteprima ed esclusiva l’inedito ritratto che Hunther Thompson, inventore del “Gonzo Journalism” e autore tra gli altri di “Paura e disgusto a Las Vegas”, ci regala del suo vecchio amico Muhammad Ali.

Antonio Marras: Il geniale stilista inaugura la rubrica “Satisfashion”. In ogni numero i protagonisti della moda internazionale diventeranno critici letterari consigliandoci, a loro modo, le proprie letture. Inizia proprio Antonio Marras in un consiglio che si tra forma nel racconto “Il Rabdomante di memorie”




Satisfiction:

Ideata e diretta da: Gian Paolo Serino
Progetto: Associazione Satisfiction
Art director: Lorenzo Butti
Direttore editoriale: Gian Carlo Soresina
Vicedirettore: Stefano Ciavatta

Redazione:

Antonio Armano, Francesco Borgonovo, Anna Claudia Furgeri Caramaschi, Leonardo Luccone, Nicola Manuppelli, Daniele Piccini, Davide Sapienza, Chiara Todeschini

Editore: Mattioli 1885 SPA
Editore spericolato soddisfatto “e “ rimborsato: Vasco Rossi




Si ringraziano tutti i critici e gli scrittori che hanno partecipato a Satisfiction: senza il loro entusiasmo e la loro passione Satisfiction non potrebbe esistere.

Si ringraziano: Tania Sachs e Floriano Fini; Paolo Soraci e Alessandra Cozzolino; Paolo Cioni e Massimiliano Franzoni.

Tutti i numeri precedenti di Satisfiction li potete trovare su www.satisfiction.it

Sul sito è possibile abbonarsi e ricevere direttamente a casa la rivista, oltre che sostenere attivamente l’Associazione Culturale Satisfiction. Il blog di Satisfiction è http://satisfiction.menstyle.it

Satisfiction è su Facebook (5 mila iscritti alla pagina gruppo, 4 mila iscritti in 2 settimane alla nuova pagina “Fan”) e su MYSPACE. Satisfiction è anche su www.vascorossi.net , sito ufficiale di Vasco Rossi. Su Vasco Rossi Facebook (1 milione di iscritti) potete trovare notizie e news su Satisfiction


mercoledì 16 dicembre 2009

L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


| Cultura | Giordano Tedoldi
Pubblicato il giorno: 15/12/09 Libero-news


Dalla morte avvenuta nel 2003, la considerazione critica e l’interesse per la vita e l’opera dello scrittore Roberto Bolaño, nato nel 1953 a Santiago del Cile, continua a intensificarsi. L’autoritratto dello scrittore, che pure detestava il genere autobiografico sopra ogni cosa, si precisa con la recente pubblicazione delle sue ultime interviste, uscite in Inghilterra per i tipi dell’editore Melville House con il titolo Roberto Bolaño: The Last Interview, frutto delle conversazioni con la giornalista Monica Maristain su e giù per l’America latina, mentre Bolaño, consapevole della fine imminente per una grave patologia al fegato, portava a compimento il gigantesco 2666 (da poco pubblicato in Italia in una nuova edizione da Adelphi) il romanzo estremo, riassuntivo di tutta la sua poetica.

Desiderio segreto
Nelle interviste con la Maristain dichiarava: «Avrei preferito fare il detective piuttosto che lo scrittore». Ma nel 2002, con la giornalista Carmen Boullosa per la rivista Bomb, deponeva la maschera surreale e irriverente per rivelare i suoi gusti e le sue idiosincrasie letterarie: «Sono molto interessato alla letteratura americana del 1880, specialmente Twain e Melville. E la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Mentre da adolescente ho attraversato una fase in cui leggevo solo Poe». E a gennaio Adelphi pubblicherà Tra parentesi (pp. 320, traduzione di Maria Nicola), antologia di interventi per giornali e riviste, saggi, discorsi, in cui Bolaño scrive: «Tutti gli scrittori americani, inclusi quelli che scrivono in spagnolo, a un certo momento delle loro vite colgono all’orizzonte i bagliori di due libri, che sono due strade, due strutture e due argomenti. A volte: due destini. Uno è Moby Dick di Melville e l’altro Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain». L’ammirazione per Twain è così grande che aggiunge: «Tutto quello che hanno scritto Faulkner e Hemingway, e tutto quello che avrebbero voluto scrivere, può stare in una pagina di Huckleberry Finn». Mentre William Bourroughs «è un santo che ha avvicinato tutta la malvagità del mondo perché aveva la delicatezza e l’imprudenza di non chiudere mai la porta». Ma il detective mancato che era in lui lo spingeva a divorare anche la letteratura hard-boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, mentre nella fantascienza di Philip K. Dick vedeva «un profeta all’opera».

In un saggio dal titolo Consigli sull’arte di scrivere racconti Bolaño elabora un manuale in dodici punti. Al numero quattro: «Occorre leggere Juan Rulfo e Augusto Monterroso». Monterroso (1921-2003) era uno scrittore guatemalteco famoso per il racconto Il Dinosauro, il cui testo completo è: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora là». Lo stesso Monterroso ricordò che i critici lo attaccarono, dicendo che Il Dinosauro non era un racconto e lui rispose: «No, infatti, è un romanzo». Ma torniamo al manuale di scrittura di Bolaño. Al numero dieci: «Pensa bene al punto nove. Pensa e riflettici. Hai ancora tempo. Pensa al punto numero nove. Nella misura in cui ti è possibile, fallo in ginocchio».

Grande amore anche per la letteratura francese, da Voltaire ai surrealisti. «Mi piace Pascal, il suo modo di affrontare la morte, la sua lotta contro la melanconia. E l’ingenuità utopistica di Fourier. E tutta la prosa, tipicamente anonima, degli scrittori di corte, anatomisti, manieristi, che conduce alle interminabili caverne del Marchese de Sade». Il Dizionario Filosofico di Voltaire è giudicato «uno dei pochi libri che mi hanno cambiato la vita». Mentre tra i moderni l’opera più importante è Nadja di André Breton, il cui manifesto surrealista ispirò a Bolaño il proprio «manifesto infrarealista».

Radicale il giudizio su Céline: «È l’unico autore di cui penso che sia stato al tempo stesso un grande scrittore e un figlio di puttana. Proprio un essere umano abietto. Si stenta a credere che i suoi momenti più gelidamente ripugnanti sembrino coperti da un’aura di nobiltà, il che si può attribuire solo alla potenza delle parole». Bolaño era anche un vorace lettore di filosofia, specialmente i lapidari aforismi di Wittgenstein (il cui Tractatus giudicava tra i 5 libri più importanti di sempre) e del misconosciuto filosofo tedesco del ’700 Georg Christoph Lichtenberg, le cui massime «giocano con l’umorismo e la curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza. I suoi aforismi anticipano Kafka e la migliore letteratura del ventesimo secolo». E c’è da credergli, incontrando perle come questa: «Non c’è merce più strana dei libri: stampati da gente che non li capisce, venduti da gente che non li capisce, rilegati e recensiti e letti da gente che non li capisce, e ora persino scritti da gente che non li capisce». Non per caso Bolaño lo definiva l’autore «di un capolavoro di commedia nera».

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Céline come al solito fa sempre discutere: come vorremmo che fossero rispettate le idee del Nostro, rispetteremo ovviamente il parere espresso da Roberto Bolaño del Céline "uomo"... anche se temiamo che il giudizio di Bolaño, come spesso accade, sia riferito più ad una "idea" di Céline, che non alla reale biografia dello scrittore francese.

Andrea

lunedì 9 novembre 2009

Robert Stromberg: Parlando con Louis-Ferdinand Céline, 1961


Robert Stromberg: Parlando con Louis-Ferdinand Céline
Evergreen Review, N. 19, Luglio-Agosto 1961, New York.

Intervista parzialmente riprodotta, tradotta in francese, sull'Herne; quella che segue è la traduzione integrale, a mia cura... e spero vostro piacere.

È una sensazione stranissima, andare a trovare Céline. Céline il terribile! Céline l’oltraggiato! Céline il capro espiatorio! Céline il Fou!
Céline vive a Meudon, ai margini di Parigi. Vive in una casa del diciannovesimo secolo in legno e malta di tre piani con sua moglie Lucette Almanzor e circa una mezza dozzina di cani, ad occhio e croce. Sua moglie, dice, è la proprietaria della casa.
“Pensavo venisse domani… non l’aspettavo… non ho preparato... pensavo domani… venga, venga” Queste furono le sue prime parole.
Si rivolse a sua moglie dicendole di prendere il mio cappotto, e di darmi una sedia. È un uomo massiccio – ma è piegato. Si mosse lentamente, strisciando i piedi – come se fosse troppo debole per fare altrimenti − verso il lato opposto di una grande stanza, che sembrava combinare cucina, sala da pranzo e studio. Si sedette ad un gran tavolo tondo, spingendo di lato, e a terra, pile di libri, fogli e riviste, e facendo spazio per noi.
“Che volete? A che vi serve? Non voglio scandalo!... Ne ho avuto abbastanza.”
Quando riuscii finalmente a soddisfarlo, si mise a suo agio sulla sua sedia.
“C’è molto interesse su di lei in America”, iniziai.
Scartò la mia affermazione con uno sbuffo e un gesto della mano.
“Quale interesse? Chi è interessato? Alla gente interessa Marlene Dietrich e l’assicurazione – e questo è tutto!”
“Come vi sentite, praticate ancora la medicina?”
“No, non più, ho lasciato sei mesi fa, non sto abbastanza bene”
“I vicini qui vi conoscono come Céline?”
“Mi conoscono quel che basta per non esserne contenti”
E non diede altre spiegazioni.
“Cosa fa per la maggior parte del tempo?”
“Son sempre a casa… i cani… ho cose da fare… mi tengo occupato… non vedo nessuno… non esco… sono occupato”
“Sta scrivendo?”
“Sì, sì, sto scrivendo… Devo vivere, così scrivo… No! Lo Odio! L’ho sempre odiato… è la cosa più terribile da fare, per me… non mi è mai piaciuto, ma sono bravo a farlo… non m’interessa per nulla, quello che scrivo – ma devo farlo. È tortura, è il lavoro più duro al mondo”.
La sua faccia è ossuta, scavata, ed è grigia; e i suoi occhi cose terribili da guardarvi dentro; era rabbioso all’idea di dover ancora lavorare.
“Ho quasi 67… in maggio avrò 67… e questa tortura, il lavoro più duro al mondo…”
Gallimard, il suo editore, ha recentemente pubblicato il suo ultimo libro, Nord.
“È su quanto i tedeschi hanno sofferto durante la guerra”, disse Céline. “Nessuno ha scritto su questo… No! No! non dovresti dirlo, questo, quanto soffrirono… sta buonino… shhh!” Fece il gesto di mettersi il dito sulle labbra. “Non è bello parlare di questo… sta calmo… NO! solo l’altra parte ha sofferto… shhh!”
Tra i libri di Céline tradotti in inglese vi sono Morte a credito, Viaggio al termine della notte e Guignol’s band. Céline è stato accusato da molte persone responsabili di aver scritto degli articoli e pamphlet incendiari e antisemiti durante l’occupazione tedesca della Francia. Questi apparvero in numerosi giornali francesi e fu riferito che furono ristampati dai tedeschi per il pubblico in Germania. I suoi libri, comunque, furono banditi nella Germania nazista. Come risultato di queste accuse, fu costretto a lasciare il paese. Andò in Danimarca, dove visse per sei anni, ma passò due di questi anni in una prigione danese.
“Perché è andato in Danimarca?”
“Là avevo dei soldi. Qua non avevo nulla.”
“È stato costretto a lasciare la Francia… è stato il governo a dirvi di andarvene… o è stata una vostra decisione?”
“Avevano saccheggiato il mio appartamento a Montparnasse…”
“Chi?”
“Dei pazzi, ecco chi… portarono via tutto quello che possedevo, tutto quello che avevo… ero fuori in quel momento, con mia moglie, quando tornammo tutto era distrutto… rovinato… tutto ucciso… andai in Danimarca”

Qualche giorno dopo la mia conversazione con Céline incontrai un ex membro della Resistenza francese, che aveva fatto parte del gruppo di saccheggiatori dei quali aveva parlato Céline. Quest’uomo mi assicurò che se Céline fosse stato in casa quando i razziatori colpirono, quasi certamente sarebbe stato assassinato.
“Perché fu imprigionato in Danimarca?”
“Ero un criminale di guerra”
“Era stato accusato di collaborazionismo?”
“Ho detto criminale di guerra! Non capisce! Criminale di guerra! Non mi si accusava di collaborazionismo… Ero un criminale di guerra! È chiaro questo!”
“Si crede che lei abbia scritto cose contro gli ebrei”
“Non ho scritto nulla contro gli ebrei… tutto quello che ho detto era “che gli ebrei ci stanno spingendo in guerra”, e questo è quanto. Avevano una rogna con Hitler, e non erano affari nostri, non avremmo dovuto impicciarcene. Gli ebrei hanno avuto una guerra di lamentele per due migliaia di anni, e adesso Hitler gli aveva dato causa di altri lamenti. Non ho nulla contro gli ebrei… non è logico dire qualcosa di buono o cattivo su cinque milioni di persone”
Questa fu la fine della discussione su questo tema. Céline tornò in Francia nel 1950, dopo sei tristi anni in Danimarca. Quando ritornò, grida oltraggiate si levarono da numerosi settori della stampa francese e da molti funzionari governativi, che richiedevano altre punizioni. Nulla fu compiuto ufficialmente, ma come accennato da Céline stesso, i vicini esprimevano chiaramente cosa pensavano di lui.
Avevo la sensazione, sedendo nella cucina di Céline, osservandolo e ascoltandolo, che, nonostante tutto quello che diceva, a dispetto della sua naturale rudezza e apparente rifiuto dei contatti personali, fosse felice di aver qualcuno che era venuto a trovarlo, qualcuno che lo ascoltasse e che gli facesse delle domande; di ricordare il passato, che dimostrasse come non fosse dimenticato – che la gente leggesse ancora Morte a credito e Viaggio al termine della notte.
Si discuteva di lui nonostante tutte le difficoltà, e gli odi, e il sapore amaro che lasciava in molti.
Se c’è ancora un qualche spirito in lui, e sembra dubbio, è uno spirito che dice: “Io conosco quale è la musica adatta… io conosco il motivetto giusto… non sentono nulla…”
“Lei disse di non riuscire a leggere dei libri attuali, che erano “nati morti, incompiuti, non scritti…” State leggendo qualcosa, ora?”
“Leggo l’enciclopedia e Punch, e basta. Punch non è divertente, ci provano ma non ci riescono.”
“Non c’è nessuno che lei considera oggi uno scrittore degno di considerazione?” Prima che io potessi suggerirne uno, ribatté: “Chi, Hemingway? È un falso, un dilettante… i realisti francesi del 19° secolo erano un centinaio di volte meglio” E sparò velocemente i nomi di numerosi scrittori francesi, così velocemente che non riuscii a comprenderli.
“Dos Passos ha un bello stile, e basta”
“E Camus?” chiesi innocentemente.
“Camus!” Pensai che mi tirasse un vaso.
“Camus!” mi ripetè, stupito.
“È una nullità… un moralista… sempre a dire agli altri cos’è giusto e cos’è sbagliato… cosa dovrebbero fare e cosa non dovrebbero fare… sposatevi, non sposatevi… questo spetta alla chiesa… è una nullità!”
Céline quindi propose il romanziere inglese Lawrence Durrell.
“Un intero libro su come bacia una ragazza, i diversi modi come può baciare e cosa significano… questo sarebbe scrivere? Questo non è il mio scrivere, è nulla, è uno spreco. I miei libri non sono così, i miei libri sono stile, nient’altro, solo stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere.”
“Chi sa quanti hanno cercato di copiare il mio stile… ma non possono. Non possono riuscirci per quattrocento pagine di seguito, provateci, non ce la possono fare… questo è tutto quello che ho, solo stile, nient’altro. Non ci sono messaggi nei miei libri, quello spetta alla chiesa!”
Sbuffò e fece un gesto noncurante con la mano.
“No, i mei libri saranno presto dimenticati, non significano niente, non cambiano nulla, non serve a nulla…
Sono stato di tutto, un cowboy in America, contrabbandiere a Londra, uno squalo, proprio di tutto. Ho lavorato da quando avevo undici anni. So di cosa si tratta…conosco la lingua francese. Posso scrivere, e basta.”
“Ascoltate la gente parlare in strada… non ha nulla a che fare con i libri… è sempre: “Allora gli ho detto… e lui mi ha detto e allora gli ho detto” – attori, ecco. Tutti vogliono gli applausi. Il vescovo dice: “Ieri ho parlato a duemila persone, domani parlerò davanti a tremila” Questa è la religione! Guardate il papa – quando la gente vede il papa, lo vorrebbero mangiare! È così grasso – mangia troppo, beve troppo…
attori, ecco cosa sono tutti!”
“Alla gente interessano le assicurazioni e il divertimento – tutto qui. Sesso! Ecco dov’è la lotta… ognuno vuole mangiare l’altro… Ecco perchè hanno paura del Negro. È forte! È pieno di energia! Prevarrà. Ecco perchè ne hanno paura… è il suo momento, ce ne sono troppi… mostra i suoi muscoli… l’uomo bianco ha paura… è molle. È stato in cima per troppo tempo… la puzza ha raggiunto il tetto, e il Negro, la sente, la odora, e sta in attesa della vittoria… non ci vorrà ancora molto.”
“È il tempo del colore giallo… il nero e il bianco si mischieranno e il giallo dominerà, ecco. È un dato di fatto biologico, quando bianco e nero si mischiano, il giallo ne esce più forte, questa è l’unica cosa… tra duecento anni qualcuno guarderà la statua di un uomo bianco e chiederà se una cosa così strana fosse esistita realmente… e qualcuno risponderà: “Ma no, deve essere stata ridipinta”.
“Questa è la risposta! L’uomo bianco appartiene al passato… è già finito, estinto! È il turno per qualcosa di nuovo. Qua tutti parlano, ma non sanno nulla… lasciateli andare laggiù, e vedrete che le chiacchiere sono tutt'altra musica là, sono stato in Africa, so com’è, so che è molto forte, sanno dove stanno andando a finire… l’uomo bianco ha seppellito la sua testa troppo a lungo nell’utero… ha lasciato che la chiesa lo corrompesse, tutti si son fatti tirar dentro… non ti è permesso di dire questo… il papa ti guarda, stai attento… non dire nulla! Il cielo lo proibisce… NO! È un peccato… sarai crocifisso… stai a cuccia… sta buono… non abbaiare… non mordere… ecco la tua pappa… zitto!”
“Non c’è niente dentro di loro… sono come dei tori, sbandiera qualcosa per distrarli; tette, patriottismo, la chiesa, qualunque cosa, in effetti, e salteranno. Non ci vuole molto, è facilissimo… vogliono sempre essere distratti… niente importa… la vita è molto facile.”
Per quello che sembrò un lungo periodo, Céline non disse nulla. Infine, dissi di non aver mai conosciuto una donna che non fosse disgustata dai suoi libri, che non riuscivano mai a finirli.
“Certo, ceto, che si aspettava… i miei libri non sono per le donne… hanno i loro trucchi, loro… il letto… soldi…. I loro giochetti… i miei libri non sono i loro trucchi… lo sanno da loro, come cavarsela…”
“No, non vedo più nessuno… sì, mia figlia è viva, sta a Parigi, non la vedo mai. Ha cinque figli. Non li ho mai visti.” Nuovamente un lungo silenzio. E poi “… Non c’è dubbio – Io sono un perseguitato… un lebbroso”. Silenzio.
“Apri la porta, e entra un nemico…” Silenzio. “Devo lasciarvi, ora… devo scrivere”. Mi mise alla porta.

martedì 22 settembre 2009

FRANÇOIS GIBAULT RACCONTA CÉLINE


François Gibault accanto a Lucette Destouches in una fotografia dei primi anni '90

FRANÇOIS GIBAULT RACCONTA CÉLINE

di Gilberto Tura


Per chi non conoscesse François Gibault è sufficiente ricordare che è l’autore della biografia di riferimento di Céline, un’opera in tre volumi pubblicati a metà degli anni ’80 per le “Mercure de France”. È reputata la biografia più completa e documentata tra le ormai molte in circolazione, anche grazie alla possibilità, concessagli dalla vedova Lucette, di accedere alla consultazione di molti documenti inediti, conservati dai genitori di Céline. Gibault di professione è avvocato e dal 1962, anno in cui (come racconta nella conversazione) ha conosciuto la signora Lucette, difende e cura gli interessi della vedova. Inoltre ha curato, nel 1969, la pubblicazione e la prefazione di Rigodon e, nel 1998 per Gallimard, la pubblicazione di “Lettres de prison à Lucette Destouches et à Maître Mikkelsen. 1945-1947” . È presidente della Société d’études céliniennes.

CHI ERA CÉLINE?

Conversazione con François Gibault

In quali circostanze è arrivato a Céline?
Conobbi sua moglie, Lucette Destouches, attraverso André Damien, nel luglio 1962, un anno dopo la morte dello scrittore, in circostanze un po’ particolari: durante un viaggio, avevo fatto una caduta stupida ed è stata lei che mi ha rimesso la schiena a posto, con esercizi di ginnastica. A poco a poco mi ha affidato la decifrazione del manoscritto di Rigodon, che Cèline aveva lasciato prima di morire. Durante la settimana, patrocinavo come avvocato le grandi cause dell’epoca – attentato del Petit-Clamart, Ben Barka… − e la domenica, armato di una lente d’ingrandimento, decifravo Rigodon, a Meudon, negli stessi luoghi dove lo scrittore aveva lavorato. Ciò mi ha occupato per molti anni. Ero spesso accompagnato dal mio amico Bob Westhoff, ex marito di Françoise Sagan, e questo lavoro si è svolto in un’atmosfera gioiosa. Infine, per la pubblicazione del libro, nel 1969, Lucette Destouches mi ha fatto l’onore di chiedermi la prefazione.

Perché, in seguito, si è dedicato alla biografia di Louis-Ferdinand Céline?
La signora Destouches mi aveva presentato a Marcel Aymé, Gen Paul, Henri Mahé, Jean Dubuffet e numerosi altri amici di Céline. Mi aveva inoltre mostrato delle lettere e delle fotografie inedite. Un giorno, Simone Gallimard, che dirigeva il Mercure de France, mi ha suggerito di scrivere una biografia. Ho accettato, pensando di essere nelle condizioni ottimali per farlo. Ciò mi ha preso quindici anni. Ho seguito le tracce di Céline in Danimarca, in Russia, in Germania, in Inghilterra, in Africa…Ho avuto accesso agli archivi del Quai d’Orsay e della giustizia militare. La signora Pedersen, ministro della giustizia danese, mi ha fatto visitare la cella dove lo scrittore è stato imprigionato a Copenaghen. Il fatto di essere spesso accompagnato dalla signora Destouches e la mia condizione di avvocato rassicuravano i miei interlocutori. Sono grato peraltro alla signora Destouches di non avermi mai chiesto di leggere il testo prima della pubblicazione. È stata una formidabile avventura, poiché Louis-Ferdinand Céline ha partecipato a tutti i drammi del XX° secolo e la sua opera romanzesca è per molto autobiografica.

Da quale ambiente proveniva?
Si può dire da un ambiente piccolo-borghese con pretese aristocratiche e con mezzi da proletari. Il padre − per il quale il piccolo Louis non ha alcuna ammirazione – è un mediocre impiegato di una compagnia d’assicurazione e sua madre vende merletti. Louis, del resto, è stato allevato dalle donne – sua madre e sua nonna materna, Céline Guillou, alla quale renderà omaggio in seguito, prendendo il suo nome come pseudonimo di scrittore. Louis nasce il 27 maggio 1894, rampe du Pont, a Courbevoie – come ricorderà per tutta la vita, inventandosi una leggenda di abitante di periferia. In realtà, all’età di due anni, si trasferisce con i suoi genitori a Parigi, rue de Babylone poi al passage Choiseul, vicino ai Grands Boulevards. Ha spesso paragonato, in seguito, il passage ad una «campana a gas». Sono riuscito a entrare nel loro alloggio: era in effetti molto angusto, con il negozio di merletti in basso, una scala montante al primo piano e, al secondo, al di sotto della vetrata, la camera di Louis da cui si vedeva il cielo.

Ha avuto una infanzia felice?
Non proprio. Era figlio unico e i suoi genitori erano molto opprimenti. Non possedevano l’automobile e non facevano vacanze. I suoi più grandi ricordi saranno uno spettacolo di Buffalo Bill e l’Esposizione universale del 1900. La famiglia non crede granchè all’università e vuole avviare Louis nel commercio. Appena ottenuto il suo certificato di studi, che resterà per molto tempo il suo unico diploma, verrà inviato per dei lunghi soggiorni linguistici a Diepholz e Karlsruhe, in Germania, poi a Broadstair e Rochester in Inghilterra. È un’infanzia molto solitaria e conserverà, per tutta la vita, fino ai suoi ultimi anni a Meudon, l’inclinazione alla solitudine. Sarà, del resto, uno scrittore isolato, appartenente a nessuna scuola, parrocchia o accademia. La sua vita sarà una lunga fuga in avanti per sfuggire alla sua condizione sociale, allo stesso modo cercherà di inventare una scrittura per sfuggire ai modi di espressione tradizionali.

È cresciuto in un ambiente antisemita?
Non bisogna mai dimenticare che Louis-Ferdinand Céline nasce nell’anno in cui scoppia l’affare Dreyfus. La sua infanzia è stata segnata da questo dramma. Quando sarà inseguito, dopo il 1945, dai tribunali, si dichiarerà instancabilmente «vittima di un affare Dreyfus a l’inverso». Suo padre, che leggeva “La Libre Parole” di Drumont [pubblicazione antisemita, NDLR] era antidreyfusardo, alla maniera dei piccoli commercianti che erano convinti di vedere le banche e i grandi commerci ebrei regnare dappertutto. Era anche revanscista e ha fatto di Louis un buon piccolo patriota francese.

Céline ha sempre sostenuto di essersi arruolato nella Prima Guerra mondiale. Ciò corrisponde alla realtà?
Non completamente, come spesso succede con lui. In effetti ha anticipato la chiamata di leva, nel 1912, raggiungendo il 12° reggimento dei corazzieri a Rambouillet. Ma non ha mai fatto parte dell’esercito professionale. Detto ciò, fu estremamente coraggioso e rimarrà segnato nella carne e nello spirito dalla guerra, come esprimerà mirabilmente nelle prime pagine del Viaggio al termine della notte. Dall’inizio della guerra, riporterà due ferite. La prima volta, gli esplose vicino una granata, scaraventandolo contro un albero e causando dei disturbi all’orecchio, che lo farà soffrire per tutta la vita di vertigini e di fischi – le famose «valanghe di tromboni» evocate in Morte a credito. Il brigadiere Destouches sarà ferito più gravemente una seconda volta, da una pallottola, nelle Fiandre, vicino a Poelkapelle, il 27 ottobre 1914, mentre si era offerto volontario per consegnare un messaggio attraverso le linee. Riconosciuto invalido al 75% - si pensa anche di amputarlo ! -, si porterà dietro per tutta la vita le conseguenze al braccio destro e scriverà con la mano storta. In compenso, non è mai stato trapanato, come ha talvolta affermato e come molti hanno ripetuto. Grazie al suo atto eroico, ha diritto alla quarta di copertina de L’Illustré national e ottiene la croce di guerra e la medaglia militare. Ma è un eroe traumatizzato, allo stesso tempo militarista e pacifista, che ritorna dal campo di battaglia.

Segue un periodo strano, a Londra, circa il quale si sa poco…
Dopo la sua convalescenza al Val-de-Grâce, è inviato là, nel 1915 come impiegato all’ufficio passaporti del consolato di France. È a Londra che verrà definitivamente riformato. Con il suo amico Georges Geoffroy, se la spassano dopo l’orrore delle trincee. Frequentano i locali loschi di Soho e del porto, senza dubbio anche i bordelli. Ritroveremo questo scenario equivoco in Guignol’s band, scritto trent’anni più tardi. È sempre a Londra, il 19 gennaio 1916, che sposa, per un colpo di testa una certa Suzanne Nebout, che lascerà molto presto. «Sono l’uomo delle partenze veloci», scrive all’epoca a suo zio… Non avendo fatto legalizzare questa unione al consolato di Francia, il matrimonio non avrà alcun valore legale in Francia.

È vero, come si dice, che là ha incontrato Mata Hari?
Mata Hari l’avrebbe invitato a cenare nel suo appartamento al Savoy con il suo amico Geoffroy. Non ci sono prove, ma ciò è del tutto plausibile. La spia era a Londra nella stessa epoca di Céline e frequentava, per le sue attività, i membri dei consolati…

Perché, allora, parte per l’Africa?
Ha 22 anni, è definitivamente smobilitato e gli vengono fatti balenare dei sogni di fortuna. La Francia e l’Inghilterra avendo invaso il Camerun, ex colonia tedesca, devono trovare degli uomini per occupare il terreno. Céline firma un contratto con la Compagnie forestière Sangha-Oubangui e si ritrova a Bikomimbo, un piccolo villaggio a ventisette giorni di marcia da Douala. Fa dei baratti con gli indigeni – sigarette in cambio di zanne d’elefante… All’inizio di settembre 1916, ottiene la gestione di una piantagione di cacao a Dipikar. Sono andato in quelle regioni, sulle sue tracce, e ancora oggi, è un paesaggio di savana totalmente sperduto. Lo immaginiamo, solo, nella notte africana, assalito dai rumori, come ha mirabilmente raccontato nel Viaggio al termine della notte. Céline vive in condizioni climatiche e sanitarie pessime. Colpito da paludismo e dissenteria, passa lunghe settimane nella sua capanna, nel cuore della foresta equatoriale, inondato di sudore, imbottito di laudano. Spossato, senza aver fatto fortuna, finisce per chiedere il rimpatrio nella primavera del 1917.

La sua vita assomiglia a quella di un avventuriero. A quell’epoca, ha già cominciato a scrivere?
Appena. La prima traccia è stata scoperta in circorstante inaspettate. All’epoca del suo passaggio al 12° reggimento di Rambouillet, aveva cominciato a redigere, in un piccolo quaderno di finta pelle, una specie di diario intimo, che cominciava con queste parole: « Non saprei dire cosa mi spinge a scrivere ciò che penso.» Quando fu ferito al fronte, cede il suo zaino a un soldato, Maurice Langlet, che conserva il taccuino. È solo nel 1957, all’uscita Da un castello all’altro, che Langlet si riavvicinò al brigadiere Destouches e al romanziere Céline! Restituisce allora al suo vecchio amico questo testo, che saà pubblicato con il titolo Il taccuino del corazziere Destouches. Ma è in Africa che comincia a scrivere, timidamente: una novella intitolata «Onde» e due poemi – quasi romantici – inviati a una amica.

Al suo ritorno in Francia, fa la conoscenza d’un uomo bizzarro che diventerà uno dei grandi personaggi della sua opera…
Si, l’inventore Raoul Marquis, alias Henri de Graffigny, modello del futuro Courtial des Pereires di Morte a credito. Appassionato di voli in mongolfiera, creatore d’apparecchi elettrici stupefacenti, grafomane impenitente – gli dobbiamo più di centoquaranta opere sugli aquiloni, l’automobile o sulla moda! - , collabora alla rivista Euréka. È lì che Céline lo incontra. Sembra che Céline sia stato il suo uomo tuttofare, segretario, fattorino… Henri de Graffigny è sepolto nel cimitero di Septeuil. Ho fatto trasformare la concessione trentennale di questo personaggio tipicamente céliniano in concessione perpetua.

In quali circostanze Louis Destouches diventa medico?
Dopo avere per un po’ percorso la Bretagna con le missioni Rockefeller contro la tubercolosi, ottiene il diploma di maturità nel 1919. È a quell’epoca che incontra, a Rennes, Edith Follet, che sposa nell’agosto di quello stesso anno. Lei è la figlia di Athanase Follet, decano della facoltà di medicina di Rennes. Louis allora beneficia di disposizioni che permettono agli ex combattenti di sostenere gli esami secondo dei corsi accelerati. Nel 1922, ha già fatto l’equivalente di quattro anni di studi di medicina a Rennes. Completa la formazione a Parigi, moltiplica i tirocinii ospedalieri e sostiene la tesi, consacrata allo scienziato ungherese Filippo Ignazio Semmelweis. Sono convinto che sia stato un eccellente medico, dalla diagnosi sicura, accontentandosi a volte di scrivere sulle ricette: « Niente caffè, niente tabacco, niente alcol.» A quell’epoca, avremmo potuto immaginare che il dottor Destouches, genero di un notabile di Rennes, il decano Follet, padre di una bambina Colette - nata nel 1920 e ancora vivente – si sarebbe imborghesito. Ma come ogni volta, alla prima occasione, fugge, lasciando la sua sposa sconcertata. L’ho incontrata, molto più tardi. Era una donna affascinante, che aveva riallacciato dei rapporti amichevoli con Céline – e Lucette – al termine della sua vita.

Louis Destouches lavora poi per la SDN.
A Rennes si sente soffocare e si fa assumere come «medico della Sezione d’Igiene classe B» alla SDN, a Ginevra. Dovrà accompagnare dei gruppi di medici in Europa, in Africa, negli Stati Uniti; in questa occasione, scopre per la prima volta New-York. Le delegazioni alle quali appartiene sono ricevute dal presidente americano Coolidge e più tardi, a Roma, da Mussolini. Sosterrà di essere stato medico alla Ford. In realtà, vi ha trascorso due giorni e redatto un rapporto, «Nota sull’organizzazione sanitaria delle officine Ford a Detroit». Come sempre con lui, a partire da un fatto vero, costruisce una leggenda… É a quest’epoca, fine 1926 o inizio 1927, che scrive un’opera teatrale, in cui l’azione si svolge alla SDN, L’Eglise. Sarà rifiutata da Gallimard, nonostante il seguente commento, molto pertinente: « Ha del vigore satirico, ma manca di coerenza. Dono della pittura di ambienti molto diversi»…

Di colpo, avvia l’attività medica…
Si, nella periferia parigina, a Clichy. Ma poiché il suo ambulatorio attira pochi clienti, integra il dispensario della città, dove visita tutti i giorni. Parallelamente, redige dei testi pubblicitari per i laboratori Biothérapie – è suo quello del dentifricio Sanogyl – e mette a punto un farmaco contro i disturbi psico-tiroido-ovarici, la Basedowine, che gli procura qualche magra royalties.

É allora che incomincia il Viaggio al termine della notte?
Ha lasciato maturare un certo numero di episodi della sua vita – la guerra, l’Africa, New York… - prima di metterli per iscritto, senza dubbio nel 1929. Vi lavora la sera, la domenica, la notte, nel suo appartamento di rue Lepic. Ha sempre sostenuto di essersi avvicinato alla scrittura per guadagnare dei soldi, «pagare l’affitto» del suo appartamento, come diceva. Niente è meno sicuro. Elisabeth Craig, una ballerina americana incontrata a Ginevra, vhe visse con lui e sarà la dedicataria del romanzo, ha raccontato che mentre scriveva sembrava in trance. Bisogna immaginarlo, lui che non conosceva nessun scrittore, piccolo medico di periferia, dedicare senza sosta diversi anni della sua vita a questo lavoro. Scrisse migliaia di pagine senza mostrarle a nessuno. Poi, nella primavera 1932, consegna il manoscritto a Gallimard e a Denoël. Gallimard tergiversa e suggerisce dei tagli. Robert Denoël, giovane belga intraprendente, divora il romanzo in una notte. Accetta all’istante il manoscritto. Il contratto viene firmato il 30 giugno. Louis Destouches, che desidera mantenere l’anonimato, assume lo pseudonimo di Céline. Già dai primi giorni, questo stilista si mostra intrattabile con il suo editore: «Per favore, soprattutto, non aggiungete una sillaba al testo senza avvertirmi! Gettereste il ritmo per terra come niente.»

Il Voyage costituisce, di punto in bianco, un terremoto negli ambienti letterari?
Si, critici e lettori si rendono conto subito che sono difronte a un torrente verbale radicalmente nuovo. È straordinario constatare oggi che il romanzo non mostra una ruga. Ma Céline resterà molto feriro dalla sua disaventura al Goncourt. Grazie al sostegno di Lucien Descaves, è stato ad un passo dall’ottenerlo fin dalle deliberazioni preparatorie della giuria, il 30 novembre 1932. Era dunque sicuro che sarebbe stato premiato. Il giorno dell’assegnazione, va in place Gaillon, difronte a Drouant, e attende, con sua madre e sua figlia Colette. Porta con sé un piccolo sonaglio d’argento, proveniente dalla culla di sua figlia, che gli serve da talismano. Infine, il Goncourt viene assegnato a Guy Mazeline per Les loups. Appreso il verdetto, dalla rabbia, Céline schiaccia il sonaglio nella mano. Colette lo ha conservato fino ad oggi, come ricordo di quella giornata… Ciò non impedirà al Voyage di vendere 80 000 copie in un anno.

Il successo gli cambierà la vita?
Per niente, visto che il suo secondo romanzo, Morte a credito, che uscirà nel 1936, è accolto meno bene. Numerosi lettori sono scandalizzati da certi passaggi, che devono essere tagliati. Céline continua le sue visite mediche presso il dispensario e si avvicina alla bohème di Montmartre, dove ormai vive. Frequenta i pittori Gen Paul e Henri Mahé, l’attore Robert Levigan, Marcel Aymé… È inoltre affascinato dalle ballerine, la loro grazia, la perfezione dei loro corpi. «Voglio terminare la mia vita nelle scuole di danza», scriverà un giorno… Soprattutto, vivrà molto male il ritorno negli Stati Uniti di Elisabeth Craig, alla quale era molto legato. Andrà in California con la speranza di farle cambiare idea ma, al termine di un incontro drammatico, ritornerà da solo in Francia. Intreccia, allora, una relazione con una ballerina danese, Karen Marie Jensen. Si conoscono alcune relazioni sentimentali con la pianista Lucienne Delforge, una giovane ebrea austriaca, Cillie Pam, o una scrittrice belga, Evelyne Pollet. Aveva preso, a quell’epoca, l’abitudine di assistere a dei corsi di danza. Così, da Blanche d’Alessandri, incontra Lucette Almanzor, una ballerina con la quale va a vivere fino alla fine dei suoi giorni.

Come spiegare che dopo questi due romanzi, Céline si lancia in pamphlets antisemiti?
C’è una immensa ingenuità da parte sua in questa impresa, un atteggiamento disperato alla Don Chisciotte: ha creduto che lui, piccolo scrittore francese, avrebbe potuto impedire la guerra coi suoi libri! Pubblica, dapprima, un breve testo, Mea culpa, che racconta le sue impressioni sul viaggio nell’ URSS comunista. È rimasto sbigottito da ciò che ha visto. Scrivendo Mea culpa, ha preso coscienza di possedere un vero talento come pamphlettista. Ora sente che l’Europa corre verso la guerra e, in quanto veterano del ’14, vuole evitare a tutti i costi una nuova macelleria. Incita a stringere un patto con i tedeschi. Pensa che gli ebrei spingano la Francia alla guerra contro Hitler e che occorra quindi ridurre la loro influenza. Pubblica, dunque, Bagattelle per un massacro nel 1937, poi la Scuola dei cadaveri l’anno successivo. L’eccesso dei suoi propositi, sostenuti da uno stile spesso fiammeggiante, lo costringerà a dare le dimissioni dalle sue funzioni presso il dispensario di Clichy.

La leggenda sostiene che incontri a quell’epoca Jean Moulin…
Probabilmente è vero. L’incontro avrebbe avuto luogo presso un amico di Céline, il dottor Tuset, che abitava a Quimper. È sempre da lui che Céline ha incrociato lo scrittore Max Jacob.

Che fine fa alla dichiarazione di guerra?
Gli succede un episodio buffonesco, molto celiniano: un naufragio in mediterraneo. Nel settembre 1939 diventa medico marittimo per la compagnia Paquet. Si imbarca quindi sulla Chella che effettua la linea verso il Marocco. Ma nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1940, davanti Gibilterra, la nave sperona per sbaglio un avviso (nave a vapore da guerra, NdT) inglese. Ci sono ventisette morti dalla parte inglese e il dottor Destouches soccorre le vittime. La Chella raggiunge bene o male Marsilia. In seguito, Céline vive l’esodo. Era a quel tempo medico al dispensario di Satrouville e partecipa all’evacuazione della città. È quindi in un’ambulanza, accompagnato da Lucette, da due lattanti e da un’anziana signora, che prende la direzione del sud. Il viaggio fu epico e Lucette mi ha raccontato che una notte, hanno dormito in una stalla con un cavallo, cosa che ho potuto verificare per miracolo! Andranno così fino a Saint-Jean-d’Angély, in Charente. Poi, in luglio, Céline risale a Parigi e diventa medico del dispensario di Bezons.

Domanda cruciale: Céline ha collaborato con la Germania durante la guerra?
No, ma ha avuto delle relazioni amichevoli con dei tedeschi, che, in maggioranza, conosceva già prima della guerra. Ho incontrato alcuni di questi per la mia biografia: il dotto Karl Epting, direttore dell’Istituto tedesco a Parigi, il tenente Gerard Heller, che Céline chiamava il «zazou» (giovane appassionato di jazz, NdT), o il colonnello SS Hermann Bickler. Incontrare quest’ultimo fu una caccia al tesoro. L’ho finalmente trovato nella sua proprietà italiana sul lago di Lugano (lago Maggiore, NdT). Céline era stato invitato al famoso viaggio degli scrittori francesi in Germania e rifiutò. Certo, si era recato a Berlino nel 1942 ma era per consegnare alla sua amica Karen Marie Jensen la chiave della sua cassetta di sicurezza presso la banca di Copenaghen, dove aveva depositato dell’oro. Se non ha collaborato, parlando propriamente, possiamo tuttavia rimproverargli la pubblicazione d’un terzo pamphlet antisemita nel 1941, La bella rogna, e soprattutto, la riedizione dei primi due nel 1942, quando tutti erano a conoscenza delle retate e delle deportazioni. Ha anche inviato numerose lettere molto violente alla stampa collaborazionista, in particolare a Je suis partout, sapendo per certo che sarebbero state pubblicate. Lui che non era per nulla incline all’autocritica non manifesterà dopo la guerra che un solo rimorso, terribile: aver forse spinto dei giovani ad arruolarsi nella LVF [Legione dei volontari francesi] al prezzo, per alcuni, della vita.

Poi, alla Liberazione, fugge dalla Francia…
Trascorre la guerra nel suo appartamento in Rue Girardon, dove scrive Guignol’s band, pubblicato nel 1944, e va e viene in Bretagna, in particolare a Saint-Malo dove ha dei legami. Ma prima dello sbarco degli alleati aveva cominciato a ricevere delle piccole bare al suo domicilio. Non c’è dubbio che se fosse rimasto a Parigi sarebbe stato assassinato dai partigiani o condannato a morte dai tribunali. Dai nove mesi di erranza in Germania che seguiranno, ricaverà la materia di tre lunghi e magnifici romanzi pubblicati molto più tardi: Da un castello all’altro, Nord e Rigodon.

Dove va?
Céline ha un’idea fissa, che non lo abbandonerà mai: raggiungere la Danimarca, paese neutrale, dove ha nascosto il suo oro. L’otto giugno ottiene dalle autorità tedesche, per sé e Lucette, un fremdenpass per la Germania. Si fanno inoltre fare dei documenti falsi a nome di Louis-François Deletang et Lucile Alcante. Svuota la sua cassetta di sicurezza del Credit Lyonnais di tutte le monete d’oro, che Lucette cuce all’interno di un gilet speciale, dal quale non si separerà mai. Il 17 giugno, accompagnati dal loro gatto Bebert, dentro un tascapane, prendono il treno per Baden-Baden, « Bains-Bains », come diceva Céline. Resteranno per qualche settimana in questo scenario da operetta. È lì, in agosto, che li raggiunge l’attore Le Vigan, che non li lascerà più fino al marzo del 1945. Per questo motivo sarà uno dei grandi personaggi della Trilogia tedesca. Alla fine dell’estate salgono a Berlino, dove rincontrano il dottor Hauboldt, uno degli alti responsabili della Camera dei medici del Reich. Questi li sistema presso degli amici, i Scherz, a Kraenzlin, un paese vicino a Berlino. Resteranno solo poche settimane in questa porta chiusa del Brandeburgo, ma Céline ne ricaverà un allucinanre romanzo-fiume di 400 pagine, Nord.

Perché, in seguito, vanno a Sigmaringen, enclave francese in Germania, dove s’erano rifugiati il maresciallo Pétain e i principali collaborazionisti?
Non hanno avuto scelta. Vivranno quattro mesi all’ombra dell’immenso castello degli Hohenzollern, dove Lucette fa i suoi esercizi di danza nella sala da ballo. Alloggiano a l’Hotel Löwen. Contrariamente a ciò che si dice, Céline non è stato il medico personale di Pétain – che non stimava e che soprannominava «Philippe le Dernier» - ma la colonia francese. Intrattengono rapporti soprattutto con Abel Bonnard, ministro dell’Educazione nazionale, Jean Bichelonne, ministro della Produzione industriale, e Paul Marion, ex segretario di Stato dell’Informazione. In Da un castello all’altro ha realizzato un quadro penetrante e satirico di questa piccola colonia collaborazionista.

Precisamente, qual è la componente di realtà e quella di fantasia nella trilogia tedesca?
Céline parte sempre da fatti veri, che traspone poi alla sua maniera. Così racconta lungamente come è andato, in treno, a partecipare alle esequie di Bichelonne a Hohenlychen. È un passo epico e prodigiosamente comico. Ora, sappiamo che non ha partecipato a quel viaggio… Ugualmente i mostruosi assassinii della fine di Nord non ci sono evidentemente mai stati. E poi, si ha sempre l’impressione che viva sulle bombe, quando, di fatto, non è mai stato a meno di 200 chilometri dal fronte… [in effetti però Céline in numerosi passaggi dei libri della Trilogia si riferisce ai bombardamenti aerei, che come noto colpivano la Germania praticamente ogni giorno, NdAndrea]

Raggiungeranno finalmente la Danimarca?
Si. Con Lucette lasciano Sigmaringen e, a caso, i treni che prendono, risalgono fino ad Amburgo, poi a Flensburg. Lì la coppia sale su un treno della Croce Rossa svedese per Copenaghen.

Non immaginano che vi resteranno sei anni…
Giunto a Copenaghen, è rinfrancato. Si sistema con Lucette in un appartamento che presta loro la ballerina Karen Marie Jensen, si lascia crescere la barba e aspetta che gli avvenimenti si calmino. Ma, i mesi passano, Céline diventa imprudente. Poco prima del Natale 1945, su richiesta di estradizione da parte della Francia, è arrestato e imprigionato nella Vaestre Fengsel. Ho visitato le celle e non è per niente un luogo allegro, soprattutto per un uomo come lui, assetato di libertà. Malato, dimagrito, invecchia di dieci anni durante i diciotto mesi che trascorre lì. Prima della guerra Céline era un bell’uomo, seducente, alto, gli occhi azzurri; quando tornerà in Francia ha l’aspetto di un vecchio, vestito come un clochard. È liberato sulla parola e va a vivere a un centinaio di chilometri dalla capitale in una piccola capanna.

Sarà giudicato in Francia?
C’è dapprima un lungo giocare al gatto e al topo tra le autorità danesi e quelle francesi. Grazie al suo avvocato, molto influente, Céline beneficia della benevolenza di molti personaggi importanti della Danimarca. I danesi, infine, rifiutano la sua estradizione. In Francia lo scrittore è difeso da Albert Naud poi da Jean-Louis Tixier-Vignancour. È quest’ultimo, vero genio della difesa, che ottiene l’amnistia per Céline grazie a un espediente. Dopo la condanna a un anno di prigione della Corte di Giustizia, Tixier domanda al Tribunale militare l’amnistia per uno dei suoi clienti, Louis Destouches, veterano, senza precisare che si tratta di Louis-Ferdinand Céline. I giudici non si accorgono di nulla e, il 20 aprile 1951, lo amnistiano.

Che fa allora Céline?
Prende in considerazione varie soluzioni. Raggiungere Le Vigan in Argentina, il suo amico Zuloaga in Spagna o stabilirsi in Marocco! Alla fine, poiché la lingua francese gli manca terribilmente, decide di ritornare in Francia. A cinquantasette anni prende l’aereo per la prima volta. Dopo qualche settimana presso la famiglia di Lucette a Menton e presso degli amici a Neuilly, la coppia acquista un villino, in route des Gardes, a Meudon grazie alla vendita di beni che la famiglia di sua moglie possedeva in Normandia. Lì, durante dieci anni, porta a compimento il suo personaggio di cane rognoso delle lettere francesi. È una specie di esilio volontario. Si reca molto raramente a Parigi, vede pochi amici come Marcel Aymé o Roger Nimier.

Che ne è della sua opera d’anteguerra?
In seguito all’assassinio del suo editore, Robert Denoël, nel 1945, si oppone molto violentemente alla sua erede, Jeanne Loviton. Vieta tutte le riedizioni dei pamphlets e recupera finalmente i diritti del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito. Un giovane giornalista, Pierre Monnier, li aveva coraggiosamente pubblicati, in poche copie, mentre era esiliato in Danimarca. Ma Céline è infuriato di non poter più, praticamente, ricevere alcun diritto d’autore. « Il Voyage vale una fattoria, una fattoria che va avanti da sola, una fattoria magica! », scrive al suo avvocato danese nel 1946. Perciò, appena arrivato in Francia, il 18 luglio 1951, uno dei suoi primi atti sarà di firmare un contratto con Gaston Gallimard, che non voleva «perdere» Céline una seconda volta. L’editore accetta tutte le richieste dello scrittore, pure molto alte: la riedizione dei suoi vecchi romanzi, un anticipo di cinque milioni di vecchi franchi, delle mensilità e il 18% dei diritti d’autore sui libri futuri. Ciò che non impedirà a Céline, di cui la riconoscenza non è la principale qualità, d’insultare il suo editore in alcuni testi divenuti famosi, in cui lo tratta da «droghiere disastroso» o da «vecchio nasello libidinoso»…

Céline ritrova il suo status di «star» delle lettere?
Gli inizi sono difficili. I tempi sono cambiati, Sartre e Camus appartengono all’alta società, e viene guardato come un sopravissuto d’anteguerra. Pantomima per un’altra volta (1952) e Normanne (1954), seppure bei libri, sono dei fiaschi, di cui vengono venduti alcune migliaia di copie. Bisognerà attendere Da un castello all’altro, nel 1957, lanciato da una famosa intervista all’ Express, perché sia nuovamente riconosciuto. La consacrazione quando gli viene annunciato che presto verrà pubblicato nella Pléiade. Da allora moltiplica le interviste alla stampa e fa delle apparizioni memorabili alla televisione. Di fronte alle telecamere recita sopra le righe il suo personaggio di misantropo. Ma la sua personalità era molto più complessa di così. Era un uomo al tempo stesso avaro e generoso, anarchico e amante dell’ordine, pacifista e militarista, ricco d’umanità eppure capace di scrivere i pamphlets…

Questo vecchio avventuriero termina la sua vita in letteratura?
Si. Ha esposto la sua targa di medico e si è iscritto all’ordine dei medici per poter, un giorno, percepire la pensione, ma i clienti sono pochi, scoraggiati dalle sue apparenze. Lavorerà fino al suo ultimo respiro, quando la malattia l’avrà logorato e la sua calligrafia si sarà fatta sempre più tremolante. Scrive migliaia di pagine che tiene unite con delle mollette da bucato. Il 30 giugno 1961 termina Rigodon e informa Gaston Gallimard per posta. Ha terminato la sua opera, può morire. L’indomani, il primo luglio, si spegne in silenzio. Lucette non annuncia subito la notizia. Solo una manciata di persone, le più vicine, tra le quali Arletty e Marvel Aymé, assistono alle esequie nel vecchio cimitero di Meudon. Sulla sua tomba, Lucette ha fatto incidere un veliero trialbero – omaggio al Brettone amante del mare e dei porti – e questo semplice epitaffio:
« Louis-Ferdinand Céline/Docteur L.-F. Destouches/
1894-1961 ».
Intervista realizzata da Jérôme Dupuis

(Traduzione di Gilberto Tura)

Tratto da “LIRE, HORSE SERIE” N° 7 - 2008


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Ringrazio tantissimo Gilberto per aver tradotto questa lunga e interessante intervista!


Andrea