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sabato 12 gennaio 2013

"Céline ci scrive" recensito su Repubblica di oggi!


CÉLINE, LE LETTERE DELLA VERGOGNA

FONTE: GIUSEPPE DIERNA - LA REPUBBLICA | 12 GENNAIO 2013

Pubblicate in Italia le missive inviate ai giornali filonazisti. Nei testi usciti sulla stampa collaborazionista l´autore di "Viaggio al termine della notte" riprende i temi dei suoi pamphlet in un delirio di logorrea antisemita

Il fatto è noto. Il dottor Louis-Ferdinand Destouches, in arte Céline, uno di quelli che hanno veramente cambiato la letteratura nel Novecento, dopo aver pubblicato i suoi primi due capolavori sforna tra il 1937 e il ´41 tre esplosivi e obbrobriosi pamphlet (Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri e La bella rogna) nei quali riversa quel suo livore per l´universo mondo che i romanzi avevano già lasciato intravedere, ma velato dietro una scrittura struggente e talvolta addirittura lirica. Quello che, però, nei pamphlet esplode è soprattutto un insanabile furore che ha per bersaglio gli ebrei, visti come gli artefici di una cospirazione mondiale che mira al controllo dell´economia e della politica, e disegnati utilizzando tutto il corollario di luoghi comuni e insulti elaborato da secoli di antisemitismo. Fatto, questo, che era costato allo scrittore una condanna a morte in contumacia da parte della Resistenza, l´indegnità nazionale, un ostracismo durato decenni, e - per arrivare a oggi - la cancellazione di ogni celebrazione ufficiale per i cinquant´anni dalla sua morte.
Com´è ugualmente noto, mentre il Tribunale di Parigi decideva del suo destino, Céline aveva sempre sdegnosamente negato ogni attiva partecipazione al regime filonazista del maresciallo Pétain, insediatosi dopo l´occupazione tedesca della Francia (negando anche - e qui stava davvero esagerando - il carattere antisemita dei pamphlet), escludendo categoricamente di aver «mai scritto un articolo su un giornale». Non erano infatti articoli. Erano lettere. Pubblicate ora per la prima volta in italiano, insieme a quell´autodifesa lievemente menzognera: Céline ci scrive (sottotitolo: Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944, Edizioni Settimo Sigillo, 240 pagine, 25 euro).
In una trentina di missive, uscite sui peggiori periodici filonazisti (per la maggior parte foraggiati dagli occupanti) accanto a becere vignette antisemite, Céline riprende motivi sviluppati nei pamphlet, anzi talvolta ad essi rimanda, infastidito dal doversi ripetere, come quando - rispondendo a un´inchiesta dell´Appel sul tema «Bisogna sterminare gli ebrei?» - scrive: «Ne ho abbastanza di ritornare sulla questione ebraica. Tre libri categorici bastano, credo». Una delirante "logorrea antisemita" ripropone il già noto: la minaccia ebraica e la loro bassezza morale («gli ebrei sono responsabili della guerra, o no?»), la flaccidità del governo di Vichy («capo conigliera dei letamai ebrei») e la debolezza degli antirazzisti francesi, per cui una lettera lamenta «il sabotaggio sistematico del razzismo in Francia per mano degli stessi antisemiti. Per giungere, infine, a suggerire nel settembre del ´42 (quando sono già cominciate le deportazioni di ebrei dalla Francia e le SS hanno sostituito l´esercito a Parigi) che la Francia venga divisa in una zona ariana al Nord («lavoratrice e razzista») e una al Sud, in mano agli ebrei. Ma è davvero troppo e la rivista preferisce censurare il suggerimento.
La posizione di Céline nei circoli collaborazionisti è infatti quella di un estremista isolato. Robert Brasillach - collaborazionista poi fucilato - scrive nel ´38 dei suoi libelli: «Se ragionassi come lui potrei affermare che quest´opera è stata scritta da un certo Celinemann, detto Céline, col fine di mettere in cattiva luce gli antisemiti». Al percorso "politico" di Céline di quegli anni è dedicato il documentatissimo volume di Francesco Germinario, Céline. Letteratura politica e antisemitismo (Utet, 157 pagine, 16 euro), che spiega come - in un clima di latente antisemitismo risvegliato in Francia dalla vittoria elettorale del Fronte Popolare nel ´36 - la tesi del cospirazionismo ebraico permette allo scrittore di «fuoriuscire dal quadro di disperata impoliticità che aveva caratterizzato i romanzi dell´esordio», convinto com´era che la rinascita della nazione dovesse necessariamente passare attraverso quella «rinascita in senso razziale» messa ferocemente in opera dal nazismo. Incomprensibile Céline, che negli stessi giorni riutilizza le minute di quelle stesse lettere per scriverci sul retro Guignol´s Band, lo splendido romanzo della sua prima rinascita!


Rece... e scheda libro (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2011)



martedì 17 aprile 2012

"Céline ci scrive - Le lettere di L.-F. Céline alla stampa collaborazionista francese" recensito da Patrizio Paolinelli

 

L’ingenuo perfetto. Le lettere di Céline alla stampa collaborazionista

di Patrizio Paolinelli 


Talvolta non c’è niente di più antipoetico della vita di un poeta. Non fa eccezione la parabola di Louis-Ferdinand Céline negli anni in cui cede ai richiami della teoria della razza, all’anticomunismo viscerale, al nazismo. Vero poeta Céline racchiude dentro sé l’infinito spettro del sentire umano. Si tratta di una pressione incontenibile, insopportabile, dolorosa. Una pressione che conduce lungo le strade dell’incomprensione, della follia, dell’emarginazione. Strade battute dal Céline ossessionato dal complotto giudaico e respinto dalle tante destre che pensava lo avrebbero accolto a braccia aperte come ideologo tout court.
Percorrendo vie che non portano da nessuna parte a un certo punto Céline libera i demoni che dettano Bagatelles pour un massacre e i successivi pamphlet antisemiti. Libelli disperati, scritti di getto, a metà strada tra politica e letteratura. Libelli che danno voce alla cattiva coscienza di un uomo terrorizzato da un nuovo conflitto europeo. Con lo scoppio della guerra la prudenza avrebbe consigliato a Céline il ritiro dalla scena. Invece lo scrittore radicalizza ancor più le proprie posizioni politiche. Compromissione che finalmente anche il lettore italiano può verificare grazie alla recente pubblicazione di Céline ci scrive (Settimo Sigillo, 240 pagg., 25 euro). Un testo che riproduce gli interventi dello scrittore sulla stampa collaborazionista francese tra i 1940 e il 1944. Ideatore e curatore della raccolta è Andrea Lombardi, studioso di storia militare, appassionato lettore dell’opera di Céline e animatore del più importante blog italiano dedicato allo scrittore francese (http://lf-celine.blogspot.com).
Céline ci scrive è un lavoro importante. Intanto, perché almeno in parte colma il vuoto lasciato dal divieto di Céline di rieditare i tre pamphlet che tanti guai gli hanno procurato. Poi, perché le lettere alla stampa collaborazionista mancano quasi del tutto dei tanti passaggi poetici che caratterizzano i libelli consegnandoci per così dire il Céline integralmente politico. Infine, perché dopo aver concluso la lettura del libro ci rendiamo conto che il poeta prevale nettamente sul polemista.
Come si arriva a tale conclusione? Non certo prestando orecchio alle proposte politiche dello scrittore. Proposte che resteranno del tutto ininfluenti sulle scelte degli occupanti tedeschi e del governo di Vichy. Sia con i libelli che con le lettere alla stampa collaborazionista Céline grida nel deserto. Nessuno lo ascolta, talvolta è persino censurato, ma lo si lascia urlare perché non si può negare la parola a chi col Voyage au bout de la nuit ha rivoluzionato il romanzo francese, non si può negare la parola a un mostro sacro della letteratura.
In quanto a mostruosità Céline non si fa certo pregare. Nelle lettere alla stampa collaborazionista pretende la pulizia razziale della nazione, accusa Pétain di essere filosemita, taccia i francesi di debolezza, codardia e degenerazione, esalta la crociata antibolscevica, reclama sangue per la causa ariana, chiede fanatismo assoluto per la comunità di popolo e ovunque l’ebreo-comunista deve essere stanato. Ovunque: anche dentro i francesi purosangue. Ma i francesi sono purosangue? No. Ed ecco allora Céline avanzare l’idea di dividere la Francia in due parti: quella del Nord, lavoratrice e razzista, con capitale Parigi, e quella del Mediterranea, bizantina e latina, con capitale Marsiglia. Troppo, anche per gli estremisti della destra più reazionaria.
Se non si presta ascolto a queste farneticazioni cosa resta del polemista Céline? La solitudine e lo stupore. Ossia una condizione e una qualità del poeta. Non è esclusivamente politica la chiave per comprendere le lettere alla stampa collaborazionista (così come i pamphlet) perché politicamente Céline è l’ingenuo perfetto: colui che crede alla completa adesione tra parole e fatti. E l’ingenuo perfetto si stupisce enormemente quando la realtà non è coerente con le promesse. In Céline lo stupore si trasforma in rabbia, in un’esigenza ancora maggiore di perfezione. Finisce così per isolarsi sempre di più.


VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del lavoro, 14 aprile 2012.



domenica 23 ottobre 2011

Céline e quelle lettere maledette, recensione di "Céline ci scrive" su Rinascita






Céline e quelle lettere maledette

di Angelo Spaziano


Per i tipi del Settimo Sigillo è da poco in libreria il saggio “Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-44”, a cura di Andrea Lombardi, con prefazione di Stenio Solinas.
L’opera sarà presentata oggi, alle 18 e 30 a Roma, nello spazio culturale “Foro 753”, in via Beverino 49, a Roma. Già la veste tipografica del testo è, di per se, una chicca. Non meno importante è il fatto che in questo volume vengono tradotte per la prima volta in italiano le lettere “maledette” di Louis-Ferdinand Destouches, alias Celine. Missive che il celebre letterato francese inviò ai vari organi di stampa della Repubblica di Vichy nel periodo della II guerra mondiale compreso tra l’arrivo dei tedeschi a Parigi e la vigilia che precedette la caduta del Terzo Reich. Nella prefazione Stenio Solinas tratteggia l’intera vicenda biografica dell’autore transalpino con una prosa che sa di poesia. Al tempo stesso il noto giornalista dà al lettore a secco di notizie tutte le informazioni utili sul carattere, gli ideali e i sentimenti dell’uomo di Courbevoie.
Caratteristiche che fanno dello scrittore d’oltralpe un soggetto stilisticamente non omologabile, né tantomeno “inquadrabile” in alcuna corrente letteraria di definizione accademica. Céline è Céline, insomma, un cane sciolto, uno spirito libero, un’anima inquieta e tormentata, individualista, anarchico, nichilista, razzista, rivoluzionario, antiborghese, antibolscevico e ferocemente ostile pure ai “terroni” di casa. Fino al punto da augurarsi la secessione della parte nord dell’Hexagone da quella sud, “meticcia”, “papista” e “massonica”. Il saggio introduttivo ci offre, inoltre, un rapido excursus sulle opere dello scrittore e ci fa comprendere perché è necessario leggerlo. Il fatto è che il burbero uomo di cultura è stato il primo, se non l’unico, che già agli albori del XXI secolo aveva individuato nella penosa decadenza politica, culturale e morale francese innanzitutto e dell’Europa in secondo luogo le tare dello spirito che attualmente avvelenano la nostra società e l’occidente tutto. Nell’introduzione che segue la prefazione, Andrea Lombardi scrive infatti che, proprio come vaticinava Céline: “I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato”.
E questo convincimento è presente ove più ove meno un po’ in tutte le opere dell’autore di “Viaggio al termine della notte”. Già il continuo affiancare il linguaggio popolaresco a quello erudito, unito al frequente uso di iperboli ed ellissi, impone Louis-Ferdinand come un innovatore nel panorama culturale transalpino e non solo. Tuttavia egli risulta a tratti insopportabile, offensivo, spudorato, oltraggioso, irriverente. Troppo diretto, troppo poco diplomatico, troppo privo d’orpelli intellettuali per piacere ai sensibili palati del pensiero omologato. Le sue lettere hanno la sagacia ed il mordente d’un Seneca e, soprattutto, sono “docce gelate” potenzialmente letali per le tiepide, tremule “animucce” del culturame politicamente corretto di stampo gallico. Per Céline null’altro che una manica d’ignavi e soppiattoni. Gente senza onore che, presagendo la fine del lungo conflitto che travagliava la Francia, dopo aver inneggiato all’occupante tedesco, già si preparava a fare il “salto della quaglia” in soccorso del vincitore angloamericano. Nell’epistola al “Je suis partout” del 15 giugno 1942, ad esempio, il castigamatti prende spunto dalla censura che ancora mette all’indice il suo romanzo “Beaux draps” per descrivere la nazione d’Oltralpe come un “continuum” spaziotemporale di vigliaccheria cronica e piaggeria inveterata. Una realtà affetta da una mortificante vocazione al conformismo che attraversa lo spirito della nazione celtica da un governo all’altro, da uno pseudoidealismo all’altro, svendendola per un piatto di lenticchie alla lobby che in quel momento risulta la più potente o la più di moda. Così come, in un’altra lettera inviata alla redazione del collaborazionista ”Je suis partout” del 9 luglio 1943, l’autore sembra tracciare con decenni d’anticipo sui tempi il deprimente identikit della nostra “trista, omologata, opulenta, borghese società”.
Proprio alla luce di tutto questo anticonformismo rancoroso e inconciliabile con il buon senso un tanto al chilo e con la politica accomodante e accattona dei guitti della partitocrazia, Céline viene ancora ostracizzato e bandito dai salotti letterari e dalle aule accademiche di Marianna. Non per niente Lombardi, riallacciandosi alla presentazione di Solinas, stigmatizza come a tutt’oggi non si riesca a trovare un solo critico sufficientemente onesto che sappia parlare dello spiritaccio di Clichy senza etichettarlo come “anti” o come “pro”. Nessuno, insomma, che valuti a pieno le capacità letterarie e stilistiche di un autore che, per quanto “maledetto” e scomodo, ha saputo spaziare da maestro nell’universo letterario novecentesco francese ed europeo, veleggiando di bolina dai pamphlet più ironici ai romanzi più puramente intimistici. Infatti, malgrado il suo innato senso della protesta, il caratteraccio impossibile e l’inguaribile misantropia, lo scontroso medico dei poveri riesce a ritrarre la realtà umana delle desolate periferie parigine con parole che sembrano stilettate al curaro, certo, ma anche con accenti dolci e delicati, quasi poeticamente nostalgici. La lettura di questo carteggio così “doloroso”, così sconsolato e inconsolabile, è agevolata anche dalla valida traduzione di Valeria Ferretti, fedele al testo originale e, insieme, elegante nella forma italiana. Interessanti i dagherrotipi dell’epoca che fungono da piacevole intervallo tra lettera e lettera. Spunti su cui meditare provengono anche dai tre articoli conclusivo-riassuntivi che completano il volume: “Il dialogo franco-tedesco: il caso L.F. Céline”, di Joseph Jurt; “L’altra parte della barricata”, di Andrea Lombardi; “Céline non ci ama” di Karl Epting. Intervistato da Claude Sarrante di “Le Monde” Céline avrà un giorno a dire: “Solamente a noi è stata data la parola. Questo fa l’uomo politico, lo scrittore, il profeta. La parola è orribile… ma arrivare a tradurre quell’emozione è così difficile che lei neppure se lo immagina, è sovrumano, è un’abilità che uccide”. E lui infatti risultò essere la prima vittima di se stesso e del suo dannato talento, indomito e senza compromessi.

martedì 18 ottobre 2011

Presentazione del libro CÉLINE CI SCRIVE @ Foro 753, sabato 22 ottobre ore 18.30




SABATO 22 OTTOBRE 2011

dalle ore 18.30


CÉLINE CI SCRIVE!


Presentazione del libro: CÉLINE CI SCRIVE



con:



- Enzo CIPRIANO Ed. Settimo Sigillo

- Roberta DI CASIMIRRO Commissione Scientifica Biblioteche di Roma e giornalista RAI

- Andrea LOMBARDI Curatore del testo

- Elena BARLOZZARI Foro753

a seguire:


Rappresentazione Teatrale CÉLINIANA

Incontro di Parole e Musica da un'idea di M.M. MERLINO

a cura del Laboratorio Teatrale SetteCinqueTre

a seguire APERITIVO

martedì 4 ottobre 2011

"Céline ci scrive" recensito da Adriano Scianca sul "Secolo d'Italia"...





Le lettere di fuoco del sulfureo Céline

In un libro le missive dello scrittore ai giornali "collabò"

di Adriano Scianca


Una Feltrinelli o una Einaudi qualsiasi, probabilmente, avrebbero sorvolato. Tagliuzzato, selezionato. Epurato. Perché lo scandalo va coltivato in serra, controllato, reso potabile o altrimenti nascosto sotto al tappeto. Settimo Sigillo, invece, ha avuto il coraggio della verità. Ed è così che, proprio per i tipi della casa editrice romana, è potuto arrivare sugli scaffali delle librerie italiane questo incredibile Céline ci scrive (a cura di Andrea Lombardi, pp. 240, € 25,00), raccolta senza censure e senza attenuazioni delle lettere scritte dal dottor Destouches alla stampa collaborazionista francese tra il 1940 e il 1944. È un cazzotto allo stomaco, diciamolo subito. Anche il lettore meno sensibile al politicamente corretto, infatti, avrà qualche giramento di testa nell'avere a che fare con un Céline «sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato», come dirà Ernst Junger. Sarebbe ovviamente una indebita edulcorazione quella che volesse stemperare le invettive céliniane degradandole a mero artificio retorico. Ma di sicuro si ha spesso l'impressione che Io scrittore ponga sul piatto gli argomenti più sulfurei per portare il discorso all'estremo, per stanare ipocrisie e trasformismi. Certe cose, infatti, «chi le scriveva allora? Nessuno. Chi baciava le ciabatte a Blum? Tutti. I blumisti di ieri sono gli hitleriani di oggi, pressappoco.e se cambia il vento, i comunisti di domani». Di fronte alle piccole viltà di chi cade sempre in piedi, Céline invoca coerenza fino al punto di rottura, chiedendo al prossimo l'estremismo come cartina di tornasole della autenticità. È un gioco pericoloso, però. E un bel po' sulfureo. Così facendo, l'autore del Voyage riuscirà per-sino a farsi censurare da alcune riviste collaborazioniste che pure non è che ci andassero leggeri su certi temi. Come quando, nel 1942, manderà a Je suis partout un articolo in cui chiederà di dividere la Francia in due: quella a nord della Loira, ariana e fascista, e quella a sud, "sovralgerica", meticcia ed ebraicizzante... Fa tuttavia bene Andrea Lombardi a porre in appendice una breve ma significativa antologia di poesie e prose antifasciste dell'epoca, dove l'invito ad ammazzare, sterminare, violentare, se possibile godendone luciferinamente, è ribadito con eguale enfasi e forse persino con un po' più di serietà. A Céline, rispetto a Louis Aragon, va semmai ascritto il merito di aver sparso parole di fuoco infischiandosene del senso della storia, della pretesa oggettività di un sistema filosofico, dello scintillio delle buone intenzioni. Oltre al fatto di non essersi meritato una stazione della metropolitanaa suo nome, cosa che invece è accaduta, a Parigi, al cantore della Gheppeù. Il poeta comunista, non a caso, attenderà il sol dell'avvenire senza fretta, nella sua lussuosa villa con parco di sei ettari. Céline e consorte, invece, avranno diversa fortuna. Della coppia, all'epoca buia dell'epurazione, ha tratteggiato questo gustoso - quanto amaro - ritratto Stenio Solinas, nella lunga introduzione al libro: «Lui la chiama urlando, e impreca se lei non risponde, lei gli replica per le rime, il pappagalloToto si intromette e a sua volta ripete le ingiurie del suo padrone... Per i vicini non è una musica paradisiaca, aggravata dal fatto che quando i cani si mettono ad abbaiare Céline non li zittisce, ma anzi li aizza, come se alle porte ci fosse il nemico...». Cani, gatti, pappagalli. Vestiti sempre più simili a stracci, uno spago per tener su i calzoni. È l'altra faccia dello scrittore maledetto. Che, del resto, continuerà fino alla fine a spiazzare chiunque deciderà di avvicinarsi alla sua controversa figura. «Chi è portato al compatimento - spiega ancora Solinas - si ritrova spesso e volentieri scavalcato dall'accorgersi che l'oggetto compatito in realtà calcola, sor-veglia, non sbaglia una mossa, piange a comando, insulta e si ritrae. Chi vorrebbe smascherare il vecchio gigione, scopre orgogli insospettabili, nobiltà di comportamenti, suprema indifferenza per "valori" allora (come oggi) alla moda: il successo, gli agi, le comodità...». L'inafferabilità del personaggio è narrata anche da Karl Epting, dal 1933 al 1944 direttore dell'Istituto tedesco di Parigi, che metterà giustamente l'accento sul «contrasto profondo tra la sua presa di posizione verso le collettività impersonali, per esempio, americane, inglesi, russe, ebraiche e massoniche, nella quale poteva essere di una crudeltà che, nei suoi discorsi, arrivava sino al parossismo, e il suo comportamento verso l'individuo concreto, uomo o animale che fosse, nel quale non ha mai cessato di restare il medico e il protettore». È questo che fa di Céline un oggetto sempre sfuggente, sempre indecifrabile. Un filantropo che aveva deciso di sputare in faccia al mondo. Un irregolare del pensiero, lingua di fuoco e braccia accoglienti. Senza uno straccio di stazione della metro a suo nome.


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Aspettiamo i vostri commenti sul libro!


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mercoledì 14 settembre 2011

"Céline ci scrive" recensito su Booksblog!






Céline ci scrive, le sue lettere "maledette" tradotte e pubblicate per la prima volta in italiano



Sono passati cinquant’anni dalla morte di Louis Ferdinand Céline, cinquant’anni in cui lo scrittore maledetto per eccellenza è stato trattato in ogni modo. Da ogni parte politica, da destra e da sinistra, Céline è stato, in quanto scrittore, oltraggiato. Nel mondo letterario, nessuno più di lui in questi cinquant’anni ha subito più tentativi di strattonamento verso l’una o l’altra parte politica. La pubblicazione di questo «Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944», a cura di Andrea Lombardi, potremmo dire che contribuisce al dibattito come una bomba a mano contribuisce a una rissa, vale a dire mandando tutti al tappeto e mettendo in evidenza l’inutilità dell’alterco. Le lettere ora pubblicate, infatti, sono a tutti gli effetti “maledette”, sono illeggibili per qualunque benpensante, sono inammissibili, oltraggiano praticamente ognuno dei principi su cui abbiamo costruito il mondo occidentale contemporaneo. Eppure, io credo, sono lettere che fanno bene proprio per questa loro indigeribilità, perché ci mostrano quanto sia inutile e idiota cercare di trasformare un uomo in un vessillo e costringerlo a sventolare da una parte o dall’altra, soprattutto quando si parla di Céline. Céline, l’uomo, era una personalità lontana da questo tipo di logica come il nostro pianeta dalla stella più vicina. Chi si affanna a cercare di farlo schierare, non solo non ha capito nulla di quel formidabile e spiazzante anarchico, ma non ha capito nulla neppure della Letteratura.



Tutto ciò che può essere detto sulla visione politica di Céline, o almeno, tutto ciò che può interessare noi, i suoi lettori dell’inizio del XXI secolo, è ben riassunto in una frase nell’introduzione al libro scritta da Andrea Lombardi:


rendendoci pur conto che pensare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sensibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”


Lombardi, sempre nella sua introduzione, cita anche un brano di Pontiggia, traduttore delle Bagatelles, un brano che illumina la vera forza di questo scrittore, un brano che vale la pena di leggere:


Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomunisti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tempesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pugile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denunciato. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazione: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrittori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea.







lunedì 5 settembre 2011

"Céline ci scrive" ora disponibile!!!






L'editore ci segnala che il "Céline ci scrive" è ora finalmente disponibile! Valeria e io speriamo che il libro vi piaccia, e ogni vostro commento è benvenuto!

Louis-Ferdinand Céline,

«Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944».

A cura di Andrea Lombardi
Prefazione di Stenio Solinas

Presentiamo qui, per la prima volta in italiano, le discusse lettere e gli scritti di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese e apparse su “Je suis partout”, “Au Pilori”, “Germinal”, “La Gerbe”... I temi toccati da Céline in queste lettere “maledette”, vanno dalla disfatta del 1940 e Vichy, gli ebrei, il razzismo, la guerra, la collaborazione franco-tedesca e gli intellettuali, alla polemica letteraria contro Proust, Cocteau e Peguy. Nel volume sono anche riprodotte le pagine originali delle ormai introvabili riviste e quotidiani dove apparvero gli scritti tradotti, mentre le appendici comprendono la risposta di Céline alle accuse della Procura francese, un ricordo di Céline scritto da Karl Epting, direttore dell’Istituto Tedesco di Parigi, un breve saggio sulla cultura politicizzata della Sinistra in quegli stessi anni e uno sui rapporti tra gli intellettuali francesi e tedeschi, e numerose fotografie.

F.to 15x21, pagg. 240, numerose ill. in b/n, brossura, Euro 25,00



Edizioni Il Settimo Sigillo, info@libreriaeuropa.it, tel. 06.3972.2155




Per ordinarlo online cliccare qui:






venerdì 10 giugno 2011

"Céline ci scrive" in anteprima su Libero di oggi




Allora, ecco in anteprima su Libero e Satisfiction la sorpresa che vi abbiamo preparato per il cinquantenario della morte di Céline. Il cappello introduttivo è della redazione di Libero (PS nell'articolo c'è un piccolo errore; contrariamente a quanto scritto nell'articolo, la lettera in questione è inclusa nel libro).


Ringrazio sin da ora chi ha collaborato alla realizzazione del libro: Valeria Ferretti, Stenio Solinas, Gilberto Tura, Simona Oddo, Stefano Fiorucci, Jeannine Renaux e Marc Laudelout, l'editore Enzo Cipriano, e Gian Paolo Serino, Satisfiction e Libero.



Un ringraziamento particolare, veramente di cuore, va a Solinas perchè, oltre alla prefazione, con mio grande stupore mi ha rinviato il manoscritto dopo averlo corretto e rivisto; una cortesia veramente inaspettata e di grande valore.



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Pubblichiamo qui a fianco una lettera di Louis-Ferdinand Céline, datata 15 giugno 1942 e indirizzata all’amico Henri Poulain, contenuta nel numero 11 della rivista letteraria gratuita “Satisfiction”, diretta da Gian Paolo Serino, in uscita il 28 giugno. Come vedrete, si tratta di un testo molto duro, dai forti connotati razzisti e antisemiti. Talmente sgradevole, a tratti, che Andrea Lombardi - esperto conoscitore dello scrittore francese, di cui ha molto scritto e del quale ha curato varie pubblicazioni - ha preferito non inserirlo nel volume Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline nella stampa collaborazionista francese, 1940-1944 (prefazione di Stenio Solinas, edizioni Settimo Sigillo) che ha meritoriamente importato (uscirà in libreria a metà luglio). Del resto, nemmeno in Francia questa lettera ha suscitato reazioni particolarmente favorevoli, come ci si può immaginare. La riproduciamo perché siamo convinti che di un grande autore come Céline si debba conoscere tutto, anche il lato più terrificante efastidioso, il quale certononpuò essere separato dalla sua straordinaria opera di romanziere. Ovviamente, non aderiamo alle bestialità che il francese, seppur con prosa splendente, inserisce nella missiva. Anzi, i contenuti per larga parte ci ripugnano. Però siamo convinti che vadano conosciuti, così come sarebbe ora di pubblicare un libro scandaloso e proibito come Bagattelle per un massacro, disponibile nel nostro Paese solo in edizioni pirata o in ristampe anastatiche di una vecchia edizione di epoca fascista. Ci sembra un’enorme ipocrisia non diffonderlo, visto che il contenuto è facilmente reperibile su Internet. Esattamente come le parole di questa lettera: in lingua originale è semplicissimo trovarla sul web. Qui avete occasione di leggerla, in tutta la sua crudeltà, in tutta la sua superficialità che sembra impossibile per un genio quale era Céline. Eppure l’ha scritta: per questo la stampiamo.





Fouesnant il 15 giugno





Mio carissimo Poulain, mi coglie su due piedi! Ah, capita bene! Capita a fagiolo! Mi chiede un articolo. Prenda questa lettera e a gratis! Celebrare un anniversario? Quello dei Beaux draps? Perbacco! Sempre proibiti! I governi si succedono, giostrano i loro destrieri, la loro musichetta, e patatì e patatà... e niente cambia intendiamoci. Glielo dico molto educatamente. La storia della Francia continua. Piccolissimo indizio mi dirà: narcisismo d’autore che vede il mondo solo dal suo ombelico. La Francia continua! Come vorrà! Andrà avanti senza di me! Non se n’avrà a male. Maurois, Bernanos, adulati, classici a Tolosa, Céline nella merda.
Tutta una corsa verso Haiti
Domani Duhamel grande censore. Tutto questo è proprio regolare, può sorprendere solo un coglione. La Francia odia istintivamente tutto ciò che le impedisce di darsi ai negri. Li desidera, li vuole. Buon pro le faccia! Che si dia! tramite l’Ebreo e il meticcio, tutta la sua storia in fondo è solo una corsa verso Haiti. Quale ignobile cammino percorso dai Celti agli Zazou! Da Vercingetorige a Gunga Diouf. Tutto qua! Tutto sta lì! Il resto non è che farsa e discorsi. La Francia muore dalla voglia di finire negra, la trovo piuttosto a puntino, marcia, zeppa di meticci. Mi fanno proprio ridere quando mi dicono 5 o 800.000 ebrei in Francia! La battutona! Solo Saint-Louis, l’eletto, ne fece battezzare 800.000 tutti in una volta nella Narbonense! Pensi se hanno avuto prole! Altri 50 anni, e nemmeno un francese che non sia meticcio di qualcosa in “ide”, araboide, armenoide, bicoide, polaccoide... E chiaramente “francese” 100.000 volte più di lei e di me. L’arroganza “patriottica”, la faccia tosta, è sempre in proporzione al meticciaggio, alla giuderia personale. Un altro bel giornale è da creare, molto opportuno, il “giallo e nero” em - blema del futuro francese. Se la guerra civile fosse durata sarebbe del resto già fatto. Avremmo due milioni di morti, ariani, sostituiti immediatamente (Mandel dixit) da due maggioranza schiacciante desidera con tutto sé stesso la sconfitta assoluta della Germania e del suo ideale razzista. Bisogna come proclama Churchill «cancellare l’Hitlerismo dalla mappa del mondo». Mi spiego.
Il colpo di grazia della guerra ’14-’18
Il padiglione nazionale francese copre tutte le mercanzie. La Francia attuale così meticcia non può essere che antiariana, la sua popolazione assomiglia sempre più a quella degli Stati Uniti d’America. Stessi auspici, stessa politica profonda. Attoniti dappertutto riuniti per ordine ebreo, più qualche rimasuglio nordico e celtico a rimorchio, del resto fusi, in via di estinzione (suppergiù come i pellirossa). Veda le nostre squadre nazionali sportive, accozzaglie grottesche, frettolose ammucchiate di non importa chi, pescati non importa dove, dall’Africa alla Finlandia! Il colpo di grazia, senza dubbio, ci fu inferto dalla guerra del ’14-’18: due milioni di morti, più di cinque milioni di feriti e di abbrutiti dai combattimenti e dall’alcol, ossia tutta la popolazione maschile valida, (in maggioranza ariana ben inteso) sfinita, annientata. E tra questi certamente tutti i nostri quadri reali, tutti i nostri capi ariani. La faccenda dei capi! La massa non conta. È plastica, anonima, fa carne, peso di carne, tutto qui. La guerra, la vita lo dimostrano. La massa, la truppa non vale che solo attraverso i suoi quadri, i suoi capi. La truppa meglio inquadrata vince la guerra. È il segreto, il solo. I nostri capi, i nostri quadri sono morti durante la guerra super criminale del ’14-’18. Sono stati immediatamente sostituiti al volo dall’afflusso degli armenoidi, araboidi, italoidi, polaccoidi etc. tutti estremamente avidi, cullati da sempre nel sogno, nei loro paesi infetti, di venire a recitare qui la parte dei capi, di asservirci, conquistarci, (senza alcun rischio). Un ottimo affare! I nostri eroi del ’14-’18, cedettero loro senza esitare i posti ancora caldi. Furono occupati immediatamente. 4 milioni di pulcinella anti-francesi nell’anima e nel corpo, soltanto francesi di chiacchiera, si è visto bene quanto valessero i quadri Boncourt, i naturalizzati Mandel durante la guerra ’39- ’40! Le donne si sposano con ciò che trovano! Certo! Nuova fioritura di meticci! Che commedia! Che lupanare! E così sia! «Vengono fin tra le nostre braccia! Sgozzare, ecc.» non sono affatto i “feroci soldati” a devastare e distruggere la Francia quanto piuttosto i rinforzi negroidi del nostro stesso esercito. Per essere precisi, non sgozzano niente di niente, montano. Ed è l’imprevisto della “Marsigliese”!
Abbrutiti da alcol e incroci nei letti
Rouget non aveva capito niente, la conquista, quella vera, ci viene dall’oriente e dall’Africa la conquista intima, quella di cui non si parla mai, quella dei letti. Un impero di 100 milioni di abitanti di cui 70 milioni di caffellatte, per volere Ebreo è un impero in via di diventare Haitiano, in modo del tutto naturale. Siamo completamente abbrutiti? È un dato di fatto, per via dell’alcol e dell’in - crocio, e poi per molte altre ragioni... (veda i Beaux draps, proibiti...). Anestetizzati, insensibili al pericolo razziale? Lo siamo, è evidente. 50.000 stelle gialle non cambieranno niente. La Francia intera per un po’, più dreyfusarda che mai, per simpatia così cristiana, sfoggia con fierezza il simbolo giudaico. Nuova Legione d’onore, zazou, molto più giustificata dell’altra. E tutto per Blum e per de Gaulle! Maturi per essere colonizzati? Lo siamo! Da non importa chi! Parlare di razzismo ai francesi, è parlare di sangue puro ai nordafricani, stesse reazioni. Non si fa piacere a nessuno. Vichy si occupa, sembra del razzismo, a modo suo, come si occupa dei miei libri. Vada un po’ a chiedere a Claude Bernard quel che pensa del problema ebraico!... Sarà servito. «Si figuri raccontano i suoi assistenti che se il Sig. Bergson fosse ancora qui, i tedeschi gli farebbero indossare la stella gialla!». Altrettanto attaccabriga! Allora bella cosa, ci dica lei stesso, un po’, quel che preconizza? Ah! quant’è più delicato... scomodo... arduo... crudele... che Dio mi guardi dal potere! Dalle pesanti confidenze popolari! Le ridurrò tutte in poltiglia! Taglierei innanzitutto la Francia in due parti. Per la comodità delle cose, la tranquillità dei partiti. Lo slogan “Una, Indivisibile” mi è sempre sembrato una cosa da “masso - ni”. Al punto in cui siamo arrivati nella decadenza, saremo per forza le vittime nell’“Indivisibi - le” noi gente del Nord, poiché è il Sud che comanda, cioè l’ebreo. I Romani troppo meticciati si sono dati due capitali, farò altrettanto. Marsiglia e Parigi. L’una per la Francia meridionale, latina se vogliamo, bizantina, “sovralgerica”, tutto ai meticci, tutto agli zazou, dove si avrebbe tutto il piacere, tutta la libertà di ospitare, amare profondamente tutti i più bei ebreoni del mondo, di eleggerli tutti deputati, commissari del popolo, arcivescovi, druidi, geni, di farsi inculare da loro, all’infinito, aspettando di diventare tutti negri, questione di trenta o cinquanta anni, per come vanno le cose, di raggiungere infine lo scopo supremo, l’ideale delle Democrazie. L’altra per la Francia “a nord della Loira”, la Francia lavoratrice e razzista, è da tentare. Credo che sia forse il momento di attuare alcune grandi riforme...
Tanta sofferenza per una porcheria
La Francia tipo Santo Domingo non mi interessa davvero. Può farsela chi si presenta, me ne frego alla grande. Mi dispiace semplicemente di aver lasciato tanta carne per difendere questa porcheria che non sogna altro che Lecache. Una così grande guerra, tanta miseria, per andare da Rotchild [sic] a Worms! Ci vorrà davvero del nuovo per farmi ritornare patriota. Credo che sarà per un’altra volta, forse per un altro mondo, quello dei morti se ho ben capito, la vera patria dei testardi. A lei Poulain! Stia ben attento! Ah! non mi tradisca! la minima parola! tutte le virgole! e coraggio!