
L'opera di Céline in brevi schede bibliografiche, estratti, notizie e interviste.
martedì 22 novembre 2011
Bagatelle per un massacro Guanda falsi?

lunedì 7 novembre 2011
Alla scoperta di Céline: storia di Bagatelle per un massacro

Ingrandisci immagineOvvero un libro che si legge poco e di cui si parla molto, riducendolo unicamente a icona dell’odio razziale. Ecco il cortocircuito intellettuale che cerca di interrompere il saggio di Riccardo De Benedetti Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa, pagg. 162, euro 14).De Benedetti, abituato ad occuparsi di autori scomodi e della loro influenza culturale (basti pensare al suo La chiesa di Sade del 2008), in questo caso ricostruisce nel dettaglio le vicende editoriali del volume ponendo grande attenzione all’edizione italiana Guanda del 1981 che venne rapidissimamente ritirata. Ed ecco che subito si sfata una leggenda da salotto. La censura ebbe ben poco a che fare con la scomparsa del pamphlet dagli scaffali. L’abbozzo di dibattito sull’antisemitismo, e qualche sdegno contro l’autore contò molto meno della questione dei diritti. La vedova di Céline, Lucette Destouches, si oppose allora come si oppone adesso alla ristampa dell’opera. La signora sostiene sia la volontà del defunto marito, che in effetti subito dopo la guerra decise di tenere questo virulento libello (che con L’École des cadavres e Les Beaux Draps forma una sorta di trilogia) ben lontano dai torchi. Ecco perché gli editori, consci che il libello proprio per il suo profumo sulfureo è alla fine assai appetibile, sono appostati in attesa che scadano i diritti. Quanto al dibattito che si scatenò in Italia nel 1981, De Benedetti segnala tra i tanti che si spesero nell’eterno minuetto del «sì è letteratura», «no è spazzatura ideologica» (Moravia la pensava così) un articolo di Bernard-Henry Lévy che venne pubblicato sull’Espresso. Ecco cosa scriveva il filosofo d’oltralpe: «È “sociale” come nessuno, questo filantropo confesso che ora propone... la “nazionalizzazione” del credito, delle assicurazioni, dell’industria. Sì, bisogna forse lasciargli un posto al dolce sole del progressismo. Perché Céline il mascalzone, Céline il razzista, Céline il collaborazionista rivendica, piaccia o non piaccia, la sua parte nella fondazione del socialismo alla “Francese”». Insomma, un bel ribaltamento che nessuno ha approfondito.Ma questo è solo uno degli esempi dei tanti modi di guardare a Céline che la damnatio memoriae e le beghe editoriali hanno fatto finire in un cantuccio, fuori dai riflettori dell’odio. Tra i tanti che De Benedetti enumera, basti ricordare tutti i sospetti del fascismo verso Bagattelle per un massacro (allora il titolo veniva scritto così) nella prima edizione italiana fatta da Corbaccio nel 1938. Non piaceva che il suo razzismo fosse così poco scientifico.
sabato 12 febbraio 2011
Céline. Letteratura politica e antisemitismo, di Francesco Germinario
Un lavoro molto documentato (principalmente basato su due convegni su Céline e sugli intellettuali e l'antisemitismo), che avrebbe potuto essere ancor più interessante se l'autore non avesse interpretato ogni singola fonte (annotata in maniera professionalmente scientifica, certamente senza "sciatteria filologica", di questo ne diamo atto) in maniera da piegarla, più o meno agevolmente, alle sue conclusioni preconcette.
In effetti pensare di capire Céline con la semplice, banale metodologia "scientifica" (con molte virgolette) di un pò di note sparse a piene mani, è abbastanza puerile.Buono per farci per l'appunto un paio di convegni nei quali pavoneggiarsi, e poco di più.
Venendo invece alla scorrettezza di Germinario nel piegare le fonti alle sua tesi (e una delle sue tesi è quella di sottolineare l'importanza capitale dei pamphlet di Céline nella costruzione dell'antisemitismo in Europa), due passi al volo: Germinario scrive come Bagatelle sia stato ritenuto così importante dai nazisti da essere stato rapidamente tradotto: peccato che in realtà proprio i nazisti degli uffici preposti alle questioni razziali ritenessero che gli scritti di Céline non fossero adatti alla propaganda, e l'edizione tedesca fu quindi pesantemente sforbiciata.
Poi Germinario, dopo aver notato, sulla importante base di ben due saggi due, come "l'ideologia della Collaboration è molto povera", scrive che La bella rogna è un "completo programma di strategia politica" (!!!) e che è ("probabilmente") uno dei libri più intrisi di virulento antisemitismo mai pubblicati in Europa in quegli anni (!)... vista l'infinita pubblicistica antisemita in olandese, rumeno, ungherese, etc. scritta negli anni '30 e '40 (spesso scritta come l'opera di Germinario "scientificamente") mi sembra un'affermazione azzardata.
Una vera acrobazia, che denota una caduta professionale notevole, Germinario la fa quando cita un breve saggio de l'Herne sulle fonti antisemite usate da Céline in Bagatelle: Germinario scrive che proprio le molte citazioni di diversi autori antisemiti "proverebbero" la grande attenzione di Céline al turpe argomento, evidentemente studiato a fondo su libri e saggi... ma in realtà proprio il saggio edito nell'Herne - e Germinario dovrebbe saperlo, se avesse letto questo saggio da lui citato - spiega che quei riferimenti a "fatti e dati" che Céline sparge nel testo sono quasi tutti presi da due brevi depliant di propaganda antisemita.
Il libro di Germinario è tipico di un certo milieu intellettuale, paludato da centinaia di note, interpretazione e esegesi delle fonti, "scientificità", etc.... come se questo -e non anche e soprattutto l'onestà intellettuale- bastasse a fare un buon libro.
Andrea Lombardi
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Céline. Letteratura politica e antisemitismo
Francesco Germinario
venerdì 26 marzo 2010
Louis Ferdinand Céline — An Anarcho-Nationalist

Tom Sunic
March 24, 2010
In his imaginary self-portrayal, the French novelist Louis-Ferdinand Céline (1894–1961) would be the first one to reject the assigned label of anarcho-nationalism. For that matter he would reject any outsider’s label whatsoever regarding his prose and his personality. He was an anticommunist, but also an anti-liberal. He was an anti-Semite but also an anti-Christian. He despised the Left and the Right. He rejected all dogmas and all beliefs, and worse, he submitted all academic standards and value systems to brutal derision.
Briefly, Céline defies any scholarly or civic categorization. As a classy trademark of the French literary life, he is still considered the finest French author of modernity — despite the fact that his literary opus rejects any academic classification. Even though his novels are part and parcel of the obligatory literature in the French high school syllabus and even though he has been the subject of dozens of doctoral dissertations, let alone thousands of polemics denouncing him as the most virulent Jew-baiting pamphleteer of the 20th century, he continues to be an oddity eluding any analysis, yet commanding respect across the political and academic spectrum.
Can one offer a suggestion that those who will best grasp L.F. Céline must also be his lookalikes — the replicas of his nihilist character, his Gallic temperament and his unsurpassable command of the language?
Cadaverous Schools for Communist and Liberal Massacres
The trouble with L.F. Céline is that although he is widely acclaimed by literary critics as the most unique French author of the 20th century and despite the fact that a good dozen of his novels are readily available in any book store in France, his two anti-Semitic pamphlets are officially off limits there.
Firstly, the word pamphlet is false. His two books, Bagatelles pour un massacre (1937) and Ecole des cadavres (1938), although legally and academically rebuked as “fascist anti-Semitic pamphlets,” are more in line with the social satire of the 15th century French Rabelaisian tradition, full of fun and love making than modern political polemics about the Jewry. After so many years of hibernation, the satire Bagatelles finally appeared in an anonymous American translation under the title of Trifles for a massacre, and can be accessed online.
The anonymous translator must be commended for his awesome knowledge of French linguistic nuances and his skill in transposing French argot into American slang. Unlike the German or the English language, the French language is a highly contextual idiom, forbidding any compound nouns or neologisms. Only Céline had a license to craft new words in French. French is a language of high precision, but also of great ambiguities. Moreover, any rendering of the difficult Céline’s slangish satire into English requires from a translator not just the perfect knowledge of French, but also the perfect knowledge of Céline’s world.
Certainly, H.L. Mencken’s temperament and his sentence structure sometimes carry a whiff of Céline. Ezra Pound’s toying with English words in his radio broadcasts in fascist Italy also remind a bit of Céline’s style. The rhythm of Harold Covington’s narrative and the violence of his epithets may remind one a wee of Celine’s prose too.
But in no way can one draw a parallel between Céline and other authors — be it in style or in substance. Céline is both politically and artistically unique. His language and his meta-langue are unparalleled in modern literature.
To be sure Céline is very bad news for Puritan ears or for a do-good conservative who will be instantly repelled by Céline’s vocabulary teeming as it does with the overkill of metaphorical “Jewish dicks and pricks.”
Trifles is not just a satire. It is the most important social treatise for the understanding of the prewar Europe and the coming endtimes of postmodernity. It is not just a passion play of a man who gives free reign to his emotional outbursts against the myths of his time, but also a visionary premonition of coming social and cultural upheavals in the unfolding 21st century. It is an unavoidable literature for any White in search of his heritage.
These weren’t Hymie jewelers, these were vicious lowlifes, they ate rats together… They were as flat as flounders. They had just left their ghettos, from the depths of Estonia, Croatia, Wallachia, Rumelia, and the sties of Bessarabia… The Jews, they now frequent the guardhouse, they are no longer outside… When it comes to crookedness, it is they who take first place… All of this takes place under the hydrant! with hoses as thick as dicks! beside the yellow waters of the docks… enough to sink all the ships in the world…in a décor fit for phantoms…with a kiss that’ll cut your ass clean open…that’ll turn you inside out.
The satire opens up with imaginary dialogue with the fictional Jew Gutman regarding the role of artistry by the Jews in the French Third Republic, followed by brief chapters describing Céline’s voyage to the Soviet Union.
Between noon and midnight, I was accompanied everywhere by an interpreter (connected with the police). I paid for the whole deal… Her name was Natalie, and she was by the way very well mannered, and by my faith a very pretty blonde, a completely vibrant devotee of Communism, proselytizing you to death, should that be necessary… Completely serious moreover…try not to think of things! …and of being spied upon! nom de Dieu!…
…The misery that I saw in Russia is scarcely to be imagined, Asiatic, Dostoevskiian, a Gehenna of mildew, pickled herring, cucumbers, and informants… The Judaized Russian is a natural-born jailer, a Chinaman who has missed his calling, a torturer, the perfect master of lackeys. The rejects of Asia, the rejects of Africa… They were just made to marry one another… It’s the most excellent coupling to be sent out to us from the Hells.
When the satire was first published in 1937, rare were European intellectuals who had not already fallen under the spell of communist lullabies. Céline, as an endless heretic and a good observer refused to be taken for a ride by communist commissars. He is a master of discourse in depicting communist phenotypes, and in his capacity of a medical doctor he delves constantly into Jewish self-perception of their physique... and their genitalia.
The peculiar feature of Céline narrative is the flood of slang expressions and his extraordinary gift for cracking jokes full of obscene humors, which suddenly veer off in academic passages full of empirical data on Jews, liberals, communists, nationalists, Hitlerites and the whole panoply of famed European characters.
But here we accept this, the boogie-woogie of the doctors, of the worst hallucinogenic negrito Jews, as being worth good money!… Incredible! The very least diploma, the very least new magic charm, makes the negroid delirious, and makes all of the negroid Jews flush with pride! This is something that everybody knows… It has been the same way with our own Kikes ever since their Buddha Freud delivered unto them the keys to the soul!
Mortal Voyage to Endtimes
In the modern academic establishment Céline is still widely discussed and his first novels Journey to the End of the Night and Death on the Installment Plan are still used as Bildungsroman for the modern culture of youth rebellion. When these two novels were first published in the early 30’s of the twentieth century, the European leftist cultural establishment made a quick move to recuperate Céline as of one of its own. Céline balked. More than any other author his abhorrence of the European high bourgeoisie could not eclipse his profound hatred of leftist mimicry...
Continues here: http://www.theoccidentalobserver.net/authors/Sunic-Celine.html
Thanks to Giovanni Z. for the news!
martedì 16 febbraio 2010
Attenzione! Bagatelle per un massacro su E-Bay
Se ci pensate, tanto rari non sono, visto che almeno 1-2 al mese ne spuntano sui noti siti d'aste on line o librari...
Non regaliamo i nostri soldi agli speculatori!
domenica 5 luglio 2009
Quel rissoso, irascibile, carissimo Louis-Ferdinand Céline: Saverio Paleni e Bagatelle per un massacro

Quel rissoso, irascibile, carissimo Louis-Ferdinand Céline
di Saverio Paleni
Personalmente penso che “Bagatelle…” contenga il meglio e il peggio di Céline, essendo questo rappresentato dal rabbioso antisemitismo… Diciamo la verità: la predica antisemita è per la più parte noiosa e prevedibile, lo stile di Céline è latitante, tocca invece sorbirci un pistolotto involontariamente comico, quasi si stesse leggendo un qualsiasi numero della “Torre di Guardia”, lasciato nelle nostre mani da un prolisso e indisponente Testimone di Geova… L’acerrimo spleen céliniano, in grado di desertificare ogni rigogliosa landa nel raggio di dieci chilometri… di essiccare all’istante ogni ingenuo, tenero virgulto di speranza… di annichilire ogni eventuale, residua rosea, ottimistica visione del futuro…
l’invenzione continua… l’imprevedibilità di ogni nuova riga… in breve: la corsa in ottovolante emozionale è in pausa, l’Acre Stil Novo sonnecchia…
La terribile, furibonda, intollerante, intollerabile sferza céliniana si abbatte sugli Ebrei, in modi del tutto simili a quelli che un idiota come Julius Streicher utilizzava su “Der Stürmer”… questo, secondo me, rappresenta la zoppìa del Colosso, il tallone d’Achille che espone il Nostro agli attacchi di un Sartre qualsiasi, felice, quasi incredulo di potersi sbarazzare di un concorrente imbattibile…
Bisogna peraltro notare che l’antisemitismo è uno di tanti temi trattati in “Bagatelle…”, è perciò solo una frazione di queste e una frazione minima della totalità dell’opera di Céline; si tratta di un incidente di percorso, un’ossessione durata qualche anno che gli ha portato rovina, persecuzione, quasi-morte.
In un infernale contrappasso dantesco, all’indomani dello sbarco in Normandia, al Nostro tocca provare, a sua volta, la non simpatica sensazione di esser diventato un untermensch in casa propria, tocca a lui, adesso, fungere da capro espiatorio… quando i massacratori di Pellerossa giudicheranno in modo sommario i massacratori di Ebrei… Brasillach, catturato con l’inganno, verrà fucilato, Drieu La Rochelle corona il sogno di una vita intera suicidandosi; più modestamente il Nostro muove verso la Germania, con adeguato seguito di una unterfrau e di un unterkatze… In seguito la feroce detenzione in Danimarca gli farà provare un trattamento non molto diverso da quello di un deportato ebreo in un lager…
Ma la gran parte di “Bagatelle…” è straordinaria nel portare a compimento il sincopato céliniano. Il ritmo incalzante dell’emozione originaria, senza mediazioni, viene portato sulla pagina, il coinvolgimento è totale, la nuda realtà è resa nitidamente, senza additivi, edulcoranti, eufemismi… lo stesso Céline non ha nessuna difficoltà a degradare sé stesso e la figura, l’importanza, l’ascendente dello Scrittore, raffigurandosi senza remore come uno
sfigato qualsiasi, a volte come un vero stronzo… Céline non impartisce nessuna lezione… non offre facili vie d’uscita dall’orrido impasse del mondo moderno… non consola, non lenisce il sostanziale fallimento, l’insufficienza della condizione umana sul pianeta terrestre… non offre un ideale per vivere… non crede, per conoscenza diretta e per averli a lungo frequentati, all’imminente riscatto degli umiliati, degli oppressi e degli sfruttati… Eppure con l’esempio delle sofferenze patite… con l’attaccamento profondo, animalesco alla vita… con la volontà di scrivere sempre e comunque… la sovrumana determinazione a non lasciar ridurre al silenzio la sua voce… con l’opporre all’aguzzino le sue risorse di base e cioè la tempra d’acciaio del corazziere Destouches, eroe decorato della Prima Guerra Mondiale e l’impressionante macchina d’acciaio che gira di continuo nel suo cervello e che sforna idee, parole e frasi a getto continuo… con tutto questo Céline diventa paradossalmente un punto di riferimento positivo e una rocciosa fonte di ispirazione per il lettore accorto… che può apprezzare la vita così com’è, qui ed ora, provando comunque a fare meglio che può, riconoscendo il significato invisibile che si condensa nella somma di tante piccole azioni quotidiane, ben fatte, ma che sembrano inutili, prive di significato in sé, nel loro succedersi… “Bagatelle…” rappresenta un banco di prova per l’ardito lettore, che deve (dovrebbe) andare oltre i fuochi d’artificio degli aspetti porno, gore e osceni, oltre il turpiloquio, l’insulto, la volgarità per interrogarsi su tolleranza, moralismo, educazione, ipocrisia, buonismo, politicamente corretto, razzismo, antisemitismo; affrontare onestamente, analizzare, provare a capire l’aggressione céliniana, può portare ad una più profonda conoscenza di sé, in pratica a fare un passo avanti nel trovare sé stessi, unico sensato obiettivo che Céline indicava come raggiungibile “tra la morte e l’esistenza”… In pratica i potenziali benefici superano di gran lunga quelli ottenibili da un ciclo di psicoanalisi della durata di cinque anni…
Io trovo eccezionali i tre balletti, che non vanno secondo me snobbati come divertissement poco importanti: Céline abbandona la narrazione in prima persona, si astrae dalle cure della vita di tutti i giorni, dall’urticante complicazione del mondo reale, dal tormentante fastidio estetico del mondo esterno, e descrive in modo più rilassato e affettuoso tre frammenti del mondo che sta nella sua testa: un mondo semplificato e migliore, il mondo in cui gli sarebbe stato più lieve vivere. Non si tratta comunque di stupido idillio: la vecchia Karalik, il Fulmicoach, Van Bagaden sono messi lì a ricordarci che anche in questi luoghi, sullo sfondo, si agitano i demoni céliniani, ma non sono preponderanti, non così opprimenti: piccoli disturbi, malumori che svaniscono con un’alzata di spalle…
La brutale onestà, al limite dell’autolesionismo, è uno dei motivi della grandezza del Colosso: ha scritto l’inscrivibile, detto l’indicibile, ampliato di cinque volte la gamma espressiva della lingua scritta, includendo tutte le cose che normalmente si tacciono o si ignorano: il momento della bestemmia, dell’incazzatura feroce, dell’invettiva-con-schiumaalla-bocca, capita a tutti, si tratta solo di essere abbastanza adulti da ammetterlo… Eppure nella pagina scritta si tende a evirare, sterilizzare, neutralizzare tutto per giungere a un risultato come “l’indomani erano entrambi invitati al ricevimento della duchessa”…
Céline dà fuori di matto, cerca di scuotere l’inerzia, prova a introdurre qualche elemento di verità nella rivoltante melassa che costituisce il 98% della lingua scritta, assumendo così la preziosa e ormai scomparsa funzione di giullare di corte… egli è l’unico che può dire la verità al Re, gli ricorda che l’uomo di potere è tale perché assomma in sé le frazioni di potere che i suoi sottoposti rinunciano ad esercitare… Per questo privilegio il giullare vive ai margini dalla società, verrà sepolto in terreno sconsacrato, al di fuori della cinta muraria…
Nella foto riprodotta nella quarta di copertina del “Viaggio al temine della notte” Céline appare alla fine del viaggio, una figura ancora potente, stoica… duramente colpito dalla vita ma presente e lucido, non ancora sconfitto… in una posa che sembra ideata per un monumento che non verrà mai eretto… sembra un veggente che indica sicuro il corso futuro delle cose del mondo, per lui chiare, evidenti… una preziosa risorsa per gli uomini, se solo qualcuno volesse ascoltarlo…
Céline è un moderno Ulisse, ha viaggiato in tutto il mondo… ha conosciuto tutti, visto tutto, ascoltato tutto, annusato tutto, provato tutto… per concludere che nulla in fondo importa, per inchiodarsi con la sua piccola cerchia ai margini di Parigi, ai margini della Letteratura, ai margini dell’esistenza…
Da:
“È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente.”
A:
“Reims… Èpernay… di quelle profondità spumose che più niente esiste…”
Da un “niente” iniziale ad un “niente” terminale ha realizzato la sua Terrena Commedia, un’opera monumentale di fatto ma non pomposa né solenne né alla moda, che lo colloca nella classe di un Alighieri o di uno Shakespeare…
“Bastano in fondo queste tre parole che si ripetono: il tempo passa… bastano per tutto… Nulla sfugge al tempo… solo piccoli echi… sempre più sordi… sempre più rari… Che importanza hanno?…
(…)
E poi ecco…
Piano piano, diventeranno tutti fantasmi… e tutti… e tutti… e Yubelblat e Borokrom… e la Nonna… e Natalia, proprio come Elisabetta… l’altra Imperatrice…
(…)
come le mie scarpe al Mont-Boron… Tutto diventerà fantasma… huhu!… huhuhu!… Li si vedrà sulle lande… E sarà meglio per loro… Saranno più felici, molto più felici, nel vento… nelle pieghe dell’ombra… vhuhuhu… vhuhuhu… ballando in tondo… Non voglio più andare in nessun posto… Le navi sono piene di fantasmi… verso l’Irlanda… o verso la Russia… Diffido dei fantasmi… Sono dappertutto… Non voglio più viaggiare… è troppo pericoloso… Voglio restare qui per vedere… vedere tutto… Voglio diventare fantasma qui, nel mio bu-co… nella mia tana… A tutti loro farò… Uh! bu!… Uh!… bu!… Creperanno di paura… Mi hanno rotto abbastanza quand’ero vivo… Sarà il mio turno…”
Alla fine, quello che rimane… il potere delle parole, probabilmente insuperate… Dopo settantadue anni… emozione, meraviglia, commozione… lustre, nuove, fresche di giornata…
Louis-Ferdinand Céline, beato-dannato, AltoParlante, Macchina Per Scrivere, non è esistito invano…
lunedì 11 maggio 2009
Céline, Bagattelle per un massacro: caveat ai bibliofili, bibliomani e "libridinosi" céliniani!
Comunicazione di servizio:
oltre a pretendere i consueti prezzi elevatissimi per l'edizione Guanda (200-300-400 Euro, ma vi invito a evitare di cadere vittime della libridine e attendere... le mie due copie Guanda, aspettando l'occasione giusta, le ho pagate solo 50 e 25 Euro, condizione dei libri pari al nuovo o giù di lì) alcuni venditori adesso stanno "cammuffando" l'edizione anastatica di Ar (clicca), edita nel 2008.
Non so se il venditore sia in buona fede o meno, ma la fraseologia "RARA EDIZIONE ANASTATICA DEL 1938 CORBACCIO" è quantomeno sospetta... specie se si chiede più del doppio del suo prezzo:
Céline, Bagattelle per un massacro, Edizioni di Ar-Adel, euro 24,00
Ristampa anastatica, in tiratura limitata, dell’edizione italiana del 1938.
lunedì 24 novembre 2008
Mea culpa e La bella rogna, di Guanda... e il suo falso

Il falso...

L'originale...


In alto, la ristampa non autorizzata, in basso l'originale.
Rispetto a quanto precedentemente indicato, in effetti il cartoncino della brossura è lo stesso; invece rimane valida come indicazione per distinguere originale da copia il fatto che i caratteri dei titoli della copertina e nei risguardi, nel falso sono leggermente fuori registro, come "sbavati" (vedi foto close-up).
Quotazione dell'originale: 80-100 Euro (visti anche a 150 Euro), valore del "falso", 20-30 Euro.
giovedì 6 marzo 2008
Céline e Alessandro Piperno

Sicché eccolo lì, sullo schermo del televisore della mia stanza d'albergo: il collo avvolto dai leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono. Eccolo lì, nella dimora-tomba di Meudon, ostentare il corpo martoriato con la cristologica impudicizia di Artaud. La vacuità dello sguardo corrisponde all'atonia della voce: monotona come quella di certi bambini autistici, marcata da uno smangiucchiato accento parigino. È il Céline che ti aspetti, che gioca a depistare gli intervistatori con risposte vezzose. A quello che gli chiede perché ha scritto il Voyage risponde che lo ha fatto per pagare l'affitto. A quello che gli domanda se lui pensa che si possa scrivere solo del proprio vissuto, oppone ancora un'altra metafora economica: «Solo delle cose che hai pagato». E allora quello gli chiede se non ci sia affettazione in tutto quel dolore esibito dalla sua voce e strillato dai suoi libri. Céline s'infuria. Quello che nessuno capisce è che lui è figlio di una ricamatrice di merletti e come tale, a dispetto di molti suoi colleghi che utilizzano formule corrive (Mauriac, un politicante; Morand, un rincoglionito; Giono, insignificante), lui ha una artigianale dedizione per la raffinatezza dello stile. Ma certo il solito adagio celiniano: io sono solo uno stilista.
Ma perché Céline insiste tanto sulla raffinatezza? Perché conosce i suoi punti di forza. Perché sa di rappresentare uno di quei casi virtuosi in cui la rivoluzione stilistica trova sontuosa corrispondenza nella rivoluzione della sensibilità.
Lo capì Robert Denoël, un giovane editore, quando, nella primavera del '32, s'imbatté nel manoscritto del Voyage e sentì di avere tra le mani uno dei libri del secolo. Fu così che nella Parigi di Breton e di Cocteau atterrò quell'astronave giunta da un'altra galassia, guidata da un medico non ancora quarantenne, invalido a un braccio per una gravissima ferita di guerra, con la sua collezione di viaggi in capo al mondo: dall'Africa nera agli Stati Uniti. Un libro che, sotto forma di monologo, irradiava un'energia titanica. Ferdinand Bardamu — il Narratore — era un vitalista delle tenebre: la sua voce appariva moderna, mimetica, capace di esprimere tutto il sarcasmo della disperazione e di irradiare l'infuocata luce delle grandi disfatte. A suo modo Ferdinand si rivelava perfino un umorista (qualità che, purtroppo, il suo creatore avrebbe sacrificato in seguito sull'altare della paranoia). Ma ciò che rendeva davvero speciale il Voyage era quella miscela di lucidità e pietà per la condizione umana. Ed è esattamente questo cocktail che spinse tutti a urlare al miracolo: da Sartre a Daudet, da Bernanos a Nizan, da Bataille a Trotzkij, tutti intuirono che l'entità copernicana di quella rivoluzione era nel modo con cui Céline aveva sporcato la sua prosa di mille inflessioni tratte dalla vita vera e, allo stesso tempo, nel modo in cui tutta quella sporcizia aveva reso la sua prosa scandalosamente raffinata. Così i francesi, dopo Flaubert, hanno di nuovo uno scrittore il cui virtuosismo stilistico è pari solo al disincanto nichilista delle sue convinzioni. D'altra parte, a dispetto delle abiure con cui Céline negli anni successivi avrebbe provato a ridimensionare la potenza innovativa di quel capolavoro, nessuno meglio di lui sapeva cosa lo avesse spinto a scrivere il libro in quella precisa maniera. «Non si sa niente della vera storia degli uomini» esclama a un tratto Ferdinand, nel romanzo.
Esiste aspirazione più novecentesca di questa? Raccontare la vera storia degli uomini. Come ogni scrittore di genio (come James Joyce con il quale condivide un debole per l'ellisse grammaticale e per la scatologia), Céline sapeva che tale ricerca della «vera storia» passava attraverso un nuovo modo di esprimersi. E quindi, banalmente, attraverso un nuovo modo di girare le frasi.
Ecco cosa intende Céline per raffinatezza. Il problema è che ci si può ammalare di stile. Già in Morte a credito — il secondo memorabile romanzo — la consapevolezza stilistica si è come cristallizzata. La prosa sta assumendo la forma che non perderà più. L'ironia cede al sarcasmo. La frase si spappola in singulti inframmezzati dai celebri tre punti di sospensione. Il presente indicativo sta prendendo il sopravvento su tutti gli altri tempi e modi verbali. La lucidità è offuscata dal delirio. La pietà dall'odio. La misantropia degenera in razzismo. Molti anni dopo Simone de Beauvoir annoterà: « Morte a credito ci aprì gli occhi. Vi è un certo disprezzo velenoso per la piccola gente. Che è un atteggiamento prefascista». Atteggiamento prefascista che inaugura l'era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un'idea pervertita dell'anticonformismo e dell'anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L'antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c'è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima. Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso. E lo è tanto più perché è scritto con raffinatezza. La cosa più sconcertante è come l'uomo distintosi per lucidità di visione e capacità empatica, dia prova stavolta di ottusità e mancanza di simpatia.
«Vorrei proprio fare un'alleanza con Hitler. Perché no? Lui non ha detto niente contro i Bretoni, contro i Fiamminghi... Lui ha parlato solo degli ebrei... Lui non ama gli ebrei... E neanch'io... E non amo neppure i negri fuori dal loro Paese...». Una frase (in mezzo a tante altre dello stesso tenore) che dimostra come uno degli errori di questo libro stia nell'aver confuso le vittime con i carnefici. E come l'errore di questo stile così esagitato (ormai totalmente celiniano) sia di essersi messo al servizio di quell'errore di valutazione storica. Così come c'era una relazione inestricabile tra la lucidità esibita da Céline nel Voyage e l'innovazione stilistica, allo stesso modo c'è un nesso tra la cantonata ideologica e l'oracolare impreziosirsi dello stile. Ecco perché concordo con quelli che dicono che Bagatelle fu un fallimento artistico (e intellettuale) ancor prima che etico. E non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura. Il problema di Céline non è di aver scelto l'ideologia sbagliata, ma di aver consacrato a quell'ideologia una troika di libelli eccessivamente raffinati, incapaci di raccontare il dramma che l'umanità stava per vivere. Tre pamphlet che nulla tolgono all'esemplare magnificenza del Voyage edi Morte a credito, ma che forse gettano una luce fosca sui tre libri della maturità: la così detta Trilogia del nord. Ancora una volta i detrattori di Céline considerano Da un castello all'altro, Nord e Rigadon opere biecamente auto-apologetiche di un nazista che non ha voluto fare i conti con il passato. Jean-Pierre Martin, nel suo
Contre Céline, scrive: «In Rigadon, Céline ci dice, dall'inizio alla fine, in lungo e in largo: io muoio razzista ». Ancora una volta un'osservazione mal calibrata. Nelle opere di Sade o di Lautréamont troviamo confessioni non meno indigeste. La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l'affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un'opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po' come la joyciana Finnegans Wake). C'è qualcosa nell'ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell'orrore».
Così quando uno degli intervistatori (quello che gli ha dato più filo da torcere) chiede conto a Céline dei suoi eventuali sensi di colpa, lui risponde che tutti gli uomini sono colpevoli, tranne lui.
È possibile scrivere qualcosa di necessario senza sentirsi — almeno un po'! — colpevoli?
Credo che non si debbano sprecare molte parole su questo "compitino" di Piperno. Trascureremo di evidenziare le boutade stilistico-radical chic come "i leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono", notazione che, sia in riferimento ai senzatetto, sia alla drammatica situazione di Céline nel dopoguerra, poteva venire in mente solo ad un ragazzino mantenuto, che nella vita ha pagato ben poco di suo, e la metafora non è solamente, per l'appunto, "economica". Céline ha pagato con il carcere e l'isolamento il suo genio, come gli scrisse nel 1949 Roger Nimier. Mi vergogno a citare nello stesso capoverso l'Hussard Nimier e il professorino saccente Piperno, ma tant'è, spero che i due grandi francesi mi perdoneranno. Piperno dimostra di conoscere l'opera e soprattutto la vita di Céline in maniera molto superficiale, altrimenti non avrebbe scritto:
"Atteggiamento prefascista che inaugura l'era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un'idea pervertita dell'anticonformismo e dell'anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L'antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c'è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima. Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso."
Céline non si mise mai "al fianco" di alcun partito o organizzazione, tantomeno "la più violenta organizzazione criminale della storia". Piuttosto, quando i Piperni deprecheranno a chiare lettere altre "organizzazioni criminali", minori o maggiori che siano, senza se e senza ma, sarà un bel momento.
Si ripropone la leggenda del "Céline pagato dai nazisti", negandola retoricamente, come si propone un passo della de Beauvoir, dove Céline è definito "prefascista". In realtà quest'ultima scopre Céline "prefascista" ovviamente solo DOPO che Céline aveva rifiutato di schierarsi con il marxismo, come aveva rifiutato capitalismo e fascismo. Sartre, e altri, avevano invece solamente una pura, folle invidia dell'abilità di Céline quale scrittore. Forse, anche nel caso di Piperno, c'è un pò di miserabile invidia verso il successo dell'opera di Céline "Voyage... andava come un best seller natalizio", e della sua grandezza come scrittore, a fronte del piccolo, piccolo omicciuolo Piperno.
Bagatelle e i cosidetti pamphlet sono una violenta denucia del Potere; in questo caso, per Céline, a ragione o torto, questo Potere -potere economico e politico, potere che stava spingendo la Francia ad una guerra che Céline avvertiva come inutile agli interessi della Francia, e per questa nazione fatale- aveva il volto dell'ebreo. I temi pipernici non sono nuovi, vedi http://louisferdinandceline.free.fr/indexthe/opprobr/alberghini.htm
Poi Piperno cita la Trilogia del Nord:
Niente di nuovo sotto il sole: già nelle opere di critica letteraria stampate in URSS si divideva il Céline "buono", ossia il Céline che denunciava colonialismo, capitalismo, povertà (temi considerati "buoni" perchè affini all'ortodossia marxista), del Voyage, e il Céline "cattivo" di tutto il resto; Piperno, pavidamente "stronca" la Trilogia solo dal punto di vista del critico letterario "affascinante scoria... fin troppo estetizzante", almeno i redattori sovietici, il "compitino" lo svolgevano sino in fondo.
Cfr. Gor'kij, al primo congresso degli scrittori sovietici: "[Céline]... non avendo alcun requisito per aderire al proletariato rivoluzionario, è del tutto maturo per accettare il fascismo".
Da Gor'kij a Piperno; buon sangue non mente.
Comunque, la foto di Piperno e la sua prosa involuta, mi ricordano il Sartre tratteggiato da Céline ne L'Agité du bocal:
Nel mio culo dove si trova, non si può pretendere da J.-B. S. di vederci bene, né di spiegarsi chiaramente, sembra tuttavia che il J.-B. S. avesse previsto la solitudine e l’oscurità del mio ano… J.-B. S. evidentemente parla di se stesso quando scrive a pagina 451: “Questo uomo teme tutte le specie di solitudine, quella del genio come quella dell’assassino”. Cerchiamo di capire…
Facendo fede ai rotocalchi, il J.-B. S. non si vede ormai più che nei panni del genio. Ma secondo me e visti i suoi stessi scritti, io sono costretto a vedere J.-B. S. solo nei panni dell’assassino, o meglio ancora di un marcio delatore, maledetto, laido, merdoso servente, mulo occhialuto.
Ecco, mi sto agitando troppo! Non me lo posso più permettere, l’età, la salute… La chiuderei qui… disgustato, ecco… Ma ripensandoci… Assassino e geniale!? Può anche succedere… Dopo tutto… Ma sarà il caso di Sartre? Assassino lo è, o lo vorrebbe essere, questo è inteso, ma geniale? Questo piccolo stronzo attaccato al mio culo, geniale? Hum?… si vedrà… si, certamente, può ancora fiorire… manifestarsi… ma J.-B. S.!? Questi occhi da embrione? queste spalle da mezza sega!?… questo panzone finto magro!? Tenia sicuramente, una tenia d’uomo, attaccata dove sapete… e filosofo, per giunta… fa un po’ di tutto… Sembra che, in bicicletta, abbia anche liberato Parigi.
martedì 25 dicembre 2007
Raboni sul Bagatelle di Céline, 2000

lunedì 24 dicembre 2007
Bagatelle per un massacro

Corbaccio, Milano, 1938
Prima edizione italiana. Raro.
Traduzione Alex Alexis.
Brossura, f.to 13x19, pag. 336.
La traduzione più accurata è quella di Pontiggia del Bagatelle edito da Guanda nel 1981, edizione ritirata dal mercato.
Potete scaricare il Bagatelle in .pdf qui:
http://www.vho.org/aaargh/fran/livres9/Pontiggia.pdf
Bagatelle per un massacro
Bagatelle per un massacro

Aurora, s.d. (anni '90), Caserta.
Brossura, f.to 13x18, pag. 256.
Edizione non autorizzata, basata sulla prima edizione del Corbaccio, 1938. La traduzione è infatti quella di Alex Alexis. Alcuni tagli, è presente una breve prefazione e delle integrazioni (non pertinenti con il testo originale) a cura dell'editore.
