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sabato 12 febbraio 2011

Céline. Letteratura politica e antisemitismo, di Francesco Germinario



Un lavoro molto documentato (principalmente basato su due convegni su Céline e sugli intellettuali e l'antisemitismo), che avrebbe potuto essere ancor più interessante se l'autore non avesse interpretato ogni singola fonte (annotata in maniera professionalmente scientifica, certamente senza "sciatteria filologica", di questo ne diamo atto) in maniera da piegarla, più o meno agevolmente, alle sue conclusioni preconcette.

In effetti pensare di capire Céline con la semplice, banale metodologia "scientifica" (con molte virgolette) di un pò di note sparse a piene mani, è abbastanza puerile.Buono per farci per l'appunto un paio di convegni nei quali pavoneggiarsi, e poco di più.

Venendo invece alla scorrettezza di Germinario nel piegare le fonti alle sua tesi (e una delle sue tesi è quella di sottolineare l'importanza capitale dei pamphlet di Céline nella costruzione dell'antisemitismo in Europa), due passi al volo: Germinario scrive come Bagatelle sia stato ritenuto così importante dai nazisti da essere stato rapidamente tradotto: peccato che in realtà proprio i nazisti degli uffici preposti alle questioni razziali ritenessero che gli scritti di Céline non fossero adatti alla propaganda, e l'edizione tedesca fu quindi pesantemente sforbiciata.

Poi Germinario, dopo aver notato, sulla importante base di ben due saggi due, come "l'ideologia della Collaboration è molto povera", scrive che La bella rogna è un "completo programma di strategia politica" (!!!) e che è ("probabilmente") uno dei libri più intrisi di virulento antisemitismo mai pubblicati in Europa in quegli anni (!)... vista l'infinita pubblicistica antisemita in olandese, rumeno, ungherese, etc. scritta negli anni '30 e '40 (spesso scritta come l'opera di Germinario "scientificamente") mi sembra un'affermazione azzardata.

Una vera acrobazia, che denota una caduta professionale notevole, Germinario la fa quando cita un breve saggio de l'Herne sulle fonti antisemite usate da Céline in Bagatelle: Germinario scrive che proprio le molte citazioni di diversi autori antisemiti "proverebbero" la grande attenzione di Céline al turpe argomento, evidentemente studiato a fondo su libri e saggi... ma in realtà proprio il saggio edito nell'Herne - e Germinario dovrebbe saperlo, se avesse letto questo saggio da lui citato - spiega che quei riferimenti a "fatti e dati" che Céline sparge nel testo sono quasi tutti presi da due brevi depliant di propaganda antisemita.

Il libro di Germinario è tipico di un certo milieu intellettuale, paludato da centinaia di note, interpretazione e esegesi delle fonti, "scientificità", etc.... come se questo -e non anche e soprattutto l'onestà intellettuale- bastasse a fare un buon libro.

Andrea Lombardi


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Céline. Letteratura politica e antisemitismo
Francesco Germinario


Lo scrittore che irrompe di prepotenza nella letteratura del Novecento e il rabbioso pubblicista politico, relegato alla damnatio memoriae, a causa del suo antisemitismo e della scelta collaborazionista. È certamente difficile un confronto con la terribile vicenda dell’antisemitismo novecentesco senza incrociare il nome di Céline. Del resto, ancora un quarantennio dopo la sua morte, quello dello scrittore francese è uno dei nomi più ricorrenti nella cultura politica del radicalismo di destra europeo. Le ristampe delle sue opere sono ininterrotte; e se negli ambienti del radicalismo di destra europeo si preferisce ovviamente rieditare i suoi scritti antisemiti – nulla più che un ingenuo quanto grossolano tentativo di sottolineare come la tradizione dell’antisemitismo europeo possa vantare figure tutt’altro che secondarie sul piano intellettuale, il settore dell’editoria di alta cultura concentra la propria attenzione sui suoi romanzi, quasi a volere confermare l’esistenza di figure diverse di Céline: lo scrittore che irrompe di prepotenza nella letteratura del Novecento, sovvertendone i canoni, tanto che, anche a distanza di decenni dalla sua morte, non si vede scemare l’attenzione verso i suoi romanzi, e il rabbioso pubblicista politico, relegato alla damnatio memoriae, a causa del suo antisemitismo e della scelta collaborazionista (1940-1944).


Francesco Germinario svolge attività di ricerca presso la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia. Tra i suoi ultimi saggi, Estranei alla democrazia. Negazionismo e antisemitismo nella destra radicale italiana ( 2001) e Da Salò al governo. Immaginario e cultura politica della destra italiana (2004). Ha pubblicato presso i nostri tipi Costruire la razza nemica.

domenica 5 luglio 2009

Quel rissoso, irascibile, carissimo Louis-Ferdinand Céline: Saverio Paleni e Bagatelle per un massacro



Bagatelle per un massacro è, come sappiamo, uno dei testi più controversi di Céline; non mancando mai di suscitare polemiche e reazioni. Il "navigatore di lungo corso" Saverio ci ha inviato una interessante riflessione su Bagatelle, che pubblichiamo con piacere:

Quel rissoso, irascibile, carissimo Louis-Ferdinand Céline
di Saverio Paleni

Personalmente penso che “Bagatelle…” contenga il meglio e il peggio di Céline, essendo questo rappresentato dal rabbioso antisemitismo… Diciamo la verità: la predica antisemita è per la più parte noiosa e prevedibile, lo stile di Céline è latitante, tocca invece sorbirci un pistolotto involontariamente comico, quasi si stesse leggendo un qualsiasi numero della “Torre di Guardia”, lasciato nelle nostre mani da un prolisso e indisponente Testimone di Geova… L’acerrimo spleen céliniano, in grado di desertificare ogni rigogliosa landa nel raggio di dieci chilometri… di essiccare all’istante ogni ingenuo, tenero virgulto di speranza… di annichilire ogni eventuale, residua rosea, ottimistica visione del futuro…
l’invenzione continua… l’imprevedibilità di ogni nuova riga… in breve: la corsa in ottovolante emozionale è in pausa, l’Acre Stil Novo sonnecchia…
La terribile, furibonda, intollerante, intollerabile sferza céliniana si abbatte sugli Ebrei, in modi del tutto simili a quelli che un idiota come Julius Streicher utilizzava su “Der Stürmer”… questo, secondo me, rappresenta la zoppìa del Colosso, il tallone d’Achille che espone il Nostro agli attacchi di un Sartre qualsiasi, felice, quasi incredulo di potersi sbarazzare di un concorrente imbattibile…
Bisogna peraltro notare che l’antisemitismo è uno di tanti temi trattati in “Bagatelle…”, è perciò solo una frazione di queste e una frazione minima della totalità dell’opera di Céline; si tratta di un incidente di percorso, un’ossessione durata qualche anno che gli ha portato rovina, persecuzione, quasi-morte.
In un infernale contrappasso dantesco, all’indomani dello sbarco in Normandia, al Nostro tocca provare, a sua volta, la non simpatica sensazione di esser diventato un untermensch in casa propria, tocca a lui, adesso, fungere da capro espiatorio… quando i massacratori di Pellerossa giudicheranno in modo sommario i massacratori di Ebrei… Brasillach, catturato con l’inganno, verrà fucilato, Drieu La Rochelle corona il sogno di una vita intera suicidandosi; più modestamente il Nostro muove verso la Germania, con adeguato seguito di una unterfrau e di un unterkatze… In seguito la feroce detenzione in Danimarca gli farà provare un trattamento non molto diverso da quello di un deportato ebreo in un lager…
Ma la gran parte di “Bagatelle…” è straordinaria nel portare a compimento il sincopato céliniano. Il ritmo incalzante dell’emozione originaria, senza mediazioni, viene portato sulla pagina, il coinvolgimento è totale, la nuda realtà è resa nitidamente, senza additivi, edulcoranti, eufemismi… lo stesso Céline non ha nessuna difficoltà a degradare sé stesso e la figura, l’importanza, l’ascendente dello Scrittore, raffigurandosi senza remore come uno
sfigato qualsiasi, a volte come un vero stronzo… Céline non impartisce nessuna lezione… non offre facili vie d’uscita dall’orrido impasse del mondo moderno… non consola, non lenisce il sostanziale fallimento, l’insufficienza della condizione umana sul pianeta terrestre… non offre un ideale per vivere… non crede, per conoscenza diretta e per averli a lungo frequentati, all’imminente riscatto degli umiliati, degli oppressi e degli sfruttati… Eppure con l’esempio delle sofferenze patite… con l’attaccamento profondo, animalesco alla vita… con la volontà di scrivere sempre e comunque… la sovrumana determinazione a non lasciar ridurre al silenzio la sua voce… con l’opporre all’aguzzino le sue risorse di base e cioè la tempra d’acciaio del corazziere Destouches, eroe decorato della Prima Guerra Mondiale e l’impressionante macchina d’acciaio che gira di continuo nel suo cervello e che sforna idee, parole e frasi a getto continuo… con tutto questo Céline diventa paradossalmente un punto di riferimento positivo e una rocciosa fonte di ispirazione per il lettore accorto… che può apprezzare la vita così com’è, qui ed ora, provando comunque a fare meglio che può, riconoscendo il significato invisibile che si condensa nella somma di tante piccole azioni quotidiane, ben fatte, ma che sembrano inutili, prive di significato in sé, nel loro succedersi… “Bagatelle…” rappresenta un banco di prova per l’ardito lettore, che deve (dovrebbe) andare oltre i fuochi d’artificio degli aspetti porno, gore e osceni, oltre il turpiloquio, l’insulto, la volgarità per interrogarsi su tolleranza, moralismo, educazione, ipocrisia, buonismo, politicamente corretto, razzismo, antisemitismo; affrontare onestamente, analizzare, provare a capire l’aggressione céliniana, può portare ad una più profonda conoscenza di sé, in pratica a fare un passo avanti nel trovare sé stessi, unico sensato obiettivo che Céline indicava come raggiungibile “tra la morte e l’esistenza”… In pratica i potenziali benefici superano di gran lunga quelli ottenibili da un ciclo di psicoanalisi della durata di cinque anni…
Io trovo eccezionali i tre balletti, che non vanno secondo me snobbati come divertissement poco importanti: Céline abbandona la narrazione in prima persona, si astrae dalle cure della vita di tutti i giorni, dall’urticante complicazione del mondo reale, dal tormentante fastidio estetico del mondo esterno, e descrive in modo più rilassato e affettuoso tre frammenti del mondo che sta nella sua testa: un mondo semplificato e migliore, il mondo in cui gli sarebbe stato più lieve vivere. Non si tratta comunque di stupido idillio: la vecchia Karalik, il Fulmicoach, Van Bagaden sono messi lì a ricordarci che anche in questi luoghi, sullo sfondo, si agitano i demoni céliniani, ma non sono preponderanti, non così opprimenti: piccoli disturbi, malumori che svaniscono con un’alzata di spalle…
La brutale onestà, al limite dell’autolesionismo, è uno dei motivi della grandezza del Colosso: ha scritto l’inscrivibile, detto l’indicibile, ampliato di cinque volte la gamma espressiva della lingua scritta, includendo tutte le cose che normalmente si tacciono o si ignorano: il momento della bestemmia, dell’incazzatura feroce, dell’invettiva-con-schiumaalla-bocca, capita a tutti, si tratta solo di essere abbastanza adulti da ammetterlo… Eppure nella pagina scritta si tende a evirare, sterilizzare, neutralizzare tutto per giungere a un risultato come “l’indomani erano entrambi invitati al ricevimento della duchessa”…
Céline dà fuori di matto, cerca di scuotere l’inerzia, prova a introdurre qualche elemento di verità nella rivoltante melassa che costituisce il 98% della lingua scritta, assumendo così la preziosa e ormai scomparsa funzione di giullare di corte… egli è l’unico che può dire la verità al Re, gli ricorda che l’uomo di potere è tale perché assomma in sé le frazioni di potere che i suoi sottoposti rinunciano ad esercitare… Per questo privilegio il giullare vive ai margini dalla società, verrà sepolto in terreno sconsacrato, al di fuori della cinta muraria…
Nella foto riprodotta nella quarta di copertina del “Viaggio al temine della notte” Céline appare alla fine del viaggio, una figura ancora potente, stoica… duramente colpito dalla vita ma presente e lucido, non ancora sconfitto… in una posa che sembra ideata per un monumento che non verrà mai eretto… sembra un veggente che indica sicuro il corso futuro delle cose del mondo, per lui chiare, evidenti… una preziosa risorsa per gli uomini, se solo qualcuno volesse ascoltarlo…
Céline è un moderno Ulisse, ha viaggiato in tutto il mondo… ha conosciuto tutti, visto tutto, ascoltato tutto, annusato tutto, provato tutto… per concludere che nulla in fondo importa, per inchiodarsi con la sua piccola cerchia ai margini di Parigi, ai margini della Letteratura, ai margini dell’esistenza…

Da:
“È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente.”
A:
“Reims… Èpernay… di quelle profondità spumose che più niente esiste…”

Da un “niente” iniziale ad un “niente” terminale ha realizzato la sua Terrena Commedia, un’opera monumentale di fatto ma non pomposa né solenne né alla moda, che lo colloca nella classe di un Alighieri o di uno Shakespeare…

“Bastano in fondo queste tre parole che si ripetono: il tempo passa… bastano per tutto… Nulla sfugge al tempo… solo piccoli echi… sempre più sordi… sempre più rari… Che importanza hanno?…
(…)
E poi ecco…
Piano piano, diventeranno tutti fantasmi… e tutti… e tutti… e Yubelblat e Borokrom… e la Nonna… e Natalia, proprio come Elisabetta… l’altra Imperatrice…
(…)
come le mie scarpe al Mont-Boron… Tutto diventerà fantasma… huhu!… huhuhu!… Li si vedrà sulle lande… E sarà meglio per loro… Saranno più felici, molto più felici, nel vento… nelle pieghe dell’ombra… vhuhuhu… vhuhuhu… ballando in tondo… Non voglio più andare in nessun posto… Le navi sono piene di fantasmi… verso l’Irlanda… o verso la Russia… Diffido dei fantasmi… Sono dappertutto… Non voglio più viaggiare… è troppo pericoloso… Voglio restare qui per vedere… vedere tutto… Voglio diventare fantasma qui, nel mio bu-co… nella mia tana… A tutti loro farò… Uh! bu!… Uh!… bu!… Creperanno di paura… Mi hanno rotto abbastanza quand’ero vivo… Sarà il mio turno…”

Alla fine, quello che rimane… il potere delle parole, probabilmente insuperate… Dopo settantadue anni… emozione, meraviglia, commozione… lustre, nuove, fresche di giornata…

Louis-Ferdinand Céline, beato-dannato, AltoParlante, Macchina Per Scrivere, non è esistito invano…

giovedì 11 dicembre 2008

Louis-Ferdinand Céline sul Corriere...



...ovvero i pigmei (Piperno, De Luca... a che titolo sono chiamati in causa, peraltro? Sono francesisti insigni? Hanno mai compilato saggi importanti su Céline? O sono solo gli "utili idioti" che servivano al Corriere? Eh, che dubbio amletico...) contro il gigante...

La palma d'oro se la merita il Massimo Onofri, che dall'alto delle sue collaborazioni a La Stampa e Diario, e senza una pubblicazione di rilievo su autori stranieri, proclama che Céline è ultimo tra almeno "venti scrittori, suoi coetanei, più significativi di lui". Questa summa di intellettuale, si riduce a fare la Top Twenty degli scrittori? Meglio un chilo di Sartre che una confezione di Camus? Ambedue sono meglio di un pacco di Céline? Venti? Perchè non ventuno? O diciotto?

Ridiamoci sopra, indignarsi sarebbe troppo.

"Céline antisemita? Va pubblicato", di Cristina Taglietti, Corriere della Sera, 10 dicembre 2008, pagina 41.

Grazie a Harm Wulf per la segnalazione.

martedì 19 agosto 2008

Antonio Moresco su Céline



Céline visto

da Moresco e Piperno

(ovvero, italiche miserie)


di Andrea Lombardi

Riportiamo di seguito due interventi apparsi recentemente, redatti da Antonio Moresco e Alessandro Piperno [quest'ultimo è stato postato precedentemente]. Nello scritto di Moresco, nonostante lo sforzo dell’autore per apparire iconoclasta e à la page, è degna di nota la pressoché totale assenza di spunti critici originali, e la banale rimasticatura di triti luoghi comuni sulla vita di Céline. Anche considerandole esclusivamente dal punto di vista letterario, queste rapide note ci paiono di una banalità disarmante: quanto appare gratuita e banale l’invettiva di Moresco al confronto della prosa di chi egli vorrebbe commentare! L’accenno alla figlia di Céline, appare poi francamente patetico nel suo lirismo d’accatto, oltre che indicativo della profonda ignoranza e del provincialismo dell’autore italiano; foto e notizie di Colette appaiono in quasi tutte le pubblicazioni biografiche o critiche su Louis-Ferdinand Céline. Sia in questo caso sia per Piperno, che leggeremo poco innanzi, sembra che la biografia dello scrittore francese non sia oggetto di studio o di critica, ma sia invece usata a scopi “letterari” dagli autori suddetti, che appaiono compiacersi delle notazioni e delle figure retoriche da loro usate nei loro commenti, grondanti egocentrismo, autoreferenzialità e una spropositata − e mal riposta − stima di sé, caratteristiche comuni, purtroppo, a tanta parte della cultura italiana. Notiamo, inoltre, come entrambi si scaglino prevedibilmente contro il solito reprobo antisemita, ripetendo le abituali, scontate, e diffamanti accuse contro Céline, pagando l’usuale pedaggio al politically correct, chiaramente ignoranti del fatto che la recente critica francese, alla luce di nuovi documenti e di una interpretazione meno ideologica e più libera della biografia di Céline, hanno da tempo cessato di considerarlo come un bieco Collabo o addirittura come un anticipatore dell’Olocausto − accuse funzionali, queste, al relegare il grande scrittore in un ghetto, a tutto vantaggio di scrittori di ben minore caratura, come Aragon o Sartre, peraltro suoi passati ammiratori (e appassionati cantori dei veri campioni della democrazia progressista, quali la GPU e Stalin). Moresco e Piperno, insomma, lungi dal cercare di comprendere come mai in Francia, finalmente, sia un fiorire d’iniziative su Céline, preferiscano épater le bourgeois con ardite − a loro credere − elucubrazioni. Che nelle loro peggiori, veramente peggiori intenzioni dovrebbero dare lustro alla loro intelligenza. Declassano così l’oggetto della discussione, poiché in loro è presente solo la volontà di apparire, sfruttando il tema del giorno, politico, storico o letterario che sia. Come dei mediocri opinionisti, e non certo dei letterati.

NOte su Céline


di antOniO mOrescO

Ho parlato più volte di Céline, ma non ho ancora raccolto quello che penso in un unico scritto. Provo a farlo adesso, in queste rapide note buttate giù in un breve intervallo di tempo tra una fase e l’altra del mio lavoro finale su Canti del caos.

La faccia di Céline

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. Ha già scritto e pubblicato Viaggio al termine della notte e sta scrivendo Morte a credito. È un uomo maturo, già potentemente formato come scrittore. È Céline. Questo è proprio Céline. La sua foto della maturità, il suo baricentro somatico. Dopo le immagini giovanili in divisa da corazziere e prima di quelle finali, dove appare travestito da delirante clochard in mezzo ai suoi cani e gatti o mentre parla con il suo pappagallo. È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com’è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile? Eppure questa faccia appartiene proprio al più grande scrittore lirico del Novecento, al suo inventore più scatenato e più raffinato, al rabdomante del male, all’anima nera dell’Europa, della letteratura e del Novecento, alla cartina di tornasole delle sue abominevoli verità, appartiene a uno dei grandi artisti della parola scritta che siano mai esistiti. Che faccia avevano gli altri grandi scrittori del Novecento? Vediamo. Kafka aveva quella faccia da angelo anoressico con le ali al posto delle orecchie. Proust da mondano un po’ debosciato da cui al massimo non ti potevi aspettare niente. Joyce aveva quella faccia da schiaffi da irlandese alcolista e un po’ dandy. Musil poteva sembrare al massimo un dentista, un direttore di banca austriaco un po’ testa di cazzo o il titolare di un negozio di articoli ortopedici. […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento, da meteora piombata all’incontrario, dal basso, nel mondo della cosiddetta letteratura. Nessuno. Solo Céline.

I “libelli” di Céline

I cosiddetti libelli di Céline non sono affatto libelli. Sono una cosa infinitamente più importante e grave. Uno di essi, il famigerato Bagattelle per un massacro, si espande per più di trecento fitte pagine ed è, a mio parere, inestirpabile dalla produzione maggiore di Céline. È un libro nevralgico, non solo per tutta l’opera di questo scrittore ma anche per l’intero Novecento. Se ciò di cui parla non fosse tragico, sarebbe un libro d’infernale comicità. Ci dice cosa bolliva nella pancia dell’Europa. Dobbiamo ascoltarli, gli scrittori, anche quando sono attraversati e agiti dall’orrore del mondo e resi schiavi dalla macchina del dolore. Bisogna ascoltare il grido degli scrittori, anche quando la loro bocca è la bocca stessa del male. Bisogna prenderli maledettamente sul serio, invece che credere di potersene stare al sicuro nell’immaginario e rassicurante spazio separato della cultura. […] Sono libri che bisogna assolutamente leggere, soprattutto Bagattelle, che dovrebbe essere ripubblicato da un buon editore e reso disponibile anche adesso, soprattutto adesso. C’è dentro la pancia e la merda dell’Europa. Com’è stato possibile che il cuore del Novecento diventasse la pancia e la merda dell’Europa? […] Certo, è vero − come è stato fatto notare altre volte − permane un fraintendimento profondo di questo libro. L’opinione comune è che in questo libro si invochi il massacro degli ebrei e che il suo titolo significhi appunto questo. Mentre Céline, in questo libro, sostiene al contrario che sono gli ebrei a preparare le condizioni per una nuova guerra e un massacro in Europa, per la loro avidità, i loro interessi e deliri di potenza, e che lui, combattente e ferito nella Prima Guerra Mondiale, ne sapeva qualcosa della guerra e proprio per questo metteva in guardia il mondo da questa minaccia. In questo senso mai scrittore fu preso più in contropiede e smascherato dalla storia. Ma, anche volendo prendere per buone queste deliranti intenzioni, resta il fatto che il libro è saturo sino a scoppiare di antisemitismo e razzismo, che con monomaniacale diligenza vi vengono continuamente riportate citazioni atte a mostrare la diabolica avidità e malignità degli ebrei, riprese da scrittori, uomini politici e pensatori di tutti i tempi, Cicerone, Fourier, Bakunin, Bela Kun, Rathenau, Disraeli, D’Aubigné, Rochefort, ma anche dalle stesse fonti ebraiche, dal Talmud, dai Profeti, dai Salmi… […] Ci sono dei libri intollerabili, odiosi che ci dicono però anche l’altra parte della “verità”, la sua faccia inconfessabile, nascosta, in ombra, che ci fanno capire con la potenza della letteratura cosa può bollire nella nostra pancia e nella pancia del mondo. Cose orribili, odiose, in questo caso, che stanno ritornando a galla, su cui bisogna che si riformino continuamente gli anticorpi, con cui bisogna avere il coraggio di confrontarsi, da cui non ci salveranno le sole regole, per quanto giuste e lungimiranti, le leggi a largo spettro, le prescrizioni, i divieti. Sono così labili i nostri cuori e le nostre menti da avere una simile paura di entrare dentro questo orrore e di sostenerne lo sguardo? Io questo libro l’ho letto ma non per questo sono diventato antisemita. Sono rimasto − se possibile ancora di più − filosemita.

Lettera a Céline

Un paio d’anni fa, all’interno di un libro sullo sbrego della letteratura, ho scritto questa lettera a Céline:

“Figlio di puttana Céline! Fetente Céline! Con tutto il tuo odio per Proust, mentre sei il suo fratello siamese rovesciato e incanaglito. Quando vai nell’Unione Sovietica e, durante la visita a un ospedale per sifilitici, ti domandi come mai uno scrittore come Dostoevskij abbia quella tenuta dall’inizio alla fine. Capisco un libro, magari due o tre, dici, ma tutti, uno dopo l’altro, fino alla fine, senza mai cedere di un pollice! E la cosa ti brucia, si sente. Ti brucia il culo di fronte a scrittori come Dostoevskij, perché sei un pezzo di merda e non riesci a tollerare la grandezza al di fuori del tuo pezzo di merda, perché capisci che sei della stessa razza, saresti potuto essere della stessa razza, per essere della stessa razza devi rovesciare tutta la razza, entrare nel cono d’ombra del Novecento, il secolo delle guerre mondiali e dei massacri delle menti e dei corpi e dell’allevamento dell’uomo col terrore della razza e delle ideologie. […] Io ti ho sempre difeso, sempre, anche quando militavo in organizzazioni rivoluzionarie e stavo dentro una certa visione politico-ideologica del mondo e potevo provare il massimo orrore per le tue posizioni. Non perché, anche allora, non provassi pena e orrore per il tuo antisemitismo e razzismo e per la tua meschinità e paura e grettezza da piccolo borghese incattivito e con la merda al culo, spaventato, vigliacco e disposto a tutto. Posizioni e atteggiamenti che mettono tra l’altro in intima contraddizione la tua stessa opera e che ne svelano dall’interno un elemento di pesante demagogia e finzione, perché − se pensi davvero le cose che dici sul genere umano − cosa te ne frega se i suoi appartenenti sono di una razza, di un colore, di una religione o di un’altra? In questo senso, il tuo caso è un enigma. Eppure, eppure − pur con tutto questo − la tua opera contiene una tale allucinata e deformata tensione allo svelamento e all’esplosione creazionale e cosmica delle forme e dell’orrore nascosto nel cuore stesso della vita da costituire qualcosa di unico, fondamentale e fenomenale, sia per la modernità e il Novecento che in senso universale. Per questo trovo altrettanto intollerabile sia chi ti esalta per alcuni aspetti separati e non per altri, come certi cattolici marci e pieni di merda confessionale che ti leggono attraverso le loro proiezioni e campionature, reazionari e retrivi e spaventati e vigliacchi, che si fingono anarchici in arte ma che se ne stanno bene attaccati alle potenti tette secolari di un’istituzione religiosa che dovrebbe fare orrore a chi senta dentro di sé anche solo una minima tensione religiosa. Sia quegli avanguardini accademici irresponsabili, che vanno in sollucchero per il puro gioco alfabetico formale separato e per i tre puntini, gente che tu avresti disprezzato e trattato come merita. […] Io non ho nessun culto ideologico per la “vita”, cosa di cui sono stato accusato. Ma la vita crea tutto, anche la morte, anche la deformazione, i poveri bambini siamesi con i crani attaccati e con unico cervello che pensa e sogna e soffre sull’enorme cellula cerebrale del pianeta Terra rotante a enorme distanza dalle altre cellule cerebrali dell’universo col loro marasma di luci in viaggio senza ritorno e pianeti siamesi nella massa cieca, invisibile e oscura dell’universo”.

La figlia di Céline

Nei pochi anni i cui è stato sposato con Edith Follet, Céline ha una figlia, che poi abbandona di lì a un po’ assieme alla madre. Leggo in una sua bibliografia che la bambina nasce nel 1920 e viene chiamata Colette. Non ho mai sentito parlare di lei, non so neppure se in questo momento è viva o morta. Probabilmente è morta. Se fosse viva avrebbe 87 anni. Ho spesso pensato a lei, leggendo i libri di Céline. Forse è solo ignoranza mia, ma non ho mai visto una sua foto, mai letto una sua intervista, nonostante un padre così importante. Niente, come se non esistesse, non fosse esistita, che faccia avrà, o avrà avuto? Cosa avrà pensato di un padre simile? Lo avrà amato? Lo avrà odiato? Chissà! Sono cose inspiegabili! Si sa, per essere amati dai propri figli a volte non basta amarli ed essere degni, per cui può darsi che per essere odiati non basti non amarli ed essere indegni. […] Mi piacerebbe vedere una fotografia della figlia di Céline, se ne esiste una. Mi piacerebbe incontrarla, se fosse viva da qualche parte. Chissà, forse tra noi due avrebbe potuto esserci amore (1)

(1) Il primo amore, numero 2, 2007.

NOte sulle “rapide nOte” su Céline

di andrea lOmbardi


Nel capitoletto La faccia di Céline delle sue Note, Moresco scrive:

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. […] È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento.

La fotografia in questione è una tipica foto di studio, che mostra semplicemente Céline − reduce dal successo del suo libro d’esordio e dalla candidatura al Goncourt − che fissa l’obiettivo con aria sicura di sé. Ci pareva che Lombroso fosse passato di moda, particolarmente a sinistra. Evidentemente sbagliavamo.

Ne I“libelli” di Céline invece Moresco afferma:

I cosiddetti libelli di Céline non sono affatto libelli. Sono una cosa infinitamente più importante e grave. Uno di essi, il famigerato Bagattelle per un massacro […] è un libro nevralgico, non solo per tutta l’opera di questo scrittore ma anche per l’intero Novecento. Se ciò di cui parla non fosse tragico, sarebbe un libro d’infernale comicità. Ci dice cosa bolliva nella pancia dell’Europa. Dobbiamo ascoltarli, gli scrittori, anche quando sono attraversati e agiti dall’orrore del mondo e resi schiavi dalla macchina del dolore. Bisogna ascoltare il grido degli scrittori, anche quando la loro bocca è la bocca stessa del male.

Temo si perderebbe solo del tempo a cercare di spiegare a Moresco che le più o meno dissennate decisioni dei capi di stato d’ogni latitudine, dipendono da tutto tranne che dal grido degli scrittori. Ma l’autore de I canti del caos prosegue:

Bisogna prenderli maledettamente sul serio, invece che credere di potersene stare al sicuro nell’immaginario e rassicurante spazio separato della cultura

Più avanti, Moresco cita anche I proscritti, dell’appartenente ai Freikorps Ernst von Salomon, quale libro da prendere maledettamente sul serio; stranamente, mai che sia indicato dai Maitre à penser quale Moresco qualche libro da prendere maledettamente sul serio sui GuLag, o sul genocidio armeno o ucraino, sul Laogai, sulla Cambogia sotto Pol Pot, sulla repressione nel Caucaso, su Katyn, etc. Invece, insistendo su Bagattelle

Sono libri che bisogna assolutamente leggere, soprattutto Bagattelle, che dovrebbe essere ripubblicato da un buon editore e reso disponibile anche adesso, soprattutto adesso.

…ecco comparire la solita, scontata, logora, tiritera − di Moresco e d’infiniti altri: soprattutto adesso, sottintende, che le Forze Oscure Della Reazione in Agguato (FODRA) berlusconiane-fascio-leghiste progettano nuovi Olocausti di Rom, immigrati, etc.

C’è dentro la pancia e la merda dell’Europa. Com’è stato possibile che il cuore del Novecento diventasse la pancia e la merda dell’Europa?

Non serve essere un geopolitico di vaglia per comprendere come l’emergere degli Stati Uniti quale potenza globale a discapito del British Empire, la Rivoluzione sovietica e cinese, l’espansionismo giapponese, la Prima guerra mondiale e la scomparsa degli Imperi Centrali, il riaccendersi dei nazionalismi, etc., forse magari qualche sconvolgimento potevano portarlo… ma si fa certamente meno fatica a pensare che tutto sia colpa di Céline e di Hitler.

[…] il libro è saturo sino a scoppiare di antisemitismo e razzismo, che con monomaniacale diligenza vi vengono continuamente riportate citazioni atte a mostrare la diabolica avidità e malignità degli ebrei, riprese da scrittori, uomini politici e pensatori di tutti i tempi, Cicerone, Fourier, Bakunin, Bela Kun, Rathenau, Disraeli, D’Aubigné, Rochefort, ma anche dalle stesse fonti ebraiche, dal Talmud, dai Profeti, dai Salmi…

Senza entrare nello specifico dell’accuratezza o meno delle citazioni di Céline, notiamo soltanto come a Moresco sfugga il fatto che alcuni dei personaggi citati, come Bela Kun, Disraeli e Rathenau fossero proprio ebrei.

Ci sono dei libri intollerabili, odiosi che ci dicono però anche l’altra parte della “verità”, la sua faccia inconfessabile, nascosta, in ombra, che ci fanno capire con la potenza della letteratura cosa può bollire nella nostra pancia e nella pancia del mondo.

…e poi ci sono i libri − e gli articoli − degli utili idioti, ogni riferimento a fatti o persone è puramente voluto.

Cose orribili, odiose, in questo caso, che stanno ritornando a galla, su cui bisogna che si riformino continuamente gli anticorpi, con cui bisogna avere il coraggio di confrontarsi, da cui non ci salveranno le sole regole, per quanto giuste e lungimiranti, le leggi a largo spettro, le prescrizioni, i divieti.

Eccole, le FODRA! There she blows! È chiaro: senza gli anticorpi antifa, ritornano l’Inquisizione, le SS, la Muti; more solito, per gli eventuali successori degli ucraini fatti morire di fame da Stalin, i baltici perseguitati, i polacchi trucidati, gli studenti di Praga e Budapest, che siano oggi in Tibet o nel Myanmar, non ci sono anticorpi e coscienze universali; semplicemente, per l’intellettuale radical-chic sinistrorso progressista, essi non esistono, né sono mai esistiti − 1984 docet. Per questi esemplari esponenti della società civile esiste solo l’eterno diplomino di militante antifascista… Moresco poi invoca tutto il democratico arsenale per prevenire il Thoughtcrime… curioso che il fu militante in organizzazioni rivoluzionarie invochi adesso l’autorità del bieco e reazionario Stato borghese.

Sono così labili i nostri cuori e le nostre menti da avere una simile paura di entrare dentro questo orrore e di sostenerne lo sguardo? Io questo libro l’ho letto ma non per questo sono diventato antisemita. Sono rimasto − se possibile ancora di più − filosemita.

Non lo mettevamo in dubbio… pochi sono gli uomini non filo-qualcosa, ma semplicemente liberi. Forse perché il prezzo da pagare è alto, come dimostra la vita di Céline, e Moresco, come molti altri, preferisce invece aspettare i saldi.

Quindi, in Lettera a Céline, tralasciando di commentare l’originalità e l’eloquenza della prosa seguente…

Un paio d’anni fa, all’interno di un libro sullo sbrego della letteratura, ho scritto questa lettera a Céline: Figlio di puttana Céline! Fetente Céline! […] Ti brucia il culo di fronte a scrittori come Dostoevskij, perché sei un pezzo di merda e non riesci a tollerare la grandezza al di fuori del tuo pezzo di merda […]

…Moresco dichiara, bontà sua:

Io ti ho sempre difeso, sempre, anche quando militavo in organizzazioni rivoluzionarie e stavo dentro una certa visione politico-ideologica del mondo e potevo provare il massimo orrore per le tue posizioni

L’accenno di Moresco alla sua militanza in organizzazioni rivoluzionarie non inganni: non ci troviamo di fronte alla confessione di appartenenza ad un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse o di Sendero Luminoso, ma solo, al massimo, della vanteria radical-chic di chi si pavoneggiava velleitariamente in Lotta Continua o similia − come tanti, troppi protagonisti della “cultura” italiana. Non domo, prosegue:

Non perché, anche allora, non provassi pena e orrore per il tuo antisemitismo e razzismo e per la tua meschinità e paura e grettezza da piccolo borghese incattivito e con la merda al culo, spaventato, vigliacco e disposto a tutto.

Notare come il lessico da volantino agit-prop “contro lo stato borghese” sia rimasto tale e quale… magari un po’ di pena e orrore, espressa in questi termini così accesi di “furore civile”, Moresco poteva provarla per i suoi compagni delle Hazet 36 o dei GuLag. Magari, alla fine lo farà. Sono sempre qui, mi assento mai, resto apposta per i ritardatari... scriverebbe Céline. Quindi, disinvoltamente, si passa dall’esecrazione massima e il turpiloquio alle lodi sperticate, forbitamente espresse. Un po’ usurato, come artifizio retorico:

Eppure, eppure − pur con tutto questo − la tua opera contiene una tale allucinata e deformata tensione allo svelamento e all’esplosione creazionale e cosmica delle forme e dell’orrore nascosto nel cuore stesso della vita da costituire qualcosa di unico, fondamentale e fenomenale, sia per la modernità e il Novecento che in senso universale.

E, per non farci mancare niente dell’armamentario radical-chic, il più labile dei pretesti va senz’altro sfruttato per il consueto fervorino da giacobino mangiapreti:

Per questo trovo altrettanto intollerabile sia chi ti esalta per alcuni aspetti separati e non per altri, come certi cattolici marci e pieni di merda confessionale che ti leggono attraverso le loro proiezioni e campionature, reazionari e retrivi e spaventati e vigliacchi, che si fingono anarchici in arte ma che se ne stanno bene attaccati alle potenti tette secolari di un’istituzione religiosa che dovrebbe fare orrore a chi senta dentro di sé anche solo una minima tensione religiosa.

Quindi Moresco regala una perla d’involontario umorismo; quanto gli si addice, infatti, per la sua roboante e vuota prosa − vedi anche paragrafo successivo − la definizione d’avanguardino accademico!

Sia quegli avanguardini accademici irresponsabili, che vanno in sollucchero per il puro gioco alfabetico formale separato e per i tre puntini, gente che tu avresti disprezzato e trattato come merita.

E arrivano anche le sue profonde riflessioni in La figlia di Céline:

Nei pochi anni i cui è stato sposato con Edith Follet, Céline ha una figlia […] Ho spesso pensato a lei, leggendo i libri di Céline. Forse è solo ignoranza mia, ma non ho mai visto una sua foto, mai letto una sua intervista, nonostante un padre così importante.

Togliamo pure il forse.

Niente, come se non esistesse, non fosse esistita, che faccia avrà, o avrà avuto? Cosa avrà pensato di un padre simile? Lo avrà amato? Lo avrà odiato? Chissà! Sono cose inspiegabili!

Sono proprio cose inspiegabili, più o meno come questo capitoletto, e le banalità del paragrafo seguente, che concludono degnamente il compitino di Moresco:


Si sa, per essere amati dai propri figli a volte non basta amarli ed essere degni, per cui può darsi che per essere odiati non basti non amarli ed essere indegni. […] Mi piacerebbe vedere una fotografia della figlia di Céline, se ne esiste una. Mi piacerebbe incontrarla, se fosse viva da qualche parte. Chissà, forse tra noi due avrebbe potuto esserci amore.

giovedì 27 dicembre 2007

Céline contro Sartre



Nel 1947 Louis Ferdinand Céline, dopo aver appreso dallo scrittore Albert Paraz che Jean-Paul Sartre, nel suo Portrait d’un antisémite (apparso su Les Temps Modernes nel dicembre 1945, e nell’ottobre 1947 ripreso da Gallimard nel volume Rèflexions sur la Question juive), aveva scritto: “Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché era pagato”, scriverà in risposta À l’agité du bocal.
Il pamphlet sarà prima inviato a Jean Paulhan, che non lo pubblicherà, e quindi a Paraz, che lo riprodurrà in appendice al suo libro Le Gala des Vaches (L’Elan, 1948).
Inoltre nel 1948 ne fu tirata, a cura di alcuni amici di Céline, una edizione di duecento esemplari (À l’agité du bocal, Lanauve de Tartas, Parigi, s.d.).
Riportiamo le considerazioni di Pierre Monnier riguardo a Le Gala de Vaches e su Cèline, pubblicate sul n°217 di Europe-Amérique dell’11 agosto 1949:
Alla fine del ’48 uscì un libro straordinario, Le Gala des Vaches di Albert Paraz, che prendeva le difese di Céline con un coraggio senza precedenti. Per misurare il terreno percorso, occorre che la storia quotidiana dia conto di questo: otto grandi settimanali francesi rifiutarono la pubblicità (a pagamento) per Gala. Alcuni critici letterari osarono parlare di provocazione.
Un’amica d’infanzia di Céline, la grande Arletty, fu né più né meno minacciata di morte perché aveva accettato di vendere Le Gala des Vaches, che raccoglieva quaranta lettere di Céline, una delle quali contro l’aborto Sartre, “L’agité du bocal”!
Le librerie che avevano messo in vetrina quel libro vennero devastate. E da chi? Ecco il punto. Dagli ebrei? No! Molti ebrei sono fervidi ammiratori di Céline: Milton Hindus in America, Paul Lévy, direttore di Aux écoutes a Parigi.
Coloro che si oppongono a Céline sono semplicemente degli scalmanati comunisti o altri che rappresentano solo se stessi, che non hanno mai letto una sola riga dei suoi libri, che non sanno niente del suo caso. Sbraitano a più non posso perché Céline ha fatto le prime rivelazioni su ciò che accade in Russia con Mea Culpa e Bagatelle. Molto prima di Koestler, Gide e Kravčenko. Costoro, però, non vengono bistrattati come Céline. Perché? Perché lui ha genio!

La pirotecnica reazione di Cèline alla infamante - e falsa - accusa rivoltagli da Sartre, va collocata, per essere compresa a fondo, nel contesto storico delle epurazioni dei “Collaborazionisti” in Francia nel 1944-1949. Circa 40.000 francesi, che a vario titolo avevano avuto rapporti o con lo Stato di Vichy o con l’Amministrazione tedesca, svolgendo funzioni burocratiche, amministrative e intellettuali, oppure avevano militato in raggruppamenti politici o in unità militari, paramilitari o di Polizia furono condannati a pene detentive e privati dei diritti civili. Furono inoltre eseguite ben 7.037 condanne a morte, che colpirono anche gli intellettuali ritenuti rei di “collaborazione con il nemico”, come Robert Brasillach, Jean Luchaire e molti altri, mentre 10.000 francesi caddero vittima di esecuzioni sommarie. Ancora nel 1952, 2.400 francesi si trovavano in prigione con l’accusa di collaborazionismo.
L’epurazione degli scrittori “Collaborazionisti” sarà compito del Conseil national des écrivains (CNE), che stenderà, democraticamente, degli elenchi di libri e di autori “impubblicabili”. Anche uno scrittore pacifista come Jean Giono, che durante l’Occupazione scelse l’”emigrazione interiore”, fu messo all’indice e incarcerato.
Si capisce facilmente quindi che l’accusa di Sartre, uno dei più irremovibili persecutori degli intellettuali Collabos, poteva risultare molto pericolosa per Céline, vista la fine fatta dal ricordato Robert Brasillach, giustiziato tramite fucilazione il 6 febbraio 1945 nonostante una richiesta di grazia indirizzata a De Gaulle firmata, tra gli altri, da Mauriac, Claudel, Valéry, Duhamel, Paulhan, Cocteau, Colette…
In aggiunta a questo, il 19 aprile 1945 un Tribunale francese aveva spiccato un mandato di cattura per “Tradimento” contro Cèline, riparato in Danimarca, e, dal dicembre 1945 al febbraio 1947, Louis Ferdinand Destouches sarà incarcerato a Vestre Faengsel, passando diversi mesi in cella di isolamento.
Tornando alla Querelle Sartre-Céline, notiamo che, durante l’Occupazione, Céline sarà uno tra gli intellettuali che meno contribuiranno, tramite articoli o altri contributi, alle conferenze ed alle riviste collaborazioniste come Je suis partout, Au pilori e La Gerbe su temi quali l’alleanza tra Francia e Germania, la lotta contro il Bolscevismo ed il Capitalismo, l’antisemitismo…
Infatti, escludendo i suoi pamphlet, visto che sono stati scritti quasi tutti prima del 1940 (Mea Culpa, 1936, Bagatelles pour un massacre, 1937, L’Ecole des cadavres, 1938 e Les Beaux Draps, 1941), Céline, durante il 1941-1944, pubblicherà appena un solo articolo, venticinque lettere e tre interviste. Da notare poi come la diffusione di alcuni dei suoi libri sarà in più occasioni ostacolata tanto dalle autorità di Vichy (come nel caso de Les Beaux Draps) quanto dai tedeschi (anche se Céline avrà degli alleati in Karl Epting, direttore dell’Istituto tedesco di Parigi, e nell’ambasciatore Otto Abetz), mentre, paradossalmente, come ricorda anche Cèline nell’Agité du bocal, il “Resistente” Sartre metterà in scena il suo dramma teatrale Les Mouches, allegoria dell’Occupazione nazista… nel giugno 1943, in piena Occupazione, al Théâtre de la Cité!

Tratto da:
http://lf-celine.blogspot.com/2008/01/contro-sartre.html

Louis Ferdinand Céline

Contro Sartre. A' l'agitè du bocal.

Seguito dalle lettere di Céline al "Je suis partout" e dallo scritto Viva l'amnistia, Signore!

Introduzione a cura di Andrea Lombardi.

Edizioni Effepi, 50 pagine, f.to 14x21, 10,00 euro.

Richiedere a: ars_italia@hotmail.com

martedì 25 dicembre 2007

Raboni sul Bagatelle di Céline, 2000




Dal "Corriere della sera" del 31 ottobre 2000



Novecento. Pound e Céline come Drieu e Jünger: le opere degli scrittori «politicamente scorretti» sono da sempre oggetto di valutazioni imbarazzate, anche se si tratta di capolavori


di Giovanni Raboni


Due episodi variamente remoti ma tuttora carichi, temo, di senso o insensatezza. Nel 1953 l’editore Guanda, benemerito diffusore in Italia, a quei tempi, della migliore poesia straniera contemporanea, pubblicò la traduzione integrale dei Canti pisani di Ezra Pound. La storia di questo capolavoro è fin troppo nota: Pound lo scrisse, appunto, a Pisa, in un campo di concentramento dove era stato rinchiuso subito dopo l’arrivo delle truppe alleate sotto accusa di alto tradimento per aver collaborato durante la guerra, lui americano, alla propaganda antiamericana del regime fascista; e Pound, nei Canti , non si smentisce né si discolpa. Non importa come la dolorosa vicenda sia finita; importa, ai fini di ciò che ho in animo di dire, che l’edizione italiana del poema uscì con una fascetta che diceva pressappoco così (cito a memoria e, dunque, con qualche rischio di inesattezza, ma sono sicuro sia del significato complessivo che dei termini essenziali): «Questo libro dimostra che anche con delle idee sbagliate si può fare della grande poesia». Secondo episodio. Nel 1981 lo stesso editore Guanda, passato nel frattempo in altre mani, pubblicò la traduzione italiana di Bagatelle per un massacro , il più famoso e famigerato dei famigeratissimi pamphlets anticomunisti, anticapitalisti, antisemiti, antitutto, scritti da Louis-Ferdinand Céline fra il 1936 e il 1941. Per essi, oltre che per una qualche (mai del tutto dimostrata) connivenza con gli occupanti tedeschi, Céline aveva subìto in Francia, finita la guerra, una dura condanna penale successivamente condonata. La comparsa del volume suscitò sulla nostra stampa reazioni molto violente. Fra le tante voci scandalizzate o addirittura orripilate (ma ce ne furono anche di intelligentemente pacate: per esempio, Piergiorgio Bellocchio su Panorama e Cesare Cases su L’Espresso ), una mi colpì in modo particolare: quella di Alberto Moravia, che in un elzeviro apparso su questo giornale si sforzò diligentemente di dimostrare che Bagatelle , oltre ad essere infame, era anche noioso e mal scritto. Se ho rievocato queste vecchie storie è perché mi sembra che esse riflettano tuttora i due modi più tipici con i quali la cultura «politicamente corretta» tende a risolvere e, se così si può dire, a sublimare il proprio imbarazzo di fronte ai Grandi Reprobi della letteratura. Sappiamo tutti, credo, di chi stiamo parlando. Due - forse i maggiori - li ho già nominati; ma Pound e Céline non sono certo i soli a trovarsi in questa scomoda e, più ancora, incomodante situazione. Basti pensare agli altri collaborazionisti effettivi o presunti, dal norvegese Knut Hamsun ai francesi Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, Henri Montherlant, Paul Morand; o ai tedeschi indiziati di un’adesione un po’ troppo convinta (anche se ritirata, per loro e nostra fortuna, prima che fosse davvero troppo tardi) come il grande Ernst Jünger e il grandissimo Gottfried Benn. Tutti, come si vede, ufficialmente «di destra»; e della più raccapricciante sin qui esistita. Ma chi si sente di escludere che un analogo imbarazzo possano suscitare un giorno o l’altro, se già un po’ non lo stanno suscitando, Sartre o Aragon, Eluard o Neruda? Il comune senso della correttezza politica è più mutevole (o, per adattare un termine alla moda, «revisionabile») di quello del pudore. Ma torniamo ai due espedienti con i quali, negli scorsi decenni, si è generalmente cercato di liquidare il problema. Il primo consiste nel negare qualsiasi nesso tra il valore dell’opera e le idee dell’autore: in parole povere, Pound è stato un grande poeta, ma in fatto di politica, di economia, di storia ecc. non capiva nulla, era un irresponsabile, forse un folle; non bisogna badare a quel che dice, ma solo a come lo dice. Il secondo è, in un certo senso, ancora più sbrigativo: se uno scrittore pensa male deve essere per forza - almeno lì dove, o da quando, pensa male - un cattivo scrittore. Ergo: Céline, dopo aver scritto due capolavori come Viaggio al termine della notte e Morte a credito , è improvvisamente finito, e tutti i suoi libri successivi sono, oltre che da non leggere, illeggibili. Diverse, anzi opposte, le due posizioni hanno tuttavia qualcosa in comune: sono entrambe di matrice idealistica e sono entrambe, secondo me, radicalmente sbagliate. Una grande poesia, un grande romanzo, un grande dramma, insomma un grande testo letterario che non contenga, oltre e dentro la bellezza della scrittura, anche un nucleo di grandezza etica, un principio attivo di verità, è - a mio avviso - una contraddizione in termini; semplicemente, «non si dà». Ma bisogna, quella grandezza etica, quella verità, saperle trovare; e niente è più improprio che cercarle soltanto in quella che San Paolo chiamava la lettera (avvertendo, come nessuno dovrebbe ignorare, che «littera occidit, spiritus autem vivificat») e Roland Barthes il «grado zero» della scrittura. Le idee di uno scrittore contano, e come; solo che si nascondono - e, insieme, si rivelano - nelle sue metafore, nelle sue iperboli, nelle sue immagini, nello spessore materiale della sua voce. E allora? Allora rileggiamoli, i Grandi Reprobi di oggi e di domani; rileggiamoli badando non solo a ciò che dicono, né solo a come lo dicono, ma al continuo riversarsi e convertirsi dell’una cosa nell’altra, alla dialettica che essenzialmente e inesauribilmente si instaura tra forma e contenuto o, meglio, tra forma del contenuto e contenuto della forma, insomma all’infinita circolazione del senso in ogni fibra visibile e invisibile dell’indivisibile realtà testuale. E a quel punto, solo a quel punto, scopriremo forse che se il muro di Berlino, per la letteratura, non è ancora caduto è perché per la letteratura, forse, non è mai esistito.

lunedì 24 dicembre 2007

Bagatelle per un massacro



Corbaccio, Milano, 1938
Prima edizione italiana. Raro.
Traduzione Alex Alexis.

Brossura, f.to 13x19, pag. 336.

La traduzione più accurata è quella di Pontiggia del Bagatelle edito da Guanda nel 1981, edizione ritirata dal mercato.

Potete scaricare il Bagatelle in .pdf qui:

http://www.vho.org/aaargh/fran/livres9/Pontiggia.pdf

Bagatelle per un massacro



Edizioni Robespierre, Milano, 1965 (per concessione della Corbaccio).

Edizione limitata, f.to 15x21, pag. 260.

Bagatelle per un massacro



Aurora, s.d. (anni '90), Caserta.

Brossura, f.to 13x18, pag. 256.

Edizione non autorizzata, basata sulla prima edizione del Corbaccio, 1938. La traduzione è infatti quella di Alex Alexis. Alcuni tagli, è presente una breve prefazione e delle integrazioni (non pertinenti con il testo originale) a cura dell'editore.

Mea Culpa e La bella rogna



MEA CULPA E LA BELLA ROGNA

Guanda, Milano, 1982.

Traduzione di Mea Culpa a cura di Giovanni Raboni
Traduzione di Les beaux draps a cura di Daniele Gorret

Brossura, f.to 14x21, pag. 208.

Ritirato dal mercato. Raro.

Esiste una riproduzione anastatica dell'originale, non autorizzata, fatta negli anni '90. Si riconosce per una sfocatura dei caratteri in copertina e risguardi, oltre che per il cartoncino usato per la brossura.

Mea Culpa



MEA CULPA E OMAGGIO A ZOLA

TraccEdizioni, Piombino, 1990.

Tiratura limitata, brossura, f.to 17x24, pag. 64. Traduzione di Flaviano Pizzi.

L'ecole des cadavres



Editions Denoel, Parigi, 1938.

Tirato in 12-25-75-400 esemplari numerati

Tirato in 20-25-25-30 esemplari numerati fuori commercio

Brossura, F.to 14x21, 306 pagine.




martedì 18 dicembre 2007

La scuola dei cadaveri




Traduzione italiana non autorizzata del L'école des Cadavres de Céline, edita nella "Collana del nibbio bianco", Edizioni Soleil, S. Lucia di Piave, 1997. 179 pag.

I pamphlet antisemiti di Céline non possono essere ripubblicati, nè in francese nè in altre lingue, per volontà della moglie di Céline.

Scaricabile in .pdf qui:

http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/LFCscuola.pdf

L'inizio del libro:

L'altro giorno deambulavo, tutto pensoso, lungo la banchina fra la Jatte e
Courbevoie, riflettevo su piccole cose, avevo dei tedi... Certo, non stavo per
annegarmi... ma ero lo stesso tormentato, non trovavo la soluzione.
La vita non è spasso tutti i giorni.
Guardo un pò attorno, vedo una chiatta, nel pieno d'una melma, capovolta,
sottosopra, giacente, che sembrava una sorta di sbarramento... e poi un piccolo
argano, pendente, che si muoveva da solo...
Guardo un pò più lontano... Scorgo laggiù una sirena che borbottava fra le
acque, in quella melmose, molto fetide... un fango pieno di bolle... Provavo fastidio
per lei... Mi allontanai con del tatto...
- Yop! Eh! Hop! Non dici più buongiorno, pazzo! Gran suonato! Sfrontato
maleducato! Dov'è che ti precipiti?...
La conoscevo come sirena, questa sfacciata, l'avevo incontrata spesso, in
circostanze delicate, in estuari ben diversi, altri momenti della vita, da Copenhagen a
St. Laurent, laggiù travolgente, eccessiva di schiuma, gioia, giovinezza, vertiginosa
negli spruzzi. Certo questa decadenza mi sconvolgeva... Così nella Senna... molto
pescosa e fognaiola...
- Dove correte così pensieroso! Bel cazzone!... m'apostrofa quella.
La conoscevo intrigante... È diventata ben grossolana, nei paraggi... La guardo
allora più da vicino. Che povero aspetto!
- Mi trovi brutta ora? Orrendo tu stesso! Dài! Abbracciami!
Ero ben costretto, che ne odoravo gli olii... mi scuso...
- Stai per diventare nonno! m'annuncia lei.
Se ne scoppia a ridere la troia. Sapeva tutto questa bifolca, di tutti i pettegolezzi,
pispole da portinaia della zona.
- Sei bene informata, cara la mia merluzza! le rispondo a tono. Indiscreta!
Sfrontata! Sei venuta a riposarti in campagna stamattina?...
- Campagna! campagna!... Cadavere voi stesso! Vecchio furfante cadente
puttaniere! Vecchio fallito! Ciò t'offende, vero nonno? ciò che di dico! Vecchio
femminiero! Devastatore di rovine! Vergognoso! Scornato prostatico! Fottuto
dissipatore!
- Ah! che le dico. Penosa spazzatura! Fior di marcitoio! spurgamento! Sto per
anmentarvi! insolente!
Ancora un pò e le saltavo addosso, le strappavo le squame! Gli amori erano
finiti!... c'erano vent'anni di troppo fra noi per gli ammaliamenti... Andava così
stranamente pettinandosi lungo la melma degli argini. Ciò diventava odioso. Feci lo
sforzo d'essere gentile, volevo allontanarmi senz'odio... E poi la collera mi trascinò.
- Me ne vado al mare io! neppur fresco! che annuncio di colpo tutto spavaldo.
Me ne vado nelle onde pure! io!... Carnaccia da spargimento!
- Vero come hai detto? Carnaccia? A questo modo m'insulti, smemorato!
Desolante anima di stronzo! Ripeti un pò, che t'annego! Pipì! Te ne andrai come gli
altri al mare? sì, come tutti i cani spompati di questo mondo? Gonfiatura!
- Va bene! che le rispondo! Barra mascalzona! Sei brutta, triviale! Puzzi! Non
l'hai rubata la tua penitenza! Lo vedrò Nettuno! Glielo dirò! Che ho un permesso con
sua figlia! La sirena dell'Alba! Ciò ti violenta, vero? Non l'hai rubata la tua penitenza!
Ripeto!
Penitenza!