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giovedì 15 maggio 2014

Speciale su Céline di radio RBN con Andrea Lombardi, Roberta Di Casimirro, Mario Michele Merlino e Adriano Scianca



Speciale su Céline di radio RBN in compagnia di Andrea Lombardi, Roberta Di Casimirro, Mario Michele Merlino, Adriano Scianca.

QUI il podcast; per ascoltare la trasmissione
, dopo aver aperto il link basta stoppare la diretta della radio che trovate a destra nel riquadro nero, e premere play al di sotto del manifesto.

giovedì 30 maggio 2013

Denis Lavant e Céline: “I poveri… feroci e disgustosi proprio come i ricchi!”

“I poveri… feroci e disgustosi proprio come i ricchi!” 


Il bravo attore francese Denis Lavant, al termine della presentazione su di una rete TV del suo adattamento teatrale del “Timone d’Atene” – il denaro: finanza, usura, disuguaglianze e ridistribuzione da Shakespeare a Karl Marx ­– recita con passione dei brani di alcune taglienti lettere scritte da Louis-Ferdinand Céline a Roger Nimier (in villeggiatura in Bretagna) nel luglio-agosto 1959, causando la visibile costernazione dei “riches” presenti in studio… Anche dopo un secolo, leggere Céline è sempre come gettare tra il pubblico “una bomba armata a rancore”.

Andrea Lombardi


“I ricchi son sempre lì che aspettano di ereditare e di derubarci, delle nostre ore, della nostra vita…”
“Vede, invece di tutti questi cartelloni Michelin contro gli incidenti, dei quali se ne frega, il “benestante” vorrebbe veder piantati dappertutto dei segnali “d’igiene sociale” sulle spiagge, sui prati, nei boschi… “Povero stronzo, non riposare, non divertirti, pensa al tuo lavoro, al rientro, ai tuoi debiti!” “Fannullone, non ubriacarti, non fottere, ricordati che sei indegno di qualunque distrazione!” “Non fare mica il bagno, sporcheresti l’acqua, porco d’un povero! Una spugna ti basterà!” “La persona dignitosa si riconosce dal suo conto in banca! Tutto il resto è inganno!” “Levatevi dai coglioni, sudici, schifosi pagliacci! Levateci questo pensiero!” “I ricchi son sempre lì che aspettano di ereditare e di derubarci, delle nostre ore, della nostra vita, i loro figli di coprirci di merda e di farci vedere quel che pensano i loro genitori: odio e disprezzo… con loro l’unica astuzia è di tacere, se ci mettono all’ingrasso, è per gettarci poi alle anguille… D’altra parte, i poveri non sono che delle scimmie gabbate, feroci e disgustosi proprio come i ricchi…”




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martedì 9 aprile 2013

"La prima vita di Céline" e "Céline ci scrive", di Andrea Lombardi recensiti su "Fogli di via", Fondazione De Ferrari

http://www.deferrari.it/



Andrea Lombardi 
LA PRIMA VOLTA DI CÉLINE. Il corazziere a cavallo Louis Destouches nella prima guerra mondiale. Italia Storica 2012 | Louis Ferdinand Céline: CÉLINE CI SCRIVE. Le lettere di LFC alla stampa collaborazionista francese. Settimo Sigillo, 2011

Il 28 settembre del 1912, Louis Destouches si arruolava nel 12° Régiment Cuirassier, un corpo di cavalleria che risaliva nientemeno ai tempi del Re Sole. Dopo un anno è promosso Brigadiere, Nel 1914 il reggimento è mobilitato.
Facile immaginare quale idea ingenua della guerra potesse avere un giovane nutrito dai libri d'avventura nel clima patriottardo e revanscista d'allora. Figuriamoci delle cariche di cavalleria. Ma sulla Marna e nelle
Fiandre il trasporto romantico fa presto ad affievolirsi: "è il cavallo che carica. Provate a fermarlo imbizzarrito trascinato dagli altri!", dirà in seguito. Nel 1914 viene ferito e dichiarato inabile al servizio. Il 2 settembre
è riformato. Avrà le sue onorificenze. In un ricercato libriccino (veramente minuscolo ma col dorso piatto e una non grossolana iconografia) Andrea Lombardi ricostruisce l'esperienza militare del giovane Maresciallo d'alloggio dei Corazzieri, in seguito conosciuto come Céline, che nell'arruffato rifugio degli ultimi anni, a Meudon, mostrerà ancora con orgoglio ai visitatori la tavola a colori che "L'Illustré National" aveva dedicato nel dicembre del 1914 al fatto d'arme che l'aveva visto protagonista.

Prima ancora di questo libretto (non è sprecato definirlo "aureo", come è consueto leggere nelle recensioni) al suo autore si deve la cura di un volume che copre un aspetto tutt'altro che trascurabile (ma trascurato, basti pensare che nemmeno in Francia i suoi contenuti godono di un'autonoma collocazione) dell'attività letteraria - la sola esplicita a quel tempo - di Céline: le lettere spedite alla stampa negli anni dell'occupazione tedesca in Francia. Ragguardevole il volume non lo è soltanto per la parte testuale originale, la cui importanza va da sé, ma per gli apparati che esibisce in termini di note, articoli di appendice, prolegomeni (la prefazione di Stenio Solinas è a tutti gli effetti una monografia) e anche in questo caso per un non banale e cospicuo impianto iconografico che, insieme alle numerose foto raccolte in un faldone conclusivo, punteggia il testo con le riproduzioni delle pagine di rivista in cui apparvero le lettere qui radunate. Fra gli articoli in appendice ce n'è uno del letterato e romanziere Karl Epting (1905-1979). Epting fu, negli anni dell'occupazione, il direttore dell'Istituto tedesco nella capitale francese e curò la libreria Rive Gauche, che distribuiva in Francia le publicazioni tedesche. Quando non appariva squilibrato, ai nazisti Céline appariva sfuggente. Epting fu uno dei suoi pochi autentici estimatori e l'unico profondo conoscitore della sua opera. "Céline non ci amava", asserisce, "ha sperato per un breve momento che le forze irrazionali della rivoluzione nazionale e socialista potessero fertilizzare il suolo anche dei paesi dell'ovest... ma a questo riguardo si è ricreduto molto rapidamente."
Negli anni Trenta, prima delle Bagatelles, Céline era vigorosamente sostenuto dai pacifisti e dai radicali di ogni scuola. Paul Nizan li mise in guardia: "questa rivolta pura può portarlo non importa dove: fra noi, contro
di noi o da nessuna parte". Nella prima delle lettere pubblicate in questo volume - spedita a "La Vie Nationale" nell'agosto del '40 - Céline, a modo suo, sembra quasi rispondergli: "I Blumisti di ieri sono gli 
Hitleriani di oggi, e se cambierà il vento, i comunisti di domani." Dal che si capisce, per poco che sia, come queste lettere non siano un semplice dettaglio biografico ma il prezioso tassello di un procedimento stilistico.

CHARLES DE JACQUES

sabato 12 gennaio 2013

"Céline ci scrive" recensito su Repubblica di oggi!


CÉLINE, LE LETTERE DELLA VERGOGNA

FONTE: GIUSEPPE DIERNA - LA REPUBBLICA | 12 GENNAIO 2013

Pubblicate in Italia le missive inviate ai giornali filonazisti. Nei testi usciti sulla stampa collaborazionista l´autore di "Viaggio al termine della notte" riprende i temi dei suoi pamphlet in un delirio di logorrea antisemita

Il fatto è noto. Il dottor Louis-Ferdinand Destouches, in arte Céline, uno di quelli che hanno veramente cambiato la letteratura nel Novecento, dopo aver pubblicato i suoi primi due capolavori sforna tra il 1937 e il ´41 tre esplosivi e obbrobriosi pamphlet (Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri e La bella rogna) nei quali riversa quel suo livore per l´universo mondo che i romanzi avevano già lasciato intravedere, ma velato dietro una scrittura struggente e talvolta addirittura lirica. Quello che, però, nei pamphlet esplode è soprattutto un insanabile furore che ha per bersaglio gli ebrei, visti come gli artefici di una cospirazione mondiale che mira al controllo dell´economia e della politica, e disegnati utilizzando tutto il corollario di luoghi comuni e insulti elaborato da secoli di antisemitismo. Fatto, questo, che era costato allo scrittore una condanna a morte in contumacia da parte della Resistenza, l´indegnità nazionale, un ostracismo durato decenni, e - per arrivare a oggi - la cancellazione di ogni celebrazione ufficiale per i cinquant´anni dalla sua morte.
Com´è ugualmente noto, mentre il Tribunale di Parigi decideva del suo destino, Céline aveva sempre sdegnosamente negato ogni attiva partecipazione al regime filonazista del maresciallo Pétain, insediatosi dopo l´occupazione tedesca della Francia (negando anche - e qui stava davvero esagerando - il carattere antisemita dei pamphlet), escludendo categoricamente di aver «mai scritto un articolo su un giornale». Non erano infatti articoli. Erano lettere. Pubblicate ora per la prima volta in italiano, insieme a quell´autodifesa lievemente menzognera: Céline ci scrive (sottotitolo: Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944, Edizioni Settimo Sigillo, 240 pagine, 25 euro).
In una trentina di missive, uscite sui peggiori periodici filonazisti (per la maggior parte foraggiati dagli occupanti) accanto a becere vignette antisemite, Céline riprende motivi sviluppati nei pamphlet, anzi talvolta ad essi rimanda, infastidito dal doversi ripetere, come quando - rispondendo a un´inchiesta dell´Appel sul tema «Bisogna sterminare gli ebrei?» - scrive: «Ne ho abbastanza di ritornare sulla questione ebraica. Tre libri categorici bastano, credo». Una delirante "logorrea antisemita" ripropone il già noto: la minaccia ebraica e la loro bassezza morale («gli ebrei sono responsabili della guerra, o no?»), la flaccidità del governo di Vichy («capo conigliera dei letamai ebrei») e la debolezza degli antirazzisti francesi, per cui una lettera lamenta «il sabotaggio sistematico del razzismo in Francia per mano degli stessi antisemiti. Per giungere, infine, a suggerire nel settembre del ´42 (quando sono già cominciate le deportazioni di ebrei dalla Francia e le SS hanno sostituito l´esercito a Parigi) che la Francia venga divisa in una zona ariana al Nord («lavoratrice e razzista») e una al Sud, in mano agli ebrei. Ma è davvero troppo e la rivista preferisce censurare il suggerimento.
La posizione di Céline nei circoli collaborazionisti è infatti quella di un estremista isolato. Robert Brasillach - collaborazionista poi fucilato - scrive nel ´38 dei suoi libelli: «Se ragionassi come lui potrei affermare che quest´opera è stata scritta da un certo Celinemann, detto Céline, col fine di mettere in cattiva luce gli antisemiti». Al percorso "politico" di Céline di quegli anni è dedicato il documentatissimo volume di Francesco Germinario, Céline. Letteratura politica e antisemitismo (Utet, 157 pagine, 16 euro), che spiega come - in un clima di latente antisemitismo risvegliato in Francia dalla vittoria elettorale del Fronte Popolare nel ´36 - la tesi del cospirazionismo ebraico permette allo scrittore di «fuoriuscire dal quadro di disperata impoliticità che aveva caratterizzato i romanzi dell´esordio», convinto com´era che la rinascita della nazione dovesse necessariamente passare attraverso quella «rinascita in senso razziale» messa ferocemente in opera dal nazismo. Incomprensibile Céline, che negli stessi giorni riutilizza le minute di quelle stesse lettere per scriverci sul retro Guignol´s Band, lo splendido romanzo della sua prima rinascita!


Rece... e scheda libro (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2011)



domenica 9 dicembre 2012

"La prima vita di Céline", recensione di Adriano Scianca sul Secolo d'Italia


Tra Céline e Ftm sugli scaffali della libreria

martedì 17 aprile 2012

"Céline ci scrive - Le lettere di L.-F. Céline alla stampa collaborazionista francese" recensito da Patrizio Paolinelli

 

L’ingenuo perfetto. Le lettere di Céline alla stampa collaborazionista

di Patrizio Paolinelli 


Talvolta non c’è niente di più antipoetico della vita di un poeta. Non fa eccezione la parabola di Louis-Ferdinand Céline negli anni in cui cede ai richiami della teoria della razza, all’anticomunismo viscerale, al nazismo. Vero poeta Céline racchiude dentro sé l’infinito spettro del sentire umano. Si tratta di una pressione incontenibile, insopportabile, dolorosa. Una pressione che conduce lungo le strade dell’incomprensione, della follia, dell’emarginazione. Strade battute dal Céline ossessionato dal complotto giudaico e respinto dalle tante destre che pensava lo avrebbero accolto a braccia aperte come ideologo tout court.
Percorrendo vie che non portano da nessuna parte a un certo punto Céline libera i demoni che dettano Bagatelles pour un massacre e i successivi pamphlet antisemiti. Libelli disperati, scritti di getto, a metà strada tra politica e letteratura. Libelli che danno voce alla cattiva coscienza di un uomo terrorizzato da un nuovo conflitto europeo. Con lo scoppio della guerra la prudenza avrebbe consigliato a Céline il ritiro dalla scena. Invece lo scrittore radicalizza ancor più le proprie posizioni politiche. Compromissione che finalmente anche il lettore italiano può verificare grazie alla recente pubblicazione di Céline ci scrive (Settimo Sigillo, 240 pagg., 25 euro). Un testo che riproduce gli interventi dello scrittore sulla stampa collaborazionista francese tra i 1940 e il 1944. Ideatore e curatore della raccolta è Andrea Lombardi, studioso di storia militare, appassionato lettore dell’opera di Céline e animatore del più importante blog italiano dedicato allo scrittore francese (http://lf-celine.blogspot.com).
Céline ci scrive è un lavoro importante. Intanto, perché almeno in parte colma il vuoto lasciato dal divieto di Céline di rieditare i tre pamphlet che tanti guai gli hanno procurato. Poi, perché le lettere alla stampa collaborazionista mancano quasi del tutto dei tanti passaggi poetici che caratterizzano i libelli consegnandoci per così dire il Céline integralmente politico. Infine, perché dopo aver concluso la lettura del libro ci rendiamo conto che il poeta prevale nettamente sul polemista.
Come si arriva a tale conclusione? Non certo prestando orecchio alle proposte politiche dello scrittore. Proposte che resteranno del tutto ininfluenti sulle scelte degli occupanti tedeschi e del governo di Vichy. Sia con i libelli che con le lettere alla stampa collaborazionista Céline grida nel deserto. Nessuno lo ascolta, talvolta è persino censurato, ma lo si lascia urlare perché non si può negare la parola a chi col Voyage au bout de la nuit ha rivoluzionato il romanzo francese, non si può negare la parola a un mostro sacro della letteratura.
In quanto a mostruosità Céline non si fa certo pregare. Nelle lettere alla stampa collaborazionista pretende la pulizia razziale della nazione, accusa Pétain di essere filosemita, taccia i francesi di debolezza, codardia e degenerazione, esalta la crociata antibolscevica, reclama sangue per la causa ariana, chiede fanatismo assoluto per la comunità di popolo e ovunque l’ebreo-comunista deve essere stanato. Ovunque: anche dentro i francesi purosangue. Ma i francesi sono purosangue? No. Ed ecco allora Céline avanzare l’idea di dividere la Francia in due parti: quella del Nord, lavoratrice e razzista, con capitale Parigi, e quella del Mediterranea, bizantina e latina, con capitale Marsiglia. Troppo, anche per gli estremisti della destra più reazionaria.
Se non si presta ascolto a queste farneticazioni cosa resta del polemista Céline? La solitudine e lo stupore. Ossia una condizione e una qualità del poeta. Non è esclusivamente politica la chiave per comprendere le lettere alla stampa collaborazionista (così come i pamphlet) perché politicamente Céline è l’ingenuo perfetto: colui che crede alla completa adesione tra parole e fatti. E l’ingenuo perfetto si stupisce enormemente quando la realtà non è coerente con le promesse. In Céline lo stupore si trasforma in rabbia, in un’esigenza ancora maggiore di perfezione. Finisce così per isolarsi sempre di più.


VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del lavoro, 14 aprile 2012.



domenica 23 ottobre 2011

Céline e quelle lettere maledette, recensione di "Céline ci scrive" su Rinascita






Céline e quelle lettere maledette

di Angelo Spaziano


Per i tipi del Settimo Sigillo è da poco in libreria il saggio “Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-44”, a cura di Andrea Lombardi, con prefazione di Stenio Solinas.
L’opera sarà presentata oggi, alle 18 e 30 a Roma, nello spazio culturale “Foro 753”, in via Beverino 49, a Roma. Già la veste tipografica del testo è, di per se, una chicca. Non meno importante è il fatto che in questo volume vengono tradotte per la prima volta in italiano le lettere “maledette” di Louis-Ferdinand Destouches, alias Celine. Missive che il celebre letterato francese inviò ai vari organi di stampa della Repubblica di Vichy nel periodo della II guerra mondiale compreso tra l’arrivo dei tedeschi a Parigi e la vigilia che precedette la caduta del Terzo Reich. Nella prefazione Stenio Solinas tratteggia l’intera vicenda biografica dell’autore transalpino con una prosa che sa di poesia. Al tempo stesso il noto giornalista dà al lettore a secco di notizie tutte le informazioni utili sul carattere, gli ideali e i sentimenti dell’uomo di Courbevoie.
Caratteristiche che fanno dello scrittore d’oltralpe un soggetto stilisticamente non omologabile, né tantomeno “inquadrabile” in alcuna corrente letteraria di definizione accademica. Céline è Céline, insomma, un cane sciolto, uno spirito libero, un’anima inquieta e tormentata, individualista, anarchico, nichilista, razzista, rivoluzionario, antiborghese, antibolscevico e ferocemente ostile pure ai “terroni” di casa. Fino al punto da augurarsi la secessione della parte nord dell’Hexagone da quella sud, “meticcia”, “papista” e “massonica”. Il saggio introduttivo ci offre, inoltre, un rapido excursus sulle opere dello scrittore e ci fa comprendere perché è necessario leggerlo. Il fatto è che il burbero uomo di cultura è stato il primo, se non l’unico, che già agli albori del XXI secolo aveva individuato nella penosa decadenza politica, culturale e morale francese innanzitutto e dell’Europa in secondo luogo le tare dello spirito che attualmente avvelenano la nostra società e l’occidente tutto. Nell’introduzione che segue la prefazione, Andrea Lombardi scrive infatti che, proprio come vaticinava Céline: “I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato”.
E questo convincimento è presente ove più ove meno un po’ in tutte le opere dell’autore di “Viaggio al termine della notte”. Già il continuo affiancare il linguaggio popolaresco a quello erudito, unito al frequente uso di iperboli ed ellissi, impone Louis-Ferdinand come un innovatore nel panorama culturale transalpino e non solo. Tuttavia egli risulta a tratti insopportabile, offensivo, spudorato, oltraggioso, irriverente. Troppo diretto, troppo poco diplomatico, troppo privo d’orpelli intellettuali per piacere ai sensibili palati del pensiero omologato. Le sue lettere hanno la sagacia ed il mordente d’un Seneca e, soprattutto, sono “docce gelate” potenzialmente letali per le tiepide, tremule “animucce” del culturame politicamente corretto di stampo gallico. Per Céline null’altro che una manica d’ignavi e soppiattoni. Gente senza onore che, presagendo la fine del lungo conflitto che travagliava la Francia, dopo aver inneggiato all’occupante tedesco, già si preparava a fare il “salto della quaglia” in soccorso del vincitore angloamericano. Nell’epistola al “Je suis partout” del 15 giugno 1942, ad esempio, il castigamatti prende spunto dalla censura che ancora mette all’indice il suo romanzo “Beaux draps” per descrivere la nazione d’Oltralpe come un “continuum” spaziotemporale di vigliaccheria cronica e piaggeria inveterata. Una realtà affetta da una mortificante vocazione al conformismo che attraversa lo spirito della nazione celtica da un governo all’altro, da uno pseudoidealismo all’altro, svendendola per un piatto di lenticchie alla lobby che in quel momento risulta la più potente o la più di moda. Così come, in un’altra lettera inviata alla redazione del collaborazionista ”Je suis partout” del 9 luglio 1943, l’autore sembra tracciare con decenni d’anticipo sui tempi il deprimente identikit della nostra “trista, omologata, opulenta, borghese società”.
Proprio alla luce di tutto questo anticonformismo rancoroso e inconciliabile con il buon senso un tanto al chilo e con la politica accomodante e accattona dei guitti della partitocrazia, Céline viene ancora ostracizzato e bandito dai salotti letterari e dalle aule accademiche di Marianna. Non per niente Lombardi, riallacciandosi alla presentazione di Solinas, stigmatizza come a tutt’oggi non si riesca a trovare un solo critico sufficientemente onesto che sappia parlare dello spiritaccio di Clichy senza etichettarlo come “anti” o come “pro”. Nessuno, insomma, che valuti a pieno le capacità letterarie e stilistiche di un autore che, per quanto “maledetto” e scomodo, ha saputo spaziare da maestro nell’universo letterario novecentesco francese ed europeo, veleggiando di bolina dai pamphlet più ironici ai romanzi più puramente intimistici. Infatti, malgrado il suo innato senso della protesta, il caratteraccio impossibile e l’inguaribile misantropia, lo scontroso medico dei poveri riesce a ritrarre la realtà umana delle desolate periferie parigine con parole che sembrano stilettate al curaro, certo, ma anche con accenti dolci e delicati, quasi poeticamente nostalgici. La lettura di questo carteggio così “doloroso”, così sconsolato e inconsolabile, è agevolata anche dalla valida traduzione di Valeria Ferretti, fedele al testo originale e, insieme, elegante nella forma italiana. Interessanti i dagherrotipi dell’epoca che fungono da piacevole intervallo tra lettera e lettera. Spunti su cui meditare provengono anche dai tre articoli conclusivo-riassuntivi che completano il volume: “Il dialogo franco-tedesco: il caso L.F. Céline”, di Joseph Jurt; “L’altra parte della barricata”, di Andrea Lombardi; “Céline non ci ama” di Karl Epting. Intervistato da Claude Sarrante di “Le Monde” Céline avrà un giorno a dire: “Solamente a noi è stata data la parola. Questo fa l’uomo politico, lo scrittore, il profeta. La parola è orribile… ma arrivare a tradurre quell’emozione è così difficile che lei neppure se lo immagina, è sovrumano, è un’abilità che uccide”. E lui infatti risultò essere la prima vittima di se stesso e del suo dannato talento, indomito e senza compromessi.

martedì 18 ottobre 2011

Presentazione del libro CÉLINE CI SCRIVE @ Foro 753, sabato 22 ottobre ore 18.30




SABATO 22 OTTOBRE 2011

dalle ore 18.30


CÉLINE CI SCRIVE!


Presentazione del libro: CÉLINE CI SCRIVE



con:



- Enzo CIPRIANO Ed. Settimo Sigillo

- Roberta DI CASIMIRRO Commissione Scientifica Biblioteche di Roma e giornalista RAI

- Andrea LOMBARDI Curatore del testo

- Elena BARLOZZARI Foro753

a seguire:


Rappresentazione Teatrale CÉLINIANA

Incontro di Parole e Musica da un'idea di M.M. MERLINO

a cura del Laboratorio Teatrale SetteCinqueTre

a seguire APERITIVO

martedì 4 ottobre 2011

"Céline ci scrive" recensito da Adriano Scianca sul "Secolo d'Italia"...





Le lettere di fuoco del sulfureo Céline

In un libro le missive dello scrittore ai giornali "collabò"

di Adriano Scianca


Una Feltrinelli o una Einaudi qualsiasi, probabilmente, avrebbero sorvolato. Tagliuzzato, selezionato. Epurato. Perché lo scandalo va coltivato in serra, controllato, reso potabile o altrimenti nascosto sotto al tappeto. Settimo Sigillo, invece, ha avuto il coraggio della verità. Ed è così che, proprio per i tipi della casa editrice romana, è potuto arrivare sugli scaffali delle librerie italiane questo incredibile Céline ci scrive (a cura di Andrea Lombardi, pp. 240, € 25,00), raccolta senza censure e senza attenuazioni delle lettere scritte dal dottor Destouches alla stampa collaborazionista francese tra il 1940 e il 1944. È un cazzotto allo stomaco, diciamolo subito. Anche il lettore meno sensibile al politicamente corretto, infatti, avrà qualche giramento di testa nell'avere a che fare con un Céline «sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato», come dirà Ernst Junger. Sarebbe ovviamente una indebita edulcorazione quella che volesse stemperare le invettive céliniane degradandole a mero artificio retorico. Ma di sicuro si ha spesso l'impressione che Io scrittore ponga sul piatto gli argomenti più sulfurei per portare il discorso all'estremo, per stanare ipocrisie e trasformismi. Certe cose, infatti, «chi le scriveva allora? Nessuno. Chi baciava le ciabatte a Blum? Tutti. I blumisti di ieri sono gli hitleriani di oggi, pressappoco.e se cambia il vento, i comunisti di domani». Di fronte alle piccole viltà di chi cade sempre in piedi, Céline invoca coerenza fino al punto di rottura, chiedendo al prossimo l'estremismo come cartina di tornasole della autenticità. È un gioco pericoloso, però. E un bel po' sulfureo. Così facendo, l'autore del Voyage riuscirà per-sino a farsi censurare da alcune riviste collaborazioniste che pure non è che ci andassero leggeri su certi temi. Come quando, nel 1942, manderà a Je suis partout un articolo in cui chiederà di dividere la Francia in due: quella a nord della Loira, ariana e fascista, e quella a sud, "sovralgerica", meticcia ed ebraicizzante... Fa tuttavia bene Andrea Lombardi a porre in appendice una breve ma significativa antologia di poesie e prose antifasciste dell'epoca, dove l'invito ad ammazzare, sterminare, violentare, se possibile godendone luciferinamente, è ribadito con eguale enfasi e forse persino con un po' più di serietà. A Céline, rispetto a Louis Aragon, va semmai ascritto il merito di aver sparso parole di fuoco infischiandosene del senso della storia, della pretesa oggettività di un sistema filosofico, dello scintillio delle buone intenzioni. Oltre al fatto di non essersi meritato una stazione della metropolitanaa suo nome, cosa che invece è accaduta, a Parigi, al cantore della Gheppeù. Il poeta comunista, non a caso, attenderà il sol dell'avvenire senza fretta, nella sua lussuosa villa con parco di sei ettari. Céline e consorte, invece, avranno diversa fortuna. Della coppia, all'epoca buia dell'epurazione, ha tratteggiato questo gustoso - quanto amaro - ritratto Stenio Solinas, nella lunga introduzione al libro: «Lui la chiama urlando, e impreca se lei non risponde, lei gli replica per le rime, il pappagalloToto si intromette e a sua volta ripete le ingiurie del suo padrone... Per i vicini non è una musica paradisiaca, aggravata dal fatto che quando i cani si mettono ad abbaiare Céline non li zittisce, ma anzi li aizza, come se alle porte ci fosse il nemico...». Cani, gatti, pappagalli. Vestiti sempre più simili a stracci, uno spago per tener su i calzoni. È l'altra faccia dello scrittore maledetto. Che, del resto, continuerà fino alla fine a spiazzare chiunque deciderà di avvicinarsi alla sua controversa figura. «Chi è portato al compatimento - spiega ancora Solinas - si ritrova spesso e volentieri scavalcato dall'accorgersi che l'oggetto compatito in realtà calcola, sor-veglia, non sbaglia una mossa, piange a comando, insulta e si ritrae. Chi vorrebbe smascherare il vecchio gigione, scopre orgogli insospettabili, nobiltà di comportamenti, suprema indifferenza per "valori" allora (come oggi) alla moda: il successo, gli agi, le comodità...». L'inafferabilità del personaggio è narrata anche da Karl Epting, dal 1933 al 1944 direttore dell'Istituto tedesco di Parigi, che metterà giustamente l'accento sul «contrasto profondo tra la sua presa di posizione verso le collettività impersonali, per esempio, americane, inglesi, russe, ebraiche e massoniche, nella quale poteva essere di una crudeltà che, nei suoi discorsi, arrivava sino al parossismo, e il suo comportamento verso l'individuo concreto, uomo o animale che fosse, nel quale non ha mai cessato di restare il medico e il protettore». È questo che fa di Céline un oggetto sempre sfuggente, sempre indecifrabile. Un filantropo che aveva deciso di sputare in faccia al mondo. Un irregolare del pensiero, lingua di fuoco e braccia accoglienti. Senza uno straccio di stazione della metro a suo nome.


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Aspettiamo i vostri commenti sul libro!


Per ordinare online il libro "Céline ci scrive" clicca sulla copertina sotto:


mercoledì 14 settembre 2011

"Céline ci scrive" recensito su Booksblog!






Céline ci scrive, le sue lettere "maledette" tradotte e pubblicate per la prima volta in italiano



Sono passati cinquant’anni dalla morte di Louis Ferdinand Céline, cinquant’anni in cui lo scrittore maledetto per eccellenza è stato trattato in ogni modo. Da ogni parte politica, da destra e da sinistra, Céline è stato, in quanto scrittore, oltraggiato. Nel mondo letterario, nessuno più di lui in questi cinquant’anni ha subito più tentativi di strattonamento verso l’una o l’altra parte politica. La pubblicazione di questo «Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944», a cura di Andrea Lombardi, potremmo dire che contribuisce al dibattito come una bomba a mano contribuisce a una rissa, vale a dire mandando tutti al tappeto e mettendo in evidenza l’inutilità dell’alterco. Le lettere ora pubblicate, infatti, sono a tutti gli effetti “maledette”, sono illeggibili per qualunque benpensante, sono inammissibili, oltraggiano praticamente ognuno dei principi su cui abbiamo costruito il mondo occidentale contemporaneo. Eppure, io credo, sono lettere che fanno bene proprio per questa loro indigeribilità, perché ci mostrano quanto sia inutile e idiota cercare di trasformare un uomo in un vessillo e costringerlo a sventolare da una parte o dall’altra, soprattutto quando si parla di Céline. Céline, l’uomo, era una personalità lontana da questo tipo di logica come il nostro pianeta dalla stella più vicina. Chi si affanna a cercare di farlo schierare, non solo non ha capito nulla di quel formidabile e spiazzante anarchico, ma non ha capito nulla neppure della Letteratura.



Tutto ciò che può essere detto sulla visione politica di Céline, o almeno, tutto ciò che può interessare noi, i suoi lettori dell’inizio del XXI secolo, è ben riassunto in una frase nell’introduzione al libro scritta da Andrea Lombardi:


rendendoci pur conto che pensare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sensibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”


Lombardi, sempre nella sua introduzione, cita anche un brano di Pontiggia, traduttore delle Bagatelles, un brano che illumina la vera forza di questo scrittore, un brano che vale la pena di leggere:


Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomunisti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tempesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pugile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denunciato. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazione: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrittori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea.







venerdì 10 giugno 2011

"Céline ci scrive" in anteprima su Libero di oggi




Allora, ecco in anteprima su Libero e Satisfiction la sorpresa che vi abbiamo preparato per il cinquantenario della morte di Céline. Il cappello introduttivo è della redazione di Libero (PS nell'articolo c'è un piccolo errore; contrariamente a quanto scritto nell'articolo, la lettera in questione è inclusa nel libro).


Ringrazio sin da ora chi ha collaborato alla realizzazione del libro: Valeria Ferretti, Stenio Solinas, Gilberto Tura, Simona Oddo, Stefano Fiorucci, Jeannine Renaux e Marc Laudelout, l'editore Enzo Cipriano, e Gian Paolo Serino, Satisfiction e Libero.



Un ringraziamento particolare, veramente di cuore, va a Solinas perchè, oltre alla prefazione, con mio grande stupore mi ha rinviato il manoscritto dopo averlo corretto e rivisto; una cortesia veramente inaspettata e di grande valore.



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Pubblichiamo qui a fianco una lettera di Louis-Ferdinand Céline, datata 15 giugno 1942 e indirizzata all’amico Henri Poulain, contenuta nel numero 11 della rivista letteraria gratuita “Satisfiction”, diretta da Gian Paolo Serino, in uscita il 28 giugno. Come vedrete, si tratta di un testo molto duro, dai forti connotati razzisti e antisemiti. Talmente sgradevole, a tratti, che Andrea Lombardi - esperto conoscitore dello scrittore francese, di cui ha molto scritto e del quale ha curato varie pubblicazioni - ha preferito non inserirlo nel volume Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline nella stampa collaborazionista francese, 1940-1944 (prefazione di Stenio Solinas, edizioni Settimo Sigillo) che ha meritoriamente importato (uscirà in libreria a metà luglio). Del resto, nemmeno in Francia questa lettera ha suscitato reazioni particolarmente favorevoli, come ci si può immaginare. La riproduciamo perché siamo convinti che di un grande autore come Céline si debba conoscere tutto, anche il lato più terrificante efastidioso, il quale certononpuò essere separato dalla sua straordinaria opera di romanziere. Ovviamente, non aderiamo alle bestialità che il francese, seppur con prosa splendente, inserisce nella missiva. Anzi, i contenuti per larga parte ci ripugnano. Però siamo convinti che vadano conosciuti, così come sarebbe ora di pubblicare un libro scandaloso e proibito come Bagattelle per un massacro, disponibile nel nostro Paese solo in edizioni pirata o in ristampe anastatiche di una vecchia edizione di epoca fascista. Ci sembra un’enorme ipocrisia non diffonderlo, visto che il contenuto è facilmente reperibile su Internet. Esattamente come le parole di questa lettera: in lingua originale è semplicissimo trovarla sul web. Qui avete occasione di leggerla, in tutta la sua crudeltà, in tutta la sua superficialità che sembra impossibile per un genio quale era Céline. Eppure l’ha scritta: per questo la stampiamo.





Fouesnant il 15 giugno





Mio carissimo Poulain, mi coglie su due piedi! Ah, capita bene! Capita a fagiolo! Mi chiede un articolo. Prenda questa lettera e a gratis! Celebrare un anniversario? Quello dei Beaux draps? Perbacco! Sempre proibiti! I governi si succedono, giostrano i loro destrieri, la loro musichetta, e patatì e patatà... e niente cambia intendiamoci. Glielo dico molto educatamente. La storia della Francia continua. Piccolissimo indizio mi dirà: narcisismo d’autore che vede il mondo solo dal suo ombelico. La Francia continua! Come vorrà! Andrà avanti senza di me! Non se n’avrà a male. Maurois, Bernanos, adulati, classici a Tolosa, Céline nella merda.
Tutta una corsa verso Haiti
Domani Duhamel grande censore. Tutto questo è proprio regolare, può sorprendere solo un coglione. La Francia odia istintivamente tutto ciò che le impedisce di darsi ai negri. Li desidera, li vuole. Buon pro le faccia! Che si dia! tramite l’Ebreo e il meticcio, tutta la sua storia in fondo è solo una corsa verso Haiti. Quale ignobile cammino percorso dai Celti agli Zazou! Da Vercingetorige a Gunga Diouf. Tutto qua! Tutto sta lì! Il resto non è che farsa e discorsi. La Francia muore dalla voglia di finire negra, la trovo piuttosto a puntino, marcia, zeppa di meticci. Mi fanno proprio ridere quando mi dicono 5 o 800.000 ebrei in Francia! La battutona! Solo Saint-Louis, l’eletto, ne fece battezzare 800.000 tutti in una volta nella Narbonense! Pensi se hanno avuto prole! Altri 50 anni, e nemmeno un francese che non sia meticcio di qualcosa in “ide”, araboide, armenoide, bicoide, polaccoide... E chiaramente “francese” 100.000 volte più di lei e di me. L’arroganza “patriottica”, la faccia tosta, è sempre in proporzione al meticciaggio, alla giuderia personale. Un altro bel giornale è da creare, molto opportuno, il “giallo e nero” em - blema del futuro francese. Se la guerra civile fosse durata sarebbe del resto già fatto. Avremmo due milioni di morti, ariani, sostituiti immediatamente (Mandel dixit) da due maggioranza schiacciante desidera con tutto sé stesso la sconfitta assoluta della Germania e del suo ideale razzista. Bisogna come proclama Churchill «cancellare l’Hitlerismo dalla mappa del mondo». Mi spiego.
Il colpo di grazia della guerra ’14-’18
Il padiglione nazionale francese copre tutte le mercanzie. La Francia attuale così meticcia non può essere che antiariana, la sua popolazione assomiglia sempre più a quella degli Stati Uniti d’America. Stessi auspici, stessa politica profonda. Attoniti dappertutto riuniti per ordine ebreo, più qualche rimasuglio nordico e celtico a rimorchio, del resto fusi, in via di estinzione (suppergiù come i pellirossa). Veda le nostre squadre nazionali sportive, accozzaglie grottesche, frettolose ammucchiate di non importa chi, pescati non importa dove, dall’Africa alla Finlandia! Il colpo di grazia, senza dubbio, ci fu inferto dalla guerra del ’14-’18: due milioni di morti, più di cinque milioni di feriti e di abbrutiti dai combattimenti e dall’alcol, ossia tutta la popolazione maschile valida, (in maggioranza ariana ben inteso) sfinita, annientata. E tra questi certamente tutti i nostri quadri reali, tutti i nostri capi ariani. La faccenda dei capi! La massa non conta. È plastica, anonima, fa carne, peso di carne, tutto qui. La guerra, la vita lo dimostrano. La massa, la truppa non vale che solo attraverso i suoi quadri, i suoi capi. La truppa meglio inquadrata vince la guerra. È il segreto, il solo. I nostri capi, i nostri quadri sono morti durante la guerra super criminale del ’14-’18. Sono stati immediatamente sostituiti al volo dall’afflusso degli armenoidi, araboidi, italoidi, polaccoidi etc. tutti estremamente avidi, cullati da sempre nel sogno, nei loro paesi infetti, di venire a recitare qui la parte dei capi, di asservirci, conquistarci, (senza alcun rischio). Un ottimo affare! I nostri eroi del ’14-’18, cedettero loro senza esitare i posti ancora caldi. Furono occupati immediatamente. 4 milioni di pulcinella anti-francesi nell’anima e nel corpo, soltanto francesi di chiacchiera, si è visto bene quanto valessero i quadri Boncourt, i naturalizzati Mandel durante la guerra ’39- ’40! Le donne si sposano con ciò che trovano! Certo! Nuova fioritura di meticci! Che commedia! Che lupanare! E così sia! «Vengono fin tra le nostre braccia! Sgozzare, ecc.» non sono affatto i “feroci soldati” a devastare e distruggere la Francia quanto piuttosto i rinforzi negroidi del nostro stesso esercito. Per essere precisi, non sgozzano niente di niente, montano. Ed è l’imprevisto della “Marsigliese”!
Abbrutiti da alcol e incroci nei letti
Rouget non aveva capito niente, la conquista, quella vera, ci viene dall’oriente e dall’Africa la conquista intima, quella di cui non si parla mai, quella dei letti. Un impero di 100 milioni di abitanti di cui 70 milioni di caffellatte, per volere Ebreo è un impero in via di diventare Haitiano, in modo del tutto naturale. Siamo completamente abbrutiti? È un dato di fatto, per via dell’alcol e dell’in - crocio, e poi per molte altre ragioni... (veda i Beaux draps, proibiti...). Anestetizzati, insensibili al pericolo razziale? Lo siamo, è evidente. 50.000 stelle gialle non cambieranno niente. La Francia intera per un po’, più dreyfusarda che mai, per simpatia così cristiana, sfoggia con fierezza il simbolo giudaico. Nuova Legione d’onore, zazou, molto più giustificata dell’altra. E tutto per Blum e per de Gaulle! Maturi per essere colonizzati? Lo siamo! Da non importa chi! Parlare di razzismo ai francesi, è parlare di sangue puro ai nordafricani, stesse reazioni. Non si fa piacere a nessuno. Vichy si occupa, sembra del razzismo, a modo suo, come si occupa dei miei libri. Vada un po’ a chiedere a Claude Bernard quel che pensa del problema ebraico!... Sarà servito. «Si figuri raccontano i suoi assistenti che se il Sig. Bergson fosse ancora qui, i tedeschi gli farebbero indossare la stella gialla!». Altrettanto attaccabriga! Allora bella cosa, ci dica lei stesso, un po’, quel che preconizza? Ah! quant’è più delicato... scomodo... arduo... crudele... che Dio mi guardi dal potere! Dalle pesanti confidenze popolari! Le ridurrò tutte in poltiglia! Taglierei innanzitutto la Francia in due parti. Per la comodità delle cose, la tranquillità dei partiti. Lo slogan “Una, Indivisibile” mi è sempre sembrato una cosa da “masso - ni”. Al punto in cui siamo arrivati nella decadenza, saremo per forza le vittime nell’“Indivisibi - le” noi gente del Nord, poiché è il Sud che comanda, cioè l’ebreo. I Romani troppo meticciati si sono dati due capitali, farò altrettanto. Marsiglia e Parigi. L’una per la Francia meridionale, latina se vogliamo, bizantina, “sovralgerica”, tutto ai meticci, tutto agli zazou, dove si avrebbe tutto il piacere, tutta la libertà di ospitare, amare profondamente tutti i più bei ebreoni del mondo, di eleggerli tutti deputati, commissari del popolo, arcivescovi, druidi, geni, di farsi inculare da loro, all’infinito, aspettando di diventare tutti negri, questione di trenta o cinquanta anni, per come vanno le cose, di raggiungere infine lo scopo supremo, l’ideale delle Democrazie. L’altra per la Francia “a nord della Loira”, la Francia lavoratrice e razzista, è da tentare. Credo che sia forse il momento di attuare alcune grandi riforme...
Tanta sofferenza per una porcheria
La Francia tipo Santo Domingo non mi interessa davvero. Può farsela chi si presenta, me ne frego alla grande. Mi dispiace semplicemente di aver lasciato tanta carne per difendere questa porcheria che non sogna altro che Lecache. Una così grande guerra, tanta miseria, per andare da Rotchild [sic] a Worms! Ci vorrà davvero del nuovo per farmi ritornare patriota. Credo che sarà per un’altra volta, forse per un altro mondo, quello dei morti se ho ben capito, la vera patria dei testardi. A lei Poulain! Stia ben attento! Ah! non mi tradisca! la minima parola! tutte le virgole! e coraggio!

domenica 30 gennaio 2011

Monsieur Céline, un esasperato anti-borghese



Monsieur Céline, un esasperato anti-borghese
di Gaetano Marabello - 27/01/2011

Parlare di scrittori “maledetti” è sempre operazione ardua, a causa delle contrastanti reazioni che le loro opere hanno il potere di suscitare in chi legge. La cosa si complica ancor più se di fronte ci si trova un certo Louis-Ferdinand Destouches (l894 – 1961), noto universalmente con il nome d’arte di Céline (preso dalla nonna materna cui era molto legato). In Italia, l’ostracismo di certi critici verso di lui è ben rappresentato da Massimo Onofri, che nel suo Recensioni. Istruzioni per l’uso (Donzelli, 2008) lo ha snobbato, dedicandogli solo un paio di citazioni. Fortunatamente, non tutti sono su questa linea, come ha dimostrato l’anno dopo Marina Alberghini con il suo Gatto randagio, edito da Mursia. Comunque, a darci una mano per tentar l’impresa di raccontare l’impatto delle opere di Cèline in Italia, c’è un apprezzabile libro di un quinquennio fa, intitolato Céline in Italia e pubblicato dalle edizioni Settimo Sigillo di Roma. Maurizio Markovec vi ricostruisce con dovizia di riferimenti bibliografici la vicenda di tutte le traduzioni ed interpretazioni dei lavori di Céline, che si son succedute qui da noi a partire dal 1933, allorché apparve ad opera di Alex Alexis (pseudonimo di Luigi Alessio) un puritana versione italiana di Voyage au bout de la nuit, che all’epoca sfiorò il prestigioso Premio Goncourt. Per quanto depurato da tutte le espressioni che potevano apparire volgari in un clima poco disposto a tollerarle, questo racconto - al pari del successivo Morte a credito - suscitò commenti complessivamente negativi, come quelli della rivista cattolica Il Frontespizio o de Il Saggiatore, per non parlare di una stroncatura di Margherita Sarfatti su La Stampa. In effetti, il primo Céline, anche a motivo del suo antimilitarismo e dei virulenti attacchi alla società borghese, si prestava a piacere maggiormente ad un Trotsky, il quale nell’ottobre del ’35 ebbe per lui parole lusinghiere. Il famoso rivoluzionario russo non s’avvide che nessuno era fuori tiro con quella scheggia impazzita della letteratura che fu Céline, capacissimo di scrivere un Mea culpa contro il regime sovietico e di dissacrare ferocemente anche le tematiche sociali.
I proletari, infatti, secondo Céline avevano quale “unica aspirazione profonda nient’altro che l’accesso alla borghesia”: E pertanto meritavano anch’essi l’appellativo di “avidi budelli… assorbiti dalle funzioni bassamente digestive”, loro affibbiato su L’ècole des cadavres (unico testo ancor oggi non tradotto in Italia). Il severo giudizio, come si vede, non è da meno delle feroci stoccate da lui tirate al “borghese ben pasciuto”, i cui soli ideali – secondo una felice espressione di Maurice Bardèche – sono l’aperitivo, lo stipendio e le vacanze. In realtà, gli strali disgustati e dissacranti di Céline sono diretti contro l’intero genere umano degli ultimi due secoli, “folle di orgoglio, gonfiato dalla meccanica” e “trascinato per la trippa” e del quale “si conserverà solo la parola m…”. Nel calderone delle sue invettive finiscono infatti per cadere tutti, senza distinzioni di razza, sesso, ceto o religione, in un j’accuse delirante che non risparmia proprio nessuno. “Io aderisco a me stesso, finché posso…”, scriverà sulla scia di Nietzsche questo grande anarchico del pensiero. La sua ostilità verso il mondo moderno ci porta all’aspetto più delicato di alcuni suoi scritti, il più famigerato dei quali è Bagattelle per un massacro, recentemente ritirato dal commercio per volere della vedova a causa del fortissimo antisemitismo.
I più entusiasti critici dell’opera céliniana come Ernesto Ferrero e Giovanni Roboni hanno parlato al riguardo di un delirio “tutto metaforico”, invitando a non confondere il suo io reale con il suo io lirico o apparente, costruito apposta per soli fini letterari. La tesi non convince, anche se effettivamente l’oltranza troppo esagitata dei libelli (oggi) meno presentabili di Céline può apparir tale da scongiurarne ogni possibile efficacia propagandistica. Analogo discorso ha da valere in ordine all’accusa di collaborazionismo, definita “pretestuosa” da Elio Naselli, ritenuta invece vera da Stelio Solinas e mitigata da un “a modo suo” da Alberto Rosselli. In realtà, sia il governo di Pètain che i nazisti non mostrarono grande simpatia per un autore ritenuto decadente, ampiamente ricambiati peraltro dal misantropo di Courbeoie. Sta di fatto che l’accusa mossagli da Radio Londra durante la seconda guerra mondiale, equivalendo ad una condanna a morte, lo costrinse a cercare rifugio in Danimarca dove poi finì fortunatamente solo in prigione.
La drammatica fuga attraverso la Germania agonizzante divenne poi oggetto della famosa Trilogia del Nord degli ultimi anni della sua vita. Per certe sue posizioni estreme, Céline fu sicuramente un personaggio capace di suscitare antipatie persino a destra, anche se una parte del nazionalismo più razzista ne farà un’icona. Quanto alla sinistra, é notorio che nel dicembre 1945, mentre impazzava l’epurazione contro i collaborazionisti francesi, Jan-Paul Sartre gli sferrò con il suo Portrait d’un antisémite la pericolosissima accusa d’esser stato addirittura “pagato” dai nazisti.
Céline, il quale durante l’occupazione tedesca si era abbastanza defilato limitandosi a scrivere un articolo e alcune lettere ai giornali, replicò duramente con il pamphlet al vetriolo ‘A l’agité du bocal. Il padre dell’esistenzialismo, che dal canto suo aveva potuto mettere tranquillamente in scena un’allegoria dell’occupazione tedesca dal titolo Les Mouches addirittura nel giugno del ‘43, vi finì triturato sotto una caterva di epiteti irripetibili, il più gentile dei quali suona come tenia des étrons. Al riguardo, ricordiamo a chi vi fosse interessato che questo libello di Céline è stato pubblicato nel 2005 a cura di Andrea Lombardi dall’Effepi di Genova. A parte l’aspetto ideologico-politico, che ha indotto spesso gli editori che l’hanno pubblicato a prendere prudentemente le distanze da certe sue invettive razziste suscettibili oggi dei rigori della legge, Céline ha rappresentato un vero caso letterario essendo l’inventore, secondo Phlippe Sollers, di una “ritmica sbalorditiva, mai udita” nella lingua francese, capace di attirargli l’elogio di Ezra Pound e di Henry Miller e di farlo porre accanto a Bernanos (Carlo Bo) o a Marcel Proust (Giuseppe Guglielmi). Padroneggiando con maestria l’argot, che è il gergo forte e marcato delle caserme, dei bassifondi, della mala e del pronto soccorso degli ospedali francesi da lui bazzicati come medico, Céline ha innovato profondamente il linguaggio ufficiale mettendo così in seria difficoltà chi si è cimentato nelle traduzioni delle sue opere perché neppure il dialetto riesce a renderne appieno il senso.
L’altro aspetto rivoluzionario di Cèline è stato l’uso di una parlata frenetica, intercalata da un lessico iperbolico, aspro e dirompente, inframmezzato da esclamativi e puntini di sospensione, a sottolineare la concitazione del discorso. Questa tecnica sulfurea, secondo Giovanni Bugliolo, ha operato il miracolo di far riacquistare “una verginità assoluta” anche ai più “logori espedienti narrativi e retorici”. Da questi cenni necessariamente brevi si comprende perché Céline è destinato a far discutere ogni volta che viene ripubblicato. Egli ci pone infatti di fronte ad un dilemma che non ammette vie di mezzo: o lo si ama o lo si odia. E odiarlo risulta decisamente più comodo.


Grazie al sempre tempestivo Harm Wulf per la segnalazione!

giovedì 23 dicembre 2010

Recensione a "Nello specchio della modernità" sul Secolo d'Italia

Dottor Céline, il situazionista sconosciuto
di Adriano Scianca
Dal Secolo d'Italia del 22 dicembre 2010

Ha scritto una volta Stenio Solinas: «Le cose più intelligenti e più profetiche sulla modernità le hanno dette e scritte proprio i non moderni e sono loro ad aver lasciato un'impronta, un segno di diversità. In poesia, nel romanzo, la rivoluzione l'hanno fatta i Pound, i Céline, gente che non sventolava la fiaccola del futuro, che andava avanti non per forza di inerzia o per bramosia del nuovo in quanto tale, ma perché aveva capito che era l'unico modo per potersi riallacciare all'antico, rimettere linfa in ciò che si era seccato».
C'è molta saggezza in queste parole. La modernità è come quelle donne che si concedono solo a chi le maltratta, sedotte dall'indifferenza, quasi dal disprezzo più che dal corteggiamento ossequioso, spudorato, scomposto.
È per questo che i più grandi moderni sono alla fin fine gli inattuali, ovvero coloro che col proprio tempo ingaggiano una lotta serrata, che è opposizione ma anche co-appartenenza a un medesimo spirito. Essere inattuali non è essere antimoderni, è essere moderni in un modo diverso. E fa bene Solinas a citare Céline. Così come fa bene Patrizio Paolinelli a iniziare il suo ultimo libro con le seguenti parole: «Consapevoli di dare un dispiacere a parecchi céliniani, purtroppo per loro Céline è un caso esemplare di uomo moderno. Tanto esemplare da non poterci ancora oggi liberare di lui». Meriterebbe attenzione anche solo per un incipit del genere, questo Nello specchio della modernità. Fotoritratti di Louis-Ferdinand Céline (Bonanno editore, pp. 227, € 19,00).

Il caro vecchio dottor Destouches e la sua immagine, quindi. Ma attenzione: il saggio di Paolinelli non è un libro fotografico. Qui l'immagine - la fotografia, in particolare - non ha importanza di per sé, come forma espressiva immediata, quanto piuttosto come mediazione tra l'uomo e l'artista, la persona e il personaggio, Destouches e Céline. Nessun disvelamento, beninteso: non si tratta di scoprire l'essere umano oltre lo scrittore come se questo fosse la maschera di quello. Ciò che è interessante, al contrario, è ciò che si muove sulla linea di confine, sempre in bilico fra l'uno e l'altro.
Che comunque non sono mai scindibili, mantenendo anzi un rapporto sempre opaco. Non c'è, insomma, un "vero Céline" oltre l'autorappresentazione che egli stesso ha dato di sé, oltre le trappole disseminate sul cammino, gli equivoci e le contraddizioni. Lo scrittore francese gioca con gli interlocutori e gli interpreti perché innanzitutto gioca con se stesso, fingendo continuamente. Finge di essere pacifista e reazionario, intellettuale e barbone, misantropo e generoso. Finge a tal punto che la finzione finisce per rappresentare la cifra della sua identità. Si capisce bene, allora, cos'è che abbia da dire a noialtri figli della morte di Dio e della malattia dell'uomo. «Céline - scrive Paolinelli - è un intellettuale della crisi del soggetto, un uomo in crisi con il mondo, inconsapevolmente in crisi con se stesso e che mette in crisi chi lo incontra», ma «dato che vivere in crisi (di qualsiasi tipo: familiare, finanziaria, psicologica, occupazionale...) è un'ovvietà per noi postmoderni, Céline permette di aprire una discussione sul nostro tempo». E, apriamo una parentesi, in questo sottile gioco che ondeggia fra identità e finzione si colloca anche quella che Marcel Aymé ha chiamato «la leggenda nera» di un Céline avido, astioso, misantropo e burbero. Leggenda, beninteso, che allo scrittore piacerà alimentare, anche e soprattutto nelle ultime, geniali interviste concesse controvoglia, sempre maltrattando l'interlocutore, sbocconcellando imprecazioni salvo poi non smettere più di parlare. Eppure Aymé ha potuto vedere nel dottor Destouches una «spiccata dirittura morale» che «favoriva in lui una generosità di spirito che gli esegeti non hanno ancora messo abbastanza in luce nella sua opera, ma che si è manifestata sempre lungo il corso della sua vita. Amava l'amicizia, e ha sempre dimostrato una rara fedeltà nei suoi affetti. Durante tutto l'esercizio della sua professione di medico, che ha avuto sulla sua opera letteraria una così grande influenza, ha dimostrato una devozione e un disinteresse ammirevole, sino alla fine della sua vita. Nei suoi ultimi anni, aveva, in effetti, aperto nella sua casa di Meudon un gabinetto medico, non tanto per lucro, ma per riprendere con la medicina un contatto che non fu solamente teorico. Si recava da lui qualche cliente povero, che non si decise mai a far pagare, e per i quali comprava di tasca sua le medicine. No, Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo» (il testo di Marcel Aymé, "Su di una leggenda", è contenuto nel fondamentale Louis-Ferdinand Céline in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi. Una biografia per immagini, a cura di Andrea Lombardi, Effepi Edizioni). Dentro la leggenda nera, oltre ma anche sempre attraverso di essa, si situa appunto l'argomento cruciale dell'immagine.

Le foto di Céline, in questo senso, offrono più di uno spunto. Soprattutto quelle che datano dagli anni del successo in poi. Ce n'è qualcuna fenomenale, dove la faccia da schiaffi dello scrittore emerge con potenza e prepotenza. Di tanto in tanto, ovviamente, spunta fuori qualcuno che prende alla lettera quello sguardo da manigoldo, da «maniaco introvertito», diceva Jünger. Commentando una foto del 1934, Antonio Moresco ha potuto scrivere che è «una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com'è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile?». Si prende troppo sul serio, Moresco, e prende troppo sul serio Céline. Andrea Lombardi, del resto, ha avuto buon gioco nel rispondere che «la fotografia in questione è una tipica foto da studio, che mostra semplicemente Céline - reduce dal successo del suo libro d'esordio e dalla candidatura al Goncourt - che fissa l'obiettivo con aria sicura di sé. Ci pareva che Lombroso fosse passato di moda, particolarmente a sinistra». Ma, al di là di questi bassi affondi che scivolano sopra la reputazione di un uomo già abbastanza maledetto di suo, l'enigma dell'immagine di Céline resta. Paolinelli ne indaga i contorni distinguendo nella vita dello scrittore i momenti da insider (lo scrittore famoso e celebrato) e quelli da outsider (l'epurazione, la caccia al fascista, infine la povertà degli ultimi anni).
Non senza avvertire che queste categorie conservano sempre un fondo di opacità, sempre una tensione al reciproco ribaltamento. Da artista affermato, Céline mostra in genere un'attitudine sfuggente e infastidita rispetto all'obiettivo del fotografo. Sembra sempre essere altrove, concede costantemente il meno possibile di se stesso all'invadenza della macchina fotografica. Nell'ultima parte della sua vita, invece, finirà per darsi senza più resistenze. Non per l'indolenza del vinto o, men che mai, per una sua conversione interiore alle logiche della società dello spettacolo. Piuttosto per un uso calcolato e incredibilmente attuale dei media. Il Grande Reprobo non può più trattare con supponenza l'obiettivo del fotografo. Cerca allora di giocarlo, di recitare il ruolo del vinto. Lo è davvero, vinto, ma proprio nel momento in cui si espone come tale cessa di esserlo. «Per ricostruirsi una reputazione - scrive Paolinelli - Céline si piega alle richieste dei padroni dello sguardo ed eccolo trasformato in un personaggio da copertina. Ma non capitola». E la strategia di non capitolazione passa per l'accettazione dello zoo: la belva feroce è in gabbia e ora si farà fotografare per voi. Ci sono le sbarre di mezzo, effettivamente, ma non si è più sicuri di poter capire chi è dentro e chi è fuori dalla gabbia. «Céline ci ricorda ancora oggi che la libertà personale è un rischio. Ci ricorda anche che negoziando una porzione di indipendenza del proprio sé i mass-media possono essere usati nel momento in cui ci si lascia usare», spiega ancora l'autore di Nello specchio della modernità. Nel momento in cui lo si perdona perché sì, ha peccato, ma in fondo non vale più la pena di infierire, il dottor Destouches ha fregato tutti. Lo ha fatto in modo disonesto? Non più di ognuno di noi, non più di quanto finisca per esserlo, suggerisce Paolinelli, chiunque, ogni giorno, stringe una mano da qualche parte nel mondo e dà una rappresentazione sociale di sé. Quando nel 1957 appare ad Arbasino squallido e confuso, nella sua diroccata villetta di Meudon, non sta fingendo. Non è un calcolo a tavolino, non si è volutamente ridotto a vivere in miseria. È tutto vero. Ciò non vuol dire che egli non giochi anche a sovra-interpretare il ruolo del clochard per prenderci tutti in giro. Non sembra gli importi più di nulla, annota Arbasino. Eppure nello stesso anno torna a far parlare di sè come scrittore. Di nuovo il successo, quindi. Céline non è più un paria. Céline vi ha fregato ancora. Meglio: «Céline combatte l'inganno con l'inganno». Forse anche questa è una parte di quella «spiccata dirittura morale» di cui parlava Aymé. Moralità paradossale, certo. Ma forse, nella sua potenza di fuoco sulfurea e politically uncorrect, più sincera di quella dei suoi contemporanei (e dei nostri). Il napalm letterario sparso a piene mani da Céline è in fondo più vero e probabilmente più morale di tutti i sorrisi e le promesse dei "buoni" di ogni epoca. E lui ne era cosciente: «Quando saremo diventati morali esattamente nel senso in cui le nostre civiltà lo intendono, lo desiderano e ben presto lo esigeranno - diceva - credo che finiremo per esplodere anche di malvagità. A quel punto, per distrarci, non ci resterà a disposizione che l'istinto di distruzione». La finzione di Céline contiene in sé tanta di quella verità che oggi continuiamo ad avere bisogno di lui, circondati come siamo dalla vacuità spettrale di figure divorate dalle proprie immagini. Ci credono davvero, loro, ma non di meno restano intimamente false. Falene, a bout de la nuit.

Adriano Scianca

domenica 11 aprile 2010

Gisy intervista Andrea Lombardi: "Louis-Ferdinand Céline in foto"



Grazie a Gisela Scerman potete leggervi una intervista a memedesimo sul suo blog :-)

Louis Ferdinand Céline in foto, un libro fatto di saggi e interviste inedite in Italia, e niente di meno che una raccolta di fotografie più o meno conosciute e sconosciute, dello stesso Céline. Come mai la scelta di affrontare in maniera piuttosto personale (nel senso di ideazione e realizzazione) un lavoro su di un autore così importante? Cosa ha rappresentato per te Céline, e cosa ti ha suggerito?

Non essendo né un critico letterario né un esperto di letteratura francese, fare un libro di foto era la mia unica chance di pubblicare qualcosa su Céline!

Scherzi a parte (o quasi), l’idea del libro è nata dal blog celine.blogspot.com , da me creato qualche anno fa. Lo stesso blog era nato soltanto come un piccolo spazio personale, tanto per provare la piattaforma blogger… sennonché, senza saperlo, avevo invece riempito un grosso vuoto nell’etere informatico: in effetti non vi era alcun sito specifico in italiano dedicato a Céline, e in breve tempo mi sono trovato circondato da un numero crescente di céliniani italiani che visitavano e sostenevano il sito; ormai sono degli amici veri e propri, e ho avuto anche la fortuna di conoscerne di persona diversi. Così, anche grazie a un céliniano “professionista”, Gilberto Tura, ho sentito la necessità di fare qualcosa che non fosse solo il “copia-incolla” di una biobibliografia di Céline, ma di dare ai “miei” amici e appassionati di Céline qualcosa di diverso, ricordando questo “gigante spezzato” traducendo alcune sue interviste e ricordi di chi lo aveva conosciuto, dalla moglie Lucette Alamnsor, allo scrittore Michel Aymè, dall’ex Ministro di Vichy Abel Bonnard , all’attrice Arletty, al grande scultore Arno Breker, Gen Paul, Rebatet… in massima parte materiale inedito in Italia, prima postato sul blog e quindi pubblicato nel libro “Louis-Ferdinand Céline in foto”, con altri scritti, saggi critico letterari, e una rassegna fotografica comprendente l’infanzia di Céline, la prima guerra mondiale, gli anni del successo del Viaggio al termine della notte e Morte a credito, l’Occupazione, l’esilio in Danimarca e il termine della notte a Meudon…

Céline per me rappresenterà sempre l’emozione di leggere il Viaggio da adolescente, uno dei pochi libri che letti al momento giusto ti cambiano la tua visione della vita.

Per le traduzioni delle varie interviste di Céline e su Céline che non erano mai state pubblicate in Italia; su che criterio ti sei appoggiato per poter fare un buon lavoro, sicuramente di non facile realizzazione?


Il paradosso è che ho studiato francese solo alle medie, mentre traduco molto di più, anche professionalmente – traduco testi di storia militare - dall’inglese! Però per tradurre Céline, devi innanzitutto sentire la sua “petite musique”… anche nella sua lettera più breve, Céline è là; una volta che hai capito la sua “musica”, leggendolo e rileggendolo per anni, il più è fatto.

Ricordiamo che qualche tempo fa, curasti un Pamphlet di inferocite lettere di Céline "al già diventato succubo Sartre" come lui stesso dice...

Questa è stata la mia prima possibilità di cimentarmi, nel mio piccolissimo, con Céline… dell’Agitato in provetta c’era stata già una prima traduzione italiana, (poi ristampata), di difficile reperibilità… la brevità del pamphlet mi aveva incoraggiato a tentare: facemmo un piccolo libretto, con il testo francese e la traduzione a fronte; ricordo le mie risate man mano che traducevo i sempre più pirotecnici insulti di Céline a Sartre, anzi, Tartre!


Céline, discusso, idealizzato, amato, odiato, cosa si sbaglia ancora oggi nell'idea di Céline?

Guarda, in teoria per non sbagliarsi basterebbe leggerlo e basta.

Ultimamente, con quella mancanza di equilibrio tipicamente italiana, dopo che negli ultimi anni, in Italia, si era tornati alla demonizzazione di Céline o al massimo agli ipocriti distinguo, in alcuni recenti saggi si è passati a incensarlo a priori, condonando i lati negativi di Céline, reali o presunti, in nome di un trasporto emotivo, e questo è comprensibile, o di un interesse a portarlo, una volta emendati i suoi difetti, nella propria parte politica; in un caso recente, tanto per cambiare rispetto all’incasellamento di Céline nel milieu della destra radicale, Céline è stato arruolato d’ufficio nel pantheon degli autori comunisti… sulla base attendibilissima di una frase e mezza di Céline, peraltro scritta nel contesto vorticosamente polemico dei pamphlet, ed espunta dall’intero corpo di opere e lettere dello scrittore francese, il quale, peraltro, aveva lucidamente sgomberato il campo da ogni possibile dubbio nel suo discorso di Medan; cito dal “Louis-Ferdinand Céline in foto”:

[…] durante le celebrazioni dell’anniversario della morte di Emile Zola, Céline, il primo ottobre 1934, nel suo discorso di Medan, rifiuta sia la società capitalista sia quella marxista, sconcertando la sinistra francese, che aveva tentato di portare nel suo alveo lo scrittore. Céline, infatti, dichiarò:

Noi siamo giunti alla fine di venti secoli di civilizzazione e, comunque, nessun regime potrebbe resistere a due mesi di verità. Io voglio dire che vedo la società marxista uguale alla nostra borghese ed a quelle fasciste.



Cosa distingue il Céline uomo dal Céline autore se è possibile fare distinzione?

No, non credo si possano fare distinzioni tra il Céline uomo e Céline autore, mentre, ed è lui stesso ad averlo sempre stigmatizzato, il grande errore che si può fare è confondere Bardamu con Céline; molti equivoci sono nati – e parlo della critica, anche grande - considerando il Voyage come un’autobiografia di Céline.

Qual'è il grande insegnamento di Céline? E quanto centra o non c'entra con l'identità nazional-politica?


Il grande insegnamento di Céline è, a mio avviso, quello che si debba continuare a vedere nell’uomo un briciolo di umanità anche quando ci siamo resi già da tempo conto che l’umanità, di umanità ne ha ben poca.

Quindi direi che la politica non c’entra proprio; c’entra l’uomo.

Si continuerà sempre a parlare di Céline e l'antisemitismo? In Bagatelle per un massacro, e La scuola dei cadaveri, attribuisce la rovina della Francia agli ebrei, ma lui stesso dichiara che il solo vero crimine che ha commesso è stato di credere nella salvaguardia della propria nazione, e in ideali sbagliati, ma tutto inizia e finisce nel credere in un ideale, non nel compierne azioni criminose in maniera attiva...

Dovrebbe esser così chiaro che per scannarsi le nazioni e gli eserciti non aspettano certo le tre righe scritte da uno scrittore o dall’altro!

Céline ha avuto il torto imperdonabile di essere un uomo libero, perciò, come scrisse Dominique de Roux, doveva essere distrutto, è stato distrutto, dai suoi “confratelli letterari”. Se si fa parte di una combriccola, di destra, sinistra, bianca rossa o nera tutto si perdona o giustifica; il voler essere liberi, il non cercare appoggi nelle consorterie, mette paura, invidia e gelosia. L’”antisemitismo”, il presunto –anzi inesistente - collaborazionismo di Céline lo hanno reso vulnerabile ai piccoli uomini invidiosi del suo stile, come Sartre.

Perché Bagatelle per un massacro continua ad essere il suo libro più conosciuto, più esemplare, in cui sembra si identifica maggiormente la figura di Céline...

Dai, non sono d’accordo: in realtà il libro più conosciuto rimane il Viaggio; poi va da sé che se tu guardi le stringhe su Google è Bagattelle, ma solo perché, essendo difficilmente reperibile, c’è più gente che lo cerca nelle pieghe spaziotemporali del web!

E spesso, chi vuole vedere Céline solo in Bagattelle, è chi lo vuole incasellare tra i suoi buoni o i suoi cattivi, a seconda della propria bandiera.

Cèline, al contrario di ciò che si pensa trasuda una grande umanità, un grandissimo cuore, soprattutto dalle sue interviste si capisce la differenza tra un uomo e un grande uomo... i timori umani, la tenerezza, ma anche lo schifo e la miseria che può provare per il corpo, per l'invecchiare, per la condizione umana ...ma non solo qui, in Morte a credito dice esplicitamente

« Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si sono fatti vecchi, miserabili e torbidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo. »


quindi anche molta pietà sulla condizione umana unita al disgusto, condizione che solo persone dotate di una feroce sensibilità possono scorgere.

Infatti non a caso Céline mette sempre, tra l’umanità disperante che popola la società abbietta e calcolatrice di tante sue opere, una o due perle: le Molly o gli Alcide che danno tutto senza chiedere nulla, e appaiono così normali mentre lo fanno.

Non tutti quelli che, come me leggono Céline son antisemiti, così non sempre chi legge Proust è omosessuale... questa è una dichiarazione, di Nicolas Sarkozy, Oggi Céline si legge di più per conoscere la storia, o per goderne la scrittura, o per condividere su degli ideali che forse oggi lui stesso sghignazzerebbe, ma che friggono nei cervelli di parecchia gente... o...?

Povero Sarkò! Temo che Céline non avrebbe una gran stima di lui, comunque bella frase. Se penso alla media dei miei amici céliniani, lo si legge per lo stile; anche perché “lo stile, è tutto!”Il Viaggio, lo leggi per vedere poi la realtà con altri occhi, se lo leggi presto. Céline all’inizio scriveva infatti per i giovani; quando si diventa uomini ormai al 99% si è incurabili.

A tuo parere, un traduttore che ha saputo tenere testa lo scrivere, il sentire di Céline?

Pontiggia nel Bagattelle. Bravissimo. Poi Ferrero, Celati... la traduzione peggiore sembra sia quella di Caproni di Morte a credito.

Sulle traduzioni, almeno per i nostri scrittori più amati, trovo che sia utile leggere uno o due libri in lingua originale: le opere tradotte –sarà lapalissiano- sono scritte da un altro, traduzione riuscita o meno… anzi, magari il rischio è che più è riuscita più è un’altra opera! Fuori di paradosso, questo è un problema quando a tradurre è uno scrittore e non un traduttore professionista; lo scrittore talvolta piega la traduzione secondo la sua sensibilità. Certe volte è un bene; spesso è male.

Il tuo nuovo libro ci offre qualcosa che prima non c'era...almeno in Italia...
Ci sono anche interventi (italiani) inopportuni di qualcuno che sembra non aver proprio colto lo spirito di Céline...

Grandiosi, Piperno e Moresco… visto il mio interesse professionale per la storia, nel “Louis-Ferdinand Céline in foto” volevo usare lo stesso metodo d’approccio che uso nei libri di storia da me scritti o curati: ossia emico, e non etico. Chi tratta di storia non dovrebbe tentare di cavare dagli avvenimenti storici insegnamenti morali (diffidate da chi pensa di insegnare la “Storia” con la “S” maiuscola…), ma dovrebbe solo presentare i fatti; un minimo di interpretazione ci sarà sempre, è inevitabile, ma per quanto possibile si deve dare precedenza ai fatti e ai documenti, non partire dal presupposto che i documenti dovranno provare la mia tesi! Lo stesso ho fatto con Céline; presentando la sua vita, le sue opere, le sue interviste, le fotografie sue e dei personaggi del suo tempo… la mia opinione su Céline, artista e uomo, è solo una filigrana leggera che tiene unite queste parti, come il filo di un aquilone. L’unica parte del libro dove ho accantonato questa linea guida è stato commentando quei due articoli di Piperno e Moresco, così superficiale l’uno, e così artefatto l’altro. Non è questione di pensarla diversamente: è che parlavano di una persona, e di un’opera, conoscendo poco o punto dell’una e dell’altra.

Cosa pensi che direbbe oggi Céline, se potesse guardare il mondo?

Se Céline commentava l’uomo del 1930, già tutto diritti e nessun dovere, come “l’impraticabile buco di culo che si crede Giove allo specchio” e che i proletari vogliono non la riscossa sociale ma poter giocare ai “whiskymilionari” figurati il Grande Fratello del 2010… ti rispondo con le parole di Aymè, uno dei migliori amici di Céline:

Le sue più grandi collere, le ho viste scatenarsi contro tutto ciò che riteneva conducente all’abbruttirsi dell’uomo, all’abbandono di se stesso: l’alcol, gli stupefacenti, l’abbuffarsi di cibo scadente, la sessualità sfrenata, il lusso, la miseria, le false barriere, la religione (ai suoi occhi, sembrava che i peccati contro la Chiesa, avvallassero i peccati contro l’uomo), le ipocrisie sociali e mondane che, sotto una copertura d’onestà, favorivano lo scatenarsi delle cattive intenzioni. No, non era la nausea che invadeva Céline allo spettacolo di una società accanita a distruggersi in ciascuno dei suoi individui. Era un odio robusto, potente l’odio di un nemico contro il quale non si sentiva totalmente disarmato per nulla, lui che aveva avuto la volontà di disciplinarsi e che pensava di fare un’opera meritoria nello spingere il naso di chiunque nella sua propria lordura.

…e ti ringrazio per la chiacchierata, salutando gli amici céliniani in giro per il web!
Se invece volete sentire la mia affascinante voce :-), cliccare qui per sentire un'intervista a Federico Zamboni su RadioAlzoZero!

martedì 9 giugno 2009

Su RadioAlzoZero - The Ghost of Tom Joad, Federico Zamboni intervista Andrea Lombardi, autore del libro "Louis-Ferdinand Céline in foto"


Su RadioAlzoZero - The Ghost of Tom Joad, Federico Zamboni intervista Andrea Lombardi, autore del libro "Louis-Ferdinand Céline in foto. Immagini, ricordi, interviste e saggi".



Cliccare qui per il Podcast della trasmissione di lunedì 8 giugno 2009.


Un grande ringraziamento a Federico Zamboni e alla redazione della trasmissione!