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Un estratto di uno dei saggi su Céline in Céliniana, di Dinamo Cardarelli.
Un immense malentendu a toujours plané et continue a planer sur l'oeuvre et sur l'homme Céline.
André Brissaud
La nota scrittrice Anne de Noilles, quando fu pubblicato Voyage, intervistata, fece queste dichiarazioni (v. la rivista L'Herne, n. 3): « Voyage au bout de la nuit, dans sa formidable et rebutante brutalità m'a enchantée! Soit par sa poesie ou par son infernale compassion. On trouve chez M. Celine toutes les pitiés, tournées a la revolte. La lecture de cet ouvrage bouleversant ne devrait pas tomber aux mains de basses intelligen-ces ». E' un giudizio, pur nella improntitudine che lo cagionava, tanto comprensivo quanto acuto, tra i migliori ch'io conosca.
« Les pitiés » di Anne de Noilles. Queste pietà sgorgano improvvise, inaspettate, dal grigiore di una descrizione di cose e di uomini che vi serrava il cuore. Inaspettate e naturali nella loro primitività. Non s'appoggiano a un'aggettivazione di rilievo, rampollano improvvise, naturalissime e sono una consolazione per il lettore pur nella delicata ironia che le intride... come a sopirle. « Pietà » che sono come un cedimento... Sfuggite a una volontà decisa a tener duro, a non farsi giocare dall'emozione davanti a l'implacabile realtà. Queste « Pietà » trasudano nell'opera di Celine malgrado che lo Scrittore si ostini, deciso, a offrirci senza cedimenti tranches d'una realtà nuda e cruda tutta risofferta nel ricordo.
Celine assume la vita tutta intera com'è sotto i suoi occhi, buona e cattiva. Se ne eccede il cattivo non è perché lui così la vede ma perché così essa è. Su questo essere dell'uomo, irrimediabile, Celine sta.
Non ritaglia il quadretto per l'ammirazione di lettrici sensibili. Entra nella vita e ce la rida qual è sostanzialmente, senza attenuazioni. Voyage non è soltanto il romanzo suo, ma quello rappresentativo di tutta un'umanità.
Celine con Voyage e Mort a credit, ma col primo specialmente, ha rovesciato tutta intera la realtà come si rovescia una tasca, con la stessa naturalezza e facilità. Apparentemente, certo, perché questo lavoro ha costretto Celine a una introspezione intensiva che l'ha portato a vedere negli altri tanti se stesso e in se stesso riflessa tanta parte degli altri uomini. Donde lo scambio e il miscuglio. Così in Celine c'è tanto di Bardamu, tanto di Voireux, ecc.
Chi ha cercato e ha creduto di ritrovare Celine (Destouches) tutto intero in questo o in quel personaggio di Voyage e di Mort a credit ha sbagliato. Il vero Destouches c'è e non c'è; trasporto, dice l'Autore. Io direi piuttosto scomposto e ricomposto per captare un massimo di verità interiore della persona.
Che miserabile e miseranda impresa è stata quella di soffocare la genialità dell'opera di Celine cercando d'incastrarne il contenuto nella politica di regime, dalla quale e dal quale — qualunque esso fosse — s'è dichiaratamente tenuto con orgoglio e disgusto lontano! Anche oggi che la critica mondiale ha fi nalmente riconosciuto la importanza dell'opera di lui, essa non riesce a sciogliersi dall'obbligo di giudicarla sulla linea di una « politicità » che le è in effetto estranea, perché ne prescinde per principio.
E i Pamphlets, mi si obbietterà? Ma quelli, contrariamente alla volontà deliberata di chi volle considerarli come espressione di un'azione politica, sono invece la protesta contro ogni azione politica che tenda a limitare, a soffocare il sentimento popolare, ma soprattutto a contrariare quello personale dello Scrittore, nella delicata contingenza storica in cui era venuta a trovarsi la Francia nel periodo di tempo successivo al 1932, anno della pubblicazione di Voyage. Opera che, a chi la considera sotto un certo aspetto, preannuncia i Pamphlets. Per questo ho sostenuto e sostengo che questi integrano per un verso le opere precedenti e che è stato un errore, per puntiglio partigiano, l'averli esclusi dalla edizione « completa » di Celine. I Pamphlets sono invece il complemento della precedente opera di Celine. Perché ci fanno vedere un Celine allo scoperto, saltato fuori dalla trincea per andare all'assalto a viso scoperto giocando tutto per il tutto.
Sarebbe tempo che la malignità sordida che trapela da certa critica su Celine cedesse il posto a una più serena valutazione dei cosiddetti Pamphlets. Ai quali, del resto, il mezzo sterminio che ne fu ordinato dalle autorità politiche e la conseguente proibizione d'una ristampa (ancora in vigore a distanza di circa un quarantennio) ha giovato più che nuociuto a una conoscenza da parte dei lettori di Celine.
Essi furono un mastodontico soliloquio, a sfogo, urlato in certi casi più che gridato... alle stelle, che Celine dovette pagare col carcere e l'abiezione.
E' ridicolo considerare quegli scritti, come han fatto alcuni, con serietà accademica (v. ad esempio il recente libro di Jacqueline Morand: Les idees politiques de L.-F. Celine). Celine non si è sognato mai di inserirsi seriamente nella politica. Un correttivo alle conclusioni troppo rigide della Morand è stato offerto da P. Carile nell'ancora più recente libro Celine oggi (Bul-zoni ed. 1974). Ed è peccato che quei tre libri di Celine, invece di essere presi di mira con tanta feroce serietà, da politici e critici, non siano stati invece considerati nella luce prevalentemente letteraria, che più ad essi si confa, per il loro umore burlesco, alla Rabelais (che tuttavia ammanta, non si sostituisce all'intento vero che animò lo scrittore, ch'era serio e partiva da convincimenti ben radicati e d'importanza umana).
E' poi da osservare che, se intenzione di Celine fosse stata quella di compiere azione veramente politica, non sarebbe ricorso, come fece in gran parte in quei tre libri, a quel tipo di
espressione. Racconta Rabatet, l'autore di Decombres, che si trovò presente, imputato anche lui, ad una delle sedute del Tribunale parigino, che, alla lettura di Bagatelles, ordinata a titolo d'imputazione dallo stesso Tribunale, il pubblico scoppiò in tale generale e irrefrenabile risata che non fu più possibile continuare nella lettura, con effetto assolutamente negativo riguardo all'attesa.
Ci sono due stadi nella produzione romantica di Celine che vanno considerati separatamente: quello antecedente all'avventura tedesco-danese e conseguente prigionia dell'Autore, vale a dire Voyage au bout de la nuit e Mori a credit, e quello posteriore alla detta avventura, il quale ha impostazione e sostanza diverse dalle due opere primitive. In mezzo stanno i cosiddetti Pamphlets: Bagatelles pour un massacra, L'école des cadavres, Les beaux draps, che rappresentano il momento di lacerazione dell'opera céliniana, e che pur avendo motivi concettuali e di forma loro propri, debbono essere considerati come legati organicamente a tutta la rimanente opera di Celine. Il fatto di averli esclusi dalla sedicente edizione « completa » dell'opera sua fu un atto arbitrario che non trova sufficiente giustificazione. C'è poi una terza parte dell'opera di Celine che ha un suo valore particolare e che dovrà quando che sia esser messa in luce: è la corrispondenza epistolare. Essa illumina particolari di vita e di pensiero e ci da un Celine più immediatamente comunicativo, ad integrazione di quello che ci è dato di conoscere attraverso l'opera romantica.
Quanto al giudizio su l'uomo, esso rimane subordinato a una conoscenza più precisa dei casi della sua vita, specialmente nei riguardi del processo intentatogli in regime di Liberazione. Che non fu, perché non poteva essere, una cosa seria. Il vero processo denigratorio glielo fecero a Celine i cagnotti della Critica a servizio dei Liberatori. Che fu, nei fatti, il processo dell'Invidia al Genio. Perché gli elementi di accusa congegnati tutti, fatico-
samen te, a far apparire quel che Celine non era e non fu mai, un traditore della Patria, vanirono sotto una montagna di documenti assolutamente inconsistenti. Se fosse veramente esistito un serio motivo di accusa, il Governo danese non avrebbe potuto esimersi di dare corso alla richiesta di estradizione di Celine fattagli dal Governo francese. Si limitò invece, come si sa, a dare corso a un mandato di cattura e d'imprigionamento di Celine a Copenaghen. A mio parere, ci fu accordo tra i due Governi: fare qualcosa, ma senza andare a fondo: colpire, infamare l'uomo ma senza ucciderlo nel corpo. Sembrasse clemenza e fosse invece, come fu, più atroce supplizio che non la morte. Si trattava di uccidere, possibilmente, lo Spirito dell'uomo. Ma, a guardare bene, non riuscirono se non in apparenza. Confissero Celine in una visione ancora più sconsolante dell'uomo e del suo destino terreno. Riuscirono a far traballare Celine, non a buttarlo giù. Fu una condanna a dispetto. Un documento che colpisce più gli accusatori che non l'accusato.
Vedere se, per caso, il sequestro e la distruzione a fondo di gran parte degli esemplari di tutti e tre i volumi dei Pamphlets (attirando così, come avvenne, l'attenzione acuta sui rimanenti in circolazione) e l'assoluta proibizione d'una ristampa, non convinsero il pubblico dei lettori che il contenuto di quei libri era più vicino al vero delle cose di quanto il Governo De Gaulle e successori non volessero far credere, è un'indagine da fare, anche per capire ancora meglio e più, lo scrittore e l'uomo Celine.
Che cosa volevano essere ed erano i Pamphlets nel concetto di Celine? Uno sfogo personale in rappresentanza di molti altri francesi. Dire chiaro quello che molti sentivano e non sapevano o non potevano dire. Una interpretazione personale, personalissima, della pubblica opinione, in uno dei momenti storici più critici della Nazione. Era una occasione per dire tante cose che gli urgevano dentro da sempre e che il momento voleva che fossero non soltanto dette ma gridate e gridate con arte. Un grido d’allarme che doveva rinsavire la Francia […]
André Brissaud
La nota scrittrice Anne de Noilles, quando fu pubblicato Voyage, intervistata, fece queste dichiarazioni (v. la rivista L'Herne, n. 3): « Voyage au bout de la nuit, dans sa formidable et rebutante brutalità m'a enchantée! Soit par sa poesie ou par son infernale compassion. On trouve chez M. Celine toutes les pitiés, tournées a la revolte. La lecture de cet ouvrage bouleversant ne devrait pas tomber aux mains de basses intelligen-ces ». E' un giudizio, pur nella improntitudine che lo cagionava, tanto comprensivo quanto acuto, tra i migliori ch'io conosca.
« Les pitiés » di Anne de Noilles. Queste pietà sgorgano improvvise, inaspettate, dal grigiore di una descrizione di cose e di uomini che vi serrava il cuore. Inaspettate e naturali nella loro primitività. Non s'appoggiano a un'aggettivazione di rilievo, rampollano improvvise, naturalissime e sono una consolazione per il lettore pur nella delicata ironia che le intride... come a sopirle. « Pietà » che sono come un cedimento... Sfuggite a una volontà decisa a tener duro, a non farsi giocare dall'emozione davanti a l'implacabile realtà. Queste « Pietà » trasudano nell'opera di Celine malgrado che lo Scrittore si ostini, deciso, a offrirci senza cedimenti tranches d'una realtà nuda e cruda tutta risofferta nel ricordo.
Celine assume la vita tutta intera com'è sotto i suoi occhi, buona e cattiva. Se ne eccede il cattivo non è perché lui così la vede ma perché così essa è. Su questo essere dell'uomo, irrimediabile, Celine sta.
Non ritaglia il quadretto per l'ammirazione di lettrici sensibili. Entra nella vita e ce la rida qual è sostanzialmente, senza attenuazioni. Voyage non è soltanto il romanzo suo, ma quello rappresentativo di tutta un'umanità.
Celine con Voyage e Mort a credit, ma col primo specialmente, ha rovesciato tutta intera la realtà come si rovescia una tasca, con la stessa naturalezza e facilità. Apparentemente, certo, perché questo lavoro ha costretto Celine a una introspezione intensiva che l'ha portato a vedere negli altri tanti se stesso e in se stesso riflessa tanta parte degli altri uomini. Donde lo scambio e il miscuglio. Così in Celine c'è tanto di Bardamu, tanto di Voireux, ecc.
Chi ha cercato e ha creduto di ritrovare Celine (Destouches) tutto intero in questo o in quel personaggio di Voyage e di Mort a credit ha sbagliato. Il vero Destouches c'è e non c'è; trasporto, dice l'Autore. Io direi piuttosto scomposto e ricomposto per captare un massimo di verità interiore della persona.
Che miserabile e miseranda impresa è stata quella di soffocare la genialità dell'opera di Celine cercando d'incastrarne il contenuto nella politica di regime, dalla quale e dal quale — qualunque esso fosse — s'è dichiaratamente tenuto con orgoglio e disgusto lontano! Anche oggi che la critica mondiale ha fi nalmente riconosciuto la importanza dell'opera di lui, essa non riesce a sciogliersi dall'obbligo di giudicarla sulla linea di una « politicità » che le è in effetto estranea, perché ne prescinde per principio.
E i Pamphlets, mi si obbietterà? Ma quelli, contrariamente alla volontà deliberata di chi volle considerarli come espressione di un'azione politica, sono invece la protesta contro ogni azione politica che tenda a limitare, a soffocare il sentimento popolare, ma soprattutto a contrariare quello personale dello Scrittore, nella delicata contingenza storica in cui era venuta a trovarsi la Francia nel periodo di tempo successivo al 1932, anno della pubblicazione di Voyage. Opera che, a chi la considera sotto un certo aspetto, preannuncia i Pamphlets. Per questo ho sostenuto e sostengo che questi integrano per un verso le opere precedenti e che è stato un errore, per puntiglio partigiano, l'averli esclusi dalla edizione « completa » di Celine. I Pamphlets sono invece il complemento della precedente opera di Celine. Perché ci fanno vedere un Celine allo scoperto, saltato fuori dalla trincea per andare all'assalto a viso scoperto giocando tutto per il tutto.
Sarebbe tempo che la malignità sordida che trapela da certa critica su Celine cedesse il posto a una più serena valutazione dei cosiddetti Pamphlets. Ai quali, del resto, il mezzo sterminio che ne fu ordinato dalle autorità politiche e la conseguente proibizione d'una ristampa (ancora in vigore a distanza di circa un quarantennio) ha giovato più che nuociuto a una conoscenza da parte dei lettori di Celine.
Essi furono un mastodontico soliloquio, a sfogo, urlato in certi casi più che gridato... alle stelle, che Celine dovette pagare col carcere e l'abiezione.
E' ridicolo considerare quegli scritti, come han fatto alcuni, con serietà accademica (v. ad esempio il recente libro di Jacqueline Morand: Les idees politiques de L.-F. Celine). Celine non si è sognato mai di inserirsi seriamente nella politica. Un correttivo alle conclusioni troppo rigide della Morand è stato offerto da P. Carile nell'ancora più recente libro Celine oggi (Bul-zoni ed. 1974). Ed è peccato che quei tre libri di Celine, invece di essere presi di mira con tanta feroce serietà, da politici e critici, non siano stati invece considerati nella luce prevalentemente letteraria, che più ad essi si confa, per il loro umore burlesco, alla Rabelais (che tuttavia ammanta, non si sostituisce all'intento vero che animò lo scrittore, ch'era serio e partiva da convincimenti ben radicati e d'importanza umana).
E' poi da osservare che, se intenzione di Celine fosse stata quella di compiere azione veramente politica, non sarebbe ricorso, come fece in gran parte in quei tre libri, a quel tipo di
espressione. Racconta Rabatet, l'autore di Decombres, che si trovò presente, imputato anche lui, ad una delle sedute del Tribunale parigino, che, alla lettura di Bagatelles, ordinata a titolo d'imputazione dallo stesso Tribunale, il pubblico scoppiò in tale generale e irrefrenabile risata che non fu più possibile continuare nella lettura, con effetto assolutamente negativo riguardo all'attesa.
Ci sono due stadi nella produzione romantica di Celine che vanno considerati separatamente: quello antecedente all'avventura tedesco-danese e conseguente prigionia dell'Autore, vale a dire Voyage au bout de la nuit e Mori a credit, e quello posteriore alla detta avventura, il quale ha impostazione e sostanza diverse dalle due opere primitive. In mezzo stanno i cosiddetti Pamphlets: Bagatelles pour un massacra, L'école des cadavres, Les beaux draps, che rappresentano il momento di lacerazione dell'opera céliniana, e che pur avendo motivi concettuali e di forma loro propri, debbono essere considerati come legati organicamente a tutta la rimanente opera di Celine. Il fatto di averli esclusi dalla sedicente edizione « completa » dell'opera sua fu un atto arbitrario che non trova sufficiente giustificazione. C'è poi una terza parte dell'opera di Celine che ha un suo valore particolare e che dovrà quando che sia esser messa in luce: è la corrispondenza epistolare. Essa illumina particolari di vita e di pensiero e ci da un Celine più immediatamente comunicativo, ad integrazione di quello che ci è dato di conoscere attraverso l'opera romantica.
Quanto al giudizio su l'uomo, esso rimane subordinato a una conoscenza più precisa dei casi della sua vita, specialmente nei riguardi del processo intentatogli in regime di Liberazione. Che non fu, perché non poteva essere, una cosa seria. Il vero processo denigratorio glielo fecero a Celine i cagnotti della Critica a servizio dei Liberatori. Che fu, nei fatti, il processo dell'Invidia al Genio. Perché gli elementi di accusa congegnati tutti, fatico-
samen te, a far apparire quel che Celine non era e non fu mai, un traditore della Patria, vanirono sotto una montagna di documenti assolutamente inconsistenti. Se fosse veramente esistito un serio motivo di accusa, il Governo danese non avrebbe potuto esimersi di dare corso alla richiesta di estradizione di Celine fattagli dal Governo francese. Si limitò invece, come si sa, a dare corso a un mandato di cattura e d'imprigionamento di Celine a Copenaghen. A mio parere, ci fu accordo tra i due Governi: fare qualcosa, ma senza andare a fondo: colpire, infamare l'uomo ma senza ucciderlo nel corpo. Sembrasse clemenza e fosse invece, come fu, più atroce supplizio che non la morte. Si trattava di uccidere, possibilmente, lo Spirito dell'uomo. Ma, a guardare bene, non riuscirono se non in apparenza. Confissero Celine in una visione ancora più sconsolante dell'uomo e del suo destino terreno. Riuscirono a far traballare Celine, non a buttarlo giù. Fu una condanna a dispetto. Un documento che colpisce più gli accusatori che non l'accusato.
Vedere se, per caso, il sequestro e la distruzione a fondo di gran parte degli esemplari di tutti e tre i volumi dei Pamphlets (attirando così, come avvenne, l'attenzione acuta sui rimanenti in circolazione) e l'assoluta proibizione d'una ristampa, non convinsero il pubblico dei lettori che il contenuto di quei libri era più vicino al vero delle cose di quanto il Governo De Gaulle e successori non volessero far credere, è un'indagine da fare, anche per capire ancora meglio e più, lo scrittore e l'uomo Celine.
Che cosa volevano essere ed erano i Pamphlets nel concetto di Celine? Uno sfogo personale in rappresentanza di molti altri francesi. Dire chiaro quello che molti sentivano e non sapevano o non potevano dire. Una interpretazione personale, personalissima, della pubblica opinione, in uno dei momenti storici più critici della Nazione. Era una occasione per dire tante cose che gli urgevano dentro da sempre e che il momento voleva che fossero non soltanto dette ma gridate e gridate con arte. Un grido d’allarme che doveva rinsavire la Francia […]
