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martedì 17 aprile 2012

"Céline ci scrive - Le lettere di L.-F. Céline alla stampa collaborazionista francese" recensito da Patrizio Paolinelli

 

L’ingenuo perfetto. Le lettere di Céline alla stampa collaborazionista

di Patrizio Paolinelli 


Talvolta non c’è niente di più antipoetico della vita di un poeta. Non fa eccezione la parabola di Louis-Ferdinand Céline negli anni in cui cede ai richiami della teoria della razza, all’anticomunismo viscerale, al nazismo. Vero poeta Céline racchiude dentro sé l’infinito spettro del sentire umano. Si tratta di una pressione incontenibile, insopportabile, dolorosa. Una pressione che conduce lungo le strade dell’incomprensione, della follia, dell’emarginazione. Strade battute dal Céline ossessionato dal complotto giudaico e respinto dalle tante destre che pensava lo avrebbero accolto a braccia aperte come ideologo tout court.
Percorrendo vie che non portano da nessuna parte a un certo punto Céline libera i demoni che dettano Bagatelles pour un massacre e i successivi pamphlet antisemiti. Libelli disperati, scritti di getto, a metà strada tra politica e letteratura. Libelli che danno voce alla cattiva coscienza di un uomo terrorizzato da un nuovo conflitto europeo. Con lo scoppio della guerra la prudenza avrebbe consigliato a Céline il ritiro dalla scena. Invece lo scrittore radicalizza ancor più le proprie posizioni politiche. Compromissione che finalmente anche il lettore italiano può verificare grazie alla recente pubblicazione di Céline ci scrive (Settimo Sigillo, 240 pagg., 25 euro). Un testo che riproduce gli interventi dello scrittore sulla stampa collaborazionista francese tra i 1940 e il 1944. Ideatore e curatore della raccolta è Andrea Lombardi, studioso di storia militare, appassionato lettore dell’opera di Céline e animatore del più importante blog italiano dedicato allo scrittore francese (http://lf-celine.blogspot.com).
Céline ci scrive è un lavoro importante. Intanto, perché almeno in parte colma il vuoto lasciato dal divieto di Céline di rieditare i tre pamphlet che tanti guai gli hanno procurato. Poi, perché le lettere alla stampa collaborazionista mancano quasi del tutto dei tanti passaggi poetici che caratterizzano i libelli consegnandoci per così dire il Céline integralmente politico. Infine, perché dopo aver concluso la lettura del libro ci rendiamo conto che il poeta prevale nettamente sul polemista.
Come si arriva a tale conclusione? Non certo prestando orecchio alle proposte politiche dello scrittore. Proposte che resteranno del tutto ininfluenti sulle scelte degli occupanti tedeschi e del governo di Vichy. Sia con i libelli che con le lettere alla stampa collaborazionista Céline grida nel deserto. Nessuno lo ascolta, talvolta è persino censurato, ma lo si lascia urlare perché non si può negare la parola a chi col Voyage au bout de la nuit ha rivoluzionato il romanzo francese, non si può negare la parola a un mostro sacro della letteratura.
In quanto a mostruosità Céline non si fa certo pregare. Nelle lettere alla stampa collaborazionista pretende la pulizia razziale della nazione, accusa Pétain di essere filosemita, taccia i francesi di debolezza, codardia e degenerazione, esalta la crociata antibolscevica, reclama sangue per la causa ariana, chiede fanatismo assoluto per la comunità di popolo e ovunque l’ebreo-comunista deve essere stanato. Ovunque: anche dentro i francesi purosangue. Ma i francesi sono purosangue? No. Ed ecco allora Céline avanzare l’idea di dividere la Francia in due parti: quella del Nord, lavoratrice e razzista, con capitale Parigi, e quella del Mediterranea, bizantina e latina, con capitale Marsiglia. Troppo, anche per gli estremisti della destra più reazionaria.
Se non si presta ascolto a queste farneticazioni cosa resta del polemista Céline? La solitudine e lo stupore. Ossia una condizione e una qualità del poeta. Non è esclusivamente politica la chiave per comprendere le lettere alla stampa collaborazionista (così come i pamphlet) perché politicamente Céline è l’ingenuo perfetto: colui che crede alla completa adesione tra parole e fatti. E l’ingenuo perfetto si stupisce enormemente quando la realtà non è coerente con le promesse. In Céline lo stupore si trasforma in rabbia, in un’esigenza ancora maggiore di perfezione. Finisce così per isolarsi sempre di più.


VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del lavoro, 14 aprile 2012.



venerdì 13 aprile 2012

L'amico SS di Céline

Il Colonnello SS Hermann Bickler (secondo da sx) con appartenenti delle SS e del NSDAP.
















L’amico SS di Céline

di Andrea Lombardi


Durante l’occupazione tedesca di Parigi nel 1940-1944, il Colonnello delle SS Hermann Bickler ebbe l’incarico di sorvegliare le personalità francesi della città, conoscendo così un gran numero di esponenti della cultura francese del periodo, tra i quali Louis-Ferdinand Céline; sarà proprio grazie a Bickler che Céline otterrà i visti necessari per fuggire dalla Germania alla Danimarca nel 1945. Di seguito un ricordo inedito in Italia degli incontri tra l’alto ufficiale nazista e un Céline tra il maledetto e il bohèmienne:


Uno dei personaggi più strani, più interessanti e anche tra i più simpatici che io abbia conosciuto in Francia fu lo scrittore Louis Ferdinand Destouches, meglio conosciuto letterariamente sotto lo pseudonimo di Louis-Ferdinand Céline. Il suo nome mi era famigliare dagli anni Trenta, da quando avevo scritto del suo primo romanzo, Viaggio al termine della notte, in un giornale di Strasburgo […]
Dopo l’armistizio del giugno 1940, venni a conoscenza che Céline era rimasto a Parigi, come d’altronde la maggior parte degli intellettuali e degli artisti. Non ricordo cosa avesse motivato il nostro primo incontro, ma appresi subito che frequentava l’ambasciata tedesca di rue de Varenne.
Un giorno, il piantone mi annunciò che un uomo dall’aspetto equivoco desiderava parlarmi, e mi chiese se poteva lasciarlo passare. Quando sentii il nome di quest’uomo, ordinai che lo si conducesse a me senza ulteriore attesa. Quando finalmente, sempre scortato dal piantone, egli penetrò nel mio ufficio, compresi fin troppo bene i sospetti della sentinella: Céline sembrava veramente l’immagine che ci si potesse fare del partigiano o di un attentatore. Quest’uomo di alta statura, largo di spalle, indossava una pelliccia di montone e spessa lana. I suoi capelli neri, inquadranti un viso piuttosto pallido, erano in disordine. Tutta la sua persona era d’altronde vestita senza alcuna cura né eleganza. Usava recarsi in moto dai suoi alloggi di Montmartre ai suoi consulti in una banlieue di Parigi dove lavorava come medico dei poveri. Andammo subito d’accordo […]
Dopo il nostro primo incontro, Céline aveva fatto domanda per ottenere un permesso di porto d’armi, perché si sentiva minacciato dai gollisti, permesso che gli fu concesso senz’altra questione.
Secondo me, però, Céline non era mai stato minacciato in questo periodo. Anche i comunisti, i quali iniziavano in questo periodo a mostrarsi attivi, non avevano mai colpito un medico dei poveri. Lo prova un aneddoto tipico, narratomi dal mio amico Céline stesso: dopo un consulto, uno di questi tizi parigini gli riporterà la pistola che, per distrazione, aveva dimenticato nel suo studio durante un esame. Il ragazzo la ridarà al medico canzonandolo, con il suo inimitabile gergo di strada; “Ferdinand, ti sei dimenticato il tuo ferro…”
Spesso, quando Céline transitava nei paraggi spetecchiando con la sua moto, ci faceva una visitina. Ormai, quando passava, non incuteva al piantone più alcun timore. Poi, lo scrittore mi invitò da lui, sulla Butte. Molte di queste serate mi sono rimaste scolpite nella mia memoria. Il suo domicilio si trovava al cuore di Montmartre, e corrispondeva pienamente al suo stesso aspetto. Una volta superate una serie di scure scale di questa vecchia casa, si arrivava a un appartamento composto da tre locali. Una stanza serviva da sala da pranzo e da letto, nell’altra troneggiava un grande tavolo rotondo interamente ricoperto, come anche il pavimento, di foglietti manoscritti. Il terzo serviva da ufficio e ripostiglio, la riserva di legname sistemata a lato della moto. Nel soggiorno vero e proprio, la sudicia pelle di montone era disposta di traverso sul letto, semplicemente accostato un po’ di lato in modo di poter far accomodare a tavola gli invitati. Il pasto consisteva in un’unica portata nutriente e saporita, e nell’appartamento, dove l’apparenza del lusso e ancor più dell’eleganza non avevano il minimo valore, ci si sentiva estremamente a proprio agio. Era sempre interessante. Ci si trovava in piena bohème, come è sempre esistita a Montmartre. Non era raro che un pittore o uno scrittore, residente nel palazzo o nel vicinato, si aggiungesse alla nostra compagnia […]
Impressioni uniche rimanevano impresse quando Céline narrava i suoi pensieri. Parlava sempre con una voce assai tenue, ma in quei momenti abbassava la voce ancor di più, come se realmente parlasse solo a se stesso. Ci si rendeva conto in quei momenti che Céline faceva parte della famiglia dei grandi sonnambuli. Era, in fondo, un realista malinconico. Non importa se questo derivasse dalle origini celtiche di questo nativo della Bretagna, o ancora dai suoi anni di familiarità con il lato oscuro dell’esistenza umana. Appariva allora talvolta, in quei momenti, come un cinico crudele. In realtà, era una persona calorosa, e come amico era di una cordialità incomparabile. Ma non si faceva illusioni sugli umani. Aveva viaggiato in America e in Africa per conto della Società delle Nazioni e aveva anche visitato l’Unione Sovietica. Aveva raccontato in modo terrificante il crollo della Francia nel 1940, e i suoi libri sul caos tedesco del 1945 non si leggono diversamente. Era pessimista sulla guerra, e sulla posizione dei tedeschi in essa. Sono portato inoltre a supporre che molti tedeschi, a fortiori le persone gravitanti intorno all’ambasciata tedesca, che aveva incontrato durante l’Occupazione, non gli fossero particolarmente simpatiche. Gli rimproverava di essersi fatti permanentemente menare per il naso dal governo di Vichy. Rigettava Laval come tipicamente youpin, e d’altra parte, in quei momenti, era ancora meno portato che mai a moderare la sua linea di condotta ferocemente antisemita, che era già la sua prima della guerra. Ebbe anche uno scontro su questi temi con Ernst Jünger, che era al Comando militare di Parigi e espresse chiaramente il suo rifiuto totale di Céline nel suo Diario. Céline non glie lo perdonerà mai, e, come appresi dalle parole dei suoi ultimi visitatori, gli diede il nomignolo, tipico per lui, ma ingiusto, di piccolo pulotto. Ein kleiner Bulle [un torello], come diciamo da noi. I nostri incontri si trasformarono molto presto in una amicizia sincera che si prolungherà oltre la guerra, anche se non lo rivedrò più di persona. Ma mi scrisse ancora dalla Francia, dopo il suo ritorno dall’esilio in Danimarca, qualche lettera commovente, tipica sua. Purtroppo non avevo all’epoca la possibilità di recargli visita. Era già molto malato e ormai alla fine della sua strada.

Da Ein Besonderes Land: Erinnerungen und Betrachtungen eines Lothringers, di Hermann Bickler, 1978, estratto pubblicato sulla rivista Lire, Hors-Serie n. 13. Traduzione di Andrea Lombardi.

L’SS-Standartenführer (Colonnello delle SS) Hermann Bickler [nella foto, il secondo da sinistra] nacque nel 1904 a Hottviller, nel dipartimento della Mosella, in Alsazia-Lorena. Laureato in Giurisprudenza, fu attivo politicamente in Alsazia come autonomista, fondando partiti separatisti e periodici in lingua tedesca. Nel 1939 sarà internato dalle autorità francesi, e liberato dall’esercito tedesco nel 1940. Iscritto al NSDAP, fu nominato Kreisleiter (direttore distrettuale) della città di Strasburgo, e nel settembre 1940 fu ammesso nelle SS: datosi volontario per il fronte russo nel 1941, gli fu invece data la responsabilità del Reparto VI (Spionaggio) dell’SD (Servizio di Sicurezza) a Parigi, raccogliendo informazioni sulle personalità politiche francesi residenti in città, e organizzando cellule di controspionaggio con personale francese. Dopo lo sbarco Alleato in Francia, fu capo dell’SD in Alsazia e poi inviato fronte orientale, nel reparto propaganda della 5. SS-Panzer-Division “Wiking”. Condannato a morte in contumacia da una corte francese, si rifugiò prima in Tirolo e quindi in Italia, intraprendendo la carriera di uomo d’affari. Morirà nel 1984 nella sua residenza sul Lago Maggiore.

mercoledì 14 settembre 2011

"Céline ci scrive" recensito su Booksblog!






Céline ci scrive, le sue lettere "maledette" tradotte e pubblicate per la prima volta in italiano



Sono passati cinquant’anni dalla morte di Louis Ferdinand Céline, cinquant’anni in cui lo scrittore maledetto per eccellenza è stato trattato in ogni modo. Da ogni parte politica, da destra e da sinistra, Céline è stato, in quanto scrittore, oltraggiato. Nel mondo letterario, nessuno più di lui in questi cinquant’anni ha subito più tentativi di strattonamento verso l’una o l’altra parte politica. La pubblicazione di questo «Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944», a cura di Andrea Lombardi, potremmo dire che contribuisce al dibattito come una bomba a mano contribuisce a una rissa, vale a dire mandando tutti al tappeto e mettendo in evidenza l’inutilità dell’alterco. Le lettere ora pubblicate, infatti, sono a tutti gli effetti “maledette”, sono illeggibili per qualunque benpensante, sono inammissibili, oltraggiano praticamente ognuno dei principi su cui abbiamo costruito il mondo occidentale contemporaneo. Eppure, io credo, sono lettere che fanno bene proprio per questa loro indigeribilità, perché ci mostrano quanto sia inutile e idiota cercare di trasformare un uomo in un vessillo e costringerlo a sventolare da una parte o dall’altra, soprattutto quando si parla di Céline. Céline, l’uomo, era una personalità lontana da questo tipo di logica come il nostro pianeta dalla stella più vicina. Chi si affanna a cercare di farlo schierare, non solo non ha capito nulla di quel formidabile e spiazzante anarchico, ma non ha capito nulla neppure della Letteratura.



Tutto ciò che può essere detto sulla visione politica di Céline, o almeno, tutto ciò che può interessare noi, i suoi lettori dell’inizio del XXI secolo, è ben riassunto in una frase nell’introduzione al libro scritta da Andrea Lombardi:


rendendoci pur conto che pensare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sensibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”


Lombardi, sempre nella sua introduzione, cita anche un brano di Pontiggia, traduttore delle Bagatelles, un brano che illumina la vera forza di questo scrittore, un brano che vale la pena di leggere:


Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomunisti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tempesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pugile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denunciato. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazione: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrittori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea.







venerdì 10 giugno 2011

"Céline ci scrive" in anteprima su Libero di oggi




Allora, ecco in anteprima su Libero e Satisfiction la sorpresa che vi abbiamo preparato per il cinquantenario della morte di Céline. Il cappello introduttivo è della redazione di Libero (PS nell'articolo c'è un piccolo errore; contrariamente a quanto scritto nell'articolo, la lettera in questione è inclusa nel libro).


Ringrazio sin da ora chi ha collaborato alla realizzazione del libro: Valeria Ferretti, Stenio Solinas, Gilberto Tura, Simona Oddo, Stefano Fiorucci, Jeannine Renaux e Marc Laudelout, l'editore Enzo Cipriano, e Gian Paolo Serino, Satisfiction e Libero.



Un ringraziamento particolare, veramente di cuore, va a Solinas perchè, oltre alla prefazione, con mio grande stupore mi ha rinviato il manoscritto dopo averlo corretto e rivisto; una cortesia veramente inaspettata e di grande valore.



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Pubblichiamo qui a fianco una lettera di Louis-Ferdinand Céline, datata 15 giugno 1942 e indirizzata all’amico Henri Poulain, contenuta nel numero 11 della rivista letteraria gratuita “Satisfiction”, diretta da Gian Paolo Serino, in uscita il 28 giugno. Come vedrete, si tratta di un testo molto duro, dai forti connotati razzisti e antisemiti. Talmente sgradevole, a tratti, che Andrea Lombardi - esperto conoscitore dello scrittore francese, di cui ha molto scritto e del quale ha curato varie pubblicazioni - ha preferito non inserirlo nel volume Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline nella stampa collaborazionista francese, 1940-1944 (prefazione di Stenio Solinas, edizioni Settimo Sigillo) che ha meritoriamente importato (uscirà in libreria a metà luglio). Del resto, nemmeno in Francia questa lettera ha suscitato reazioni particolarmente favorevoli, come ci si può immaginare. La riproduciamo perché siamo convinti che di un grande autore come Céline si debba conoscere tutto, anche il lato più terrificante efastidioso, il quale certononpuò essere separato dalla sua straordinaria opera di romanziere. Ovviamente, non aderiamo alle bestialità che il francese, seppur con prosa splendente, inserisce nella missiva. Anzi, i contenuti per larga parte ci ripugnano. Però siamo convinti che vadano conosciuti, così come sarebbe ora di pubblicare un libro scandaloso e proibito come Bagattelle per un massacro, disponibile nel nostro Paese solo in edizioni pirata o in ristampe anastatiche di una vecchia edizione di epoca fascista. Ci sembra un’enorme ipocrisia non diffonderlo, visto che il contenuto è facilmente reperibile su Internet. Esattamente come le parole di questa lettera: in lingua originale è semplicissimo trovarla sul web. Qui avete occasione di leggerla, in tutta la sua crudeltà, in tutta la sua superficialità che sembra impossibile per un genio quale era Céline. Eppure l’ha scritta: per questo la stampiamo.





Fouesnant il 15 giugno





Mio carissimo Poulain, mi coglie su due piedi! Ah, capita bene! Capita a fagiolo! Mi chiede un articolo. Prenda questa lettera e a gratis! Celebrare un anniversario? Quello dei Beaux draps? Perbacco! Sempre proibiti! I governi si succedono, giostrano i loro destrieri, la loro musichetta, e patatì e patatà... e niente cambia intendiamoci. Glielo dico molto educatamente. La storia della Francia continua. Piccolissimo indizio mi dirà: narcisismo d’autore che vede il mondo solo dal suo ombelico. La Francia continua! Come vorrà! Andrà avanti senza di me! Non se n’avrà a male. Maurois, Bernanos, adulati, classici a Tolosa, Céline nella merda.
Tutta una corsa verso Haiti
Domani Duhamel grande censore. Tutto questo è proprio regolare, può sorprendere solo un coglione. La Francia odia istintivamente tutto ciò che le impedisce di darsi ai negri. Li desidera, li vuole. Buon pro le faccia! Che si dia! tramite l’Ebreo e il meticcio, tutta la sua storia in fondo è solo una corsa verso Haiti. Quale ignobile cammino percorso dai Celti agli Zazou! Da Vercingetorige a Gunga Diouf. Tutto qua! Tutto sta lì! Il resto non è che farsa e discorsi. La Francia muore dalla voglia di finire negra, la trovo piuttosto a puntino, marcia, zeppa di meticci. Mi fanno proprio ridere quando mi dicono 5 o 800.000 ebrei in Francia! La battutona! Solo Saint-Louis, l’eletto, ne fece battezzare 800.000 tutti in una volta nella Narbonense! Pensi se hanno avuto prole! Altri 50 anni, e nemmeno un francese che non sia meticcio di qualcosa in “ide”, araboide, armenoide, bicoide, polaccoide... E chiaramente “francese” 100.000 volte più di lei e di me. L’arroganza “patriottica”, la faccia tosta, è sempre in proporzione al meticciaggio, alla giuderia personale. Un altro bel giornale è da creare, molto opportuno, il “giallo e nero” em - blema del futuro francese. Se la guerra civile fosse durata sarebbe del resto già fatto. Avremmo due milioni di morti, ariani, sostituiti immediatamente (Mandel dixit) da due maggioranza schiacciante desidera con tutto sé stesso la sconfitta assoluta della Germania e del suo ideale razzista. Bisogna come proclama Churchill «cancellare l’Hitlerismo dalla mappa del mondo». Mi spiego.
Il colpo di grazia della guerra ’14-’18
Il padiglione nazionale francese copre tutte le mercanzie. La Francia attuale così meticcia non può essere che antiariana, la sua popolazione assomiglia sempre più a quella degli Stati Uniti d’America. Stessi auspici, stessa politica profonda. Attoniti dappertutto riuniti per ordine ebreo, più qualche rimasuglio nordico e celtico a rimorchio, del resto fusi, in via di estinzione (suppergiù come i pellirossa). Veda le nostre squadre nazionali sportive, accozzaglie grottesche, frettolose ammucchiate di non importa chi, pescati non importa dove, dall’Africa alla Finlandia! Il colpo di grazia, senza dubbio, ci fu inferto dalla guerra del ’14-’18: due milioni di morti, più di cinque milioni di feriti e di abbrutiti dai combattimenti e dall’alcol, ossia tutta la popolazione maschile valida, (in maggioranza ariana ben inteso) sfinita, annientata. E tra questi certamente tutti i nostri quadri reali, tutti i nostri capi ariani. La faccenda dei capi! La massa non conta. È plastica, anonima, fa carne, peso di carne, tutto qui. La guerra, la vita lo dimostrano. La massa, la truppa non vale che solo attraverso i suoi quadri, i suoi capi. La truppa meglio inquadrata vince la guerra. È il segreto, il solo. I nostri capi, i nostri quadri sono morti durante la guerra super criminale del ’14-’18. Sono stati immediatamente sostituiti al volo dall’afflusso degli armenoidi, araboidi, italoidi, polaccoidi etc. tutti estremamente avidi, cullati da sempre nel sogno, nei loro paesi infetti, di venire a recitare qui la parte dei capi, di asservirci, conquistarci, (senza alcun rischio). Un ottimo affare! I nostri eroi del ’14-’18, cedettero loro senza esitare i posti ancora caldi. Furono occupati immediatamente. 4 milioni di pulcinella anti-francesi nell’anima e nel corpo, soltanto francesi di chiacchiera, si è visto bene quanto valessero i quadri Boncourt, i naturalizzati Mandel durante la guerra ’39- ’40! Le donne si sposano con ciò che trovano! Certo! Nuova fioritura di meticci! Che commedia! Che lupanare! E così sia! «Vengono fin tra le nostre braccia! Sgozzare, ecc.» non sono affatto i “feroci soldati” a devastare e distruggere la Francia quanto piuttosto i rinforzi negroidi del nostro stesso esercito. Per essere precisi, non sgozzano niente di niente, montano. Ed è l’imprevisto della “Marsigliese”!
Abbrutiti da alcol e incroci nei letti
Rouget non aveva capito niente, la conquista, quella vera, ci viene dall’oriente e dall’Africa la conquista intima, quella di cui non si parla mai, quella dei letti. Un impero di 100 milioni di abitanti di cui 70 milioni di caffellatte, per volere Ebreo è un impero in via di diventare Haitiano, in modo del tutto naturale. Siamo completamente abbrutiti? È un dato di fatto, per via dell’alcol e dell’in - crocio, e poi per molte altre ragioni... (veda i Beaux draps, proibiti...). Anestetizzati, insensibili al pericolo razziale? Lo siamo, è evidente. 50.000 stelle gialle non cambieranno niente. La Francia intera per un po’, più dreyfusarda che mai, per simpatia così cristiana, sfoggia con fierezza il simbolo giudaico. Nuova Legione d’onore, zazou, molto più giustificata dell’altra. E tutto per Blum e per de Gaulle! Maturi per essere colonizzati? Lo siamo! Da non importa chi! Parlare di razzismo ai francesi, è parlare di sangue puro ai nordafricani, stesse reazioni. Non si fa piacere a nessuno. Vichy si occupa, sembra del razzismo, a modo suo, come si occupa dei miei libri. Vada un po’ a chiedere a Claude Bernard quel che pensa del problema ebraico!... Sarà servito. «Si figuri raccontano i suoi assistenti che se il Sig. Bergson fosse ancora qui, i tedeschi gli farebbero indossare la stella gialla!». Altrettanto attaccabriga! Allora bella cosa, ci dica lei stesso, un po’, quel che preconizza? Ah! quant’è più delicato... scomodo... arduo... crudele... che Dio mi guardi dal potere! Dalle pesanti confidenze popolari! Le ridurrò tutte in poltiglia! Taglierei innanzitutto la Francia in due parti. Per la comodità delle cose, la tranquillità dei partiti. Lo slogan “Una, Indivisibile” mi è sempre sembrato una cosa da “masso - ni”. Al punto in cui siamo arrivati nella decadenza, saremo per forza le vittime nell’“Indivisibi - le” noi gente del Nord, poiché è il Sud che comanda, cioè l’ebreo. I Romani troppo meticciati si sono dati due capitali, farò altrettanto. Marsiglia e Parigi. L’una per la Francia meridionale, latina se vogliamo, bizantina, “sovralgerica”, tutto ai meticci, tutto agli zazou, dove si avrebbe tutto il piacere, tutta la libertà di ospitare, amare profondamente tutti i più bei ebreoni del mondo, di eleggerli tutti deputati, commissari del popolo, arcivescovi, druidi, geni, di farsi inculare da loro, all’infinito, aspettando di diventare tutti negri, questione di trenta o cinquanta anni, per come vanno le cose, di raggiungere infine lo scopo supremo, l’ideale delle Democrazie. L’altra per la Francia “a nord della Loira”, la Francia lavoratrice e razzista, è da tentare. Credo che sia forse il momento di attuare alcune grandi riforme...
Tanta sofferenza per una porcheria
La Francia tipo Santo Domingo non mi interessa davvero. Può farsela chi si presenta, me ne frego alla grande. Mi dispiace semplicemente di aver lasciato tanta carne per difendere questa porcheria che non sogna altro che Lecache. Una così grande guerra, tanta miseria, per andare da Rotchild [sic] a Worms! Ci vorrà davvero del nuovo per farmi ritornare patriota. Credo che sarà per un’altra volta, forse per un altro mondo, quello dei morti se ho ben capito, la vera patria dei testardi. A lei Poulain! Stia ben attento! Ah! non mi tradisca! la minima parola! tutte le virgole! e coraggio!

sabato 29 gennaio 2011

La Rive Gauche, di H. R. Lottman




Tradotto in italiano da Edizioni di Comunità (Milano 1983) il libro, pur non tenero verso Céline, è però una miniera di informazioni sugli intellettuali francesi dal 1930 al 1950, e in particolare sulla Parigi della Collaborazione.

venerdì 21 agosto 2009

Parigi: Ernst Jünger e Louis-Ferdinand Céline




Frequentando entrambi i salotti letterari parigini, Céline incontrò più volte l’intellettuale tedesco Ernst Jünger, decorato della Pour le Mérite nella prima guerra mondiale e richiamato nella Wehrmacht. Jünger citò più volte Céline (anche con lo pseudonimo di “Merline”) nel suo Diario del 1941-1945, Irradiazioni, talvolta in maniera meno che encomiastica. Riportiamo alcuni brani del diario di Jünger:

Parigi, 7 dicembre 1941

Nel pomeriggio all’Istituto germanico, Rue Saint-Dominique. Fra gli altri c’era Merline, grande, ossuto, forte, un po’ goffo, vivace nella discussione, anzi nel monologo. È caratteristico quel suo sguardo da maniaco introvertito, che riluce come dal fondo di una caverna. Non guarda né più a sinistra né a destra: si ha l’impressione che cammini incontro a una meta sconosciuta. “Io ho la morte sempre al mio fianco”, e indica una sedia come se ci fosse seduto sopra un cagnolino. È sorpreso, urtato di sentire che noi soldati non fuciliamo, non impicchiamo e non sterminiamo gli ebrei; sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato. “Se i bolscevichi fossero a Parigi vi darebbero un esempio, vi mostrerebbero come si pettina la popolazione, quartiere per quartiere, casa per casa. E avessi io la baionetta, saprei cosa farne”.


Parigi, 14 marzo 1943

Di sera, da Armance, che è inferma: si è ferita a un piede a casa di Céline. Mi ha raccontato che questo autore, nonostante le sue grandi rendite, è sempre a corto di denaro, poiché lo distribuisce completamente alle prostitute, che, con tutte le loro malattie, ricorrono alle sue cure.

Parigi, 16 novembre 1943

Di sera all’Istituto tedesco. Vi era lo scultore Breker con sua moglie, che è greca; inoltre la signora Abetz e le simpatiche figure di Abel Bonnard e Drieu La Rochelle, contro il quale nel 1915 ho scambiato colpi di fucile. […] Céline, con le unghie sporche: entro ora in una fase nella quale la vista dei nichilisti mi diviene fisicamente insopportabile.


Il solitamente acuto Jünger non si rende conto che Céline stava semplicemente recitando la parte del perfido nichilista, come suo solito con gli interlocutori che meno gradiva. Céline sarà stato senza dubbio sempre più soddisfatto di abbindolare l’altezzoso boche, e di suscitare la crescente indignazione dell’algido e aristocratico intellettuale ed esteta tedesco, combattente come lui nella prima guerra mondiale. Avvenimento del quale Jünger, a differenza di Céline che ne narrò soprattutto gli orrori, fu glaciale e appassionato cantore nelle sue prime opere, evocando la grandezza del combattente che si ergeva contro le tempeste d’acciaio degli scontri di materiél.
Andrea Lombardi

lunedì 4 febbraio 2008

Da un Céline all'altro



Da un Céline all’altro

di Lucien Rebatet

Quando un mattino dei primi di novembre 1944 il mormorio si sparse per Sigmaringen: “Céline sta arrivando”, era dal suo Kränzlin che il povero diavolo giungeva direttamente. Memorabile ricomparsa in scena. Con negli occhi ancora le immagini del viaggio compiuto attraverso la Germania bombardata a tappeto, egli portava un berretto di tela bluastra, come i fuochisti delle locomotive verso il 1905, due o tre canadesi sovrapposte, sporche e piene di buchi, un paio di guanti tarmati appesi al collo e, al di sotto di questi, all’altezza dello stomaco, in un tascapane, il gatto Bébert, che mostrava il suo musetto flemmatico di puro parigino che ne ha viste ben di peggio. Bisognava vedere, all’apparizione di un simile girovago, le espressioni dei militanti di base, dei piccoli miliziani: “É questo il grande scrittore fascista, il geniale profeta?”. Io stesso rimasi ammutolito. Louis-Ferdinand, alternato a Le Vigan, descriveva per interiezioni la diffidenza di Kränzlin, un paesino sinistro di crucchi intontiti che detestavano i franciosi, la carestia m mezzo ad un branco di oche e di anatre. Insomma, Hauboldt era venuto a tirarlo gentilmente fuori da quel buco e Céline, apprendendo dell’esistenza a Sigmaringen di una colonia francese, non voleva più soffermarsi altrove. Passata la prima sorpresa, gli facemmo festa. Lo credevo ormai finito per la letteratura. Qualche mese prima, nel suo Guignol’s Band non avevo visto che un’epilettica caricatura del suo stile (l’ho riletto questa primavera e l’ho trovato un capolavoro inenarrabile, Céline è sempre stato dieci, quindici anni avanti a noi). Aveva comunque un passato di grande artista e rimaneva un prodigioso veggente. Durante quattro mesi ci siamo visti ogni giorno, da soli o in compagnia di La Vigue e di Lucette, dotata di uno splendido equilibrio in quello sfacelo e nella scia di un forsennato del genere. Céline al di là della sua preveggenza circa pericoli e cataclismi effettivi, fu costantemente tormentato dal demonio della persecuzione, che gli ispirava incredibili espedienti e scappatoie per sventare le manovre di una moltitudine di nemici immaginari. In continuazione stava a meditare su indizi percettibili a lui solo, per giungere a soluzioni a volte aberranti e sagaci. Intorno a lui la vita si esaltava subito di quella sussultante stramberia che costituisce il ritmo medesimo dei suoi maggiori libri. Ciò avrebbe potuto rendersi presto insopportabile. Se non che la gaiezza del vecchio funambolo travolgeva tutto. Il “Governo” francese lo aveva nominato medico della Colonia, dove prestò la sua opera, non desiderando d’altronde altri titoli. Abel Bonnard, la cui madre novantenne stava morendo in una camera della città, non ha mai dimenticato la dolcezza con la quale egli ne assistette la lunga agonia. Nello stesso modo poteva essere un eccellente medico per i bambini. Durante gli ultimi tempi, nella sua camera all’hotel Löwen, trasformata in un asfittico tugurio (e pensare che era stato specialista in igiene) curava una serie di malattie caratteristicamente céliniane, un’epidemia di scabbia, un’altra di scolo miliziano, di cui tracciava sbalorditivi resoconti. Lo rianimavano peraltro l’uditorio francese, il nostro affetto, restituendogli tutto il suo brio. Sebbene si nutrisse di poco, il vettovagliamento lo ossessionava; collezionava prosciutti, salsicce, petti d’oca affumicati tramite il mercato nero. E per distogliere i sospetti su queste tesaurizzazioni, uno dei suoi ingenui artifici era quello di venire ogni tanto nelle nostre locande, all’Altem Fritz, al Baren per condividerne le razioni ufficiali, la Stammgericht, infame brodaglia di cavoli rossi e rutabaga, come se non avesse avuto altre risorse. E mentre lui mandava giù la sbobba, Bébert il “cancelliere” si sporgeva a metà del tascapane, sfiorava un istante il piatto con le sue diffidenti narici e riguadagnava infine la sua tana con dignità offesa. “Occhio Bébert!”, diceva Ferdinand. “Si lascerebbe crepare, piuttosto che toccare questa porcheria... Probabilmente è più delicato, più aristocratico di noi, rozzi sacchi di merda! Che ci rimpinziamo e ci rimpinzeremo delle porcherie più disgustose. Per forza!” Poi, soddisfatto delle sue manovre, delle nostre risate, si catapultava in un inaudito monologo: la morte, la guerra, le armi, i popoli, i continenti, i tiranni, i negri, i Gialli, gli intestini, la vagina, il cervello, i Catari, Plinio il Vecchio, Gesù Cristo. L’ambiente da tragedia pressava il suo genio come il torchio di una vendemmia. Il vino céliniano zampillava ovunque. Noi stavamo alla sorgente della sua arte. E per raccogliere il prodigio neanche un magnetofono in quella Germania della malora! (Adesso da Grunding ne escono cinquantamila al mese, per registrare le ordinazioni dei pescecani sommersi nel sevo del “miracolo” tedesco). Nella vasta biblioteca del castello degli Hohenzollern, Céline aveva scelto una vecchia collezione della “Revue des Deux Mondes”, 1875-1880. Non la finiva più riguardo la qualità degli studi che vi trovava: “Questo é un lavoro serio... analitico, profondo istruttivo... Di buono stile, alla mano... Niente bla-bla”. É l’unica lettura sulla quale si sia mai trattenuto con me. Era estremamente preoccupato di dissimulare i suoi “maestri”, la sua “formazione”. Come se la sua originalità non ne fosse da sola una magnifica prova. Di tanto in tanto, quando passeggiavamo insieme senza testimoni, gli ritornava la stizza per la sua carriera bruciata, ma senza patetismi, in tono sgarbato: “Ti rendi conto? Da come ero partito... Se non mi fossi infervorato a voler proferire delle verità... La grana che mi sarei fatto... Il grande scrittore mondiale della “sinistrorsa”... Il cantore dell’umana sofferenza. Dell’assurda coglioneria... Senza aver nulla da imbellettare. Tutto nello sbellicamenlo, Bardamu, Guignol, Rigodon... Premio Nobel... Le misere palate di merda animale che sarebbero, Aragon, Malraux, Hemingway, dopo Céline... vincitore in partenza... Ah! dimmi dunque, dove non sarei mai arrivato... “Ma-aestro”... II Nobel... Miliardario... II Grande Scarac-chio... Dottore honoris causa... Vedi dunque!” Chiaramente non era proprio il caso di pensar d’impiegare Céline in una qualsiasi propaganda, hitleriana o francese. Io stesso, affatto indifferente ai rimpasti “ministeriali”, trascorsi l’inverno a consultare i libri d’arte del Castello e ad ampliare il manoscritto del mio romanzo Les Deux Etendards. Dovemmo questo privilegio in gran parte al nostro comune amico il caro Karl Epting, che aveva diretto l’Istituto tedesco di Parigi, autentico letterato europeo, rimasto inalterabilmente francofilo anche dopo i due anni di Cherche-Midi, di cui ha fatto le spese. Oltre a questa preziosa amicizia, Céline aveva acquisito la benevolenza di tutti gli ufficiali tedeschi; e bisognava che fosse molta affinché questi potessero chiudere le orecchie ai suoi sarcasmi. In quanto Louis-Ferdinand era senz’altro il più intollerante, il più sboccato tra gli ospiti forzati del Reich. Per tutto dire, non perdonava a Hitler il tracollo che lo cacciava a sua volta il simili pasticci. Era questo l’unico argomento in cui perdeva la sua beffarda filosofia, si faceva astioso, cattivo. Per reazione, per contraddizione, l’antimilitarista sanguinante del Vovage ricomponeva il suo passato, un’anima da patriota alla Dérouléde. Ah! se continuerò a sentirlo il ritornello delle sue gesta militari nelle Fiandre, “Maresciallo d’alloggio Destouches, volontario per un’operazione di collegamento attuata sotto un fuoco d’estrema violenza” e del disegno che l’aveva immortalato sulla prima pagina de “L’Illustré National”. “A colori... Sul mio morello... Al galoppo, la sciabola al vento... Dodicesimo corazzieri... Prima medaglia al valore militare sul campo della cavalleria francese... Sono io e non sono cambiato. Presente!... chi é che mi ha spedito la pallottola nell’orecchio? Non gli inglesi, né i russi, né i merigani... Non li ho mai potuti nasare, io, i crucchi. Di vedermeli ciondolare dappertutto come qui, gli sporchi Feldgrau sinistri, ne ho piene le narici, io, piene le scatole!” – “Non dimenticare però Louis che qui sono a casa loro!” – “Non me lo dimentico, non me lo dimentico. eh! Ohibó! É ben questa la ragione... Giustamente... Artigliarli, sul posto! Un’occasione di cui approfittare, non si ripresenterà... Dentro. I Fritz, tutti, i civili come i marmittoni. Al Lag, dietro i reticolati, tripla recinzione elettrica... Tutti senza distinzione. Ecco come la vedo, io, la loro Crucchia”. Schiumava, da tanto era furioso. A tal punto subdorava tranelli dietro gli inviti più cordiali, che deviava di un chilometro per evitare un’auto-mobile la cui targa gli sembrasse “non franca”; si rilassava invece davanti alle targhe tedesche con una voluttà che superava ogni prudenza. Per aiutarci Karl Epting aveva progettato d’istituire una Associazione degli Intellettuali francesi in Germania. Presso il Comune di Sigmaringen si era riunito un comitato. Céline vi era stato invitato al posto d’onore. Tempo mezz’ora lui l’aveva trasformata in una babilonia da cui niente era possibile cavare. Tuttavia la sera ebbe luogo una cena composta da un piatto unico a base di pesce e da una sfilza di bottiglie di vino rosso. Ghiotte di appetitoso spirito parigino, numerose autorità militari ed amministrative del Gau si erano fatte invitare. C’era addirittura un generale con tanto di croce di guerra al collo. Céline, che non beveva un goccio di vino, intavolò un accanito parallelo tra la sorte delle “spie”, che avevano trovato il modo di farsi sconfiggere, per rientrare però subito nei loro ranghi di bravi soldati e bravi cittadini, con la coscienza pulita, non dovendo rendere conto a nessuno ed avendo assolto il loro dovere di patrioti; e quella dei “collaborazionisti” francesi che avevano tutto da perdere, beni, onori e vita, in una simile impresa da fessi. Quindi Céline non vedeva più cosa gli potesse impedire di proclamare che la divisa tedesca l’aveva sempre avuta in antipatia e che altrettanto non era stato abbastanza ponderante per immaginarsi che sotto un’egida del genere la collaborazione non poteva essere che un terribile maleficio. Gli altri gradi militari presenti avevano però deciso di trovare la battuta eccellente, rallegrandosene assai, e quando Ferdinand andò a dormire, venne rimpianto. I tedeschi consentivano tutto a Céline, non certo per i suoi libelli, che conoscevano poco, ma perché per loro era il grande scrittore del Voyage, la cui traduzione era stata uno strepitoso successo. Lo stesso famoso colonnello Bömelburg, terribile bulldog del S.D. e capo della polizia di Sigmaringen, si era lasciato ammansire dell’energumeno. Bisognava bene che Céline fosse daltronde trattato come ospite eccezionale, per essere riuscito ad ottenere il fenomenale Ausweis militare, diplomatico, culturale ed ultra segreto, lungo un metro e mezzo, che gli permetteva, favore unico, di varcare le frontiere dell’Hitleria assediata. Egli non aveva fatto mistero in merito ai suoi progetti danesi; dato che per la Germania tutto era andato in fumo, desiderava raggiungere a tutti i costi Copenaghen, dove sin dall’inizio della guerra aveva affidato ad un fotografo di Corte il suo capitale di diritti d’autore convertito in oro; che questi aveva sotterrato sotto un albero del suo giardino. L’esistenza, il recupero o la perdita di questo rocambolesco tesoro non hanno mai avuto modo di essere verificate in seguito. Dunque verso la fine di febbraio o gli inizi di marzo si apprese che proprio Céline aveva ricevuto il mitico Ausweis per la Danimarca. Due o tre giomi dopo per la prima volta egli offrì un giro di birra, che lasciò peraltro da pagare al suo collega, il dottor Jacquot. Durante la notte ci ritrovammo sul marciapiede della stazione. C’erano Véronique, Abel Bonnard, Paul Marion, Jacquot, La Vigue, riconciliatosi con Ferdinand dopo la dodicesima discordia dell’inverno, e due o tre altri intimi. La coppia Destouches − Lucette sempre impeccabile, serena, accomodante − portava a braccia duecento chili circa di bagagli, senza dubbio le rimanenze dei famosi bauli, cuciti dentro due sacchi da marinaio ed appesi a delle pertiche, un vero e proprio equipaggiamento da savana, da Bambola-Bamagance. Un drittone, approssimativo infermiere, li accompagnò fino alla frontiera per aiutarli nel trasbordo, che si preannunziava come una faticosa epopea, attraverso quella Germania sbriciolata ed incendiata. Céline, con Bébert sull’ombelico, era visibilmente raggiante. Finite le “bombarde” e la rassegnata attesa del fantaccino in fondo alla trappola. Il nostro ricordo non lo angustierà. Il treno, uno di quei miserabili treni dell’agonia tedesca, giunse al binario con la sua locomotiva a carbone. Ci si abbracciò a lungo e si issò faticosamente l’equipaggiamento. Ferdinand dispiegava ed agitava un’ultima volta il suo incredibile passaporto. Il convoglio si mosse, come una ferrovia di Dubout. Noi altri restammo nell’infernale caldaia, con il cuore stretto. Ma senza gelosia alcuna. Se dovessimo proprio restarci, che almeno il migliore, il più grande di tutti noi se la scampi.

Traduzione di Moreno Marchi +

mercoledì 16 gennaio 2008

Céline a Sigmaringen



Céline a Sigmaringen

di Abel Bonnard

da L'Herne - Céline (traduzione Andrea Lombardi)


Mi unisco con tutto il cuore all’omaggio che si vuole rendere a Louis-Ferdinand Cèline. Non parlerò della sua opera letteraria, se non per riconoscere la potenza delle sue terribili caricature, e poiché sto scrivendo queste righe dal paese di Goya, dirò che Céline anche nei suoi più cupi capricci, non si è mai discostato dal reale. Parlerò quindi dell’uomo, che incontrai per la prima volta ad un pranzo, all’inizio dell’Occupazione, dopo che ebbi grandemente elogiato, in un articolo, una sua frase sull’alcolismo in Francia, e che mi ebbe spedito uno dei suoi libri, con una dedica spirituale, dove mi chiamava “accademico d’assalto”. Quello che mi colpì subito, fu che parlava come scriveva, con frasi corte, un po’ affannose, senza un reale dialogo con l’interlocutore, come se avesse descritto una visione che gli fosse imposta dal suo spirito. Lo rincontrai a Sigmaringen, dove era il medico della colonia francese là rifugiatasi. Intraprese questo incarico con una coscienziosità ammirevole, sostenuto dalla valente Signora Céline, il coraggio della quale, come nelle migliori tra le donne, prendeva la forma del buonumore. Al principio ricevette i suoi pazienti nella sua stessa camera d’albergo, ma in seguito riuscii a fargli ottenere lo studio di un medico tedesco che era assente. […] Lo rivedo ancora, mentre passeggiava per le vie di quella piccola cittadina, con il suo grosso corpo da vecchio corazziere, la sua canadese, i suoi folti capelli neri. Veniva frequentemente a visitare mia madre, ed egli ha scritto su di lei, in
Da un castello all’altro, qualche riga di una delicatezza squisita, delle quali gli resterò riconoscente sino alla mia morte. Quando aveva terminato con lei, veniva a chiacchierare con me. Parlavamo di tutto, e particolarmente di letteratura, e lui non si esprimeva affatto con quel vocabolario truculento che un profano si sarebbe aspettato da lui, ma, al contrario, con le sfumature più esatte e attente. Incontrai solo un altro esempio di un così raffinato gusto letterario, in uno scrittore a prima vista portato alle espressioni violente, e costui era Léon Daudet. Ma la conversazione di Léon Daudet era tra le più ampollose e magniloquenti che abbia mai ascoltato, mentre Céline procedeva sempre per piccoli tocchi giustapposti, come quelli di un pittore espressionista. Parlavamo talvolta anche degli avvenimenti che si svolgevano, e che svelavano secondo me il loro carattere di catastrofe universale. I nostri propositi erano molto tetri, ma anche molto calmi. Io credo di poter assicurare che il sentimento dominante di Céline, nei confronti del mondo attuale, era la disperazione, a condizione che non si associ a questa parola alcunché di commiserante o convulsivo, e di capire che vi può essere una disperazione nera e serena, che conclude logicamente un pensiero retto, sincero e forte. […] La mia ultima immagine di Céline, l’ho avuta alla fine di un luminoso giorno di primavera, quando andai alla stazione a dirgli addio. Prendeva il treno per il Nord, l’ultimo o il penultimo a passare prima che gli americani interrompessero la ferrovia. Portava con sé, tra i suoi vestiti, il suo gatto, Bébert, celebre tra i francesi di Sigmaringen. Inizialmente, avrebbe voluto lasciarlo a delle brave persone, che se ne sarebbero presi cura con l’affetto che i tedeschi portano agli animali, ma alla fine non era riuscito a separarsene. Intendeva raggiungere la Danimarca, dove credo avesse depositato del denaro. Sperava di trovare lì asilo. Sappiamo l’accoglienza ignominiosa che lo attendeva. Stavo per dimenticare di menzionare, dal momento che è ovvio per chi ha conosciuto la sua natura, come mai, nelle nostre conversazioni, gli ho mai sentito pronunciare qualcosa di basso, vile, rancoroso o odioso. In un mondo sempre più degradato, dove tramontano tutti gli alti valori, Céline è stato degno di essere misconosciuto, perseguitato, vituperato, e di morire infelice, con gli onori della solitudine.

martedì 25 dicembre 2007

Raboni sul Bagatelle di Céline, 2000




Dal "Corriere della sera" del 31 ottobre 2000



Novecento. Pound e Céline come Drieu e Jünger: le opere degli scrittori «politicamente scorretti» sono da sempre oggetto di valutazioni imbarazzate, anche se si tratta di capolavori


di Giovanni Raboni


Due episodi variamente remoti ma tuttora carichi, temo, di senso o insensatezza. Nel 1953 l’editore Guanda, benemerito diffusore in Italia, a quei tempi, della migliore poesia straniera contemporanea, pubblicò la traduzione integrale dei Canti pisani di Ezra Pound. La storia di questo capolavoro è fin troppo nota: Pound lo scrisse, appunto, a Pisa, in un campo di concentramento dove era stato rinchiuso subito dopo l’arrivo delle truppe alleate sotto accusa di alto tradimento per aver collaborato durante la guerra, lui americano, alla propaganda antiamericana del regime fascista; e Pound, nei Canti , non si smentisce né si discolpa. Non importa come la dolorosa vicenda sia finita; importa, ai fini di ciò che ho in animo di dire, che l’edizione italiana del poema uscì con una fascetta che diceva pressappoco così (cito a memoria e, dunque, con qualche rischio di inesattezza, ma sono sicuro sia del significato complessivo che dei termini essenziali): «Questo libro dimostra che anche con delle idee sbagliate si può fare della grande poesia». Secondo episodio. Nel 1981 lo stesso editore Guanda, passato nel frattempo in altre mani, pubblicò la traduzione italiana di Bagatelle per un massacro , il più famoso e famigerato dei famigeratissimi pamphlets anticomunisti, anticapitalisti, antisemiti, antitutto, scritti da Louis-Ferdinand Céline fra il 1936 e il 1941. Per essi, oltre che per una qualche (mai del tutto dimostrata) connivenza con gli occupanti tedeschi, Céline aveva subìto in Francia, finita la guerra, una dura condanna penale successivamente condonata. La comparsa del volume suscitò sulla nostra stampa reazioni molto violente. Fra le tante voci scandalizzate o addirittura orripilate (ma ce ne furono anche di intelligentemente pacate: per esempio, Piergiorgio Bellocchio su Panorama e Cesare Cases su L’Espresso ), una mi colpì in modo particolare: quella di Alberto Moravia, che in un elzeviro apparso su questo giornale si sforzò diligentemente di dimostrare che Bagatelle , oltre ad essere infame, era anche noioso e mal scritto. Se ho rievocato queste vecchie storie è perché mi sembra che esse riflettano tuttora i due modi più tipici con i quali la cultura «politicamente corretta» tende a risolvere e, se così si può dire, a sublimare il proprio imbarazzo di fronte ai Grandi Reprobi della letteratura. Sappiamo tutti, credo, di chi stiamo parlando. Due - forse i maggiori - li ho già nominati; ma Pound e Céline non sono certo i soli a trovarsi in questa scomoda e, più ancora, incomodante situazione. Basti pensare agli altri collaborazionisti effettivi o presunti, dal norvegese Knut Hamsun ai francesi Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, Henri Montherlant, Paul Morand; o ai tedeschi indiziati di un’adesione un po’ troppo convinta (anche se ritirata, per loro e nostra fortuna, prima che fosse davvero troppo tardi) come il grande Ernst Jünger e il grandissimo Gottfried Benn. Tutti, come si vede, ufficialmente «di destra»; e della più raccapricciante sin qui esistita. Ma chi si sente di escludere che un analogo imbarazzo possano suscitare un giorno o l’altro, se già un po’ non lo stanno suscitando, Sartre o Aragon, Eluard o Neruda? Il comune senso della correttezza politica è più mutevole (o, per adattare un termine alla moda, «revisionabile») di quello del pudore. Ma torniamo ai due espedienti con i quali, negli scorsi decenni, si è generalmente cercato di liquidare il problema. Il primo consiste nel negare qualsiasi nesso tra il valore dell’opera e le idee dell’autore: in parole povere, Pound è stato un grande poeta, ma in fatto di politica, di economia, di storia ecc. non capiva nulla, era un irresponsabile, forse un folle; non bisogna badare a quel che dice, ma solo a come lo dice. Il secondo è, in un certo senso, ancora più sbrigativo: se uno scrittore pensa male deve essere per forza - almeno lì dove, o da quando, pensa male - un cattivo scrittore. Ergo: Céline, dopo aver scritto due capolavori come Viaggio al termine della notte e Morte a credito , è improvvisamente finito, e tutti i suoi libri successivi sono, oltre che da non leggere, illeggibili. Diverse, anzi opposte, le due posizioni hanno tuttavia qualcosa in comune: sono entrambe di matrice idealistica e sono entrambe, secondo me, radicalmente sbagliate. Una grande poesia, un grande romanzo, un grande dramma, insomma un grande testo letterario che non contenga, oltre e dentro la bellezza della scrittura, anche un nucleo di grandezza etica, un principio attivo di verità, è - a mio avviso - una contraddizione in termini; semplicemente, «non si dà». Ma bisogna, quella grandezza etica, quella verità, saperle trovare; e niente è più improprio che cercarle soltanto in quella che San Paolo chiamava la lettera (avvertendo, come nessuno dovrebbe ignorare, che «littera occidit, spiritus autem vivificat») e Roland Barthes il «grado zero» della scrittura. Le idee di uno scrittore contano, e come; solo che si nascondono - e, insieme, si rivelano - nelle sue metafore, nelle sue iperboli, nelle sue immagini, nello spessore materiale della sua voce. E allora? Allora rileggiamoli, i Grandi Reprobi di oggi e di domani; rileggiamoli badando non solo a ciò che dicono, né solo a come lo dicono, ma al continuo riversarsi e convertirsi dell’una cosa nell’altra, alla dialettica che essenzialmente e inesauribilmente si instaura tra forma e contenuto o, meglio, tra forma del contenuto e contenuto della forma, insomma all’infinita circolazione del senso in ogni fibra visibile e invisibile dell’indivisibile realtà testuale. E a quel punto, solo a quel punto, scopriremo forse che se il muro di Berlino, per la letteratura, non è ancora caduto è perché per la letteratura, forse, non è mai esistito.