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domenica 6 marzo 2011

Recensione di un blogger al libro "Louis-Ferdinand Céline in foto"



mercoledì 9 febbraio 2011

Céline inedito – ma noto
Un omaggio inconsueto, per i lettori italiani, di molte foto e testi di autori diversi, Kristeva, che su Céline ha in centrato lo studio dell'abiezione, "Poteri dell'orrore", Arbasino, lo psichiatra Paolo Badellino, per i cinquant’anni della morte di Céline. Il quale certamente merita miglior sorte, come scrittore prima che come caso umano. La raccolta riproduce anche due testimonianze nuove per il pubblico italiano, quella di Marcel Aymé, che fu a lungo amico di Céline, e quella, ancora più rivelatrice, di Lucien Rebatet, uno dei condannati per collaborazionismo nel 1945, su Céline a Sigmaringen, la colonia degli sfollati francesi in Germania a fine 1944 – oltre ad alcune interviste dello scrittore, e a una polemica del curatore.Céline merita sempre una lettura, le briciole comprese. Anche se il caso umano - l’antisemitismo dichiarato - monopolizza sempre l’attenzione. L’ultima novità sul caso Céline è che il governo francese post-gollista ha deciso di non ricordarne il cinquantenario della morte. Sempre s’impone il personaggio, anche tra chi ne sente la forza della scrittura, e l’attualità (onestà, verità). Ci sono e si ristampano grossi repertori di sue interviste – più che di Borges, che però era vanitoso. Che sono evidentemente lettura gradita, perché breve, urlata, gossippara. E molte biografie, ce ne sono in commercio almeno una diecina: Céline è lo scrittore più biografato. Anch’esse in qualche modo scandalistiche. Mentre si possono contare a memoria gli scritti critici, filologici, letterari, diacronici e sincronici, o anche solo un esame accurato della sua fertile corrispondenza, e della sua vera vita.D'altronde è un dazio che s’impone: Céline si è voluto ed è scrittore realista. Delle “cose”, spiega nella fondamentale intervista a Zbinden (pp.175-185): visionario perché radicale – contro la guerra, contro il denaro, per i poveri, per la salute (bellezza), per la patria. E ne è vittima: la politica è esercizio di equilibrismo, e collettiva, non individuale - è passione radicale solo nel deserto, dove è inutile. Ci sono due tipi umani, dice: il voyeur e l’esibizionista. Chi osserva il mondo (“le cose”) e chi mette in mostra se stesso (psicologismo, memoria, flusso di coscienza, di parola, etc.) del Novecento. Céline ha preteso di parlare delle “cose”, non di tacerle, ha voluto mostrarci il mondo com’è, e questa passione ha pagato e paga. Anche se, quasi sempre, aveva ragione.Si prenda ad esempio, ancora nell’intervista con Zbinden, l’Europa che non “ha sovranità”, cioè non è. Un tema di grande scienza politica, che Céline centra con acume: la sovranità è semplice ed univoca, è mentale e culturale prima che economica e politica, ed è etica. Non può cioè essere distruttiva, ingiusta, stupida. Né si salva col moralismo, appunto, con l’autoreferenzialità resistenziale. L’Europa oggi contesterebbe che non c’è, non solo nella politica e nella moneta, come si può vedere a uno sguardo anche casuale, ma nella cultura, nell’idea di se stessa. Il che è tanto più vero in quanto non se ne accorge nemmeno.Andrea Lombardi, che ha creato e anima il sito celine.blogspot.com, un repertorio eccezionale nelle abitudini letterarie italiane, con spirito battagliero, ne lascia un’impronta anche in questa raccolta. Reagisce, anche lui confusamente, scompostamente, all’estremo conformismo di questi anni - eh sì, il dannato Céline di cui oggi in Francia è proibito parlare poteva invece andare in tv profusamente nel 1957, e nel 1961. Ma i celiniani si vogliono una setta, i Cahiers, etc., in lite col mondo, e questo non risolve e non aiuta.
Andrea Lombardi, a cura di, Louis-Ferdinand Céline in foto, Effepi, pp. 216 € 24
Pubblicato da Astolfo

domenica 16 gennaio 2011

Due Mea Culpa particolari










Ciao a tutti, iniziamo quest'anno dove si celebreranno i 50 anni della morte dell'immortale nostro con un piccolo post bibliofilo, presentando due edizioni particolari di Mea Culpa:

Mea Culpa edito in ediz. numerata da All'insegna del pesce d'oro (con un ritratto opera di S. Scheiwiller), Milano 1975. La mia copia (n° 541 su 1.000 tirate) ha la particolarità di avere il testo con numerose revisioni a matita di Aldo Buzzi (1910-2009) .

Mea Culpa edito in ediz. numerata da Edizioni del Sole Nero, Amsterdam (luogo di edizione probabilmente fittizio), 1981.

mercoledì 22 dicembre 2010

Introduzione a NELLO SPECCHIO DELLA MODERNITÀ, di Patrizio Paolinelli




















In "esclusiva" ;-) l'indice e l'introduzione del libro dell'amico Patrizio:

Patrizio Paolinelli


NELLO SPECCHIO DELLA MODERNITÀ
Fotoritratti di Louis-Ferdinand Céline

INDICE
Introduzione
Il corpo, lo sguardo, l’inganno


PARTE I
Un atipico
uomo comune

PARTE II
Visibili segreti
Conclusioni
L’eccezionale quotidiano
Appendice. Pagine prime
Bibliografia
Audiovisivi
Webgrafia


La nostra vita è parte nella follia, parte nella saggezza. Chi ne scrive solo con rispetto e moderazione, ne lascia indietro più della metà.
Montaigne



Introduzione: il corpo, lo sguardo, l’inganno

Dettagli. Consapevoli di dare un dispiacere a parecchi céliniani, purtroppo per loro Céline è un caso esemplare di uomo moderno. Tanto esemplare da non poterci ancora oggi liberare di lui. E’ pur vero che si tratta di un gigantesco paradosso per uno scrittore che in pieno ‘900 ha tenuto alta la bandiera dell’antimodernità pagando di persona un prezzo non indifferente. E probabilmente lo stesso autore del Voyage (1) si opporrebbe a vedersi descritto come rappresentante di un’epoca che disprezzava. Sembrerà banale ma molto semplicemente capita a tanti di pensare in un modo e, a piccoli o grandi passi, agire in un altro. E’ capitato anche a Céline. Uomo che ha convissuto con molti inganni, è sceso a compromessi con la realtà, ha allontanato le pratiche dai valori, si è trovato dinanzi a effetti inintenzionali del proprio fare e disfare. Dinamiche che non sorprendono più di tanto perché sono pane quotidiano nel traffico delle moderne interazioni sociali. Dinamiche banali per l’appunto, ormai implicite nel nostro modo di essere e che non mettiamo in discussione perché fanno parte del silenzio che permette agli ingranaggi della vita sociale di funzionare. Dunque, è di ovvietà che ci occupiamo in questo lavoro: le ovvietà della vita quotidiana di uno scrittore maledetto colte attraverso il suo repertorio fotografico. Perché prendersi questa gatta da pelare? Perché le fotografie sono dettagli, dettagli del tempo, e i dettagli occupano un posto insostituibile nella nostra esistenza. Poi, perché sia come genio che come uomo comune Céline ha molto da dire a noi postmoderni: non per niente l’identità è il suo problema di fondo; non per niente Céline è un intellettuale della crisi del soggetto, un uomo in crisi con il mondo, inconsapevolmente in crisi con se stesso e che mette in crisi chi lo incontra.

Domande. Dato che vivere in crisi (di qualsiasi tipo: familiare, finanziaria, psicologica, occupazionale…) è un’ovvietà per noi postmoderni, Céline permette di aprire una discussione sul nostro tempo obbligando a interrogarci se come individui viaggiamo verso un’evoluzione o un’involuzione morale. Noi privilegiamo la struttura del sentire del Céline pacifista, animalista, rispettoso di ogni espressione della vita. Mentre siamo agli antipodi del Céline antisemita, xenofobo e filonazista. Tuttavia entrambi i Céline sono oggi presenti negli scenari del nostro mondo. Un mondo in cui la democrazia è sempre più gestione tecnica dell’opinione pubblica (anche e soprattutto tramite i mass-media). Un mondo dove le disuguaglianze sociali aumentano di anno in anno e alla cittadinanza sempre più povera e infelice delle nostre obese metropoli sono dati in pasto cittadini stranieri ancora più poveri e infelici sui quali scaricare i propri rancori e le proprie delusioni: per quanto si faccia di tutto è oggi egemonica la cultura politica che ripropone un controllo sociale fondato sul capro espiatorio e collaudato su scala continentale dai nazifascisti negli anni ’30 del Novecento. La novità introdotta dalla postmodernità è semmai un ritorno al passato remoto in salsa digitale: l’arena televisiva appare allo sguardo del pubblico come la versione elettronica di un sanguinario gioco circense dell’antica Roma. E il pubblico si divide tra chi palude, chi ha paura e chi s’indigna. Domande: a che punto è la dialettica tra chi ha perduto la speranza e chi chiede un futuro migliore? A che punto è la dialettica tra passato e presente? La parabola di Céline aiuta a fissare i contorni di possibili risposte.

Immagine. Nel bene e nel male Céline è un personaggio che scandalizza. I suoi pamphlet antisemiti sono ancora oggi messi al bando e ciclicamente ritorna la querelle se pubblicarli o meno. (2) Continuare a gridare allo scandalo-Céline non ci è parsa una buona soluzione e abbiamo preferito curiosare nei retroscena dell'uomo pubblico e nelle riparate enclave dell'uomo privato. Siamo così entrati in rapporto con lo scrittore tramite i suoi libri maledetti e benedetti passando sia attraverso le sue parole sia attraverso le sue immagini fotografiche. Il corpus principale del presente lavoro è principalmente un’attività dello sguardo. Si tratta di un’esplorazione che ha l’obiettivo di passare il confine della prima impressione e penetrare nel mondo allegorico del fotoritratto. Ma non ci aggireremo per gallerie, né ci occuperemo delle implicazioni relative agli album di famiglia, né tenteremo di avanzare pretese teoriche sul ruolo della fotografia nella società. Più semplicemente la nostra indagine consiste in un’analisi di contenuto sul potere evocativo delle immagini di Céline. Potere che passando dalle performance del corpo carica di senso l’agire comunicativo del soggetto. Il fotografato invia messaggi molto precisi e molto personali all’osservatore: a distanza di tempo e di spazio Céline dialoga ancora con noi. Questo studio va dunque pensato soprattutto come un breve tirocinio dell’occhio. Un tirocinio narrativo sull’incontro fotografato/pubblico. Tuttavia non nascondiamo una piccola ambizione: contribuire a sviluppare le capacità interpretative del fruitore di prodotti mediali.

Strategie. Nei confronti della macchina fotografica Céline è particolarmente indisciplinato. Indisciplina intelligente perché il suo sottrarsi allo sguardo della modernità è ricco di contraddizioni e di reinterpretazioni delle situazioni secondo la convenienza del momento: per gran parte della sua vita Céline vuole accecare l’occhio ciclopico del fotografo, poi, nel secondo dopoguerra, si specchia in quello stesso occhio a beneficio del pubblico. Niente paura. Céline non è più disonesto di chiunque altro si metta in posa davanti all’obiettivo. Beninteso: disonesto come può esserlo un attore durante la recita. Ma disonesto anche secondo un’altra natura dell’inganno, la natura che emerge quando il palcoscenico è il mondo. In questo caso la frode dello scrittore va messa tra virgolette perché non prevede la premeditazione: si inizia con una recita e si finisce per scambiare il proprio film con la realtà. Come tutti coloro che combattono quotidianamente con l’artificiale complessità della vita moderna Céline imbroglia se stesso, bara con il prossimo e spesso nega l’evidenza senza averne coscienza. Per questo motivo la sua ridefinizione del proprio rapporto con il mondo delle immagini va inquadrata come una strategia molto sviluppata ma tipica delle interazioni umane in regime di perenne instabilità sociale. Strategia che per la sua regolarità presenta il vantaggio di far scendere il genio dall’Olimpo delle idealizzazioni desiderate dal pubblico alle pratiche più prosaiche della vita quotidiana. E’ all’interno di questa salutare imperfezione che Céline mette in atto il suo contemporaneo accettare e rifiutare il mondo, negare l’odiata civiltà delle immagini e trattare con questa stessa civiltà quando le circostanze lo impongono. Non poteva fare di più: ai suoi tempi la postmodernità covava già nella modernità ma in forma embrionale. Sia nella fase di rigetto che in quella di negoziazione la protesta di Céline contro il mondo, il mondo che oggi ha finito per costringere i suoi abitanti a recitare parti che non gli appartengono, si esprime mantenendo sempre alto il conflitto con diverse manifestazioni della realtà. Come? In molti modi. Prima di tutto gettando ombre su ombre su innumerevoli passaggi della propria vita: truccare e deformare i fatti sono espedienti essenziali nel regime discorsivo di Céline. Poi, tramite uno stile narrativo delirante, uno stile narrativo gridato, ritmato, cantato e inimitabile che investe a più livelli i tre stadi della sua produzione intellettuale: quello delle prime opere letterarie, quello dei libelli politici e quello che lui stesso chiamerà petite musique. In terzo luogo, mediante l’immagine di un’umanità senza speranza: (Céline 1988a: 187). La quarta istanza del conflitto céliniano col mondo consiste nel rivendicare il primato del sentire sul calcolare, dell’emozione sulla ragione, della vita sulla cultura. Infine, dopo il ‘45 Céline riuscirà a catalizzare su di sé gli strali di tanta parte della società francese a causa del suo antisemitismo.

Significati. Occupandoci di Céline non potevamo non intrattenerci con un vocabolario d’impurità. Perciò ai termini ambiguità, mentire, mascherare e simili non assegniamo alcun giudizio morale. Il motivo è semplice: in una società soggetta al perenne mutamento delle apparenze tra il vero e il falso corre il mondo intero. Basti pensare a un evento minimo come la presentazione di sé. Interazione in cui la comparsa della sincerità è quanto di più improbabile possa capitare perché sarebbe scioccante per se stessi e per gli altri. Sorvolare su quanto sia temerario stringere la mano di sconosciuti è un atto di sopravvivenza e una fuga da se stessi. Mettere la sincerità tra parentesi è dunque una mossa sociale necessaria perché ai nostri giorni la vita mentale è talmente assorbita dalla concorrenza per l’affermazione del proprio Io che l’inganno è la costante degli scambi quotidiani. Solo il silenzio può riportare in un altrove a tutti ignoto tranne che a se stessi. Ma oggi anche il silenzio è una risorsa naturale in via di esaurimento. E così, pienamente figlie del proprio tempo, le parole di Céline su di sé sono largamente inattendibili ossia finalizzate a manipolare la realtà a proprio uso e consumo. Lo scopo? Quello di tutti: costruire giorno per giorno la propria individualità con sforzi tanto incredibili quanto inavvertiti. Connettere le parole dello scrittore con i suoi comportamenti espressivi dinanzi alla macchina fotografica non ha quindi l’intenzione di denunciare le contraddizioni di opinioni e comportamenti. Non sarebbe di alcuna utilità sul piano conoscitivo perché per Céline, come per ogni individuo moderno, la realtà non può fare a meno delle apparenze, perché la vita interiore si organizza su divisioni irrisolvibili e perché la costruzione dell’identità oscilla di continuo tra coerenza e incoerenza. Insomma, per limitarci a quell’evento banale e straordinario che è la prima impressione: (Goffman 1975: 83). Il nostro lavoro è stato dunque quello di estrarre dal mutismo delle immagini fotografiche il dire delle manifestazioni fisiche. Riassumendo, abbiamo cercato alcune delle principali relazioni di parentela fra tre famiglie di significato: il corpo, lo sguardo, l’inganno.

Storia. Céline ha un posto nella modernità. La modernità degli anni ’30. Gli anni delle avanguardie artistiche, letterarie e musicali. Anni del jazz, del futurismo, della psicoanalisi. Anni della chimica e dell’acciaio, del petrolio e dell’elettricità. Anni di pesanti squilibri monetari e tremenda depressione economica. Anni che serbano il ricordo del mattatoio della Prima Guerra mondiale e preparano le bombe atomiche della Seconda. Anni che passano per la rivoluzione russa, la guerra civile spagnola, la bancarotta della repubblica di Weimar e l’avvento dei fascismi in gran parte dell’Europa. Dinanzi alla (Mosse, 1977) Céline sta dalla parte degli ultrareazionari. Non crede nella democrazia liberale, giudicata portatrice di miseria e sottomissione per le classi popolari (), né aderisce a un’avanguardia di tipo culturale (pur se la critica letteraria tende ad annoverarlo tra gli espressionisti). Come tanti altri intellettuali anche l’autore del Voyage solleva lo sguardo ben oltre il proprio territorio di appartenenza e si misura in furibondi corpo a corpo nell’arena politica della sua epoca: è il Céline che va dal 1937 al 1944, quello dei libelli contro il bolscevismo ebraico. E’ il Céline militante politico legato all’idea di una Francia arianizzata saldamente alleata della Germania nazista. E’ il Céline che si autonomina custode della vera identità francese (da cui sono esclusi i francesi che non la pensano come lui continuando così a perseguire l’ideale di una società cementata dall’Union Sacrée del ’14-‘18). C’è poi un altro Céline, l’umanista che fa a pugni con il fanatico estremista. E’ il Céline che anche nei pamphlet critica il lato violento della modernizzazione, che invoca una migliore qualità della vita per i ceti popolari e che, come diremmo oggi, contesta la dittatura del PIL. Céline (1982a: 140): <… capisco le scienze esatte, le nozioni aride per il bene dell’Umanità, il Progresso in marcia… Ma vedo l’uomo tanto più inquieto perché ha perso il gusto delle fiabe, del favoloso, delle Leggende, inquieto al punto di urlare, perché adula, venera il preciso, il prosaico, il cronometro, il ponderabile. Ciò non è nella sua natura. Diventa pazzo, rimane altrettanto idiota>. Entrambi i Céline, quello che mai sospende il giudizio e quello che considera l’uomo come fine, albergano nel sé di un poeta attratto dal transitorio e dall’immutabile, per usare le parole di Baudelaire sulla modernità. Un sé plurale, costruito con eterogenei frammenti di personalità e al contempo organizzatore dell’esperienza. Un sé che troverà piena realizzazione nella personalità dei postmoderni, nel loro bisogno di orientarsi nel mondo, nel loro ultimo, disperato tentativo di non lasciarsi omologare da una società fondata sull’avere e sul terrore di non avere. E le avanguardie artistiche? Sono morte per mano del mercato o per mano propria.

Modernismo. Data oggi l’improponibilità di un’avanguardia, (Bauman 2002a: 111). Approfittando di quest’interrogativo così ben posto è necessario ricordare innanzitutto che Céline non crede né nella rivoluzione né nel progresso. In quanto al passato lo accetta per quel tanto che è funzionale al suo essere. Più ingarbugliato è il suo rapporto con la novità e l’innovazione: le abbraccia senza riserve e le critica violentemente. Per quanto concerne la cesura, la rottura di Céline con il suo tempo si esprime su tre livelli: l’emozionale, il letterario, il politico. Tutti e tre questi livelli incrociano con i volti della sua insoddisfazione: l’altro, il diverso, il mondo. E rispetto ai nostri tempi? Céline è in grado di introdurre una cesura? No. L’autore del Voyage è un uomo e un intellettuale dalle contraddizioni insolubili perché ancora oggi irrisolte. Da qui la sua attualità. In attesa di una nuova formazione sociale Céline ci consegna un problema-chiave per la nostra civiltà: l’insoddisfazione verso ogni relazione umana. Certo, nel concreto i gradi di insoddisfazione variano parecchio. Ma non è questo il punto. Céline costringe a fare i conti con il lato oscuro del proprio sé e di ogni interazione, costringe a fare i conti con la presocialità e l’asocialità che si annidano in ogni individuo sottoposto alle pressioni della vita moderna. E’ vero che la particolare immaginazione sociologica dell’autore del Voyage mette il lettore dinanzi a questa riflessione dipingendo un mondo senza fede e senza sogni conducendolo così in un vicolo cieco. Ma questo mondo è quello della scrittura. E’ il mondo simmeliano dell’interiorità e dell’emozione mentre quello dell’intelletto deve fare i conti con la vita quotidiana della metropoli e spesso si trova dinanzi a un bivio: conformarsi o ribellarsi. Céline adotterà entrambe le strategie. Come tutti.

Mondi della vita. All’alba del terzo millennio è giunta a conclusione un’epocale spoliticizzazione dell’arte e della cultura in generale. Oggi la scrittura non è più in grado di cambiare un mondo egemonizzato dall’industria dell’intrattenimento visivo: TV, cinema, moda, pubblicità... Il potere mediatico del libro è in declino, per non parlare del ruolo degli intellettuali che utilizzano questo mezzo di comunicazione. La carta stampata è soggetta ai capricci del mercato e diventa sempre più oggetto di svago al pari del varietà televisivo. Tuttavia, ancora oggi Céline mantiene intatta tutta la sua autorevolezza di narratore. E’ un autore che nella <… situazione letteraria dell’età della comunicazione in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, tutti parlano, ma nessuno ascolta> (Perniola 2009: 59) si fa sentire in un silenzio saturo di domande interiori. Non solo. Impedisce l’imitazione della sua scrittura e obbliga all’ascolto di se stessi. In altre parole: il Voyage è ancora in grado di sedurre, nel senso etimologico del termine: se-ducere, . Certo, una seduzione estetica all’insegna della crisi, anzi: delle crisi, tra le quali quella del senso comune. Ma proprio qui risiede il suo fascino. L’amara distanza nei confronti del prossimo, distanza che colora di nero e di grigio il Voyage, cattura l’attenzione dei postmoderni perché mette sotto scacco i mondi vitali costruiti nel corso dell’esperienza quotidiana e dei processi di interazione. Céline: (Céline 1988a: 370). Per Ferdinand Bardamu, il protagonista del Voyage, sono pochi gli scogli cui la vita permette di aggrapparsi: dicono. E la vita li riprende sino alla prossima volta in cui ricorreranno allo stesso trucco, (Céline 1988a: 305). Lo scacco ai significati dell’esistenza è assunto dal lettore del Voyage come un’intima verità da non manifestare che eccezionalmente nella vita di relazione. Intima verità che si affaccia nel processo di autoriflessione e in particolare nei momenti sostenuti dal silenzio e dall’isolamento che la lettura comporta. Da questa potente spinta all’introspezione deriva ancora oggi la capacità del Voyage di significare e turbare. Céline (1980: 80): . Tuttavia: la messa in crisi dell’esistenza e il tormento di verità difficilmente esprimibili sono probabili improbabilità con cui fare i conti dato che in quanto esseri umani siamo imperfetti, ossia soggetti storico-sociali, e nella nostra esperienza quotidiana nessuno di noi è solo Bardamu. Céline meno di tutti. Anche per questo il Voyage permette l’ingresso in mondi differenti. Dipende da quale porta si accede. Può costituire il libro della crisi ideale, pronta a trasformarsi in ideologia del nulla. Può costituire il libro del pessimismo, pronto a tradursi in scetticismo spinto. Può costituire il libro del paradosso, proprio perché crisi ideale e pessimismo spinto imprimono al lettore la forza per andare avanti. Come è andato avanti Céline.


NOTE

(1) Chiamiamo Voyage il più celebre romanzo di Céline: Viaggio al termine della notte (1988a).

(2) Vedi le accese polemiche suscitate in Francia nel dicembre 2008 per la pubblicazione da parte della ultraconservatrice Les éditions de La Reconquête (nata nel 2006 e registrata in Paraguay) di 5.010 copie di Les beaux draps, (Taglietti 2008). Ma si osservi anche il panorama italiano dove la richiesta di sdoganare i libri maledetti si fa sempre più insistente (Colombo 2010). Sui libelli di Céline vedi infra.

sabato 27 novembre 2010

"Lettere a Marie Canavaggia", Louis-Ferdinand Céline





In uscita il 1° dicembre, una selezione delle lettere tra Céline e la sua fedele segretaria Marie Canavaggia. Grazie ad Harm Wulf per la segnalazione!



mercoledì 3 novembre 2010

Nello specchio della modernità, di Patrizio Paolinelli




Siamo felici di segnalare questo nuovo libro su LFC, in libreria tra due settimane, scritto dall'amico Patrizio:


Nello specchio della modernità
Fotoritratti di L-F Céline
di Patrizio Paolinelli
Bonanno Editore

Céline riesce nell’impresa non comune di conquistare lettori di opposto orientamento politico. Subito dopo li mette in crisi obbligandoli a scegliere fra etica ed estetica a causa dei suoi pregiudizi antisemiti, della sua xenofobia, della sua lotta senza quartiere contro il progresso e la ragione. Interrogarsi sull’autore del Voyage è dunque oggi di estrema utilità per comprendere quanto ancora il Novecento pesi sulla nostra esistenza sia come singoli individui che come collettività.
L’approccio adottato in questo libro è principalmente biografico e focalizzato sulla vita quotidiana. Ma da una prospettiva del tutto inedita: il rapporto di Céline con la civiltà delle immagini. Attraverso l’analisi del suo diario fotografico sono messe in luce le sue contraddizioni interiori e i motivi del suo disagio nei confronti della società moderna. Anche in questa circostanza lo scrittore è spiazzante: all’insofferenza fisica che manifesta dinanzi all’obiettivo fa da contrappasso un’eccellente capacità di gestire la propria immagine. Sorprendentemente emerge il ritratto di una soggettività vicina a quella di noi postmoderni e una controversa struttura del sentire che ne precorre molte delle inquietudini. La difesa dell’identità è una di queste e costringe Céline a riorganizzare simbolicamente il proprio sé ricorrendo a sofisticate strategie di inganno nei confronti del mondo e talvolta anche di se stesso. Esattamente come capita oggi a chiunque di noi. In definitiva il viaggio di Céline è anche il nostro e insieme dobbiamo ancora arrivare a destinazione (dalla 4a di copertina del libro).

Patrizio Paolinelli (Lucca, 1955). Ha insegnato sociologia in diverse università italiane. E’ giornalista pubblicista. Da alcuni anni si occupa del rapporto tra società e comunicazione.Numero di pagine: 232
ISBN: 978-88-7796-709-1
prezzo: 19 euro

giovedì 14 ottobre 2010

AAA Cerco - Vendo - Scambio - Segnalazioni




... benvenuti nel nostro piccolo bazar céliniano, rivolto ai lettori del blog che intendono riempire vuoti nella propria bibliografia céliniana o mettere in vendita opere di Céline. Potete poi postare direttamente nei commenti segnalazioni librarie, aste on line, etc...


Segnalatemi le vostre desiderata e offerte alla mail ars_italia@hotmail.com.


Il servizio è ovviamente gratuito; specificate nella e-mail se volete essere contattati direttamente o tramite l'indirizzo mail del blog.


Sta a voi portare felicemente in porto le transazioni; la nostra unica raccomandazione è, visto che si è tra amici lettori, proporre prezzi che rispecchino non solo il mercato ma anche la condivisione di una passione!



CERCO


VENDO


SCAMBIO



lunedì 20 settembre 2010

Ballets sans musique, sans personne, sans rien...




Rieccoci e un saluto a tutti!!!

Posto la copertina (e anche qualcuna delle belle illustrazioni di Eliane Bonabel, 1920-2000) di questa prima edizione del 1959, che mi ha trovato in Francia un mio carissimo amico il mese scorso!



La traduzione italiana dei Ballets è pubblicata da Archinto, 2005.

Delle informazioni interessanti sull'amicizia tra la brava Eliane e Céline qui:

http://www.franceartdiffusion.com/rubrique,eliane-bonabel-l-f-celine,509496.html


"J'ai beaucoup voyagé, fréquenté de nombreux milieux, rencontré énormément de monde, Céline est pourtant, sans aucune discussion possible, l'être le plus étonnant, le plus singulier, le plus attachant que j'ai eu la chance de croiser dans ma vie. Je n'ai connu personne ayant une vision aussi juste, une analyse aussi rapide du monde qui l'entourait."

Éliane Bonabel, préface àIllustrations pour Voyage au bout de la nuit,Éditions de la Pince à linge, 1998.

sabato 15 maggio 2010

Louis-Ferdinand Céline, di Pol Vandromme



Pol Vandromme

Louis-Ferdinand Céline
con una nuova prefazione di Pol Vandromme


Quando Céline è morto, non l’ha saputo quasi nessuno, eccetto alcuni amici che lo hanno sotterrato in una clandestinità gloriosa.
I suoi parenti hanno rivelato allora che questo medico non aveva né clienti, né la cameriera, né l’automobile. Il che ha impressionato più della sua muta di molossi ringhianti.
Così si è scoperto che era l’unico medico al mondo a vivere in quelle condizioni.

P. Vandromme


Il Louis-Ferdinand Céline di Pol Vandromme, scrittore e giornalista belga, nonché critico letterario e polemista politico, fu pubblicato nel 1963 dalle Éditions Universitaire nella collana Classiques du XXe siècle. A distanza di quasi mezzo secolo il libro conserva intatte la lucidità d’analisi e l’acutezza nel mettere a fuoco l’importanza e il valore di Céline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del Novecento, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlet.

F.to 14x21, brossura, 112 pag., alcune ill. b/n, 15,00 Euro.

Disponibile c/o
Andrea Lombardi
tel 348 670 8340
e-mail ars_italia@hotmail.com

e attraverso le seguenti librerie e distributori:

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lunedì 3 maggio 2010

Ristampato Polemiche, interviste a Louis-Ferdinand Céline; con una nuova introduzione di Ernesto Ferrero



Ristampato Polemiche, interviste a Louis-Ferdinand Céline; con una nuova introduzione di Ernesto Ferrero

INTRODUZIONE di Ernesto Ferrero

Diceva di trovarsi bene solo nelle disgrazie: "mi diverto solo in un grottesco ai confini della morte... l'emozione è tutto nella vita!". Non si può dire che L.F. Destouches, il medico dei poveri che per pubblicare un romanzo aveva scelto il nome di una nonna molto amata e grande affabulatrice, Céline, non avesse una lucida coscienza di sé. Le grane se le andava a cercare. Nato nel 1894, già commesso di negozio e galoppino, a diciott'anni, nel 1912, si arruola volontario per tre anni nei corazzieri di Rambouillet(la notte dell'arrivo in caserma èmirabilmente descritta in Casse Pipe). Quando scoppia la guerra, parte per il fronte delle Fiandre, fa l'esperienza dell'orrore insensato della guerra, ma si offre per una rischiosa missione di collegamento. Ferito ad un braccio resta invalido al 75%(un'invalidità che li tornerà utile più tardi), ma guadagna varie onorificenze al valor militare, e la copertina di un settimanel illustrato, che glorifica l'eroismo del giovane corazziere. Disadattato come molti reduci di guerra, tenta la fortuna in Camerun, dove va a fare il sorvegliante di una piantagione di cacao ma dopo pochi mesi deve tornare in patria perché ha contratto varie malattie tropicali che lo perseguiteranno tutta la vita ("c'era niente da mangiare, solo un po' di manioca. Nel buco dove stavo io, la terra è impossibile coltivarla")
Si iscrive a medicina, conosce e sposa la figlia di un potente clinico di
Rennes, si laurea brillantemente con una tesi sul medico ebreo tedesco Philippe lgnace
Semmelweis, scopritore della febbre puerperale, ma una confortevole e prevedibile carriera
all’ombra del suocero non fa per lui. Nel 1924 riesce a farsi assumere come tecnical officer dalle Societa delle Nazioni, si trasferisce a Ginevra, divorzia, viaggia intensamente in Europa, in America e Africa, ma finisce per litigare con il suo superiore in grado e torna a Parigi per
aprire un gabinetto di consultazioni in periferia, a Clichy, dove ogni giorno si ritrova alle
prese con le sofferenze di una clientela popolare, poco sopra o poco sotto la soglia di povertà...
Il gesto céliniano per eccellenza è la partenza, l’eterna insoddisfazione, l’abbandonare
situazioniconsolidate per mettersi in gioco, per sfidare il destino, per cercare nel fondo della
notte le ragioni di conoscenza e di sofferenza Vuole sempre essere in un altrove che pre
sto finisce per deluderlo. Autore di un libro scandaloso di gran successo, quel Viaggio al termine della notte che nel 1932 esplode come un bengala nel panorama sonnacchioso delle
lettere francesi, a partire dal 1937 scrive tre volumi deliranti, che sarebbe riduttivo chiamare pamphlets, come comunemente si fa, perché si sottraggono a ogni etichetta riduttiva e fanno
parte integrante dell’opera celiniana, la quale va presa in blocco. Il piu celebre di questi libri,
la cui pubblicazione è a tutt’oggi proibita da Lucette Destouches, resta il primo, Bagatelle
per un massacro, che procura all'autore una solida fama di antisemita.
L'antisemitismo era largamente diffuso in Francia sin dai tempi di Voltaire, e nessuno sembrava scandalizzarsene. Ne scrivevano impunemente, tra gli altri, Marcel jouhandeau (in
quegli stessi anni), Paul Valery, Georges Bernanos, Paul Claudel, Andre Gide. Si puo forse
azzardare una data, per il momento in cui l’antisemitismo di Celine, metafora impropria della
sua allucinazione antiborghese, diventa virulento, ed è il 1936, anno di malesseri e profonde
insoddisfazioni per le accoglienze, inferiori alle attese, al suo secondo romanzo, Morte a credito.È allora che letture mal digerite (un libro inglese del 1924 di tal N. Webster su una centrale internazionale ebraica in cui si progetta la sovversione delle istituzioni occidentali) infiammano una sorta di ossessione paranoica, a metà tra delirio e lucidità profetica che gli fa fiutare come imminente l’apocalisse di un nuovo conflitto mondiale. Resta difficile etichettare i tre libri, altrettanti “ monologhi esteriori “ al confine tra generi diversi, in cui una sorta di cosmico risentimento contro tutto e contro tutti si mescola al piacere di un’affabulazione risentita che sembra sfuggita ad ogni controllo.
Quando gli Alleati sbarcano in Normandia, Celine si sente ascrivere da Radio Londra nel-
l’elenco dei nemici della patria, che a guerra finita sono destinati a pagare il fio delle loro
scelleratezze. Nel giugno 1944 fugge in Germania, e dopo varie peregrinazioni tra Berlino
e Baden—Baden approda a Sigmaringen, dove si sono rifugiati i francesi collaborazionisti, che peraltro lui detesta, come detesta i tedeschi, i “ fritzi “. Poiché prima della guerra aveva sistemato i suoi risparmi in Danimarca, è la che vuole arrivare. Sotto un diluvio di bombe, cambiando decine di treni, attraversa la Germania in fiamme e nel marzo 1945 approda a Copenaghen con la moglie Lucette, la danzatrice d’origini andaluse che aveva sposato in seconde nozze nel 1943, e il gatto Bébert, con intelligenza più che umana
Lì lo raggiunge una richiesta di estradizione dei governo francese
che lo vuole processare per alto tradimento. Céline paventa una condanna a morte, e con
le forze che gli restano si batte animosamente per non farsi consegnare. Il suo stesso editore,
Robert Denoei, il 2 dicembre 1945 viene assassinato per strada da ignoti kiher.
Il governo danese traccheggia. Non consegna il fuggiasco, ma gli infligge quattordici me-
si di carcere duro. Quando Io libera sulla parola perché in precarie condizioni di salute, gli
consente una misera sopravvivenza, prima nel sottotetto di una casa di Copenaghen, poi in
una capanna sul Baltico, senz’acqua corrente e luce elettrica. Per sua fortuna, è soccorso
generosamente dal suo avvocato, Thorvaid Mikkelsen, gia militante nella Resistenza dane-
se, e ora impietosito o affascinato dal singolare cliente.
In Francia è diventato un proscritto, un caso mbarazzante, una belva in gabbia, un dottor
Jekyll che ha gettato la maschera ed è diventato n tutto e per tutto Mr. Hyde. E tuttavia continua a restare uno di quei personaggi controversi che non é possibile ignorare. Se un gior-
nalista lo va a trovare, può esser sicuro di cavare dalla visita un articolo capace di incurio
sire i lettori. Celine é un polemista nato, un anarchico, un provocatore, un maestro dell’in-
vettiva. Parla come scrive. Nelle sue interviste sembra di sentir risuonare la sua voce arrochi-
ta, resa più aggressiva dalle sofferenze subite e dall’ansia di rivalsa. Specialmente adesso che si sente perseguitato, abbandonato da tutti, e può recitare la parte del martire: “ Io me ne frego cosmicamente di essere imparziale o scrupoloso. Io sono in guerra contro tutti. Come tutti furono solidali nell’annientarmi. Io li voglio scannare nelle loro stesse meschinità. Le Bagatelle sono state scritte sotto il segno della più grande incavolatura. Non sono fatte per piacere a nessuno ». Per lui Aragon è “ una scimmia bizzosa, un piscio freddo “; e Malraux “un tipaccio, con un piccolo talento giornalistico parecchio pasticciato “. Condannato a un anno di reclusione dal Tribunale di Parigi, gode di un’amnistia a favore degli ex combattenti invalidi di guerra. Il 10 lugli0 1951 può tornare in Francia. È questo il contesto in cui bisogna inscrivere le Polemiche. Siamo grosso modo nel decenniova di trovarsi bene solo nelle disgrazie: "mi diverto solo in un grottesco ai confini della morte... l'emozione è tutto nella vita!". Non si può dire che L.F. Destouches, il medico dei poveri che per pubblicare un romanzo aveva scelto il nome di una nonna molto amata e grande affabulatrice, Céline, non avesse una lucida coscienza di sé. Le grane se le andava a cercare. Nato nel 1894, già commesso di negozio e galoppino, a diciott'anni, nel 1912, si arruola volontario per tre anni nei corazzieri di Rambouillet(la notte dell'arrivo in caserma èmirabilmente descritta in Casse Pipe). Quando scoppia la guerra, parte per il fronte delle Fiandre, fa l'esperienza dell'orrore insensato della guerra, ma si offre per una rischiosa missione di collegamento. Ferito ad un braccio resta invalido al 75%(un'invalidità che li tornerà utile più tardi), ma guadagna varie onorificenze al valor militare, e la copertina di un settimanel illustrato, che glorifica l'eroismo del giovane corazziere. Disadattato come molti reduci di guerra, tenta la fortuna in Camerun, dove va a fare il sorvegliante di una piantagione di cacao ma dopo pochi mesi deve tornare in patria perché ha contratto varie malattie tropicali che lo perseguiteranno tutta la vita ("c'era niente da mangiare, solo un po' di manioca. Nel buco dove stavo io, la terra è impossibile coltivarla")
Si iscrive a medicina, conosce e sposa la figlia di un potente clinico di
Rennes, si laurea brillantemente con una tesi sul medico ebreo tedesco Philippe lgnace
Semmelweis, scopritore della febbre puerperale, ma una confortevole e prevedibile carriera
all’ombra del suocero non fa per lui. Nel 1924 riesce a farsi assumere come tecnical officer dalle Societa delle Nazioni, si trasferisce a Ginevra, divorzia, viaggia intensamente in Europa, in America e Africa, ma finisce per litigare con il suo superiore in grado e torna a Parigi per
aprire un gabinetto di consultazioni in periferia, a Clichy, dove ogni giorno si ritrova alle
prese con le sofferenze di una clientela popolare, poco sopra o poco sotto la soglia di povertà...
Il gesto céliniano per eccellenza è la partenza, l’eterna insoddisfazione, l’abbandonare
situazioniconsolidate per mettersi in gioco, per sfidare il destino, per cercare nel fondo della
notte le ragioni di conoscenza e di sofferenza Vuole sempre essere in un altrove che pre
sto finisce per deluderlo. Autore di un libro scandaloso di gran successo, quel Viaggio al termine della notte che nel 1932 esplode come un bengala nel panorama sonnacchioso delle
lettere francesi, a partire dal 1937 scrive tre volumi deliranti, che sarebbe riduttivo chiamare pamphlets, come comunemente si fa, perché si sottraggono a ogni etichetta riduttiva e fanno
parte integrante dell’opera celiniana, la quale va presa in blocco. Il piu celebre di questi libri,
la cui pubblicazione è a tutt’oggi proibita da Lucette Destouches, resta il primo, Bagatelle
per un massacro, che procura all'autore una solida fama di antisemita.
L'antisemitismo era largamente diffuso in Francia sin dai tempi di Voltaire, e nessuno sembrava scandalizzarsene. Ne scrivevano impunemente, tra gli altri, Marcel jouhandeau (in
quegli stessi anni), Paul Valery, Georges Bernanos, Paul Claudel, Andre Gide. Si puo forse
azzardare una data, per il momento in cui l’antisemitismo di Celine, metafora impropria della
sua allucinazione antiborghese, diventa virulento, ed è il 1936, anno di malesseri e profonde
insoddisfazioni per le accoglienze, inferiori alle attese, al suo secondo romanzo, Morte a credito.È allora che letture mal digerite (un libro inglese del 1924 di tal N. Webster su una centrale internazionale ebraica in cui si progetta la sovversione delle istituzioni occidentali) infiammano una sorta di ossessione paranoica, a metà tra delirio e lucidità profetica che gli fa fiutare come imminente l’apocalisse di un nuovo conflitto mondiale. Resta difficile etichettare i tre libri, altrettanti “ monologhi esteriori “ al confine tra generi diversi, in cui una sorta di cosmico risentimento contro tutto e contro tutti si mescola al piacere di un’affabulazione risentita che sembra sfuggita ad ogni controllo.
Quando gli Alleati sbarcano in Normandia, Celine si sente ascrivere da Radio Londra nel-
l’elenco dei nemici della patria, che a guerra finita sono destinati a pagare il fio delle loro
scelleratezze. Nel giugno 1944 fugge in Germania, e dopo varie peregrinazioni tra Berlino
e Baden—Baden approda a Sigmaringen, dove si sono rifugiati i francesi collaborazionisti, che peraltro lui detesta, come detesta i tedeschi, i “ fritzi “. Poiché prima della guerra aveva sistemato i suoi risparmi in Danimarca, è la che vuole arrivare. Sotto un diluvio di bombe, cambiando decine di treni, attraversa la Germania in fiamme e nel marzo 1945 approda a Copenaghen con la moglie Lucette, la danzatrice d’origini andaluse che aveva sposato in seconde nozze nel 1943, e il gatto Bébert, con intelligenza più che umana
Lì lo raggiunge una richiesta di estradizione dei governo francese
che lo vuole processare per alto tradimento. Céline paventa una condanna a morte, e con
le forze che gli restano si batte animosamente per non farsi consegnare. Il suo stesso editore,
Robert Denoei, il 2 dicembre 1945 viene assassinato per strada da ignoti kiher.
Il governo danese traccheggia. Non consegna il fuggiasco, ma gli infligge quattordici me-
si di carcere duro. Quando Io libera sulla parola perché in precarie condizioni di salute, gli
consente una misera sopravvivenza, prima nel sottotetto di una casa di Copenaghen, poi in
una capanna sul Baltico, senz’acqua corrente e luce elettrica. Per sua fortuna, è soccorso
generosamente dal suo avvocato, Thorvaid Mikkelsen, gia militante nella Resistenza dane-
se, e ora impietosito o affascinato dal singolare cliente.
In Francia è diventato un proscritto, un caso mbarazzante, una belva in gabbia, un dottor
Jekyll che ha gettato la maschera ed è diventato n tutto e per tutto Mr. Hyde. E tuttavia continua a restare uno di quei personaggi controversi che non é possibile ignorare. Se un gior-
nalista lo va a trovare, può esser sicuro di cavare dalla visita un articolo capace di incurio
sire i lettori. Celine é un polemista nato, un anarchico, un provocatore, un maestro dell’in-
vettiva. Parla come scrive. Nelle sue interviste sembra di sentir risuonare la sua voce arrochi-
ta, resa più aggressiva dalle sofferenze subite e dall’ansia di rivalsa. Specialmente adesso che si sente perseguitato, abbandonato da tutti, e può recitare la parte del martire: “ Io me ne frego cosmicamente di essere imparziale o scrupoloso. Io sono in guerra contro tutti. Come tutti furono solidali nell’annientarmi. Io li voglio scannare nelle loro stesse meschinità. Le Bagatelle sono state scritte sotto il segno della più grande incavolatura. Non sono fatte per piacere a nessuno ». Per lui Aragon è “ una scimmia bizzosa, un piscio freddo “; e Malraux “un tipaccio, con un piccolo talento giornalistico parecchio pasticciato “. Condannato a un anno di reclusione dal Tribunale di Parigi, gode di un’amnistia a favore degli ex combattenti invalidi di guerra. Il 10 lugli0 1951 può tornare in Francia. È questo il contesto in cui bisogna inscrivere le Polemiche. Siamo grosso modo nel decenno che va dall’esilio danese al ritorno in patria, e a un nuovo autoisolamento in una cittadina della banlieue parigina, Meudon. Lì il dottore vive barbonizzato in una villetta cadente, avvolto in sciarpe e stracci, barba lunga, occhi febbricitanti , confortato da numerosi animali, cani, gatti e pappagalli, e naturalmente dall’angelica,eroica, generosa Lucette, la sua Beatrice, che continua a dare lezioni di danza per vivere. Ma intanto cominciano a levarsi voci in sua difesa. sono scrittori, estimatori vecchi e nuovi, come Pierre Monnier, ex pazienti riconoscenti, gente dello spettacolo come Arletty. Henry Miller, che lo venera come un maestro, scrive a Maurice Nadeau che sarebbe una vergogna per la Francia fare di Celine un capro espiatorio. “ Se es-
sere anarchico è un crimine, fucilatelo “ dice perentorio Jean Paulhan, potente patron della NRF. Tra i suoi difensori più convinti ci sono anche Marcel Aymé, Gaetan Picon, Roger Ni-
mier, Pierre Mac Orlan.
Dopo due prove passate sostanzialmente sotto silenzio, Féerie pour une autre fois
(1952) e Normance (1954), il vero ritorno sulle scene si compie solo nel 1957 con D'un chateau l'autre, primo capitolo della cosiddetm “Trilogia tedesca” annunciato da una lunga (e intelligente) intervista di Madeleine Chapsal su L’Express, che farà epoca.
Le prime interviste di Polemiche risalgono al periodo in cui Celine è ancora confinato in
Danimarca (“ vengono a vedere la belva “ sogghigna lui); le ultime, tra cui la trascrizione
dell’intervista radiofonica di Francine Bloch (poi finita su disco) sono posteriori al 1957,l’anno della svolra. La riabilitazione definitiva non è lontana. Gaston Gallirnard decide di ac—
coglierlo nella Pleiade, ma Celine non potrà godere della consacrazione-risarcimento per-
Ché il volume uscirà un anno dopo la sua morte improvvisa, il 1° luglio 1961, subito dopo aver terminato la stesura di Rigodon. Prima e dopo la guerra, comunque, Celine non s’era certo tirato indietro, quando c’era da dire la sua, confutare i suoi critici, rispondere
alle provocazioni. Le interviste occupano ben tre libri. Olrre a queste Polemiche, due grossi
numeri dei Cahiers Céline: Céline e l'attualità letteraria, 1932-195 7, tradotto da SE per le cu-
re di Giancarlo Ponriggia, e Celine et l'actualité littéraire, 1957-1961, non ancora tradotto. Ma
a Celine le interviste, le lettere e gli interventi sui giornali non bastavano ancora. Le sue po-
lemiche debordano anche nei testi narrativi. Anche in D'un chateau l'autre, l’azione stenta
a mettersi in moto perché deve sfogare risentimenti vecchi e nuovi.
A saperlo prendere (non é da tutti: si veda in questo libro la pochezza di Francois Nadaud,
che fa domande banali, e si sente in dovere di esprimere un imbarazzo e una riprovazione
tutti di maniera), Céline è l’intervistato ideale.

Grazie a Guignol e Harm Wulf per la segnalazione, e a Davide Ruffini per la trascrizione!

lunedì 5 aprile 2010

Céliniana, di Dinamo Cardarelli



Un estratto di uno dei saggi su Céline in Céliniana, di Dinamo Cardarelli.

Un immense malentendu a toujours plané et continue a planer sur l'oeuvre et sur l'homme Céline.

André Brissaud

La nota scrittrice Anne de Noilles, quando fu pubblicato Voyage, intervistata, fece queste dichiarazioni (v. la rivista L'Herne, n. 3): « Voyage au bout de la nuit, dans sa formidable et rebutante brutalità m'a enchantée! Soit par sa poesie ou par son infernale compassion. On trouve chez M. Celine toutes les pitiés, tournées a la revolte. La lecture de cet ouvrage bouleversant ne devrait pas tomber aux mains de basses intelligen-ces ». E' un giudizio, pur nella improntitudine che lo cagionava, tanto comprensivo quanto acuto, tra i migliori ch'io conosca.
« Les pitiés » di Anne de Noilles. Queste pietà sgorgano improvvise, inaspettate, dal grigiore di una descrizione di cose e di uomini che vi serrava il cuore. Inaspettate e naturali nella loro primitività. Non s'appoggiano a un'aggettivazione di rilievo, rampollano improvvise, naturalissime e sono una consolazione per il lettore pur nella delicata ironia che le intride... come a sopirle. « Pietà » che sono come un cedimento... Sfuggite a una volontà decisa a tener duro, a non farsi giocare dall'emozione davanti a l'implacabile realtà. Queste « Pietà » trasudano nell'opera di Celine malgrado che lo Scrittore si ostini, deciso, a offrirci senza cedimenti tranches d'una realtà nuda e cruda tutta risofferta nel ricordo.
Celine assume la vita tutta intera com'è sotto i suoi occhi, buona e cattiva. Se ne eccede il cattivo non è perché lui così la vede ma perché così essa è. Su questo essere dell'uomo, irrimediabile, Celine sta.

Non ritaglia il quadretto per l'ammirazione di lettrici sensibili. Entra nella vita e ce la rida qual è sostanzialmente, senza attenuazioni. Voyage non è soltanto il romanzo suo, ma quello rappresentativo di tutta un'umanità.
Celine con Voyage e Mort a credit, ma col primo specialmente, ha rovesciato tutta intera la realtà come si rovescia una tasca, con la stessa naturalezza e facilità. Apparentemente, certo, perché questo lavoro ha costretto Celine a una introspezione intensiva che l'ha portato a vedere negli altri tanti se stesso e in se stesso riflessa tanta parte degli altri uomini. Donde lo scambio e il miscuglio. Così in Celine c'è tanto di Bardamu, tanto di Voireux, ecc.
Chi ha cercato e ha creduto di ritrovare Celine (Destouches) tutto intero in questo o in quel personaggio di Voyage e di Mort a credit ha sbagliato. Il vero Destouches c'è e non c'è; trasporto, dice l'Autore. Io direi piuttosto scomposto e ricomposto per captare un massimo di verità interiore della persona.

Che miserabile e miseranda impresa è stata quella di soffocare la genialità dell'opera di Celine cercando d'incastrarne il contenuto nella politica di regime, dalla quale e dal quale — qualunque esso fosse — s'è dichiaratamente tenuto con orgoglio e disgusto lontano! Anche oggi che la critica mondiale ha fi nalmente riconosciuto la importanza dell'opera di lui, essa non riesce a sciogliersi dall'obbligo di giudicarla sulla linea di una « politicità » che le è in effetto estranea, perché ne prescinde per principio.
E i Pamphlets, mi si obbietterà? Ma quelli, contrariamente alla volontà deliberata di chi volle considerarli come espressione di un'azione politica, sono invece la protesta contro ogni azione politica che tenda a limitare, a soffocare il sentimento popolare, ma soprattutto a contrariare quello personale dello Scrittore, nella delicata contingenza storica in cui era venuta a trovarsi la Francia nel periodo di tempo successivo al 1932, anno della pubblicazione di Voyage. Opera che, a chi la considera sotto un certo aspetto, preannuncia i Pamphlets. Per questo ho sostenuto e sostengo che questi integrano per un verso le opere precedenti e che è stato un errore, per puntiglio partigiano, l'averli esclusi dalla edizione « completa » di Celine. I Pamphlets sono invece il complemento della precedente opera di Celine. Perché ci fanno vedere un Celine allo scoperto, saltato fuori dalla trincea per andare all'assalto a viso scoperto giocando tutto per il tutto.
Sarebbe tempo che la malignità sordida che trapela da certa critica su Celine cedesse il posto a una più serena valutazione dei cosiddetti Pamphlets. Ai quali, del resto, il mezzo sterminio che ne fu ordinato dalle autorità politiche e la conseguente proibizione d'una ristampa (ancora in vigore a distanza di circa un quarantennio) ha giovato più che nuociuto a una conoscenza da parte dei lettori di Celine.
Essi furono un mastodontico soliloquio, a sfogo, urlato in certi casi più che gridato... alle stelle, che Celine dovette pagare col carcere e l'abiezione.
E' ridicolo considerare quegli scritti, come han fatto alcuni, con serietà accademica (v. ad esempio il recente libro di Jacqueline Morand: Les idees politiques de L.-F. Celine). Celine non si è sognato mai di inserirsi seriamente nella politica. Un correttivo alle conclusioni troppo rigide della Morand è stato offerto da P. Carile nell'ancora più recente libro Celine oggi (Bul-zoni ed. 1974). Ed è peccato che quei tre libri di Celine, invece di essere presi di mira con tanta feroce serietà, da politici e critici, non siano stati invece considerati nella luce prevalentemente letteraria, che più ad essi si confa, per il loro umore burlesco, alla Rabelais (che tuttavia ammanta, non si sostituisce all'intento vero che animò lo scrittore, ch'era serio e partiva da convincimenti ben radicati e d'importanza umana).
E' poi da osservare che, se intenzione di Celine fosse stata quella di compiere azione veramente politica, non sarebbe ricorso, come fece in gran parte in quei tre libri, a quel tipo di
espressione. Racconta Rabatet, l'autore di Decombres, che si trovò presente, imputato anche lui, ad una delle sedute del Tribunale parigino, che, alla lettura di Bagatelles, ordinata a titolo d'imputazione dallo stesso Tribunale, il pubblico scoppiò in tale generale e irrefrenabile risata che non fu più possibile continuare nella lettura, con effetto assolutamente negativo riguardo all'attesa.
Ci sono due stadi nella produzione romantica di Celine che vanno considerati separatamente: quello antecedente all'avventura tedesco-danese e conseguente prigionia dell'Autore, vale a dire Voyage au bout de la nuit e Mori a credit, e quello posteriore alla detta avventura, il quale ha impostazione e sostanza diverse dalle due opere primitive. In mezzo stanno i cosiddetti Pamphlets: Bagatelles pour un massacra, L'école des cadavres, Les beaux draps, che rappresentano il momento di lacerazione dell'opera céliniana, e che pur avendo motivi concettuali e di forma loro propri, debbono essere considerati come legati organicamente a tutta la rimanente opera di Celine. Il fatto di averli esclusi dalla sedicente edizione « completa » dell'opera sua fu un atto arbitrario che non trova sufficiente giustificazione. C'è poi una terza parte dell'opera di Celine che ha un suo valore particolare e che dovrà quando che sia esser messa in luce: è la corrispondenza epistolare. Essa illumina particolari di vita e di pensiero e ci da un Celine più immediatamente comunicativo, ad integrazione di quello che ci è dato di conoscere attraverso l'opera romantica.
Quanto al giudizio su l'uomo, esso rimane subordinato a una conoscenza più precisa dei casi della sua vita, specialmente nei riguardi del processo intentatogli in regime di Liberazione. Che non fu, perché non poteva essere, una cosa seria. Il vero processo denigratorio glielo fecero a Celine i cagnotti della Critica a servizio dei Liberatori. Che fu, nei fatti, il processo dell'Invidia al Genio. Perché gli elementi di accusa congegnati tutti, fatico-
samen te, a far apparire quel che Celine non era e non fu mai, un traditore della Patria, vanirono sotto una montagna di documenti assolutamente inconsistenti. Se fosse veramente esistito un serio motivo di accusa, il Governo danese non avrebbe potuto esimersi di dare corso alla richiesta di estradizione di Celine fattagli dal Governo francese. Si limitò invece, come si sa, a dare corso a un mandato di cattura e d'imprigionamento di Celine a Copenaghen. A mio parere, ci fu accordo tra i due Governi: fare qualcosa, ma senza andare a fondo: colpire, infamare l'uomo ma senza ucciderlo nel corpo. Sembrasse clemenza e fosse invece, come fu, più atroce supplizio che non la morte. Si trattava di uccidere, possibilmente, lo Spirito dell'uomo. Ma, a guardare bene, non riuscirono se non in apparenza. Confissero Celine in una visione ancora più sconsolante dell'uomo e del suo destino terreno. Riuscirono a far traballare Celine, non a buttarlo giù. Fu una condanna a dispetto. Un documento che colpisce più gli accusatori che non l'accusato.
Vedere se, per caso, il sequestro e la distruzione a fondo di gran parte degli esemplari di tutti e tre i volumi dei Pamphlets (attirando così, come avvenne, l'attenzione acuta sui rimanenti in circolazione) e l'assoluta proibizione d'una ristampa, non convinsero il pubblico dei lettori che il contenuto di quei libri era più vicino al vero delle cose di quanto il Governo De Gaulle e successori non volessero far credere, è un'indagine da fare, anche per capire ancora meglio e più, lo scrittore e l'uomo Celine.
Che cosa volevano essere ed erano i Pamphlets nel concetto di Celine? Uno sfogo personale in rappresentanza di molti altri francesi. Dire chiaro quello che molti sentivano e non sapevano o non potevano dire. Una interpretazione personale, personalissima, della pubblica opinione, in uno dei momenti storici più critici della Nazione. Era una occasione per dire tante cose che gli urgevano dentro da sempre e che il momento voleva che fossero non soltanto dette ma gridate e gridate con arte. Un grido d’allarme che doveva rinsavire la Francia […]

martedì 16 marzo 2010

Virtù dell'odio, di Pietro Sanavio

Una segnalazione di Gilberto:



Editore: Raffaelli Editore - Rimini

Pagine: 204
Formato: 15X21,5
ISBN: 978-88-89642-87-0
Anno: 2009

Prezzo: € 20,00


"Questo libro non è esaustivo su Céline e tratta piuttosto di alcuni aspetti dello scrittore. Nasce indubbiamente dalle mie prime curiosità ma ne è del tutto autonomo, largamente autonomo anche dai volumi dell'Herne, e risultato di letture e ricerche condotte in epoche assai più vicine: con lunghe interruzioni. Le pagine che seguono sono state scritte tra l'ultimo decennio dello scorso secolo e l'inizio di questo; mi sono deciso a chiuderle per le affettuose insistenze di amici..." (Dall'introduzione dell'autore)

martedì 9 marzo 2010

Un libretto raro: Céliniana, di Dinamo Cardarelli



Edito da Giovanni Volpe, Roma, s.d. (fine anni '70), raccoglie alcuni interessanti scritti di Dinamo Cardarelli, poeta e saggista, dedicati a Céline.


Céline ed Elisabeth Craig (comparso su La Torre)


Dalle lettere di Céline a Milton Hindus (La Torre)


L'epistolario Céline-Faure (Intervento)


Céliniana (La Torre)

A breve ve ne posterò un estratto!

giovedì 25 febbraio 2010

Maledetto Céline - un manuale del caos, di Stefano Lanuzza... recensione di Maledetto Céline di Stefano Lanuzza sul Bulletin Célinien



In diversi mi avete segnalato questo libro, e vi ringrazio.
Ad una prima scorsa del libro, de-strutturato in una "autobiografia" del nostro e in diversi capitoli con estratti e schede delle opere, temi céliniani e sulla guerra, appare evidente che l'autore ha letto molto di Céline, e questo promette bene. Addentrandoci nella lettura del libro, scatta quasi subito una enorme delusione; infatti Lanuzza commette il più grande errore che si può fare con Céline: tentare di piegarlo alle proprie idee politiche, nel caso particolare facendone un campione del comunismo (!!!), anti cattolico à la Odifreddi, anti americano e anti israeliano à la Manifesto.
Addirittura, a pagina 211, nel capitolo "Temi céliniani", in mezzo a voci quali "Tradurre Céline" e "Personaggi femminili", troviamo incredibilmente "Piombo fuso" Dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 dura l'offensiva [...] Il "Massacro di Gaza" viene perpetrato da Israele anche con l'uso di bombe al fosforo di produzione americana.

Per me è incomprensibile "usare" un libro su Céline (o qualunque altro autore), di critica o biografico, per dar mostra, e in maniera così grossolana, delle proprie idee, giuste o sbagliate che siano.

Non me ne voglia Lanuzza, ma come "manuale" rapido sull'opera di Céline, molto meglio l'"Invito alla lettura di Céline" di Renato della Torre, Mursia, come biografia completa Alméras o la Alberghini, come discussione vivace sul Dr. Destouches, meglio i vostri commenti qui, di gran lunga.

Aggiornamento aprile 2010

Il libro è stato recensito sul Bullettin Célinien di aprile, in una approfondita recensione che rileva i molti aspetti negativi del libro in questione; dalla velleitarietà del tentativo di dar vita a un "flusso di coscienza" imitando la scrittura di Céline ("tentativo invece riuscito a Marina Alberghini"), agli anacronismi presenti nell'impianto cronologico, alla inutile riproposizione della sorpassata teoria del Céline "nouveau philosophe", alla carenza delle schede e della bibliografia "illeggibile", alla disomogeneità del libro, che dato "l'approccio tutt'altro che serio" sfrutta "opportunamente l'onda dello scandalo-Céline" non portando "nulla di nuovo, salvo dei notevoli errori".

Basta così! di Frédéric Saenen



giovedì 7 gennaio 2010

Viaggio nella biografia di un genio fulminato, di Stenio Solinas



Ciao a tutti e Buon anno! Grazie alla segnalazione di Alberto Lombardo...

«Proust è un bavoso» Viaggio nella biografia di un genio fulminato
di Stenio Solinas


«Gli editori sono tutti carogne». «Non aggiungete una sillaba al testo senza preavvisarmi! Fottereste il ritmo come niente - solo io posso ritrovarlo là dov’è. Ho l’aria bavosa, ma so a meraviglia ciò che voglio. Non una sillaba. Fate anche attenzione alla copertina. Niente music Hallismo. Niente sentimentalismo tipografico. Del classico». «I critici dicono sempre fesserie. Giornalisti innanzitutto, lavorano di chiacchiere, piccoli ricatti... Ci vorrebbe qualcuno che si decidesse a coprirmi di sputi!... La gente è sadica, vigliacca, invidiosa, distruttrice. Ha bisogno di sentire il saccheggio, lo spappolamento, altrimenti non ci sta...». «Bisogna vedere gli uomini come cani. Ciò che fanno, abbaiano, ringhiano, spiritualmente non significa niente, meno che zero... Purtroppo ci toccano le conseguenze materiali, ma moralmente... Cani, nient’altro che cani. Tutto è permesso, insomma, per evitare i loro morsi e ingannarli e aizzarli in modo che si sbranino fra loro. Meglio dimenticare tutto, mascherare in musica l’orrore del vivere».
Ma sì, è Céline che batte alla porta, strepita, irride, minaccia e s’incazza... Ben tornato Ferdinand sull’onda delle oltre 2mila pagine del volume che raccoglie una antologia monstre (più di 1500 lettere) della sua corrispondenza, dalla giovinezza alla morte (Lettres, Gallimard, collezione Bibliothèque de la Pléiade, pagg. 2080, euro 66,5; a cura di Henri Godard e Jean-Paul Louis). Per la prima volta, insieme con molti inediti, l’epistolario celiniano fino a oggi sparso e spesso disperso in innumerevoli rivi editoriali (le lettere dall’Africa, le lettere alle amiche, quelle agli editori e agli avvocati, le lettere dall’esilio) viene selezionato e cronologicamente ordinato. Il risultato è imponente.
Il carteggio è una miniera di informazioni sul Céline scrittore, sui suoi procedimenti, sulle sue idiosincrasie, ma ne scandaglia anche il privato: la passione per la bellezza («Sono pagano per la mia assoluta adorazione della bellezza fisica, della salute. Odio la malattia, la penitenza, il morboso(...) Perciò ho amato tanto l’America. La felinità delle sue donne!(...). Tranquillo stallone, guardone, palparle è un incanto senza pari, mi inebria, mi ispira - Darei tutto Baudelaire per una nuotatrice olimpionica»); il rifiuto della vita reale, obiettiva, il peso degli anni e dei guasti fisici.
Dietro il cliché del «medico dei poveri» la corrispondenza fa rigalleggiare il bell’uomo alto più di un metro e ottanta, che indossa abiti di buon taglio e stoffa inglese, biondo e con gli occhi azzurri, che conosce il mondo e il bel mondo, uno che a Ginevra come a Vienna, a New York come a Londra, sa dove andare, come muoversi, cosa vedere, a proprio agio con pianiste come Lucienne Delforge, con scultrici come Louise Nevelson, con figlie della buona borghesia di provincia come Edith Follet, la sua prima moglie. Vive in un appartamento moderno, con qualche souvenir coloniale, in rue Lepic: è cortese, ma riservato.
Ciò che nelle lettere d’anteguerra è accennato, sparso e variegato, in quelle post-belliche tende a raccogliersi su un triplice binario. Sul primo corre il métro emotif, il treno dello stile. «Tutto il mio lavoro è consistito nel cercare di rendere la prosa francese più sensibile e tesa, precisa, sferzante e cattiva iniettandole un linguaggio parlato, il suo ritmo, il suo tipo di poesia e di tenerezza malgrado tutto, di resa emotiva». «Io seguo con le parole l’emozione, non le lascio il tempo di rivestirsi in frase... l’afferro nuda e cruda, o meglio, nella sua poeticità. Perché il fondo dell’uomo malgrado tutto è poesia - il ragionamento si apprende, così come si impara a parlare - il bebè canta - il cavallo galoppa - il trotto è di scuola». «Non creo nulla, in verità - è come se ripulissi (...) una statua seppellita nell’argilla Esiste già tutto (...) Occorre soltanto spazzare (...) portare alla luce del giorno - AVERE LA FORZA - è una questione di forza - forzare il sogno nella realtà - una questione di pulizia (...) È un lavoro da operaio - operaio nelle onde».
Sul secondo corre il vagone della negazione e/o riduzione di ciò di cui è incolpato, della «congiura» ai suoi danni. «Sono un patriota sfrenato in un Paese di degenerati, lacchè e bastardi. Si tratta di ben altra cosa che tradimento, è precisamente il contrario. Sono gli altri, tutti gli altri che galoppano urlando dietro la bandiera, gareggiando per farsi inculare dal migliore offerente». «Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e di ariani - e contemporaneamente, del resto, di ebrei! Non ho voluto Auschwitz, Buchenwald. Cazzo! Basta! (...) Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine». «La Germania mi fa naturalmente orrore. La trovo provinciale, pesante, grossolana (...) Per me è quella del ’14, la gare de l’Est, la linea dei Vosgi, la morte, la salsiccia, l’elmetto a punta».
Sul terzo, infine, fila il direttissimo delle recriminazioni, delle ingiurie, degli editori traditori, dei soldi che non arrivano, della pubblicità che manca, del boicottaggio. Sotto un torrente di minacce e prese per il culo, gli interlocutori passano la mano. Jean Paulhan, il «cervello» della casa editrice Gallimard lascia nel 1955, stanco e disgustato. «Di che si lagna quel vecchio bavoso - sarà il commento - Trova che la sposa è troppo bella, ha troppo temperamento?».
E l’antisemitismo? Céline lo trasforma in pacifismo, lo scolora, più che negarlo lo orienta in maniera diversa, fino a trasformare sé stesso nell’unico vero ebreo errante: esiliato, offeso, perseguitato... Ma dietro al razzismo c’è anche una questione di stile, come una lettera del 1943, che ha per tema Proust, mette bene in evidenza. «Lo stile di Proust? È semplicissimo. Talmudico. Il Talmud è imbastito come i suoi romanzi, tortuoso, ad arabeschi, mosaico disordinato. Il genere senza capo né coda. Per quale verso prenderlo? Ma al fondo infinitamente tendenzioso, appassionatamente, ostinatamente. Un lavoro da bruco. Passa, viene, torna, riparte, non dimentica nulla, in apparenza incoerente, per noi che non siamo ebrei, ma riconoscibile per gli iniziati. Il bruco si lascia dietro, come Proust, una specie di tulle, di vernice, che prende, soffoca riduce e sbava tutto ciò che tocca - rosa o merda. Poesia proustiana. Quanto alla base dell’opera: conforme allo stile, alle origini, al semitismo: individuazione delle élites imputridite, nobiliari, mondane, invertiti etc. in vista del loro massacro. Epurazioni. Il bruco vi passa sopra, sbava, le fa lucenti. I carri armati e le mitragliatrici fanno il resto. Proust ha assolto il suo compito». Conclusione: nel 1943 l’autore della Recherche avrebbe applaudito la sconfitta tedesca a Stalingrado...
Scrittore antimaterialista, Céline cercò di combattere il materialismo usando uno strumento, la razza, altrettanto materiale e, come tale, incapace di cogliere differenze di valori e di sensibilità. L’ideale ariano si trasformerà in beffa allorché, dopo essere stato imprigionato in Danimarca, si troverà a scrivere: «Merda agli ariani. Durante i 17 mesi di cella non un solo fottuto dei 500 milioni di ariani d’Europa ha emesso un gridolino in mia difesa. Tutti i miei guardiani erano ariani». Quando si predica la purezza c’è sempre qualcuno che si crede più puro di te. Un genio fulminato.

martedì 18 agosto 2009

Céline, Mea culpa e La bella rogna



Céline, Mea culpa e La bella rogna
di Alessandra Gentile


Da Diorama Letterario, n. 50 del 7/1982

Ancora Céline, e ancora pamphlets: il primo e l’ultimo, violenti, implacabili, agitati dall’irriducibile coraggio della denuncia minuziosa e feroce di una società in putrefazione. La casa editrice Guanda si propone così di continuare il discorso iniziato nel settembre 1981 con la pubblicazione di Bagattelle per un massacro, alla riscoperta del “caso Céline”, che ancora oggi si presenta ai più come motivo di qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista ideologico. Mea culpa è del 1936 (sarà pubblicato nel 1937): Céline è già noto per Voyage au bout de la nuit (ottobre 1932) e Mort à credit (luglio 1936). Dopo quello che Pierre de Boisdeffre chiama “l’idillio democratico di Céline”, culminato non felicemente a Médan nel 1933 col discorso commemorativo per il 31° anniversario della morte di Zola (Hommage à Zola), maturano le premesse per la rottura definitiva fra Céline e la società del suo tempo (che è poi rimasta la stessa anche per noi), segnatamente nei suoi aspetti più marxisti e borghesi: nel clima storico e sociale incerto e travagliato della Francia di quegli anni, Céline rivela una ribollente avversione alla politica, ormai sempre più farisaicamente intesa, che egli accusa apertamente di subordinare la condizione umana a sistemi sociali non autentici: e pervaso com’è dalla convinzione bruciante della funzione profetica e purificatrice del poeta, denuncia la preoccupante incapacità della politica contemporanea di fronte al pericolo imminente della guerra, incapacità giudicata a ragione foriera di apocalittiche conclusioni.
Tutt’altro che opportunista (accusa, questa, mossagli ripetutamente e priva peraltro di fondate giustificazioni) e invece decisamente contrario ad ogni forma di politica, ritenuta in qualche modo complice della morte, nel settembre ’36 Céline parte senza esitazioni alla volta dell’URSS, con l’unico scopo dichiarato di riscuotervi e consumarvi, come prescriveva la legge, i diritti d’autore che gli spettavano per la traduzione di Voyage au bout de la nuit, curata da Louis Aragon ed Elsa Triolet. Del resto, all’epoca è piuttosto di moda tutto quanto fa sovietico, e non sono pochi gli intellettuali francesi che varcano i Carpazi: Malraux, il già citato Aragon, Rolland, Barbusse, Nizan, Herbert, Gide. Dopotutto, questa febbre della steppa rientra nel generale orientamento politico francese: il 2 maggio 1935 la Francia, preoccupata per il riarmo tedesco, aveva concluso un – rovinoso – trattato di alleanza con l’URSS; e non si dimentichi che il 25 luglio dello stesso anno si era aperto a Mosca il VII congresso dell’internazionale comunista che, in considerazione della crescente espansione del fascismo in tutta Europa, aveva stabilito di adottare la tattica dei “fronti popolari”.
Céline parte in fretta: ma torna ancora più in fretta, deluso e irritato, abbandonato anticipatamente il paradiso socialista con un rientro confuso e rapido come una fuga. Di getto, scrive Mea Culpa, saggio, libello, denuncia: in tutto, poche pagine mozzafiato.
Si sa che in Céline affiorano di continuo pretesti che rimandano inesorabilmente a un tema unico e devastante: l’orrore della decadenza. E leggendo Mea Culpa non si può non notarlo: il linguaggio disarticolato, le frasi lacerate, il tono febbrile, la punteggiatura stravolta sono la misura del disgustato giudizio che Céline ha dato della società contemporanea, sua e nostra.
Questa improvvisa e inaspettata impennata antimarxista non mancò di suscitare un certo scalpore: in realtà anche qui il motivo ispiratore di base, dopo l’angosciosa constatazione della somiglianza tra Est e Ovest, rimane ancora e sempre la ripulsa netta e violenta per la globale decadenza del genere umano, frutto discutibile del materialismo, e la condanna spietata della civiltà odierna, in fondo, ma neanche troppo, uguale in USA come in URSS.
Ma Céline, perfettamente conscio della sorte – prevista – che gli sarebbe toccata, continuò imperturbabile la sua personalissima protesta: l’epigrafe a Mea culpa “C’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste” lo condurrà logicamente e freddamente, nel 1937, alla stesura di Bagatelles pour un massacre. A causa dei due libelli antisemiti (imperdonabile anticonformismo!) Céline è costretto ad abbandonare l’ambulatorio di Clichy. Un anno dopo, nel novembre 1938, esce L’école des cadavres, terzo pamphlet antisemita che, il 21 giugno 1939, costa al suo autore una condanna per diffamazione: la vendita del libro è proibita. Un paio di mesi dopo, la Francia entra in guerra.
Nel 1941, Céline pubblica Les beaux draps (La bella rogna), per rimproverare ai Francesi la sconfitta recentemente subita: emerge, prepotente, l’idea ossessiva della decadenza della patria. Concitato e insultante, pervaso di amore-odio nazionalistico, dedicato con rabbia a una patria imbelle e corrotta, Les beaux draps è una requisitoria nervosa e fremente, una sfuriata irrefrenabile contro i responsabili politici e militari del disastro chiamato Francia, contro il Cristianesimo, contro il proletariato, contro gli ebrei. È innegabile che a Les beaux draps manca il mordente degli altri pamphlets céliniani: vi si avverte il subentrare di una stanchezza non solo letteraria, come se l’autore si rendesse conto dell’inanità delle sue esortazioni e, ciononostante, proseguisse caparbiamente e vanamente sulla strada intrapresa.
In ogni caso, l’emarginazione di Céline su può considerare ormai compiuta: del resto, lui stesso l’aveva profetizzata. La verità nuda scandalizza i moralisti e i benpensanti, la borghesia e la classe media; questo Céline lo sapeva bene, e da tempo, quando già in Mea culpa scriveva: “Mai, dai tempi della Bibbia, s’era abbattuto su di noi flagello più subdolo, più osceno, più degradante per dirla tutta, del vischioso dominio borghese”.

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Con un ringraziamento a Marco Tarchi e Antonio C.

giovedì 23 luglio 2009

Louis-Ferdinand Céline, I sotto uomini. Testi sociali



Il nostro lettore Antonio, che ringraziamo assieme a Marco Tarchi, ci ha segnalato una serie di recensioni di libri di Céline apparse su "Diorama letterario"; postiamo qui la prima:

da "Diorama letterario" n. 177, 2/1994.

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Louis-Ferdinand Céline, I sotto uomini. Testi sociali.
A cura di Giuseppe Lezzi, Shakespeare and Company, Roma 1993, pag. 155.

Céline, come è noto, fu anche medico. Fu il medico dei poveri di Meudon, nella cintura parigina, dove morì nel 1961 disgraziato e solo: i cani i gatti e Lucette, il cimitero vicino alla ferrovia, i parenti che tengono nascosta la notizia della morte. L’immaginetta così devotamente céliniana si può arricchire del sospetto che circolava tra i malati di Meudon, cirrosi e vene varicose, proletari alcolizzati e ignoranti, per quello strambo medico che non voleva farsi pagare, che si diceva avesse nascosto un tesoro in Danimarca. Eppure Céline si laureò, trentenne, in medicina con una tesi sulla vita e l’opera di Filippo Ignazio Semmelweis (tradotta in italiano da Adelphi nel 1975) che costituisce, nella sua produzione complessiva, un raro capolavoro. Si laureò con un omaggio all’ostetrico ungherese che scoprì, inascoltato, l’origine delle febbri puerperali derivate dal contatto delle mani impure di chi assisteva le partorienti dopo aver toccato cadaveri, e che morì pazzo di setticemia in seguito alla ferita a un dito. Morte, senza resurrezione, contagio e pazzia, ospedali e metropoli si ritroveranno poi nel repertorio dello scrittore maturo, sempre in primo piano: un’ossessione, uno stordimento. “La Medicina”, nota Guido Cernetti nella postfazione all’edizione adelphiana de Il dottor Semmelweis, “ha la sua perfetta doratura céliniana nell’assioma che apre Morte a credito: è merda. Il medico, un professionista sputtanato, un garagista, la vittima annoiata dalla connerie dei malati, che vogliono all’infinito essere toccati, ascoltati, misurati, radiografati, presi sul serio…” . Ma al Passage Choiseul, dove Céline ha trascorso la sua leggendaria infanzia tra merletti e polizze, la medicina incarna ancora la rispettabilità: “se si cerca un santo da venerare lo si elegge tra i medici”.
Céline sente nella propria carne l’orizzonte piccolo-borghese del riscatto sociale attraverso la professione (La Cittadella di Cronin), e ne prova orrore; d’altra parte sbeffeggia ferocemente il ceto dei camici bianchi, con il loro cinismo superficiale e da routine. La sua medicina è la stessa di Semmelweis: amore infinito per l’uomo; assolutamente. La medicina che ti fa vivere, anziché morire; che ti salva la ghirba, finché è possibile. Questo elevato concetto di bontà e l’umanitarsimo, che innervano l’opzione per questo tipo di medicina, saranno sempre presenti nella necessità artistica e nello stile di vita, a tutto tondo, di Céline. Il luogo comune può quindi essere perfettamente ribaltato: Céline non odia, ama.
Nel 1925 il dottor Louis-Ferdinand Destouches, funzionario medico della Società delle Nazioni, si reca negli Stati Uniti per un lungo viaggio di studio sulle realizzazioni della medicina del lavoro, osservate nella culla del massimo sviluppo capitalistico e industriale. Le relazioni di quell’esperienza, il testo di una conferenza ad essa connessa, alcune lettere e qualche articolo di giornale in materia sanitaria costituiscono i Testi sociali presentati da Giuseppe Lezzi al pubblico italiano col titolo, un po’ troppo calcato, I sotto uomini. I problemi affrontati sono quelli della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro; dell’occupazione, del salario e dell’organizzazione produttiva. Travalicano, con il loro grigiore, l’ispirazione letteraria del futuro scrittore ma ne documentano ulteriormente l’utopia umanitaria: anche un filisteo delle biografie, leggendoli a posteriori, potrebbe considerare inevitabilmente che Céline molli tutto per buttarsi come un forsennato nel Viaggio: “è andata così”.
Cominciamo dalla catena di montaggio e dalla visita alla fabbrica di automobili Ford di Detroit, che offre l’occasione per un’osservazione fondamentale: il lavoro è la migliore medicina per l’uomo malato della società industriale. Si tratta del lavoro standardizzato, quello “così semplificato, così specializzato che consiste in uno o due gesti ripetuti attorno a una macchina, un numero fisso di volte al giorno”. Si tratta del lavoro non professionale che Henry Ford (1863-1947), il pioniere della vettura privata di massa, era in gradi di dare “a tutti, o più esattamente a non importa chi”, pagando per giunta alti salari.
Il sistema Ford si basava sull’estrema razionalizzazione (taylorismo) e sulla lavorazione in serie, che avevano reso possibile una grandissima produzione con diminuzione dei costi e aumento delle paghe, senza con questo portare alla soppressione graduale della manodopera, “di cui un terzo, e in alcuni casi otto su dieci, sono buoni a nulla e possono essere sostituiti immediatamente da altre macchine, con un rendimento non uguale ma dal trenta al cinquanta per cento superiore”.
Possono essere sostituiti ma non lo sono. Di fronte a questa decisione antieconomica Céline rimane incantato, alla faccia della legge tendenziale di caduta del saggio di profitto. Effettivamente il circolo virtuoso fordiano alti salari-produzione di massa-consumi di massa si dovrebbe spezzare nel punto della razionalizzazione produttiva, che implica nell’immediato una riduzione della forza-lavoro per unità di prodotto e quindi disoccupazione, con conseguente flessione dei consumi sostenuti dai redditi di lavoro – ma tant’è. Nessuno se ne va dalla Ford, nessuno si assenta per malattia: il mantenimento dei livelli occupazionali, gli alti salari, l’inutilità di costosi tirocinii formativi si rifondono nel bozzetto céliniano dell’operaio che, pur non essendo in grado “di fornire che due piccole ore di lavoro al giorno, viene comunque in fabbrica e poi, quando è stanco, si siede o si stende in un cantuccio”. D’altra parte ci si muove “dalla mattina alla sera attorno a macchine rapide, martellanti, taglienti… in mezzo alla più grande monotonia industriale conosciuta. Monotonia rumorosa d’altronde, monotonia sovraeccitante, lo strepito è infernale in quasi tutti i reparti, non si può comunicare che all’orecchio e gridando con tutte le proprie forze”. Eppure gli operai non abbandonano il lavoro, in qualsiasi condizione di salute si trovino. Sembra quasi che ricambino l’immensa indifferenza professionale che li contraddistingue con la stessa moneta: “quello che fanno, quello che pensano, quello che succede alle persone che scortano questo macchinario a grande rendimento, non influenza molto la produzione”. […]

Francesco Bergomi

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Sull'America e gli americani, sul fordismo e capitalismo, cogliamo l'occasione per segnalare La mia scoperta dell'America, di Vladimir Majakovskij.