sabato 13 febbraio 2021

Morto l'editore e céliniano Pierre-Guillaume de Roux



Riceviamo da Marc Laudelout questa terribile notizia:

Nous avons appris avec tristesse la mort vendredi 12 février à Paris de Pierre-Guillaume de Roux à l’âge de 58 ans des suites d’une longue maladie. Fils de l’écrivain Dominique de Roux et de Jacqueline Brusset, animateurs des éditions de l’Herne, il était entré dans l’édition comme on entre en religion, en 1982 chez Christian Bourgois, avant de devenir deux ans plus tard directeur littéraire à La Table Ronde. On le retrouvera plus tard chez Julliard et Bartillat, puis aux Syrtes et au Rocher avant qu’il ne fonde en 2010 la maison qui porte son nom. Parmi la longue liste des auteurs significatifs que cet éditeur engagé aura édités, on relèvera les noms de Pierre Boutang, Christopher Gérard, Gilles Lapouge, Philippe Le Guillou, Richard Millet, ou encore Olivier Rey et Rémi Soulié. Sur le plan célinien, il a édité la bibliographie d'Alain de Benoist, un ouvrage collectif consacré à Lucette Destouches, la réplique de David Alliot & Éric Mazet au livre de Taguieff & Duraffour, ainsi que le "Céline's big band" d'Émeric Cian-Grangé.


martedì 2 febbraio 2021

Ecco perché odio e amo l’enigma Céline, di Julia Kristeva



Ecco perché odio e amo l’enigma Céline

di Julia Kristeva (la Repubblica, 07.07.2015)

LOUIS Ferdinand Destouches, detto Céline (1894-1961), non cessa di suscitare emozioni e indignazioni. La prova: la continua riproposta delle sue opere. Alcuni plaudono al coraggio degli editori, e necessariamente a quello dello scrittore che scava con il bisturi del medico in fondo agli esseri umani, che il genio di questo viaggiatore al termine della notte chiamava «opera del diluvio ». Altri bacchettano questo incensamento di cui non dovrebbe essere onorato l’autore antisemita di “Bagatelle per un massacro”. Molti di voi ne hanno sentito parlare. Pochi l’hanno letto, lo so, non dite il contrario. Se mi arrischio a parlarne, è in primo luogo perché quegli scritti non sono solo let-teratura: toccando tutte le corde della lingua, Céline mette a nudo l’inconscio fino all’insostenibile, e fa ridere l’essere parlante della sua stessa bestialità.

D’altro lato, e al tempo stesso, la sua angoscia distrugge quella barriera di sicurezza chiamata sublimazione e si compiace in un’eccitazione mortifera alla quale la storia europea offre una via discarico: l’antisemitismo. Céline attraversa la vita e la morte in un’esperienza che lo spoglia della sua identità e lo conduce all’apice della sua eccitabilità e delle sue angosce. Una esperienza come quella che crea mistici e che i filosofi (da Hegel a Heidegger) cercano di delucidare a posteriori? Con una differenza, e si tratta di una differenza radicale: che Céline pratica la sua esperienza e ce la consegna nella lingua più curata che ci sia: il francese «regale», dice. Fino a farlo vibrare in danza e in musica, e portarlo ai limiti del senso, ebbro del solo piacere dell’esattezza della parola e del ritmo, per piangere d’orrore e di risa.

Quale altro approccio, diverso dalla psicoanalisi, potrebbe arrischiarsi su questa cresta, dove la pulsione e le parole camminano di pari passo e si scontrano per inabissarsi e sublimarsi mentre “io” crollo o mi esalto in un’apocalisse senza Dio? Oltretutto, è la tragedia della Shoah? È la logica implacabile dell’Homo religiosus che, di sporcizia in sozzura, di tabù levitici in peccato e codici morali, affina le sue logiche e i suoi riti di purificazione fianco a fianco alle sue passioni, ma molto spesso vi soccombe? Il viaggio di Céline al termine della notte si è trovato un capro espiatorio, un polo di fascinazione e di odio, nella figura immaginaria dell’ebreo. Quale arte diversa dalla psicoanalisi può accettare la scommessa di fare luce su questa compromissione antisemita?

Dopo avere letto tutto Céline e quasi tutto su di lui, senza dimenticare scrittori degni di stima che si sono compromessi con il suo antisemitismo, avevo difficoltà a pensare insieme Céline scrittore e Céline ideologo. Avevo acquisito la certezza che non ci fossero due Céline: da un lato quello del «francese lingua regale»; dall’altro l’assassino innamorato di Yubelblat, del «fondo della sua sostanza di immondizia ». Alcuni preferendo dimenticare la politica per cullarsi in gioie estetiche, altri esecrando l’autore di pamphlet al punto da censurare lo scrittore. Nella mia lettura i due Céline stanno insieme, in una stessa dinamica psichica che può assumere sfaccettature diverse: slanci di tenerezza, squarci di luce, come salve di deiezione, di pus e di sangue, di chiamata all’omicidio.

È a questo punto che, in un periodo drammatico della mia vita personale, e dopo avere letto Céline a tarda notte, mi sono svegliata con la parola “abiezione”. E la convinzione che questa parola riassuma l’enigma Céline. Non vi sto dicendo che la mia lettura costituisca una spiegazione esaustiva del suo stile, e ancor meno dell’orrore antisemita nel quale si è compromesso col sogghigno. Dico solo che questa dinamica psichica, che io chiamo una abiezione, si aggiunge alle ragioni religiose, politiche, sociali, storiche che, da oltre due millenni, hanno fatto dell’ebreo il nemico d’elezione in Europa. E ancora oggi il nemico d’elezione del mondo musulmano, benché in modo sociopolitico diverso, ma attingendo alla stessa riserva psichica.

Molte altre cose sono state dette dai sociologi e dai politologi sulle cause della tragedia antisemita che ha portato all’Olocausto. Resta ancor più da dire delle motivazioni religiose interne ai tre monoteismi che attizzano quella violenza fratricida. L’analista, come sempre a partire da un discorso individuale ( qui: Céline), può aggiungervi solo un chiarimento complementare: un carotaggio diretto a quel luogo psichico, peraltro temibile e tuttavia straordinario, dove l’essere parlante al tempo stesso perde e costruisce la propria identità. Né soggetto né oggetto, un aggetto/ abietto. Né te né me, tutti abietti, ma tu più di chiunque altro. Chi, tu? Tu-mio altro: mio Me abietto che io proietto in Te confuso con la mia abiezione, la nostra-la tua. Così intesa, l’abiezione ha una lunga vita davanti a sé: abitando le pieghe tra linguaggio e pulsione, là dove le identità vacillano, essa può tanto ordinare la creazione immaginaria quanto fomentare tutti quei confronti con l’altro dove dominano il potere dell’orrore, l’attrazione e il disgusto, l’antisemitismo e il razzismo che perdurano e che verranno. Quali rapporti dunque tra l’abiezione e il racconto di Céline?

«In principio era l’emozione... », ripete spesso, nei suoi scritti e nei suoi colloqui. A leggerlo, si ha l’impressione che in principio fosse il malessere. Il dolore come luogo del soggetto. Limite incandescente, insopportabile tra dentro e fuori, me e altro. L’essere come mal-essere. Il racconto céliniano è un racconto del dolore e dell’orrore non solo perché i “temi” ci sono, tali e quali, ma perché tutta la posizione narrativa sembra ordinata dalla necessità di attraversare l’abiezione della quale il dolore è l’aspetto intimo, e l’orrore il volto pubblico. Poiché quando l’identità narrata è insostenibile, quando la frontiera soggetto/oggetto è lacerata e anche il limite tra dentro e fuori diventa incerto, il racconto è il primo a essere interpellato. Se esso prosegue nonostante tutto, cambia fattura: la linearità si spezza, procede a scatti, per enigmi, scorciatoie, lacune, grovigli, rotture. A uno stadio ulteriore, l’identità insostenibile del narratore e dell’ambiente che si pensa lo sostenga non si narra più, ma si grida o si descrive con un’intensità stilistica massimale (linguaggio della violenza, dell’oscenità, o di una retorica che apparenta il testo alla poesia). Il racconto cede davanti a un tema-grido che, quando tende a coincidere con gli stati incandescenti di una soggettività-limite che abbiamo chiamato abiezione, è il tema- grido del dolore-dell’orrore.

In altre parole, il tema del dolore dell’orrore è la testimonianza ultima degli stati di abiezione all’interno di una rappresentazione narrativa. Volendosi spingere oltre intorno all’abiezione, non si troverebbero né racconto né tema, ma il rimaneggiamento della sintassi e del lessico: violenza della poesia, e silenzio. In tal senso c’è già tutto nel Viaggio al termine della notte : il dolore, l’orrore, la morte, il sarcasmo, l’abiezione, la paura. E quel baratro dove parla uno strano strappo tra un me e un altro: tra niente e tutto. Due estremi che cambiano peraltro posto, Bardamu e Arthur, e attribuiscono un corpo dolente a quella sintassi interminabile, quel viaggio senza fine: un racconto tra apocalisse e carnevale. (Traduzione di Anna Maria Brogi)

domenica 6 dicembre 2020



"Céline, alle soglie dell'ultimo atto della notte, il busto lordato di terra e fango, ossessionato dalle sue esperienze, il volto sfiorato dall'ombra di una bandiera del 14 luglio inzuppata di tutte le estati passate. A che serve questo cerimoniale adesso? Vi descrivo l'uomo che si fa carico della storia, l'ultima incarnazione del Medioevo.
Morirà. La mano che aveva tenuto la rosa rossa dei Tudor adesso scioglie il filo della vita.
Altrove, dei cavi si annodano. Nell'oscurità, soldati infagottati come le pietre sacrificali dei Frati Moravi, fino al soffocamento. E i fari oscurati dei camion nei sentieri dell'Ovest.
Finito, D'Annunzio dopo Fiume che addobba i suoi soldati di fiori di pesco. E il Niebelungenlied in edizione economica per la Wehrmacht, così bella da vedere, destinata all'olocausto e che morirà nel mese di maggio, sotto i ciliegi neri e rossi delle Alpi".

Dominique de Roux, La morte di Céline, edizione italiana a cura di Andrea Lombardi, Roma.

“Nausea di Céline” di Jean-Pierre Richard, a cura di Andrea Lombardi, recensito su Il Guastatore e su CulturaIdentità





Leggendo "La Nausea di Céline" scopriamo un'Europa simile alla nostra


Condannato e imperdonabile , sbandato e proscritto in vita, poi un classico, la riscoperto come genio creativo, unico e formidabile. È Louis-Ferdinand Céline, nato Destouches, “il più grande scrittore degli ultimi 2000 anni” secondo Charles Bukowski. Amato ed idolatrato, nonostante il suo passato controverso, fatto di deplorevoli opinioni politiche, di Céline resta il genio di un autore che fece di uno stile frammentario e delirante, espressionista e visionario, il marchio di fabbrica dei suoi capolavori. Dal Viaggio al termine della notte alla Trilogia Nord. Opere in cui emerge la grande capacità dell’autore di raccontare le peggiori infamie e meschinerie dell’uomo “dandogli verità”. Infamie che mostrano un uomo che è solo “una decomposizione in sospeso”. Nichilista e disincantata la prosa celiniana mostra personaggi orribili e miseri, crudeli e senza remore. Una prosa permeata da una profonda Nausea. Una nausea che è il centro del breve saggio del critico e accademico francese Jean-Pierre Richard: La Nausea di Céline (Passaggio al Bosco).

L’opera si presenta come l’immersione del saggista francese nel corpus dello scrittore dell’argot, soprattutto con il Voyage, in cui l’autore mette evidenza la cifra della cronaca dello scrittore: la nausea. La nausea, che era il centro dell’omonimo romanzo di Sartre, viene rivista, analizzata, raccontata in maniera differente, unica. “Questa, per Louis-Ferdinand Céline, non ha niente a che vedere con il silenzio ostinato; ancor meno, può essere paragonata all’assurdità fisica delle cose tangibili, dissezionate da Jean-Paul Sartre. Mentre il filosofo esistenzialista – infatti – dava al suo “disgusto d’esistere” una dimensione metafisica, Céline ha immediatamente situato il proprio nel piano sensoriale degli eventi”. La nausea del Voyage non è quella di un esistenzialista in un mondo piatto ed annoiato. È il tanfo della bestialità dell’uomo, è il riconoscere che l’umanità è un cadavere in lenta putrefazione. Richard attraversa la discesa in questo mondo putrescente, mostrando le carogne della modernità. Dalle trincee folli della prima guerra mondiale all’africa coloniale, allucinata e prepotente, violenta ed animalesca, mostrando lo squallore delle periferie parigine, l’omologazione della folla solitaria che sfila tra le strade alienate di Detroit. Il racconto dell’opera dello scrittore di Morte a credito è il viaggio di un mistico che vede la morte di tutto quello che è puro e vitale, buono e candido. Denunciando la solitudine della società di massa, la perdita di tutto il patrimonio culturale della vecchia Francia, attraverso una prosa frammentata raccontando un Europa atomizzata. Approfittando della notte dell’uomo per sprofondarvi e raccontarla in polemica col tempo e l’uomo. Una Europa così simile alla nostra, imbevuta di paroloni ed interessi economici mascherati di idealismo ed ottimismo, dal mito fintamente altruistico della fratellanza bergogliana, alle insopportabili tirate umanitariste (“son dei bei rompicoglioni i filantropi”). Rifugiandosi oltre questi miasmi nello stile, nella ricerca di una “petite musique”, nel buonsenso del mondo contadino. Ritornando alle fonti della vita: l’arte e la natura, contrapposte alla pubblicità e alle metropoli. Scagliandosi contro la cloaca di una società bestiale che è estensione del dominio della lotta e patetica pantomima. Flotte di gazzettieri e moralisti, di speculatori e opportunisti. Riscoprire la nausea di Céline, curata da il più appassionato degli studiosi dello scrittore espressionista (Andrea Lombardi, nonché responsabile locale di CI), almeno per non abituarsi agli aromi di quella palude che è il 21° secolo.



Nausea di Céline: la condizione umana nelle parole dell'autore


Passaggio al bosco, stavolta, ci porta in un viaggio nella poltiglia di sentimenti e detriti che inonda il secolo scorso e ci consegna un pamphlet da divorare in poche ore: “Nausea di Céline”, del critico letterario ed accademico francese Jean-Pierre Richard (scomparso un anno fa) nella traduzione di Daniele Gorret e nell’edizione a cura di Andrea Lombardi.

Siamo nel pieno di un clima esteticamente ed eticamente ben direzionato, quello del moderno che si sta affacciando al contemporaneo. Tutto è degenerato, il rischio del corrotto e del corruttibile pervade insistente. Si può solo sperimentare un ricorrente ed ostinato senso di nausea e a farlo, da perfettamente permeato, è l’uomo del Novecento: esposto ad avvenimenti, ideologie, modi di vivere e modi di agire che sono così disorganici da condannarlo al burrone violento del nichilismo in cui sta sempre per cadere pur ostinandosi ad aggrapparsi ad una piccola cordicina che ne sostenga ancora per un po’ la fisicità. Cordicina, sì: l’uomo del Novecento è un uomo molle, scarno, ontologicamente incapace di contenere strutture. La nausea diventa allora il perno di supporto, un’esperienza di verità, la sua sola: come spiega egregiamente Maxime Rovere nel saggio introduttivo. E se per Jean-Paul Sartre la nausea ha una dimensione metafisica ed è prevista una soluzione che tutto sommato dia filosoficamente forma a una materia viscida, per Louis-Ferdinand Céline non è affatto così e tutto il volume ne delinea le motivazioni.

Céline pone la nausea su un piano invece sensoriale, carnale, transeunte: la nausea è fango, umidità, decomposizione, “confessione emorragica di se stessi” senza un senso ultimo; è mero disgusto, lusso dello sfacelo, carneficina interna, esterna, bellica, sentimentale. Carneficina totale. La sola risposta che ne dà Céline, si vedrà nell’opera, è quella letteraria: si accetterà di far trasudare, lasciar passare, consentire la putrefazione della nausea stessa mediante il racconto di essa, la narrazione pedissequa ed invadente di come inonda. Si orchestrerà in un ritmo, fluido come quello della narrazione stessa del pamphlet, il modo di sapersi uomini: o ancor meglio, “alla scandalosa diarrea dell’essere” il linguaggio risponderà “con la propria logorrea”.

Un percorso in cui “l’essere s’infrollisce lentamente del non-essere” e canta la fine, perché non può fare altro; fino a portarsi a quello stato estremo céliniano noto ma mai abbastanza scandagliato: la notte del mondo, la notte dei tempi, la notte dell’uomo.




lunedì 21 settembre 2020

"Céline - Un profeta dell’apocalisse", venerdì 25 a Gorizia



Andrea Lombardi, saggista tra i massimi esperti italiani delle opere di Louis-Ferdinand Céline e Simone Mestroni, poeta artistico di strada che fa resistenza culturale con il progetto “Città della Poesia”, dialogheranno con Heimat sulla figura del controverso e geniale scrittore francese. Partendo dalla raccolta di scritti céliniani inediti in italiano di Lombardi "Louis-Ferdinand Céline, un profeta dell’Apocalisse” (Bietti 2018), con l’aiuto di Mestroni e la sensibilità artistica che lo ha portato a raffigurare il grande romanziere in alcune sue opere, faremo un viaggio nella vita di Céline e nel cuore di tenebra del XX secolo.

Céline Un profeta dell’apocalisse
VENERDÌ 25 ALLE ORE 20:30
Via 9 Agosto, 5, 34170 Gorizia GO, Italia


martedì 1 settembre 2020

Oggi su "Libero", l'intervista di Vittorio Sgarbi su Louis-Ferdinand Céline su "Le Bulletin Célinien" di agosto

 



Oggi su "Libero" (grazie a Nicoletta Orlandi Posti) l'intervista esclusiva per il "Bulletin célinien" di Vittorio Sgarbi a cura di Emanuele Ricucci, Andrea Lombardi e Valeria Ferretti! Correte in edicola, céliniani e lettori controcorrente!

giovedì 13 agosto 2020

TESTO INTEGRALE dell'intervista esclusiva di Vittorio Sgarbi su Louis-Ferdinand Céline su "Le Bulletin Célinien" di agosto


















In esclusiva per il “Bulletin Célinien”, pluridecennale periodico dedicato a Louis-Ferdinand Céline diretto dal belga Marc Laudelout, il celebre critico d’arte, saggista e polemista Vittorio Sgarbi risponde a qualche domanda sul suo rapporto con l’opera di Céline. Una intervista dove Sgarbi rivela la sua visione anticonformista riguardo ai romanzi dello scrittore di Viaggio al termine della notte e di Bagatelle per un massacro e della sua poetica, e a tratti intima, quando l’intervistato parla di suo padre Giuseppe e delle sue passioni letterarie, vitali per la formazione del giovane Vittorio negli anni della Contestazione del ’68. Intervista raccolta da Andrea Lombardi, saggista céliniano (Louis-Ferdinand Céline - Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze, Bietti 2018) fondatore del primo sito italiano su Louis-Ferdinand Céline, dal giornalista e scrittore Emanuele Ricucci (il suo ultimo pamphlet: Contro la folla. Il tempo degli uomini sovrani, Passaggio al Bosco 2020) e tradotta da Valeria Ferretti. 

Andrea Lombardi 



La prima domanda, molto semplice, come hai conosciuto Céline? 

Ho conosciuto Céline attraverso mio padre, che aveva in casa la copia datata… di Viaggio al termine della notte, editore Dalloglio, con l’indicazione del giorno, che era un giorno del 1941 in Grecia, a Missolungi. Quindi, il libro è entrato in casa nel ’41. La prima edizione del Viaggio al termine della notte è del ’32, quindi è entrato abbastanza presto; in Italia fu tradotto nel ’33. Mio padre lo acquistò, lo lesse durante la guerra e quando io avevo, diciamo, 12 anni, 10 anni, 11 anni Céline iniziava già a essere messo all’indice e io ne avevo questa preziosa copia suggerita da mio padre e quindi ho letto… io ho avuto il vantaggio entro il ’68 e durante il ’68 di non leggere i classici di quell’epoca che erano raccomandati, da Marcuse a Mao a Adorno, ma invece di leggere Benedetto Croce, di leggere Céline, di leggere Anatole France e quindi di avere una controcultura che si fondava su dei testi di gran lunga più significativi di quelli in voga. Quindi sono stato fortunato. 


Quindi il primo libro di Céline che hai letto è Viaggio al termine della notte? 

Sì. 


A che età lo hai letto per la prima volta? 

Mah, diciamo tra i 13 e i 14 anni. 


Quali altri libri di Céline hai letto, e quale libro apprezzi di più e perché? 

Forse Mort à crèdit, Morte a credito, della edizioni Garzanti, che all’epoca mi ricordo era stata purgata e il traduttore che era mi pare Giorgio Caproni, se non ricordo male, indicava la necessità che il pudore e il costume dell’epoca imponevano di fare dei tagli alle parti più forti, e questo mi incuriosì molto, ma poi non credo di avere più letto, anche se deve essere stata ripubblicata un’edizione integrale, una traduzione non emendata. Quindi, siamo anche lì, il libro entrò a casa forse comprato ancora da mio padre, nel ’67, ’68, adesso non mi ricordo la prima edizione italiana di Mort à credit, ma è meno precoce di quella del Viaggio al termine della notte. Poi sono arrivati in sequenza, quando è ripresa l’ondata di attenzione per Céline, libri come Nord e altri che ho letto, e poi ho cercato avendone l’edizione Guanda, Bagatelle per un massacro, che ho trovato in tempi molto recenti, che era il libro che indusse mio padre ad averlo o a vederlo passare da un commilitone all’altro durante la guerra, nel 1941 a Missolungi durante la Campagna di Grecia, cioè da un intellettuale che era in guerra con mio padre e a sua volta aveva ricevuto la copia da Giorgio Chiesura Corona, poeta di un certo rilievo, che all’epoca era un ragazzo, è nato nel ’21, qua siamo nel ’41, aveva vent’anni, aveva dato le sue poesie a questo suo compagno di guerra, che glie le aveva restituite, dicendo, assieme al suo libro di Céline, “Ti restituisco le tue bagatelle”. Era un modo per fare una critica, e quindi questa frase di mio padre che ricordava indicava che l’uso della parola Bagatelle era stato trasferito dal libro di Céline, che adesso ho qui in prima edizione del 1938 della Corbaccio, alla valutazione delle poesie fatta dall’uno verso l’altro, quindi Céline era diventato un punto di… una misura di giudizio verso le poesie di Chiesura Corona. 



Come definiresti il lavoro letterario e di stile di Céline, e come lo definiresti anche umanamente, perché c’è molto da dire anche su questo. 

Intanto Céline è noto come un medico, e quindi diciamo che la sua umanità è misurata sulla realtà più fragile dell’uomo, che è quella della malattia. Quindi, l’uomo, come sappiamo bene, è di natura incline all’affettività, anche in una dimensione egoistica, ma, secondo quello che io ho verificato nel corso della mia esistenza, l’uomo nasce buono, come indicava Rousseau, nasce nella natura, e diventa cattivo. Diventa cattivo perché deve crearsi degli anticorpi rispetto alla vita sociale, dove ognuno è lupo verso l’altro; quindi nella competizione si manifesta pure una crudeltà, perché è evidente che uno può essere più bravo di un altro. Siccome non sai mai se è il merito che ti premia, tu ad un certo punto pensi, parti dall’idea che invece il merito serve poco. Basta vedere con i miracolati in politica, come Conte. Uno desidera essere miracolato. Vorrebbe far pensare che quel miracolo dipende dal merito? No, è marginale. Il miracolo è bello perché c’è. Allora, la competizione della vita è così forte, che l’uomo che è buono diventa cattivo. E quindi Céline questo lo sa meglio di tutti, che l’uomo è cattivo. Poverino, non perché… Detto questo, quand’è che poi l’uomo torna nella sua dimensione di bontà infantile? Quando è malato, perché tanto quando è malato ha le garanzie dello stato sociale, quindi lo pagano anche se non lavora. Però è debole, e in quel che è debole, non ha più questa rabbia verso gli altri, ma aspetta l’aiuto degli altri, quindi Céline vive tra la condizione del medico che cura delle persone fragili e indebolite, e la considerazione dell’uomo nella sua sanità, che invece è pressocché un mostro. “Tutto quello che è interessante”, dice Céline, “accade nell’ombra, davvero, non si sa nulla della vera storia degli uomini”. 



Cosa pensi che ti abbia lasciato, personalmente, la lettura di Céline? 

L’idea, inattuale, di una umanità sempre in guerra, nel senso che la guerra e la malattia sembrano essere la condizione in cui si muove l’umanità. È uno stato di guerra permanente, e questa effettivamente è una metafora, ma questo dà anche la misura che in quella dimensione c’è la verità dell’umanità e rende Céline più grande di Malaparte, perché Malaparte fa del mondo, della guerra, della peste, un mondo teatrale, in cui ci sono delle posizioni che vengono assunte in modo artificioso, mentre invece Céline, anche rispetto a molti altri scrittori, ha un rapporto diretto con la natura, con la natura dell’uomo e con la natura della storia, perché anche la storia ha una natura. 



Cosa ne pensi degli adattamenti dell’opera céliniana, quindi quelli teatrali, illustrati, cinematografici? 

Mah, non li conosco, li ho patrocinati come sindaco e come assessore, quando mi hanno chiesto di fare spettacoli ispirati a Céline attori o registi, e io ovviamente li ho sostenuti, però non li ho visti. Quindi credo che la letteratura abbia un’alternativa a sé stessa più che nel teatro, nel cinema, il cinema è un’estensione della letteratura; tra la fine della pittura e la fine del romanzo, il cinema nasce come una sintesi delle due arti, perché c’è una visività o visibilità prevalente, e poi c’è il racconto. Quindi la forza del cinema è come essere un romanzo illustrato. In questo senso la mia polemica con Gore Vidal insisteva, essendo lui più vecchio di me, sulla sua sottovalutazione della parte visiva del cinema, cioè lui sosteneva che l’80% di un film è la sceneggiatura. Allora io gli ho risposto che è vero che la sceneggiatura è lo scheletro del film, ma è vero che il gusto del regista si manifesta come un gusto visivo, diventa un gusto legato ai dettagli, ai costumi, alle luci, ai luoghi, alle “location”… parola abominevole per dire appunto… e allora se io faccio fare la regia de “Il gattopardo”, romanzo meravigliosamente tradotto in film, da un regista diverso da Visconti, la sceneggiatura potrà essere la stessa, ma il patrimonio di visività è sicuramente diverso. Quindi io sostenevo, in una lunga polemica che ebbi con lui, l’importanza della componente visiva. Ne sono ancora convinto, cioè che il cinema è una sintesi, un perfetto equilibrio tra pittura e romanzo, tra pittura e letteratura: e non prevale la parte testuale, ma prevale invece anche il taglio, l’occhio, la scelta dei personaggi, cioè una componente molto visiva, e che lo stesso testo fatto da due registi diversi può portare a due film molto diversi, in cui la parte visiva subisca una contrazione nel difetto di cultura delle immagini del regista. Quindi più che le riduzioni teatrali, io immaginerei un film tratto dai libri di Céline. 


Quali sono gli altri autori che leggi e apprezzi maggiormente, oltre Céline? 

Beh, tutti gli autori leggo io, quindi… la domanda è di Céline, non è che posso fare un elenco delle mie preferenze nel mondo… nel mondo francese posso dire, a un certo punto, mi è sembrato persino più interessante di Céline, e ancora più espansivo nell’umanità degradata, Léautaud. L’autore francese che io prediligo è Léautaud, e Léautaud è un Céline ancora più basico, cioè legato ad una rappresentazione diretta del mondo e dell’umanità, che si trova poi nei suoi diari più ancora che nei suoi romanzi. Quindi una personalità… d’altra parte, il filone è un filone tutto francese che è stato il momento in cui loro hanno avuto la più forte egemonia nella cultura europea e internazionale, che è il filone che dopo l’Illuminismo, che pure pertiene prevalentemente al mondo francese, con Voltaire e Diderot, e quindi molto importante e molto universale, ma ha il suo punto di arrivo nel suo opposto, e cioè del filone che va da Baudelaire a Léautaud, e cioè un filone che si insinua nella dimensione del peccato, del segreto, della miseria dell’uomo, quindi da questo punto di vista noi abbiamo degli autori virtuosi… Come Manzoni, come Nievo, e poi abbiamo grandi realisti come Verga, ma la letteratura francese quando mette la marcia entra più dentro nella natura dell’uomo e quindi non c’è un testo… l’unico testo paragonabile a Les fleurs du mal è il Foglie d’erba di Whitman, ma la dimensione perfino un po’ come tipica degli americani, cioè con un’aria più facilona, più grandiosa, ma credo che I fiori del male siano il testo generatore di tutta la modernità e quindi di Céline e di Léautaud. Però quel filone è il filone, io in quello sono quello noi abbiamo avuto Carducci, Pascoli e perfino D’Annunzio che appare modesto se paragonato alla potenzialità europea dei francesi, da Mallarmé e a Rimbaud e poi anche dei personaggi come Rilke. Noi abbiamo una letteratura un po’ più di cartapesta, tra ‘800 e ‘900, che pure nel caso di D’Annunzio è bella, ragguardevole, però sembra più sfiorare che penetrare nell’animo umano. 



Ultima domanda: Conoscendo il disincanto, anche il cinismo di Céline, quale domanda porresti a Céline, se avessi l’opportunità di incontrarlo? 

Gli chiederei di Proust, e lui mi risponderebbe: “Proust spiega troppo per il mio giusto. Trecento pagine per farti sapere che tizio incula tizio, è troppo!” 




lunedì 10 agosto 2020

La biblioteca di Céline - "Sartre e altri scrittori troppo stupidi per me", di Alessandro Gnocchi





Quanto siete disposti a sacrificare per una battuta sulfurea ben riuscita? Tutto? Niente? Céline non aveva timore di giocarsi la reputazione. L'iperbole spinta fino all'assurdo caratterizza non solo i suoi pamphlet, primo fra tutti il famigerato Bagattelle per un massacro, ma anche la sua corrispondenza.

Non fa alcuna differenza se gli interlocutori sono i lettori, le amiche o il suo editore. Céline va a tavoletta, ottenendo sempre l'effetto voluto: sorprendere, scandalizzare, disorientare. A volte viene il sospetto che Céline metta alla prova chi legge e si chieda: mi prenderanno sul serio? Capiranno il grottesco delle mie esagerazioni? Era inevitabile prendere sul serio. Céline non mentiva. Si limitava (si fa per dire) a portare la sua opinione all'eccesso per evitare il rischio di essere noioso, verboso, intellettualoide.

Un esempio interessante e molto divertente di questo modo di esprimersi si trova in La Bibliothèque de Louis-Ferdinand Céline, a cura di Laurent Simon & Jean-Paul Louis, Du Lérot éditeur (due volumi, pagg. 374+382, euro 90). Un lavoro monumentale, accuratissimo, utile allo studioso, formidabile per il semplice appassionato. In sostanza è un dizionario degli autori e delle opere citate da Céline negli scritti e nelle interviste. L'opera illumina alcuni aspetti centrali di Céline che rivela le sue fonti di ispirazione, per niente scontate. Da dove nasce, per esempio, la piccola musica, lo stile «jazzato», frenetico, fondato su una punteggiatura particolare, i famosi tre puntini di sospensione? Nelle pagine della Bibliothèque si trova risposta. Non è l'unico pregio dei due tomi. Viene fuori di prepotenza la cultura di Céline, lettore non particolarmente moderno, anzi, attardato su nomi e movimenti che, specie dopo la Seconda guerra mondiale, molti avrebbero ritenuto sepolti. Ne esce infine una mappa esilarante degli scrittori contemporanei divisi nettamente in due categorie: amici (due o tre) e nemici (due o tre legioni).

Ecco un assaggio di cosa potete trovare nella Biblioteca di Céline.

MAESTRI

Paul Morand «lo riconosco come mio maestro come il Barbusse del Fuoco». Morand, autore di innumerevoli capolavori come Lewis et Irène, e Henri Barbusse (solo quello del Fuoco, però) sono modelli di stile. Entrambi hanno contribuito alla idea della «piccola musica», Morand per la prosa «jazzata», Barbusse per le innovazioni introdotte nei dialoghi. Il terzo nume è il romanziere svizzero Charles Ferdinand Ramuz, autore di Joie dans le ciel, per la concezione di prosa «oralizzata» spiegata nella Lettre à Bernard Grasset (1929).

AMICI

Pochi ma buoni. Marcel Aymé: «Come autore di racconti è meglio di Maupassant». L'autore del Passamura è stimato anche per il suo coraggio. Passato indenne dall'epurazione, nonostante l'assidua presenza tra le colonne di Je suis partout, rivista dei collaborazionisti, Aymé si batterà contro la vendetta dei vincitori, difenderà Maurice Bardèche e rifiuterà la Legione d'onore. Roger Nimier: «Gli scrittori francesi rinnegano la lingua francese, preferiscono il francese da traduzione ... Tutti eccetto Nimier». Nimier, autore delle Spade e dell'Ussaro blu, era stato l'enfant prodige della letteratura del Dopoguerra. Divenuto consulente di Gallimard, è tra i principali responsabili della riabilitazione «editoriale» di Céline. Fu il caposcuola degli Ussari, corrente anticonformista, reazionaria, in opposizione al dominio di Sartre. Tra questi scrittori, Céline apprezzava anche Antoine Blondin. Ma Nimier era un vero amico, uno dei pochissimi presenti al funerale di Céline.

Tra i «buoni», Céline ammette anche tre italiani. Al Curzio Malaparte di Kaputt è imputato uno stile brillante, per quanto giornalistico. Di Gabriele d'Annunzio resta soprattutto il personaggio intravisto nel 1914 a Parigi. A Pirandello invece sono tributati grandi onori: «Certamente, con Gordon Craig, è il maestro del teatro della nostra epoca». Per il resto, Céline non sembra dare alcuna importanza a quanto accaduto in Italia dopo Machiavelli. Come dargli torto?

NEMICI

In questo ambito c'è solo l'imbarazzo della scelta. Escludiamo l'impubblicabile ovvero gli insulti spietati a D.H. Lawrence, Marcel Proust, James Joyce. Prendiamo Louis Aragon. Si erano conosciuti attraverso l'editore Robert Denoël. Aragon, surrealista, comunista, autore di Aurélien, provava un vivace interesse per Céline, che in cambio lo riteneva un «superidiota». Aragon voleva arruolare Céline tra i filosovietici e gli intimò di schierarsi. Céline rispose a modo suo, con il pamphlet Mea culpa, una secchiata di vetriolo in faccia al socialismo reale. Per ricucire, nel 1944, Céline invio ad Aragon una copia di Guignol's Band. Ottima la dedica: «Ad Aragon, il prossimo procuratore generale del comitato della grande purificazione». Che diplomatico...

Molto nota la vicenda dell'odio nei confronti di Jean-Paul Sartre. Aggiungiamo solo che Céline annuncia di fare marcia indietro, a modo suo: «L'individuo è davvero troppo stupido, è scoraggiante».

Meno nota la sorte di Allen Ginsberg e William Burroughs, padrini della Beat Generation, in visita a Céline. Piccolo particolare. Ginsberg ignorava il disprezzo viscerale di Céline nei confronti della letteratura a stelle e strisce. Primo esempio, William Faulkner: «Non mi assomiglia per niente e non è un mio discepolo. Tutto ciò che è americano o inglese mi è completamente indigesto». Secondo esempio, Ernest Hemingway: «Uno sbruffone e un dilettante».

Ginsberg e Burroughs sono ricevuti gentilmente nel 1960. Il primo regala Howl a Céline. Il secondo porge una copia del romanzo Junky. Céline osserva i libri con negligenza e li appoggia nell'angolo più lontano della scrivania. Burroughs capisce il messaggio: Céline non ha tempo da perdere con le loro opere e sprofonda nell'imbarazzo mentre Ginsberg dà prova di logorrea.

Il sarcasmo verso la repubblica delle lettere è spietato. Céline si lamenta della pubblicità e del consenso ottenuto da personaggi di cartapesta: «Visto che F. Sagan (l'autrice di Bonjour tristesse, ndr) è indicata dalla stampa mondiale come un genio del calibro di Rimbaud, mi dovrete collocare, una volta per tutte, tra Rabelais e Dostoïevski, e senza esitazioni».

Questi sono semplici assaggi, per dare un'idea di quale sia La Bibliothèque de Louis-Ferdinand Céline. Si possono costruire percorsi «personalizzati» che portano sempre a scoperte interessanti. I classici latini erano assai presenti nella cultura di Céline. Tra i filosofi, sembra spiccare Blaise Pascal ma Céline conosceva anche Friedrich Nietsche e Oswald Spengler. In Danimarca, durante la reclusione, Céline meditò molto Chateaubriand (non le opere narrative) e gli aforismi di La Rochefoucauld.

Alessandro Gnocchi

Alain de Benoist, lettore di Céline: “La libertà d’espressione non si lottizza”, in “Éléments” n°185




Alain de Benoist, lettore di Céline 

“La libertà d’espressione non si lottizza” 

Intervista raccolta da François Bousquet, in “Éléments” n°185, agosto-settembre 2020. Traduzione di Andrea Lombardi. 



Si è più abituati a vedere Alain de Benoist prendere posizione su delle questioni filosofiche o politiche, ma ciò non toglie che anche qui sappia quel che dice. Non ha forse scritto Céline et l’Allemagne, 1933-1945: une mise au point [Céline e la Germania, 1933-1945: una messa a punto], oltre che una Bibliographie internationale de Céline [Bibliografia internazionale di Céline]? 



Éléments: I pamphlet di Céline meritano che li si rilegga allo stesso titolo dell’insieme dell’opera? 

AdB: Perché non lo meriterebbero? In realtà, personalmente non ho una grande predilezione per i pamphlet. Ho letto con piacere quelli di Léon Bloy, di Emile Pouget o di Jean Cau, per citarne alcuni, ma sul piano generale preferisco le dimostrazioni alle esclamazioni, e tantomeno le eruttazioni, anche se talentuose. Trovo del resto la letteratura antisemita noiosa, ripetitiva e il più delle volte estremamente idiota. Tuttavia non mi rammarico di aver letto i pamphlet di Céline, cosa che d’altra parte ho fatto abbastanza tardi. Perché? Semplicemente, perché c’è del Céline in essi. Anche quando redigeva delle posologie di farmaci, Céline faceva del Céline. Quando si ama lo stile di Céline, si raccolgono anche le briciole più piccole, per quanto controverse. 



Éléments: Siete tra quelli che ritengono sia il tempo di ripubblicarli? 

AdB: Non so se sia il tempo, ma non vedo proprio per quali ragioni non lo si possa fare. La libertà d’espressione non si lottizza. Chi si oppone a questa ristampa lo fa in generale per delle ragioni morali (“l’antisemitismo è sbagliato”). Io, sono tra quelli che non tengono in alcun conto la “morale”, quando si parla di letteratura. 

Nel caso specifico, d’altra parte, i nostri moralisti sono fuori strada. Non è con dei pamphlet che si formano delle convinzioni personali. Nessuno è mai divenuto antisemita leggendo La bella rogna o Bagatelle per un massacro – come nessuno si è mai convertito al “razzismo” dopo aver letto Tintin in Congo! Il dramma, è che noi contemporanei vogliamo assolutamente leggere le opere del passato con le lenti dell’oggi. Questa lettura anacronistica contrasta con l’accoglienza che fu riservata ai pamphlet alla loro pubblicazione. Leggete il saggio di André Derval su L’accueil critique de Bagatelle pour un massacre [La ricezione critica di Bagatelle per un massacro] (Écriture, 2010), che riunisce particolarmente gli articoli di Marcel Arland, Jean Renoir, Victor Serge, André Gide, Emmanuel Mounier, etc. Avrete delle sorprese! [il libro, pur essendo un successo di vendite con 86.000 copie vendute – numeri tuttavia di gran lunga inferiori al Viaggio al termine della notte – suscitò un vivo dibattito critico-letterario tra favorevoli e contrari, anche all’interno del milieu di destra e conservatore, NdT] 

I pamphlet cadranno in ogni modo nel pubblico dominio tra poco tempo. E oltre le versioni che circolano su Internet, sono anche stati oggetto di numerose ristampe “selvagge”. In merito a Bagatelle, nella bibliografia che ho dedicato a Céline, elenco cinque o sei edizioni pirata in lingua francese uscite dal 1945 in poi. 


Éléments: Lei è più un raccoglitore bulimico di testi a stampa che non un cacciatore di libri rari. Céline fa sicuramente parte degli autori dei quali collezionate all’incirca tutto, comprese le traduzioni nelle lingue più improbabili. Vi si immaginerebbe eppure ben più vicino a un Montherlant o ad un Drieu la Rochelle che a Céline… 


AdB: Non ci si sbaglia. Ammiro incondizionatamente l’opera di Céline, ma mi sento molto lontano dal personaggio. Amo il medico dei poveri, ma non lo scrittore lagnoso, ossessionato dai soldi, restio ad assumersi le proprie responsabilità. Anche il suo stile non corrisponde che ad una sfaccettatura della mia sensibilità. Amo ugualmente, ma pe ragioni differenti, il grande stile classico. E infatti, con Drieu o Montherlant (più il primo che il secondo), mi sento più a mio agio. 

Céline è stato tradotto in quasi tutte le lingue, il che è paradossale quando si sanno le difficoltà alle quali tutti i traduttori della sua opera si trovano immancabilmente a confrontarsi. Viaggio al termine della notte, per esempio, è stato tradotto in 61 lingue diverse, tra le quali il giapponese, il serbo-croato, lo sloveno, il greco, il catalano, il cinese, il coreano, il basco, il farsi, il bulgaro, il vietnamita, il lituano, l’albanese, il turco, il georgiano, lo slovacco, il macedone, senza dimenticare l’ebraico e l’esperanto. E per finire di rispondere alla vostra domanda: no, non possiedo tutte queste edizioni!

 

 

 

 



lunedì 3 agosto 2020

Nuova edizione di Colloqui con il professor Y di Louis-Ferdinand Céline, Quodlibet 2020




– Sì, però quei suoi tre puntini!... quei tre puntini, eh?
– I miei tre puntini sono indispensabili!...

Qui Céline in un’intervista a sé stesso (1955), nel suo stile forsennato, da ossesso recriminante, parla del romanzo tradizionale, cioè ne sparla, poi della razza insopportabile degli scrittori, del cinema, degli editori, ma soprattutto del suo personalissimo modo di scrivere, che va via... alé!... come un metrò emotivo, che acchiappa emozioni; questa la sua trovata, la sua invenzione di stile; e i tre puntini tipici sarebbero le traversine su cui la rotaia del metrò si appoggia. Un libricino che espone, con gli inconfondibili scatti di nervi, i principi della sua poetica e la novità che in letteratura ha portato, da tanti in seguito imitata; anche se tutti imitatori incapaci, lui dice. L’intervistatore, che è sempre Céline, è un po’ tonto, fa fatica a capire, finché sbotta: porca paletta! fulmini e saette! orpo d’un’ostia! La traduzione di Gianni Celati e Lino Gabellone tiene ammirevolmente vivo questo modo di straparlare argotico, eccitato, orale, debordante. Su cui Celati scrive in postfazione una nota.