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giovedì 21 luglio 2011

Conosco troppi luoghi!... dei luoghi immensi... dei luoghi minuscoli...





Non è l'uomo antipatico, posso mica dire, von Raumnitz... è il crucco da prendere com'è... da dov'è!... sono stato da loro sti crucchi qui, Nord Prussia... Brandeburgo... ci sono stato da piccolo, 9 anni... e più tardi, come internato... non mi piace il paese, ma insomma... è pianura di terra povera e sabbie, fra di quelle foreste!... terra di patate, maiali e soldatacci... e pianure da tempeste! scusate! di cui non si ha idea qui!... e di quelle foreste di sequoie che non si ha l'idea neppure !... l'altezza di sti giganti! cento trenta metri!... mi direte: e in Africa?... oh! mica uguale!... mica delle sequoie! pensate che un poco io me ne intendo!... conosco troppi luoghi!... dei luoghi immensi... dei luoghi minuscoli... conosco la Prussia dei von Raumnitz... mica dei paesaggi da turisti!... piccoli lugubri laghi, foreste ancora più funebri... com'è Raumnitz... da dove viene... prusso-perfi-do signorotto crudele sinistro e porco... e poi ciò nonostante dei lati buoni... una certa grandezza... il lato Graal, Ordine Teutonico...

Da un castello all'altro, L.-F- Céline.

mercoledì 7 luglio 2010

domenica 27 giugno 2010

La Trilogia del nord, recensione di Cosimo Argentina



Pubblichiamo volentieri questa recensione alla Trilogia redatta dal nostro Cosimo!

Einaudi ha pubblicato nei tascabili la Trilogia del Nord di Louis Ferdinand Céline. I tre libri conosciuti anche come trilogia tedesca sono il capolinea narrativo dell’autore di Viaggio al termine della notte. I tre romanzi sono nell’ordine Da un castello all’altro (apparso anche col titolo Il castello dei rifugiati), Nord e Rigodon. Céline è morto il giorno in cui ha messo il punto all’ultima frase di Rigodon morendo come uno scrittore dovrebbe morire: sul campo di battaglia. Questa non è una recensione. Noi non amiamo le recensioni, da ‘ste parti. Questo è un urlo, un appello. Prendete i libri che avete comprato negli ultimi anni – compresi i miei, semmai qualcuno ha avuto il fegato di comprarne uno – e gettateli nel cesso. Robaccia. Non so cosa abbiate letto, ma è chincaglieria di quart’ordine. Una sola pagina di Rigodon o di Da un castello all’altro (non dico Nord che è un po’ caotico) vale mooolto di più di quella sozzeria che ci fanno leggere ormai da decenni. Prendete i libri stampati negli ultimi quarant’anni e lanciateli nelle fogne. Compitini, analisi logica applicata alla narrativa, cazzate letterarie. Restiamo a galla solo perché ci diciamo bravo uno con l’altro. Altrimenti saremmo fottuti in partenza. Non c’è un solo libro che possa pulire le scarpe a opere come la Trilogia del Nord. Davvero, giuro, fratres, quando leggo un libro o leggo le recensioni mi si rivolta lo stomaco. Si fa passare per opera d’arte il banale, il vuoto, i compiti per le vacanze. Non tutto quello che ha scritto Céline ovviamente è grandioso. Ma opere come Viaggio al termine della notte, Morte a credito, Casse-pipe e la Trilogia ci stanno a terremoto, signori! Non spreco nemmeno tempo a dirvi di che parlano i tre libri, non è importante. Quando uno è un fuoriclasse può anche parlarvi delle emorroidi di Gigi Buffon che riesce ad affascinarvi. In un mondo dove la marchetta è la norma, dove i premi sono truccati, le fascette dei libri sono false e dove anche quelli che denunciano i brogli sono loro stessi imbroglioni… in un mondo del genere uno scrittore come Céline è un dono degli dei.

Cosimo Argentina

giovedì 17 giugno 2010

La trilogia del nord di Céline, Einaudi




Dalla prefazione:

Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con “Viaggio al termine della notte” e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.Scegliendo di rievocare a modo suo ciò che aveva visto e ciò che aveva vissuto nella Germania del 1944-1945, non c’è dubbio che Céline fosse cosciente d’essere uno dei pochi in grado, per sensibilità, immaginazione e stile, di dare un’esistenza letteraria a una simile apocalisse. A Baden-Baden, a Berlino, a Zornhof, a Sigmaringen, la Storia stessa sembra aver autonomamente assunto la cadenza di un romanzo céliniano. “C’è stato un cataclisma. [...] La cosa ha fatto del rumore, ribollimenti, bengala, cataratte. C’ero dentro, ne ho approfittato. Ho utilizzato questa materia”, dice Céline in un’intervista del 1960. Intorno al 1955, col distanziamento che gli veniva da dieci anni di prigione, di esilio e di miseria. Céline si era reso conto di possedere in quell’esperienza il materiale del romanzo che avrebbe portato a compimento l’opera cominciata nel “Viaggio” con la rievocazione del primo grande sconvolgimento di questo secolo. Attraverso il racconto di un’avventura personale che lo aveva fatto odiare da quasi tutti i suoi contemporanei, proprio a lui era stato dato di esprimere quella vita braccata dalla fame, le bombe e la delazione che era stata la guerra per tanti Europei.Il presente volume che, riunendo le tre parti di questa trilogia tedesca, dà la possibilità di leggerle nella maniera in cui devono essere lette, vale a dire di seguito, deve permettere a tutti coloro che si erano allontanati da Céline a partire dal 1937, di convincersi che la sua produzione romanzesca non si conclude affatto con Morte a credito. Di là dai romanzi del periodo intermedio, “Guignol’s Band” e “Pantomima per un’altra volta”, il cui valore resta ancora in larga misura da scoprire, questi tre romanzi scritti fra il 1955 e il 1961, sono senza dubbio quelli in cui, come succede nelle ultime opere di molti grandi creatori, la voce dello scrittore, sbarazzatasi di ogni prestito e di ogni esagerazione, si fa sentire con maggiore purezza. Tutti coloro che, a partire dalle prime righe del Viaggio, sono stati sensibili al timbro e alla cadenza della “piccola musica” céliniana, a questo tracciato teso sul vuoto, spezzato in continuazione, in continuazione ripreso, a questa respirazione affannata che sa come nessun altra mantenere il lettore col fiato sospeso, ritroveranno qui, più forti che mai, i prestigi di uno scrittore che, quale che sia la severità dei giudizi che si possono pronunciare su altre parti della sua produzione, si afferma di giorno in giorno come uno dei più grandi romanzieri della sua epoca.Un mondo a ferro e fuoco, per tre quarti distrutto, che viene percorso in ogni direzione da esseri stralunati in cerca di cibo e riparo, questa è la Germania che Céline impone alla nostra immaginazione. “I tempi sono fuori dai gangheri”, come nell’Amleto. Stretta a tenaglia dai diversi eserciti alleati, sorvolata impunemente giorno e notte dai loro aeroplani, bombardata instancabilmente, questa Germania della disfatta è un incubo in cui Céline gira a vuoto, alla ricerca della breccia che gli permetterà di uscirne. Tutta la guerra è qui – non più quella dei combattimenti, delle pallottole che fischiano, delle trincee, dei corpo a corpo, ma quella dei bombardamenti, degli esodi, degli internamenti. In queste rievocazioni di nazisti sconfitti e di collaborazionisti francesi senza via di scampo, si trova resuscitata e inscritta nel linguaggio della letteratura un’esperienza della guerra che è stata quella di milioni di uomini per più di sei anni; nei momenti di parossismo, un ciclo di zolfo e di fuliggine, quelle esplosioni di bombe che rappresentano per tutta la trilogia come un sottofondo sonoro o un basso continuo, l’odore tenace di legna e di carni bruciate, la scoperta di cadaveri, a volte rimasti in piedi, a volte seppelliti sotto le macerie, a volte invischiati dentro del bitume fuso; il resto del tempo: la fame, la paura, il freddo. Céline in testa, quasi tutte le figure che popolano questi tre romanzi sono quelle di gente esiliata, lontana da casa, la cui esistenza in un paese al termine delle risorse è minacciata in continuazione, francesi collaborazionisti di Sigmaringen, internati raccolti a Zornhof, feriti, militari dispersi, donne e bambini che in Rigodon riempiono i marciapiedi di tutte le stazioni di Germania e i pochi treni che ancora circolano, sono tutti “fuori posto”, minacciati; hanno tutti un solo pensiero: sopravvivere. All’ossessione dell’approvvigionamento (e cosa dire di quelle carni sospette, un po’ troppo bianche, che a volte ti vengono offerte?) si aggiunge l’idea fissa di un arresto all’improvviso e di un’esecuzione immediata.

Descrizione

“Da un castello all’altro” è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola.

sabato 7 febbraio 2009

Trilogia del Nord alla radio



365 libri da leggere prima di morire” è il titolo della rubrica che Rete Due propone per tutto l’anno, quotidianamente alle 17.50 con replica l’indomani alle 6.20 di mattina, dedicata alla passione della lettura.
Un titolo volutamente eccessivo per significare il rapporto forte, intimo, speciale che ci lega a un libro.La segnalazione quotidiana di un testo di narrativa o poesia è affidata a colleghi della RTSI, ma anche a tutti quanti (professori, docenti, allievi, impiegati, pensionati, politici) vogliono fare il loro “coming out” letterario, esternando la loro relazione con un testo che li ha colpiti, emozionati e che considerano particolarmente prezioso. Chi volesse partecipare può rivolgersi a roberto.antonini@rtsi.ch o silvia.soli@rtsi.ch proponendo il titolo che vorrebbe commentare su rete Due. Il progetto prevede anche uno sbocco cartaceo con la pubblicazione di un almanacco 2010 comprendente i testi delle 365 recensioni mandate in onda.

23.01.09 Louis-Ferdinand Céline: Trilogia del nord, presentato da Mattia Mantovani
(per ascoltare la trasmissione cliccate il link sotto)

mercoledì 6 febbraio 2008

Lucette Almansor e Rigodon


Intervista a Lucette Almansor di Philippe Djian, 1969

Djian: Cos’è Rigodon?

Almansor: Rigodon è il seguito di Nord, poiché è terminato con la guerra. È ventuno giorni convulsi attraverso la Germania in fiamme, come dei ratti…

D: “Noi” sta a dire lei, Céline e Le Vigan?

A: No, in Rigodon Le Vigan appare pochissimo: ci ha lasciato dopo dieci giorni lasciandoci Bébert (il gatto). L’avevamo ritrovato a Baden-Baden, mezzo nudo… non sapeva dove andare, e lo prendemmo con noi. Andammo a Berlino al fine di ottenere un permesso per l’espatrio. Ci fu rifiutato. Quindi fummo inviati a Zornhof in un campo per obiettori di coscienza. Ci era stato vietato di muoverci, ma quando tutto fu bombardato, partimmo per trovare il Governo francese a Sigmaringen, per curare feriti e malati. Infine, in capo ad un anno, “tutto è esploso” allora abbiamo tentato di rifugiarci in Danimarca, Abbiamo dovuto attraversare tutta la Germania sino alla frontiera… È questo Rigodon.

D: Poiché Céline è morto qualche ora dopo aver terminato questo romanzo, quale è l’ultima immagine che ci lascia?

C: Rigodon termina con una sorta di delirio visionario; la Francia è invasa dai cinesi…

D: Per quale motivo Rigodon ha dovuto attendere sette anni prima essere pubblicato dalle edizioni Gallimard?

A: Céline non aveva avuto il tempo di ricopiare il suo manoscritto; delle parole più volte cancellate e una scrittura divenuta spesso difficile, a causa del suo braccio malandato, ci ha reso difficile il delicato problema della trascrizione.

Questo compito si è svolto in due tempi: ho innanzitutto consegnato il manoscritto ad un avvocato, il Dottor Damien, il quale si è dedicato ad un gravoso lavoro di decifrazione al quale si dedicava non appena ne aveva la possibilità; ma restava ancora da compiere un enorme e delicato lavoro. È con il Dottor Gibault che comincia la seconda fase di questa necessità; in effetti, rimaneva il problema della punteggiatura e di alcune parole che rimanevano incomprensibili. Fu soprattutto una questione di pazienza e di probità; non abbiamo cambiato, aggiunto o omesso nulla. Ma Céline mi aveva letto la maggior parte del suo libro; così abbiamo trovato alcune parole seguendo le rime… capivamo se quella certa parola cadeva bene…

D: Quando avete salvato il manoscritto di Rigodon dal vostro appartamento saccheggiato, le pagine erano ordinate?

A: Si, Céline le aveva numerate. Tuttavia abbiamo trovato qualche pagina doppia, ma non abbiamo trovato grandi difficoltà, la scelta era già stata fatta.

D: Céline aveva un metodo di composizione?

A: No, scriveva con il suo cuore, i suoi impulsi, e la sua formidabile voglia di dire qualcosa; era musicista nell’anima, e componeva come tale; disponeva le sue parole in una certa gamma per trovare la sua “piccola musica”. Spesso, rimaneva delle giornate, o dei mesi, su qualche riga. D’altronde, prima di arrivare alla versione definitiva, Céline ne aveva fatto dieci o venti che aveva gettato.

D: E questo furto di manoscritti del quale Céline ha parlato tanto? Ci si può aspettare di veder riapparire dei romanzi interi?

A: Sì. Gli sono stati sottratti almeno quattro o cinque manoscritti abbozzati, delle opere che erano al quarto o al quinto rimaneggiamento… la fine di Casse-Pipe, certamente, questo romanzo doveva essere completamente terminato, penso. Ma un gran numero di questi documenti riapparirà alla mia morte. Personalmente, mi resta una quantità abbastanza grande di lettere di Céline, può essere che le farò pubblicare, ma non nell’immediato. D’altronde, la vita, per me, non mi interessa gran che. Quello che volevo, era di finire Rigodon; è per questa volontà che ho trovato le forze necessarie a portare a termine questo lavoro.

D: Ritorniamo un po’ indietro. Rigodon racconta la vostra fuga attraverso la Germania sino alla frontiera con la Danimarca. Cosa successe dopo?

A: Céline fu incarcerato a Copenhagen, restando due anni nel braccio dei condannati a morte; il ministro della giustizia lo rilascerà dopo aver letto La bella rogna, non trovandovi i motivi necessari per trattenere un uomo in prigione. Dopo, abbiamo passato cinque anni, su consiglio del nostro avvocato, nel pieno della foresta di Klarskovgard, presso Körsor, nella neve… una miseria totale… senza acqua, senza elettricità, con il pavimento in terra battuta…un paesaggio triste e selvaggio, completamente soli. Là, Céline termino Pantomima per un’altra volta, che aveva cominciato in prigione. In quei cinque anni, si comportò come un animale, chiudendosi in se stesso, e poi scriveva, quando ne aveva la forza. Era molto malato, aveva avuto la pellagra, perso trenta chili… ma era stato colpito soprattutto moralmente… Sapete bene che Céline esagerava tutto, ma, molte volte, la realtà era peggiore di quello che diceva… aveva due paia di guanti, mantelli all’infinito… e questo è durato cinque anni.

D: Sartre fa un omaggio a Céline in epigrafe alla Nausea. Sapete cosa ha separato in seguito i due uomini?

A: Sì, come epigrafe Sartre cita una frase di Céline in La Chiesa: “Bardamu è un ragazzo che non ha nessuna importanza collettiva, è solo un individuo”. Tuttavia, nei primi tempi, Sartre ammirava molto Céline, non ho mai compreso un voltafaccia così completo da parte sua. Céline ne fu molto colpito…

D: E Marcel Aymé?

A: Ah, Marcel è stato ammirevole; è stato di una pazienza e di una devozione straordinari… Per l’appunto, in un piccolo studio che ha fatto su Céline [apparso nei Cahiers de l’Herne], Marcel dice tutta la verità. Ha parlato del vero Céline e ha detto tutto.

D: Ma Céline, l’uomo che si è dato tanti volti, che ha voluto nascondersi dietro una falsa leggenda, chi era veramente?

A: Un uomo immensamente buono. Tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per il bene; amava la Francia, il suo paese, amava la gente in generale… era molto più tenero di quanto ci si immagini, ma non ne faceva mostra, ed è questa la vera tenerezza… ne è morto, d’altronde… E se a volte era un po’ duro con le persone, era perché si correggessero, non per altro. Non amava distruggere, e se rompeva qualcosa, era perché quella cosa gli sembrava inutile. Voleva creare… era un artigiano, senza alcuna vanità. Era pronto ad ammirare un altro, se costui dimostrava di saper lavorare tanto quanto lui. Quello che voleva, era del lavoro; pensava che non si “scavasse” mai abbastanza in profondità per trovare ciò che si cerca. “Restano alla superficie”, diceva parlando degli altri. Un solo pensiero… il lavoro… questo lato Medio Evo… era un osservatore… non un esibizionista… amava guardare, esaminare…

D: Come un medico, no?

A: Sì, d’altronde lo scrittore proviene dal medico… questo modo di vedere le cose… Avrebbe dato la sua vita per un malato, la sua vita non contava… la vita… non sopprimere la vita. Amante della vita. La sua passione: la giovinezza; adorava i bambini, gli animali, tutto quello che è giovane e nuovo… Scriveva per la gioventù, perché sapeva bene che non poteva più aspettarsi niente dagli uomini… che non l’avevano capito. Più tardi, può essere…

da Magazine Littéraire, Hors-Série 4, trad. Andrea Lombardi.

venerdì 28 dicembre 2007

Da un castello all'altro



Il risentimento ti punge, l'acredine, l'odio... che tutti sti porci ti schizzano!... che scialacquano a ogni Ristoro, ogni Motel, ogni giro di ruota, per noi ben di che vivere un mese!... e poi per non ammosciarsi! sradicare una siepe!... il loro trucco masochista non mi frega!... dico io! nè la pettorina di Loukoum! nè le sbirrerie del Tartre... nè l'occhio di pesce fritto di Achille... nè l'altro il qui nominato Vaillant! valente di che cosa! che voleva assassinarmi!... sì! che è salito su di sopra apposta! che lo dice dappertutto! che lo ha scritto!... eh merda! io sono qui! non è troppo tardi! che venga lo aspetto!... sono sempre qui, mi assento mai, resto apposta per i ritardatari... una primavera... due... tre... sarò più qui... sarà troppo tardi... sarò morto di naturale...

L-F Céline, Da un castello all'altro, Einaudi, 1991, pag. 14.