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giovedì 14 maggio 2009

Gian Dauli e Alex Alexis: la prima traduzione italiana del Viaggio al termine della notte
























Di seguito, Gilberto ci pr
esenta una interessantissima scheda sulle prime traduzioni italiane del capolavoro di Céline:

GIAN DAULI E ALEX ALEXIS
ARTEFICI DELLA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA DEL VOYAGE


La prima traduzione italiana del Voyage la si deve a due personaggi singolari, quasi del tutto dimenticati, ma molto attivi, con alterne fortune, fra le due guerre. Entrambi furono romanzieri, editori, traduttori e adottarono uno pseudonimo: il vicentino Giuseppe Ugo Nalato quello di Gian Dàuli e il piemontese Luigi Alessio quello di Alex Alexis. Traggo buona parte delle notizie dal saggio dell' italianista professore emerito dell' Università di Grenoble, Michel David, dal titolo Sulla prima traduzione italiana del " Voyage au bout de la nuit" apparso sul numero 8-9 dell' aprile 1967 della rivista letteraria Opera Aperta. Gian Dàuli era, nei primi anni '30, direttore della collana Scrittori di tutto il mondo per le Edizioni Corbaccio di Milano che annoverava tra i titoli pubblicati opere, tra gli altri, di G. Bernanos, A. Schnitzler, T. Wilder, A. Doblin, T. Mann, J. Dos Passos, a dimostrazione di un interesse e una competenza tutt'altro che superficiali, in controtendenza rispetto al provincialismo culturale italiano dell'epoca, delle migliori esperienze letterarie che stavano emergendo e affermandosi in Europa e America. Sul suo diario, in data 23 aprile 1933, si legge: « Sto leggendo Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline e debbo dire che ne sono stupito per il suo formidabile verismo intellettuale e dico intellettuale di proposito perché la realtà è vista attraverso l'intelletto piuttosto che per realtà vissuta, cioè immaginata fuori da personale esperienza. Questo per gran parte almeno di quello che ho letto fin qui. E voglio notare anch'io che in quest'arte realistica del Céline si sente il metodo d'osservazione minuta e spesso sofisticata per essere troppo minuta, usata dal Proust nella sua miope ricerca del tempo perduto. E direi quasi di più! Céline deve aver letto e riletto alla sazietà le opere di Proust tanto che alcune immagini e alcune fini osservazioni le ha assimilate senza però riuscire a trasformarle del tutto, cosicché al microscopio alcune cellule celiniane si riconoscerebbero per proustiane. Non avviene lo stesso nel travaso del sangue da un individuo a un altro?». Probabilmente Céline non avrebbe gradito l'accostamento a Proust, di certo va riconosciuto a Dàuli un sicuro fiuto editoriale (la traduzione italiana del Voyage sarà la prima nel mondo). L'anno precedente Dàuli aveva terminato il romanzo La Rua e nel comunicare a Céline il successo della traduzione del Voyage gliene invia una copia. Céline gli risponderà con due biglietti, il primo tra novembre e dicembre del 1933: «Cher confrère, je serai très honoré de recevoir votre livre. Mais trés malheuresement je ne parle pas un mot d'italien! Seulment je puis me le faire lire par une amie italienne qui me fera trés certainement comprendre votre oeuvre dans son intimité. Puisque vous êtes auprès de mon editeur, ayez la bonté de lui demender de me faire l'envoi de 2 voyages en italien. Je n'en possède aucun. Je vous écrirai dès que je serai en mesure de vous donner mon impression sur La Rua qui par truchement ne peut malheureusement vous satisfaire qu'à moitié. Bien cordialement à vous et très impatient - L.F. Céline ». Il secondo il 21 dicembre 1933: « Cher confrère, je suis parvenu tant bien que mal à saisir toute l'importance de votre livre à travers une traduction forcément imparfaite. Je discerne évidemment les signes d'une très exceptionnelle finesse d'analyse, d'une rigueur littéraire tout à fait précieuse, d'une grande connaissance des difficultés instinctives en même temps qu'un haut sens de l'épopée! Mais que ne puis-je lire l'italien. Bien cordialment - L.F. Céline». La Rua venne tradotto in francese da Marie Canavaggia, la fedele segretaria di Céline, e Dàuli chiese allo stesso Céline di scrivergli la prefazione, ma questi si rifiutò affermando che, poiché la critica gli era ostile, una sua prefazione si sarebbe ripercossa negativamente sul romanzo di Dàuli. Se nell'ottobre del 1945 la morte non lo avesse colto all'improvviso, Dàuli avrebbe portato a termine i due progetti relativi alla pubblicazione di Guignol's Band con il titolo Compagnia della teppa e successivamente Mort à crédit. Alex Alexis, nasce a Caramagna in provincia di Cuneo nel 1902. Nel 1920 partecipa all'avventura dannunziana di Fiume. Tornato a Torino si iscrive alla facoltà di giurisprudenza senza però portare termine gli studi. Nel 1923 fonda la rivista Teatro e la casa editrice Rinascimento e nel 1927 si trasferisce a Parigi dove, tra mille difficoltà, avvia piccole attività editoriali, destinate quasi tutte all'insuccesso. Quando Dàuli gli affida la traduzione del Voyage Alexis ha ormai acquisito una più che buona conoscenza della lingua francese e dell'argot parigino: porta a termine la traduzione a tempo di record in circa un mese. A distanza di settantasei anni la traduzione può essere considerata decorosa, ma non pienamamente riuscita. A difesa di Alexis va però tenuto presente che la lingua letteraria italiana dell'epoca non poteva di certo essergli molto di aiuto, essendo una lingua classiccheggiante, influenzata ancora dagli echi aulici carducciani e dal decadentismo estetizzante di D'Annunzio, lontana anni luce dalla potenza dirompente, rivoluzionaria, innovativa e antiretorica della lingua parlata di Céline. Alex Alexis, autore di numerose commedie e romanzi quasi tutti inediti, è il traduttore anche di Bagattelle per un massacro sempre per Corbaccio nel 1938 e di un altro dei famigerati pamphlets céliniani, L'école des cadavres che però non giungerà mai alle stampe. Il Viaggio verrà ripubblicato nel 1948 senza varianti e ancora nel 1962, ma questa volta, sebbene integralmente attribuita ad Alex Alexis, la traduzione subirà un rimaneggiamento ad opera di autore ignoto, senza alcuna avvertenza da parte dell'editore se non quella che «Il traduttore ritiene opportuno avvertire il lettore che, per conservare la massima fedeltà al linguaggio impiegato dai personaggi nel testo originale, si é valso di frequente di una forma italiana volutamente scorretta e di espressioni dialettali». Occorrerà attendere quasi sessant'anni prima di trovare in libreria una nuova traduzione realizzata da Ernesto Ferrero il quale, potendosi avvalere di una lingua letteraria italiana nel frattempo rinnovata dalle esperienze linguistiche, tra gli altri, di Gadda e Pasolini, riuscirà a darne una versione più attuale e in sintonia con l'espressività di una scrittura così potente e ricca di immagini, di intonazioni, di ritmo e di musica che ad ogni rilettura si manifesta al lettore sempre viva e nuova, in grado di rigenerarsi in perpetuo.

Gilberto Tura

martedì 5 maggio 2009

Bulletin célinien n°308...


... dedicato al romanziere, giornalista e critico Jacques d'Arribehaude (1925-2009), autore tra l'altro di diversi saggi su Louis-Ferdinand Céline.

Per richiederlo scrivere a:

Le Bulletin célinien
BP 70
B1000 Bruxelles 22

celinebc@skynet.be

lunedì 4 maggio 2009

Louis-Ferdinand Céline: Lettere d'Africa






LETTERE D'AFRICA
di Gilberto Tura

A testimonianza dell'avventura coloniale africana del poco più che ventenne Louis Destouches, quale amministratore di una piantagione di tabacco in Camerun per conto della Compagnie Forestiere Sangha Oubangui, restano ottandue tra lettere e cartoline che nel 1978 Gallimard pubblicò sul quarto volume dei Cahiers Céline. Nello stesso volume si trovano pubblicate anche due poesie e la novella Des vagues (quest'ultima pubblicata in Italia con il titolo Le onde nel 2008 dalle Edizioni Via del vento a cura e con la traduzione di Anna Rizzello) coeve alle lettere. La principale destinataria delle missive é l'amica d'infanzia Simone Saintu, poi seguono quelle ai genitori e un paio ad Albert Milon, un vecchio amico con il quale aveva condiviso la camera d'ospedale durante il periodo di cura a seguito della grave ferita riportata al braccio destro, causata da un proiettile che lo aveva raggiunto al ritorno da una rischiosa missione di collegamento sul fronte di guerra nella Fiandra occidentale. Quattordici delle ottantadue lettere sono apparse in Italia nel 1985 sul numero primo e secondo della rivista letteraria In forma di parole, alcune integralmente altre parzialmente, tradotte e commentate da Sandra Teroni. L'esperienza africana, durata poco meno di un anno, segnerà nel profondo l'animo del futuro medico-scrittore, tanto che, quindici anni più tardi, la utilizzerà per creare uno degli episodi più toccanti e memorabili del Voyage.

Di seguito una lettera all'amica Simone Saintu. Notare le irregolarità ortografiche e della punteggiatura che sono state trascritte in maniera assolutamente fedele all'originale.

Sotto il ramo! - ? -
14 luglio.
Mia cara Simone.
Oggi 14 luglio, dove sono?
Neppure io lo so, so che due anni fa
ero a Longchamp, in mezzo a tanti
altri che non ci sono più, e dopo, sono
successe tante, tante tristi cose.
Sono triste anch'io, oggi, chissà
perché, che sia la febbre, o il passato,
forse tutti e due
Sono quasi otto giorni che vado
avanti, sotto la foresta, non ho ancora
incontrato nessuno, e, se le carte
dicono giusto, non incontrerò nessuno
prima di quindici giorni
Ci sono, mia cara Simone, dei
momenti grigi, in cui per una ragione
o per l'altra, tutto l'essere si lascia
andare, un'intima sensazione di
disgusto vi invade la gola. l'odore di
concime umido che il suolo esala
diventa insopportabile, i negri ancora
più neri i gesti si fanno stanchi, mille
riflessioni scoraggianti affluiscono alla
mente, se non ci fate attenzione, è lo
svaccamento generale e naturalmente la
febbre -
Di sera, soprattutto, quando sotto
la grande volta dei rami ho sistemato
l'accampamento e tutti i portatori
dormono, e faccio cuocere il mio pezzo
di scimmia giornaliero, su un focherello
recalcitrante di legno umido, e per una
ragione o per l'altra sono incupito mi
invade una sorta di timoroso pudore,
ho paura nella grande caverna che gli
alberi formano, cerco invano le stelle, i
mille gridi di animali che l'eco
ingingantisce ancora mi sembrano
protestare contro la mia presenza.
E vi confesso che in questi momenti
evito di urtare col mio unico cucchiaio
le pareti della mia unica casseruola, per
paura di far rumore.
Allora pian piano mi lascio andare
a riflessioni malinconiche sul mio stato
vagabondo... ma subito evoco il piatto
quadro del confort europeo, della vita
insulsa, ordinata, misurata, pesata,
compassata, commentata, di quelli di
laggiù, ottusi, rompiscatole, pretenziosi
meschini, e la mia noia sparisce, mi
sento liberato dall'angoscia, protetto da
tutto questo grazie alla mia grande
solitudine -
E se qualcuno potesse osservarmi mi
vedrebbe raddoppiare le attenzioni al
mio focherello, umido e racalcitrante,
che faticosamente cuoce un pezzo di
scimmia coriaceo, nella mia unica,
casseruola
Il vostro vecchio amico -
Louis -

giovedì 30 aprile 2009

3 maggio 2009 a RIETI - O Bù Osteria del Canale



3 maggio 2009 a RIETI - O Bù Osteria del Canale

O bu ! Osteria del Canale
da “Il viaggio al termine della notte” di L.-F. Céline
di e con Alessandro Cavoli

Domenica 3 maggio 2009
alle 21.00
Palazzo Marcotulli, Via Garibaldi, 241 - RIETI

Info: Teatro Rigodon

sabato 25 aprile 2009

Louis-Ferdinand Céline in foto





Fresco di stampa:

Louis-Ferdinand Céline in foto
Immagini, ricordi, interviste e saggi

A cura di Andrea Lombardi
Louis-Ferdinand Céline nelle parole di chi lo ha conosciuto (interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aimé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, Ernst Jünger), nelle interviste alla televisione e alla radio francese, nella critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno, e attraverso una galleria di immagini: dall'infanzia di Céline alla prima guerra mondiale, da medico a romanziere di successo, le donne di Céline, la Parigi dell'Occupazione, la fuga in Danimarca, e gli ultimi anni a Meudon.
F.to 14x21, brossura, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24,00.

Effepi Edizioni, Genova 2009.

Potete richiederlo direttamente a:

Effepi Edizioni

Telefono
(0039) 010 6423334 - 338 9195220
Indirizzo postale
Via B. Piovera 7 - 16149 Genova
Posta elettronica
effepiedizioni@hotmail.com

Disponibile anche presso:


Il mio ringraziamento a Gilberto Tura, Marina Alberghini Pacini e Marc Laudelout per il loro contributo alla stesura del libro e per la loro amicizia.

mercoledì 15 aprile 2009

Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio: intervista a Marina Alberghini su Panorama.it



Bollato con l’infamante stampino dello scrittore maledetto. Accusato di antisemitismo, nazismo, collaborazionismo. Autore di pagine memorabili e di requisitorie infamanti. Louis-Ferdinand Céline si è cucito addosso, suo malgrado, una fama inversamente proporzionale al valore di alcune delle sue opere, fama peraltro incrementata da scelte pubbliche controverse e pagine violentemente antisemite.Con una monumentale e dettagliatissima biografia dal titolo Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio, di recente pubblicata da Mursia, Marina Alberghini ha messo a fuoco la figura del grande scrittore, rivalutando la vita di un “uomo che si farà preda per stanare il potere e denunciarlo, da qualunque parte esso provenga”.
Un atteggiamento polemico che riverserà anche nei confronti della Russia comunista….
Sarà quella l’accusa più dirompente, che distruggerà la sua esistenza. Dopo un viaggio in incognito in Russia, nel ’36, denuncerà gli orrori di Stalin in Mea Culpa e poi in alcune lettere e pamphlet, attirandosi l’ira e la persecuzione dei comunisti francesi e della loro intellighenzia. Oggi si parla molto del massacro di Katyn. Ecco, Céline fu il primo a dire che erano stati i sovietici a sterminare i polacchi. Una verità che adesso è nota, ma che allora gli costò l’offesa da parte dei comunisti francesi di filo-nazismo.
Lei racconta anche di un Céline che anticipa di un torno d’anni l’incombere della seconda guerra mondiale….
Nel 1933 fece un discorso pubblico, l’Hommage à Zola. Tuttavia, non parlò dello scrittore francese. Piuttosto, preferì concentrarsi sui totalitarismi che stavano dilagando, analizzandoli mirabilmente alla luce delle scoperte freudiane e dimostrando che è l’impulso di morte che porta un popolo ad asservirsi al suo dittatore e a provocare la guerra. Nessuno storico di rilievo ha evidenziato quest’aspetto, anche perché la persecuzione di Céline da parte degli intellettuali della gauche fece scomparire tutti i documenti, tornati alla luce solo recentemente.
Un esempio?
Molte sue lettere testimoniano questa previsione. Eppure, diversi studiosi hanno ribaltato la realtà. È il caso di uno dei suoi vecchi biografi, che postò una sua missiva del ’33, dove scriveva: “Al fascismo andiamo, noi vogliamo” e la piantò lì, per far capire che Céline era filo fascista. Ma la lettera continuava: “…perché questa Europa imputridita non si merita di meglio”. Nel mio libro, ovviamente, la lettera è riportata integralmente.
Veniamo al tanto discusso antisemitismo. Difficile sottovalutare le invettive di Bagatelle per un massacro.
L’antisemitismo di Céline è molto marginale rispetto alla sua opera. È riscontrabile in un solo pamphlet ed è stato messo in risalto per colpirlo. Il suo supposto collaborazionismo non è mai esistito e il mio libro lo dimostra con documenti ineccepibili usciti ultimamente. Céline non invocò mai un pogrom e neanche le camere a gas, che non sapeva nemmeno esistessero. Viene considerato antisemita anche L’Eglise, scritto per colpire Raichmann, un ebreo a capo della Società delle Nazioni. Ma quell’opera colpisce più che altro il potere della parola, quello politico verbale, che appartiene a tutti e non parla di ebrei o ebraismo. L’autore di Morte a credito ebbe poi molti amici e difensori ebrei, e ne salvò altrettanti dalla persecuzione nazista grazie a certificati falsi.
Céline e l’eros: un rapporto complesso, eppure utile per capire alcune delle sue scelte.
Credeva molto nelle donne, tanto da scrivere che quando il potere “muscolare” maschile sarebbe finito, esso avrebbe lasciato il posto a quello intuitivo femminile ed il mondo se ne sarebbe certamente giovato. Era per la completa libertà sessuale della donna, convinto che il suo potenziale erotico fosse di molto superiore a quello dell’uomo. Tra loro, amò molto le danzatrici classiche, definendole “musica fatta carne”. Ebbe tre mogli e un numero infinito di amanti, una delle quali tentò il suicidio quando decise di lasciarlo. Era un uomo avvenente, con un fascino magnetico ed erotico che faceva davvero strame sia tra il pubblico femminile e anche…. in quello maschile. Praticò una sessualità senza confini, non fu mai omosessuale sebbene non nutrisse alcuna preclusione contro i gay. Ed infatti quando Jean Cocteau fu attaccato dai fascisti per la sua relazione con Jean Marais, lo difese strenuamente.

Marina Alberghini: vi presento il vero Céline
di Filippo Maria Battaglia

martedì 14 aprile 2009

Omaggio a Céline, di Arno Breker - Revue Célinienne 1982









Il nostro lettore Antonio ci ha gentilmente inviato alcune pagine della cartella Omaggio a Céline di Arno Breker, pubblicata dalla Revue Célinienne nel 1982, scrivendoci:

Il rilievo che Céline aveva per Breker lo toccai con mano quando, all'inizio del 1980, visitai Breker, già in cattive condizioni di salute, nella sua casa atelier di Duesseldorf.

Nella grande stanza studio, dietro la scrivania, troneggiavano 4 busti in bronzo, tra cui Pound, De Montherlant e, naturalmente, Céline. E nella libreria faceva bella mostra di sè un'edizione francese di Bagatelle.

Ringraziamo Antonio per le foto e per la interessante testimonianza.

sabato 11 aprile 2009

Louis-Ferdinand Céline, Gatto randagio, di Marina Alberghini, recensito su Libero



Diario dal carcere di uno scrittore randagio
Louis-Ferdinand Céline

Pubblicato il giorno: 26/03/09

9 gennaio 1946
Mia Lucette carissima, è dura avere il mondo intero contro di sé – a me, che non ho mai fatto male a una mosca, questo appare come un incubo spaventoso che non mi riguarda e tuttavia... Abbraccia i nostri amici per me e Bébert (l’amatissimo gatto di famiglia, ndr).
13 (o 20) gennaio 1946
Mia Lucette carissima sono solo molto debole per lo choc e le vertigini. Ma non soffro, sono pieno di medicine. Sono sempre con te e con Bébert e ti parlo continuamente. Sai come riesco facilmente ad astrarmi dalla vita reale. Sono così felice di saperti libera.È stato, io credo, il peggior supplizio che abbia potuto sopportare, senza nome. Ti amo talmente piccola mia che posso sopportare tutto, tutto tollerare e pazientare. Sono sempre con te. Non mi resti più che te. Ma curati, non essere troppo triste mangia bene cerca di danzare. Questo mi dà forza. Sai quanto amo quello che fai. Abbraccia Bente e madame Johansen e Bébert piccino.
6 febbraio 1946
Mia Lucette carissima, sono ritornato ieri in prigione (dall’infermeria al braccio della morte, ndr) come presentivo, ma ora sono tutto solo in cella e sto benissimo così. Mangio bene, qui mi viziano. (Céline mente per non precoccupare la moglie, ndr). Non essere triste per me questo mi fa male più di tutto il resto. Preferirei morire che saperti infelice. E poi tutto questo non potrà durare a lungo, una decisione sarà presa in un senso o nell’altro ma usciremo da questa atroce incertezza alla quale penso nessuna fibra potrebbe resistere a lungo e la mia vale già ben poco. Parlo con me stesso con te e con Bébert. Sono le brutalità che mi distruggono completamente, ho cuore e testa troppo malati ora per ritrovare il mio equilibrio come si dovrebbe. Io sono sempre con te, mia piccola cara e tu sai che per me brètone l’assente conta più del presente.
26 febbraio 1946
Mia piccola cara, mi svegliano verso le 4, le 5. Sento entrare le guardie, animarsi la prigione. Alle 5 mi alzo. Resto un po’ intontito. Mi faccio il letto e pulisco la stanza molto lentamente, tanto nessuno mi mette fretta – ho tutto il tempo che voglio – lavo per terra 2 volte la settimana, ma senza fatica. Le guardie sono molto gentili con me. Poi c’è la passeggiata fino alla mia gabbia dove sono da solo e resto 25 minuti all’aria aperta, il che è un favore, contemplo gli uccelli e il cielo e le cime degli alberi tutto lo spettacolo del mondo affascinante dei viventi. Non mi muovo molto perché sono sempre debole e soffro di leggere vertigini – ma mi lasciano libero di camminare sul mio ritmo. Finita la passeggiata torno in cella dove aspetto il pranzo. Resto con la testa fra le mani, mi trovo meglio così, penso agli affari miei e anche a pièces teatrali che faccio e disfaccio. Tu sai come mi sia facile entrare in uno stato semisonnambolico non troppo doloroso e anzi piacevole nello stato in cui mi trovo. Mi curano benissimo, mi danno un calmante la mattina, della paraffina e dei semi di lino. Arriva il pranzo curatissimo e copiosissimo. Dopo pranzo mi va, se non ho troppo mal di testa, lavoro alla storia delle nostre disgrazie che sto scrivendo. Ecco ben presto la cena ancora più ricca verso le 6. Là dopo 2 ore, assai penose – ma lo sono veramente la malinconia del giorno mi casca addosso. Ma posso ancora fuggire dal mio stato «secondo» se si può definirlo così e leggere e scrivere un poco. Otto ore la giornata è passata e si va a letto dopo un altro calmante paraffina e seme di lino. La prigione è un luogo sacro le cui regole sono misteriose e implacabili.
30 marzo 1946
Mia piccola diletta bambina, presto la luce del lunedì (il giorno di visita di Lucette, ndr) e poi la notte di sette giorni! So che di tutto questo tu soffri più di me, mio tesoro. Io soffro, io, di saperti tanto sola, così desolata, là a poca distanza dalla mia prigione. Non oso chiedermi che ne sarà di te. Sarebbe troppo angoscioso, immobilizzato come sono. La tortura vedi non è tanto la prigione (che già basterebbe da sola) quanto l’incertezza del tempo del supplizio. Ci si prepara, si programma una certa resistenza per un tempo definito. È inumano chiederci l’infinito, e restare nel vago che per un prigioniero è l’infinito. Mi hanno detto tre settimane, sono già tre mesi. E ora tre anni? Trent’anni! Questo non ha senso. Io non sono impaziente, mia cara, ma ho un’età, ecco tutto. Non sono sicuro di durare a lungo, perché servire da giocattolo ai maniaci e ai cavillatori? Non sono ancora alla fine, mia cara piccolina. Non crederlo. Non prendere sul tragico tutto ciò che ti scrivo. Mi fa bene scriverti quello che penso. Non chiederei di meglio che pensare a qualche altra cosa, ma le sbarre sono là e le chiavi. Gli esseri umani così futili e smemorati finora non hanno realizzato che una sola stabilità sociale: la Prigione. Sono sempre vicino al tuo cuore.
Aprile 1946 s.d.
Si deve arrivare al misticismo come gli anacoreti nel deserto – una dolce idea fissa – l’infinito a due e Bébert. Si è così molto felici – nessuno vi secca più – si soffre a riattaccarsi al mondo, personalmente io sono già morto. Non piangere per noi, niente può essere peggio di così! È finita ormai noi siamo dei gentili morti molto affettuosi – Tu verrai a trovarmi al Père Lachaise – Io sarò sempre con te. Ho talmente sofferto l’esilio, che la morte là sotto mi sarà assai dolce. Mai più si deve essere tristi ma anzi ridere – come un tempo i monaci – è una fede che ci vuole ecco tutto. E tu l’hai. – il martirio è un piacere, una volta che si è disprezzato a fondo il boia.
Dopo la lettera precedente, nella quale è evidente che Céline si sta preparando alla morte, Lucette, per rianimarlo, riesce a portargli di nascosto nell’infermeria, nella quale lo scrittore viene ricoverato periodicamente, il gatto Bébert chiuso in una borsa.
9-15 aprile 1946
Che gioia ho provato a rivedere il mio Bébert, con la sua faccetta da farfalla sempre tanto graziosa! e come è stato gentile! Quanto lo amo.
Quanto Bébert è gentile e intelligente! Lui capisce benissimo la situazione...
6 settembre 1946
Mia piccola cara, eccoci tornati sull’abisso. Pare che non ci sia niente da fare. Non piangere. Anzi, stai su con la vita. Non ricadere nella disperazione di prima. Che aggiunge angoscia alla mia angoscia. Tutti i sadismi sono scatenati, imbacuccati in alibi eccellenti, patriottici ecc... Che vuoi farci? Noi si è fatto il possibile. E allora, come la bestia troppo braccata... si comincia a chiedere il colpo di grazia. Tutto qui. Sono anni ormai che la mia non è più una vita. Ogni giorno ogni settimana è un surplus di orrore o di pena. È un calvario interminabile, in cui decado progressivamente. Allora, tanto peggio! ... io non soffro, ma sono troppo sensibile, troppo malandato ora, per sopportare questi colpi, troppo vecchio anche. Come ho saccheggiato la tua vita! Quanto mi pento di avere sconquassato, per i miei eccessi, tanti focolari, tanta brava gente, tanti affetti Sono stato stupido e vigliacco. Avrei dovuto sparire prima. Essere solo io a pagare per i miei errori. E invece ti ho trascinata in tutto questo, povero tenero innocente tesoro. Che bruto! Penso a te e al nostro povero passato – Saint-Malo – Scavo il passato nella cenere calda. La vera vita, ha detto Renan, la vera esistenza, dopo tutto, non è che quella che continua nel cuore di coloro che ci amano. Allora, vedi, se si va al peggio, il che è assai probabile, per come stanno andando le cose, non bisogna piangere. Io sarò sempre una piccola parte che vivrà in te, ecco tutto. Che può, contro questo, l’infinita crudeltà degli uomini? Niente di niente. Contro questo, essi sono disarmati! E poi, saremo giunti alla fine delle pene. È questo che conta. Io non sono sempre stato affettuoso con te quanto meritavi ma, sai, io vivo da tanto tempo nell’angoscia. Veramente, anzi, io non vivo più, sono come intronato dalla brutalità del mondo. Mi ci sono buttato dentro come affascinato dall’abisso – e l’abisso mi ha inghiottito – è normale – è la vertigine. [...] Io non soffro. Non penso che a te.


a cura di Marina Alberghini

venerdì 10 aprile 2009

L'avanguardia, Marinetti e Céline



Roberto Floreani, veneziano di nascita,vive e lavora a Vicenza. È uno degli artisti più interessanti della sua generazione, come conferma l’invito a partecipare alla mostra «Collaudi», curata da Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice, che aprirà il 7 giugno il nuovo Padiglione Italia della 53° Biennale di Venezia. Le sue posizioni rispetto alle avanguardie, quella che lui chiama arte di regime sono molto nette. È stufo di quelle provocazioni che piacciono tanto al mercato dei collezionisti.
C’è un fatto nuovo all’esposizione veneziana di quest’anno: la riscoperta della pittura e del disegno, di cui lei è uno degli artisti più apprezzati. Significa che la videoarte, le installazioni, eccetera, cominciano a segnare il passo?
«Io rivendico, nella mia opera, la sapienza del fare, il corpo della pittura e per questo preparo la base del quadro, i colori, insomma uso una metodologia rinascimentale, pur essendo un artista del mio tempo. Il disegno è fondamentale, a patto che non diventi virtuosismo fine a se stesso e che l’artista non diventi prigioniero della sua bravura. Io valuto la tradizione ma contemporaneamente mi sento figlio dei futuristi. Loro sono costruttori, mentre Duchamp e i dadaisti sono distruttori dell’arte. Credo profondamente nel corpo della pittura, che deve sempre vedersi».
Che cosa è la pittura astratta, di cui lei è un brillante esponente?
«La novità assoluta del Novecento, soprattutto per gli artisti della mia generazione (sono nato nel 1956), è l’astrazione. Balla è stato il più geniale in questa direzione e io mi sento assai più vicino a lui che a Kandinski. Lui ha un’idea calda, emozionante dell’astrazione, mentre in Kandinski c’è un’idea più fredda, più costruita dell’immagine astratta. Le mie radici di artista sono però anche di tipo filosofico e letterario. Marinetti e Ezra Pound hanno influenzato me e tutti quegli artisti che non si sono legati oggi a un’arte di regime».
Che cosa intende con «arte di regime»?

«Arte di regime non in senso ideologico, ma in senso economico, perché oggi, e rispondo alla sua prima domanda, l’arte nasce dalla comunicazione e dal denaro. Guardi che cosa ha fatto Saatchi che, da un giorno all’altro, si è inventato paladino di artisti che, come Damien Hirst, affettano gli animali o fanno anche di peggio. Noi abbiamo Cattelan con le sue provocazioni esaltate dai media, come l’asino impagliato e Vanessa Beecroft con i suoi recenti extracomunitari che hanno sostituito le modelle nude dipinte. Gli artisti portati dal mercato cavalcano un’arte spettacolare, pruriginosa, falsamente trasgressiva, applaudita da tutti quelli che contano, dai media ai direttori dei musei fino ai critici. Una volta l’avanguardia veniva fischiata, oggi quella che viene spacciata per tale, riceve solo elogi e quotazioni abnormi sul mercato».
Ma che cosa deve essere l’artista che non si vuole piegare a questo stato di cose? «Deve essere inattuale, riprendendo la manualità, gli strumenti della pittura contro tanta arte contemporanea, che mutua i suoi temi perfino da internet. La molla del pensiero nuovo deve essere quella di andare controcorrente, come hanno fatto i futuristi, ma anche Pound e Céline. Oggi se vivesse, Marinetti canterebbe canti gregoriani in chiesa».

Da: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=342830&START=0&2col=

martedì 7 aprile 2009

Alberto Arbasino incontra Louis-Ferdinand Céline: Docteur Destouches





La 1a e 2a edizione di Parigi o cara.

DOCTEUR L.F. DESTOUCHES
14 - 16 SAUF VENDREDI*

"...Mussolini. Io l'ho conosciuto bene...abbiamo spesso lavorato insieme, a Palazzo Chigi...". Con queste iperboliche parole, nell'estate del 1957, il Dottor Destouches, nel ricevere un Alberto Arbasino ventisettenne, rievoca quelli che erano stati i suoi ultimi rapporti con l'Italia quando, tra il luglio e l'agosto del 1925 per conto della Sezione d'Igiene della Società delle Nazioni, aveva guidato una delegazione di medici latino-americani in Italia per un viaggio di studio sulle condizioni igieniche, la campagna di bonifiche e l'applicazione dell'uso del chinino, con visita alle città di Torino, Ferrara, Ravenna e Roma dove la missione venne ricevuta dal duce a Palazzo Chigi.
Il resoconto di quell'incontro, insieme a quelli che Arbasino fece a Mauriac, Simenon, Miller, Cocteau e i reportages sulla scena letteraria e artistica parigina ed europea della fine degli anni '50, apparve nel 1960 nel volume Parigi o cara edito da Feltrinelli. Arbasino riferisce di "un vecchio sfinito, in stato di assoluto abbandono, troppo stanco e confuso...perché sembri importargli - in definitiva - di nulla...circondato da uno squallore incredibile". Nel 1995 Arbasino, secondo una consuetudine che caratterizzerà quasi tutta la su opera, sottopone il libro a una nuova riscrittura e rivisitazione (questa volta il volume viene pubblicato da Adelphi). L' ormai remota intervista a Céline viene così accresciuta dal breve racconto del suo ritorno al 25 ter di Routes des Gardes trentotto anni dopo. Ad accoglierlo é l'ultraottantenne vedova Lucette che nonostante l'artrite è ancora "vispissima e cortesissima" e nel salutarlo gli dichiara emozionata "gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!".

* Iscrizione che Arbasino, al suo arrivo, scorge sulla vecchia targa affissa sulla rete di recinzione dell'abitazione di Céline, indicante i giorni e gli orari di visita del Dottor Destouches.

Scheda di Gilberto Tura

DOCTEUR DESTOUCHES
di Alberto Arbasino

A Meudon, giù dalla ' route nationale' che conduce a Versailles, percorsa da vecchie automobili volgari come nei film in bianco e nero del Front Populaire, si attraversano sentieri fangosi quasi deserti, terreni vaghi fra casette sordide, e anziani esemplari di una specie umana scoraggiata: il tocco ultimo della miserabilità solitaria sembra dato dagli apparecchietti acustici col cordone. Aria da reportage fotografico d' altri tempi, da archivio. Sopra una massicciata della Route des gardes, fra abitazioni in rovina e orticelli melmosi pieni di gatti, due cartelli si affiancano al di là d' una rete metallica. Rosso, di celluloide, il più vistoso dice: LUCETTE ALMANZOR, de l' Opera-Comique, Laureate du Conservatoire de Paris, Danses classiques et de caractère, Danses orientales et espagnoles, Castagnettes, Compositions, Assouplissements, Tous les jours cours d' ensemble et particuliers. L' altro, di bronzo semicancellato, appeso ad un paletto, porta come una lapide mortuaria solo un nome, DOCTEUR L.F. DESTOUCHES, e due cifre, 14-16 sauf vendredi. In questa villetta dilapidata, circondato da uno squallore incredibile, vive ancora l' autore del Voyage au bout de la nuit, che tanti anni fa scambiò il suo nome da ' chevalier' di Barbey d' Aurevilly con quello di sua madre o sua nonna contadina o artigiana, Céline. E dopo la pubblicazione del nuovissimo libro D' un Chateau l' autre, montato come un evento fra i più sensazionali e paragonato per importanza all' opera almeno di Proust, amaramente assiste alla propria riscoperta come post mortem dopo un silenzio ufficiale tanto lungo. Dice "è inutile", dice "è troppo tardi". I visitatori delle settimane recenti gli prestano propositi disumani e pieni di ferocia. Riferiscono suoi mots rivelatori di odio contro la Francia, odio contro la letteratura, contro l' umanità, contro Gallimard che l' ha voluto nell' abiezione per creare un caso mostruoso, e preferibilmente postumo. Ho trovato un vecchio sfinito, in stato di assoluto abbandono, in un maglione a pezzi, fra mobili e pavimenti che invitano al grido di "ma non ce l' avete uno straccio per la polvere in questa casa? Piuttosto ve lo porto ioé", troppo stanco e confuso e al di là d' ogni possibile moto del cuore perché sembri importargli - in definitiva - di nulla. "Un italiano?" si stupisce facendomi entrare. "Da decenni non ne ho visto più uno". Guarda qua e là. Mai in faccia. "Del resto, troppo giovane" fa "per avere avvicinato Mussolini. Io l' ho conosciuto bene, quando voleva bonificare Roma. Parlo di più di trent' anni fa. Abbiamo spesso lavorato insieme a Palazzo Chigi, in una gran sala con un gran mappamondo, e dove gli piaceva tanto fare entrate teatrali... Andavo là con una commissione di medici della Società delle Nazioni. C' erano parecchi sudamericani, specialmente; e il professor Ottolenghi che rappresentava l' Italia. Era estate, faceva anche allora un gran caldo... Forse è proprio per sfuggire al caldo che i Romani partivano sempre per conquistare l' Europa... Ricordo come si cuoceva davanti a quell' immenso monumento bianco, che pare fatto apposta per servire di sfondo ai veli delle vedove". Poi attacca. "Imbevuto di miti esclusivi, il Francese è asociale, politicamente stupido, tende all' assolutismo in qualunque cosa, tira a fare effetto, non importa a quale prezzo, e questo spiega tutte le convenzioni, e spiega le gelosie... Non che io mi fidi, naturalmente, non mi sono mai voluto immischiare... E spiega anche fra gli avvenimenti del recente passato, per esempio, la costituzione del ' trust dei martiri' , molto esclusivo anche quello, tutti di una parte sola... Direi che è proprio curioso come in un paese così indiscreto e così bavard si riesca a mantenere un vero silenzio più o meno ufficiale su certi fatti, su certe persone... Prontissimi tutti a piangere sui poveri ungheresi, a commuoversi per gli eroici polacchi... mai su alcuni francesi... "Ma il Francese continua a nutrire le proprie illusioni... Crede sempre d' essere Luigi XIV... e che basti un gesto per imporsi a chiunque... mentre si trova in un paese ridotto all' importanza di un dipartimento... o meno ancora... Ah, le sorprese spiacevoli che poi continuamente gli càpitano, se le merita tutte... Ma del resto, cosa m' importa di quello che dicono o possono dire... le generazioni nuove, che poi sarebbero diverse dalle generazioni vecchie, vero... puahé... Per quel che importa... I soli interessi sono la letteratura e la cucina... La cucina, si fa tanto per dire... Ma la letteratura... Ah, la letteratura... "Vedete: il francese è una vecchia lingua, secca, asciutta, decrepita, disseccata dagli accademici e dai gesuiti... Tutto quello che ha preso dalle letterature classiche, è stato continuamente prosciugato, e raffinato a fondo per quel che riguarda il lato giuridico della faccenda, cioè lo sforzo di esprimere chiaramente le idee e i concetti... Ma io mi domando che senso ha tutto questo sforzo raffinatissimo, questo linguaggio ormai secco e morto e ' giuridico' , che non riesce a prender dentro né la realtà né la verità... E lascerà sempre fuori le emozioni e i sentimenti... "Lo aveva già capito benissimo Goethe, parlando con Madame de Stael dell' esprit francese, che la maledetta clarte ha rovinato tutto, e senza rimedio... Basta guardare ai mistici e ai romantici tedeschi, per intendere cos' è quel senso del mistero che i francesi non sono mai più in grado di rendere con la loro lingua... E invece esisteé E' l' essenziale della naturaé... Solo, non si può afferrarlo, e riprenderlo, e riuscire a farlo sentire, con gli strumenti troppo razionalizzati che ci sono rimasti... "Lo dice bene il biologo Sauvy (?)... Non è vero niente che in principio era la parola...Macché, viene prima l' emozione! dagli esseri unicellulari in su... La parola, semmai, viene dopo: per descrivere l' emozione... E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?... A un certo punto, ecco, tutti vengono presi da questa mania! e si mettono a voler scrivere come Voltaire: vedi poi France, vedi poi Bourget... E si credono tutti tanti Voltaire: maniaci... Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere... tutto... E poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo... "Sulle pubblicazioni per medici che ricevo ancora, guardo le riproduzioni d' arte, che spiegano questo meglio di tutto... Il Francese vuole riconoscere e riconoscersi, tutto contento di trovare la somiglianza: il modello che somiglia alla fotografia, e la fotografia che somiglia al modello... Si va avanti così, e tutto è predisposto: si continua a rifare il liceo, tutto, sempre, nei concorsi, nei diplomi, nelle carriere... Anche quando si tratta di raccontare le viol de la grand-mère da parte dei nipotini sui quotidiani della notte... "Ah, qui non sarebbe più possibile a un Balzac di descrivere la vita di un medico di campagna, né a un Flaubert di raccontarci i suoi adulteri provinciali... Come deve fare a esistere, oggi, il romanzo documentario di un tempo, quando si trova una massa di documenti dappertutto... Ci sono i giornali, le riviste, la radio, e le ragazzine imparano il parto senza dolore, e a quattordici anni i bambini sanno già tutto, dopo Gide e molto meglio di Gide, sull' omosessualità, sul fouet... "Il risultato è che tutto è banale, niente è originale... Se non il colorante. "Nel 1941, condannato a morte, in circostanze bizzarre... Un essere umano condannato a morte (si può ben direé) dal mondo intero... che è una drole d' attitude, e come atteggiamento può dare una ' visione del mondo' abbastanza deformata... Allora le parole assumono un valore tragico... Cioè, il colore conveniente... Questa è la cosa che m' interessaé... perché lo stile è questione di colore... E bisogna aver vistoé... Non dirò veni vidi vici, dirò piuttosto ho persoé... perché sono stato battuto... Però c' eroé... Proust ha descritto il mondo in cui viveva. Io che non sono pederasta e non vado in società, ho raccontato ciò che ho veduto, senza esagerare niente... Semmai limitandomi... "... Perché io sono uno stilista, solo questo... Mi importa soltanto lo stile, dunque m' interessa solo il colore... Del resto, dal romanzo non c' è più nulla da aspettarsi... né da imparare... Ormai i contatti umani sono tanti, e così invadenti, che l' insegnamento e l' educazione non hanno più niente in comune con la letteratura... e viceversa... Ma a me interessa solo il punto di vista emotivo: solo questo appare nel libro. "E adesso basta: l' autore è un fornitore e non un consumatore, non deve giudicare niente. Chi prende una nave desidera svagarsi; mentre io sono giù alle macchine e lavoro alle prese con nafta e carbone... Ma questo non riguarda il passeggero che ha pagato la crociera, e ha il diritto di divertirsi... Sono due mentalità diverse, quella del passeggero e quella del macchinista... Dunque ciascuno stia al proprio posto: tanto, si troverebbe a disagio, nell' ambiente dell' altro... Il cliente, poi, dev' essere soddisfatto: non tocca a me giudicare le altre navi, spetta a lui... E se non gli piace la mia, ne prenda un' altraé... E' una questione di concorrenza fra compagnie di navigazione... Addirittura c' è chi preferisce il treno o l' aereo; e così la concorrenza diventa ridicola... "Ma per scrivere, bisogna esser giovani e avere soldi... Io, vecchio come sono, scrivo senza nessun entusiasmo... Non si fanno più i merletti... Mia madre li faceva ancora... Sono cose che andavano bene quando la vita non aveva un prezzo, ora tutto è finito... Romanzi? Macché, c' è troppa gente che va in automobile, che vuole arrivare in fretta... Vivono sospesi in un mondo fra il comunismo e le vendite a rate... senza contare che il comunismo stesso diventa sempre più conforme, fidèle, bourgeois...E' inutile marchiarli a fuoco come facevano gli antichi per non lasciarseli scappare... Avrete schiavi più fedeli per mezzo delle vendite a credito... E ci arriveranno presto anche gli stati comunisti, a questo sistema... Del resto, basta guardare tutti quelli della Renault, qui intorno: dormono per terra, non mangiano, però hanno tutti la macchina, e non si muovono più... "Anche il papa, ci arriverà... Del resto nel Rinascimento teneva fior di galere, l' ho letto nelle memorie del capitano Pandéra (?)... Chi gli impedirà di produrre automobili e lavabiancheria?... Ogni confessione, un buono per una rata... E le comunioni abbinate ai concorsi a premio... E' abbastanza furbo, lo farà, lo farà... Del resto ha sempre detto di no alle ideologie che puzzano di sangue, di razza, di conquista della terra... mentre dimostra tanto entusiasmo per la civiltà delle macchine... "E cosa deve importare, a questi, del romanzo?... E' un impegno che sorpassa le forze attuali: manca il coraggio, la costanza, ci sono i modelli già fatti, lì pronti... Così esiste spesso il piano dell' opera, ma poi il romanzo manca... E' molto comodo anche qui applicare la formuletta... Adoperare la piccola frase fatta, appresa al liceo... E continuare a rifare il liceo per tutta la vita... Ho l' impressione che gli sforzi e il lavoro si applichino solo nelle professioni tecniche, mai nell' arte... Tanto, c' è il cinema... ' Ah, la rigueur des vieux agesé' come diceva il Misantropo di Molière... "... Ma io sono soltanto uno stilista. Per questo non scrivo romanzi... M' importa solo il colore, il mistero delle emozioni e delle parole... Soltanto questo si dovrebbe vedere in tutti i miei libri...". E quando si arriva alle ultime domande sciocche, inevitabili (si chiederanno i suoi progetti?), risponde "morireé". E se cercando una frase cortese - dopotutto è stato con me un intero pomeriggio - dico, adagio, che spero di rivederlo, allora ha il primo gesto d' impazienza. "Mais oui, mais oui, monsieur" sbuffa. E si volta a occuparsi solo delle pentole per i cani. (estate ' 57) Tornando lì dopo quasi quarant' anni, il vecchio pavillon sembra abbastanza immutato, al di là del cancelletto ora verniciato di celeste. Ma tutt' intorno si innalzano dei condomini uniformi di parecchi piani, coi fiori ai balconi e le automobili sulla porta; e la grande stanza deserta è suddivisa adesso in ambienti più piccoli e pieni di sofà e tavolini e cuscini e gabbie d' uccelli e televisori. C' è stato un grosso incendio, ha distrutto anche molte carte. E i cani paiono sempre i medesimi: cinque o sei, enormi, però Madame Lucette sostiene di averli trovati randagi. Lei ha passato gli ottant' anni, ha l' artrite però è vispissima e cortesissima, e gli amici che l' assistono spiegano che ha insegnato la danza fino a poco fa. In queste periferie? ma certamente: proprio qui la borghesia piccola e smaniosa spinge le proprie bambinacce più grasse e brutte dalle maestre di signorilità. Siamo un po' emozionati, e mi offre il volume della Pléiade con la Trilogia del Nord. Non vorrei che rifacesse le scale apposta: li ho già tutti nelle prime edizioni di Gallimard. Ma la signora insiste: "gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!". (estate ' 95)

lunedì 6 aprile 2009

Recensione di Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio su Tuttolibri



Imputato Céline, voi siete assolto!

di Ernesto Ferrero

La guerra, il colonialismo, le catene di montaggio, il degrado delle metropoli...Viaggio al termine della notte è probabilmente il romanzo che meglio d’ogni altro rappresenta i drammi del Novecento, e con una dirompente novità stilistica, la cui forza è ancora oggi intatta. Come è possibile che il suo autore, Louis-Ferdinand Destouches in arte Céline, il caritatevole medico dei poveri, abbia scritto tra il 1935 e il 1941 tre pamphlet che contengono deliranti invettive antisemite? Come è possibile che l’onesto dottor Jekyll si sdoppi nel mostruoso Mr. Hyde, che denuncia nelle lobbies ebraiche l’icona stessa del Male che avrebbe sommerso il mondo?

Gira gira, siamo sempre lì a interrogarci sulle scissioni che possono mettere l’uomo contro lo scrittore. Si sa: le qualità di un artista non producono per ciò stesso una corretta lettura della realtà e della Storia, e men che mai della politica. Pound docet. Ma qui il caso si presenta particolarmente spinoso e complesso. Questo è anche il nocciolo della ponderosa biografia che Marina Alberghini, francesista fiorentina che adora i gatti, dedica a Céline gatto randagio (Mursia, pp. 1160, e 29). Etichetta pertinente, visto il suo nomadismo insofferente d’ogni vincolo. E poi Céline è il felice padrone di Bébert, felino di intelligenza più che umana, amato come un figlio, uno dei pochi personaggi positivi della storia, insieme all’angelica moglie Lucette, la piccola danzatrice andalusa che fu la sua Beatrice.

È la prima biografia scritta in italiano, ovviamente debitrice delle tre apparse in Francia (Gibault, Alméras, Vitoux), delle migliaia di lettere uscite in questi anni, di una pubblicistica imponente, ma anche di indagini e interviste condotte di persona. Prende Céline tutto intero, in blocco, com’è giusto che sia: viscerale, magmatico, assetato di martirio. Il tono è quello, a volte quasi colloquiale e informale, di una appassionata arringa difensiva, che vorrebbe non soltanto scagionare l’imputato da accuse non provate, ma addirittura risarcirlo della proscrizione che lo tenne lontano dalla Francia sino al 1951, mentre altri, più colpevoli, se la cavarono con molto meno. In effetti Céline, bastian contrario sempre controcorrente, era un capro espiatorio ideale: per quanti s’erano compromessi con Vichy, e per quanti avevano aderito acriticamente al comunismo sovietico. Lo stesso Sartre, che dopo la guerra accuserà ingiustamente Céline d’essere stato pagato dai nazisti, durante l’occupazione era legato a una rivista collaborazionista. Ha buone ragioni la Alberghini nel sostenere che Céline, «comunista d'animo», come si autodefiniva, pagava anche la colpa di avere denunciato lo stalinismo sin dal 1936: «Tutto è polizia, burocrazia e caos infetto. Tutto bluff e tirannia...». Ma anche lì, il «socialismo reale» era per lui una metafora dell’eterna difettività dell’uomo. Come in Gadda, il suo furore accusatorio nasce dalla ferita di una delusione che non si dà pace.

Strano antisemita, con amici e fidanzate ebree, peraltro difeso ancora nel 1944 dal mensile del Movimento Nazionale Ebraico: «Il suo individualismo, la sua solitudine intellettuale lo fanno fratello degli ebrei». Nei tre libri «maledetti», che pochi hanno letto (per le sue stesse disposizioni testamentarie che la vedova fa rispettare rigorosamente) ne ha per tutti: i comunisti, gli stessi francesi, gli ariani, i giornali, il Capitale, la Chiesa, la borghesia crapulona, i colleghi imbolsiti. Chiama Pétain «Bédain», cioè trippa, e Hitler Dudule, famoso clown dell’epoca. Finché si sente l’unico a denunciare le cospirazioni degli ebrei guerrafondai, si sfrena in un delirio accusatorio che finisce per risultare comico-grottesco, la caricatura di se stesso: «essenzialmente metaforico e violentemente iperbolico», come diceva Raboni, per cui il lettore si ritrova scisso tra consenso estetico e dissenso etico.

Ma quando i tedeschi arrivano a Parigi e la persecuzione diventa una pratica effettiva, Céline si tiene in disparte, rifiuta le offerte di collaborazioni giornalistiche e radiofoniche, non entra in associazioni filo-tedesche. Il grande anarchico si ritira sull’Aventino di Montmartre aspettando il peggio che s’è costruito con le sue mani. Al piano di sotto si riuniscono degli esponenti della Resistenza che lui non denuncia, anzi. Quando ascoltano Radio Londra, li prega di aumentare il volume, perché lui da sopra non sente bene. Amava così poco i «fritzi» che, a 50 anni e invalido al 75 per cento, scoppiata la guerra si era perfino arruolato volontario.

In Germania il Viaggio era stato bollato come arte degenerata, e l’autore come un personaggio imbarazzante. Lui ricambiava, profetando sin dal 1933 che là si stavano preparando «immonde intraprese sadiche e mostruose», e che l’Europa intera sarebbe stata fascista per parecchio. L’invasato sapeva anche veder bene. Al giovane Arbasino che va a trovarlo nel 1959 predice che gli Stati comunisti si sarebbero aperti prima o poi al capitalismo. Aveva ragione Gide quando spiegava che non è la realtà che Céline dipinge, ma l’allucinazione che la realtà gli provoca. Chi lo frequentò ricorda che non guardava negli occhi l’interlocutore, come se obbedisse soltanto alle visioni oltranziste che lo agitavano dentro. L’uomo dall’insostenibile pesantezza dell’essere sapeva che il delirio può arrivare dove fallisce la ragione.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 4 aprile)

mercoledì 25 marzo 2009

Il Céline di Vandromme





Nelle foto, le copertine della prima edizione francese e di quella italiana.

Il Céline di Vandromme

Il primo saggio monografico in volume apparso in Italia, consacrato a Louis-Ferdinand Céline, uscì alla fine del 1964 edito da Borla nella collana Scrittori del secolo. L'autore é lo scrittore e giornalista belga, nonché critico letterario e polemista politico, Pol Vandromme. La sua uscita seguì di un anno quella francese per Les Editions Universitaires nella collana Classiques du XX siécle. A distanza di quasi mezzo secolo il libro conserva intatte la lucidità d'analisi e l'acutezza nel mettere a fuoco l'importanza e il valore di Cèline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del '900, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlets.

Scheda a cura di Gilberto Tura

venerdì 20 marzo 2009

Spettacolo teatrale su Céline a Roma, 10 e 11 aprile



Al teatro Lo spazio ore 22:30 venerdi 10 e sabato 11 aprile
Roma, Via Locri 42/44, (traversa di Via Sannio, Metro San Giovanni)
Tel.+39 0677076486 +39 392 9583409

O Bu!.... Osteria del canale
liberamente ispirato a Viaggio al termine della notte di L.-F. Céline
di e con Alessandro Cavoli - Teatro Rigodon Rieti

Milan Kundera e Céline


Esce in Francia “Une rencontre”, il nuovo saggio di Milan Kundera, autore di romanzi famosi quali “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, “Il valzer degli addii” e “L'ignoranza”.

In “Une rencontre” lo scrittore prosegue la sua esplorazione delle grandi opere della letteratura, dedicando scritti ad autori quali Anatole France, François Rabelais, Louis-Ferdinand Céline, Philip Roth: «La cultura non è un hobby, ma ci rivela a noi stessi», spiega.

Il saggio, che si apre non con un romanziere, ma con un pittore, Francis Bacon, contiene una serie di ritratti degli scrittori più amati dall’autore: da Beckett a Broch, da Ionesco a Malaparte, passando per René Depestre, Carlos Fuentes, Danilo Kis, Aragon e D.H. Lawrence. Nell’opera Kundera dichiara, tra le altre cose, di non aver invece mai letto una sola riga di Salzhenitsyn.

Edito da Gallimard, “Une rencontre”, 204 p., 18,50 euro, sarà in libreria il prossimo 26 marzo.

giovedì 19 marzo 2009

Albert Paraz e Céline



Albert Paraz, scrittore francese nato a Costantine in Algeria nel 1899 e morto a Vence nel 1957, fu uno dei più accesi sostenitori di Céline, specie durante l’esilio danese di quest’ultimo. Paraz difese Céline in tre curiosi libri-pamphet, nei quali pubblicò anche numerose lettere di Céline: Le gala des vaches, Valsez saucisses e il postumo Le menuet du haricot.


Capisci bene che sono pittoresco… e poi, sono a gratis, né a libro paga, né a
cottimo, né politico, allora mi tengono d’occhio! 20 anni che va avanti così… che
sia sotto l’occupazione o a Sigmar o a Montmartre… sono sempre io il capro
espiatorio!
“No signore, noi non fuciliamo, noi!
Non imprigioniamo mica, noi!
Ma lui! Lui! Lui non sa far altro!” […]
Per esempio, sai cosa diceva Bismarck: “È abbastanza facile coglionare una volta
anche l’uomo più intelligente, ma è terribilmente difficile fregare due volte anche il
più coglione”.
Tutta sta gente, tutti cercano il capro espiatorio… È lui! è lui!


Lettera di Céline ad Albert Paraz del 1956.
(traduz. Andrea Lombardi)

mercoledì 18 marzo 2009

Céline in Quebec



Un curioso articolo su di una visita del Dottor Destouches in Quebec nel 1925, quale "segretario generale della commissione dell'igiene della SdN".

Article paru dans «Le Soleil Québec», le 22 mai 1925.

Québec reçoit les praticiens de l’Amérique Latine

Les médecins de l’Amérique du Sud arrivés à Québec depuis mercredi soir dernier ont employé le jour férié d’hier à d’instructives et agréables visites aux alentours de la ville et à quelques-uns de nos hôpitaux.

L’hôpital Laval a été l’une de leurs premières étapes. Après en avoir admiré la superbe tenue hygiénique ils se sont dirigés vers l’hôpital civil pour s’acheminer, de là, vers le sanctuaire de Sainte-Anne-de-Beaupré où un «déjeuner canadien» leur fut servi à la ferme de M. Jos. Morel par les directeurs du service provincial d’hygiène. Une visite à l’hôpital Saint-Michel-Archange a marqué le retour des distingués voyageurs qui étaient conviés, le même soir, à un dîner intime au Club de la Garnison, offert par la Faculté Médicale de Québec, M. le docteur Arthur Rousseau, doyen de la Faculté l’a présidé et l’on pouvait remarquer à ses côtés, outre les visiteurs: MM. Le Dr Arthur Simard, le Dr P.-C. Dagneau, le Dr Arthur Vallée, le Dr Alphonse Lessard, le Dr Jos Guérard, le Dr N.-A. Dussault, le Dr Edgar Couillard, le Dr Albert Brousseau, le Dr L.-J. Caouette et le Dr J.-B. Lacroix.

Le repas terminé M. le Dr Rousseau a pris la parole pour souhaiter aux médecins étrangers la plus cordiale bienvenue. De son allocution toute pénétrée de l’hommage délicat que la Faculté de Québec désirait rendre aux représentants de la Faculté-soeur, latine, il convient de détacher l’extrait suivant: «Il était temps, dit le président que nous nous rencontrions pour nous rendre compte de la façon dont nous avons continué l’oeuvre de nos ancêtres. Merci d’être venus. Les faits et gestes de votre vie nous intéressent beaucoup. Nos destinées, comme nos origines intellectuelles, sont identiques. Nos ambitions, nos activités, nos préoccupations, nos succès et nos revers ont aussi leur analogie, et il ne peut pas se faire, alors, que nous ne nous ressemblions pas. Vous êtes inspirés, dans ce voyage, par la curiosité qui animait déjà vos ancêtres et qui vous fait rechercher les dernières méthodes d’hygiène. Si nous n’avons rien à vous apprendre, à Québec, j’espère que notre ville vous intéressera. Vous vous êtes plu à vanter les beautés de notre pays. Vos pays, messieurs, sont remplis de merveilles et votre présence ici ravive notre désir de les voir bientôt. Puisse votre visite contribuer à rendre nos relations plus étroites. Buvons donc à cette pérennité de relations et buvons aussi à la santé de la France qui n’a cessé et qui continuera, je l’espère, d’être un lien entre vous et nous.» (Appl.)

Dans sa réponse, M. le Dr Louis Destouches, secrétaire-général de la Commission d’hygiène de la Ligue des Nations s’est exprimé en substance, comme suit au nom de ses collègues: «Nous voici parvenus, dit-il, à la dernière étape de notre voyage et à l’extrémité d’un continent qui, pour ma part, m’était inconnu. Nous repartirons avec des souvenirs qui ne sont pas prêts de s’effacer de notre mémoire. Nous avons, pour ainsi dire, du moins c’est mon cas, découvert le Canada, qu’on nous dit, là-bas, en France, composé d’un groupe de nos frères isolés. Je constate même, que la situation française est plus prospère que la nôtre. Vous semblez extrêmement heureux comparativement à certains Etats qui ont pris part à la guerre. Vous vous êtes relevés plus puissants que nous, et des terres fécondes, des ressources naturelles quasi inépuisables s’offrent à vos fils. Vous en êtes rendus à ce degré de prospérité, dans le Canada français, de posséder deux facultés de Médecine à Québec et à Montréal, qui offrent à l’oeil ravi des visiteurs une couronne magnifique de professeurs avisés. Vous savez, il faut se défier des facultés uniques; elles prennent parfois l’allure historique. Deux facultés, au contraire, c’est vivant.»

M. le Dr Destouches a loué ensuite de façon générale, l’excellente tenue hygiénique dont il avait été témoin au cours de la journée durant les visites faites à quelques-uns de nos grands hôpitaux. Il lui a paru que nous avions développé ici, plus encore peut-être que dans les pays latins, le souci de l’hygiène corporelle. Le Dr Gubetich du Paraguay a eu à son tour des mots aimables à l’adresse de notre pays, et le dîner prit fin.

Ce matin, les visiteurs sont allés présenter leurs hommages à M. l’abbé Camille Roy, recteur de l’Université Laval, après quoi ils ont visité l’école de Médecine, et l’Hôtel-Dieu en attendant d’être les hôtes du Comité France-Amérique à un déjeuner qui leur est offert au Château et que préside M. le Dr Arthur Vallée. Les autres détails du programme ont été publiés dans notre numéro de mercredi dernier.”

Source : Louis-Ferdinand Céline / Dr Destouches à la Société des Nations 1924-1927, FEC, 2001.

lunedì 9 marzo 2009

Ginsberg, Burroughs e il Beat Hotel: due Beat a Meudon



Cosa hanno in comune Céline, Ginsberg e Burroughs? Ce lo spiega questa interessante nota di Gilberto:


DUE BEAT A MEUDON

Nella seconda metà degli anni '50, per sfuggire al clima culturale puritano e repressivo dell'America impegnata a combattere gli spettri e le minacce della guerra fredda, i principali esponenti della beat generation, iniziarono un vagabondaggio tra nord Africa ed Europa. Città d'elezione per artisti alla ricerca di un ambiente più tollerante e di uno stile di vita anticonvenzionale e bohemien non poteva che essere ancora una volta Parigi. Il "quartier generale" della piccola colonia beatnik fu fissato al 9 di rue Git-le-Coeur sulla Rive gauche, nel fatiscente e infimo Beat Hotel . In quelle misere e desolate stanze, con bagni alla turca in comune, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky, William Burroughs e gli altri (l'unico che non vi metterà mai piede è Jack Kerouac), tra sesso promiscuo e abuso di droghe, crearono molte delle poesie, romanzi e sperimentazioni allucinatorie (tra gli altri "Pasto nudo" di Burroughs e "Kaddish" di Ginsberg) che renderanno il movimento famoso in tutto il mondo.
Nell'estate del '58 Burroughs e Ginsberg rilasciarono un'intervista al "Figaro Littéraire" col redattore della NRF Michel Mohrt, il quale conosceva Céline e promise loro che avrebbe organizzato un incontro.
Il primo a scoprire Céline era stato Burroughs che lo farà conoscere prima nel '44 a Ginsberg, donandogli una copia del Voyage, e l'anno seguente a Kerouac.
L' 8 luglio 1958 Burroughs e Ginsberg giunsero alla stazione di Bas Meudon e risalirono route des Gardes fino al 25 ter. Vennero accolti al cancello da Céline e da un branco di grossi cani e fatti accomodare su vecchie sedie nel giardino posto sul retro della casa. Parlarono per circa due ore delle carceri che avevano conosciuto, di letteratura e scrittori contemporanei e della sua attività di medico. Nel donargli alcune copie di loro libri gli dichiararono di essere stati influenzati dai suoi romanzi. Giunti davanti al cancello per accomiatarsi, Ginsberg salutò Céline dicendo "Noi rendiamo onore dall'America al più grande scrittore di Francia" e la moglie Lucette aggiunse "Dell'universo!".

Tratto da: Barry Miles, Il Beat Hotel, Parma, Guanda, 2007, pp. 149-153
Scheda a cura di Gilberto Tura

venerdì 6 marzo 2009