C'è da dire che sul "Corriere" sono usciti dei begli articoli su Céline, ma questa stroncatura dell'Alméras rimane notevole! ;-)ELZEVIRO. Biografie discutibili
Il grande Celine? Solo un vigliacco
Michele Mari, 4 gennaio 1998
Chi volesse sapere come non si deve scrivere la biografia di un artista legga questo Celine di Philippe Almeras (Corbaccio, pagine 558, lire 49.000), studioso che un incauto risvolto di copertina definisce "il piu' autorevole specialista di Celine": se davvero lo fosse, povero Celine e povera critica celiniana, perche' raramente capita di imbattersi in un esempio cosi' evidente di "maldisposizione" di un biografo nei confronti del proprio oggetto. Ad Almeras Celine e' palesemente antipatico; la sua fama lo irrita; la sua "aura" e' una mistificazione da denunciare: benissimo, avesse avuto il coraggio e l'onesta' di scrivere un libro contro Celine. Il guaio e' che al contrario egli si atteggia a "celiniano" zelante, giungendo persino a scimmiottare scolasticamente uno stile ben noto (ad esempio a pagina 322: "...la Rivoluzione, ma allora, qui scusate! quella vera! Supercomunista!"). Avarizia, invidie, venalita', sporcizia, maltrattamenti ai familiari: sappiamo benissimo che non c'e' grand'uomo agli occhi del proprio cameriere; ma, appunto, le biografie non devono scriverle i camerieri. Esistono due grandi modelli ideali di biografia: quello erudito - analitico e quello saggistico - sentimentale. Il primo tende al recupero e alla ricostruzione di ogni "fatto", e da' in buona parte per scontati la grandezza del personaggio e il senso della sua opera; viceversa il secondo modello tende a dare per scontato l'accertamento filologico dei fatti, privilegiando l'aspetto interpretativo e valutativo della ricerca. E' ovvio che nessuno dei due modelli e' del tutto autosufficiente e che ogni contaminazione e' lecita: meno lecito mi sembra imbastardire entrambi i modelli trasferendo all'uno i criteri dell'altro. Questo ha appunto fatto Almeras, che per un verso, ricorrendo arbitrariamente all'alibi della scrittura saggistica, ha omesso una miriade di fatti e fatterelli (soprattutto date) salvo subissarne il lettore quando gli interessava, e che per altro verso ha avvilito l'"interpretazione" di Celine scrittore subordinandola al fiscalismo del riscontro effettuale. In Rigodon (e' un esempio, potrei farne cento) Celine narra il suo viaggio in Germania con i colori dell'epica apocalittica? Diciotto giorni a piedi e ventisette cambi di treno? Mente!, grida Almeras, e corregge: "Il viaggio, che sembra interminabile, dura tre giorni". E allora? Allora mi chiedo: si puo', oggi, al termine di un secolo di teoria della letteratura, dopo l'idealismo, dopo il formalismo, dopo lo strutturalismo, dopo il decostruzionismo, dopo tutto, scrivere una biografia cosi', paleo - positivista senza nemmeno l'onesta acribia dei positivisti? Quando Almeras commenta alcune inesattezze epistolari del giovane Celine in Africa osservando che egli "ha gia' orrore della realta', preferisce imbastire storie" e' ancora nel lecito, anche se uno studioso piu' sensibile avrebbe sfruttato il rilievo per cogliere l'epifania dello scrittore anziche' l'infingardaggine del "colono"; ma quando allo stesso setaccio sono fatti passare il Viaggio al termine della notte o Da un castello all'altro e' come rimproverare Dante perche' cantava Beatrice essendo invece sposato con Gemma Donati (e Almeras ha avuto l'impudenza di riportare un'aurea frase di Jean d'Ormesson: "La vita del romanziere non ha grande interesse, e le sue idee, meno ne ha, meglio e"). Ne esce fatalmente un Celine vigliacco, opportunista, calcolatore, indebitamente lagnoso; e naturalmente un Celine tout - court nazista, senza che la complessa questione del suo antisemitismo provochi un solo dubbio, un solo moto di curiosita' esplicativa (dove non sfugga la duplicita' di peso e misura: un'iperbole nel Voyage e' "menzogna", ma un'iperbole in Bagatelles e' "verita"). Non basta: Almeras ci doveva pure affliggere con insopportabili lepidezze, come quando, a proposito del rifiuto di Gallimard di versare a Celine un nuovo anticipo, commenta (giocando sul titolo di Mort a' credit): "Credito e' morto", o quando, avendo Celine negato davanti a un interlocutore ebreo di essere filoariano, chiosa fra parentesi: "che fa rima con ruffiano". Non c'e' nulla da aggiungere. La vita di Celine e' cosa troppo profonda perche' un Almeras possa rimpicciolirla: anzi le vite, perche' come scrisse Celine gia' nel 1933, "ne ho avute almeno tre o quattro per quel che mi risulta".*