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sabato 12 gennaio 2013

"Céline ci scrive" recensito su Repubblica di oggi!


CÉLINE, LE LETTERE DELLA VERGOGNA

FONTE: GIUSEPPE DIERNA - LA REPUBBLICA | 12 GENNAIO 2013

Pubblicate in Italia le missive inviate ai giornali filonazisti. Nei testi usciti sulla stampa collaborazionista l´autore di "Viaggio al termine della notte" riprende i temi dei suoi pamphlet in un delirio di logorrea antisemita

Il fatto è noto. Il dottor Louis-Ferdinand Destouches, in arte Céline, uno di quelli che hanno veramente cambiato la letteratura nel Novecento, dopo aver pubblicato i suoi primi due capolavori sforna tra il 1937 e il ´41 tre esplosivi e obbrobriosi pamphlet (Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri e La bella rogna) nei quali riversa quel suo livore per l´universo mondo che i romanzi avevano già lasciato intravedere, ma velato dietro una scrittura struggente e talvolta addirittura lirica. Quello che, però, nei pamphlet esplode è soprattutto un insanabile furore che ha per bersaglio gli ebrei, visti come gli artefici di una cospirazione mondiale che mira al controllo dell´economia e della politica, e disegnati utilizzando tutto il corollario di luoghi comuni e insulti elaborato da secoli di antisemitismo. Fatto, questo, che era costato allo scrittore una condanna a morte in contumacia da parte della Resistenza, l´indegnità nazionale, un ostracismo durato decenni, e - per arrivare a oggi - la cancellazione di ogni celebrazione ufficiale per i cinquant´anni dalla sua morte.
Com´è ugualmente noto, mentre il Tribunale di Parigi decideva del suo destino, Céline aveva sempre sdegnosamente negato ogni attiva partecipazione al regime filonazista del maresciallo Pétain, insediatosi dopo l´occupazione tedesca della Francia (negando anche - e qui stava davvero esagerando - il carattere antisemita dei pamphlet), escludendo categoricamente di aver «mai scritto un articolo su un giornale». Non erano infatti articoli. Erano lettere. Pubblicate ora per la prima volta in italiano, insieme a quell´autodifesa lievemente menzognera: Céline ci scrive (sottotitolo: Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944, Edizioni Settimo Sigillo, 240 pagine, 25 euro).
In una trentina di missive, uscite sui peggiori periodici filonazisti (per la maggior parte foraggiati dagli occupanti) accanto a becere vignette antisemite, Céline riprende motivi sviluppati nei pamphlet, anzi talvolta ad essi rimanda, infastidito dal doversi ripetere, come quando - rispondendo a un´inchiesta dell´Appel sul tema «Bisogna sterminare gli ebrei?» - scrive: «Ne ho abbastanza di ritornare sulla questione ebraica. Tre libri categorici bastano, credo». Una delirante "logorrea antisemita" ripropone il già noto: la minaccia ebraica e la loro bassezza morale («gli ebrei sono responsabili della guerra, o no?»), la flaccidità del governo di Vichy («capo conigliera dei letamai ebrei») e la debolezza degli antirazzisti francesi, per cui una lettera lamenta «il sabotaggio sistematico del razzismo in Francia per mano degli stessi antisemiti. Per giungere, infine, a suggerire nel settembre del ´42 (quando sono già cominciate le deportazioni di ebrei dalla Francia e le SS hanno sostituito l´esercito a Parigi) che la Francia venga divisa in una zona ariana al Nord («lavoratrice e razzista») e una al Sud, in mano agli ebrei. Ma è davvero troppo e la rivista preferisce censurare il suggerimento.
La posizione di Céline nei circoli collaborazionisti è infatti quella di un estremista isolato. Robert Brasillach - collaborazionista poi fucilato - scrive nel ´38 dei suoi libelli: «Se ragionassi come lui potrei affermare che quest´opera è stata scritta da un certo Celinemann, detto Céline, col fine di mettere in cattiva luce gli antisemiti». Al percorso "politico" di Céline di quegli anni è dedicato il documentatissimo volume di Francesco Germinario, Céline. Letteratura politica e antisemitismo (Utet, 157 pagine, 16 euro), che spiega come - in un clima di latente antisemitismo risvegliato in Francia dalla vittoria elettorale del Fronte Popolare nel ´36 - la tesi del cospirazionismo ebraico permette allo scrittore di «fuoriuscire dal quadro di disperata impoliticità che aveva caratterizzato i romanzi dell´esordio», convinto com´era che la rinascita della nazione dovesse necessariamente passare attraverso quella «rinascita in senso razziale» messa ferocemente in opera dal nazismo. Incomprensibile Céline, che negli stessi giorni riutilizza le minute di quelle stesse lettere per scriverci sul retro Guignol´s Band, lo splendido romanzo della sua prima rinascita!


Rece... e scheda libro (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2011)



martedì 17 aprile 2012

"Céline ci scrive - Le lettere di L.-F. Céline alla stampa collaborazionista francese" recensito da Patrizio Paolinelli

 

L’ingenuo perfetto. Le lettere di Céline alla stampa collaborazionista

di Patrizio Paolinelli 


Talvolta non c’è niente di più antipoetico della vita di un poeta. Non fa eccezione la parabola di Louis-Ferdinand Céline negli anni in cui cede ai richiami della teoria della razza, all’anticomunismo viscerale, al nazismo. Vero poeta Céline racchiude dentro sé l’infinito spettro del sentire umano. Si tratta di una pressione incontenibile, insopportabile, dolorosa. Una pressione che conduce lungo le strade dell’incomprensione, della follia, dell’emarginazione. Strade battute dal Céline ossessionato dal complotto giudaico e respinto dalle tante destre che pensava lo avrebbero accolto a braccia aperte come ideologo tout court.
Percorrendo vie che non portano da nessuna parte a un certo punto Céline libera i demoni che dettano Bagatelles pour un massacre e i successivi pamphlet antisemiti. Libelli disperati, scritti di getto, a metà strada tra politica e letteratura. Libelli che danno voce alla cattiva coscienza di un uomo terrorizzato da un nuovo conflitto europeo. Con lo scoppio della guerra la prudenza avrebbe consigliato a Céline il ritiro dalla scena. Invece lo scrittore radicalizza ancor più le proprie posizioni politiche. Compromissione che finalmente anche il lettore italiano può verificare grazie alla recente pubblicazione di Céline ci scrive (Settimo Sigillo, 240 pagg., 25 euro). Un testo che riproduce gli interventi dello scrittore sulla stampa collaborazionista francese tra i 1940 e il 1944. Ideatore e curatore della raccolta è Andrea Lombardi, studioso di storia militare, appassionato lettore dell’opera di Céline e animatore del più importante blog italiano dedicato allo scrittore francese (http://lf-celine.blogspot.com).
Céline ci scrive è un lavoro importante. Intanto, perché almeno in parte colma il vuoto lasciato dal divieto di Céline di rieditare i tre pamphlet che tanti guai gli hanno procurato. Poi, perché le lettere alla stampa collaborazionista mancano quasi del tutto dei tanti passaggi poetici che caratterizzano i libelli consegnandoci per così dire il Céline integralmente politico. Infine, perché dopo aver concluso la lettura del libro ci rendiamo conto che il poeta prevale nettamente sul polemista.
Come si arriva a tale conclusione? Non certo prestando orecchio alle proposte politiche dello scrittore. Proposte che resteranno del tutto ininfluenti sulle scelte degli occupanti tedeschi e del governo di Vichy. Sia con i libelli che con le lettere alla stampa collaborazionista Céline grida nel deserto. Nessuno lo ascolta, talvolta è persino censurato, ma lo si lascia urlare perché non si può negare la parola a chi col Voyage au bout de la nuit ha rivoluzionato il romanzo francese, non si può negare la parola a un mostro sacro della letteratura.
In quanto a mostruosità Céline non si fa certo pregare. Nelle lettere alla stampa collaborazionista pretende la pulizia razziale della nazione, accusa Pétain di essere filosemita, taccia i francesi di debolezza, codardia e degenerazione, esalta la crociata antibolscevica, reclama sangue per la causa ariana, chiede fanatismo assoluto per la comunità di popolo e ovunque l’ebreo-comunista deve essere stanato. Ovunque: anche dentro i francesi purosangue. Ma i francesi sono purosangue? No. Ed ecco allora Céline avanzare l’idea di dividere la Francia in due parti: quella del Nord, lavoratrice e razzista, con capitale Parigi, e quella del Mediterranea, bizantina e latina, con capitale Marsiglia. Troppo, anche per gli estremisti della destra più reazionaria.
Se non si presta ascolto a queste farneticazioni cosa resta del polemista Céline? La solitudine e lo stupore. Ossia una condizione e una qualità del poeta. Non è esclusivamente politica la chiave per comprendere le lettere alla stampa collaborazionista (così come i pamphlet) perché politicamente Céline è l’ingenuo perfetto: colui che crede alla completa adesione tra parole e fatti. E l’ingenuo perfetto si stupisce enormemente quando la realtà non è coerente con le promesse. In Céline lo stupore si trasforma in rabbia, in un’esigenza ancora maggiore di perfezione. Finisce così per isolarsi sempre di più.


VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del lavoro, 14 aprile 2012.



martedì 4 ottobre 2011

"Céline ci scrive" recensito da Adriano Scianca sul "Secolo d'Italia"...





Le lettere di fuoco del sulfureo Céline

In un libro le missive dello scrittore ai giornali "collabò"

di Adriano Scianca


Una Feltrinelli o una Einaudi qualsiasi, probabilmente, avrebbero sorvolato. Tagliuzzato, selezionato. Epurato. Perché lo scandalo va coltivato in serra, controllato, reso potabile o altrimenti nascosto sotto al tappeto. Settimo Sigillo, invece, ha avuto il coraggio della verità. Ed è così che, proprio per i tipi della casa editrice romana, è potuto arrivare sugli scaffali delle librerie italiane questo incredibile Céline ci scrive (a cura di Andrea Lombardi, pp. 240, € 25,00), raccolta senza censure e senza attenuazioni delle lettere scritte dal dottor Destouches alla stampa collaborazionista francese tra il 1940 e il 1944. È un cazzotto allo stomaco, diciamolo subito. Anche il lettore meno sensibile al politicamente corretto, infatti, avrà qualche giramento di testa nell'avere a che fare con un Céline «sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato», come dirà Ernst Junger. Sarebbe ovviamente una indebita edulcorazione quella che volesse stemperare le invettive céliniane degradandole a mero artificio retorico. Ma di sicuro si ha spesso l'impressione che Io scrittore ponga sul piatto gli argomenti più sulfurei per portare il discorso all'estremo, per stanare ipocrisie e trasformismi. Certe cose, infatti, «chi le scriveva allora? Nessuno. Chi baciava le ciabatte a Blum? Tutti. I blumisti di ieri sono gli hitleriani di oggi, pressappoco.e se cambia il vento, i comunisti di domani». Di fronte alle piccole viltà di chi cade sempre in piedi, Céline invoca coerenza fino al punto di rottura, chiedendo al prossimo l'estremismo come cartina di tornasole della autenticità. È un gioco pericoloso, però. E un bel po' sulfureo. Così facendo, l'autore del Voyage riuscirà per-sino a farsi censurare da alcune riviste collaborazioniste che pure non è che ci andassero leggeri su certi temi. Come quando, nel 1942, manderà a Je suis partout un articolo in cui chiederà di dividere la Francia in due: quella a nord della Loira, ariana e fascista, e quella a sud, "sovralgerica", meticcia ed ebraicizzante... Fa tuttavia bene Andrea Lombardi a porre in appendice una breve ma significativa antologia di poesie e prose antifasciste dell'epoca, dove l'invito ad ammazzare, sterminare, violentare, se possibile godendone luciferinamente, è ribadito con eguale enfasi e forse persino con un po' più di serietà. A Céline, rispetto a Louis Aragon, va semmai ascritto il merito di aver sparso parole di fuoco infischiandosene del senso della storia, della pretesa oggettività di un sistema filosofico, dello scintillio delle buone intenzioni. Oltre al fatto di non essersi meritato una stazione della metropolitanaa suo nome, cosa che invece è accaduta, a Parigi, al cantore della Gheppeù. Il poeta comunista, non a caso, attenderà il sol dell'avvenire senza fretta, nella sua lussuosa villa con parco di sei ettari. Céline e consorte, invece, avranno diversa fortuna. Della coppia, all'epoca buia dell'epurazione, ha tratteggiato questo gustoso - quanto amaro - ritratto Stenio Solinas, nella lunga introduzione al libro: «Lui la chiama urlando, e impreca se lei non risponde, lei gli replica per le rime, il pappagalloToto si intromette e a sua volta ripete le ingiurie del suo padrone... Per i vicini non è una musica paradisiaca, aggravata dal fatto che quando i cani si mettono ad abbaiare Céline non li zittisce, ma anzi li aizza, come se alle porte ci fosse il nemico...». Cani, gatti, pappagalli. Vestiti sempre più simili a stracci, uno spago per tener su i calzoni. È l'altra faccia dello scrittore maledetto. Che, del resto, continuerà fino alla fine a spiazzare chiunque deciderà di avvicinarsi alla sua controversa figura. «Chi è portato al compatimento - spiega ancora Solinas - si ritrova spesso e volentieri scavalcato dall'accorgersi che l'oggetto compatito in realtà calcola, sor-veglia, non sbaglia una mossa, piange a comando, insulta e si ritrae. Chi vorrebbe smascherare il vecchio gigione, scopre orgogli insospettabili, nobiltà di comportamenti, suprema indifferenza per "valori" allora (come oggi) alla moda: il successo, gli agi, le comodità...». L'inafferabilità del personaggio è narrata anche da Karl Epting, dal 1933 al 1944 direttore dell'Istituto tedesco di Parigi, che metterà giustamente l'accento sul «contrasto profondo tra la sua presa di posizione verso le collettività impersonali, per esempio, americane, inglesi, russe, ebraiche e massoniche, nella quale poteva essere di una crudeltà che, nei suoi discorsi, arrivava sino al parossismo, e il suo comportamento verso l'individuo concreto, uomo o animale che fosse, nel quale non ha mai cessato di restare il medico e il protettore». È questo che fa di Céline un oggetto sempre sfuggente, sempre indecifrabile. Un filantropo che aveva deciso di sputare in faccia al mondo. Un irregolare del pensiero, lingua di fuoco e braccia accoglienti. Senza uno straccio di stazione della metro a suo nome.


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Aspettiamo i vostri commenti sul libro!


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mercoledì 14 settembre 2011

"Céline ci scrive" recensito su Booksblog!






Céline ci scrive, le sue lettere "maledette" tradotte e pubblicate per la prima volta in italiano



Sono passati cinquant’anni dalla morte di Louis Ferdinand Céline, cinquant’anni in cui lo scrittore maledetto per eccellenza è stato trattato in ogni modo. Da ogni parte politica, da destra e da sinistra, Céline è stato, in quanto scrittore, oltraggiato. Nel mondo letterario, nessuno più di lui in questi cinquant’anni ha subito più tentativi di strattonamento verso l’una o l’altra parte politica. La pubblicazione di questo «Céline ci scrive. Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944», a cura di Andrea Lombardi, potremmo dire che contribuisce al dibattito come una bomba a mano contribuisce a una rissa, vale a dire mandando tutti al tappeto e mettendo in evidenza l’inutilità dell’alterco. Le lettere ora pubblicate, infatti, sono a tutti gli effetti “maledette”, sono illeggibili per qualunque benpensante, sono inammissibili, oltraggiano praticamente ognuno dei principi su cui abbiamo costruito il mondo occidentale contemporaneo. Eppure, io credo, sono lettere che fanno bene proprio per questa loro indigeribilità, perché ci mostrano quanto sia inutile e idiota cercare di trasformare un uomo in un vessillo e costringerlo a sventolare da una parte o dall’altra, soprattutto quando si parla di Céline. Céline, l’uomo, era una personalità lontana da questo tipo di logica come il nostro pianeta dalla stella più vicina. Chi si affanna a cercare di farlo schierare, non solo non ha capito nulla di quel formidabile e spiazzante anarchico, ma non ha capito nulla neppure della Letteratura.



Tutto ciò che può essere detto sulla visione politica di Céline, o almeno, tutto ciò che può interessare noi, i suoi lettori dell’inizio del XXI secolo, è ben riassunto in una frase nell’introduzione al libro scritta da Andrea Lombardi:


rendendoci pur conto che pensare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sensibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”


Lombardi, sempre nella sua introduzione, cita anche un brano di Pontiggia, traduttore delle Bagatelles, un brano che illumina la vera forza di questo scrittore, un brano che vale la pena di leggere:


Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomunisti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tempesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pugile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denunciato. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazione: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrittori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea.







martedì 25 agosto 2009

Céline in Italia



Ringraziamo di cuore Michele Fabbri per averci inviato la sua recensione al libro di Makovec Céline in Italia, edito da Settimo Sigillo, Roma.

Céline in Italia

Maurizio Makovec ha pubblicato un bel libro sulla fortuna letteraria di Céline in Italia. Il volume, introdotto da una illuminante prefazione di Alain de Benoist, è diviso in due parti: la prima parte è dedicata alla critica e alle interpretazioni di Céline nella cultura italiana, la seconda parte passa in rassegna le traduzioni italiane delle opere di Céline. La critica italiana si accorge presto del fenomeno Céline, e già nel 1933, a un anno dalla pubblicazione del Voyage au bout de la nuit, si leggono sulle riviste italiane le prime considerazioni su quest’autore, sebbene talvolta superficiali e fuorvianti (Guglielmo Serafini vede nel romanzo una «letteratura di propaganda proletaria»!). Più acutamente, altri critici vedono nel Voyage una potente descrizione della condizione esasperata dell’uomo moderno, e, comunque, il dato importante è che Céline negli anni ’30 viene letto da nomi che saranno decisivi nella letteratura italiana del XX° secolo: Bigongiari, Luzi, Betocchi, Bonsanti. Nel dopoguerra non ci sono significativi interventi in Italia riguardanti Céline, fino a quando, nel 1964, esce Morte a credito, tradotto dal poeta Giorgio Caproni, con un saggio introduttivo del prestigioso critico Carlo Bo. Il libro, introdotto in Italia da questi due nomi autorevoli conosce un buon successo di pubblico e di critica, di conseguenza l’editoria italiana è indotta a pubblicare le traduzioni di altre opere, che continuano a destare un vivace interesse da parte di intellettuali come Guido Ceronetti, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni. Nel 1981 compare la traduzione di Bagattelle per un massacro, ad opera di Giancarlo Pontiggia. La pubblicazione di questo pamphlet antisemita, scatena, ovviamente, molte polemiche, e dalla cultura progressista militante si levano lamentazioni rituali fra le quali si segnala quella della poetessa Bianca Maria Frabotta, che scrive: «il famosissimo protagonista del Voyage è il coglione che scrive Bagatelles, e se qualcosa è cambiato è solo il rapporto tra autore e protagonista». In ogni caso i critici più intelligenti, come Ernesto Ferrero e Giovanni Raboni, colgono il valore dell’opera, che è caratterizzata da una notevole vis polemica, ed ha una fondamentale importanza documentaria. Importantissima, poi, è la traduzione del Voyage di Ernesto Ferrero, del 1992: questa versione, accolta con favore dai lettori, consacra definitivamente Céline presso il grande pubblico. Nella seconda parte del libro, Makovec passa in rassegna le traduzioni delle opere di Céline, mettendo a confronto i tentativi dei vari autori che si sono cimentati in quest’impresa. Com’è noto, il linguaggio di Céline ha uno spiccato carattere popolare, è infarcito di parole che provengono dall’argot, il gergo dei bassifondi parigini, e spesso riproduce il parlato di persone incolte. Forse per questo particolare impasto linguistico, nonché per lo struggente lirismo di tante sue pagine, Céline, come si è visto, ha attratto l’interesse di importanti poeti italiani. Secondo Makovec, i traduttori che hanno saputo rendere meglio Céline in italiano sono Ernesto Ferrero, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Gianni Celati, Giuseppe Guglielmi. Naturalmente il gusto dei lettori cambia attraverso il tempo, e un linguaggio particolarmente vivace come quello di Céline, avrebbe bisogno di costanti aggiornamenti nella traduzione. Makovec rileva inoltre come spesso i traduttori facciano ricorso a termini dialettali italiani per tradurre l’argot, ed essendo molti di questi traduttori di area padana, una parte di pubblico italiano non è sempre in grado di capire tutti i termini utilizzati. Makovec in questa parte del libro mette a confronto lo stesso brano in due traduzioni diverse, evidenziando differenze talvolta sorprendenti fra traduzioni «brutte ma fedeli» e traduzioni «belle e infedeli». Senza nulla togliere al libro di Makovec, ci sembra opportuno rilevare una imprecisione nella rassegna delle opere tradotte in italiano: Makovec afferma che non è mai stato tradotto il pamphlet antisemita L’école des cadavres. In realtà è esistita una traduzione italiana che però non è più in commercio (Céline, La Scuola dei cadaveri, Soleil, S. Lucia di Piave, 1997). In conclusione il libro di Makovec è un ottimo punto di partenza per i lettori italiani che vogliono approfondire la conoscenza di uno straordinario e controverso autore che, piaccia o meno, è stato indubbiamente uno dei grandi veggenti del XX° secolo.

Michele Fabbri

Maurizio Makovec, Céline in Italia. Traduzioni e interpretazioni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp.240, euro 20,00.