domenica 21 marzo 2021

Vandromme, il mediatore della destra scanzonata: Massimo Raffaeli recensisce il 'Louis-Ferdinand Céline' di Pol Vandromme su "Alias"



Novecento francese. Il critico Pol Vandromme, belga vallone con sortite a Parigi, è stato il ritrattista della letteratura buissonnière: tornano le sue monografie su Drieu La Rochelle e Céline (da Oaks e da Italia Storica)


In Francia la parola divenne di senso comune nel secondo dopoguerra con il romanzo L’Europe buissonnière, esordio di Antoine Blondin, il perdigiorno per antonomasia, ma chi la mutò in un termine tecnico e anzi nella etichetta letteraria per cui «buissonnière» è sinonimo di letteratura «anticonformista», «scanzonata» e sottotraccia «destrorsa», fu un critico letterario che non era di nazionalità francese ma di origine vallone, Pol Vandromme (1927-2009), il quale amava autodefinirsi «belga di passaggio e provinciale di Parigi».
Il suo nome è legato a una genealogia che muove da Charles Maurras, prosegue con i Rebatet, Brasillach, Montherlant, Marcel Aymé, Roger Nimier e gli altri «Ussari» come Blondin fino agli albi di Tintin e alle partiture di Georges Brassens e Jacques Brel dalla cui canzone più etnografica, Le plat pays, aveva tratto l’oroscopo dedicando ai suoi autori agili monografie (in realtà dei ritratti a memoria, cerimonie del ricordo) con un riguardo particolare a chi svetta sugli altri nella sua panoramica, quel Louis-Ferdinand Céline (Italia Storica, pp. 172, € 16,00) che ora torna in libreria per la cura di un provetto cultore della materia, Andrea Lombardi. Il libro è datato, perché risale al 1963 e uscì da Borla nella versione di Alfredo Cattabiani l’anno dopo, però mantiene non soltanto la freschezza di uno stile rapido e ficcante (Vandromme era stendhaliano per la vita) ma anche la barra d’appoggio di una distinzione capitale, non sempre e non a tutti chiara, tra il grande artista firmatario del Viaggio al termine della notte e il pornografo di Bagatelle per un massacro.
Vandromme scrive appena due anni dopo la morte di Céline, in un’epoca di duro interdetto, e a quanti pensano che solo un pessimo scrittore può scrivere libelli tanto infami o al contrario che tali infamità sono redente perché pronunciate da uno scrittore tanto grande, egli propone di trasformare gli anatemi o le apologie dell’aut-aut negli atti distintivi, e dunque critici, dell’et-et. Pur dichiarando l’ammirazione, Vandromme non è affatto l’apologeta Robert Poulet (cui si devono gli Entretiens familiers registrati nell’arca di Meudon) né uno specialista del rango di Henri Godard, e oltretutto quando scrive la filologia céliniana è ferma all’anno zero, non è ancora uscito Rigodon (’69) né è dragato l’invaso fluviale dei testi dispersi e dell’epistolario. Piuttosto, Vandromme è un mediatore che si rivolge direttamente ai lettori, e specie ai giovani, additando quell’opera confitta nel buio più profondo del Novecento: «I romanzi raccontano la paura, i pamphlet tentano di distruggerla. Ma gli uni e gli altri vivono nella stessa atmosfera, con gli stessi personaggi, nella stessa angoscia monotona. Sono la stessa faccia di un mondo perseguitato. Questa faccia aspra di montagna inaccessibile dà a Céline un senso di vertigine, ma nel romanziere è la vertigine del baratro, nel polemista è la vertigine dell’altitudine. La polemica per lui non è altro che un attacco violento contro la paura».
Diversa ovviamente la musica che proviene da un’altra monografia di quegli anni, Pierre Drieu La Rochelle (traduzione di Alfredo Cattabiani, Oaks editrice, pp. 160, € 15,00), riproposta in anastatica con una nota introduttiva di Armando Torno. Tanto inferiore nella statura rispetto a Céline, molto più ideologico e politicamente engagé (da ultimo nel PPF, il partitucolo fascista di Jacques Doriot, di cui scrisse una biografia encomiastica che gli valse fra l’altro la direzione della N. R. F. ormai nazificata), talento dispersivo e molto diseguale negli esiti letterari, Drieu ha vissuto fino in fondo la tragedia secolare dell’estetismo e ha scontato le annesse ipoteche dell’immoralismo, ma nel suo magma bibliografico brillano almeno due piccoli capolavori ed entrambi, necessariamente, di chiara proiezione autobiografica: e non per caso l’uno è la storia di un suicida, Fuoco fatuo (dal quale nel 1963 l’omonimo e bellissimo film di Louis Malle), l’altro pubblicato postumo, Racconto segreto, è il referto che prepara cavillosamente il suicidio dell’autore medesimo.
Qui il critico mostra una più fredda passione per il proprio referente, la materia è più circoscritta e malleabile, non si annunciano al presente inediti di rilievo se non la cruda documentazione infine contenuta nel Diario 1939-1945 (il Mulino 1995) e perciò la conclusione è irenica: «I giovani che oggi cominciano a leggere rimangono passionalmente indifferenti alle nozioni di petainismo, di collaborazionismo e resistenza (…) potranno aprire certi libri di Drieu con una curiosità serena per chiedersi come e perché un grande spirito come lui sia stato distrutto dalle guerre civili. Non gli chiederanno i conti ma i motivi». Prima che indulgenza, Vandromme mostra qui un ottimismo che verrà presto smentito dai fatti del maggio 1968, le cui vicende sentirà tuttavia affini se non altro per la quota buissonnière del costume che esse verranno imponendo. Per parte sua Pol Vandromme resta un cosmopolita che non si muove mai, se non per le sortite a Parigi, dalla nativa Charleroi nel cui quotidiano di orientamento cristiano-sociale, Le Rappel, lavora da redattore e poi da editorialista. La sua bibliografia è ricca di titoli a decine, tra i contributi monografici, i libelli polemici (uno particolarmente acuminato è contro il grande amico di Drieu, Malraux, du farfelu au mirobolant), le memorie autobiografiche e i saggi fra i quali appunto La droite buissonnière del 1960. Quando vinse nel 1982 il premio speciale della Académie Française, nella motivazione veniva rammentata l’immagine di «spadaccino delle lettere» come di creatore di metafore nette, pungenti, e ne andrebbe richiamata se non altro una tra le sue più celebri, quella che battezza Simenon «maggior romanziere russo di lingua francese» ipso facto mostrandolo come il Tolstoj della piccola borghesia continentale quale in effetti, lo sappiamo ora più di allora, egli fu. Fa dunque torto alla sua misura di scrittore e di originale stilista l’appellativo di Monsieur Jadis (più o meno «Il Signor C’era una volta» della critica) che corre da tempo nell’ambiente in cui pure si è formato e ha lavorato. Non certamente a Parigi, sua patria elettiva, dove abitavano peraltro i suoi più cari compagni di via. In Italia, a parte le monografie adesso riproposte, non si è pubblicato altro di suo ed è un autentico peccato che uno dei suoi libri più belli, di certo il più teso e dolente, sia rimasto per così dire nel non-essere: già alle ultime bozze, a cura di chi scrive e con una stupenda copertina a firma di Enzo Cucchi, Le gradinate dell’Heysel, già annunciato da Luca Sossella editore nell’estate del 2012, purtroppo è un libro che non è mai andato in stampa.
Quando Vandromme è morto, nel Bulletin Célinien (n. 311, settembre 2009) qualcuno ha ricordato il fatto che viveva in pratica con i suoi corrispondenti per telefono o per lettera, che era una miniera di aneddoti e di ricordi d’anteguerra, che infine amava rievocare il paradosso di un suo caro amico, lo scrittore ed editore Dominique De Roux, secondo cui esistono soltanto tre categorie di critici, quelli che non sanno leggere, quelli che non sanno scrivere e quelli che non sanno né leggere né scrivere. Ovvio che Pol Vandromme apparteneva alla quarta, cioè quella di coloro che sanno leggere e scrivere sul serio.

venerdì 26 febbraio 2021

Louis-Ferdinand Céline di Pol Vandromme, con una nuova prefazione dell'autore


Segnaliamo questa uscita libraria céliniana:

Louis-Ferdinand Céline
di Pol Vandromme
con una nuova prefazione dell'autore

Il Louis-Ferdinand Céline di Pol Vandromme, scrittore e giornalista belga, nonché critico letterario e polemista politico, fu pubblicato in Francia nel 1963. A distanza di più di mezzo secolo il libro conserva intatte la lucidità d’analisi e l’acutezza nel mettere a fuoco l’importanza e il valore di Céline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del Novecento, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlet. Nuova edizione con una nuova prefazione dell'autore e apparato iconografico.

Brossura, f.to 13x20, 172 pagg., alcune ill. bn.

Euro 16,00

Edito da ITALIA Storica, Genova 2021.
ISBN 9788831430142

Info e ordini italiastorica@hotmail.com

sabato 13 febbraio 2021

Morto l'editore e céliniano Pierre-Guillaume de Roux



Riceviamo da Marc Laudelout questa terribile notizia:

Nous avons appris avec tristesse la mort vendredi 12 février à Paris de Pierre-Guillaume de Roux à l’âge de 58 ans des suites d’une longue maladie. Fils de l’écrivain Dominique de Roux et de Jacqueline Brusset, animateurs des éditions de l’Herne, il était entré dans l’édition comme on entre en religion, en 1982 chez Christian Bourgois, avant de devenir deux ans plus tard directeur littéraire à La Table Ronde. On le retrouvera plus tard chez Julliard et Bartillat, puis aux Syrtes et au Rocher avant qu’il ne fonde en 2010 la maison qui porte son nom. Parmi la longue liste des auteurs significatifs que cet éditeur engagé aura édités, on relèvera les noms de Pierre Boutang, Christopher Gérard, Gilles Lapouge, Philippe Le Guillou, Richard Millet, ou encore Olivier Rey et Rémi Soulié. Sur le plan célinien, il a édité la bibliographie d'Alain de Benoist, un ouvrage collectif consacré à Lucette Destouches, la réplique de David Alliot & Éric Mazet au livre de Taguieff & Duraffour, ainsi que le "Céline's big band" d'Émeric Cian-Grangé.


martedì 2 febbraio 2021

Ecco perché odio e amo l’enigma Céline, di Julia Kristeva



Ecco perché odio e amo l’enigma Céline

di Julia Kristeva (la Repubblica, 07.07.2015)

LOUIS Ferdinand Destouches, detto Céline (1894-1961), non cessa di suscitare emozioni e indignazioni. La prova: la continua riproposta delle sue opere. Alcuni plaudono al coraggio degli editori, e necessariamente a quello dello scrittore che scava con il bisturi del medico in fondo agli esseri umani, che il genio di questo viaggiatore al termine della notte chiamava «opera del diluvio ». Altri bacchettano questo incensamento di cui non dovrebbe essere onorato l’autore antisemita di “Bagatelle per un massacro”. Molti di voi ne hanno sentito parlare. Pochi l’hanno letto, lo so, non dite il contrario. Se mi arrischio a parlarne, è in primo luogo perché quegli scritti non sono solo let-teratura: toccando tutte le corde della lingua, Céline mette a nudo l’inconscio fino all’insostenibile, e fa ridere l’essere parlante della sua stessa bestialità.

D’altro lato, e al tempo stesso, la sua angoscia distrugge quella barriera di sicurezza chiamata sublimazione e si compiace in un’eccitazione mortifera alla quale la storia europea offre una via discarico: l’antisemitismo. Céline attraversa la vita e la morte in un’esperienza che lo spoglia della sua identità e lo conduce all’apice della sua eccitabilità e delle sue angosce. Una esperienza come quella che crea mistici e che i filosofi (da Hegel a Heidegger) cercano di delucidare a posteriori? Con una differenza, e si tratta di una differenza radicale: che Céline pratica la sua esperienza e ce la consegna nella lingua più curata che ci sia: il francese «regale», dice. Fino a farlo vibrare in danza e in musica, e portarlo ai limiti del senso, ebbro del solo piacere dell’esattezza della parola e del ritmo, per piangere d’orrore e di risa.

Quale altro approccio, diverso dalla psicoanalisi, potrebbe arrischiarsi su questa cresta, dove la pulsione e le parole camminano di pari passo e si scontrano per inabissarsi e sublimarsi mentre “io” crollo o mi esalto in un’apocalisse senza Dio? Oltretutto, è la tragedia della Shoah? È la logica implacabile dell’Homo religiosus che, di sporcizia in sozzura, di tabù levitici in peccato e codici morali, affina le sue logiche e i suoi riti di purificazione fianco a fianco alle sue passioni, ma molto spesso vi soccombe? Il viaggio di Céline al termine della notte si è trovato un capro espiatorio, un polo di fascinazione e di odio, nella figura immaginaria dell’ebreo. Quale arte diversa dalla psicoanalisi può accettare la scommessa di fare luce su questa compromissione antisemita?

Dopo avere letto tutto Céline e quasi tutto su di lui, senza dimenticare scrittori degni di stima che si sono compromessi con il suo antisemitismo, avevo difficoltà a pensare insieme Céline scrittore e Céline ideologo. Avevo acquisito la certezza che non ci fossero due Céline: da un lato quello del «francese lingua regale»; dall’altro l’assassino innamorato di Yubelblat, del «fondo della sua sostanza di immondizia ». Alcuni preferendo dimenticare la politica per cullarsi in gioie estetiche, altri esecrando l’autore di pamphlet al punto da censurare lo scrittore. Nella mia lettura i due Céline stanno insieme, in una stessa dinamica psichica che può assumere sfaccettature diverse: slanci di tenerezza, squarci di luce, come salve di deiezione, di pus e di sangue, di chiamata all’omicidio.

È a questo punto che, in un periodo drammatico della mia vita personale, e dopo avere letto Céline a tarda notte, mi sono svegliata con la parola “abiezione”. E la convinzione che questa parola riassuma l’enigma Céline. Non vi sto dicendo che la mia lettura costituisca una spiegazione esaustiva del suo stile, e ancor meno dell’orrore antisemita nel quale si è compromesso col sogghigno. Dico solo che questa dinamica psichica, che io chiamo una abiezione, si aggiunge alle ragioni religiose, politiche, sociali, storiche che, da oltre due millenni, hanno fatto dell’ebreo il nemico d’elezione in Europa. E ancora oggi il nemico d’elezione del mondo musulmano, benché in modo sociopolitico diverso, ma attingendo alla stessa riserva psichica.

Molte altre cose sono state dette dai sociologi e dai politologi sulle cause della tragedia antisemita che ha portato all’Olocausto. Resta ancor più da dire delle motivazioni religiose interne ai tre monoteismi che attizzano quella violenza fratricida. L’analista, come sempre a partire da un discorso individuale ( qui: Céline), può aggiungervi solo un chiarimento complementare: un carotaggio diretto a quel luogo psichico, peraltro temibile e tuttavia straordinario, dove l’essere parlante al tempo stesso perde e costruisce la propria identità. Né soggetto né oggetto, un aggetto/ abietto. Né te né me, tutti abietti, ma tu più di chiunque altro. Chi, tu? Tu-mio altro: mio Me abietto che io proietto in Te confuso con la mia abiezione, la nostra-la tua. Così intesa, l’abiezione ha una lunga vita davanti a sé: abitando le pieghe tra linguaggio e pulsione, là dove le identità vacillano, essa può tanto ordinare la creazione immaginaria quanto fomentare tutti quei confronti con l’altro dove dominano il potere dell’orrore, l’attrazione e il disgusto, l’antisemitismo e il razzismo che perdurano e che verranno. Quali rapporti dunque tra l’abiezione e il racconto di Céline?

«In principio era l’emozione... », ripete spesso, nei suoi scritti e nei suoi colloqui. A leggerlo, si ha l’impressione che in principio fosse il malessere. Il dolore come luogo del soggetto. Limite incandescente, insopportabile tra dentro e fuori, me e altro. L’essere come mal-essere. Il racconto céliniano è un racconto del dolore e dell’orrore non solo perché i “temi” ci sono, tali e quali, ma perché tutta la posizione narrativa sembra ordinata dalla necessità di attraversare l’abiezione della quale il dolore è l’aspetto intimo, e l’orrore il volto pubblico. Poiché quando l’identità narrata è insostenibile, quando la frontiera soggetto/oggetto è lacerata e anche il limite tra dentro e fuori diventa incerto, il racconto è il primo a essere interpellato. Se esso prosegue nonostante tutto, cambia fattura: la linearità si spezza, procede a scatti, per enigmi, scorciatoie, lacune, grovigli, rotture. A uno stadio ulteriore, l’identità insostenibile del narratore e dell’ambiente che si pensa lo sostenga non si narra più, ma si grida o si descrive con un’intensità stilistica massimale (linguaggio della violenza, dell’oscenità, o di una retorica che apparenta il testo alla poesia). Il racconto cede davanti a un tema-grido che, quando tende a coincidere con gli stati incandescenti di una soggettività-limite che abbiamo chiamato abiezione, è il tema- grido del dolore-dell’orrore.

In altre parole, il tema del dolore dell’orrore è la testimonianza ultima degli stati di abiezione all’interno di una rappresentazione narrativa. Volendosi spingere oltre intorno all’abiezione, non si troverebbero né racconto né tema, ma il rimaneggiamento della sintassi e del lessico: violenza della poesia, e silenzio. In tal senso c’è già tutto nel Viaggio al termine della notte : il dolore, l’orrore, la morte, il sarcasmo, l’abiezione, la paura. E quel baratro dove parla uno strano strappo tra un me e un altro: tra niente e tutto. Due estremi che cambiano peraltro posto, Bardamu e Arthur, e attribuiscono un corpo dolente a quella sintassi interminabile, quel viaggio senza fine: un racconto tra apocalisse e carnevale. (Traduzione di Anna Maria Brogi)