venerdì 24 luglio 2026

"Don Chisciotte ci penserebbe due volte prima di attaccare i mulini a vento. Sì, certo. Si difendono troppo bene, oggi".




"Don Chisciotte ci penserebbe due volte prima di attaccare i mulini a vento. Sì, certo. Si difendono troppo bene, oggi. Don Chisciotte, non è più possibile. Sarebbe esausto ancor prima di montare in sella a Ronzinante. Oh, certamente ci sono ancora dei tizi che si atteggiano a Don Chisciotte. Ci girano attorno, ai mulini a vento, motteggiano, provocano dei mulini abbandonati. Essere Don Chisciotte, è essere degli idioti. No, oggi è il Sancho Panza che trionfa, la razionalità, il cartesianesimo. Della spiritualità, dello spirito di crociata, ci se ne sbatte. Se dovessi dare un consiglio ad un giovane, gli direi: non essere un Don Chisciotte, ma un Sancho Panza più grasso degli altri".

Louis-Ferdinand Céline, sulla rivista "Arts".

Traduzione Andrea Lombardi.

Louis-Ferdinand Céline visto da Maurice Bardèche




"Non avevo intenzione di scrivere un libro su Céline. Il mio progetto consisteva nel ricercare perché, come la letteratura di narrativa avesse cessato di essere una creazione artigianale umilmente presentata agli acquirenti, e come, perché essa sia divenuta, per la maggioranza degli scrittori, un modo di presentarsi, di affermarsi, insomma un esibizionismo. A ciò contribuiscono molti fattori. Non pretendo di esporli tutti. Volevo soltanto individuare degli itinerari, cercar di capire da qualche tipico caso, come alcuni autori fossero stati indotti a sostituire i loro studi con un one man show, come avessero abbandonato la stessa idea di avere uno studio, una fucina e perché, come avessero sostituito al loro dovere professionale uno strip-tease inteso sia quale esibizione muscolare sia quale apologia e sovente entrambe assieme. La trasformazione dello scrittore in divo dello show-business esigeva uno studio sociologico che trovavo al di sopra delle mie forze. Volevo limitarmi ad analizzarne tre esempi: quelli di Jean-Jacques Rousseau, di Léon Bloy e di Céline.
Tale modesta inchiesta era quanto potevo fare.
Non conosco molto bene l’opera di Céline. Da lontano trovavo nella sua carriera di scrittore una soddisfacente risposta alla questione postami. Egli venne indotto all’esibizionismo dalla persecuzione. Il suo esempio fu edificante: s’era lanciata contro di lui una muta, che lo aveva costretto a far fronte ed a difendersi, che aveva distrutto in lui lo scrittore, facendone un animale selvatico in grado solo di emettere delle grida, malgrado lui esibizioniste. Era divenuto un esibizionista perché aveva dovuto giustificarsi: come Jean-Jacques, come Léon Bloy.
Mi accorsi allora che la sua opera non era, come credevo, come molta gente crede, un’opera autobiografica, ma che Céline era un affabulatore, il quale aveva usato come canovaccio il proprio itinerario biografico. Più m’informavo, più verificavo e più constatavo l’estensione dell’affabulazione. Capii che di questa sistematica deformazione egli aveva fatto uno dei principi della sua tecnica narrativa. Dovetti anche ammettere che era stato quell’artigiano che speravo ritrovare nello scrittore: il suo coraggio, gli scrupoli, le infinite correzioni, il suo accanito lavoro corrispondevano alla perfezione con la probità da me opposta all’attrazione dell’esibizione.
Le cose non erano dunque così semplici come immaginavo. Céline era al contempo un artigiano e una rockstar, non perché traeva i racconti dalla sua esistenza, ma perché gridava, misurava il suo palco, suonando la sua selvaggia musica, impegnando in simile denuncia della realtà ciò che di più profondo e vero vi era in lui, mettendo “sul tavolo”, come diceva, “la sua pelle e le sue trippe”. Era la definizione stessa del poeta lirico: secondo Musset, così come secondo Rimbaud o Baudelaire. Céline finì per confessarlo.
Presentò il chiarimento scenico sullo scrittore quale un diritto, un privilegio ed addirittura una necessità.
Mi trovai quindi davanti ad uno sconosciuto che metteva a soqquadro la mia arbitraria classificazione. Avevo cominciato, decisi di continuare".

Da "Louis-Ferdinand Céline", di Maurice Bardèche (OFF TOPIC LIBRI, Genova 2025). Ordini a italiastorica@hotmail.com, in libreria o su Amazon: https://amzn.to/4bi03BC

venerdì 6 marzo 2026

È morto António Lobo Antunes, grande scrittore portoghese. Così ricordava il suo debito letterario e umano con Louis-Ferdinand Céline

 



“TUTTO QUESTO MI SEMBRA, COME DISSE CÉLINE, UN ERRORE FORMIDABILE” di António Lobo Antunes

 
António Lobo Antunes (1942 – 2026), tra i più noti romanzieri portoghesi, ex combattente dal 1970 al 1973 in Angola quale medico militare, parla di Céline in una intervista di Olivier Rolin.

 
«I tipi del Partito Comunista – e ce ne sono parecchi, qui, tra gli scrittori – dicono che non possono ammirare un autore che era un fascista, ma è un po’ semplicistico. Gli scrittori di sinistra possono pure non amare Céline per delle ragioni politiche, gli scrittori di destra, lo stesso, ma gli scrittori punto e basta, non possono che stimarlo, no? Céline ha fatto la guerra, era un medico, aveva gli occhi azzurri: anche io [risata amara]. Ma aveva una maniera beffarda di guardare le cose che sfortunatamente non ho. Un senso dell’humor che non ho più. In ogni caso, era per noi, la generazione della guerra e della rivoluzione, uno scrittore profondamente rivoluzionario, e non solo a livello di linguaggio. In Angola avevo un amico, allora era capitano, uno di quelli che hanno fatto la Rivoluzione dei Garofani, Melo Antunes, che diverrà ministro degli Affari esteri. Un giorno, in piena boscaglia, eravamo in due postazioni diverse, mi mandò un messaggio dove diceva: “Tutto questo mi sembra, come disse Céline, un errore formidabile”».

 

venerdì 6 febbraio 2026

Il Dottor Destouches alla Società delle Nazioni

 


Il Comitato d'Igiene della Società delle Nazioni (SdN), con al centro il Dottor Destouches (foto SdN); sotto, documento della SdN con le sue informazioni personali.