sabato 25 gennaio 2014

Recensione di Lettres à Henri Mondor di Louis-Ferdinand Céline



Maledetto Céline 
Nelle lettere dall’esilio l’urlo disperato dello scrittore

Esce in Francia il carteggio inedito dell’autore del “Voyage” che tra provocazione e vittimismo chiede di essere riabilitato dopo i suoi scritti antisemiti
di Fabio Gambaro, Repubblica 14 gennaio 2014


PARIGI Eccessivo, paranoico, rancoroso, apocalittico. Louis-Ferdianand Céline, l’autore maledetto delle lettere francesi, torna a far parlare di sé. Sono infatti appena giunte in libreria quarantuno lettere inedite che il romanziere scrisse a Henri Mondor, tra il 1950, quando si trovava ancora in esilio in Danimarca, e il 1961, anno della sua scomparsa. In queste epistole pubblicate oggi per la prima volta – Lettres à Henri Mondor (Gallimard, pagg. 167, 18,50 euro) – l’autore di Viaggio al termine della notte si rivolge a quello che all’epoca è un uomo colto e influente, un medico e scrittore molto apprezzato, nella speranza di essere aiutato a rientrare in patria ed essere riabilitato nel mondo culturale francese. E per conquistarsene l’appoggio insiste molto sulla similitudine dei loro percorsi, tra medicina e scrittura. Tuttavia, come sottolinea la curatrice del volume Cécile Leblanc, l’intesa tra i due all’inizio non era assolutamente scontata. Mondor – autorevole membro dell’Académie de Médecine e dell’Académie Française – nell’immediato dopoguerra aveva infatti partecipato al ComitatoNazionale degli Scrittori all’origine di una lista nera di autori collaborazionisti nella quale figurava evidentemente anche il nome di Céline.
Qualche anno dopo però, in occasione del processo in cui l’autore antisemita di Bagatelle per un massacro fu condannato in contumacia a un anno di prigione, Mondor iniziò ad interessarsi più da vicino al percorso di Céline, sostenendo che il suo grande valore letterario dovesse essere distinto dai comportamenti privati e dalle dichiarazioni politiche. È in questo senso che scrisse al presidente della Corte di Giustizia che si occupava del caso dello scrittore. Céline lo ringrazierà calorosamente il 7 marzo 1950, con una lettera che segnerà l’avvio di una corrispondenza durata oltre un decennio, in cui a poco a poco i legami tra i due diventeranno sempre più stretti. Tanto che, quando Céline chiederà a Mondor di scrivere la prefazione per la pubblicazione di Viaggio al termine della notte e Morte a credito nella celebre collana della Pléiade, questi, dopo una prima esitazione, accetterà, contribuendo così a quella consacrazione a cui il romanziere aspirava da sempre.
In queste lettere cariche d’invettive e di lirismo, di trovate linguistiche e di provocazioni burlesche, Céline spinge a fondo sul registro del vittimismo, dicendosi perseguitato e insultato dai suoi concittadini: «Questa frenesia di farmi soffrire è cosmica, è atomica!», scrive fin dalla prima lettera, aggiungendo in quella successiva: «Da molti anni sono così tanto infangato, oltraggiato, perseguitato, cacciato, stritolato». Per lui, «la caccia allo scrittore è lo sport nazionale della Francia». A perseguitarlo sarebbe un «branco di sciacalli », in particolare gli intellettuali vicini a Sartre, tanto che, con il suo stile iperbolico, scrive senza mezzi termini: «Attualmente, il nazional-sartrismo sostituisce dappertutto – e con foga – il nazionalsocialismo appena liquidato».
Céline, che non esita a definirsi «un medico fallito, un poeta fallito, un musicista fallito», in realtà desidera più di ogni altra cosa il riconoscimento letterario. La sua è un’ambizione divorante. Vorrebbe vincere dei premi letterari, ottenere la stima dei critici e soprattutto pubblicare le sue opere nella collana della Pléiade, ma l’editore Gaston Gallimard tergiversa. È il motivo per cui lo tratta da «imbecille», definendolo un «disastroso droghiere». E quando finalmente il progetto inizia a prendere corpo e Mondor accetta di scrivere la prefazione, Céline contribuisce direttamente alla costruzione della propria leggenda, fornendo numerose informazioni e indicazioni al medico intento a lavorare sui suoi testi.
Gli ricorda, per esempio, l’infanzia difficile, la partecipazione alla Prima guerra mondiale, le ferite subite, le difficoltà economiche, l’assenza di vocazione letteraria e la decisione di lanciarsi nella scrittura esclusivamente per motivi economici. Un’affermazione che tuttavia non gli impedisce di vantare l’originalità del suo stile: «Secondo la tradizione “all’inizio era il verbo”: io dico di no! “all’inizio era l’emozione”. L’ameba appena sfiorata non parla, si ritrae, s’emoziona... La piccolissima novità del Viaggio è forse questa capacità di ritrovare l’emozione del linguaggio parlato attraverso la scrittura... In fondo, la sto- conta poco, io non sono che uno stilista, o almeno ho cercato d’esserlo».
Insomma, in queste epistole sorprendenti il romanziere francese, che non esita ad avvicinare la propria scrittura a quella di Rabelais, un altro medico passato alla scrittura, esibisce senza remore le proprie ossessioni e le proprie frustrazioni, ma anche il suo genio e il suo straordinario talento di scrittore. Motivo per cui leggerle oggi è un modo per inoltrarsi nella personalità complessa di uno dei più grandi scrittori del XX secolo.

I documenti
“Sono un fallito, ma fatemi tornare”

COPENAGHEN, 29/4/[1951]
Grazie mio caro per il suo articolo pieno di grande coraggio – e credo anche di grande giustizia. Lei ha messo la penna sulla piaga, la più orrenda piaga dei francesi, la maldicenza, la denigrazione dei loro... non c’è niente da fare. In questo sono veramente gli eredi dei loro padri. L’invidia delirante a qualsiasi prezzo! Ho provato, con mezzi inadatti, l’ammetto, a guarire un po’ la loro vista, a renderli sensibili, più sensibili al canto di casa loro... guardi un po’ a che punto sono arrivato. Il più lebbroso, il più odiato, il più triste e incellulato dei cani. [...] Ah l’odio! Il francese odia il francese; s’interessa veramente a lui solo quando può mandarlo alla ghigliottina o metterlo al muro. Che sollievo! Il vero patriottismo gli manca del tutto. Il patriottismo della creazione, dell’ammirazione, altri ne faranno l’abominevole esperienza! la storia di Francia e la storia della caccia allo scrittore francese, della sua persecuzione e del suo esilio – divertitevi a farne la lista. In un’epoca in cui si fanno tante “liste”. Quanti scrittori francesi sono stati costretti a fuggire la Francia? L’albo è sconfortante. Il francese ha nei confronti dei suoi un solo riflesso: la parzialità, l’odio, il disprezzo, l’oltraggio. Tutto ciò è stato però perfezionato. L’esilio non basta più. Vi si aggiunge la prigione. In fondo, è un odio inconfessato tra i combattenti (i veri combattenti) del 14-18 e quelli del casino del 39. Dobbiamo pagare anche questo. L’animosità inconfessata. A chi si farà mai credere che un reduce di 2 guerre mutilato al 75% sia un venduto alla Germania? Nessuno può crederlo. Ma si vuole crederlo. Per detestare, odiare, torturare le persone, il pretesto è troppo bello!
Cordialmente vostro,
LF Céline
***
MEUDON, 28/12/1959
Mio caro Maestro, [...] Non avevo, non ho mai avuto la vocazione letteraria... ma avevo e fortissima la vocazione medica... Da bambino... essere scrittore mi sembrava stupido e fatuo... fui scrittore mio malgrado, se così si può dire! [...] Alle prese con un’umile clientela a Clichy, in rotta con mia moglie e la sua famiglia, facevo veramente fatica a pagare le rate... in quel periodo andavano di moda i “populisti” tra cui Dabit che conoscevo un po’... arrangiarsi con ogni mezzo! 1932... ho preso il nome di mia madre: Céline per non essere scoperto... senza alcuna vocazione lo giuro, con paura e vergogna, fu scritto “Il Viaggio”... Denoël lo accettò... (n’è morto 22 anni più tardi)... pensavo che al momento della pubblicazione dietro il nome-cognome di mia madre non sarei stato scoperto... che avrei potuto pagare l’affitto e basta! Chissà, comprami un locale! Diamine! Il branco si è scagliato subito contro la bestia! E tutto si è accelerato ! i miei tre difensori al Goncourt furono Ajalbert, Descaves e Daudet... non restava che essere fatto a pezzi, farsi massacrare... nessuna vocazione! A quel punto la medicina era diventata impossibile! La scritturaccia pure! cacciato come sono dai medici-scrittori! Piccolissimo dolore!
L’antisemitismo fu un pretesto all’hallalì... La persecuzione viene da un’altra parte, viene dal Viaggio, dallo stile... [...] Mille auguri e rispetti, Destouches***
12/1/[1960]
Ammirazioni letterarie? Voglio vedere... si può solo apprezzare da molto lontano... m’interesso solo allo stile, frega nulla delle storie! Sono sicuro solo di La Fontaine... Malherbe... Voltaire dei piccoli versi... i romanzieri sono diventati noiosi... Si può imparare il medico di campagna da Balzac? L’adulterio da Flaubert? L’informazione e la ciarlataneria non ci lasciano alcuna curiosità. Restano gli stilisti, ma troppo vicini: Mallarmé, Rimbaud, Baudelaire...

© Gallimard 2013 (Traduzione di Fabio Gambaro)

giovedì 23 gennaio 2014

Morte a credito e... Sex Crimes!













Nel film Sex Crimes (1998), quando i poliziotti vanno a trovare Suzie Toller (Neve Campbell), una ragazza che vive in una roulotte e che in passato ha accusato il suo insegnante Sam Lombardo (Matt Dillon) di averla violenatata la trovano a leggere il libro di Celine.

Suzie, alla poliziotta che cerca di curiosare sulla sua lettura, dice: “E’ Céline, uno che aveva molto chiaro che razza di stronzi sono gli esseri umani”.



lunedì 13 gennaio 2014

Una mostra su Philippe Ignace Semmelweis a Roma...



"Nei padiglioni di ostetricia la febbre impunemente uccide, come vuole, dove vuole, quando vuole", scrisse il medico Louis Ferdinand Auguste Destouches nella sua tesi di laurea. Il medico Destouches era lo scrittore Céline, che a Semmelweis dedicò appunto il lavoro con cui concluse gli studi universitari. Nella Vie et l'ouvre de Philippe Ignace Semmelweis, del 1924, quello che successivamente sarebbe divenuto uno dei più cupi e nichilisti indagatori dell'anima umana celebra con entusiasmo e slancio la figura del medico, sottolineando con commozione il suo tormento e il suo dolore per le morti continue e inarrestabili di giovani innocenti.


http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=95134&typeb=0&Il-gabinetto-del-dottor-Semmelweis-



giovedì 9 gennaio 2014

La mia Germania - Da un castello all'altro di Céline, di Francesco Biamonti


La mia Germania
 «Da un castello all'altro» di Céline

Francesco Biamonti


Basta guardare una foto di Celine, ciò che colpisce è un'aria da clochard, uno sguardo perduto, una colle­ra poetica. È la collera che lo ha portato a scrivere Vo-yage au bout de la nuit un grido feroce e disperato, in­cubo visionario imperniato sull'assurdità     della    vita umana. La letteratura del­l'assurdo venuta dopo (La nausea di Sartre, Lo stranie­ro di Camus) gli deve certa­mente qualcosa.
Ma ciò che caratterizza Celine è lo stile parlato e quel ritmo ch'egli chiamava la petite musique. «I miei li­bri sono stile, nient'altro, so­lo stile. È la sola cosa che bi­sogna cercare scrivendo. Chissà quanti hanno tentato di copiare il mio stile... ma non possono. È tutto ciò che ho, lo stile, nient'altro. Non ci sono messaggi nei miei li­bri, è un affare di Chiesa. Non ho messaggi da portare. I messaggi sono per gli altri. Montaigne,  Schopenhauer. Io non sono che un piccolo raccontatore di storie. Io la­voro. Sempre. È la mia vita.
Il foglio di carta bianca una è la mia  pietra  tombale: "Qui giace l'autore". Io non dor­mo. Ho preso una pallottola nell'orecchio nel '14-18. Non hanno mai potuto toglier­mela. Allora, la notte scri­vo».
Disperazione e stile, av­volti dal sarcasmo, su fondo di emozione. «C'è chi dice: "Al principio era il Verbo!". Fesserie! io dico: "Al princi­pio era l'emozione". Vedete l'ameba; vedete il bambino appena nato e che grida. L'e­mozione è la verità».
Per questa emozione, che secondo lui porta alla repli­ca, allo scherzo, al fiore del linguaggio, Celine ha coper­to di sarcasmi la Francia in ginocchio. Non ha collabo-rato con nessuno, ma i tede­schi gli hanno offerto spazio sui giornali e la maniacalità della contumelia lo ha per­duto. Per paura (aveva rice­vuto «tre piccole bare, dieci lettere di condoglianze, al­meno venti lettere di minac­cia, due coltelli a serramani­co, una piccola granata in­glese e cinquanta grammi di cianuro... si pensa a me nelle tenebre»), per paura e a ma­lincuore è fuggito a Baden-Baden, dove convergono di­plomatici tedeschi e colla­boratori di tutti i Paesi. È sua intenzione raggiungere la Danimarca, dove, prima della guerra, aveva messo il  suo oro ina cassetta di sicurezza. Ma non potendo la­sciare la Germania, raggiun­ge i collaboratori francesi ri­fugiati a Sigmaringen. Con lui è la moglie, e, dentro la ta­sca di un lurido giubbotto, il gatto Bébert.
Ora è riproposto da Einaudi Da un castello all'altro il resoconto del soggiorno che Celine fece in Germania fra il 1944 e il 1945. La nuova e bella traduzione è di Giusep­pe Guglielmi. E si attiene magistralmente allo stile fu­rioso e corrosivo del testo originale, ne restituisce le fantasmagorie e i processi verbali. Il mondo è quello della disfatta dei collabora­zionisti, di Lavai, di tutta la Francia di Vichy. Va da sé che per uno scrittore come Celine disfatta e catastrofe, freddo, bombardamenti, ignominiosa fuga sono una festa totale, un recul all'ago­gnato fondo della notte, da cui lanciare imprecazioni, lamenti, sarcasmi, maledi­zioni, tutto un vecchio re­pertorio popolare, memore di un defunto anarco-nichilismo. Quei giorni sono de­scritti con veemenza e ilari­tà. Descritti? Si fa per dire. Che tutto è visto a lampi, a squarci, a trasalimenti della memoria. È un grande incu­bo, una sinfonia percorsa da grida strozzate, da suoni rauchi di gola, da musichet­te che vengono dal fondo dei tempi. L'apocalisse è in mar­cia. Siamo sulle rive dell'A-cheronte, dov'egli aspetta amici e nemici per le sue ven­dette postume. Non manca­no i vagabondaggi nella sto­ria alla ricerca di una consor­teria di sventura, un astuto tentativo, in verità, di nobili­tare il suo destino. Compaio­no spartachisti, girondini, templari, giuseppisti (hidalgos collaborazionisti di Giu­seppe Bonaparte) tutti i massacrati, i vinti, carne da fucilazione. Esorcizza in qualche modo il suo destino, di cui sembra gioire. La sua è musica da sfacelo: Laval, Pétain menano la danza: mario­nette sinistre. Sono tutti nel brago, sotto le bombe, nelle stazioni sconvolte: generali, ammiragli, funzionar! politi­ci, donne dai capelli biondo cenere, «dotate per la troiaggine», profughe di ogni Pae­se, tedesche, francesi, litua­ne «gambe all'aria, bianche quasi argento». E cantano... Per così dire!
«Sono successe delle co­se... molte cose... vi racconte­rò...». Questo intercalare di Celine, questa chiusa nel pie­no della tensione fa venire in mente certi conteurs di pae­se. Quante volte li ho sentiti!
Si interrompevano all'im­provviso: «Non so pili mette­re in piedi la mia storia... Aspettate! "E partivano per deliri, per fantasie fuori del seminato. Solo che qui c'è poco da sorridere, la sara­banda copre fatti gravi, gra­vissimi, non escluso il crimi­ne. Ma che volete? La mente umana è piena di follia e spesso si corre con gioia la­mentosa alla propria perdi­zione, all'orgogliosa cerimo­nia funebre. Celine immagi­na di essere fucilato, arrosti­to, ghigliottinato (con Mauriac che lima la mannaia con pietà girondina). Ce l'ha con tutti, in definitiva: con Sar­tre, con Aragon, con Vailland che aveva giurato di uccider­lo, con Elsa Triolet, con Claudel, con Montherlant... I suoi nemici sono dappertut­to, dalla Costa Azzurra alla Scandinavia, nelle case editrici, nel bunker di Berlino. Non c'è infamia, d'altronde, di cui non si accusi e si cari­chi: ha venduto al nemico la linea Maginot e il porto mili­tare di Tolone.
Ma c'è un punto dolens ch'egli copre e di cui forse si vergogna, l'antisemitismo. Diventa sofista, giunge a dire d'aver lanciato agli ebrei in­giurie e rampogne per scon­giurare la guerra e il loro massacro. Strana, oscura ar­gomentazione. La sua arte qui non funziona; non riscat­ta, come si diceva una volta.

* * *

L'aspetto di Celine, da mendicante fuori del tempo, il sorriso tra ghiacciato e tri­ste, l'incapacità di finire una frase senza inceppare nel balbettio, destano simpatia. È un caso umano oltre che letterario. Ora in Francia se ne discute molto: sono appe­na uscite le sue Lettres à la Nrf, naturalmente piene di insulti a Gallimard e a Pau-lhan, che dopo la prigionia lo hanno spronato a scrivere e hanno cercato di aiutarlo. Ecco come ragiona della sua fatica in Da un castello all'al­tro. «Sono più in condizione, andiamo!... mi casca la pen­na!...» "Ma no, Céline... lei è in gran forma, invece!... l'età più bella! Cervantes!... Le in­segno niente!"... Il trucco di tutti gli editori per spronare i loro vecchi ronzini... che Cervantes era uno sbarbatello!... 81 calende!».
Odiato dagli uni, ammira­to dagli altri, la curiosità in­torno a lui  grande. Sono an­dati persine a far parlare il suo pappagallo, Toto. (Si sa che questi uccelli vivono centinaia d'anni). Attirato dal grano, dopo un lungo si­lenzio, Toto si decide e grida: «Gaston du pognon!» e in un grande battito d'ali: «Monsieur est absent». Ride nasa­le e dice ancora: «Paulhan, faux pédé». Passano dieci minuti e infine esclama: «La littérature se meurt!» (Mah! Sarà vero?).
Questa letteratura céliniana suscita ancora infinite di­scussioni, questo stile tutto parlato con frasi a filo spina­to, irte di esclamazioni e puntini di sospensione. Nes­suno ne nega l'importanza. È l'acuminato, eterno lamen­to; forse viene da Giobbe, certamente dalla letteratura maledetta. «O toi, le plus savant et le plus beau des An-ges... O Satan, prends pitie de ma longue misere!».
Per ciò che riguarda il suo mondo morale, ne ho sentite tante di opinioni, persino raffinate spiegazioni del suo antisemitismo. «Che vole­te?» mi diceva tempo fa Ber­nard Simeone, scrittore e ita­lianista. «Aveva bisogno di un grande nemico. E quale più grande nemico del popo­lo eletto, diretta emanazione di Dio? Si, era un grande scrittore, ma un uomo del­l'alto medioevo».

“il Giornale”, 12 novembre 1991

Grazie a Raffaello Bisso per la segnalazione!

venerdì 3 gennaio 2014

Carmelo Bene, Marinetti e Céline



...e su Bene e Céline, una toccante testimonianza di Giancarlo Dotto sull'agonia del grande attore, morto il 16 marzo 2002: "Perdeva budella e pezzi d'intestino ma questo non gli impediva di dare lezioni notturne in francese su Céline all'infermiere che lo vegliava".

domenica 29 dicembre 2013

André Breton, di Giovanni Bruzzi

Stimolato dalla tesi di Francesca Bergadano sul rapporto tra Céline e il surrealismo che abbiamo postato qualche tempo fa, il pittore, amico e céliniano Giovanni Bruzzi ci ha invitato questo ritratto di Breton, e un ricordo del suo incontro con il poeta.


Il poeta José Montero-Valle, attraverso una sua cara amica che lavorava presso l'Editore Gallimard, mi comunicò l'indirizzo di André Breton, che io volevo assolutamente conoscere. Un pomeriggio (dicembre 1961) mi recai al 42 Rue Fontaine (subito sotto Place Pigalle, proprio accanto ad un piccolo teatro), dove dunque abitava il celebre poeta, inventore del Surrealismo, forse il movimento artistico più importante del nostro secolo. La casa era molto modesta e mi dovetti fare indicare dal concierge il piano e la porta dell'appartamento di Breton, perchè nessuna indicazione compariva all'esterno. Suonato il campanello, mi vidi aprire l'uscio proprio dal poeta in persona che, sentite le mie ragioni, mi concesse un appuntamento per la domenica successiva alle ore 11. Al rendez-vous concordato, mi presentai con alcune mie tele arrotolate, che avevo realizzato a Parigi. André Breton fu molto cordiale con me e si dimostrò interessato al mio lavoro, lodandone il livello tecnico e lo stile personale raggiunti, anche se precisò subito che, non essendo un pittore di tendenza surrealista, ero fuori dalle sue competenze dirette; presenziò al colloquio anche la sua gentile consorte. Conversammo per più di due ore, toccando argomenti diversi come quello delle riviste d'arte da lui fondate ("Litterature", "Minotaure"), del suo rapporto turbolento con Giorgio De Chirico (che io avevo conosciuto personalmente nel marzo del 1960 a Roma), fino a giungere alla recente grande esposizione da lui organizzata nel 1959 a Parigi sul tema dell'eros e che era stata un clamoroso insuccesso, chiaro sintomo che il Surrealismo, nonostante le scandalistiche stravaganze messe in atto, aveva irrimediabilmente imboccato il viale del tramonto e di questo lui ne era consapevole. Al riguardo delle difficoltà oggettive del vivere a Parigi, mi consigliò, con molto garbo, di trovarmi per almeno altri 15 anni (ne avevo allora 25) una fonte alternativa di sostentamento all'ipotetica vendita dei quadri e mi consigliò anche di fare una visita alla "Galerie Fϋrstenberg", perchè poteva essere interessata alla mia pittura (in seguito mi recai alla sopradetta galleria ma non trovai una buona accoglienza, anche se conobbi in quell'occasione due valenti pittori come Henri Michaux e Stanislao Lepri). Approfittai di quell'incontro per schizzare a penna un veloce ritratto di André Breton che a lui sembrò piacere. La cosa più straordinaria di quella visita fu il corredo di capolavori della pittura surrealista che il geniale poeta aveva accumulato durante gli anni; tutti i più grandi artisti erano rappresentati con opere fondamentali: Yves Tanguy, Joan Mirò, Max Ernst, André Masson, Arshile Gorky, René Magritte, Man Ray, Victor Brauner, Hans Bellmer, Francis Picabia, Paul Delvaux, Sebastian Matta, Wifredo Lam. Però qui voglio ricordare solamente i dipinti che mi colpirono di più: "Il cervello del bambino" di Giorgio De Chirico (l'unico quadro acquistato nella sua vita, mi confidò Breton, perchè tutti gli altri sono stati degli omaggi dei suoi amici pittori), "Il sogno di Guglielmo Tell" di Salvador Dalì, "Ritratto di George Washington" di Marcel Duchamp e un piccolo olio cubista di Pablo Picasso dedicato proprio ad André Breton, il giorno stesso della Liberazione di Parigi, nel 1945. Completavano la decorazione dell'ambiente alcuni grandi totem in legno scolpiti dai Pellerossa d'America. Una casa fantastica, come il grande poeta che l'abitava.


Giovanni Bruzzi

"Tutto è permesso tranne che dubitare dell’Uomo"


"Sono anarchico da sempre, non ho mai vo­tato, non voterò mai per niente né per nessu­no. Non credo negli uomini. Perché vuole che mi metta d’improvviso a suonare lo zufolo so­lo perché decine e decine di falliti me lo suo­nano? io che me la cavo piuttosto bene col pianoforte? Perché? Per mettermi al loro livel­lo di gente meschina, rabbiosa, invidiosa, pie­na d'odio, bastarda? Questa è davvero buona. Non ho niente in comune con tutti questi froci - che sbraitano le loro balorde supposizioni e non capiscono nulla. Si immagina a pensare e a lavorare fra le grinfie di quel gran coglione di Aragon, per esempio? Questo sarebbe l'av­venire? Colui che dovrei adorare, è Aragon! Puah! […] Non sente, ami­co, l’Ipocrisia, l’immonda tartuferia di tutte queste parole d’ordine ventriloque! […] I nazisti mi detestano al pari dei socialisti, e i comunisti anche, senza contare Henri de Régnier o Comoedia. Si in­tendono tutti quando si tratta di sputarmi ad­dosso. Tutto è permesso tranne che dubitare dell’Uomo. Allora non c’è più niente da ri­dere.
Ho fatto la prova. Ma io me ne frego, di tutti.
Non chiedo nulla a nessuno".

Céline a Elie Faure, 1934

mercoledì 13 novembre 2013

Scrittura e oralità nell'opera di L.-F. Céline, di Giulia Grementieri




Siamo felici di postare questo estratto della tesi di laurea di Giulia Grementieri, intitolata "Scrittura e oralità nell'opera di L.-F- Céline" e la ringraziamo per le belle parole sul nostro blog riportate nel secondo paragrafo postato.

2.2 Tecnica e stile di Céline
  
Personalità eccentrica e fortemente contraddittoria Louis-Ferdinand Céline, come abbiamo visto non nasce con l’intenzione di fare lo scrittore: infatti non ha radici dalla letteratura ma ha una formazione in ambito medico. Céline è stato il primo scrittore nel Novecento a introdurre nella lingua scritta il sentimento, l’emozione della lingua parlata e l’autenticità. Lo stile letterario di Louis-Ferdinand Céline è spesso definito, e a lui va il merito, per aver rappresentato una «rivoluzione letteraria»[1].
Egli ha inventato un modo nuovo di scrivere, un linguaggio riconoscibile e ha spaziato in ogni campo, dalla letteratura alla musica.
Louis-Ferdinand Céline appartiene a una serie letteraria che comincia con scrittori come Ernest Hemingway, con un abbandono totale del racconto psicologico, e si avvicina a letterati come James Joyce e Samuel Beckett. Spesso, però, il nome di Céline è accostato ad un altro grandissimo scrittore come Marcel Proust. Proust e Céline, entrambi bretoni, sono stati, riconosciuti, infatti, come i più grandi romanzieri francesi del Novecento attraverso l’originalità della loro scrittura, per il loro stile inconfondibile.
Come fa notare Vitoux, i loro romanzi sono molto dissimili e i due autori si presentano distanti «à des années-lumière l’un de l’autre»[2] .
Come nota Jean Bloch-Michel: «les lecteurs de Céline ne sont pas ceux que cette œuvre touche parce qu’il s’y trouvent à leur aise, dans un language qui est leur», ma «plutôt ceux qui sont sensibiles à des qualités esthétiques extrêmement raffinées qu’ils découvrent dans cette œuvre»: insomma, essi «apparteinnent à la même famille que les lecteurs de Proust ou de Dostoïevsky: ce sont simplement des gens qui aiment la littérature, non des gens à qui Céline a ouvert l’accès a la littérature»[3].
Dal punto di vista stilistico Céline ha compiuto l’impossibile miracolo di introdurre il “parlato” nella scrittura e ha creato una forma letteraria e una rivoluzione stilistica senza precedenti che verrà omaggiata e riprodotta  da molti scrittori successivi come Charles Bukowski ed Henry Miller. Bukowski in confronto a Céline risulta meno graffiante e più di facile lettura, la sintassi  è meno strutturata e decisamente vicina alla “cattiva scrittura” di cui Céline faceva uso e di cui lo scrittore americano era grande estimatore infatti, nei suoi libri cita lo scrittore francese più volte, a partire da Shakespeare non l’ha mai fatto, fino al suo ultimo romanzo Pulp. Una storia del XX secolo, verso il quale si dichiara debitore[4].
Ha dichiarato Céline stesso:

[...] La cosa che mi interessa più di tutto è scrivere, dire tutto quello che ho da dire, con passione; non potrei fare altrimenti. Ci ho messo gli anni a mettere giù Viaggio al termine della notte. Ma ce ne vorranno forse cinque di anni per scrivere il libro che ho cominciato. Voglio che sia come una cattedrale gotica. Ci saranno buoni e cattivi, assassini, massoni, come viene in principio, finché tutto prenderà ordine, se ne avrò la forza, come in una cattedrale. [...] Il mio stile? Se lo abbasso al livello famigliare e volgare, è perché è così che lo voglio[5].

Gli idiomi creati da Céline non esistono, un aspetto importante dello stile celiniano è dato dall’importanza dei neologismi, parole che l’autore inventa.
Nel tono, nel linguaggio, nei luoghi descritti e nelle atmosfere sociali si comprende lo squallore dell’esistenza umana, del suo degrado. La narrazione si fa grido e ritmo, sostenuto da un linguaggio fatto di un argot popolare. I personaggi vivono in un’immobilità stagnante, fatale, ineluttabile, per cui tutto procede senza che si possa intervenire. Il suo stile è anticonformista, si basa sul linguaggio parlato, e conferisce autenticità alle emozioni descritte[6].
Lo stile di Céline, scrive Lanuzza, si compone di una dialettica che erompe nella sua scrittura, si riversa in un vero e proprio caos: fluido, magmatico e fluttuante. Uno scorrere che nell’argot tipico-delirante dello scrittore trova il suo miglior linguaggio espressivo-comunicativo. Una scrittura e uno stile letteralmente sovversivo e innovativo. Dal taglio originale, come se fosse un inarrestabile Joyciano flusso di coscienza, che scompiglia la scrittura simbolica nell’ordine del discorso. Anche la sintassi viene messa a soqquadro:

Tre puntini di sospensione e punto esclamativo. Frasi con intonazioni sospensive […] e frasi con intonazioni esclamative: un po’ in tutte le narrazioni […] Céline, manieristico imitatore di sé stesso, le adopera per dare alla frase un ritmo sincopato, attuare una scansione musicale delle proposizioni e inventarsi una logica enunciativa ellittica e senza subordinate. […] Stile esclamativo”! di Céline: d’un autore che non interroga ma dà risposte. Sempre perentorie[7].

Un argot come gesto e grido che insiste sul significato risonante, prosegue Lanuzza:

una specie di instancabile passo semantico, di orgiastico spasimo metrico ritmante l’insofferenza e, ancor più, l’esacrazione […] Scrittura non sequenziale, quella di Céline: leggibile per impressioni ed emozioni liberamente collegate. […] In sovrappiù […] c’è l’aggiunta del tema dell’odio: odio per la lingua del potere, odio di chi scrive in nome della volontà di potenza della parola contro la storia della società[8].

Alberto Albasino, che incontrò, a Meudon, Céline descrisse la sua esperienza e tratteggiò Céline come un medico dedito ai suoi pazienti e uno scrittore scrupolosissimo, sempre alla ricerca del modo di rendere l’emozione nello scritto, tanto da etichettare lo scrittore con l’ appellativo di “stilista”. Lui in un intervista usa a dare questa spiegazione: «Perché io sono uno stilista, solo questo. [...] Mi importa soltanto lo stile [...]. Ma a me interessa solo il punto di vista emotivo: solo questo appare nel libro»[9].
Nel suo saggio Poétique de Céline Henri Godard sottolinea che, nonostante la plurivocità dell’autore, la sua voce rimane «unica» e rappresenta la forza dell’opera:

Essa [la voce] si è imposta di primo acchito, poi riaffermata di libro in libro: è essa che ritroviamo, identica a se stessa, interamente presente e impossibile da confondere, in qualunque pagina dei suoi romanzi. La plurivocità che essa coltiva non è che uno dei suoi caratteri, i suoi accenti sono dipendenti da essa. Al di là dei suoi effetti, per quanto ricchi e sottili siano, c’è una maniera, diversa da tutte le altre e consustanziale all’opera, di scrivere il francese, ed è prima di tutto a questa maniera che diamo il nome di Céline[10].

Secondo Alexander Styhre l’uso sperimentale dei puntini di sospensione come dispositivo letterario nella scrittura di Céline porta alla pura innovazione, sorprendentemente poco curata dalla letteratura, e alla capacità d’innovare allo stesso modo con  i segni grafici del trattino o la virgola[11].
L’eccellenza del linguaggio celiniano, inarrivabile per qualsiasi altro scrittore e, contrariamente a quanto immaginabile frutto di un pazientissimo, ed accuratissimo lavoro, di come una data frase può essere scritta per suscitare la giusta emozione, come per le pagine dei manoscritti di uno dei libri, da molti considerati come minori, della Trilogia del Nord, Céline, scriveva decine e decine di migliaia di pagine. Come afferma Badellino nella terza parte del suo scritto:

La cosa che più mi colpisce, aprendo un libro di Céline […] è certamente il linguaggio. Un brano tipo di Céline è pieno zeppo di “allucinazioni, deliri, controsensi”, il tutto imbastito nel suo linguaggio funambolesco che ha tanto del soliloquio del demente. […] Ogni pagina, lontana dall’essere scritta di getto come sembra, è frutto di molteplici riscritture e di un pazientissimo lavoro di lima[12].

E spiega: «Céline, con la sua “Petit Musique”, come egli stesso ebbe a chiamarla, creò uno stile che raggiunge il nucleo incandescente dell’emozione originaria»[13].
La sua lingua affronta diversi periodi raggiunge l’apice sperimentalista negli anni ’50 con Guignol’s band (1944) e La Trilogia del Nord dove la scrittura si presenta in maniera stranissima: piena di puntini di sospensione e piena di punti esclamativi come a replicare le pause e l’incisività nel discorso parlato. Il parlato si presenta molto esasperato, la lingua appare disarticolata, i personaggi balbettano e bofonchiano. Riguardo al primo, a parere di Celati le pagine di questo libro sarebbero:

pura musica di parole, che a me sembrano il più audace tentativo mai fatto per narrare uno stile musicale: per sfuggire quel genere di divagazione sospesa e senza oggetto che solo la musica può compiere[14].

In un intervento del 1980, dopo aver manifestato la propria attrazione per le parole celiniane così asfissianti e distruttive ma vibranti di un ritmo senza pari, Celati parla di scrittura jazzisticamente orientata che faccia finta con «le frasi a braccio-di-morto-che-cade»[15], poiché «scrivere jazz si potrebbe a svelti passaggi, piccoli silenzi, e variazioni d’improvviso che portan via»[16], Gianni Celati invita a leggere a voce alta Guignol’s Band; che egli stava allora traducendo per Einaudi, interpretandone l’anima musicale e focalizzando: «I toni bassi. E i piccoli silenzi, le riprese, le note stridule, le scale con variazioni al momento giusto. La voce-strumento e la penna-sax»[17]. Convinto che l’emozione possa essere catturata solo attraverso il linguaggio parlato, Céline impegna la propria scrittura in questo trasferimento dal parlato allo scritto assumendo la qualità logica e grammaticale del discorso alle urgenze dell’enunciazione. Il parlato si propone proprio come il parlato reale che trasmette emozioni,  la lingua è come destrutturata e dà l’impressione che lo scrittore voglia procedere solamente per suoni come a richiamare un recupero del primordiale che rompa con il formale. Secondo Julia Kristeva in Guignol’s Band sarebbe proprio la scrittura céliniana a produrre la strategia musicale – che utilizza prevalentemente i processi della segmentazione e dell’ellissi sintattica: «Céline musicista si rivela uno specialista della lingua parlata, un grammatico che concilia mirabilmente la melodia e la logica»[18].
Céline rifiuta in realtà di dare un centro a ogni unità del racconto. Introduce differenti novità lessicali, come vocaboli che non hanno equivalente in italiano e nelle altre lingue, un ritmo originale. Céline, come nella sua personalità, è uno scrittore contradditorio; il suo stile mescola il linguaggio orale al linguaggio scritto ed è facilmente identificabile e riconoscibile. La sua scrittura è chiaramente dominata dalla violenza, le frasi sono brevi spesso esclamative. La ripetizione di uno stesso gesto o di una stessa parola genera una particolare ritmicità. Il suo linguaggio si compone di neologismi, onomatopee e di vocaboli che imitano i suoni della quotidianità. Céline ha uno stile particolare nei suoi romanzi, tale ritmo distintivo domanda al suo autore un riguardo del tutto particolare.

2.3 Le comunità céliniane

In Italia c’è sempre stato un occhio di riguardo verso Louis-Ferdinand Céline, in particolare nell’ultimo periodo, e anche in occasione del cinquantesimo anniversario della morte avvenuta nel 1961. Nei decenni successivi alla sua morte e con la rivisitazione storica e la rivalutazione commerciale sono aumentati i lettori di questo grande scrittore.
Alcuni di questi, tra i più “fedeli” hanno contribuito alla diffusione biografica e letteraria di Céline, tantissimi gli ammiratori e le comunità che si sono create negli anni nelle quali è vivo non solo il ricordo letterario dell’opera, ma anche il dibattito e il confronto tra i suoi “seguaci”. Una di queste grandi comunità è per esempio quella creata da Andrea Lombardi e Gilberto Tura, uno dei primi blog italiani animato da post e notizie, testimonianze, interviste ed estratti, anche rari, della vita e dell’opera dello scrittore[19]. Particolarmente visitato è anche lo spazio, all’interno del blog, dedicato alle iniziative presenti e future quali conferenze, convegni, recensioni dove il tema centrale è sempre il percorso letterario di Céline. Attualmente in Italia sono stimati in circa migliaia lettori dell’opera céliniana, e questo fenomeno risulta ancor più presente, diffuso e amplificato in Francia dove tra i principali siti dedicati allo scrittore segnalo i più noti: LE PETIT CÉLINIEN sito di attualità celiniana[20], Société d’études céliniennes[21], l’ottimo L’ombre de Louis-Ferdinand Céline, “Réflexions, commentaires et critiques sur l’écriture, la vie et l’esprit de Céline” di Pierre Lalanne[22], Céline en phrases, sito diretto da Michel Molus[23], e la bibliografia degli scritti dello scrittore di Jean-Pierre Dauphin e Pascal Fouché[24].
È interessante analizzare come l’influenza letteraria di Céline si sia consolidata dopo la sua morte. Anche la critica si è esposta sempre di più con giudizi positivi riuscendo a ridurre al minimo l’influenza negativa avuta dal pensiero politico dello scrittore e difficilmente accettato soprattutto nel periodo post-bellico. Non solo la letteratura ma anche il ruolo della censura è stato completamente rimesso in discussione, scardinato dal coraggio e dalla violenza lirica del fluire delle pagine celiniane così come Céline pochi altri hanno avuto questo ruolo di frantumazione con un certo tipo di critica moralistica: tra questi si può certamente ricordare Henry Miller. Tra gli aspetti meno noti, ci sono poi alcune curiosità di comunità esterne a quelle letterarie che traggono tuttavia ispirazione dal pensiero dello scrittore: tra questi l’infinita comunità degli animalisti di tutto il mondo che riconoscono a Céline di essere stato un precursore nella lotta alla difesa dei diritti agli animali, la presenza di questi ultimi non solo è riscontrabile nelle pagine dei suoi scritti ma una costante della sua vita. In particolare il gatto, animale che Céline adorava e con il quale aveva un rapporto quasi spirituale, è facile quindi trovare il volto emaciato di Louis-Ferdinand accanto a uno slogan per i diritti degli animali.





[1] Jean–Yves Guérin et Agnès Spiquel, Les révolutions littéraires aux XIX et XX siècles, Presses Universitaires de Valenciennes 2006, p. 187.
[2] Frédéric Vitoux, Céline, Belfond, Paris 1978, p. 21.
[3] Jean Bloch-Michel, Le Présent de l’indicatif, Gallimard, Paris 1963, p. 119.
[4] Charles Bukowski, Pulp. Una storia del XX secolo, Feltrinelli, Milano 2013.
[5] AA.VV., Giancarlo Pontiggia (a cura di), Céline e l’attualità letteraria, SE, Milano 2001, p. 24.
[6] Renee Winegrarten, Céline: the problem, American Scholar, Vol. 65, Issue 2, Spring 95, p. 286.
[7] Stefano Lanuzza, Maledetto Céline. Un manuale del caos, Stampa Alternativa, Roma 2010, p. 200.
[8] Ivi, p. 192.
[9] Alberto Arbasino, Parigi o cara, Adelphi, Milano 1995, p. 42.
[10] Henri Godard, Poétique de Céline, Gallimard, Paris 1985, pp. 181-182.
[11] Alexander Styhre, Céline and the Aesthetics of Hyperbole: Style, Points, Parataxis and Other Literaty Devices, “Ephemera”, vol. 11, issue 3, 2011, p. 263.
[12] Paolo Badellino, La follia controversa di Louis-Ferdinand Céline, in «Rivista sperimentale di Freniatria», vol. 108, 1984, p. 28.
[13] Ivi, p. 29.
[14] Gianni Celati, Céline, jazz a credito, in «Effe», 2, primavera 1996.
[15] Gianni Celati, Scrivere Jazz si Potrebbe, e Charlie Parker Sarebbe Contento, in «Musica 80», 2 marzo 1980, p. 24.
[16] Ibidem.
[17] Ibidem.
[18] Julia Kristeva, Power of Horror: An Essay on Abjection, Columbia Univerisity Press, New York 1982 (trad. it., Poteri dell’orrore: saggio sull’abnegazione, Spirali, Milano 1981).
[19] http://www.lf-celine.blogspot.it/
[20] http://www.lepetitcelinien.com
[21] http://www.celine-etudes.org
[22] http://celinelfombre.blogspot.com
[23] http://www.celineenphrases.fr
[24] http://www.biblioceline.com