martedì 8 settembre 2009

E' morto Louis-Albert Zbinden...


Notre ancien collègue, l'écrivain et journaliste neuchâtelois Louis-Albert Zbinden, s'est éteint à Paris à l'âge de 86 ans. Forum diffuse un extrait de l'un de ses entretiens, réalisé avec l'écrivain Louis-Ferdinand Céline.

Après des études à Genève, Louis-Albert Zbinden a travaillé à la Radio suisse romande dès 1947. Il a réalisé pour la RSR maintes émissions littéraires, en particulier avec l'écrivain Louis-Ferdinand Céline. Ses auditeurs se souviennent de ses chroniques « Le regard et la parole», diffusées de 1977 et 1986, le samedi matin. Il y commentait avec verve des faits d'actualité.

Dramaturge et poète, Louis-Albert Zbinden a signé plusieurs romans ainsi que des nouvelles. Il laisse une vingtaine d'ouvrages. Parmi eux un recueil de poésie, «Les yeux ouverts» paru en 1956, les romans «L'emposieu» (1981), «L'orgue de Barbarie» (1988) et «Le Pollen de Satan» (1992), ainsi que des nouvelles réunies sous le titre «Marie Casamance, suite jurassienne» en 1995.

Louis-Albert Zbinden sera enterré à Paris.

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... sua una notevole intervista a LFC:

intervista a Céline di Louis-Albert Zbinden
a cura di Sergio Falcone

Questa intervista radiofonica con Céline, condotta da Louis-Albert Zbinden, è stata trasmessa da Radio-Télé Suisse Romande (Losanna), il 25 giugno 1957.

Vorrei farle una domanda forse un po’ ingenua. Per quali ragioni ha pubblicato questo nuovo libro, Da un castello all’altro? Perbacco! Debbo confessarlo ancora una volta: è chiaro che lo faccio soprattutto per delle ragioni economiche,… per parlare con una certa finezza. Da un certo numero di anni sono oggetto d’una sorta d’interdizione; ma faccio uscire un libro che, malgrado tutto, è abbastanza pubblico, poiché parla di fatti ben noti, e che riguardano nello stesso modo i francesi. E’ una piccola parte, del tutto piccola, ma pur sempre una piccola parte della storia di Francia: alludo a Pétain, a Laval, mi riferisco a Sigmaringen (Città della Germania, già capoluogo dell’Hohenzollern, alla destra del Danubio. Fu l’ultimo rifugio del governo collaborazionista francese di Vichy; settembre 1944 – maggio 1945. s.f.). Lo si voglia o no, è un episodio della storia francese; può essere doloroso, ce se ne può rammaricare, ma è comunque un momento della storia di Francia. Tutto questo è accaduto e, un giorno, se ne parlerà nelle scuole. D’altra parte torneremo sull’argomento fra poco, se lei è d’accordo. Ma preferirei toccare le questioni letterarie. Quelli che non hanno letto il suo libro, si chiedono se assomiglia, nello stile, per esempio, ai suoi libri passati, al Viaggio al termine della notte… E’ difficile cambiare lo stile; anzi, è impossibile. Pare che i pittori riescono a cambiare lo stile, ma infine anche gli scrittori; in quanto a me, non credo che questo mi sia accaduto. La faccenda dello stile, se così posso dire, m’interessa assai da vicino, anche se non mi ritengo uno stilista, ossia uno scrittore che ha gran cura dello stile. Ho questa debolezza, e credo che sia una scelta non molto frequente, dal momento che quel che c’è di più difficile è lo stile. Per inviare dei messaggi o dei pensieri profondi, non ho che da aprire un’opera specialistica, ne sono pregno; non ho che da sfogliare tra i testi di medicina, così posso facilmente eccellere, brillare, ma non è questo… No. Sono un colorista di certi fatti. Per caso mi sono trovato in circostanze tali per cui la materia da descrivere era interessante. Proust si occupava di tipi del bel mondo, io invece mi sono interessato ai personaggi che mi capitava d’incontrare e di osservare. Ho narrato le loro piccole storie, con uno stile che mi sembrava essere il mio. La letteratura, dunque, è per lei anzitutto una questione di stile, e quando parla di stile, lo distingue dalla storia propriamente detta? La vicenda, la adatto senz’altro allo stile; del resto come fanno i pittori, che non si occupano esclusivamente del frutto. La mela di Cézanne, lo specchio di Renoir, o la bella femmina di Picasso, o la capanna di Vlaminck, sono piuttosto lo stile che essi gli donano. Gli oggetti non prendono molto spazio,… sparivano più o meno… Saprà che, quando la si legge, si ha l’impressione che lei scriva i suoi libri in un modo diretto, molto fluido, e che il famoso stile parlato, che è la sua caratteristica, nasca da una sorta d’improvvisazione costante. È esatto? Oh no, non è proprio così. Scrivo invece con molta fatica, oserei dire. La capacità di esprimersi è un fatto naturale. E’ così, con ogni probabilità, e questa è già una base. Ma, alla fine, il foglio di carta non trattiene l’eloquenza naturale. Conosciamo bene la povertà che offrono i discorsi alla Camera, o le cause in tribunale, quando sono trascritti in stenografia. No,… è tra la gente che hai l’avvio di una chiusa, oppure di una piccola frase faceta… Ma, conservare uno sforzo di composizione secondo lo stile di 400-500 pagine, richiede molto lavoro; bisogna saper vedere e rivedere. In realtà 400 pagine stampate fanno 80000 pagine manoscritte. Ma il lettore non è obbligato a saperlo. Anzi, non deve saperlo. E’ un problema dell’autore quello di correggere il proprio lavoro. Si fa entrare il lettore in un piroscafo. Tutto deve essere gradevole. Quel che accade nelle stive non lo riguarda. Egli deve gradire il paesaggio, il mare, il cocktail, il ballo, la freschezza dei venti. Tutto ciò che è meccanico, o relativo ai lavori servili, non lo riguarda affatto. E la nave ha un cattivo vapore, un cattivo capitano, un cattivo cuoco, una cattiva compagnia, se il passeggero non è messo a suo agio da chi mette in moto le macchine, da chi arrostisce il pollastro, e da chi conduce la barca fuori degli scogli. Dal momento che lei dà un’importanza così grande allo stile, la si potrebbe credere anzitutto un esteta… Ma lei non è un mandarino della letteratura, poiché è al centro della sua stessa opera. Qui tocchiamo una questione molto delicata. Credo che, in un modo inconscio, ho avuto una gran cura nell’evitare di essere un mandarino della letteratura; eppure l’ho quasi cercato. E, per dire proprio tutto, mi sono rese ostili tante persone; mi sono attirato l’odio di tutti; né ritengo che questo sia un fatto volontario. L’ho fatto per non essere popolare, per non essere lusingato, e per non acquistare importanza, il che mi pareva una cosa orribile, non è così? Ho preferito piuttosto la modestia, ed anche la condanna generale. Non posso dire che l’ho cercata per intero ma, infine, questo m’è capitato. Se avessi voluto evitarlo, era molto semplice sottrarmi, non avevo che da tacere. Non ho taciuto nel ’37 o nel ’38. Non avevo che da impormi il silenzio, mi si lasciava tranquillo. Invece mi sono cacciato in una storia orrenda, e questo m’è valso un isolamento e un’ostilità totale, mio Dio, nella quale sono diventato un “mandarino” dell’orrore, se preferite, poiché ora vedo degli individui che erano considerati dei collaborazionisti, i quali mi svergognano, e riprendono le stesse calunnie dei partigiani di De Gaulle, o del signor..., o di qualunque mediocre partigiano. Sono un isolato, se così si può dire, solo; per essere più a contatto con le cose. Amo molto gli oggetti. Questo non è molto apprezzato nell’epoca in cui viviamo. Ci si preoccupa molto più della personalità anziché dell’oggetto. Si è individualisti, così come si è legati ai processi verbali. Non è questo il mio caso. Semmai sono un artigiano delle cose. Questo è misconosciuto ai nostri giorni, e lo sarà sempre, a meno che non si provochi una rivoluzione antimaterialista, un istante nei secoli e secoli. Ma ora noi siamo con ogni evidenza nell’epoca della pubblicità e della meccanica. Allora… il robot di genio… l’autore ha successo… Quando lei dice che l’oggetto è il suo interesse principale, questo è in contrasto, penso, con le idee generali. Mi pare che su questa questione, alla vigilia della guerra, esattamente negli anni attorno al 1937, a cui lei ora fa riferimento, allo stesso modo ha assunto un atteggiamento a favore di problemi di ordine generale. E questo forse è l’origine di tutti i suoi guai. … per forza ero contro la guerra. Lo ero in una forma esplicita, totale, come ho il diritto di esserlo… Lei è un pacifista… Sono un pacifista integrale. Tanto più che sono medaglia militare dal mese d’ottobre 1914, cioè non da ieri; sono mutilato di guerra all’80%,… e di conseguenza ho tutto il diritto d’essere un pacifista. Mi sono arruolato nella seconda guerra ancora come medico di bordo; sono andato a picco al largo di Gibilterra; conosco bene i piccoli retroscena della guerra. Per questo non l’amo. La trovo stupida e del tutto negativa per qualsiasi società. Allora ho trovato, mi sono immaginato, le cause della guerra, che ho attribuito ad alcune fazioni… Filippo il Bello doveva tutte le sue disgrazie ai Templari;… i Giansenisti sono stati perseguitati attraverso quattro o cinque secoli. La storia di Port-Royal non è del tutto terminata, se ne parla ancora. I Gesuiti sono stati perseguitati, etc. … Forse ho isolato una setta che non era poi così biasimevole come ho detto; forse la riprova è ancora da darsi, forse la testimonianza verrà con la storia. Diciamo il termine esatto: lei è stato un antisemita. Appunto. Nella misura in cui pensavo che i Semiti ci spingevano alla guerra. Senza questo motivo non ho proprio nulla contro di loro; non trovo alcun motivo di conflitto con i Semiti: non sussistono delle ragioni plausibili. Ma finché essi costituivano una setta, come i Templari, o i Giansenisti, era chiaro come Luigi XIV (il quale aveva delle buone ragioni per revocare l’editto di Nantes) e Luigi XV, nel cacciare i Gesuiti, fossero nel giusto… Allora, ecco, la questione è tutta qui: mi sono appassionato a Luigi XV o a Luigi XVI, ma questo, evidentemente, è un grosso errore. Dal momento che dovevo restare quel che sono, e più semplicemente impormi il silenzio. In questo ho peccato d’orgoglio, lo confesso, per leggerezza, per bestialità. Non avevo che da tacere… Sono dei problemi più grandi di me. Sono nato nell’epoca in cui si parlava ancora dell’affare Dreyfus. Tutto questo è un vero errore di cui faccio le spese. Ed è in questo preciso momento che sono tormentato da ogni specie di uomini che mi scoprono transfuga, recidivo, venduto… Che cosa pensa di queste infamie? Proprio nulla. Dico solo che presto avrò sessantacinque anni, avrò la pensione di medico, con una rendita di 200000 franchi all’anno, e che grazie a Dio resterò un po’ tranquillo… Comunque sono passato attraverso la più grossa caccia alla volpe che sia mai stata organizzata nel corso della Storia… e già questo non è male!... Non rinnego proprio niente… non cambio facilmente d’opinione… Insinuo solo un piccolo dubbio, ma si dovrebbe provare che mi sono sbagliato, e non che ho ragione. Ascolti. Lei ha detto che è un pacifista e che lo è ancora. Certo. Ma come conciliare questo col fatto che lei, per esempio, ha lodato l’armata tedesca? L’armata tedesca la magnificavo prima ancora che penetrasse in Francia, e che scatenasse la guerra. Trovavo che era un buon modo d’essere una potenza… La Svizzera ha un esercito. Il Principato di Monaco ha un esercito. Il ferro evidentemente è la forza, è l’ordine. E allora, quando il potere domina, non c’è più altra forza altrove… Dal momento che parliamo dei francesi, potrei ricordare loro che se ci fosse sempre un’armata tedesca, se non fosse stata dichiarata la guerra, e se la Germania fosse quella che era un tempo, ebbene essi avrebbero conservato l’Algeria senza molti problemi, non avrebbero perduto il Canale di Suez, né l’Indocina. I francesi hanno introdotto il disordine, demolendo una struttura portante, proprio com’erano stati abbattuti gli Asburgo, che non sono stati sostituiti da niente. Ma non crede che l’imperialismo tedesco potesse anche essere una causa di distruzione per certe strutture, ivi compresa la fine del primato francese in Europa? Sono convinto che si potesse trattare coi tedeschi in modo molto vantaggioso. Vale a dire che noi esercitavamo ancora su di loro del prestigio. I tedeschi si ricordavano del carico di legnate del ’18, e ci guardavano con molto rispetto. Sappiate che dagli inizi della storia del mondo niente è valso più del prestigio della guerra che si sta per vincere, o del prestigio di quella che si va a vincere… Di conseguenza, noi conservavamo il prestigio della vittoria nella guerra ’14-’18. Occorreva difendere questo prestigio comunque, non importa come, ma non in modo da metterlo in pericolo, o in discussione… Si custodiva il piccolo trincerista… il ’18… Verdun… questo contava enormemente, questo valeva molto. E allora non saremmo stati attaccati; nessuno ci avrebbe affrontato, Suez non si sarebbe scosso, l’Indocina non si sarebbe agitata, l’Algeria non si sarebbe mossa, né il Marocco, né la Tunisia. Tutti i paesi sarebbero restati al loro posto. Era sufficiente inviare un battaglione della Legione per regolare tutto. Mentre ora, scusatemi, tutti quei popoli sanno che siamo deboli. Perbacco, nella storia dell’umanità, non si è mai minacciato troppo a lungo i deboli, che lo sia stato dichiarato o no. Era lì che vedevo utile l’esercito tedesco, il soldato tedesco. Era tutto. E’ semplicemente questo. Forse mi sono sbagliato. Non domando di meglio. Non ne discuto più. In quanto a me, sono alla fine della corsa. Ci si potrebbe stupire di un particolare, signor Céline. Ossia, nel momento in cui i fatti sono cambiati, ossia quando le potenze dell’Asse hanno cominciato a non avere più il vento in poppa, lei ha insistito. Ma questo era per lei un fatto d’onestà o di coscienza? Si spieghi un po’. Non ho mai insistito su alcuna questione politica. In nessun modo. Non ho mai collaborato ad alcun giornale, né concesso delle interviste, né rilasciato dichiarazioni alla stampa, né votato, né fatto parte di un partito. Sono assolutamente e rigorosamente indipendente. Mi costruivo solo come scrittore. Nella mia incoscienza credevo di poter influenzare ognuno a favore della pace. Bene. E’ tutto. Assolutamente tutto. Non sono mai stato vicino a nessuno. Mai un soldo da nessuno, né americano, né inglese, né tedesco, né svizzero. Nulla. Per cui non ho vissuto che dei miei diritti d’autore, e anche molto modestamente. Quando altri, invece, hanno persistito nella loro opinione, o non persistito… Dopo Stalingrado, diciamo pure la parola, c’erano delle facce di bronzo. Tutti hanno fatto marcia indietro, sono diventati antitedeschi. Bene. Ma io non avevo alcun motivo di essere antitedesco, né antichiunque. Nel corso della guerra, i tedeschi sono venuti a trovarmi e mi hanno sempre detto: “Vinceremo, abbiamo la vittoria”. Ma io dicevo: “Datemi delle prove, qualcosa, non vedo niente”. E loro non mi hanno mai portato delle prove. La prova è che essi hanno perduto. Non ho mai voluto nient’altro che la pace. Quando i tedeschi sono entrati in Francia, non ero partigiano. Non ho mai detto: “Urrà! Evviva i tedeschi!”. Questo non mi divertiva, al contrario degli altri. I tedeschi sono stati abbastanza stupidi, Hitler in particolare, per non aver fatto la pace al momento opportuno, come noi abbiamo fatto la pace troppo tardi nel ’18. Noi francesi avremmo dovuto farla nel ’15 o nel ’16. Così i tedeschi si sono accaniti, o piuttosto Hitler s’è accanito in alcune operazioni belliche che determinarono la fine della Germania. E’ tutto qui. Sempre questo principio assurdo della guerra. E’ tutto. In quanto a me, non ho da pentirmi di niente. Non sono mai stato sostenitore di questo o di quello. Ero a favore delle armate tedesche, perché esse mantenevano la pace in Europa, in Francia in particolare, e l’aiutavano a conservare le proprie colonie. Ma è tutto. A meno che non mi si provi il contrario. Vorrei chiederle,… perché lei è finito a Sigmaringen? Per il motivo molto semplice che a Parigi non si chiedeva altro che la mia morte. Non avrei voluto neppure la Corte di giustizia. Sarei stato assassinato nell’Istituto dentario, oppure a Villa Said. Tutto era predisposto. Mi sono salvato, me la sono svignata, perché non volevo essere assassinato; né io, né mia moglie. Sono stato beccato. Bene. Siamo intesi. E’ una inezia. Sono stato sbattuto in prigione lassù, in Danimarca. Ho fatto dieci anni di reclusione. Bene. Ma tutto è così banale… Ecco i piccoli risvolti della storia. Ma, in quel momento, ce li spiegano così male, poiché il mondo è materialista e si domanda: “Ma perché? Se ha fatto così, vuol dire che aveva un interesse”. Ma io non avevo alcun tornaconto. Era solo una vocazione al martirio. Mi sacrificavo per i miei simili… Ma… sicuramente non ne vale la pena,… ho pensato di strapparli alla guerra. E’ un particolare che con loro non è il caso di riepilogare. Per loro è meno comprensibile della quadratura del cerchio… Che ci si getti nella mischia senza un giusto motivo. L’ho fatto a scopo gratuito… Come una donna di piacere. E’ tutto. Allora mi hanno insultato, dicendomi: perché? quale vantaggio?... Ma io non ho dei guadagni. Non ho mai detto: “Per di qua. Sono il capo di un partito”. Non sono un uomo politico. Non sono un attore. Ero, credo, uno scrittore e un medico. Sono uscito da questa mia privacy, per entrare in un’orrenda avventura in cui non ho ricevuto che violenze e atrocità. Questo è tutto. Non cambia niente. In questo momento, coloro che mi bersagliano perché sono questo, sono quello, mi seccano. Non debbo essere questo o quello. Non si chiede a una donna se vuole il biondo, il bruno, il nero, il rosso… Lei dice: “Quello mi piace. Oppure, non mi piace più. E via! E’ un alcoolizzato. E’ un pazzo”. Ne ha ogni diritto. Voglio tralasciare queste questioni che, nonostante tutto, sono prive d’importanza… Si tratta veramente di bassezze umane che un po’ di sabbia cancella. Dunque, è un fatto secondario. Ma forse c’è una cosa che può interessarvi… che, mi dispiace, insisto ancora col mio modesto punto di vista. E’ la posizione delle masse umane, dei territori abitati. E’ chiaro che la Francia era la prima nazione del mondo quando contava venticinque milioni d’abitanti, sotto Luigi XIV; il nostro paese dettava legge al mondo. Quando Luigi XIV era indisposto, tutti tremavano per lui. Ai giorni nostri, la Francia non conta più niente per media di nascite, per numero di abitanti. La Francia conta quaranta milioni, di fronte a dei blocchi che contano alcuni miliardi. Oggi, dunque, si parla di miliardi. Già ai tempi di Hitler… il grosso errore di Hitler, è che egli ha parlato in un momento in cui aveva ottanta milioni di uomini dietro di sé. Ma avrebbe avuto quattrocento milioni di uomini dietro di sé; quindi, avrebbe vinto. E’ chiaro. E’ solo una questione di numero. Se non avete la maggioranza, tacete. In questo momento parliamo in un’Europa piccola, molto piccola. La Francia è diventata le Due-Sèvres senza accorgersene. E’ diventata non più importante del dipartimento della Drome o dell’Ariège. Sì, ma lei sa anche che la potenza di una nazione non si misura solo dal numero dei suoi abitanti. Ah, si misura dalle risorse materiali, che la Francia non ha più. Allora non le resta che tacere. Napoleone, che non era così idiota come lo si vuol far credere, diceva: “La Cina è un gigante che dorme. Quando muoverà il dito mignolo, farà tremare il mondo intero”. Siamo nell’epoca in cui il gigante agita il dito mignolo, e ho il fondato timore ch’egli non faccia tremare il mondo. Ma allora quale futuro vede per il suo paese? Non vedo un avvenire migliore della Danimarca, dell’Olanda, e secondario anche rispetto alla Svizzera, che conserva una sua tradizione in queste circostanze. La Francia, invece, è un paese che continua a parlare, ritengo, come sotto Luigi XVI, anche ora che è ridotta come il dipartimento delle Deux Sèvres. Ma quel che blatera non ha alcuna importanza. Non ha più un’autorità, il che è grave. La Francia trae il proprio potere ora dalla Russia, ora dall’America. Da sola non può definire più niente. La questione di Suez lo dimostra. La Francia non ha più una sovranità. Le è stato tolto il comando. E’ obbligata a prenderlo là dove glielo danno in prestito. E questo non sarebbe accaduto, come ho già detto, se fosse stata unita con la Germania. E’ quel che tentano di fare in questo momento. La Francia europea, essi la creano sulla carta, la sperimentano. Ma la storia non rivede mai i piatti. Gli altri hanno una forza schiacciante in fatto di dinamismo e noi, noi restiamo a dibatterci nelle nostre piccole questioni. Non più importanti delle Deux-Sèvres. Non vedo altro… Si raccontano delle storie… ma no… no… Per quel che la riguarda, come vede il futuro? Una frase del suo libro mi ha spaventato. E’ chiaro che il suo libro è un “romanzo”. Ma alla fine questa parola “romanzo” non mi frena poi tanto, poiché la vicenda appartiene tanto a Céline… vi è talmente una parte di lei in questo romanzo. Ora, proprio alla pagina 35 di Da un castello all’altro, lei pronostica il suo suicidio, e tende anche a precisare: in uno scantinato e mediante una carabina. Questo potrebbe anche accadere, è una questione che esamino con molta calma. E’ un problema di gas, di corrente elettrica, anche di fagioli. Mangio molto poco. Bevo solo acqua. Non fumo. L’ascetismo è una mia condizione naturale. Pertanto, solo Dio sa come ho vissuto la mia esistenza. Ma sono un “voyeur”, non un esibizionista. In fondo, vi sono due razze d’uomini: i guardoni e gli esibizionisti. Sono un “voyeur” che si accontenta di guardare. Non sciupo le cose. Ma, anche consumando molto poco, la vita costa egualmente cara. E, se il costo della vita aumenta, i guadagni non aumentano. Allora, può capitarmi una grave malattia. Alcuni accettano di convivere con una terribile malattia. Io no. Ho molti amici che sono malati di cancro, o di tubercolosi. In quanto a me, troverei più naturale andarmene all’altro mondo. Non mi costerà poi tanto crepare. Me ne andrò, finalmente. Seguirò quelli che sono morti. E’ tutto. Se suicidarsi presuppone,… mica male, del disprezzo per se stesso, dicono, Céline, che lei disistimi gli uomini. Forse che questo disprezzo per gli uomini, se è autentico, si spinge fino all’irrisione di se stesso? Sono stato apostrofato in modo assai più chiaro come “il nemico del genere umano”. È un nuovo modo di trattarmi. Sono l’avversario del genere umano. Sono un fautore del genocidio platonico, verbale. Non sanno più che cosa inventare. Ma non è molto importante. Sono delle infamie umane che un po’ di sabbia cancella. Imito la sorella di Marat. Quel che importa veramente è il conto del droghiere, che è molto gentile, ma che è là, e poi poter cogliere la morte, se possibile indolore. Non mi preme che questo. Insomma, conosco bene i rimedi per farla finita. Vuol dire, con questo, che medita sulla propria morte, che è rassegnato a questa idea? Con assoluta tranquillità. Con la maggiore calma possibile! Io adopero il frasario, la retorica se si vuole, per guadagnarmi la vita e quella di mia moglie. Ma, mio Dio, il giorno in cui le forze mi abbandoneranno completamente, e mi scoprirò incapace di provvedere ai miei bisogni, non sarò il solo ad andarmene. Non è una novità… Quale parola vorrebbe pronunciare, quale frase vorrebbe scrivere prima di sparire? “Sono degli imbecilli”. Ecco quel che penso. Gli uomini in genere sono spaventosamente imbecilli. Sono imbecilli e volgari, ecco che cosa sono. In più meschini e bestiali… ma soprattutto imbecilli e volgari. Lei, invece, ha cercato di mostrarsi piacevole? Oh, non ho bisogno di fornire le prove. Sono figlio d’una riparatrice di antichi merletti. Mi ritrovo una collezione abbastanza rara, la sola cosa che mi resta, e sono tra i pochi uomini che sappia distinguere la tela di batista da quella di Valenciennes, la tela di Valenciennes da quella di Bruges, la tela di Bruges da quella d’Alençon. Me ne intendo di cose di gusto. Molto bene. Non ho bisogno d’essere dirozzato. Ne so abbastanza. E conosco nello stesso modo la bellezza delle donne, come quella degli animali. Molto bene. Sono pratico anche di questo. Ma per essere competente, occorre intendersene veramente. È nel proprio laboratorio intimo che ci si occupa di queste cose. Lo ripeto, trovo che gli uomini sono soprattutto degli imbecilli. E’ questo che ci trovo prima di tutto: Dio, come sono imbecilli! Ecco tutto l’effetto che mi fanno. Soprattutto quando cercano di fare i furbi… E’ peggio ancora. E’ tutto quel che riesco a vedere.

venerdì 4 settembre 2009

Il doppio Céline di Stenio Solinas


Bentornati dalle vacanze e un benvenuto ai nostri nuovi sostenitori! Iniziamo settembre con...

IL DOPPIO CÉLINE DI STENIO SOLINAS

di Gilberto Tura


Stenio Solinas, inviato de "Il Giornale", appartiene a quella generazione di intellettuali controcorrente che, nei roventi anni '70, aveva animato la "Nuova Destra" italiana sotto l'influsso dell'ideologo francese Alain Benoist e che è cresciuta riunendo nel proprio pantheon culturale e ideologico una schiera di intellettuali e scrittori spesso dimenticati, o meglio, deliberatamente abbandonati all'oblio più totale, perchè considerati non politically correct, o peggio ancora, impresentabili dall' establishment culturale dominante.
In un clima politico e culturale radicalmente mutato, nel 1999 Solinas pubblica "COMPAGNI DI SOLITUDINE - Una educazione intellettuale", edito da Ponte alle grazie di Firenze, in cui descrive le letture e gli scrittori che hanno concorso alla sua formazione intellettuale durante gli anni giovanili. Nella seconda parte del libro (la prima è dedicata alla descrizione del suo percorso politicio-intellettuale) Solinas compone una galleria di ritratti di scrittori e personaggi, in prevalenza francesi, nei confronti dei quali si dichiara apertamente debitore sul piano culturale. Tra questi si va da Drieu la Rochelle a Malraux, da Saint-Exupery a Hemingway, da Morand a Chatwin, da Rimbaud a Debray, da Ehrenburg a Munzenberg, per citarne alcuni, sino a Céline. Di quest'ultimo Solinas dichiara sin dall'inizio una totale ammirazione, sia sul piano artistico (Céline è inarrivabile) sia sul piano umano rimarcandone contraddizioni e astuzie intellettuali, bugie e verità, torti e ragioni, cinismo e dolcezza. Nel ritrarre l'ultimo scorcio di vita, Solinas descrive in maniera commovente l'ultimo, conclusivo ed estremo sforzo di Céline che, pur prigioniero di un fisico seriamente provato e precocemente invecchiato, ostracizzato ed emarginato dalla società letteraria e civile, consisterà nel voler dimostrare di essere ancora indiscutibilmente "in pista", rifiutandosi di congedarsi da sconfitto e che le terribili prove affrontate, se hanno stremato il fisico, non hanno minimamente scalfito l'unicità e la potenza della sua penna.

CÉLINE E IL SUO DOPPIO

di Stenio Solinas


Ci sono debiti intellettuali che a pagarli non ti basta una vita. Céline è uno di questi. Dico intellettuali e non artistici, perchè nell'arte, lì... nel cuore della scrittura, dell'invenzione e della trasposizione... Céline è inarrivabile, ti soverchia talmente che a imitarlo non ci provi nemmeno... perchè se poi fai il paragone, ti viene da piangere... Si, certo, i tre puntini di sospensione... un modo per rendere più veloce lo stile scritto, per adeguarlo a un racconto parlato... ma tutto il resto, l'enorme distruzione e ricostruzione della lingua che c'è dietro, è roba da titani delle lettere, gente che lavora per la propria immortalità, ci crede... mentre noi siam qui che tiriamo la carretta del contingente, del quotidiano, anche bravini a volte... non dico di no e me lo dico da solo... ma vuoi mettere... ma non c'è neanche da entrare in argomento... Il debito, allora, è dal punto di vista delle idee, perchè poi io... al fondo... sono uno da realismo socialista... e per me gli eroi sono tutti giovani e belli... e si muore per la causa... e si vive per gli ideali... Poi lui ti tocca sulla spalla, ti costringe a voltarti e ti fa vedere l'altra faccia della vita, la faccia sporca... ovvero la faccia vera... quel groviglio di interessi e di meschinità, di rancori e di accomodamenti, di miserie magnificate, grandezze rottamate... Non lo fa con cattiveria... non lo fa per deriderti... lo fa per metterti in guardia, perchè tu sappia a cosa vai incontro... in modo che sei preparato, sai cosa ti aspetta... Lo fa da quella figurina di Épinal che fu nella sua giovinezza... l'elmo da corazziere in testa... le cariche di cavalleria... le decorazioni e le mutilazioni... Lo fa come uno che quella faccia sporca... che conosceva... che vedeva tutti i giorni... ha cercato fin quando ha potuto di abbellirla a suon di emozioni... di balletti... di gambe femminili... di sanità fisica... sesso e carattere... paganità e bellezza... razza e purezza...
In ogni famiglia che si rispetti, c'è sempre un parente «pazzo» a rompere l'ordine costituito... Uno zio puttaniere, un nipote giocatore, un figlio megalomane... Dilapidano patrimoni, distruggono reputazioni, provocano rotture e riprovazioni. Di loro non si parla mai in tono normale, la voce è sempre o troppo bassa o troppo alta... se ne teme il contagio, li si isola perchè il germe non si propaghi, perchè il cattivo esempio non faccia proseliti... E però, qualcuno che li frequenti lo si trova comunque, qualcuno che non si fida di ciò che la norma garantisce come corretto, il buon senso comune bolla come insensato... E magari scopri che quello zio è soprattutto un innamorato delle donne, quel nipote disprezza il denaro, quel figlio è un generoso...
Anche le famiglie di pensiero hanno il loro «pazzo». Il «pazzo» della Destra è Céline. Naturalmente Céline non è di destra, la destra tradizionale, intendo, ma si ritrova a destra perchè nel Novecento quella famiglia si allarga, si fanno matrimoni d'interesse e di potere... si intrecciano relazioni adulterine, si regolarizzano unioni di fatto, nascono figli illegittimi... Quando per dissesti politici e ideologici, va tutto a scatafascio, se lo ritrova lo stesso sulle spalle; e é troppo ingombrante, e troppo compromesso, perchè qualcuno se lo pigli così com'è, ma è troppo grande e troppo compromettente per tenerlo così com'è...
E dunque... dai a distinguere... a sezionare... a disossare... e questa è la polpa... e questo è lo scarto... e qui c'è carne da brodo... e qua c'è solo grasso... Lo puoi anche fare, intendiamoci... è legittimo... purchè non perdi di vista la carcassa... purchè non cerchi di far passare il manzo per maiale... Poi, naturalmente, ci sono gli eccessi... il pazzo... si sa... chiama i pazzi... vien fuori un gran casino... A metà degli anni Settanta, da una tipografia di Ciarrapico, stampatore specializzato in libri esplosivi... li aprivi, e ti si sfasciavano tra le mani... volava via un foglio dietro l'altro... una casa editrice farlocca, Aurora, fece una traduzione, farlocca anche questa di Bagatelles... Addirittura, l'avevano attualizzato... ci avevano messo dentro Lyndon Johnson e Jacqueline Kennedy, così il pamphlet era al passo con i tempi, si erano detti, avevano convenuto... roba da vomitare, che se Céline l'avesse avuta fra le mani... lui che sudava sangue su ogni virgola, su ogni punto e virgola, e li avesse avuti di fronte, a Meudon, gli avrebbe aizzato contro i cani... E però era il lato «mangiatore di ebrei» che interessava, piangevano sul perseguitato, ma intanto si davano di gomito: «Hai visto come gliele canta, senti come gliene suona»...
A me dell'antisemitismo, delle brume profonde, del sangue e suolo non è mai fregato niente, e fra nord e sud scelgo il sud, il mare e il sole, le pelli abbronzate e, se la vogliamo dire tutta, i veri ariani, gli indoeuropei col botto... sono i curdi, mica i tedeschi... Così, allora, mi divertivo a dire, a scrivere, che Bagatelles non era tanto o solo un libro razzista, era qualcosa di peggio, dal mio punto di vista, dal punto di vista della scrittura, era un libro noioso, un libro fallito... Così come ora, quando trovo qualche smemorato di Cuneo o di Collegno, qualche esegeta di Brecht passato, senza colpo ferire, all'esegesi di Céline e che se ne esce parlando di «antisemitismo umorale», «paradossale»... mi viene spontaneo ricordargli che no, caro, non è così, è sostanziale, è razziale, fa parte della sua visione del mondo... Ripeto, ti può piacere di più il biancostato della trippa, ma non devi cercare di far passare il manzo per maiale...
Io devo a Céline anche alcune delle risate più piene della mia vita. Quelle pagine di Morte a credito il cui il ragazzo Ferdinand si scazzotta col padre, il mal di mare sulla Manica, l'inventore Courtial e l'altro, Rodiencourt, di Guignol's Band... comicità allo stato puro. Sapeva ridere, e far ridere... C'è un racconto di Marcel Aymé, Avenue Junot, in cui quel Céline lì allegro e beffardo, giganteggia... pieno di trovate, scoppiettante di ironia... E che gran conquistatore anche... Tanti anni fa, quando lessi le sue Lettres à des amies, mi venne la tentazione di scriverci intorno qualcosa, avevo persino trovato il titolo, Lo sai cosa faceva Céline alle donne?... Erano bionde, brune, rosse... c'era la psicologa e c'era la ballerina, la pianista e la studentessa, l'insegnante di ginnastica e la intellettuale, la francese e la straniera... Senza contare quelle in carica, sposate e poi abbandonate, non sposate e poi rimpiante, fino all'ultima, mai più lasciata... Consigli pratici, consigli di vita, consigli sessuali, riflessioni sulla bellezza, considerazioni sull'amore... É un altro Céline... il Céline prima della catastrofe, prima della riapparizione dall'inferno... quando non deve lottare per il suo riscatto, quando ancora crede di poter giocare e vincere la guerra delle idee.
Degli scrittori che ho qui raccolto, è quello che ammiro di più e sento di meno. Non c'è contraddizione: fra i compagni di solitudine non avrei potuto non inserirlo, perchè é poi quello che nel tempo mi ha maggiormente fatto compagnia; e tuttavia è il meno in sintonia con gli altri e con me stesso, così disperato e così esaltato, affascinato dalla morte e però spasmodicamente attaccato alla vita, talmente solo da crearsi un proprio universo di scrittura, autosufficiente e autorappresentativo. Il più amaro eppure il più poetico, in apparenza il più cinico e invece il più indifeso.

«Amica mia, non vi fate metter fretta. Odio la fretta. Non esistono dettagli in grado di annoiarmi. La minima virgola mi appassiona. Odio la faciloneria... Il bravo operaio si riconosce a lavoro finito... Non si stanca mai. Io sono instancabile. Ricordatevi sempre: non fatevi mettere fretta. Otto giorni in più non incidono sulle vendite e possono incidere sul libro. E il libro vien prima delle vendite». Un anno dopo: «Mio caro Doppio, penso a voi e alla fatica che presto vi infliggerò. In campana! Ho dovuto sgobbare per precedere i soviet. E tuttavia mi chiedo se non ce la faranno a sopraffarmi». Ancora un anno: «Mia cara bambina, la forza del libro sta nella sua estrema sgradevolezza per tutti quelli cui ho potuto pensare... Ricordate? Chi mi ha difeso per Morte a credito? I sostenitori dell'alta letteratura? Chi? É stato il più vigliacco, ingiusto, dannato hallalì mai visto... E allora... me ne fotto cosmicamente d'essere imparziale, scrupoloso... Sono in guerra contro tutti. Come tutti furono uniti nel cercare di annientarmi. Sarà un ragionamento meschino, ma è solido e ben meditato, non è aria fritta. I 'siate superiori'... 'siate nobili'... 'non mischiatevi alle bassezze' eccetera, sono discorsi da ebrei. Grazie ai quali, sorridendo, prendiamo calci nel culo e crepiamo in scioltezza. Noi cerchiamo di darci un contegno. Loro del contegno se ne fregano e sono Re del mondo. Voglio schiacciarli nella loro stessa meschinità. Questo libro è all'insegna dell'amarezza. Non è fatto per piacere a nessuno».
Chi scrive, lo si è capito, è Louis-Ferdinand Destouches, in arte Céline. Inconfondibile lo stile, altrettanto il contenuto: la letteratura come altissimo artigianato, la consapevolezza della propria unicità nel panorama culturale del suo tempo, la lingua come eccesso verbale, l'antisemitismo su cui fondare una vera e propria estetica, un senso di disperazione e di disastro incombente. Ma chi è l'«amica», la «bambina», addirittura il suo «Doppio»? Si chiama Marie Canavaggia, ha 40 anni, è figlia di un magistrato, fa la traduttrice per diletto, ama i classici, è d'origine còrsa. Ha una sorella pittrice, Jeanne, un'altra astrofisica, Renée, con cui divide casa a Parigi. «Le sorelle Brontë», le ribattezzerà Céline, ma parlando di loro userà sempre un tono rispettoso (per quanto rispettoso egli potesse essere... ). Dal 1936 Marie è la sua segretaria tuttofare: ne rivede i testi, corregge le bozze, procura e colleziona i ritaglia stampa, s'incarica della corrispondenza pubblica, svolge trattative editoriali in suo nome, si preoccupa persino delle cartelle dove archiviare via via manoscritti e successive stesure.
Non c'è un contratto fra loro, e neppure un rapporto, come dire, gerarchico o sentimentale (anche se Marie di Ferdinand è innamorata, come potrebbe esserlo una romantica donna inglese, e specie negli anni duri dell'esilio Céline si ritroverà a dover fronteggiare qualche scena di gelosia epistolare...) A ogni libro il sodalizio si riforma automaticamente, e ogni volta Marie si cala nell'universo artistico dell'altro come un palombaro va in fondo al mare. Ripesca le frasi, ne chiede conferma, suggerisce modifiche, controlla la punteggiatura, la sintassi, la grammatica. Negli abissi del linguaggio che lo scrittore naviga a suo piacimento, sforzando, distorcendo, inventando, Marie si muove a proprio agio, mai in maniera ottusa o codina, sempre nel nome di quella musicalità che Céline insegue e per la quale stravolge e rimodella le frasi. Un sodalizio perfetto, che dagli anni Trenta durerà fino alla morte dell'autore del Voyage, passando per quelli tremendi dell'esilio danese e della prigionia, durante i quali Marie sarà amica e consolatrice, garante e depositaria della sua opera. L'unica di cui lo scrittore, nel fluviale epistolario che terrà con vecchi amici e nuove conoscenze (quasi) mai si lamenterà, (quasi) sempre si fiderà e elogerà. Un record. Oltre 500 lettere, per un quarto di secolo di corrispondenza.

«Ci sono scrittori francesi che se ne stanno a Londra, parlando alla radio e scrivono sulla Francia. Io, invece, scrivo su Londra. Essi parlano di politica, e io, invece, no». Nel marzo del 1944, quando Guignol's Band I va in stampa così Céline riassume in un'intervista le ragioni e il senso del suo nuovo romanzo. Dopo tre pamphlet al vetriolo in cui ha prefigurato il carnaio della Seconda guerra mondiale; deriso e stigmatizzato la sconfitta della Francia; plaudito a una alleanza con la Germania hitleriana; cavalcato l'antisemitismo nel nome di un ritorno all'emozione pura, artistica, esistenziale di una razza, la propria, che sente minacciata; elaborato un programma nazionale di rigenerazione morale e sociale (basta con la scuola dell'obbligo, sì alla musica, allo sport, alle belle arti, nazionalizzazioni e politica per le famiglie...); dopo aver disseminato le redazioni dei giornali collaborazionisti di lettere in cui si polemizza con il regime di Vichy perchè non è all'altezza, si chiede maggiore durezza contro il nemico interno e si grida, ogni due per tre, al tradimento, eccolo uscirsene con un romanzo in cui d'attualità non cé nulla, di riferimenti immediati nemmeno, di ideologia nel senso stretto del termine, neppure. É la storia dell'educazione sentimentale e alla vita di un ragazzo nella Londra del 1916-17: «Mai si era chiavato così tanto!...», sintetizza il suo autore...
Che amici e nemici ne venissero colti in contropiede, è più che comprensibile. Parigi bruciava, le armate si attrezzavano per il gran finale, i regolamenti di conti si annunciavano, le liste di proscrizione si preparavano e lo scrittore più impegnato di Francia (a suo modo, certo, da artista e non da pensatore, individualmente e non in maniera organica, da solitario avversario d'ogni chiesa, partito, gruppo, redazione...) se la filava all'inglese a parlare di macrò e di puttane, del West End e di inventori pazzi, della mafia dei docks e della nebbia, del fascino del mare e della fascinazione del sesso...
Già, perchè la Londra di Céline è il tuffo all'indietro in un periodo magico, quando il ventenne corazziere mutilato ma uscito vivo dalla Grande guerra si ritrova nella capitale britannica a lavorare per il consolato francese. Qui trova il tempo di sposarsi con una entraîneuse e di fare un pò il magnaccia, di frequentare cabaret e music-hall e di imparare i primi rudimenti della medicina... É una sorta di continua festa mobile, al riparo dagli orrori e dove si dispiega tutta la forza della giovinezza. E è una Londra ricreata magistralmente, con i nomi esatti ma geograficamente falsi, scelti per il loro suono e non rispetto alla toponomastica, dove Shakespeare tiene banco nella caratterizzazione dei personaggi, il comico vince sul tragico e la magia di porti, fiumi, navi invita alla fuga. Il trionfo del sogno, perchè «la verità è la morte» e gli uomini «la strage ce l'hanno nel sangue». «L'emozione è tutto nella vita / Bisogna saperne approfittare! / L'emozione è tutto nella vita / E quando siete morti è finita!».
Eppure, la scrittura ha le sue ragioni che la ragione non conosce. La redazione di Guignol's Band I copre gli anni che vanno dal 1940 al 1944, scorre cioè parallela al Céline che interviene, scrive, polemizza, ha un suo ruolo e un'autorità pubblici. La penuria di carta fa sì che sullo stesso foglio un verso sia usato per un rabbioso o ironico intervento ideologico, l'altro per il romanzo in corso. In quell'arco di tempo c'è posto per Les beaux draps, scritto al fulmicotone impregnato dell'umore dell'epoca e per Scandale aux abysses, balletto marino che racconta amori e dolori di uomini e divinità.
C'è di più. Se la redazione materiale è di allora, l'idea è di sempre. «Infanzia. Guerra. Londra», è lo schema che ha davanti mentre scrive il suo secondo romanzo, Morte a credito, e che persegue fino a quando la realtà più impietosa (il carcere, l'esilio, la condanna in contumacia, il distacco dai fondamenti stessi della sua estetica: la sua lingua, la sua terra) rendono definitivamente impossibile la fuga all'indietro nell'immaginazione. Casse-pipe, che avrebbe dovuto dar conto del Ferdinand soldato, resta incompiuto; Guignol's Band II non arriva alla revisione definitiva. Biogarfo infedele e fantasioso di se stesso, Céline capisce che un ciclo narrativo di vita si è chiuso e un altro ne ha preso il posto. Non c'è più spazio, né tempo, per raccontare gli eccessi della giovinezza: più incalzanti e più necessari sono ormai gli anni della maturità.

É un cambio di prospettiva che nelle lettere scritte a Marie Canavaggia si avverte benissimo. Fino al 1943-44 Céline è un lottatore nonostante tutto. É all'offensiva, combatte per non soccombere. Dopo lo sarà malgrado tutto. É uno sconfitto, combatte per risuscitare.
«I critici dicono sempre fesserie. Giornalisti innanzitutto, lavorano di chiacchiere, piccoli ricatti... Ci vorrebbe qualcuno che si decidesse a coprirmi di sputi... questa loro moderazione è banale... e si dimentica presto. La gente è sadica, vigliacca, invidiosa, distruttrice. Ha bisogno di sentire il saccheggio, lo spappolamento, altrimenti non ci sta...». É una frase del 1936, quando Céline teme e aspetta le reazioni all'uscita di Morte a credito. Tre anni dopo, a guerra ormai dichiarata, il suo disgusto raggiunge il parossismo. «Bisogna vedere gli uomini come cani. Ciò che fanno, abbaiano, ringhiano, squartano, spiritualmente non significa niente, meno che zero... Purtroppo ci toccano le conseguenze materiali... ma moralmente cani, niet'altro che cani. Tutto è permesso, insomma, per evitare i loro morsi e ingannarli e aizzarli in modo che si sbranino fra loro... Meglio dimenticare tutto, mascherare in musica l'orrore del vivere.. Vado a Marsiglia. Sono risoluto a imbarcarmi... Non è più tempo di discussioni... ».
Negli anni di guerra il tono è questo, il tono di chi ha previsto il disastro, ma rimane egualmente colpito da ciò che da esso si sprigiona, il rancore sordo, come fiele; di chi accetterebbe anche «un pò di sano luciferismo» e si imbatte invece nei «rentiers d'horreur»; di chi nel «declino di un'intera razza» vede scomparire le «ragioni del vivere».
Quando l'uragano termina, Céline è un uomo finito. É in fuga, si nasconde, non sa cosa l'attende. «Una civiltà sta morendo in malo modo. Che il diavolo mi fulmini se mi occuperò ancora di lei». «Come rimpiango di non essere comunista. Ho perduto tutto per gli interessi, la difesa di questa borghesia infetta. Cornuto e mazziato che sono! C'è da vomitare!»
Con Marie, che la lontananza ha reso gelosa, che nei primi tempi vede più il romanticismo dell'esiliato che non la realtà del braccato (dopo pochi mesi Céline verrà arrestato), è dolcemente o amaramente sferzante. «La vostra lettera mi carica di complicazioni sentimentali. Sono più semplice, Marie, e più vecchio anche, è passato per me quel tempo. Voi chiedete a un mutilato di giocare a bocce». E ancora: «Siete viziosa, Marie, complicate le cose. Ai tempi di Londra vi avrei fatto ruotare nelle peggiori sardanapalerie e ne sareste uscita semplificata, libera, guarita e non meno affascinante, intelligente e sensibile di come siete». Ma è ancora lei che lentamente riannoda i fili editoriali destinati a lungo a spezzarsi, che tiene i contatti, che invia riviste, libri (denaro mai: «Preferirei crepare che ricevere un centesimo»), cartine geografiche, che corre in soccorso quando allo scrittore, isolato, cominciano a venir meno le parole (come si dice in francese questo termine, le scrive inviandole il disegno del moschettone a cui si aggancia il guinzaglio del cane...).
Nelle lettere vengono fuori anche tutti i grandi temi dell'autodifesa che Céline elabora per gli anni a venire. Negazione assoluta di ogni contatto con l'occupante tedesco e di qualsiasi ruolo nelle file collaborazioniste, gigantesca chiamata di correo nei confronti del Tout Paris intellettuale e mondano che l'«occupazione» accettò e sostenne spesso di buon grado; elevazione di se stesso a capro espiatorio (con l'antisemitismo equiparato all'anticelinismo...); la sua rivoluzione stilistica vista come fonte di disgrazie, molla del risentimento e dell'odio del mondo culturale nei suoi confronti... L'armamentario, insomma, con cui mischiando mezze verità, bugie e reticenze viene messa a punto la leggenda dello scrittore puro, interessato solo alla sua arte, vittima delle circostanze. Ma è anche vero che solo la consapevolezza del proprio genio e un odio assoluto per chi lo vuole vedere a terra, gli permettono in quel «tempo del disprezzo» che si trova a affrontare, di continuare a crescere, di vendicarsi e di riaffermarsi creando. Non c'è spazio per gli altri, non c'è tempo per gli esami di coscienza... La sgradevolezza, l'egoismo, il cinismo sono le armi con cui i grandi difendono se stessi dagli assalti della normalità. «Sono al lavoro, ma questa trasposizione mi fa crepare... So bene dove voglio andare a parare... ma è pieno di liane... bisogna abbattere... e poi riannodare... un sentiero... poi un ponte...è la foresta tropicale... si riforma dietro di noi... É un incubo. Ah, lavoro nell'odio e con odio. Questo stare ai remi, navigando sull'inchiostro per portare agli altri il sogno! Il pubblico... L'affogherei nell'inchiostro». La scrittura come dannazione. Benedetta... maledetta.
Dall'esilio danese del dopoguerra alla morte, il primo luglio del 1961, passano nemmeno quindici anni, quanto basta però per riportare sulla scena letteraria, e non solo, il più odiato, esecrato, ingiuriato, calunniato autore del '900. Un arco di tempo breve, ma sufficiente per la più incredibile rinascita artistica del nostro secolo, una specie di doppio salto mortale, carpiato, con avvitamento, al termine del quale un nome dimenticato risorge a gloria di Francia, degno della Pléiade, opera omnia (o quasi), in carta riso, con tanto di note, notizie e varianti al testo , glossarietti e appendici, legioni di specialisti al lavoro, lettori fedelissimi, maniacali addirittura, esemplari casi clinici nel loro amore privo di qualsiasi pudore, pronti a scusar tutto, anche il non scusabile, a spiegare ogni cosa, anche l'inspiegabile...
Impresa disperata, e disperante, ché l'uomo Céline non era - non è- facile da amare. E del resto lui stesso sarebbe stato il primo a ritrarsi inorridito di fronte a una simile pretesa. Impresa disperata, e disperante, oltretutto, perchè di rado in una sola persona si concentrerà una tale capacità affabulatoria e bugiarda, sempre tesa a distorcere la realtà, a forzare la verità, a riscrivere la vita; la propria, quella altrui.
Un fiume in piena di bugie, così si presenta l'autobiografia celiniana: bugie piccole e grandi, innocue e meschine, puerili e ben costruite, quasi mai frutto di un'invenzione totale, di un falso assoluto, quasi sempre basate su un'operazione di sottrazione o di accumulo dell'esistente, del dato di fatto, dell'accaduto. Di estrazione piccolo-borghese, con tracce pregresse di nobilato locale, fra le quali i Des Touches del cavaliere omonimo celebrato da Barbey d'Aurevilly, eccolo costruirsi un'identità proletaria e/o popolare: scrittore del popolo, figlio del popolo, voce del popolo.
E certo, di povera gente, di emarginati, di sfruttati, di operai e di falliti, di miserabili ha avuto frequentazione: li ha incrociati da ragazzino, li ha avuti come commilitoni da soldato, come compagni di lavoro in Africa, come pazienti nel dispensario di Clichy. Li ha conosciuti, li ha studiati, li ha registrati nel grande libro della memoria; ma non è mai stato uno di loro.
Invalido di guerra, potrebbe orgogliosamente mostrare le mutilazioni, le decorazioni, gli articoli di stampa per raccontare il suo coraggio. Non gli basta: al braccio martoriato deve aggiungere una trapanazione del cranio mai avvenuta; e trasformare, lavorando di colla e di forbici, resoconti giornalistici in copertine a lui dedicate. Medico di base, non sa resistere all'idea di arricchire il proprio curriculum con esperienze presso le officine Ford, negli Stati Uniti, da lui appena visitate. E dietro il cliché del «dottore dei poveri» fatica a scomparire il bell'uomo alto più d'un metro e ottanta, che indossa abiti di buon taglio e stoffa inglese, biondo e con gli occhi azzurri, che conosce il mondo e il bel mondo, uno che a Ginevra come a Vienna, a New York come a Londra, sa dove andare, come muoversi, cosa vedere, a proprio agio con pianiste come Lucienne Delforge, con scultrici come Louise Nevelson, con figlie della buona borghesia di provincia come Edith Follet, la sua prima moglie.
La falsificazione, meglio, la riscrittura di se stesso è sistematica, non riguarda solo pubblico e critica, ma avvolge amici e parenti. Il passaggio dalla Germania in fiamme alla Danimarca dove si troverà intrappolato, dura tre giorni. Ma nel raccontarlo a interlocutori fidati, eccolo trasformarsi in un'epopea di tre settimane... L'arresto nella casa di Karen Jansen, l'amica danese che lo ospiterà a Copenhagen, un modesto episodio di polizia, con Ferdinand che non apre perchè teme che dietro la porta ci siano dei comunisti venuti per assassinarlo, diventa una sorta di Helzapopping sui tetti, lui e Lucette in fuga fra lucernari, proiettili che fischiano, urla minacce... L'amico Robert Poulet chinerà pietoso il suo sguardo su quella povera testa di trapanato di guerra: perchè Ferdinand è riuscito a convincerlo di una cicatrice che non c'è...

Il gioco del vero-non vero, del verosimile che si trasforma in reale, del reale che diviene inesistente, tiene botta anche di fronte all'accusa che nell'immediato dopoguerra lo bolla a fuoco: collaborazionista. Oggi noi sappiamo, sulla base di documenti, di ricerche d'archivio, di riscontri incrociati, di epistolari rimasti a lungo sepolti, che quella qualifica era pertinente. Céline «collaborò», non si limitò a scrivere qualche lettera ai giornali: rivendicò l'aver capito prima degli altri il disastro che si preparava per il suo Paese; rivendicò l'aver chiesto un'alleanza franco-tedesca; rivendicò la necessità di uno scontro all'ultimo sangue contro bolscevismo e democrazie liberali; rivendicò una linea di condotta recisa contro gli ebrei; auspicò una Francia razzialmente pura, nordica, separata geograficamente dal suo Sud meticcio e mediterraneo... Scelse con attenzione i giornali dove far apparire le sue provocazioni, ne seguì la pubblicazione, se n'ebbe a male quando qualche frase troppo forte gli venne tagliata, polemizzò aspramente. Fra il '41 e il '44 scrisse trentuno lettere (e sei non vennero pubblicate perchè ritenute «eccessive»), rilasciò undici interviste, ripubblicò i suoi pamplet, partecipò a conferenze, tenne contatti con le autorità tedesche. E però aveva qualche fondamento di verità la sua linea di difesa del «non aver collaborato». Perchè non fu nel libro paga di giornali o movimenti, perchè la critica militante nazista trovava troppo nichilista il suo pensiero, perchè in sedute conviviali più o meno pubbliche la sua vena esplodeva sinistra, prefigurando scenari catastrofici e rese dei conti epocali, perchè si adoperò per salvare qualche vita e omise di denunciare qualche gollista poco smaliziato, e perchè alla fine sembrò che con i tedeschi avesse fornicato solo lui.

Il Céline che nell'estate del 1950 rientra in Francia dopo cinque anni di esilio forzato in Danimarca, inaugura l'ultimo, geniale travestimento, l'ultima grande interpretazione di uno scrittore risentito contro tutto e tutti, pieno di rabbia verso il suo Paese eppure troppo francese per potersene separare. Anche qui, il personaggio che dopo una «quarantena» di qualche anno riprenderà a tenere banco fino alla morte, è in parte vero e in parte costruito, frutto di un accorto dosaggio di verità e finzione. Certo, in terra danese Céline ha sofferto, è stato imprigionato, s'è ammalato, il fisico ha ceduto e il vigore e le baldanza di prima della guerra sono un tenue ricordo. Eppure, se si va a fare un conto spassionato, di galera vera ha fatto sei mesi, i restanti sei li ha passati in ospedale... Certo, è un uomo economicamente rovinato, rispetto alle possibilità economiche di prima della guerra: i suoi libri non si ristampano, e quando cominciano a essere ripubblicati non si vendono... Eppure, la casa di Meudon, dove va a vivere, viene a costare due milioni e passa di franchi dell'epoca (pagati vendendo le proprietà della moglie), Gallimard garantisce un anticipo pari a 300 milioni di lire di oggi, l'oro che lo ha preceduto nella fuga e che non è stato requisito dai tedeschi gli ha consentito di sopravvivere e pagarsi più d'un avvocato...
Di nuovo, insomma, il confine fra realtà e finzione è incerto, nebuloso fonte di errori. Chi è portato al compatimento si ritrova spesso e volentieri scavalcato dall'accorgersi che l'oggetto compatito in realtà calcola, sorveglia, non sbaglia una mossa, piange a comando, insulta e si ritrae. Chi vorrebbe smascherare il vecchio gigione, scopre orgogli insospettabili, nobiltà di comportamenti, suprema indifferenza per «valori» allora (come oggi) alla moda: il successo, gli agi, le comodità...
Ciò non toglie che Céline che recita Céline sia uno spettacolo. E non per nulla Gen Paul, l'amico pittore della Butte, il gemello di Ferdinand nella Montmartre degli anni Trenta e Quaranta, trovava in lui una straordinaria rassomiglianza con il grande Louis Jouvet della Comédie française. Chi ha presente, attraverso le fotografie e le descrizioni, l'immagine del Céline circondato da cani e gatti, con il pappagallo Toto sulla scrivania, il foulard al collo, i pantaloni tenuti su da una corda, troppo larghi e troppo corti, i maglioni infilati l'uno sull'altro, la fronte solcata dalle rughe, la barba lunga e legge qualcuna delle interviste da lui rilasciate nel dopoguerra può farsene un'idea. Quei suoi n'est-ce pas cadenzati, quei suoi alors, bon, bah bah, non non non non, quel suo monologare apparentemente senza un filo conduttore, quel suo mischiare generi, quei suoi paragoni bizzarri, quei suoi sotterfugi ideologici. E tuttavia, chi non ha mai visto una ripresa televisiva con Céline nelle vesti di attore-protagonista non sa che cosa si è perduto. Le braccia e le mani tenute composte, immobili, come fossero di cera, un filo di voce iniziale, la testa piegata di lato, una specie di morto che parla. Poi, a poco a poco, il miracolo: il morto si rianima, gli arti si dimenticano d'essere come paralizzati, l'eloquio si fa più sicuro, i rari sorrisi lasciano il posto a un riso più disteso, il racconto s'impenna, fra sottolineature, imitazioni, libere interpretazioni. Riappare l'ombra del «Diavolo» che fu, quello che teneva banco fra atelier di pittori e bistrot di avenue Jounot e place du Tertre, quello che incantava e spaventava le signore, faceva ridere gli amici oppure scatenava interminabili risse verbali...
L'ultimo Céline ha un solo scopo, dichiarato anche se nel contempo negato e/o minimizzato. Riottenere quella dignità di scrittore liquidata come indegna alla luce del periodo collaborazionista. Della propria grandezza era stato consapevole fin dall'inizio, allorché, lasciando il dattiloscritto del Voyage da Gallimard, nel biglietto di presentazione aveva fatto notareche lì c'era «pane per un secolo intero di letteratura. E il premio Goncourt 1932 comodo comodo per il Felice Editore che saprà accettare questa opera senza pari, questo monumento capitale della natura umana»... Adesso, però, la partita appare difficile: sono tutti lì col fucile puntato, a aspettare il passo falso, il vagito, o grugnito, ideologico, per ricacciarlo nel girone dei dannati della scrittura. E perfino gli altri «dannati» come lui, lo aspettano al varco: vogliono vedere se rinnegherà, se farà pubblica abiura. Sanno benissimo che è di una pasta diversa, che il suo individualismo esasperato lo ha di fatto collocato altrove rispetto a loro, ma, volente o nolente, è dalla parte dei vinti che alla fine si è trovato e è anche dai vinti che dovrà essere giudicato.
Rivendicando a sé l'invenzione di una «petite musique», una piccola musica dello stile, Céline riesce a sfuggire sia ai primi, sia ai secondi, a ridursi per meglio ingigantirsi. Non ci si lasci ingannare da chi dando alla lingua di Céline, alla modernità del suo linguaggio un valore di pura sperimentazione, separa lo stile dal contenuto. Al contrario, Céline scrive in quel modo perchè dietro quella scrittura si cela una Weltanschauung dove l'emozione, l'irrazionale, il fantastico, il primordiale sono gli elementi fondanti. É il rimpianto e l'esaltazione di un mondo non dominato dalla ragione né dal progresso, dove l'istinto vince sul costruito, dove la bellezza fisica rimanda a uno stato di grazia premoderno quando la spontaneità, il naturale erano i cardini dell'esistenza. Per ricostruire questo stato dell'essere e del sentire, l'unico modo è sventrare una lingua francese cartesiana, illuminista e illuminata, fiera della sua chiarezza quale negli ultimi tre secoli almeno è andata formandosi. Céline usa l'ariete dello stile non per andare avanti, ma per tornare indietro. «Il fondo dell'Uomo malgrado tutto è Poesia. Il ragionamento si apprende, così come si impara a parlare. Il bebè canta, il cavallo galoppa, il trotto è di scuola... Tutto il mio lavoro è consistito nel cercare di rendere la prosa francese più sensibile, tesa, precisa, sferzante e cattiva, iniettandole un linguaggio parlato, il suo ritmo, il suo tipo di poesia e di tenerezza malgrado tutto».
Una volta innalzato il proprio monumento stilistico, alle possibili trappole ideologiche Céline risponde glissando, deviando, attaccando: «Sono un patriota sfrenato in un Paese di degenerati, lacchè e bastardi. Si tratta di ben altra cosa che tradimento, è precisamente il contrario. Sono gli altri, tutti gli altri, che galoppano urlando dietro la bandiera, gareggiando per farsi inculare dal miglior offerente. Per essi il mio caso è inespiabile». «Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani e contemporaneamente, del resto, di ebrei...Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine». Trasformato l'antisemitismo in pacifismo, scolorato piuttosto che negato, orientato in maniera diversa, ecco allora che l'unico vero ebreo, umiliato, offeso e perseguitato in fondo è propro lui. Ennesima trasformazione dove verità e menzogna si fondono al servizio di un genio fulminato.

Il fatto è che bisogna leggere o rileggere Céline, il biologo Céline, il razzista Céline, l'estremista Céline, l'irrazionalista Céline, il nicciano Cèline (nel suo Cèline écrivain Anne Henry ne dà una icostruzione esemplare e sfata una volta per tutte la leggenda di uno scrittore esagerato, senza basi filosofiche) se si vuol sapere qualcosa di più, e di più vero, sulla natura umana, sui suoi abissi di mostruosità, sui suoi deliri di grandezza, sui suoi istanti di dolcezza, sulla miseria del vivere e sulla certezza spaventosa del morire. Lì dove tacciono tutte le anime belle del pacifismo, dell'eguaglianza, della solidarietà, annichilite dall'orrore, incapaci di andare al di là dell'esecrazione e della condanna, ecco levarsi la sua voce per dirci che anche questo, è la vita.
Chi voglia capire che cosa da qualche anno ormai stia succedendo nei Balcani, nelle ex provincie dell'ex impero sovietico, in Medio Oriente, si vada a prendere i romanzi che Céline scrisse fra il 1957 e il 1961: Da un castello all'altro, Nord, Rigodon... Lì c'è tutto: la guerra come migrazione di popoli, il passato riscritto a seconda di chi vince, i bombardamenti come scienza, l'arrangiarsi fra le rovine, la canaglia che trionfa, la selezione naturale, i tradimenti, le delazioni, le menzogne, il disfrenarsi dei sensi, la voglia disperata di sopravvivenza e l'impulso irresisitibile alla distruzione, la tragedia annodata alla buffoneria, l'esplosione totale di un mondo - monumenti, leggi, vincoli, decreti, usi e costumi, tic e tabù - e la sua rimessa in forma, pezzo per pezzo, frantume per frantume con il Senso della Storia che si incarica poi di spiegare, di razionalizzare, di raccontare il perchè e il percome la Civiltà d'improvviso diventi Barbarie...
Nella Trilogia del Nord, una volta cambiate le date e gli scenari geografici, tutto il resto è di straordinaria attualità. «Pulizie etniche», la maledizione dei cecchini, il susseguirsi di ordini e contrordini, l'assurdità di avanzate e di ritirate, la paranoia delle gerarchie, la convivenza con il sangue, l'anormalità assunta come norma di comportamento, il sesso che diventa arma e commercio, premio e punizione, oasi e delirio, l'esistenza quotidiana che continua nonostante tutto, come le oche a cui tagli la testa ma che per impulso animale seguitano a camminare.
Cantore, di parte, di un continente messo a ferro e fuoco in un epocale regolamento di conti, sotto le mentite spoglie del cronista Céline racconta la fine di un'idea di Europa cui ha creduto e per la quale si è battuto: razziale, antidemocratica, panica e pagana, antimoderna e mitica. C'è del metodo in questo scrittore fintamente istintivo: c'è la consapevolezza e la volontà di opporre a un sistema di valori che detesta una visione del mondo in cui bellezza, purezza, perfezione fisica, emozione diano un senso al non senso della vita.
E ha ragione Henri Godard, il maggior specialista letterario di Céline a notare che il nichilismo celiniano va rovesciato, perchè in lui «è proprio l'idea della morte a fondare un valore principale che consiste, precisamente, nel lottare contro la morte, in un combattimento che si sa perdente ma che basta a dare un senso alla vita. Non potendo trionfare su di lei, è possibile tentare di ritardarla, e anche di opporle qualcosa su cui non abbia presa».
Scrittore antimaterialista, Céline cercò di combattere il materialismo usando uno strumento, la razza, altrettanto materiale e, come tale, incapace di cogliere differenze di valori e di sensibilità. Le Lettres des années noires che Philippe Alméras ha pubblicato in Francia fra mille polemiche, sono da questo punto di vista esemplari. L'ideale ariano, che Céline propugna fino a voler dividere la Francia in due, una suralgerina, l'altra nordica, e che altri si incaricheranno di mettere bestialmente in pratica, si trasformerà in beffa allorchè, dopo essere stato imprigionato in Danimarca, si troverà a scrivere: «Merda agli ariani. Durante 17 mesi di cella non un solo dannato fottuto dei 500 milioni di ariani d'Europa ha emesso un gridolino in mia difesa. Tutti i miei guardiani erano ariani!» Quando si predica la purezza c'è sempre qualcuno che si crede più puro di te.

martedì 25 agosto 2009

Céline in Italia



Ringraziamo di cuore Michele Fabbri per averci inviato la sua recensione al libro di Makovec Céline in Italia, edito da Settimo Sigillo, Roma.

Céline in Italia

Maurizio Makovec ha pubblicato un bel libro sulla fortuna letteraria di Céline in Italia. Il volume, introdotto da una illuminante prefazione di Alain de Benoist, è diviso in due parti: la prima parte è dedicata alla critica e alle interpretazioni di Céline nella cultura italiana, la seconda parte passa in rassegna le traduzioni italiane delle opere di Céline. La critica italiana si accorge presto del fenomeno Céline, e già nel 1933, a un anno dalla pubblicazione del Voyage au bout de la nuit, si leggono sulle riviste italiane le prime considerazioni su quest’autore, sebbene talvolta superficiali e fuorvianti (Guglielmo Serafini vede nel romanzo una «letteratura di propaganda proletaria»!). Più acutamente, altri critici vedono nel Voyage una potente descrizione della condizione esasperata dell’uomo moderno, e, comunque, il dato importante è che Céline negli anni ’30 viene letto da nomi che saranno decisivi nella letteratura italiana del XX° secolo: Bigongiari, Luzi, Betocchi, Bonsanti. Nel dopoguerra non ci sono significativi interventi in Italia riguardanti Céline, fino a quando, nel 1964, esce Morte a credito, tradotto dal poeta Giorgio Caproni, con un saggio introduttivo del prestigioso critico Carlo Bo. Il libro, introdotto in Italia da questi due nomi autorevoli conosce un buon successo di pubblico e di critica, di conseguenza l’editoria italiana è indotta a pubblicare le traduzioni di altre opere, che continuano a destare un vivace interesse da parte di intellettuali come Guido Ceronetti, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni. Nel 1981 compare la traduzione di Bagattelle per un massacro, ad opera di Giancarlo Pontiggia. La pubblicazione di questo pamphlet antisemita, scatena, ovviamente, molte polemiche, e dalla cultura progressista militante si levano lamentazioni rituali fra le quali si segnala quella della poetessa Bianca Maria Frabotta, che scrive: «il famosissimo protagonista del Voyage è il coglione che scrive Bagatelles, e se qualcosa è cambiato è solo il rapporto tra autore e protagonista». In ogni caso i critici più intelligenti, come Ernesto Ferrero e Giovanni Raboni, colgono il valore dell’opera, che è caratterizzata da una notevole vis polemica, ed ha una fondamentale importanza documentaria. Importantissima, poi, è la traduzione del Voyage di Ernesto Ferrero, del 1992: questa versione, accolta con favore dai lettori, consacra definitivamente Céline presso il grande pubblico. Nella seconda parte del libro, Makovec passa in rassegna le traduzioni delle opere di Céline, mettendo a confronto i tentativi dei vari autori che si sono cimentati in quest’impresa. Com’è noto, il linguaggio di Céline ha uno spiccato carattere popolare, è infarcito di parole che provengono dall’argot, il gergo dei bassifondi parigini, e spesso riproduce il parlato di persone incolte. Forse per questo particolare impasto linguistico, nonché per lo struggente lirismo di tante sue pagine, Céline, come si è visto, ha attratto l’interesse di importanti poeti italiani. Secondo Makovec, i traduttori che hanno saputo rendere meglio Céline in italiano sono Ernesto Ferrero, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Gianni Celati, Giuseppe Guglielmi. Naturalmente il gusto dei lettori cambia attraverso il tempo, e un linguaggio particolarmente vivace come quello di Céline, avrebbe bisogno di costanti aggiornamenti nella traduzione. Makovec rileva inoltre come spesso i traduttori facciano ricorso a termini dialettali italiani per tradurre l’argot, ed essendo molti di questi traduttori di area padana, una parte di pubblico italiano non è sempre in grado di capire tutti i termini utilizzati. Makovec in questa parte del libro mette a confronto lo stesso brano in due traduzioni diverse, evidenziando differenze talvolta sorprendenti fra traduzioni «brutte ma fedeli» e traduzioni «belle e infedeli». Senza nulla togliere al libro di Makovec, ci sembra opportuno rilevare una imprecisione nella rassegna delle opere tradotte in italiano: Makovec afferma che non è mai stato tradotto il pamphlet antisemita L’école des cadavres. In realtà è esistita una traduzione italiana che però non è più in commercio (Céline, La Scuola dei cadaveri, Soleil, S. Lucia di Piave, 1997). In conclusione il libro di Makovec è un ottimo punto di partenza per i lettori italiani che vogliono approfondire la conoscenza di uno straordinario e controverso autore che, piaccia o meno, è stato indubbiamente uno dei grandi veggenti del XX° secolo.

Michele Fabbri

Maurizio Makovec, Céline in Italia. Traduzioni e interpretazioni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp.240, euro 20,00.

venerdì 21 agosto 2009

Parigi: Ernst Jünger e Louis-Ferdinand Céline




Frequentando entrambi i salotti letterari parigini, Céline incontrò più volte l’intellettuale tedesco Ernst Jünger, decorato della Pour le Mérite nella prima guerra mondiale e richiamato nella Wehrmacht. Jünger citò più volte Céline (anche con lo pseudonimo di “Merline”) nel suo Diario del 1941-1945, Irradiazioni, talvolta in maniera meno che encomiastica. Riportiamo alcuni brani del diario di Jünger:

Parigi, 7 dicembre 1941

Nel pomeriggio all’Istituto germanico, Rue Saint-Dominique. Fra gli altri c’era Merline, grande, ossuto, forte, un po’ goffo, vivace nella discussione, anzi nel monologo. È caratteristico quel suo sguardo da maniaco introvertito, che riluce come dal fondo di una caverna. Non guarda né più a sinistra né a destra: si ha l’impressione che cammini incontro a una meta sconosciuta. “Io ho la morte sempre al mio fianco”, e indica una sedia come se ci fosse seduto sopra un cagnolino. È sorpreso, urtato di sentire che noi soldati non fuciliamo, non impicchiamo e non sterminiamo gli ebrei; sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato. “Se i bolscevichi fossero a Parigi vi darebbero un esempio, vi mostrerebbero come si pettina la popolazione, quartiere per quartiere, casa per casa. E avessi io la baionetta, saprei cosa farne”.


Parigi, 14 marzo 1943

Di sera, da Armance, che è inferma: si è ferita a un piede a casa di Céline. Mi ha raccontato che questo autore, nonostante le sue grandi rendite, è sempre a corto di denaro, poiché lo distribuisce completamente alle prostitute, che, con tutte le loro malattie, ricorrono alle sue cure.

Parigi, 16 novembre 1943

Di sera all’Istituto tedesco. Vi era lo scultore Breker con sua moglie, che è greca; inoltre la signora Abetz e le simpatiche figure di Abel Bonnard e Drieu La Rochelle, contro il quale nel 1915 ho scambiato colpi di fucile. […] Céline, con le unghie sporche: entro ora in una fase nella quale la vista dei nichilisti mi diviene fisicamente insopportabile.


Il solitamente acuto Jünger non si rende conto che Céline stava semplicemente recitando la parte del perfido nichilista, come suo solito con gli interlocutori che meno gradiva. Céline sarà stato senza dubbio sempre più soddisfatto di abbindolare l’altezzoso boche, e di suscitare la crescente indignazione dell’algido e aristocratico intellettuale ed esteta tedesco, combattente come lui nella prima guerra mondiale. Avvenimento del quale Jünger, a differenza di Céline che ne narrò soprattutto gli orrori, fu glaciale e appassionato cantore nelle sue prime opere, evocando la grandezza del combattente che si ergeva contro le tempeste d’acciaio degli scontri di materiél.
Andrea Lombardi

martedì 18 agosto 2009

Céline, Mea culpa e La bella rogna



Céline, Mea culpa e La bella rogna
di Alessandra Gentile


Da Diorama Letterario, n. 50 del 7/1982

Ancora Céline, e ancora pamphlets: il primo e l’ultimo, violenti, implacabili, agitati dall’irriducibile coraggio della denuncia minuziosa e feroce di una società in putrefazione. La casa editrice Guanda si propone così di continuare il discorso iniziato nel settembre 1981 con la pubblicazione di Bagattelle per un massacro, alla riscoperta del “caso Céline”, che ancora oggi si presenta ai più come motivo di qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista ideologico. Mea culpa è del 1936 (sarà pubblicato nel 1937): Céline è già noto per Voyage au bout de la nuit (ottobre 1932) e Mort à credit (luglio 1936). Dopo quello che Pierre de Boisdeffre chiama “l’idillio democratico di Céline”, culminato non felicemente a Médan nel 1933 col discorso commemorativo per il 31° anniversario della morte di Zola (Hommage à Zola), maturano le premesse per la rottura definitiva fra Céline e la società del suo tempo (che è poi rimasta la stessa anche per noi), segnatamente nei suoi aspetti più marxisti e borghesi: nel clima storico e sociale incerto e travagliato della Francia di quegli anni, Céline rivela una ribollente avversione alla politica, ormai sempre più farisaicamente intesa, che egli accusa apertamente di subordinare la condizione umana a sistemi sociali non autentici: e pervaso com’è dalla convinzione bruciante della funzione profetica e purificatrice del poeta, denuncia la preoccupante incapacità della politica contemporanea di fronte al pericolo imminente della guerra, incapacità giudicata a ragione foriera di apocalittiche conclusioni.
Tutt’altro che opportunista (accusa, questa, mossagli ripetutamente e priva peraltro di fondate giustificazioni) e invece decisamente contrario ad ogni forma di politica, ritenuta in qualche modo complice della morte, nel settembre ’36 Céline parte senza esitazioni alla volta dell’URSS, con l’unico scopo dichiarato di riscuotervi e consumarvi, come prescriveva la legge, i diritti d’autore che gli spettavano per la traduzione di Voyage au bout de la nuit, curata da Louis Aragon ed Elsa Triolet. Del resto, all’epoca è piuttosto di moda tutto quanto fa sovietico, e non sono pochi gli intellettuali francesi che varcano i Carpazi: Malraux, il già citato Aragon, Rolland, Barbusse, Nizan, Herbert, Gide. Dopotutto, questa febbre della steppa rientra nel generale orientamento politico francese: il 2 maggio 1935 la Francia, preoccupata per il riarmo tedesco, aveva concluso un – rovinoso – trattato di alleanza con l’URSS; e non si dimentichi che il 25 luglio dello stesso anno si era aperto a Mosca il VII congresso dell’internazionale comunista che, in considerazione della crescente espansione del fascismo in tutta Europa, aveva stabilito di adottare la tattica dei “fronti popolari”.
Céline parte in fretta: ma torna ancora più in fretta, deluso e irritato, abbandonato anticipatamente il paradiso socialista con un rientro confuso e rapido come una fuga. Di getto, scrive Mea Culpa, saggio, libello, denuncia: in tutto, poche pagine mozzafiato.
Si sa che in Céline affiorano di continuo pretesti che rimandano inesorabilmente a un tema unico e devastante: l’orrore della decadenza. E leggendo Mea Culpa non si può non notarlo: il linguaggio disarticolato, le frasi lacerate, il tono febbrile, la punteggiatura stravolta sono la misura del disgustato giudizio che Céline ha dato della società contemporanea, sua e nostra.
Questa improvvisa e inaspettata impennata antimarxista non mancò di suscitare un certo scalpore: in realtà anche qui il motivo ispiratore di base, dopo l’angosciosa constatazione della somiglianza tra Est e Ovest, rimane ancora e sempre la ripulsa netta e violenta per la globale decadenza del genere umano, frutto discutibile del materialismo, e la condanna spietata della civiltà odierna, in fondo, ma neanche troppo, uguale in USA come in URSS.
Ma Céline, perfettamente conscio della sorte – prevista – che gli sarebbe toccata, continuò imperturbabile la sua personalissima protesta: l’epigrafe a Mea culpa “C’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste” lo condurrà logicamente e freddamente, nel 1937, alla stesura di Bagatelles pour un massacre. A causa dei due libelli antisemiti (imperdonabile anticonformismo!) Céline è costretto ad abbandonare l’ambulatorio di Clichy. Un anno dopo, nel novembre 1938, esce L’école des cadavres, terzo pamphlet antisemita che, il 21 giugno 1939, costa al suo autore una condanna per diffamazione: la vendita del libro è proibita. Un paio di mesi dopo, la Francia entra in guerra.
Nel 1941, Céline pubblica Les beaux draps (La bella rogna), per rimproverare ai Francesi la sconfitta recentemente subita: emerge, prepotente, l’idea ossessiva della decadenza della patria. Concitato e insultante, pervaso di amore-odio nazionalistico, dedicato con rabbia a una patria imbelle e corrotta, Les beaux draps è una requisitoria nervosa e fremente, una sfuriata irrefrenabile contro i responsabili politici e militari del disastro chiamato Francia, contro il Cristianesimo, contro il proletariato, contro gli ebrei. È innegabile che a Les beaux draps manca il mordente degli altri pamphlets céliniani: vi si avverte il subentrare di una stanchezza non solo letteraria, come se l’autore si rendesse conto dell’inanità delle sue esortazioni e, ciononostante, proseguisse caparbiamente e vanamente sulla strada intrapresa.
In ogni caso, l’emarginazione di Céline su può considerare ormai compiuta: del resto, lui stesso l’aveva profetizzata. La verità nuda scandalizza i moralisti e i benpensanti, la borghesia e la classe media; questo Céline lo sapeva bene, e da tempo, quando già in Mea culpa scriveva: “Mai, dai tempi della Bibbia, s’era abbattuto su di noi flagello più subdolo, più osceno, più degradante per dirla tutta, del vischioso dominio borghese”.

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Con un ringraziamento a Marco Tarchi e Antonio C.

lunedì 10 agosto 2009

Il misterioso viaggio compiuto dal manoscritto del Voyage



La prima pagina del manoscritto. Di grande rilievo notare come il celeberrimo incipit «Ça a débuté comme ça» era diverso nella prima stesura e come (v. seconda riga) Bardamu era un semplice personaggio del romanzo e non il protagonista narratore.



L'atto di vendita del manoscritto del Voyage firmato Destouches, del 29 maggio 1943.

IL MISTERIOSO VIAGGIO COMPIUTO DAL MANOSCRITTO DEL VOYAGE
di Gilberto Tura

Come la trama di un romanzo d'avventura creato dalla mente di uno dei migliori scrittori di genere, è finalmente possibile ricostruire l'avventuroso viaggio, durato quasi sessant'anni, compiuto, nell'anonimato e nella segretezza più assoluti, dal mitico manoscritto del Votage au bout de la nuit: una pila di carta costituita da ben 876 fogli completamente vergati dalla mano di Céline. La sua apparizione è da considerarsi tanto più clamorosa, oltre che per il suo inestimabile valore artistico-letterario, quanto perchè il manoscritto era stato da tempo considerato perduto per sempre, tanto che solo i più ottimisti potevano ancora cullare qualche speranza di ritrovarlo.
Quello del Voyage è il manoscritto letterario più caro del Novecento venduto a 1,82 milioni di euro, oltre tre miliardi e mezzo di lire. Supera il manoscritto del Processo di Kafka venduto nel 1988 per tre miliardi di lire, e il primo volume della Recherche venduto nel 2005 per 2,1 miliardi di lire.

RIVELAZIONI SU UN MANOSCRITTO

IL DESTINO MOLTO ROMANZESCO DEGLI 876 FOGLI DEL VOYAGE AU BOUT DE LA NUIT

IL RACCONTO.

DI JÉROME DUPUIS

L'avevamo ormai dato per disperso tra le rovine fumanti della guerra. Quando ecco che sessanta anni più tardi, in un bel giorno di maggio del 2001, è ricomparso nel corso di una vendita all'asta a Drouot! Il mitico manoscritto del Voyage au bout de la nuit ! Una montagna di 876 fogli anneriti, pieni di cancellature e limature eseguite dalle mani di Louis-Ferdinand Céline! Il 15 maggio 2001, quando la banditrice, signora Picard, annuncia il lotto n° 29, l'emozione è palpabile nella sala di Drouot-Montaigne. Due misteriosi collezionisti fanno salire le offerte fino a 12 milioni di franchi (poco meno di due milioni di euro). Record mondiale per un manoscritto letterario. Ma nel momento in cui il martello sta per abbattersi, una vocina si alza :«Prelazione della Bibliotheque Nationale.» La BNF è riuscita a raccogliere questa somma colossale grazie al mecenatismo di Nahed Ojjeh, sposa siriana del più grande mercante d'armi del pianeta. Il pacifista Louis-Ferdinand Céline si sarà rivoltato nella tomba...
Nonostante l'epilogo felice, l'enigma restava totale: dove è stato, durante sessanta anni, il prezioso manoscritto - di cui anche gli editori di Céline della Pleiade ne ignoravano l'esistenza? L'esperto della vendita a Drouot, Pierre Berès - ricordatevi bene questo nome - accennò a un «collezionista inglese anonimo». Una pista che assomigliava a una cortina di fumo. Grazie a dei nuovi documenti, Lire è in grado, oggi, di sollevare il velo sul misterioso percorso del manoscritto del Voyage au bout de la nuit. Per questa ragione, bisogna tornare indietro al 1943. Dopo l'immenso successo del suo romanzo, pubblicato nel 1932, Céline aveva abbandonato il suo voluminoso manoscritto nell'angolo di un armadio, nel suo appartamento di Rue Girardon, a Montmartre. Presagendo che la fine della guerra gli avrebbe procurato dei guai molto seri e che gli sarebbero serviti dei soldi per finanziare una eventuale fuga, lo scrittore pensa di vendere questo enorme fascio di fogli.
É qui che entra in scena Etienne Bignou, celebre mercante d'arte della Rue Boétie - la sua galleria ha visto sfilare Les baigneuses di Cézanne e Le pont d'Argenteuil di Monet...Ambroise Vollard ne ha tracciato un ritratto penetrante nei suoi Souvenirs : «Il mattino è a Londra, la sera inaugura una mostra a Parigi: l'indomani prende l'aereo per New-York.» É quest'uomo, sempre molto occupato, che acquisterà il manoscritto del Voyage au bout de la nuit. La trattativa si svolge il 25 maggio 1943. Un documento dattiloscritto firmato da Céline, ufficializza l'evento. Apprendiamo il prezzo pagato da Bignou per il manoscrfitto: un assegno di 10.000 franchi (l'equivalente di soli 3.000 euro del 2008) della BNCI Paris, al quale viene aggiunto un piccolo quadro di Renoir, Busto di ragazza.
Da quel momento inizia il mistero. Alla liberazione, Bignou non ha interesse ad urlare ai quattro venti che possiede un manoscritto dell'autore maledetto di Bagattelle per un massacro. Il gallerista muore molto discretamente nel 1950. I suoi eredi hanno sempre sostenuto di non aver ricevuto gli 876 fogli tra le cose che aveva lasciato. Gli anni passano, céliniani e universitari se ne fanno una ragione: il manoscritto è sparito per sempre nel caos del dopoguerra.
In realtà, gli eredi di Etienne Bignou non hanno detto la verità. Per desiderio di discrezione? Per evitare di pagare dei diritti di successione all'amministrazione fiscale? Resta il fatto che hanno ben conservato il manoscritto. Nel 1974, nel massimo segreto, decidono di venderlo. La trattativa si svolge il 17 maggio di quell'anno. Una lettera di Michel Bignou, figlio del gallerista, lo attesta. Ecco cosa possiamo leggervi: «Caro Signore, accuso ricevuta del pagamento integrale del manoscritto di Céline, Voyage au bout de la nuit, venduto da me e che era di mia proprietà, dopo essere appartenuto a Etienne Bignou. Parigi, il 17 maggio 1974, Michel Bignou.» Quel giorno il mitico fascio di fogli passa di mano.


UN COLLEZIONISTA MISTERIOSO

Resta una domanda cruciale: qual'è l'identità del «Caro Signore» evocato da Michel Bignou all'inizio della lettera? Apparentemente, un uomo prudente e discreto, che ha chiesto che il suo nome non apparisse sull'atto di vendita. Ma un piccolo accadimento, che si svolge un anno più tardi, il 6 giugno 1975, rivela una pista: quel giorno, a Drouot, viene smenbrato il resto della collezione di Etienne Bignou - corrispondenza di Dufy, Verlaine illustrato da Bonnard, Balzac messo in risalto dai disegni di Picasso... Un nome attira l'attenzione, in fondo al catalogo di vendita. «Esperto: Pierre Berès.» Guarda un pò, lo stesso uomo che nel 2001 organizzerà la vendita del Voyage au bout de la nuit... Era lui, quindi, il «Caro signore»?
Ecco, in realtà, come sono andate le cose: Berès organizza la vendita pubblica della eredità Bignou, nel 1975, ma acquista per se il famoso manoscritto. Poi lo lascia invecchiare come del buon vino nelle riserve della sua libreria. É la sua grande specialità. Nel 2006, ha venduto all'asta poemi manoscritti di Rimbaud che aveva acquistato nel 1936! Durante la sua lunga carriera, questo uomo raffinato, nato nel 1913, ha moltipiclato i colpi formidabili: ritrova un almanacco annotato da Montaigne, vende Les fleurs du mal dedicato da Baudelaire a Delacroix e obbliga la Bibliotheque nationale a dissanguarsi - già... - per acquistare il manoscritto delle Memorie d'oltretomba... (di Chateaubriand, n.d.t.). Prima di riporre il manoscritto del Voyage sul fondo di un forziere nascosto dietro una biblioteca girevole alla James Bond, all'interno della sua libreria di Avenue de Friedland, l'esperto libraio si prende cura di fare un inventario preciso con l'inchiostro blu - una « collation » come dicono i bibliofili. In mezzo a questa massa, identifica due «piccoli quaderni supplementari» : «un dattiloscritto di tredici fogli, l'episodio a New-York» e « l'altro, undici fogli, che, sembra, non essere stato utilizzato nel libro». In breve, niente meno che un capitolo inedito.
Evidentemente, nessuno sa, che Pierre Berès possiede il manoscritto. Ma l'orgoglioso libraio, negli anni, seminerà degli indizi molto cifrati. Nel 1984, nel catalogo n° 75 della sua libreria, propone un esemplare di Guignol's band così dedicato da Céline : « A Etienne Bignou, grande amico degli artisti e dei manoscritti. Tra terroristi, suo fedele amico, L.F. Céline»...Il 14 giugno 1999, è l'esperto di una vendita a Drouot ove fanno la loro apparizione, per miracolo, i manoscritti di due capitoli, dei quali uno inedito, del Voyage ( e che verranno venduti a 10.000 e 19.000 euro). Sono chiaramente i due «quaderni» che aveva scoperto durante la sua «collation»...
Dopo questo preesame Pierre Berès decide che è giunto il tempo di realizzare un colpo grosso: vendere all'asta il manoscritto completo del Voyage. Michel Bignou è morto e mai la quotazione di Céline è sembrata così alta. A questo piunto resta un problema: come spiegare la riapparizione improvvisa del manoscritto? Berès, che sarà l'esperto della vendita, non ha il diritto, per motivi deontologici, di proporre degli oggetti di sua proprietà. Viene inventata dunque, la favola del «collezionista inglese anonimo». E quando chiediamo a Berès come il manoscritto sia arrivato fino a lui, risponde, laconico: «Dalla porta della mia libreria.» Non sapremo dunque mai a quanto aveva acquistato il Voyage nel 1974. - probabilmente una cifra irrisoria, in rapporto ai 12 milioni di franchi. Non sapremo mai, del resto, neppure che fine ha fatto il famoso piccolo Renoir acquisito da Céline nel 1943.
Ma conosciamo il seguito. La vendita del maggio 2001. Il record mondiale. La prelazione della BNF. Oggi, gli 876 fogli sono stati mirabilmente rilegati in due volumi, che riposano in Rue de Richelieu, proprio di fronte a Square Louvois dove Céline giocava da bambino. Il manoscritto ha senza dubbio definitivamente terminato il suo viaggio

(Traduzione di Gilberto Tura)

Tratto da "LIRE, HORSE SERIE" N° 7 - 2008
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Ringraziamo Gilberto per questo post sul capolavoro di Céline e salutiamo i nostri due nuovi sostenitori!

lunedì 3 agosto 2009

Bukowski, quello scrittore pazzo che correva da solo e arrivò secondo solo a Céline



Siamo felici di pubblicare il primo (e interessante!) post del nostro amico Daniz, che ringraziamo!

QUELLO SCRITTORE PAZZO CHE CORREVA DA SOLO E ARRIVO' SECONDO SOLO A CELINE

Bukowski fu un céliniano doc e a farcelo sapere non sono solo i critici, i biografi, le interviste in cui la moglie Linda ci informa dell'ossessione per lo scrittore francese specie negli ultimi anni della sua vita, delle foto del nostro incollate sulle pareti della stanza in cui scriveva solitamente, ma è Bukowski stesso che in numerosissime occasioni, nei suoi testi, parla del beneamato scrittore d'oltralpe. Un esempio come quello che sto per proporre apparirà certamente gradito ai céliniani più arditi ma stupirà i bukowskiani di primo pelo abituati a leggere le imprecazioni di Buk davanti a qualsiasi scrittore che non sia lui, a deprecare le opere altrui e bollarle come illeggibili e noiose e vuote, ecco, se Bukowski era duro e severo nei confronti degli altri autori non era per vanità o per saccenteria ma per una vera e propria poetica cui Celine non sembra solo aderire, certo inconsapevolmente, ma addirittura primeggiare senza pari: questa poesia si intitola LA PAROLA (THE WORD), Bukowski vi parla dei suoi autori prediletti; dopo aver accennato a Pound, Hemingway, Auden, Turgenev ed altri e aver stroncato il noioso Henry Miller, così dice di Céline:

"mi procurai il 'Viaggio' di Céline e lo lessi d'un fiato sdraiato sul letto a mangiare crackers, andai avanti mangiando crackers e leggendo, leggendo, ridendo ad alta voce, pensando: finalmente ho incontrato uno che scrive meglio di me. finii il libro e mi scolai litri d'acqua. dentro la pancia i crackers mi si gonfiaronoe mi venne il peggiore mal di stomaco del cazzo di tutta la mia vita. vivevo con la mia prima moglie, lei lavorava nell'ufficio dello sceriffo di Los Angeles e rientrando a casa mi ritrovò piegato in due che gemevo:- ehi, che ti è successo? -Ho appena letto il più grande scrittore del mondo! -ma non dicevi di essere tu il più grande? -Sono il secondo, baby..."

un'affermazione forte, detta da uno scrittore (appartenente a una razza che dei pavoni pare la diretta discendente) non sembra da poco. e non è finita qui: in una poesia intitolata, guarda un po', VIAGGIO AL TERMINE (JOURNEY TO THE END), le cose stanno così:

"c'è un tale in Olanda che mi spedisce fotografie di Céline e scatole di sigari fantastici. bè, lo ammetto: me li godo entrambi. i sigari s'accoppiano bene col mio vino rosso e non mi stanco mai di Céline, letto o visto in foto: ha una gran bella faccia questo Louis Ferdinand Destouches. (ci sono certi famosi scrittori contemporanei le cui facce sembrano l'interno della padella e a scrivere fanno lo stesso effetto) mi piacciono le mie notti con le foto di Céline (...)

Céline mi sorveglia mentre bevo scrivo ascolto musica e fumo sigari insieme ce la spassiamo mentre il resto della gente gioca a bowling, dorme, guarda la tv, discute scopa, mangia, fa un mucchio di stupidaggini e via dicendo. (....)

ti saluto Céline... Céline... figlio di un cane... noi sopportiamo il peso del tempo... ma ne ridiamo... qualche volta qui in mezzo alle tue foto persino la più bieca fortuna ha qualcosa di buono"

Ce n'è un'altra in cui Bukowski parla del volto di Céline e in particolare c'è un commento ad una foto, quella famosa in cui Céline è fotografato di spalle, con la testa leggermente girata, rivolta verso la macchina fotografica e dalla grossa testa ricade una ciocca di capelli, una mano regge un cesto; è una foto degli anni di Meudon, è la foto di sovraccoperta dell'edizione Einaudi di Fantasmagoria per un'altra volta.

In un'altra poesia ancora, questa intitolata "FREGATI", Bukowski si chiede se non sia stato il liquore andato a male a far finire Céline a letto con ''quella puttana della politica" (anche se qui Buk si chiede lo stesso anche per Sartre, Hamsun ed Ezra Puond). Céline però era astemio.

Nel resoconto del suo viaggio in Europa del 1978, dal titolo Shakespeare non l'ha mai fatto, ad un giornalista rompipalle italiano che gli chiedeva quali consigli avesse da dare agli italiani, Buk risponde :

''Consiglio agli italiani di leggere Céline e di non parlare sempre ad alta voce!"

Ulteriori e disposti qua e là alla macchia sono gli apprezzamenti che Bukowski elargisce al nostro, ma anche delle riserve sul lavoro posteriore al Viaggio, specie in un racconto inserito in Musica per organi caldi, dove per l'appunto lo scrittore americano s'inchina davanti alla prima prova letteraria del medico dei poveri ma non è troppo convinto del prosieguo della sua produzione. Per un iper-realista come Bukowski doveva certamente risultare su tutti straordinario quel libro demistificatorio della vita e dell'uomo ed ironico e cinico quale è il Viaggio e poco reattivi alla realtà gli altri dove la vis fantastica di Céline vira per altri porti, caricando sempre più il suo stile e il suo bagaglio di fantasmi dentro vagoni di incubo che poco avevano a che fare con le riflessioni e le situazioni concrete evocate precedentemente. Eppure Bukowski, seppur refrattario nei confronti delle nuove mire céliniane, non può fare a meno di ammirarne lo stile, la bravura, il mordente rimasto intatto: così in una poesia dal titolo "ORDINE DI BATTUTA" (BATTING ORDER) immaginando di essere un allenatore di baseball e di dover assegnare un ruolo in squadra ai suoi scrittori preferiti...:

"Céline lo metto in quarta, ha alti e bassi ma quando è in giornata non lo batte nessuno"

Il clou è raggiunto però in Pulp. Una storia del XX secolo. In questo romanzo dei primi anni novanta, ultima opera di Bukowski pubblicata in vita, un investigatore privato di Los Angeles, Nick Belane, è ingaggiato dalla signora Morte per trovare Céline che per qualche oscuro mistero (ma nemmeno troppo se si pensa che per Bukowski l'unico modo per fregare la morte è riderne) ha depistato la sua falce e ora, avvistato ad Hollywood Park, pare frequenti la libreria di un certo Red Koldowsky che ha solo libri rari ed è un tipo bizzarro il quale ama cacciare la gente dal suo locale specie se questi non comprano nulla come il caro Ferdinand continuamente messo alla parta. Céline chiede di Faulkner, Charles Manson, Carson Mc Cullers, poi pesto di insulti si dirige da Musso's e se ne sta lì con la faccia triste, ma dopo un giorno si ripresenta e la storia si ripete. La signora Morte, tra l’altro una donnona mozzafiato, è disposta a pagare qualsiasi cifra per sapere con certezza se il presunto Céline è davvero Céline o un ciarlatano o… chissà che…Nel primo incontro Nick lo pesca a scartabellare un libro di Thomas Mann e rivolgendosi proprio a lui dice: ''questo scrittore pensa che la NOIA sia arte'' ; pressato dalle domande di Nick sulla sua identità per via dell'effettiva somiglianza, Céline lo pianta in asso mostrandogli il medio. Le vicende da allora si evolvono, la signora Morte è sempre più decisa a fare il suo, Céline intanto è in possesso di informazioni per ricattare Belane a cui chiede 10000 dollari, Belane non ci sta, tira fuori la pistola, lo tiene in ostaggio nel suo gabinetto ma questi sfonda la porta e scappa. In un altro incontro, all'ippodromo, è Céline a puntare la pistola contro Belane, deciso com'è a sbarazzarsi lui della signora Morte che ha capito essergli alle costole. Belane allora organizza un'uscita a tre: lui, Céline, la signora Morte, tutti allegramente in un bar, per risolvere gli inconvenienti. Grazie ad un giochetto, Belane ottiene di vedere la ''patente'' di Céline, con qualche informazione preziosa scritta al suo interno: LOUIS FERDINAND DESTOUCHES, nato a Courbevoie, 1984! La signora Morte guarda pure lei, Céline esce dal locale contrariato dai loro giochetti infantiloidi e una donna lo investe con la macchina davanti al bar...Ovviamente questa microstoria céliniana è incasellata accanto e dentro ad altre storie di altro genere e argomento che vanno tutte a formare quel Polpettone, quel Pulp che è questo romanzo bukowskiano degli anni novanta dove il non-genere in questione andava per la maggiore. Probabilmente non si faticherà a trovare altro materiale inerente al nostro tra le scartoffie o i muri di casa Bukowski, così come non si avranno troppe difficoltà a rintracciare nello stile dello scrittore maledetto americano dei ritmi, degli arpeggi, delle incrinature, delle frenature sull'asfalto, delle impennate immaginative tipiche del francese, e non si arrancherà nemmeno troppo a notare quanta vicinanza ci sia soprattutto nel concepire la vita, l'uomo, la schifezza, il cinismo, l'ironia, il comico, la solitudine e la follia in due scrittori eccezionali e geniali come L. F. Céline e Charles Bukowski.

Un saluto...



... ai nostri nuovi amici sostenitori e un augurio di buone vacanze estive a tutti!



Approposito, secondo il nostro Céline le "Vacanze!" sono "una vera e propria malattia ciclica, e con ricadute, che ha un decorso lungo tutto l’anno, con diversi periodi (incubazione, invasione, malattia, convalescenza), dalla durata di un trimestre" :-)

domenica 2 agosto 2009

Le interviste di Louis-Ferdinand Céline su POESIA



Le interviste di Louis-Ferdinand Céline su POESIA


di Gilberto Tura



Come ben sanno i céliniani più attenti, negli ultimi anni son diventate disponibili in video, dopo essere apparse su carta, le ormai celeberrime interviste di Céline, rilasciate negli ultimi anni di vita. Sulla rivista mensile di cultura poetica POESIA, nel numero di gennaio 1989, apparve una raccolta di estratti di interviste e dichiarazioni di Céline, tratte da "CAHIERS CÉLINE 1, Cèline et l'actualité littéraire 1932-1957" e da "CAHIERS CÉLINE 2 , Céline et l'actualité littéraire 1957-1961, entrambi editi da Gallimard nel 1976.
A (ri)leggerle si rimane (ancora) colpiti dalla lucida facoltà di analisi e preveggenza di Céline come quando denuncia il pericolo rappresentato dalla televisione, equiparata alla piaga sociale dell'alcolismo, allora appena nata e infinitamente meno invasiva e mercificata rispetto a quella dei nostri giorni. Oppure quando afferma che la vera ispiratrice è la morte, "Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, è pura tiritera", perchè bisogna averla vissuta la vita, fino in fondo e pagato dazio: allora si che l'ispirazione sorregge la penna. In un'altra intervista, che non compare in questa raccolta, affermerà: "L'unica storia che conti, è quella per cui si è pagato". O quando con brutale severità dichiara di salvare del Viaggio al termine della notte meno di dieci pagine! E noi che continuiamo ad emozionarci e commuoverci tutto d'un fiato dalla prima all'ultima pagina. Quale mezza calzetta d'oggi riuscirebbe a controllare il proprio misero ego e potrebbe permettersi una dichiarazione di umiltà così estrema?

A LEZIONE DA CÉLINE

Credo d'aver fatto di tutto, inconsciamente certo, ma di tutto, per non diventare un mandarino della letteratura; l'ho per così dire cercato. E per confessare tutto, se mi son messo contro tanta gente, l'ostilità del mondo intero, non sono affatto sicuro di non averlo fatto volontariamente. Proprio per non essere popolare, per non dovere essere adulato da questo o quello e diventare importante, che è una cosa vergognosa, no? Dunque ho cercato per così dire la modestia, e addirittura la riprovazione generale. Non posso dire di averla cercata in assoluto, ma insomma, si è fatta trovare. Se avessi voluto evitarla, era semplicissimo evitarla, bastava che tacessi. Non ho taciuto nel '37 o nel '38. Se non avessi fatto che tacere, mi avrebbero lasciato tranquillo. Mi sono messo in una storia abbastanza orribile e questo mi è valso un distacco e un'ostilità totale, in cui, oh Dio, sono un mandarino, se volete, dell'obbrobrio, visto che adesso ci sono dei tipi che erano considerati collaboratori che mi rimproverano a tutto spiano e che riprendono le stesse calunnie dei partigiani di De Gaulle o del signor...di un resistente qualsiasi.

Sono una schifezza per tutti, sono il repropbo, il lebbroso della situazione. Mi accusano di aver venduto tutto al nemico, persino i piani della linea Maginot.

Sono isolato, diciamo così. Isolato vuol dire essere più di fronte alla cosa. Mi piace molto l'oggetto. Non lo si apprezza molto ai nostri tempi. Ci si occupa molto più della personalità che dell'oggetto. Si è personalisti allo stesso modo che si è verbalisti. Non è il mio caso. Sono, ecco, un lavoratore della cosa in sé. Non lo si apprezza ai nostri giorni, e probabilmente non lo si apprezzerrà mai, a meno che non venga una rivoluzione antimaterialistica un momento o l'altro, nei secoli dei secoli. Ma per il momento è chiaro che siamo nell'epoca della pubblicità e della meccanica. E così...il robot geniale...l'autore di successo...

Io, essendo poverissimo, ho preso l'abitudine del lavoro, di un lavoro enorme, perché ho preso la licenza liceale venendo dalla scuola pubblica...Ma se fossi nato ricco, avrei fatto come gli altri, me la sarei spassata ben bene! Avrei imparato a comportarmi, avrei imparato per tempo quello che bisogna fare e non dire, le cose bene e le cose male...

Vedo soprattutto della gente che beve, che mangia, che fa tutte le...che si occupa di tutte le funzioni umane, tutta roba abbastanza volgare, e io direi che questa gente è pesante. E il loro intelletto è pesante, ecco quel che mi mi sembra soprattutto. Non ha mai smesso di essere pesante. Ho notato - ho letto tanti di quei versi, specialmente versi del Seicento, versi sedicenti galanti. Ne ho trovati tre o quattro di buoni su delle migliaia. C'è pochissima leggerezza nell'uomo. É pesante. E adesso, poi, è di una pesantezza straordinaria. Da quando...l'automobile, l'alcol, l'ambizione, la politica lo rendono pesante, sempre più pesante. É questo che lo fa così pesante. Forse un giorno vedremo la rivolta dell'intelligenza contro il...contro il porco. Ma non sarà domani. Per il momento si è pesanti. Le mie ultime parole sarebbero, sono: era pesante. Tutto qui. Si, erano cattivi ecc. perché erano pesanti. E allora erano gelosi di una certa leggerezza. Sono gelosi come una donna che porta il busto per quella che non lo porta...con tanto di pizzo...come quello che ha un cavallo da tiro per chi ha un purosangue. Gelosi d'essere pesanti, ecco, tutto qui. Infermi. Pesano, sono infermi, ecco. La pesantezza li rende infermi, e così bisogna diffidare di loro. Sono pronti a tutto. Ah, si pronti a tutto. Sono pronti a uccidere. E per essere ancora più pesanti, bevono. Quando hanno bevuto, sono come dei magli. Spaventoso. Magli senza controllo. Ecco cosa sono, soprattutto. Attivano, incrementano il loro porco invece di renderlo leggero. Ah! non vanno certo dalla parte di Ariel, sono sempre più Calibano, sempre di più...

Si occupano di faccende grossolanamente alimentari o aperitive; bevono, fumano, mangiano in modo tale da uscir fuori della vita - per lavita. Digeriscono. Digerire è un atto molto complicato (ne conosco il meccanismo) che li assorbe totalmente: cervello, corpo...Non sono più niente, non sono più che grasso di maiale. Sedetevi in un caffè, guardate la gente: sin dalla prima occhiata vedrete tutte le specie di distrofie, di volgari invalidità. Sono orribili, fanno pena! Del resto, sono brutti in tutti i paesi (perché ne ho frequentati, io, di paesi: sono stato in missione per la sezione igiene della Società delle Nazioni in tutto il mondo). Li vedo, ecco, tremendamenti assorbiti dalle funzioni bassamente digestive. É l'istinto di conservazione (ce ne sono due di istinti nell'uomo: la conservazione e la riproduzione...). Mangiano dieci volte tanto, bevono dieci volte di più di quanto occorrerebbe: non sono più che degli apparati digestivi. Farete una gran fatica a ritrovare un essere in fondo a quella bouillabaisse alcolica e fumosa...per niente interessante. Si ha a che fare con dei mostri.

La TV è pericolosa per gli uomini. L'alcolismo, la chiacchiera e la politica ne fanno già dei bruti. Era proprio necessario aggiungerci qualcos'altro? Ma bisogna pur ammetterlo. Non si reagisce contro il progresso. Vi verrebbe mai in mente di cercare di risalire le cascate del Niagara a nuoto? No. Nessuno potrà impedire la marcia in avanti della TV. Presto cambierà tutti i modo di ragionare. É uno strumento ideale per la massa. Sostituisce tutto, elimina lo sforzo, assicura una gran tranquillità ai genitori. I bambini si appassionano a questo fenomeno. C'è un dramma oggi: si pensa senza sforzo. Il latino lo si sapeva molto meglio quando non c'erano grammatiche latine. Se semplificate lo sforzo, il cervello lavora meno. É un muscolo il cervello: si inflaccidisce.

Voltaire diceva: "Chi legge senza la matita in mano, dorme". Alla TV è ben peggio.

La TV, tutta quella roba, sono dei mezzi talmente inferiori per abbruttire...Il quotidiano, il mensile, tutto quanto...Talmente massiccio che neanche le teste più solide ce la faranno a resistere...Saranno abbruttiti fin dall'infanzia...E via di peggio in peggio, l'alcol, l'automobile, la televisione, il quotidiano, il settimanale...

Come dice La Rochefoucauld: "Non si sentono nascere, soffrono per morire e aspettano di vivere, ma non vivono mai veramente...Si sentono morire e soffrono la maggior parte del tempo (99%). Aspettano la pensione, aspettano la promozione, aspettano di passare l'esame di maturità, aspettano sempre qualcosa. Aspettano l'essere amato, poi hanno qualche mese di delirio, qualche crisi di coito, e poi tornano nella vita dei tanti obblighi. Trovo che siano terribilmente infelici, più infelici ancora quando si occupano degli altri, pur essendo in sé molto egoisti. Non è piacevole la loro sorte!.

Eccoci con venti secoli di alta civiltà alle spalle eppure nessun regime resisterebbe a due mesi di verità. Voglio dire la società marxista proprio come le nostre società borghesi e fasciste.

Bene, torno al mio grande attacco contro il Verbo. Nelle Scritture, sapete, sta scritto: "Al principio era il Verbo". No! Al principio era l'emozione. Il Verbo è venuto dopo per sostituire l'emozione, come il trotto sostituisce il galoppo, mentre la legge naturale del cavallo è il galoppo, lo si fa andare al trotto. Si è fatto uscire l'uomo dalla poesia emotiva per farlo entrare nella dialettica, cioè nel farfugliamento, non è vero? o nelle idee. Le idee, non c'é niente di più volgare. Le enciclopedie sono piene di idee, ce n'è quaranta volumi, enormi, pieni di idee. Buonissime, per carità. Eccellenti. Che hanno fatto il loro tempo. Ma non è questo il punto. Non sono affar mio le idee, i messaggi. Non sono un uomo da messaggi, non sono un uomo da idee. Sono un uomo da stile. Lo stile, diamine, tutti ci si fermano davanti, nessuno ci arriva. Perchè è un lavoro molto duro.

Mi si parla sempre della questione ebrea...Ma in fondo è un pretesto...Credo che se ne sbattano completamente! Hanno una tale forza...Non vedo perchè dovrebbero preoccuparsi...non gli ho fatto nessun torto, anzi...Ma la questione dello stile, per quello non c'è perdono...non c'è perdono...non c'è perdono..."io, io avrei dovuto... ero io che..." Ma non l'hanno fatto! Di colpo, un odio inestinguibile...É un peccato senza nome, questo...Per me, è l'emozione del linguaggio parlato attraverso lo scritto...Beh, si capisce che gli altri schiamazzino...Ve lo immagginate Mauriac inventare quella roba! "Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta..." Allora le donne "Oh! Ha una dizione, è stupeeendo..." É merda, ecco, nient'altro che merda...Oppure Billy "ooh! com'è bello... Oh! com'è forte!..." Mentre evidentemente é un allenamento sistematico...e meravigliosamente rompicoglioni... Persino la frase-Proust è tremendamente insensibile, non ci succede niente dentro... Ma il linguaggio emotivo, di quello si fa benissimo a meno. Brunetière, che prendeva molto sul serio la critica, diceva: "Tutte le arti, se non c'è una critica vigile, attiva, militante, che se ne occupa, tutte le arti saranno divorate dal ciarlatanismo..." Adesso siamo in pieno ciarlatanismo... Vediamo dei romanzi che non stanno in piedi... Non ha senso! Ciarlatanismo! Pubblicità prima di tutto! E adesso la critica si è messa direttamente con i ciarlatani... E anche con molta applicazione...

C'è della gente che sa comportarsi, che è decorosa insomma... L'uomo a posto è quello che non dice niente... così non dicono niente... Ma lo dicono, quel niente, con una fraseologia! É talmente complicato! Allora si parla di buon senso... A me no, questa roba non interessa... Sono finito, sono vecchio, troppo vecchio... Mi interesso dei miei trucchetti per fare in modo che Gallimard non mi sbatta giù dalla barca, nient'altro... Ho reso infelici tutti quanti, mi son fatto sbatter fuori dappertutto... Ah sì! Avrei fatto meglio a starmene tranquillo! Quel che bisogna fare è andar dietro a chi sbraita.

Sono uno stilista, se si può dire, un maniaco dello stile, vale a dire che mi diverto a fare certe piccole cose. Si chiede tantissimo a un uomo, e lui non può mica granché. La grande illusione del mondo moderno è di chiedere all'uomo che sia ogni volta un Lavoisier o un Pasteur, che butti per aria tutto in un colpo solo. Non ce la fa! Se uno trova qualcosina di nuovo è già tanto, è già bell'e stanco! Gli basta per tutta la vita!.

Si, naturalmente... tutti gli argomenti sono possibili... salvo forse certi che in questo momento sono particolarmente delicati... Se no, tutto è possibile... Il mondo è grossolano, vero? e così non è difficile essere sottili... É questo che è piacevole, capite: il mondo è pesante, è facilissimo essere leggeri in un mondo dove tutto è pesante! Non si ha nessun merito. Sono tutti talmente stupidi! Mangiano, bevono... crepano dal mangiare e dal dire fesserie... Al confronto ci si sente subito intelliggentissimi... É facile, un gioco da bambini...

Oggi si scopre un Balzac alla settimana, e trenta George Sand. Balle! Non c'è nessuno! Il ciarlatanismo si mangerà il romanzo e la letteratura. Non sono io a dirlo; è Brunetière. Aveva ragione. C'è troppa pubblicità. Il Goncourt, è il peggior romanzo dell'anno. Presto si daranno ai romanzi d'appendice. I giovani scrittori sono pederasti e sentenziosi. Sono predicatori del sesso: "Sono un porco", dicono. Il fatto è che il loro stile non è divertente. É peggio di Paul Borget e Henry Bordeaux messi insieme. Ma per chi fa dello stile, non c'è pubblico! Non si smuovono certo le folle, con lo stile...

Voltaire osservava che... Voltaire faceva un'osservazione molto sensata e, secondo me, importante, molto importante in questo piccolo campo... Diceva: in una certa nazione, a una certa epoca, nascono tre, quattro, cinque illuminazioni di carattere... Per esmpio, lui contava Eschilo, Sofocle, Euripide, che trattano all'incirca le stesse tragedie, non è vero?... E poi, più niente...Oppure guardate il secolo di Elisabetta, Marlowe, Shakespeare, Ben Jonson e poi... niente! finito!...

Evidentemente, un poveraccio non può fare tutto il tempo delle prove di passione, no? Dopo un pò la passione è morta, ricasca, e lui ha voglia di dormire o d'andare a riposarsi, mi spiego? É un pò così che succede... Una specie di folata di creazione, che viene tutta in un colpo, così, e poi più niente... Dopo si ha un bel darsi da fare per riuscire a... a dire la parola... l'eiaculazione, niente! non ce la si fa più... Ecco... Il poveraccio si... si tormenta a più non posso, ma niente, niente, non ha più la potenza...

Non voglio offendere nessuno. Voltaire, lui, non conosceva che tre nomi: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tre soltanto. Era modesto, lui. Oggi, niente più modestia. Sono tutti matti. Matti, alienati, alcolizzati. E i pensatori, pensano. La Sorbona ne è piena. Anche il Collège de France. Pensano, accidente; lanciano messaggi. É il loro mestiere.

Fanno della psicologia, lanciano dei messaggi, si chinano sul loro Io, super-Io... Delle vagues, anche, questo li fa impazzire, la nouvelle vague! La chiamano vague. Credono, perché vanno a letto con la serva, di essere una vague, e che ci sia qualcosa di nuovo sotto il sole.

No, no! Non bisogna parlare di sentimenti, bisogna parlare di lavoro, non c'è che questo che conta, e anche con molta discrezione. Se ne parla con troppa pubblicità. Siamo oggetti di pubblicità, manichini di pubblicità. É uno schifo. Sarebbe ora di fare una cura di modestia generale. In letteratura come in tutto il resto siamo impestati di pubblicità. É veramente ignobile. Lo scrittore non deve far altro che un lavoro, e poi tacere. É tutto. Il lettore lo guardi o non lo guardi, lo legga, non lo legga, riguarda solo lui, e basta. L'autore deve solo sparire.

I gaudenti non hanno bisogno di scrivere. Chiedetelo un pò a uno scrittore! Si scrive perchè si è infelici. Il vostro mondo divora tutto il resto. Siete soli. E sostenuti dallo stile.

Eh, mio Dio, devo confessarvi che non ne ho mica molta di gioia. Non sono un tipo gioioso, non sono un passeggero. Confesso che sarò contento quando morirò, ecco la verità. Desidero morire nel modo meno doloroso possibile, soprattutto non ho bisogno, non sono assetato di dolore.

Non sono uno che si gode la vita, io, mi annoia la vita! Vivo di niente, bevo acqua, non mangio quasi, dormo molto male, le mie vecchie ferite... Ah! Ci fossero ancora dei mecenati... Avrei avuto il mio stipendio... Avrei scritto delle odi... Un pò quello che hanno fatto quelli che sanno vivere... Quelli che fanno delle odi a... a chi sta là insomma! A tutti, uno dopo l'altro... Fanno delle odi e lasciano il nome in bianco... si riempie dopo...

Ma adesso le mie indignazioni sono platoniche. Adesso so che gli uomini non sono mossi né dalle idee né dalle eloquenze... Dipendono dalle tonnellate di propaganda che si abbattono su di loro e si appiccicano ai loro sentimenti...

Fin dai dieci anni il destino dell'uomo sembra più o meno fissato, almeno nelle sue spinte emotive; dopo non esistiamo più che per insipide ripetizioni, sempre meno sincere, sempre più teatrali.

... l'amore di cui abbiamo ancora il coraggio di parlare in questo inferno, come se si potessero comporre delle quartine in un mattatoio. L'amore impossibile oggi come oggi.

I morti? Ho macinato i loro libri, masticando la carogna classica, lavorando, con le mani prima, poi facendo la guerra per prendere il diploma, poi lavorando di nuovo per prendere la laurea.

Ci sono (nella mia biblioteca) libri di tutti i generi; ma se andate ad aprirli rimarrete molto stupiti. Sono tutti incompleti; certi non contengono più, dentro la rilegatura, che due o tre fogli. Sono dell'idea che bisogna fare comodamente le cose che si fanno tutti i giorni; così leggo con le forbici, chiedo scusa, e taglio via tutto quello che mi dà fastidio. In questo modo le mie letture non mi offendono mai. Dei Loups ho tenuto dieci pagine; un pò meno del Voyage au bout de la nuit. Di Corneille ho tenuto tutto Polyeucte e una parte del Cid. Del mio Racine non ho soppresso quasi niente. Di Baudelaire ho tenuto duecento versi e di Hugo un pò meno... (...) Di Proust il pranzo della duchessa di Guermantes, la Mattina di Parigi nella Prisonnière.

Se c'è una cosa che avvilisce l'uomo e lo castra, è la lode! Ma io quanto a questo sono tranquillissimo, sono a mio agio, non è a me che metteranno corone, non abbiate paura!.

Il grande ispiratore è la morte! Se non mettete la vostra pelle sul tavolo, è pura tiritera... Bisogna rischiare qualcosa... Non raccontare quello che ha fatto un altro... Bisogna pagare di tasca propria... Bisogna cacciarsi dentro delle storie. Bisogna rischiare... Allora sì che si è ispirati, per forza, perché è l'istinto di conservazione ad ispirarci... Mentre la storia raccontata, sapete... Sapere se il nonno se la prende per il nipotino, se Joséphine adora Jézabel, se se la spassano, se si sono sbronzati, se hanno speso dieci miliardi in una notte, è una rottura di coglioni...

Mi piacciono molto i poeti. É roba bella, almeno roba fine! Non è per la gente. Oggi la gente è pesante, abbruttita. Non fanno altro che bere. Dei mucchi di budella, sì, di budella!!! La trippa fa andare il mondo...