sabato 12 aprile 2014

Céline e il cinema: Luciano Vincenzoni e il Viaggio al termine della notte



Così Luciano Vincenzoni (sceneggiatore di La grande guerra, I due nemici, Per qualche dollaro in più, Giù la testa e Il buono, il brutto e il cattivo... nella foto, con Audrey Hepburn) su Céline:



“L’incontro fatale, la vera svolta. Avevo sedici anni – racconta – e c’era la guerra, e una mattina, a Padova, dopo una grandinata di bombe americane, le sirene avevano dato il segale di cessato allarme. Digerita la paura, mi diressi verso casa, quando su una bancarella di libri usati vidi e comprai Viaggio al termine della notte, di Céline. Quel titolo mi aveva colpito, affascinato... [...] Ho letto molto nella mia vita ma nessun libro mi ha dato quelle emozioni. Quella vecchia copia, polverosa e ingiallita, è sempre rimasta davanti a me per tutta la vita, è stata la mia Bibbia. Il Viaggio è uno stupendo, delirante affresco in cui s’intrecciano pietà, ironia e tragedia ed è soprattutto una denuncia contro le aberrazioni della società di massa, contro le guerre, contro la miseria fisica e morale, contro il degrado delle periferie urbane, contro i ricchi che diventano sempre più ricchi, una denuncia mescolata a vera pietà per i poveri che diventano sempre più poveri”.


'Vincenzoni ricordava anche come il Viaggio al termine della notte è stato il sogno di tanti registi, lo avrebbero infatti voluto realizzare Renoir, Carné, Clement e anche il suo grande amico Sergio Leone, che aveva conosciuto il romanzo vedendolo sul suo tavolo. Lo lesse con passione e andò anche in Francia con l’intenzione di realizzarlo. Non ce la fece a trovare il produttore, ma alcune suggestioni céliniane finirono sia in Il buono, il brutto e il cattivo che in Giù la testa. Così come Vincenzoni rielaborò l’antimilitarismo e l’orrore della guerra di trincea di Céline nell’ispirazione del monicelliano La grande guerra. “Céline – annota ancora Vincenzoni in Pane e cinema – morì nei primi anni Sessanta, disprezzato, umiliato, in povertà. Peccato, perché se avesse tenuto duro avrebbe visto, come ho visto io, nel 1968, a Parigi, i giovani contestatori sulle barricate con la copia di Viaggio al termine della notte sotto il braccio. Era diventata la loro Bibbia. Alla fine Céline aveva vinto…" Alla fine degli anni Sessanta Vincenzoni a New York ebbe la fortuna di imbattersi in un altro suo mito letterario: Jack Kerouac, il papà della beat generation, l’autore di Sulla strada. Durante una cena in un ristorante del Village, di Céline dovette ammettere: “Ho avuto la fortuna di leggere il Viaggio. E dopo questo capolavoro ho smesso di leggere gli altri autori europei, perché ho pensato che non si poteva andare oltre”. Più di vent’anni dopo un giudizio analogo viene formulato a Vincenzoni da un altro grande scrittore americano: Charles Bukowski: “Stavo a Los Angeles e avevo saputo che abitava nel quartiere degli artisti, a Venice. Mi procurai l’indirizzo, una cassa di Chianti e andai a trovarlo…”. Tra una bottiglia e l’altra, Vincenzoni gli domanda la stessa cosa chiesta anni prima a Kerouac: chi fosse il suo scrittore europeo preferito? E Bukowski non esitò un attimo: “Il più grande è Céline, il suo Viaggio al termine della notte è insuperabile…”.'*.


Céline nel cinema: Marius e Jeannette e Viaggio al termine della notte


Il nostro lettore Mattia Nicolini di segnala una citazione di Céline nel film di Robert Guédiguian Marius e Jeannette: "Quest'uomo non ha più musica nel suo cuore per far danzare la propria vita" (dal Voyage).

Le pire, c'est qu'on se demande comment le lendemain on trouvera assez de forces pour continuer à faire ce qu'on a fait la veille ? Ou on trouvera la force pour ces démarches imbéciles, ces milles projets qui n'aboutissent à rien, ces tentatives pour sortir de l'accablante nécessité, tentatives qui toujours avortent et toutes pour aller se convaincre une fois de plus que le destin est insurmontable, qu'il faut retomber en bas de la muraille chaque soir, sous l'angoisse de ce lendemain toujours plus précaire, toujours plus sordide ?... C'est l'age aussi qui vient peut-être et nous menace du pire... On n'a plus beaucoup de musique en soi pour faire danser la vie...

sabato 5 aprile 2014

Jim Morrison e Céline, End of the night e Viaggio al termine della notte

Il titolo del capolavoro di Céline echeggia in questa canzone dei Doors: inoltre, Morrison cita alcuni passaggi di Blake nel testo. Un tributo a due autori che James Douglas Morrison aveva letto e amato al College.



End Of The Night

Take the highway to the end of the night
End of the night
End of the night
Take a journey to the bright midnight
End of the night
End of the night

Realms of bliss
Realms of light
Some are born to sweet delight
Some are born to sweet delight
Some are born to the endless night

End of the night
End of the night
End of the night
End of the night

Realms of bliss
Realms of light
Some are born to sweet delight
Some are born to sweet delight
Some are born to the endless night

End of the night
End of the night
End of the night
End of the night






martedì 1 aprile 2014

Céline nel cinema: Les Amants du Pont Neuf e il Dottor Destouches

Su suggerimento di Gilberto, ecco un'altra citazione cinematografica di Céline: nel film Les Amants du Pont NeufMichèle, interpretata da Juliette Binoche, si rivolge a un "Dottor Destouches" per curare la sua vista.






giovedì 6 marzo 2014

Céline riscattato dall’inaudita compassione, di Philippe Forest
















Un poeta da salvare o un pamphlettista da condannare? È una finta alternativa

da La Stampa del 5.3.14


Il supposto scandalo, è stato detto e ripetuto, si enuncia così: un genio può essere un criminale? O viceversa: un criminale può essere un genio? Nella fattispecie, come può uno stesso individuo, Louis-Ferdinand Céline, essere stato uno dei più grandi scrittori del secolo scorso e contemporaneamente aver condiviso le idee più barbare della sua epoca? O Céline è un criminale, e allora non è un genio. Il che significa che il Viaggio al termine della notte e gli altri libri che ha scritto dopo non possono essere considerati capolavori come è stato fatto. O Céline è un genio, e allora non è un criminale. E in questo caso bisogna pensare che le opinioni delittuose che ha illustrato in Bagatelle per un massacro e altrove non possono essergli totalmente imputate. Già si capisce che nessuna delle due ipotesi soddisfa del tutto. [...]
L’opposizione morale tra il «genio» e il «criminale» ne sottende in realtà un’altra, strettamente letteraria, che contrappone due concezioni della scrittura – Barthes le chiamava «transitiva» e «intransitiva» – e due figure dell’autore – diciamo, nel caso di Céline, il «pamphlettista» e il «poeta». Il dibattito attuale si trova a dover decidere quale di queste due opzioni critiche debba essere privilegiata per rendere conto del caso Céline e se quest’ultimo debba essere considerato un «pamphlettista» oppure un «poeta». I detrattori dell’autore del Viaggio al termine della notte attribuiscono al «pamphlettista» la paternità dell’opera nel suo insieme e vi mettono in evidenza, puntualmente, la presenza disseminata di convinzioni criminali. I suoi sostenitori invece attribuiscono l’opera intera al «poeta» come se quelle stesse convinzioni evaporassero grazie alla pura magia dello stile che le sublima. Ma sia i detrattori che i sostenitori si sbagliano per via della visione unilaterale della letteratura cui si limitano. Perché il «romanziere» è contemporaneamente «pamphlettista» e «poeta» e proprio per questa ragione non è né l’uno né l’altro, facendo dialogare queste due figure di se stesso all’interno di un’opera che instaura un altro rapporto con la Verità.
Questa dialettica di cui è perfettamente consapevole, Céline la innesca assumendo contemporaneamente i discorsi contraddittorii di cui la sua opera è stata oggetto, invalidando e confermando di volta in volta sia le teorie che lo accusano sia quelle che lo discolpano, non lasciando a nessuno il compito di istruire al posto suo il suo stesso processo, pronunciando tanto l’accusa quanto la difesa, spingendo al parossismo il paradosso su cui poggia la sua concezione del romanzo vero. Ora assume il ruolo del «poeta», ora adotta quello del «pamphlettista». E certo, la soluzione semplicistica che consiste nel separare il buon grano della «poesia» dal loglio del «pamphlet» risulta pateticamente inadatta perché ovunque in Céline, in ogni suo testo, lo scritto implica entrambe queste concezioni antagonistiche della letteratura.
Da un lato, capita a Céline di presentarsi come un puro stilista, indifferente o persino refrattario alle idee. Insomma, un musicista delle parole. Il che corrisponde a evacuare con discrezione il problema della sostanza della sua opera per mettere in evidenza quello della sua forma. Questa è la tesi che sostengono a loro volta i difensori dello scrittore quando affermano che esclusivamente su questo terreno deve essere apprezzato il genio di Céline, salutato come l’eroe di un’operazione poetica senza equivalenti centrata sulla lingua. Ma è evidente che questa interpretazione formalista e estetizzante è del tutto insufficiente. E soprattutto è in totale contraddizione con la concezione che ha Céline della letteratura in generale e della sua letteratura in particolare. D’altro lato infatti gli capita anche – e in realtà ben più spesso – d’insistere sul fatto che la sua opera si basa su un’esperienza vissuta da cui trae la sua sostanza e che ne fa una testimonianza effettiva sul mondo, di cui fa affiorare il vero e terribile volto. [...] 
Tra tutte queste menzogne e tutti questi misfatti, Céline però dice il vero. Ed è per questo che la sua opera sta dalla parte del Bene. E la sua ultima parola è la stessa che Barthes, alla fine del suo insegnamento, scopriva in Proust e Tolstoj, e nella quale formulava la sua ultima definizione di romanzo, quella che colloca l’autore del Viaggio al termine della notte sullo stesso piano degli autori della Recherche e di Guerra e pace. Ciò che il romanzo è veramente, Barthes lo enuncia così: «Il sentimento che deve animare l’opera sta dalla parte dell’amore: ma quale? La bontà? La generosità? La carità? Forse semplicemente perché Rousseau ha dato alla pietà (alla compassione) la dignità di un filosofema». 
Che il romanzo debba essere considerato una grande parola di pietà rivolta a tutto ciò che vive e a tutto ciò che muore, che questa stessa parola risuoni essenzialmente in esso, e persino dietro agli scoppi d’odio e agli accenti di rabbia, Céline ne è testimone. La lettura di tutti i suoi libri lo dimostra. Ad esempio Pantomima per un’altra volta, forse il più grande ma anche il meno letto dei suoi romanzi, significativamente dedicato «Agli animali, ai malati, ai prigionieri». Vi si trova la strana dichiarazione che, da sola, meriterebbe ancora pagine e pagine di riflessione: «Quando vorrete, vi proverò l’esistenza di Dio al contrario». Il romanzo come anti-prova ontologica? Ma si tratta di provare alla rovescia che Dio esiste o viceversa di provare che non esiste? Molto più della poesia, il romanzo parla quando il divino si è ritratto, nella vertigine che ne consegue, per far sentire da quell’abisso una parola semplicissima, una parola di rivolta volgare come la vita che si oppone a tutto ciò che la nega: «la coscienza è questo: merda! merda!… mai, in nessuna circostanza, ho potuto rassegnarmi alla morte… non ho mai potuto abbandonare nulla… la mia propria morte sarebbe una pacchia, sarei ben contento, è la morte degli altri che mi offende… nel fondo più fondo di tutto è per questo che io sto sulle scatole, che si accaniscono a appiopparmi un sacco di colpe, perché impreco sulla morte degli altri… persino sui centenari che tirano le cuoia non sono mai stato d’accordo!… io sono perché niente sparisca…merda! merda! merda!». Questa è la verità di Céline.

Traduzione di Gabriella Bosco

sabato 25 gennaio 2014

Recensione di Lettres à Henri Mondor di Louis-Ferdinand Céline



Maledetto Céline 
Nelle lettere dall’esilio l’urlo disperato dello scrittore

Esce in Francia il carteggio inedito dell’autore del “Voyage” che tra provocazione e vittimismo chiede di essere riabilitato dopo i suoi scritti antisemiti
di Fabio Gambaro, Repubblica 14 gennaio 2014


PARIGI Eccessivo, paranoico, rancoroso, apocalittico. Louis-Ferdianand Céline, l’autore maledetto delle lettere francesi, torna a far parlare di sé. Sono infatti appena giunte in libreria quarantuno lettere inedite che il romanziere scrisse a Henri Mondor, tra il 1950, quando si trovava ancora in esilio in Danimarca, e il 1961, anno della sua scomparsa. In queste epistole pubblicate oggi per la prima volta – Lettres à Henri Mondor (Gallimard, pagg. 167, 18,50 euro) – l’autore di Viaggio al termine della notte si rivolge a quello che all’epoca è un uomo colto e influente, un medico e scrittore molto apprezzato, nella speranza di essere aiutato a rientrare in patria ed essere riabilitato nel mondo culturale francese. E per conquistarsene l’appoggio insiste molto sulla similitudine dei loro percorsi, tra medicina e scrittura. Tuttavia, come sottolinea la curatrice del volume Cécile Leblanc, l’intesa tra i due all’inizio non era assolutamente scontata. Mondor – autorevole membro dell’Académie de Médecine e dell’Académie Française – nell’immediato dopoguerra aveva infatti partecipato al ComitatoNazionale degli Scrittori all’origine di una lista nera di autori collaborazionisti nella quale figurava evidentemente anche il nome di Céline.
Qualche anno dopo però, in occasione del processo in cui l’autore antisemita di Bagatelle per un massacro fu condannato in contumacia a un anno di prigione, Mondor iniziò ad interessarsi più da vicino al percorso di Céline, sostenendo che il suo grande valore letterario dovesse essere distinto dai comportamenti privati e dalle dichiarazioni politiche. È in questo senso che scrisse al presidente della Corte di Giustizia che si occupava del caso dello scrittore. Céline lo ringrazierà calorosamente il 7 marzo 1950, con una lettera che segnerà l’avvio di una corrispondenza durata oltre un decennio, in cui a poco a poco i legami tra i due diventeranno sempre più stretti. Tanto che, quando Céline chiederà a Mondor di scrivere la prefazione per la pubblicazione di Viaggio al termine della notte e Morte a credito nella celebre collana della Pléiade, questi, dopo una prima esitazione, accetterà, contribuendo così a quella consacrazione a cui il romanziere aspirava da sempre.
In queste lettere cariche d’invettive e di lirismo, di trovate linguistiche e di provocazioni burlesche, Céline spinge a fondo sul registro del vittimismo, dicendosi perseguitato e insultato dai suoi concittadini: «Questa frenesia di farmi soffrire è cosmica, è atomica!», scrive fin dalla prima lettera, aggiungendo in quella successiva: «Da molti anni sono così tanto infangato, oltraggiato, perseguitato, cacciato, stritolato». Per lui, «la caccia allo scrittore è lo sport nazionale della Francia». A perseguitarlo sarebbe un «branco di sciacalli », in particolare gli intellettuali vicini a Sartre, tanto che, con il suo stile iperbolico, scrive senza mezzi termini: «Attualmente, il nazional-sartrismo sostituisce dappertutto – e con foga – il nazionalsocialismo appena liquidato».
Céline, che non esita a definirsi «un medico fallito, un poeta fallito, un musicista fallito», in realtà desidera più di ogni altra cosa il riconoscimento letterario. La sua è un’ambizione divorante. Vorrebbe vincere dei premi letterari, ottenere la stima dei critici e soprattutto pubblicare le sue opere nella collana della Pléiade, ma l’editore Gaston Gallimard tergiversa. È il motivo per cui lo tratta da «imbecille», definendolo un «disastroso droghiere». E quando finalmente il progetto inizia a prendere corpo e Mondor accetta di scrivere la prefazione, Céline contribuisce direttamente alla costruzione della propria leggenda, fornendo numerose informazioni e indicazioni al medico intento a lavorare sui suoi testi.
Gli ricorda, per esempio, l’infanzia difficile, la partecipazione alla Prima guerra mondiale, le ferite subite, le difficoltà economiche, l’assenza di vocazione letteraria e la decisione di lanciarsi nella scrittura esclusivamente per motivi economici. Un’affermazione che tuttavia non gli impedisce di vantare l’originalità del suo stile: «Secondo la tradizione “all’inizio era il verbo”: io dico di no! “all’inizio era l’emozione”. L’ameba appena sfiorata non parla, si ritrae, s’emoziona... La piccolissima novità del Viaggio è forse questa capacità di ritrovare l’emozione del linguaggio parlato attraverso la scrittura... In fondo, la sto- conta poco, io non sono che uno stilista, o almeno ho cercato d’esserlo».
Insomma, in queste epistole sorprendenti il romanziere francese, che non esita ad avvicinare la propria scrittura a quella di Rabelais, un altro medico passato alla scrittura, esibisce senza remore le proprie ossessioni e le proprie frustrazioni, ma anche il suo genio e il suo straordinario talento di scrittore. Motivo per cui leggerle oggi è un modo per inoltrarsi nella personalità complessa di uno dei più grandi scrittori del XX secolo.

I documenti
“Sono un fallito, ma fatemi tornare”

COPENAGHEN, 29/4/[1951]
Grazie mio caro per il suo articolo pieno di grande coraggio – e credo anche di grande giustizia. Lei ha messo la penna sulla piaga, la più orrenda piaga dei francesi, la maldicenza, la denigrazione dei loro... non c’è niente da fare. In questo sono veramente gli eredi dei loro padri. L’invidia delirante a qualsiasi prezzo! Ho provato, con mezzi inadatti, l’ammetto, a guarire un po’ la loro vista, a renderli sensibili, più sensibili al canto di casa loro... guardi un po’ a che punto sono arrivato. Il più lebbroso, il più odiato, il più triste e incellulato dei cani. [...] Ah l’odio! Il francese odia il francese; s’interessa veramente a lui solo quando può mandarlo alla ghigliottina o metterlo al muro. Che sollievo! Il vero patriottismo gli manca del tutto. Il patriottismo della creazione, dell’ammirazione, altri ne faranno l’abominevole esperienza! la storia di Francia e la storia della caccia allo scrittore francese, della sua persecuzione e del suo esilio – divertitevi a farne la lista. In un’epoca in cui si fanno tante “liste”. Quanti scrittori francesi sono stati costretti a fuggire la Francia? L’albo è sconfortante. Il francese ha nei confronti dei suoi un solo riflesso: la parzialità, l’odio, il disprezzo, l’oltraggio. Tutto ciò è stato però perfezionato. L’esilio non basta più. Vi si aggiunge la prigione. In fondo, è un odio inconfessato tra i combattenti (i veri combattenti) del 14-18 e quelli del casino del 39. Dobbiamo pagare anche questo. L’animosità inconfessata. A chi si farà mai credere che un reduce di 2 guerre mutilato al 75% sia un venduto alla Germania? Nessuno può crederlo. Ma si vuole crederlo. Per detestare, odiare, torturare le persone, il pretesto è troppo bello!
Cordialmente vostro,
LF Céline
***
MEUDON, 28/12/1959
Mio caro Maestro, [...] Non avevo, non ho mai avuto la vocazione letteraria... ma avevo e fortissima la vocazione medica... Da bambino... essere scrittore mi sembrava stupido e fatuo... fui scrittore mio malgrado, se così si può dire! [...] Alle prese con un’umile clientela a Clichy, in rotta con mia moglie e la sua famiglia, facevo veramente fatica a pagare le rate... in quel periodo andavano di moda i “populisti” tra cui Dabit che conoscevo un po’... arrangiarsi con ogni mezzo! 1932... ho preso il nome di mia madre: Céline per non essere scoperto... senza alcuna vocazione lo giuro, con paura e vergogna, fu scritto “Il Viaggio”... Denoël lo accettò... (n’è morto 22 anni più tardi)... pensavo che al momento della pubblicazione dietro il nome-cognome di mia madre non sarei stato scoperto... che avrei potuto pagare l’affitto e basta! Chissà, comprami un locale! Diamine! Il branco si è scagliato subito contro la bestia! E tutto si è accelerato ! i miei tre difensori al Goncourt furono Ajalbert, Descaves e Daudet... non restava che essere fatto a pezzi, farsi massacrare... nessuna vocazione! A quel punto la medicina era diventata impossibile! La scritturaccia pure! cacciato come sono dai medici-scrittori! Piccolissimo dolore!
L’antisemitismo fu un pretesto all’hallalì... La persecuzione viene da un’altra parte, viene dal Viaggio, dallo stile... [...] Mille auguri e rispetti, Destouches***
12/1/[1960]
Ammirazioni letterarie? Voglio vedere... si può solo apprezzare da molto lontano... m’interesso solo allo stile, frega nulla delle storie! Sono sicuro solo di La Fontaine... Malherbe... Voltaire dei piccoli versi... i romanzieri sono diventati noiosi... Si può imparare il medico di campagna da Balzac? L’adulterio da Flaubert? L’informazione e la ciarlataneria non ci lasciano alcuna curiosità. Restano gli stilisti, ma troppo vicini: Mallarmé, Rimbaud, Baudelaire...

© Gallimard 2013 (Traduzione di Fabio Gambaro)

giovedì 23 gennaio 2014

Morte a credito e... Sex Crimes!













Nel film Sex Crimes (1998), quando i poliziotti vanno a trovare Suzie Toller (Neve Campbell), una ragazza che vive in una roulotte e che in passato ha accusato il suo insegnante Sam Lombardo (Matt Dillon) di averla violenatata la trovano a leggere il libro di Celine.

Suzie, alla poliziotta che cerca di curiosare sulla sua lettura, dice: “E’ Céline, uno che aveva molto chiaro che razza di stronzi sono gli esseri umani”.



lunedì 13 gennaio 2014

Una mostra su Philippe Ignace Semmelweis a Roma...



"Nei padiglioni di ostetricia la febbre impunemente uccide, come vuole, dove vuole, quando vuole", scrisse il medico Louis Ferdinand Auguste Destouches nella sua tesi di laurea. Il medico Destouches era lo scrittore Céline, che a Semmelweis dedicò appunto il lavoro con cui concluse gli studi universitari. Nella Vie et l'ouvre de Philippe Ignace Semmelweis, del 1924, quello che successivamente sarebbe divenuto uno dei più cupi e nichilisti indagatori dell'anima umana celebra con entusiasmo e slancio la figura del medico, sottolineando con commozione il suo tormento e il suo dolore per le morti continue e inarrestabili di giovani innocenti.


http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=95134&typeb=0&Il-gabinetto-del-dottor-Semmelweis-