giovedì 6 marzo 2014

Céline riscattato dall’inaudita compassione, di Philippe Forest
















Un poeta da salvare o un pamphlettista da condannare? È una finta alternativa

da La Stampa del 5.3.14


Il supposto scandalo, è stato detto e ripetuto, si enuncia così: un genio può essere un criminale? O viceversa: un criminale può essere un genio? Nella fattispecie, come può uno stesso individuo, Louis-Ferdinand Céline, essere stato uno dei più grandi scrittori del secolo scorso e contemporaneamente aver condiviso le idee più barbare della sua epoca? O Céline è un criminale, e allora non è un genio. Il che significa che il Viaggio al termine della notte e gli altri libri che ha scritto dopo non possono essere considerati capolavori come è stato fatto. O Céline è un genio, e allora non è un criminale. E in questo caso bisogna pensare che le opinioni delittuose che ha illustrato in Bagatelle per un massacro e altrove non possono essergli totalmente imputate. Già si capisce che nessuna delle due ipotesi soddisfa del tutto. [...]
L’opposizione morale tra il «genio» e il «criminale» ne sottende in realtà un’altra, strettamente letteraria, che contrappone due concezioni della scrittura – Barthes le chiamava «transitiva» e «intransitiva» – e due figure dell’autore – diciamo, nel caso di Céline, il «pamphlettista» e il «poeta». Il dibattito attuale si trova a dover decidere quale di queste due opzioni critiche debba essere privilegiata per rendere conto del caso Céline e se quest’ultimo debba essere considerato un «pamphlettista» oppure un «poeta». I detrattori dell’autore del Viaggio al termine della notte attribuiscono al «pamphlettista» la paternità dell’opera nel suo insieme e vi mettono in evidenza, puntualmente, la presenza disseminata di convinzioni criminali. I suoi sostenitori invece attribuiscono l’opera intera al «poeta» come se quelle stesse convinzioni evaporassero grazie alla pura magia dello stile che le sublima. Ma sia i detrattori che i sostenitori si sbagliano per via della visione unilaterale della letteratura cui si limitano. Perché il «romanziere» è contemporaneamente «pamphlettista» e «poeta» e proprio per questa ragione non è né l’uno né l’altro, facendo dialogare queste due figure di se stesso all’interno di un’opera che instaura un altro rapporto con la Verità.
Questa dialettica di cui è perfettamente consapevole, Céline la innesca assumendo contemporaneamente i discorsi contraddittorii di cui la sua opera è stata oggetto, invalidando e confermando di volta in volta sia le teorie che lo accusano sia quelle che lo discolpano, non lasciando a nessuno il compito di istruire al posto suo il suo stesso processo, pronunciando tanto l’accusa quanto la difesa, spingendo al parossismo il paradosso su cui poggia la sua concezione del romanzo vero. Ora assume il ruolo del «poeta», ora adotta quello del «pamphlettista». E certo, la soluzione semplicistica che consiste nel separare il buon grano della «poesia» dal loglio del «pamphlet» risulta pateticamente inadatta perché ovunque in Céline, in ogni suo testo, lo scritto implica entrambe queste concezioni antagonistiche della letteratura.
Da un lato, capita a Céline di presentarsi come un puro stilista, indifferente o persino refrattario alle idee. Insomma, un musicista delle parole. Il che corrisponde a evacuare con discrezione il problema della sostanza della sua opera per mettere in evidenza quello della sua forma. Questa è la tesi che sostengono a loro volta i difensori dello scrittore quando affermano che esclusivamente su questo terreno deve essere apprezzato il genio di Céline, salutato come l’eroe di un’operazione poetica senza equivalenti centrata sulla lingua. Ma è evidente che questa interpretazione formalista e estetizzante è del tutto insufficiente. E soprattutto è in totale contraddizione con la concezione che ha Céline della letteratura in generale e della sua letteratura in particolare. D’altro lato infatti gli capita anche – e in realtà ben più spesso – d’insistere sul fatto che la sua opera si basa su un’esperienza vissuta da cui trae la sua sostanza e che ne fa una testimonianza effettiva sul mondo, di cui fa affiorare il vero e terribile volto. [...] 
Tra tutte queste menzogne e tutti questi misfatti, Céline però dice il vero. Ed è per questo che la sua opera sta dalla parte del Bene. E la sua ultima parola è la stessa che Barthes, alla fine del suo insegnamento, scopriva in Proust e Tolstoj, e nella quale formulava la sua ultima definizione di romanzo, quella che colloca l’autore del Viaggio al termine della notte sullo stesso piano degli autori della Recherche e di Guerra e pace. Ciò che il romanzo è veramente, Barthes lo enuncia così: «Il sentimento che deve animare l’opera sta dalla parte dell’amore: ma quale? La bontà? La generosità? La carità? Forse semplicemente perché Rousseau ha dato alla pietà (alla compassione) la dignità di un filosofema». 
Che il romanzo debba essere considerato una grande parola di pietà rivolta a tutto ciò che vive e a tutto ciò che muore, che questa stessa parola risuoni essenzialmente in esso, e persino dietro agli scoppi d’odio e agli accenti di rabbia, Céline ne è testimone. La lettura di tutti i suoi libri lo dimostra. Ad esempio Pantomima per un’altra volta, forse il più grande ma anche il meno letto dei suoi romanzi, significativamente dedicato «Agli animali, ai malati, ai prigionieri». Vi si trova la strana dichiarazione che, da sola, meriterebbe ancora pagine e pagine di riflessione: «Quando vorrete, vi proverò l’esistenza di Dio al contrario». Il romanzo come anti-prova ontologica? Ma si tratta di provare alla rovescia che Dio esiste o viceversa di provare che non esiste? Molto più della poesia, il romanzo parla quando il divino si è ritratto, nella vertigine che ne consegue, per far sentire da quell’abisso una parola semplicissima, una parola di rivolta volgare come la vita che si oppone a tutto ciò che la nega: «la coscienza è questo: merda! merda!… mai, in nessuna circostanza, ho potuto rassegnarmi alla morte… non ho mai potuto abbandonare nulla… la mia propria morte sarebbe una pacchia, sarei ben contento, è la morte degli altri che mi offende… nel fondo più fondo di tutto è per questo che io sto sulle scatole, che si accaniscono a appiopparmi un sacco di colpe, perché impreco sulla morte degli altri… persino sui centenari che tirano le cuoia non sono mai stato d’accordo!… io sono perché niente sparisca…merda! merda! merda!». Questa è la verità di Céline.

Traduzione di Gabriella Bosco

sabato 25 gennaio 2014

Recensione di Lettres à Henri Mondor di Louis-Ferdinand Céline



Maledetto Céline 
Nelle lettere dall’esilio l’urlo disperato dello scrittore

Esce in Francia il carteggio inedito dell’autore del “Voyage” che tra provocazione e vittimismo chiede di essere riabilitato dopo i suoi scritti antisemiti
di Fabio Gambaro, Repubblica 14 gennaio 2014


PARIGI Eccessivo, paranoico, rancoroso, apocalittico. Louis-Ferdianand Céline, l’autore maledetto delle lettere francesi, torna a far parlare di sé. Sono infatti appena giunte in libreria quarantuno lettere inedite che il romanziere scrisse a Henri Mondor, tra il 1950, quando si trovava ancora in esilio in Danimarca, e il 1961, anno della sua scomparsa. In queste epistole pubblicate oggi per la prima volta – Lettres à Henri Mondor (Gallimard, pagg. 167, 18,50 euro) – l’autore di Viaggio al termine della notte si rivolge a quello che all’epoca è un uomo colto e influente, un medico e scrittore molto apprezzato, nella speranza di essere aiutato a rientrare in patria ed essere riabilitato nel mondo culturale francese. E per conquistarsene l’appoggio insiste molto sulla similitudine dei loro percorsi, tra medicina e scrittura. Tuttavia, come sottolinea la curatrice del volume Cécile Leblanc, l’intesa tra i due all’inizio non era assolutamente scontata. Mondor – autorevole membro dell’Académie de Médecine e dell’Académie Française – nell’immediato dopoguerra aveva infatti partecipato al ComitatoNazionale degli Scrittori all’origine di una lista nera di autori collaborazionisti nella quale figurava evidentemente anche il nome di Céline.
Qualche anno dopo però, in occasione del processo in cui l’autore antisemita di Bagatelle per un massacro fu condannato in contumacia a un anno di prigione, Mondor iniziò ad interessarsi più da vicino al percorso di Céline, sostenendo che il suo grande valore letterario dovesse essere distinto dai comportamenti privati e dalle dichiarazioni politiche. È in questo senso che scrisse al presidente della Corte di Giustizia che si occupava del caso dello scrittore. Céline lo ringrazierà calorosamente il 7 marzo 1950, con una lettera che segnerà l’avvio di una corrispondenza durata oltre un decennio, in cui a poco a poco i legami tra i due diventeranno sempre più stretti. Tanto che, quando Céline chiederà a Mondor di scrivere la prefazione per la pubblicazione di Viaggio al termine della notte e Morte a credito nella celebre collana della Pléiade, questi, dopo una prima esitazione, accetterà, contribuendo così a quella consacrazione a cui il romanziere aspirava da sempre.
In queste lettere cariche d’invettive e di lirismo, di trovate linguistiche e di provocazioni burlesche, Céline spinge a fondo sul registro del vittimismo, dicendosi perseguitato e insultato dai suoi concittadini: «Questa frenesia di farmi soffrire è cosmica, è atomica!», scrive fin dalla prima lettera, aggiungendo in quella successiva: «Da molti anni sono così tanto infangato, oltraggiato, perseguitato, cacciato, stritolato». Per lui, «la caccia allo scrittore è lo sport nazionale della Francia». A perseguitarlo sarebbe un «branco di sciacalli », in particolare gli intellettuali vicini a Sartre, tanto che, con il suo stile iperbolico, scrive senza mezzi termini: «Attualmente, il nazional-sartrismo sostituisce dappertutto – e con foga – il nazionalsocialismo appena liquidato».
Céline, che non esita a definirsi «un medico fallito, un poeta fallito, un musicista fallito», in realtà desidera più di ogni altra cosa il riconoscimento letterario. La sua è un’ambizione divorante. Vorrebbe vincere dei premi letterari, ottenere la stima dei critici e soprattutto pubblicare le sue opere nella collana della Pléiade, ma l’editore Gaston Gallimard tergiversa. È il motivo per cui lo tratta da «imbecille», definendolo un «disastroso droghiere». E quando finalmente il progetto inizia a prendere corpo e Mondor accetta di scrivere la prefazione, Céline contribuisce direttamente alla costruzione della propria leggenda, fornendo numerose informazioni e indicazioni al medico intento a lavorare sui suoi testi.
Gli ricorda, per esempio, l’infanzia difficile, la partecipazione alla Prima guerra mondiale, le ferite subite, le difficoltà economiche, l’assenza di vocazione letteraria e la decisione di lanciarsi nella scrittura esclusivamente per motivi economici. Un’affermazione che tuttavia non gli impedisce di vantare l’originalità del suo stile: «Secondo la tradizione “all’inizio era il verbo”: io dico di no! “all’inizio era l’emozione”. L’ameba appena sfiorata non parla, si ritrae, s’emoziona... La piccolissima novità del Viaggio è forse questa capacità di ritrovare l’emozione del linguaggio parlato attraverso la scrittura... In fondo, la sto- conta poco, io non sono che uno stilista, o almeno ho cercato d’esserlo».
Insomma, in queste epistole sorprendenti il romanziere francese, che non esita ad avvicinare la propria scrittura a quella di Rabelais, un altro medico passato alla scrittura, esibisce senza remore le proprie ossessioni e le proprie frustrazioni, ma anche il suo genio e il suo straordinario talento di scrittore. Motivo per cui leggerle oggi è un modo per inoltrarsi nella personalità complessa di uno dei più grandi scrittori del XX secolo.

I documenti
“Sono un fallito, ma fatemi tornare”

COPENAGHEN, 29/4/[1951]
Grazie mio caro per il suo articolo pieno di grande coraggio – e credo anche di grande giustizia. Lei ha messo la penna sulla piaga, la più orrenda piaga dei francesi, la maldicenza, la denigrazione dei loro... non c’è niente da fare. In questo sono veramente gli eredi dei loro padri. L’invidia delirante a qualsiasi prezzo! Ho provato, con mezzi inadatti, l’ammetto, a guarire un po’ la loro vista, a renderli sensibili, più sensibili al canto di casa loro... guardi un po’ a che punto sono arrivato. Il più lebbroso, il più odiato, il più triste e incellulato dei cani. [...] Ah l’odio! Il francese odia il francese; s’interessa veramente a lui solo quando può mandarlo alla ghigliottina o metterlo al muro. Che sollievo! Il vero patriottismo gli manca del tutto. Il patriottismo della creazione, dell’ammirazione, altri ne faranno l’abominevole esperienza! la storia di Francia e la storia della caccia allo scrittore francese, della sua persecuzione e del suo esilio – divertitevi a farne la lista. In un’epoca in cui si fanno tante “liste”. Quanti scrittori francesi sono stati costretti a fuggire la Francia? L’albo è sconfortante. Il francese ha nei confronti dei suoi un solo riflesso: la parzialità, l’odio, il disprezzo, l’oltraggio. Tutto ciò è stato però perfezionato. L’esilio non basta più. Vi si aggiunge la prigione. In fondo, è un odio inconfessato tra i combattenti (i veri combattenti) del 14-18 e quelli del casino del 39. Dobbiamo pagare anche questo. L’animosità inconfessata. A chi si farà mai credere che un reduce di 2 guerre mutilato al 75% sia un venduto alla Germania? Nessuno può crederlo. Ma si vuole crederlo. Per detestare, odiare, torturare le persone, il pretesto è troppo bello!
Cordialmente vostro,
LF Céline
***
MEUDON, 28/12/1959
Mio caro Maestro, [...] Non avevo, non ho mai avuto la vocazione letteraria... ma avevo e fortissima la vocazione medica... Da bambino... essere scrittore mi sembrava stupido e fatuo... fui scrittore mio malgrado, se così si può dire! [...] Alle prese con un’umile clientela a Clichy, in rotta con mia moglie e la sua famiglia, facevo veramente fatica a pagare le rate... in quel periodo andavano di moda i “populisti” tra cui Dabit che conoscevo un po’... arrangiarsi con ogni mezzo! 1932... ho preso il nome di mia madre: Céline per non essere scoperto... senza alcuna vocazione lo giuro, con paura e vergogna, fu scritto “Il Viaggio”... Denoël lo accettò... (n’è morto 22 anni più tardi)... pensavo che al momento della pubblicazione dietro il nome-cognome di mia madre non sarei stato scoperto... che avrei potuto pagare l’affitto e basta! Chissà, comprami un locale! Diamine! Il branco si è scagliato subito contro la bestia! E tutto si è accelerato ! i miei tre difensori al Goncourt furono Ajalbert, Descaves e Daudet... non restava che essere fatto a pezzi, farsi massacrare... nessuna vocazione! A quel punto la medicina era diventata impossibile! La scritturaccia pure! cacciato come sono dai medici-scrittori! Piccolissimo dolore!
L’antisemitismo fu un pretesto all’hallalì... La persecuzione viene da un’altra parte, viene dal Viaggio, dallo stile... [...] Mille auguri e rispetti, Destouches***
12/1/[1960]
Ammirazioni letterarie? Voglio vedere... si può solo apprezzare da molto lontano... m’interesso solo allo stile, frega nulla delle storie! Sono sicuro solo di La Fontaine... Malherbe... Voltaire dei piccoli versi... i romanzieri sono diventati noiosi... Si può imparare il medico di campagna da Balzac? L’adulterio da Flaubert? L’informazione e la ciarlataneria non ci lasciano alcuna curiosità. Restano gli stilisti, ma troppo vicini: Mallarmé, Rimbaud, Baudelaire...

© Gallimard 2013 (Traduzione di Fabio Gambaro)

giovedì 23 gennaio 2014

Morte a credito e... Sex Crimes!













Nel film Sex Crimes (1998), quando i poliziotti vanno a trovare Suzie Toller (Neve Campbell), una ragazza che vive in una roulotte e che in passato ha accusato il suo insegnante Sam Lombardo (Matt Dillon) di averla violenatata la trovano a leggere il libro di Celine.

Suzie, alla poliziotta che cerca di curiosare sulla sua lettura, dice: “E’ Céline, uno che aveva molto chiaro che razza di stronzi sono gli esseri umani”.



lunedì 13 gennaio 2014

Una mostra su Philippe Ignace Semmelweis a Roma...



"Nei padiglioni di ostetricia la febbre impunemente uccide, come vuole, dove vuole, quando vuole", scrisse il medico Louis Ferdinand Auguste Destouches nella sua tesi di laurea. Il medico Destouches era lo scrittore Céline, che a Semmelweis dedicò appunto il lavoro con cui concluse gli studi universitari. Nella Vie et l'ouvre de Philippe Ignace Semmelweis, del 1924, quello che successivamente sarebbe divenuto uno dei più cupi e nichilisti indagatori dell'anima umana celebra con entusiasmo e slancio la figura del medico, sottolineando con commozione il suo tormento e il suo dolore per le morti continue e inarrestabili di giovani innocenti.


http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=95134&typeb=0&Il-gabinetto-del-dottor-Semmelweis-



giovedì 9 gennaio 2014

La mia Germania - Da un castello all'altro di Céline, di Francesco Biamonti


La mia Germania
 «Da un castello all'altro» di Céline

Francesco Biamonti


Basta guardare una foto di Celine, ciò che colpisce è un'aria da clochard, uno sguardo perduto, una colle­ra poetica. È la collera che lo ha portato a scrivere Vo-yage au bout de la nuit un grido feroce e disperato, in­cubo visionario imperniato sull'assurdità     della    vita umana. La letteratura del­l'assurdo venuta dopo (La nausea di Sartre, Lo stranie­ro di Camus) gli deve certa­mente qualcosa.
Ma ciò che caratterizza Celine è lo stile parlato e quel ritmo ch'egli chiamava la petite musique. «I miei li­bri sono stile, nient'altro, so­lo stile. È la sola cosa che bi­sogna cercare scrivendo. Chissà quanti hanno tentato di copiare il mio stile... ma non possono. È tutto ciò che ho, lo stile, nient'altro. Non ci sono messaggi nei miei li­bri, è un affare di Chiesa. Non ho messaggi da portare. I messaggi sono per gli altri. Montaigne,  Schopenhauer. Io non sono che un piccolo raccontatore di storie. Io la­voro. Sempre. È la mia vita.
Il foglio di carta bianca una è la mia  pietra  tombale: "Qui giace l'autore". Io non dor­mo. Ho preso una pallottola nell'orecchio nel '14-18. Non hanno mai potuto toglier­mela. Allora, la notte scri­vo».
Disperazione e stile, av­volti dal sarcasmo, su fondo di emozione. «C'è chi dice: "Al principio era il Verbo!". Fesserie! io dico: "Al princi­pio era l'emozione". Vedete l'ameba; vedete il bambino appena nato e che grida. L'e­mozione è la verità».
Per questa emozione, che secondo lui porta alla repli­ca, allo scherzo, al fiore del linguaggio, Celine ha coper­to di sarcasmi la Francia in ginocchio. Non ha collabo-rato con nessuno, ma i tede­schi gli hanno offerto spazio sui giornali e la maniacalità della contumelia lo ha per­duto. Per paura (aveva rice­vuto «tre piccole bare, dieci lettere di condoglianze, al­meno venti lettere di minac­cia, due coltelli a serramani­co, una piccola granata in­glese e cinquanta grammi di cianuro... si pensa a me nelle tenebre»), per paura e a ma­lincuore è fuggito a Baden-Baden, dove convergono di­plomatici tedeschi e colla­boratori di tutti i Paesi. È sua intenzione raggiungere la Danimarca, dove, prima della guerra, aveva messo il  suo oro ina cassetta di sicurezza. Ma non potendo la­sciare la Germania, raggiun­ge i collaboratori francesi ri­fugiati a Sigmaringen. Con lui è la moglie, e, dentro la ta­sca di un lurido giubbotto, il gatto Bébert.
Ora è riproposto da Einaudi Da un castello all'altro il resoconto del soggiorno che Celine fece in Germania fra il 1944 e il 1945. La nuova e bella traduzione è di Giusep­pe Guglielmi. E si attiene magistralmente allo stile fu­rioso e corrosivo del testo originale, ne restituisce le fantasmagorie e i processi verbali. Il mondo è quello della disfatta dei collabora­zionisti, di Lavai, di tutta la Francia di Vichy. Va da sé che per uno scrittore come Celine disfatta e catastrofe, freddo, bombardamenti, ignominiosa fuga sono una festa totale, un recul all'ago­gnato fondo della notte, da cui lanciare imprecazioni, lamenti, sarcasmi, maledi­zioni, tutto un vecchio re­pertorio popolare, memore di un defunto anarco-nichilismo. Quei giorni sono de­scritti con veemenza e ilari­tà. Descritti? Si fa per dire. Che tutto è visto a lampi, a squarci, a trasalimenti della memoria. È un grande incu­bo, una sinfonia percorsa da grida strozzate, da suoni rauchi di gola, da musichet­te che vengono dal fondo dei tempi. L'apocalisse è in mar­cia. Siamo sulle rive dell'A-cheronte, dov'egli aspetta amici e nemici per le sue ven­dette postume. Non manca­no i vagabondaggi nella sto­ria alla ricerca di una consor­teria di sventura, un astuto tentativo, in verità, di nobili­tare il suo destino. Compaio­no spartachisti, girondini, templari, giuseppisti (hidalgos collaborazionisti di Giu­seppe Bonaparte) tutti i massacrati, i vinti, carne da fucilazione. Esorcizza in qualche modo il suo destino, di cui sembra gioire. La sua è musica da sfacelo: Laval, Pétain menano la danza: mario­nette sinistre. Sono tutti nel brago, sotto le bombe, nelle stazioni sconvolte: generali, ammiragli, funzionar! politi­ci, donne dai capelli biondo cenere, «dotate per la troiaggine», profughe di ogni Pae­se, tedesche, francesi, litua­ne «gambe all'aria, bianche quasi argento». E cantano... Per così dire!
«Sono successe delle co­se... molte cose... vi racconte­rò...». Questo intercalare di Celine, questa chiusa nel pie­no della tensione fa venire in mente certi conteurs di pae­se. Quante volte li ho sentiti!
Si interrompevano all'im­provviso: «Non so pili mette­re in piedi la mia storia... Aspettate! "E partivano per deliri, per fantasie fuori del seminato. Solo che qui c'è poco da sorridere, la sara­banda copre fatti gravi, gra­vissimi, non escluso il crimi­ne. Ma che volete? La mente umana è piena di follia e spesso si corre con gioia la­mentosa alla propria perdi­zione, all'orgogliosa cerimo­nia funebre. Celine immagi­na di essere fucilato, arrosti­to, ghigliottinato (con Mauriac che lima la mannaia con pietà girondina). Ce l'ha con tutti, in definitiva: con Sar­tre, con Aragon, con Vailland che aveva giurato di uccider­lo, con Elsa Triolet, con Claudel, con Montherlant... I suoi nemici sono dappertut­to, dalla Costa Azzurra alla Scandinavia, nelle case editrici, nel bunker di Berlino. Non c'è infamia, d'altronde, di cui non si accusi e si cari­chi: ha venduto al nemico la linea Maginot e il porto mili­tare di Tolone.
Ma c'è un punto dolens ch'egli copre e di cui forse si vergogna, l'antisemitismo. Diventa sofista, giunge a dire d'aver lanciato agli ebrei in­giurie e rampogne per scon­giurare la guerra e il loro massacro. Strana, oscura ar­gomentazione. La sua arte qui non funziona; non riscat­ta, come si diceva una volta.

* * *

L'aspetto di Celine, da mendicante fuori del tempo, il sorriso tra ghiacciato e tri­ste, l'incapacità di finire una frase senza inceppare nel balbettio, destano simpatia. È un caso umano oltre che letterario. Ora in Francia se ne discute molto: sono appe­na uscite le sue Lettres à la Nrf, naturalmente piene di insulti a Gallimard e a Pau-lhan, che dopo la prigionia lo hanno spronato a scrivere e hanno cercato di aiutarlo. Ecco come ragiona della sua fatica in Da un castello all'al­tro. «Sono più in condizione, andiamo!... mi casca la pen­na!...» "Ma no, Céline... lei è in gran forma, invece!... l'età più bella! Cervantes!... Le in­segno niente!"... Il trucco di tutti gli editori per spronare i loro vecchi ronzini... che Cervantes era uno sbarbatello!... 81 calende!».
Odiato dagli uni, ammira­to dagli altri, la curiosità in­torno a lui  grande. Sono an­dati persine a far parlare il suo pappagallo, Toto. (Si sa che questi uccelli vivono centinaia d'anni). Attirato dal grano, dopo un lungo si­lenzio, Toto si decide e grida: «Gaston du pognon!» e in un grande battito d'ali: «Monsieur est absent». Ride nasa­le e dice ancora: «Paulhan, faux pédé». Passano dieci minuti e infine esclama: «La littérature se meurt!» (Mah! Sarà vero?).
Questa letteratura céliniana suscita ancora infinite di­scussioni, questo stile tutto parlato con frasi a filo spina­to, irte di esclamazioni e puntini di sospensione. Nes­suno ne nega l'importanza. È l'acuminato, eterno lamen­to; forse viene da Giobbe, certamente dalla letteratura maledetta. «O toi, le plus savant et le plus beau des An-ges... O Satan, prends pitie de ma longue misere!».
Per ciò che riguarda il suo mondo morale, ne ho sentite tante di opinioni, persino raffinate spiegazioni del suo antisemitismo. «Che vole­te?» mi diceva tempo fa Ber­nard Simeone, scrittore e ita­lianista. «Aveva bisogno di un grande nemico. E quale più grande nemico del popo­lo eletto, diretta emanazione di Dio? Si, era un grande scrittore, ma un uomo del­l'alto medioevo».

“il Giornale”, 12 novembre 1991

Grazie a Raffaello Bisso per la segnalazione!

venerdì 3 gennaio 2014

Carmelo Bene, Marinetti e Céline



...e su Bene e Céline, una toccante testimonianza di Giancarlo Dotto sull'agonia del grande attore, morto il 16 marzo 2002: "Perdeva budella e pezzi d'intestino ma questo non gli impediva di dare lezioni notturne in francese su Céline all'infermiere che lo vegliava".

domenica 29 dicembre 2013

André Breton, di Giovanni Bruzzi

Stimolato dalla tesi di Francesca Bergadano sul rapporto tra Céline e il surrealismo che abbiamo postato qualche tempo fa, il pittore, amico e céliniano Giovanni Bruzzi ci ha invitato questo ritratto di Breton, e un ricordo del suo incontro con il poeta.


Il poeta José Montero-Valle, attraverso una sua cara amica che lavorava presso l'Editore Gallimard, mi comunicò l'indirizzo di André Breton, che io volevo assolutamente conoscere. Un pomeriggio (dicembre 1961) mi recai al 42 Rue Fontaine (subito sotto Place Pigalle, proprio accanto ad un piccolo teatro), dove dunque abitava il celebre poeta, inventore del Surrealismo, forse il movimento artistico più importante del nostro secolo. La casa era molto modesta e mi dovetti fare indicare dal concierge il piano e la porta dell'appartamento di Breton, perchè nessuna indicazione compariva all'esterno. Suonato il campanello, mi vidi aprire l'uscio proprio dal poeta in persona che, sentite le mie ragioni, mi concesse un appuntamento per la domenica successiva alle ore 11. Al rendez-vous concordato, mi presentai con alcune mie tele arrotolate, che avevo realizzato a Parigi. André Breton fu molto cordiale con me e si dimostrò interessato al mio lavoro, lodandone il livello tecnico e lo stile personale raggiunti, anche se precisò subito che, non essendo un pittore di tendenza surrealista, ero fuori dalle sue competenze dirette; presenziò al colloquio anche la sua gentile consorte. Conversammo per più di due ore, toccando argomenti diversi come quello delle riviste d'arte da lui fondate ("Litterature", "Minotaure"), del suo rapporto turbolento con Giorgio De Chirico (che io avevo conosciuto personalmente nel marzo del 1960 a Roma), fino a giungere alla recente grande esposizione da lui organizzata nel 1959 a Parigi sul tema dell'eros e che era stata un clamoroso insuccesso, chiaro sintomo che il Surrealismo, nonostante le scandalistiche stravaganze messe in atto, aveva irrimediabilmente imboccato il viale del tramonto e di questo lui ne era consapevole. Al riguardo delle difficoltà oggettive del vivere a Parigi, mi consigliò, con molto garbo, di trovarmi per almeno altri 15 anni (ne avevo allora 25) una fonte alternativa di sostentamento all'ipotetica vendita dei quadri e mi consigliò anche di fare una visita alla "Galerie Fϋrstenberg", perchè poteva essere interessata alla mia pittura (in seguito mi recai alla sopradetta galleria ma non trovai una buona accoglienza, anche se conobbi in quell'occasione due valenti pittori come Henri Michaux e Stanislao Lepri). Approfittai di quell'incontro per schizzare a penna un veloce ritratto di André Breton che a lui sembrò piacere. La cosa più straordinaria di quella visita fu il corredo di capolavori della pittura surrealista che il geniale poeta aveva accumulato durante gli anni; tutti i più grandi artisti erano rappresentati con opere fondamentali: Yves Tanguy, Joan Mirò, Max Ernst, André Masson, Arshile Gorky, René Magritte, Man Ray, Victor Brauner, Hans Bellmer, Francis Picabia, Paul Delvaux, Sebastian Matta, Wifredo Lam. Però qui voglio ricordare solamente i dipinti che mi colpirono di più: "Il cervello del bambino" di Giorgio De Chirico (l'unico quadro acquistato nella sua vita, mi confidò Breton, perchè tutti gli altri sono stati degli omaggi dei suoi amici pittori), "Il sogno di Guglielmo Tell" di Salvador Dalì, "Ritratto di George Washington" di Marcel Duchamp e un piccolo olio cubista di Pablo Picasso dedicato proprio ad André Breton, il giorno stesso della Liberazione di Parigi, nel 1945. Completavano la decorazione dell'ambiente alcuni grandi totem in legno scolpiti dai Pellerossa d'America. Una casa fantastica, come il grande poeta che l'abitava.


Giovanni Bruzzi