lunedì 2 gennaio 2012

L'argot, il gergo, la rivolta



"Sembrava che non comprendesse che le pudicizie e le sensibilità aristocratiche, innate o apprese, concorrono a formare molto dello splendore della letteratura. Nella mia opinione, egli scoprì un più alto e più terribile ordine di verità letteraria ignorando il vocabolario ingessato delle gentildonne e dei gentiluomini e usando, invece, il linguaggio più esauriente dei furbi e tormentati delinquentelli".

Kurt Vonnegut, prefazione alla Trilogia del Nord di Céline.

Céline disse che l'argot, il gergo, nasce dall'odio, dalla miseria, e serve allo sfruttato per esprimere la sua avversione (e invidia) verso lo sfruttatore; abbiamo trovato quindi curiosa e interessante questa voce dell'Enciclopedia di Polizia, Hoepli 1938, "ad uso dei funzionari di PS, CC, magistrati, avvocati, sindaci", crediamo tuttora in uso - nell'attuale spirito democratico - dai funzionari di cui sopra, perlomeno nelle loro categorie mentali.

GERGO

Nel linguaggio comune quando si parla di gergo s'intende riferirci a quel linguaggio convenzionale adoperato con malizia da associazioni interessate a non far conoscere i propri discorsi (ladri, detenuti, briganti, ecc.) spinti dalla necessità di nascondere il vero significato delle proprie parole. In tal caso il gergo si presenta come un'arma di difesa: l'individuo che impegna la lotta nell'ambiente che lo circonda, lotta che può variare di forma e di grado e da minima e tenue e contro il ristretto numero di persone può assurgere a terribile e violenta, contro l'intera società, l'individuo dico, che impegna questa lotta, ha per arma il gergo. E allora la lingua si traveste completamente di maschere ipocrite, di cenci orridi, di metafore orribili, che nascondono il male e la lotta...

venerdì 16 dicembre 2011

Céline: un simpatizzante nazi difeso a qualche costo, di Kurt Vonnegut




Può uno scrittore liberal americano prendere le difese di un “simpatizzante nazista”, conscio di avere tutto da perdere e nulla da guadagnare da tale decisamente impopolare operazione? Ebbene, ciò può succedere se il difensore è Kurt Vonnegut, e la pietra dello scandalo Louis-Ferdinand Céline. E questo accade, precisamente, nella prefazione curata da Vonnegut per un’edizione americana in paperback dei tre romanzi della Trilogia del Nord di Céline, editi nel 1975-1976. Vonnegut riesce nelle poche pagine di questo suo scritto a toccare tutti i temi e gli aspetti fondamentali della vita e dell’opera di Céline: la rivoluzione della scrittura operata già attraverso il Viaggio al termine della notte, dove superò il linguaggio forbito e rigido – e fuori della vita – della scuola degli scrittori francesi di fine ‘800 impiegando piuttosto “il linguaggio più esauriente dei furbi e tormentati delinquentelli”, rivoluzione poi portata a definitivo compimento attraverso i suoi ultimi romanzi, da Pantomima per un’altra volta alla Trilogia; il rifiuto di Céline ai compromessi con i salotti borghesi e le camarille letterarie; il suo essere testimone diretto e forse il migliore narratore del “totale collasso della civiltà Occidentale in due guerre mondiali”; in ultimo, il rifiuto, pagato a carissimo prezzo, di Céline di mascherare la realtà della nostra umana esperienza, narrandola invece per quella che è, ad ogni costo, proprio come fece quell’Ignaz Semmelweis, il debellatore della febbre puerperale che regnava negli ospedali di Vienna a metà 1800 − la morte proprio laddove dovrebbe nascere la vita −, al quale lo studente di medicina Louis-Ferdinand Auguste Destouches dedicò la sua tesi di laurea; quel Dottor Semmelweis morto non già tra gli allori di una meritata fama di salvatore di vite, ma solo e pazzo, deriso dai suoi indegni colleghi. Proprio come il proscritto Céline a Meudon, rimasto fedele a entrambi: a Semmelweis e a quel giovane studente bretone di nome Destouches.


Andrea Lombardi
per satisfiction.me

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Un simpatizzante nazi difeso a qualche costo

di Kurt Vonnegut

Giungiamo ora al caso di uno scrittore che non solo talvolta pensò disgustosamente, ma che in certe occasioni agì secondo quegli stessi pensieri ripugnanti, e che, come molte persone mi hanno ribadito in maniera molto chiara, non potrà mai essere perdonato. Le persone trovano sovente illeggibili le sue opere, non per ciò che gli è capitato di dire in una data pagina, ma a causa di cose imperdonabili da lui dette o scritte altrove.
Lui stesso disse abbastanza spesso, in una maniera o nell’altra, come uomo anziano universalmente disprezzato e come criminale di guerra, di non avere nulla di cui scusarsi, e che il perdono sarebbe stato l’ennesimo insulto da parte degli stupidi.
Io non gli sarei piaciuto. I fatti ci dicono che non era profondamente innamorato di un qualsiasi essere umano. Amava il suo gatto, che portava perennemente qua e là come un bambino.
Si considerava quantomeno pari a qualunque scrittore vivente. Mi si dice che una volta disse del premio Nobel: “Ogni culo di vaselina in Europa ne ha uno. Dov’è il mio?”.
Eppure, compulsivamente, senza nulla da guadagnarci, e sapendo che numerose persone saranno portate a pensare che io condivida molte delle sue opinioni più vili, io continuo a dire che ci sono delle cose buone in quest’uomo. E il mio nome è vieppiù strettamente legato al suo nelle edizioni economiche Penguin dei suoi ultimi tre libri, Da un castello all’altro, Nord e Rigodon. Il mio nome è su di ogni copertina: “Con una nuova introduzione”, dice, “di Kurt Vonnegut, Jr.”
Quell’introduzione ai tre paperback suona così:

Non sapeva proprio come comportarsi in società, e con questo intendo che avendo molti privilegi formativi, arrivando a essere un medico, e avendo viaggiato in lungo e in largo in Europa e Africa e Nord America - non scrisse una sola frase che facesse intuire a persone similmente privilegiate che fosse una specie di gentiluomo.
Sembrava che non comprendesse che le pudicizie e le sensibilità aristocratiche, innate o apprese, concorrono a formare molto dello splendore della letteratura. Nella mia opinione, egli scoprì un più alto e più terribile ordine di verità letteraria ignorando il vocabolario ingessato delle gentildonne e dei gentiluomini e usando, invece, il linguaggio più esauriente dei furbi e tormentati delinquentelli.
Ogni scrittore è in debito con lui, e così chiunque altro interessato a discutere le vite nel loro complesso. Nell’essere così maleducato, dimostrò che forse metà di tutta l’esperienza, la metà animale, è stata nascosta dalle buone maniere. Nessuno scrittore o oratore onesto vorrà più essere forbito.
Céline è stato lodato per il suo stile. Lui stesso si prese gioco dell’espediente tipografico, ripetuto all’infinito, che rendeva ogni pagine da lui scritta come facilmente riconoscibile come sua: “Me e i miei tre puntini… il mio presunto stile originale!… tutti i veri scrittori ti diranno cosa pensarne!…”
Gli unici scrittori che ammirino questo stile abbastanza da imitarlo sono, per quanto ne so, articolisti di gossip. Gli piace come si presenta. Apprezzano il senso di urgenza che impartisce, volente o nolente, a qualunque brano giornalistico.
Con ben poco aiuto dalla sua eccentrica punteggiatura, Céline, secondo la mia opinione, diede nei suoi romanzi la miglior narrazione storica del totale collasso della civiltà Occidentale in due guerre mondiali, come la videro donne e uomini comuni e terribilmente vulnerabili. Questa storia dovrebbe essere letta nell’ordine in cui è stata scritta, poiché ogni volume rimanda consapevolmente a quelli precedenti.
E la camera di risonanza per quest’intricato sistema di echi attraverso il tempo è il primo romanzo di Céline, Viaggio al termine della notte, pubblicato nel 1932, quando l’autore era trentottenne. È importante che il lettore di un qualunque libro di Céline sia conscio di ciò che Céline sapeva sin troppo bene, che la sua carriera letteraria iniziò con un capolavoro.
I lettori, inoltre, potrebbero trovare la loro esperienza raddolcita e più intensa se considerassero che l’autore era un dottore che scelse di curare dei pazienti per lo più poveri. Per lui era comune il non essere pagato per nulla. Il suo vero nome, a proposito, era Louis-Ferdinand Auguste Destouches.
Magari non provava simpatia per i poveri e gli inermi, ma quel che è certo è che donò loro la maggior parte del suo tempo e della sua meraviglia. E non li insultò con l’idea che la morte, o anche l’uccidere, fosse in un certo qual modo nobilitante per chiunque.
Per inciso, lui e Ernest Hemingway morirono lo stesso giorno, il 1° luglio 1961. Entrambi erano eroi della prima guerra mondiale. Entrambi meritavano dei premi Nobel - Céline anche solo per il suo primo libro. Céline non lo ottenne, e Hemingway sì. Hemingway si uccise, e Céline morì di cause naturali.
Tutto quello che rimane sono i loro libri.
E il lento sbiadire dell’infamia di Céline.
Dopo anni di generoso e spesso brillante servizio alla letteratura e alla medicina, si rivelò come un feroce antisemita e un simpatizzante dei nazisti. Questo accadde alla fine degli anni ’30. […]
Le sue parole destano disprezzo di chiunque abbia sofferto a causa dell’antisemitismo. E così, sicuramente, l’amnistia e il proscioglimento che egli ricevette dal governo francese nel 1951. Prima di questo era stato punito con pesanti sanzioni pecuniarie e l’incarcerazione e l’esilio. […]
Poiché lui è stato punito dalla legge ed è morto, e che l’incubo nazista è adesso così lontano nel tempo, potrebbe essere infine possibile percepire una perversa sorta d’onore nel suo rifiutarsi di parlare di rimorso o di giustificarsi in qualsivoglia maniera. Altri collaboratori dei nazisti, dei quali ve ne furono decine di migliaia in Francia e milioni in tutta Europa, sono pieni di storie di come furono costretti a comportarsi male, e di arditi atti di resistenza e sabotaggio che commisero, a rischio delle loro vite.
Céline trovava questo tipo di mentire ridicolo in maniera oscena.
Mi viene un terribile mal di testa ogni volta che cerco di scrivere su Céline. Ce l’ho ora. Non ho mai mal di testa in nessun altro momento. […]
Céline sostenne di tanto in tanto di aver subito la trapanazione del cranio nella prima guerra mondiale, come conseguenza di una ferita alla testa.
In realtà, secondo la sua affascinante biografa Erika Ostrovsky (Voyeur Voyant, Random House, 1971), fu ferito alla spalla destra. E, nel suo ultimo romanzo, Rigodon, racconta di essere stato colpito in testa da un mattone durante un bombardamento aereo a Hannover. Così, si potrebbe affermare che egli trovava necessario giustificare in tal modo una mente ritenuta singolare da tante persone.
Egli stesso doveva occasionalmente essersi proprio nauseato della sua mente, e provo a ipotizzare quale fosse il suo difetto principale. Penso che mancasse dell’apparato attutente che la maggior parte di noi ha, e che ci protegge dall’essere travolti dall’assurdità della vita per come realmente è.
Così forse lo stile di Céline non è così arbitrario come pensavo fosse. Poteva essere inevitabile, se la sua mente era così indifesa. Per lui poteva non esserci nulla da fare, come se si trovasse sotto uno sbarramento d’artiglieria, se non inveire e inveire e inveire.
E le sue opere non possono essere chiamate un trionfo dell’immaginazione umana. Quasi tutto quello su cui inveiva stava realmente accadendo.
Nel momento in cui scrivo, l’autunno del 1974, è diventato evidente anche alla gente comune, con i loro apparati attutenti perfettamente funzionanti, che la vita è, in effetti, così pericolosa e implacabile e irrazionale come Céline ha affermato che fosse. […]
C’è almeno un importante documento di Céline che non è disponibile in inglese. E sarebbe pedante da parte mia ricordare che non fu scritto da Céline ma dal dott. Destouches. È la tesi di laurea di Destouches, “La vita e l’opera di Ignaz Philipp Semmelweis”, per la quale ricevette una medaglia di bronzo nel 1924. Fu scritta in un’epoca quando le tesi di medicina potevano essere ancora belle letterariamente, poiché l’ignoranza sulle malattie e il corpo umano richiedeva ancora alla medicina di essere un’arte.
E il giovane Destouches, in uno spirito da culto degli eroi, narrò della futile e scientificamente fondata battaglia combattuta da un medico ungherese di nome Semmelweis (1818-1865) per prevenire il diffondersi della febbre puerperale nelle corsie ospedaliere di maternità viennesi. Le vittime erano povera gente, poiché le persone con delle abitazioni decenti preferivano di gran lunga partorire in casa.
Il tasso di mortalità in alcune corsie era sbalorditivo - 25 percento o più. Semmelweis desunse che le madri venivano uccise dagli studenti di medicina, che spesso visitavano i reparti subito dopo aver sezionato cadaveri pieni di malattie. Riuscì a provarlo ottenendo che gli studenti si lavassero le mani con acqua e sapone prima di toccare una donna in travaglio. Il tasso di mortalità cadde.
La gelosia e l’ignoranza dei colleghi di Semmelweis, tuttavia, causarono il suo licenziamento, e il tasso di mortalità crebbe di nuovo.
La lezione imparata da Destouches da questa storia vera, secondo me, se non l’avesse già appresa da un’infanzia di stenti e un periodo nell’esercito, è che la vanità e non la saggezza reggono il mondo.


Kurt Vonnegut, A Nazi sympathizer defended at some cost, 1974.

Traduzione di Andrea Lombardi e Raffaello Bisso


mercoledì 14 dicembre 2011

Louis-Ferdinand Céline su Satisfiction.me!





Da venerdì 16 dicembre alle 10.00 è on line http://www.satisfiction.me/, il primo portale italiano rivolto esclusivamente agli amanti della lettura.
Ogni giorno inediti di grandissimi scrittori italiani e stranieri, classici e contemporanei. Si inizia con Robert Louis Stevenson, Kurt Vonnegut, Antonin Artaud, Jean Genet, Edgar L. Doctorow, Louis-Ferdinand Céline.
Satisfiction.me non sostituirà il Satisfiction di carta. Anzi: Satisfiction, già passato dal nuovo numero in libreria dal 15 dicembre da 32 a 48 pagine, da Febbraio 2012 diventa bimestrale. Sul web, la possibilità di leggere tutti gli arretrati con gli oltre 100 scrittori per la prima volta on line.

mercoledì 30 novembre 2011

Céline: il viaggio nella tenebra di un grande scrittore




Céline: il viaggio nella tenebra di un grande scrittore


Sabato 3 dicembre alle 17.30 nella Sala Conferenze della Biblioteca comunale Lazzerini (Via Puccetti 3 - Prato), in occasione del 50° anniversario della morte di Louis-Ferdinand Céline.


lunedì 28 novembre 2011

“Le sparse membra di Céline”, di Dominique de Roux






“Le sparse membra di Céline”
Il tempo per un’unica e sola lotta
Nell’ora in cui la miseranda situazione della letteratura francese ci costringe alla lunga marcia, solitari al fianco di altri solitari, sino alla fine, non per volerla ricostituire ma anzi contro essa, non imitiamo Céline, logorandoci sterilmente nell’impadronirci di una tale maestria.
Ascoltiamo Céline. Compromettiamoci senza mai rompere il nostri legami con la vita. Perché questo è il tempo per un’unica e sola lotta. La lotta della parola significante contro le parole, della volontà d’integrazione contro la potenza della disintegrazione, e qui sta il mistero supremo di Orfeo straziato dalle donne trace che sono le parole lasciate a loro stesse.
In Francia, siamo in territorio nemico. Noi saremo sempre e dappertutto in territorio nemico.
Sono cinque anni, che morì Céline il quale pareva, nel suo profondo, dimesso, agente e vittima di questo tempo di tutte le abolizioni.
Contro tutte le difficoltà, contro tutti i sistemi e i monopoli, Céline non ha mai cessato di mettere in gioco la sua opera. Ha perso la testa, al punto tale che nessuno lo può rivendicare come proprio. Attreverso la sua ordalia, egli ha creato la sua luce, e lui sa.
Allora gli scrittori che non vogliano sottomettersi alle parole d’ordine, alle macchinazioni della critica ufficiale, che lotteranno contro le leggi e la vile dittatura delle mode, che dimostreranno con la loro opera vivente, con la provocazione delle loro vite ­- contro i traditori incoscienti e i falsi testimoni di professione, contro la razza degli spiriti prostrati - costoro raggiungeranno le sparse membra di Céline, deposte nella terra il 1° luglio 1961, in questo deserto dei Tartari dove monta la guardia contro chi non giungerà mai. Lavoreranno così anche per l’aldilà della Rivoluzione, organizzando la strategia dell’Apocalisse in termini di vittoria.
Perché i tempi cambiano, e sono i tempi del Grande Cambiamento, quelli ora prossimi.
Fare chiarezza, cambiare tutto.
Fare chiarezza.
Céline l’ha fatta.

Dominique de Roux (1935-1977), 8 agosto 1966. Traduzione Andrea Lombardi.


martedì 22 novembre 2011

Bagatelle per un massacro Guanda falsi?



Comunicazione di servizio da girare anche ai céliniani di vs conoscenza: mi sa che su Ebay stanno circolando dei Bagatelle Guanda falsi (tipo il Bella rogna anastatica made in Napoli); infatti ho visto di recente alcune inserzioni di diversi venditori a prezzo "basso" (sui 100 Euro, mentre sappiamo che specie sui siti d'aste si va dai 200 in su) "compra subito"; descrizione simile e stesse condizioni (con tracce d'uso che mi sembrano artefatte)... non sono sicuro al 100%, ma fatevi mandare scan della cop, alette e una-due pagine di testo prima di eventualmente comprare...

mercoledì 16 novembre 2011

Céline e il caso delle «Bagatelle», di Riccardo De Benedetti





Postiamo su gentile concessione dell'autore i seguenti estratti dal libro Céline e il caso delle «Bagatelle»


Da p. 16 a p. 17
[...] ha senso per noi il rinnovarsi della domanda: perché non è possibile leggere le Bagatelles? Oggi. Di che natura è questa impossibilità? È davvero solo una faccenda giuridica? È forse morale? O solo letteraria? Di che natura è l’embargo che graverebbe su scritture come quella di Céline, che ci impediscono la rassicurante coincidenza tra verità del discorso morale e verità della storia così come essa si è imposta all’esperienza e alla valutazione dei contemporanei? La nostra Storia, la nostra contemporaneità. Bagatelles è, come avviene in qualsiasi testo antiebraico, una collazione di accuse e attribuzioni di colpa agli ebrei, con l’aggravante di utilizzare un linguaggio straordinariamente efficace e potente. Un testo nel quale si alternano affermazioni palesemente insostenibili e grottesche, insulti e agghiaccianti generalizzazioni, una girandola infernale di espressioni quasi sempre volgari e blasfeme, eppure composte e montate con un ritmo e una cadenza che neppure la più sapiente sceneggiatura moderna sarebbe in grado di proporre. Nulla ci è risparmiato dello scatologico e dello stercoraro; il basso ventre la fa da padrone e là dove sembra che non è al solo ebreo che ci si rivolge ci si accorge, con ancor più sgomento, che è solo per retorica digressione che s’insulta l’ariano non ancora perfettamente antisemita; che è solo per indicare meglio il vero obiettivo, per prendere meglio la mira, si direbbe. Basterebbero, tra decine di altre, queste righe: «E ora il film si occupa di noi, attenzione! Ariani dell’Intelligenza!... Attenzione! Contrasto! La nostra élite: intellettuali, nobiltà ariana, borghesia ariana, si dimostrano tutti assolutamente, radicalmente, grottescamente incapaci di capire una sola vigliacca parola delle rivendicazioni del popolo! Ah! È scoraggiante... ma è così!... Perversi, mostruosi egocentrici! Che schifosi! Irrimediabili! Che mostri... Che super-bruti!... Infiniti!... Ai margini di qualunque evoluzione... Conclusione! Questa “élite” ariana deve passar la mano agli Ebrei, e subito, e sparire!... C.Q.F.D. Implacabile decreto dell’Avvenire!... Bum! Bum!... Ritardano, sabotano, quei biechi, il meraviglioso slancio sociale, così evidente che è! Sboccio dei Soviet! Operai + Ebrei redentori, il Regno ebreo insomma: Allora?... A tempi nuovi! Uomini nuovi!... L’Ebreo, “uomo nuovo”! È una trovata...»
E lo stesso uso intensivo di quella parola con la maiuscola, Ariano, andrà preso più sul serio di quanto si sia fatto finora; il sospetto di trovarsi di fronte a un costrutto artificioso, a una delle tante idées reçues, lascito di una cultura diffusa e data per scontata, è fondato, già lo ricordava Maritain ai contemporanei di Céline. E se essere consapevoli di ciò non attenua affatto il potere dell’orrore che questo testo ci procura è altrettanto vero che colloca, credo correttamente, il suo discorso anche all’interno di una tradizione di pensiero nella quale l’idea di razza non è certo solo il frutto di un delirio paranoico, ma il sedimento, vario e articolato, di una molteplicità di discorsi scientifici e illuminati dai quali non era del tutto all’oscuro lo stesso Céline, uomo di formazione essenzialmente medica.


da p. 35 a p. 37

L’effetto della violenza libellistica il più delle volte è tale che la possibilità di confutarne le tesi viene meno. Però, ci sono momenti nei quali, senza tanti puntini, la scatologia viene sospesa e si formulano analisi così congegnate: «L’Ebreo non si integra mai, scimmiotta, abborraccia e detesta. Non può abbandonarsi che a un mimetismo grossolano, senza prolungamenti possibili. L’Ebreo, i cui nervi africani sono sempre più o meno di “zinco”, possiede solo un volgarissimo reticolo di sensibilità, per nulla elevato nella scala umana, come tutto ciò che proviene dai paesi caldi, precoce, appena sbozzato. Non è fatto per elevarsi molto spiritualmente, per andare molto lontano... L’estrema rarità dei poeti ebrei, d’altronde tutti rifriggitori di lirismo ariano... L’Ebreo, nato scaltro, non è sensibile. Non salva le apparenze che a forza di continue pagliacciate, simulacri, smorfie, imitazioni, parodie, pose, “cinegeismo”, fotografie, impapocchiamenti, arroganza. Nella sua stessa carne, per scuoterlo, non possiede che un sistema nervoso di negro dei più rudimentali, cioè un equilibrio da tanghero. L’Ebreo negro, incrociato, degenerato, sforzandosi nell’arte europea, mutila, massacra e non aggiunge nulla. Sarà costretto un giorno o l’altro a far ritorno all’arte negra, non scordiamolo mai. L’inferiorità biologica del negro o del semi-negro sotto i nostri climi è evidente. Sistema nervoso “spacciato”, espiazione della precocità, egli non può andare molto lontano...».
In questo passo è abbastanza evidente il debito verso una prosaica fin che si vuole «teoria dei climi e degli organismi che vi si adattano subendone l’influenza». «Espiazione della precocità»... è affermazione che il nostro Leopardi non avrebbe poi così disprezzato, visto che lo Zibaldone, sulla scorta delle sue letture francesi, mostra un interesse notevole alle influenze che il clima esercita sui caratteri dei popoli e delle nazioni, e sulla differenziazio- ne delle lingue. In Francia basterebbe citare il J.-J. Rousseau dell’Influence des climats sur la civilisation, sulla scorta del Montesquieu dell’Esprit des Lois, ma il tema è quasi un luogo comune assai dibattuto in tutto il Settecento francese e illuminista. Vi manca l’odio, si potrebbe obiettare; così come non viene esplicitata una gerarchia tra i diversi popoli (ma questo non è del tutto vero e l’Illuminismo francese non sarà certo esente dall’introdurre “valutazioni” gerarchiche); manca la passione antisemita (non sempre, Voltaire ne è tutt’altro che immune, per esempio), ma è altrettanto onesto ammettere che aver introdotto nell’ideologia elementi che fissano, in qualche modo e con considerazioni “materialiste”, i caratteri distintivi dei popoli al variare dei climi, può fornire ai tipi come Céline qualche elemento in più e far apparire non del tutto fuori controllo il suo linguaggio.
Oppure, ed è un altro dei suoi registri retorico-emotivi, Céline si anticipa il giudizio negativo e riparte all’attacco come se fosse una vittima. Per esempio quando espone in esergo questa frase vagamente lacrimevole: «Cosa volete che speri in mezzo a questi cuori imbastarditi, se non di vedere il mio libro gettato nella spazzatura? D’Aubigné». Se mai qualcuno considerasse plausibile ciò che è andato scrivendo sugli ebrei e la loro logica, questo suo modo di passare per vittima designata lo si potrebbe considerare ebraicissimo... una sorta di napoletano “chiagni e’ fotti”. Al che, verrebbe da dire, perché un tale sperpero di inchiostro, carta, bile e sangue marcio estesi e stirati come una pasta per pizza lunga 306 pagine quando se proprio ce l’aveva su con i suoi ebrei immaginari e fantasma- tici poteva utilizzare il ben più sintetico e italico cinismo?
Subito a seguire, dopo la citazione, una tirata contro lo standard da far impallidire Naomi Klein: «Lo Standard in ogni cosa è la panacea dell’Ebreo. Più nessuna rivolta da temere da parte di individui pre-robotici come noi. I nostri mobili, romanzi, film, le nostre macchine, il nostro linguaggio, l’immensa maggioranza delle popolazioni moderne sono già standardizzati. La civiltà moderna è la standardizzazione totale, anima e corpo, sotto gli Ebrei. Gli idoli “standard”, nati dalla pubblicità ebrea, non possono mai essere pericolosi per il potere ebreo. Mai idoli, a dire il vero, furono così fragili, così friabili, più facilmente e definitivamente dimenticabili, in un attimo di sfavore. L’adulazione delle folle avviene su comando dell’Ebreo».
Qualcuno potrebbe esclamare: perché gli ebrei? Perché ha rovinato tutto, sarebbe stato così bello senza quell’intercalare spasmodico e singhiozzante! Ha individuato alla perfezione ciò che più o meno negli stessi anni la Scuola di Francoforte avrebbe diffuso con gergo controllato e scientifico, sebbene non esente, tutt’altro, da stile. Céline, magari con un piccolo (dubito) sforzo di autocontrollo e rifinitura nelle fonti sarebbe forse riuscito a scrivere il suo Minima moralia. Non lo ha fatto. Non lo poteva fare, e per quanto si possano rintracciare per tutto Bagatelles elementi di questo tipo la cosa migliore che ci vien da dire è che, a forza di indicare ossessivamente il responsabile del massacro moderno dell’individualità creativa nell’ebreo, ha perso di vista l’adulatore delle folle che aveva sotto gli occhi, anzi poco oltre l’Alsazia. Imperdonabile.

da p. 45 a p. 47

La scrittura di Céline non è certo una teoria. Neppure, forse, una semplice invettiva; una polemica; un pamphlet. E se le Bagatelles fossero “solo” un romanzo? Allora potremmo forse far valere uno scarto tra racconto e realtà? Ma non quello tra racconto e suo significato, che continuerebbe a rimanere intollerabile. Non c’è mai coincidenza tra verità estetica e verità morale del romanziere. La verità del romanzo è la sua verità estetica, ma si crede che essa debba seguire da quella morale dell’Autore o perlomeno coincidervi e possibilmente non essere in opposizione. Ma questo non è sempre vero. Qual è la verità estetica di un pamphlet, la sua morale forse? Ma quanto leggibile? E davvero è leggibile una morale? Può ridursi a sola enunciazione?Queste domande richiamano un problema che lo stesso Céline affronta. Il fatto che sia il medesimo che ci poniamo nei suoi confronti può forse gettare un po’ di luce su uno di quei pochi aspetti che si riescono a isolare dalla sua ossessione antiebraica. In Bagatelles Céline cerca di demistificare il trucco morale della logica dei grandi organismi, quello, cioè, di agire sotto l’influenza di massime altruistiche che in realtà nascondono l’interesse privatissimo dei suoi componenti. Sono caratteristiche che Céline incontra lavorando per la Società delle Nazioni e che denuncerà al suo superiore Rejchmann, ricevendone risposte evasive e l’impossibilità pratica a modificare il funzionamento di questi organismi. I quali registrano, però, correttamente lo stato misero delle popolazioni operaie, i loro problemi igienici ecc. Il salto logico che muove Céline, sulla base dei suoi pregiudizi antisemiti, è quello di attribuire agli ebrei non solo la responsabilità di questo stato di cose, ma un’intima e solidale complicità con i meccanismi che promuovono il malfunzionamento della macchina sociale. È evidente che in Céline trovano accoglienza, al di là della conclamata professione di nichilismo esistenziale e cosmico, gli spiriti frustrati di ciò che rimaneva ai suoi tempi della fiducia nel discorso medico-sociale progressista. Il lavoro di medico di base a Parigi lo pone di fronte alla condizione di vita delle classi subalterne a cui, come prevedibile e in coerenza con la filantropia positivista, vanno offerti programmi di igiene pubblica efficienti ed efficaci. La salvezza per il tramite della medicina sociale, senza attraversare il fuoco della rivoluzione. Discorso al quale non era del tutto esente il pragmatismo del comunismo parigino se è vero che il comunista Henri Barbusse ospitò nella sua rivista le considerazioni medico-sociali di Céline, confermando la buona accoglienza che la sinistra francese riservò, almeno inizialmente, al Viaggio al termine della notte. La convivenza di queste che al nostro presente paiono contraddizioni irrisolvibili, e cioè l’ingenua credenza positivista nella capacità di individuare dispositivi medico-sociali, in fondo tecniche di intervento sulle grandi quantità umane ammassate nelle città, e l’apostrofe virulenta nei confronti di un popolo restio, per meri interessi egoistici e di razza, a fornire il supporto necessario al realizzarsi di questi programmi, è uno dei dati, credo, dal quale ha origine la violenza verbale di Céline contro gli ebrei. Come già osservato, nel suo antisemitismo non vi è traccia di un motivato odio religioso nei confronti dell’ebreo. Non è la religione ebraica a guastargli l’umore, o almeno, non lo è più di quanto Céline, per esempio, attribuisca al cattolicesimo la stessa responsabilità dell’ebreo nell’impedire il realizzarsi dell’utopica e modernissima igiene sociale tra le classi popolari. Una delle poche misure in grado di restituire dignità alla maggioranza della popolazione francese stremata dagli esiti della prima guerra mondiale e incapace di trovare di per se stessa motivi di dignità, è quella che prevede una seria prevenzione delle malattie polmonari. Céline, in questo senso, e dopo aver lavorato con il programma della Fondazione Rockefeller per la prevenzione della TBC, sottolinea e stigmatizza il tradizionale disprezzo del corpo instillato nella popolazione dal cattolicesimo che diventa così corresponsabile, al pari dell’organizzazione capitalista del lavoro, dello stato di profondo degrado nel quale versa la popolazione operaia di Parigi.




lunedì 7 novembre 2011

Alla scoperta di Céline: storia di Bagatelle per un massacro







Alla scoperta di Céline: storia di Bagatelle per un massacro


Lo scrittore maledetto si è portato addosso per tutta la vita il marchio dell’antisemitismo più rabbioso. Ma Riccardo De Benedetti cerca di interrompere il cortocircuito intellettuale



Louis-Ferdinand Céline (1894-1961), lo scrittore maledetto, il medico-scrittore che si è portato addosso per tutta la vita il marchio dell’antisemitismo più rabbioso. E di tutti i libri di Céline quello che più ha contribuito a creare la sua leggenda nera: Bagatelle per un massacro (1937), uno dei testi con la storia editorale più tormentata del Novecento.

Ingrandisci immagineOvvero un libro che si legge poco e di cui si parla molto, riducendolo unicamente a icona dell’odio razziale. Ecco il cortocircuito intellettuale che cerca di interrompere il saggio di Riccardo De Benedetti Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa, pagg. 162, euro 14).De Benedetti, abituato ad occuparsi di autori scomodi e della loro influenza culturale (basti pensare al suo La chiesa di Sade del 2008), in questo caso ricostruisce nel dettaglio le vicende editoriali del volume ponendo grande attenzione all’edizione italiana Guanda del 1981 che venne rapidissimamente ritirata. Ed ecco che subito si sfata una leggenda da salotto. La censura ebbe ben poco a che fare con la scomparsa del pamphlet dagli scaffali. L’abbozzo di dibattito sull’antisemitismo, e qualche sdegno contro l’autore contò molto meno della questione dei diritti. La vedova di Céline, Lucette Destouches, si oppose allora come si oppone adesso alla ristampa dell’opera. La signora sostiene sia la volontà del defunto marito, che in effetti subito dopo la guerra decise di tenere questo virulento libello (che con L’École des cadavres e Les Beaux Draps forma una sorta di trilogia) ben lontano dai torchi. Ecco perché gli editori, consci che il libello proprio per il suo profumo sulfureo è alla fine assai appetibile, sono appostati in attesa che scadano i diritti. Quanto al dibattito che si scatenò in Italia nel 1981, De Benedetti segnala tra i tanti che si spesero nell’eterno minuetto del «sì è letteratura», «no è spazzatura ideologica» (Moravia la pensava così) un articolo di Bernard-Henry Lévy che venne pubblicato sull’Espresso. Ecco cosa scriveva il filosofo d’oltralpe: «È “sociale” come nessuno, questo filantropo confesso che ora propone... la “nazionalizzazione” del credito, delle assicurazioni, dell’industria. Sì, bisogna forse lasciargli un posto al dolce sole del progressismo. Perché Céline il mascalzone, Céline il razzista, Céline il collaborazionista rivendica, piaccia o non piaccia, la sua parte nella fondazione del socialismo alla “Francese”». Insomma, un bel ribaltamento che nessuno ha approfondito.Ma questo è solo uno degli esempi dei tanti modi di guardare a Céline che la damnatio memoriae e le beghe editoriali hanno fatto finire in un cantuccio, fuori dai riflettori dell’odio. Tra i tanti che De Benedetti enumera, basti ricordare tutti i sospetti del fascismo verso Bagattelle per un massacro (allora il titolo veniva scritto così) nella prima edizione italiana fatta da Corbaccio nel 1938. Non piaceva che il suo razzismo fosse così poco scientifico.