domenica 28 giugno 2015

La Distruzione, di Dante Virgili, ristampa 2015




"Ma... la prossima volta, non saranno eterni santuari. Le città yankee combuste dilaniate. VEDO i grattacieli di acciaio sotto un diluvio di fiamme."

Nel 1970, Dante Virgili pubblicò il suo primo romanzo senza ricorrere all'uso di pseudonimi, La Distruzione. Scritto come una sorta di autobiografia onirica, con una scrittura decisamente sperimentale, il romanzo è un flusso di coscienza costruito come una sequela di farneticazioni d’un modesto correttore di bozze, ex interprete delle SS in Italia durante la Guerra Civile, e rappresenta, assieme al successivo Metodo della Sopravvivenza, una delle poche opere di rottura letteraria nel panorama italiano. Presto esaurito e dimenticato, è qui ristampato in una edizione ricercata. In appendice, resoconti giornalistici sulla sorte dei resti mortali di Dante Virgili e sulla recente riuscita iniziativa per salvarli dall'oblio.

F.to 14x21, 210 pagg., edito da OFF TOPIC.

Ristampa 2015 per l'iniziativa "Salviamo La Distruzione!"

Edizione limitata a 100 copie, Euro 20,00 ESAURITA
Edizione numerata e nominativa personalizzata (comunicare nome nel modulo di pagamento), Euro 50,00 POCHE COPIE

Per acquistare il libro, cliccate sotto!

domenica 7 giugno 2015

"La morte di Céline" recensita da Massimo Raffaeli su "Alias"





SU CÉLINE
Dominique De Roux, elettrica e deragliante apologia in forma di poemetto: anno, precoce, il 1966
di MASSIMO RAFFAELI

Non solo esiste in Francia una cultura di destra ma ha sempre avuto un posto di rilievo quella che viene detta buissonnière e cioè fuori schema, irregolare, perdigiorno. Comunque non perdette un giorno della sua vita troppo breve, minata dalla cardiopatia, Io scrittore poligrafo Dominique De Roux (1935-1977), della cui folta bibliografia il solo testimone in italiano a tutt'oggi è il romanzo borghese, quasi un apprendistato della inconcludenza e della abulia, che una decina di anni fa comparve negli «Oscar» Mondadori col titolo originale di Mademoiselle Anicet. Giornalista, inviato in Angola e Mozambico (memorabile una sua intervista al colonnello Otelo de Carvalho, leader della «rivoluzione dei garofani» in Portogallo), saggista e critico letterario
(altrettanto memorabile un suo studio sullo stile oratorio, nientemeno, del generale De Canile), in realtà De Roux è stato innanzitutto un grande promotore di cultura e il fondatore, giovanissimo, dei «Cahiers de l'Herne» dove propose ritratti monografici di autori allora contropelo quali Pound, Borges, Gombrowicz (con cui firmò un bel libro di conversazioni) e finalmente Louis-Ferdinand Céline che, al principio degli anni sessanta, per il senso comune era l'impresentabile tout court, non tanto l'autore di quello che fu definito il solo romanzo «comunista» del secolo, Viaggio al termine della notte, quanto l'immondo firmatario di libelli antisemiti, a partire da Bagatelle per un massacro. Dalla officina dei «Cahiers» (ben due numeri monografici, tra il '63 e il '65), De Roux dedusse una vera e propria apologia che pubblicò una prima volta nel '66, La morte di Céline (traduzione di
Valerla Ferretti, a cura di Andrea Lombardi, prefazione di Mare Laudelout, Lantana, pp.132, € 16.00). Scritto in un'unica presa di fiato, ritmato da uno stile elettrico, deragliante e sprezzante di qualunque convenzione accademica, La morte di Céline è.un poemetto in prosa costruito per capitoli brevi come fosse un album di istantanee su cui aleggino tanto la vicenda biografica quanto la leggenda del dottor Destouches che prende forma di via crucis e in sostanza, vale a dire per etimologia, di martirio. Se De Roux avalla con un certo candore gli alibi e le menzogne autoassolutorie di Celine (il suo razzismo come esorcismo di una guerra voluta dagli ebrei), tuttavia ha il merito di rivendicare con precocità, e anzi in solitudine, la forza di una scrittura che dal Viaggio alla Trilogia del Nord sa dragare la vita dal basso, stilizzarne la cadenza emotiva come si trattasse, per il
prodigio di un'arte lenticolare, di un Flaubert delle viscere e del buio puramente animale. Qui De Roux ha buon gioco nell'opporre la originalità della petite musique céliniana, la fosca violenza di un immaginario sempre incandescente a certo schematismo surrealista e al sussiego accademico che nei primi anni sessanta ipoteca sia il Nouveau Roman sia, specialmente, la produzione letteraria sostenuta da Tel Quel: «Constatare la tragica impasse della letteratura odierna non è ancora veramente dire che è defunta, ma è invocare il fuoco della vendetta che le restituirà la vita, e nuova leggerezza al linguaggio. Nel frattempo regnano il notariato più arido e lo stile letterario misurato. Dappertutto, descrizioni amorevoli del mestiere di scrivere o il processo verbale autobiografico». Oggi è vero talvolta il contrario, ma non era da opportunisti dirsi allora partigiani di Céline.

Il manifesto, 7/6/2015

mercoledì 3 giugno 2015

"La morte di Céline" recensito da Francesco Borgonovo su Libero



Céline proibito. [...] Lo splendido libro di De Roux “La morte di Céline” ne racconta l’anima, andando all’origine del suo antisemitismo
Libero, mercoledì 3 giugno 2015
La morte di Louis-Ferdinand Céline è un caso di omicidio. Premeditato e messo in pratica con scientifica precisione, senza pietà né rimpianti. «Céline fu ucciso dai suoi colleghi scrittori», dice lapidario Dominique De Roux in uno splendido libro intitolato La morte di Céline, pubblicato per la prima volta in Italia grazie al curatore Andrea Lombardi e all’editore Lantana (pp. 140, euro 16). De Roux ha i gradi per parlare: nel 1961, proprio l’anno in cui Céline crepa – povero, trattato come un rifiuto radioattivo dagl’intellettuali – e viene sepolto quasi in silenzio nel cimitero di Meudon, egli fondò i Cahiers de l’Herne. Da quelle pagine passò la riscoperta (o addirittura la scoperta) di un pugno d’autori fenomenali, deprezzati o direttamente disprezzati dall’accademia e dalla cultura ufficiale. Céline, appunto (a cui fu dedicato il terzo numero dei Cahiers), Ezra Pound, H.P. Lovecraft, Solzenicyn, Koestler. E poi Witold Gombrowicz, uno dei preferiti di De Roux: le conversazioni tra i due sono divenute un grande libro, tradotto in Italia da Feltrinelli col titolo Testamento.
La morte di Céline uscì in Francia nel 1966, e non è un testo di critica – come specifica l’autore – bensì una narrazione polemica e sfavillante, quasi celiniana, che indaga le profondità dell’opera del «maledetto» per eccellenza. Se è possibile spiegare Céline, tanto del suo significato si trova nelle pagine di De Roux, che a volte ne prendono gli scoppiettii jazzistici e ne condividono le intemerate contro l’universo molliccio delle lettere francesi. Un mondo ottuso che mise all’indice Céline e, appunto, lo uccise. Fu accoppato, Céline, «da questa consorteria di gentucola unita (in ogni epoca) per autocompiacersi del proprio talento e scacciare l’uomo libero, lo scrittore senza compromessi, colui che finisce in cella, in fin dei conti, per il suo rifiuto di appartenere a chicchessia», scrive De Roux. «Dal 1932 Céline, malgrado il successo, o lo scandalo, fu maledetto. Rifiutò subito di entrar a far parte della “sua” famiglia e, come scriveva, dei “suoi” compagni di strada». Come si sa, a pesare più d’ogni altra cosa sulla sorte di Louis-Ferdinand fu la patacca di «antisemita», che gli rimase impressa in virtù del trittico di pamphlet pubblicati tra il 1937 e il 1941: Bagattelle per un massacro, La scuola dei cadaveri e I bei pasticci. Tre libri su cui il marchio d’infamia è perenne, tanto che non si possono ripubblicare. Almeno ufficialmente, perché vagando per librerie (specialmente online) si possono acquistare ristampe anastatiche dell’edizione Corbaccio, e sempre su internet c’è chi ha reso disponibile il pdf dell’edizione Guanda del 1981. Ma, appunto, bisogna andare a cercare col lume, e al grande pubblico queste opere sono tutt’ora interdette. Un divieto ridicolo, come se l’antisemitismo celiniano potesse oggi far danni. Tanto più che, in quei libri, Céline non se la prende solo con gli ebrei. Ne ha per tutti, hitleriani compresi. Quale fosse poi la ratio del suo antisemitismo, lo spiega proprio Dominique De Roux: «Per Céline», scrive, «il termine Ebreo non ha il suo significato abituale. Non indica un preciso gruppo etnico o religioso: lo dimostra il fatto che sotto questo vocabolo avrebbe potuto raggruppare tutti gli uomini, compreso lui. Il termine, ai suoi occhi, ha qualcosa di magico. Vi ripone tutta la sua paura. L’Ebreo, per lui, è il profittatore della guerra, quello che la voce popolare chiama il mercante di armi, le Duecento Famiglie. Mai questa sensibilità infinitamente soave avrebbe tollerato la minima persecuzione razziale, dato che non poteva sopportare il dolore negli altri, e fondava i suoi princìpi terapeutici non sui veri rimedi, ma sui calmanti e la medicina preventiva. (...) Aveva il progetto di scongiurare il male presente o futuro, pronunciando la parola Ebreo in cui voleva fissare tutta una carica malefica, tutti i crimini di questo mondo che incarna in sé le Erinni, le divoratrici, le cagne grigie dell’alba. Cinque anni dopo, i cani di Himmler, invece di dare la caccia ai criminali vanno a caccia degli innocenti». 
Francesco Borgonovo



sabato 30 maggio 2015

Dominique Venner: Céline e i pamphlet in Un samourai d'Occident



La virulenta polemica anticristiana di Céline*
di Dominique Venner

Considerato come il più grande scrittore francese del XX secolo, rinnovatore della lingua e dello stile, posseduto da una specie di delirio profetico, Louis-Ferdinand Destouches, alias Céline, costituisce un altro esempio di ribellione radicale. Gravemente ferito nel corso dei primi combattimenti del 1914, venne decorato e riformato. Avendo intrapreso studi di medicina, discusse la tesi nel 1924 sulla vita e le opere del Dottor Semmelweis. Entrato nel Servizio di Igiene della S.D.N., fu inviato in missione negli Stati Uniti, in Europa e in Africa fino al 1927. Cinque anni dopo pubblicò Voyage au bout de la nuit, accolta come un'opera letteraria capitale. Proprio come Léon Daudet ne l'Action française, l'intelligentsia di sinistra riservò un'accoglienza calorosa a un autore che sembrava appartenergli, ma il medico-scrittore era restio a ogni intruppamento. La pubblicazione di Mea culpa (1936), dopo un viaggio in U.R.S.S., mostrò che non si era lasciato ingannare dal paradiso sovietico. Questo libro consumò il suo divorzio con una sinistra che i comunisti dominavano. Presagendo una nuova guerra, Céline ne attribuì la responsabilità a una cospirazione ebraica. Uno dopo l'altro, pubblicò due pamphlet che lo fecero subito apparire come un rabbioso antisemita: Bagatelle pour un massacre (1937) e L'École des cadavres (1938). Vituperando la guerra e le carneficine future, denunciava a modo suo “la coalizione del capitalismo anglosassone, dello stalinismo e della lobby ebraica” il cui obiettivo (secondo lui) era di inviare al massacro la gioventù francese in una guerra franco-tedesca dove la prima non sarebbe intervenuta che dopo lo sfiancamento dei combattenti sacrificati.
In un genere abbastanza diverso, Céline pubblicò nel 1941un nuovo pamphlet, Les Beaux Draps, forse l'unica delle sue opere che riluca di un leggero alone di speranza. Accanto a una celebre tirata sul “comunismo Labiche”, consegnava una meditazione poetica sullo spirito della Francia, scritta nello stile delle ballate e dei virelais del XV secolo, non senza qualche zampata molto ingiusta data a Montaigne.
Questo libro curioso, dove l'antisemitismo, sebbene presente, è piuttosto sfumato, portava stavolta un furibondo attacco alla predicazione cristiana, ultimo rifugio del regime di Vichy che disprezzava: “Diffusa tra le razze virili, tra le razze ariane detestate, la religione di “Pietro e Paolo” svolse il suo dovere in modo ammirevole, ridusse in povertà, in sottouomini a partire dalla culla, i popoli sottomessi, le orde ebbre di letteratura cristica, lanciate smarrite rimbecillite alla conquista della Sacra Sindone, di ostie magiche, abbandonando per sempre i loro Dei di sangue, i loro Dei di razza... Ecco la triste verità: l'ariano non ha mai saputo amare, adulare che il dio degli altri, mai avuto una propria religione, una religione bianca... Quello che adora, il suo cuore, la sua fede, gli vennero forniti di sana pianta dai suoi peggiori nemici...” Nietzsche aveva detto la stessa cosa con altri termini.
L'opera venne proibita dai servizi di Vichy nella zona meridionale e suscitò le più vive riserve del Propaganda Abteilung...

* Da Un samourai d'Occident, traduzione Valeria Ferretti e Andrea Lombardi

venerdì 29 maggio 2015

"La morte di Céline" e i suoi céliniani irregolari!

Mandateci le vostre foto a ars_italia@hotmail.it e sarete pubblicati in questa gallery!
 




[testo del post sopra]
Questa ve la voglio raccontare. È una storia vera. Giuro.
L'altro giorno stavo finendo di bere una bottiglia di vino bianco, quando di colpo ho sentito un rumore fortissimo provenire dalla camera da letto. O almeno così ho creduto. Cioè il rumore era forte e ho creduto potesse provenire dalla camera da letto, ma forse mi ero sbagliato non so. Mi sono quindi fiondato in camera con una certa strana sensazione. Un inizio di infondata paura, dato che vivo al terzo piano e a quell'ora nessuno era in casa dato che i miei figli erano a scuola e mia moglie fuori a fare la spesa. Cosa mai poteva essere stato? Di certo pensavo più a un cosa tipo un animale, magari un uccello che ha sbattuto sul vetro oppure un oggetto magari l'asse da stiro piegato che per qualche motivo era caduto sul pavimento facendo tutto quel fracasso.
Insomma pensavo più a un cosa, giammai pensai a un chi.
Ma di colpo un altro rumore come di passi incerti mi raggiunse l'orecchio. Con un terrore da bambino che lascia un retrogusto di ferro in bocca e un lampo accecante negli occhi, presi il bastone della scopa e mi diressi verso la sala da dove arrivava quel rumore. Ancora adesso mi chiedo quale arcana forza mi mise in marcia verso l'ignota paura? Cosa ci spinge a volte verso un fastidioso è scomodo dovere resta per me un mistero, un mistero che nemmeno il concetto dell 'io devo' categorico Kantiano hai potuto convincermi. Ma questa è un'altra storia.
Quando svoltai dal corridoio alla sala non ero davvero preparato per quello spettacolo: al centro della sala, in piedi davanti a me si ergeva un'Uomo Ragno sovrappeso in evidente stato di imbarazzo. Notai subito la fronte imperlata di sudore che emergeva come un quadro impressionista dalla maschera che si era tirato su forse proprio per il troppo caldo patito o il troppo sforzo.

'E lei chi cazzo è?' Feci con una smorfia di rabbia, mista a paura diventata aggressività.
Il tipo mi guardò con faccia stupida, quasi delusa e poi mi disse 'ma non vede? Sono l'Uomo Ragno!'
Io cercavo di riprendermi da quello che per un attimo pensai essere uno strano brutto sogno, poi dissi la prima cosa che mi passava per la testa 'ah sì e cosa vuole da me?'
L'uomo ragno si rimise la maschera e mi fece 'voglio che tenga il segreto sulla mia identità, nessuno sa che consegno libri per Andrea Lombardi '.
Scoppiai a ridere, non so ancora perché, ma così feci. Mi risvegliai per terra dopo un sonno strano, pensando a uno strano sogno.

Che mi crediate o no, sul letto in camera trovai, assieme a un paio di occhiali e un ukulele mai visto, questo libro 'La morte di Céline' di Dominique De Roux.
Ne ho scattato una foto per dimostrarvi che non sono pazzo.
 






martedì 19 maggio 2015

"La morte di Céline" recensito da Adriano Scianca su Il Foglio e Primato Nazionale



 “È stato come non andarci per niente. / Céline era morto. / Non c’era nessuno / sedersi al tavolino di un caffè / era come attirare sguardi guardinghi dagli altri / clienti / tutti sicuri di essere / più importanti di / te. / Il cibo era troppo caro per mangiare. / Una bottiglia di vino ti costava / la mano sinistra. / Céline se n’era andato. / E Picasso stava morendo. / Parigi era il niente più assoluto”.
Dalla capitale francese, in realtà, il dottor Louis Ferdinand Auguste Destouches se ne era andato tanto tempo prima, ma la cosa non sembrava attenuare la delusione di Charles Bukowski, che in questi versi faceva dello scrittore l’essenza stessa di una città, di una nazione, di una letteratura e di un’epoca.
Paradossale, ma forse no, per uno che la bella società della Rive Gauche aveva scelto di osservarla da lontano, dalla sua casa di Meudon, che vagamente ricordava il Bates Motel di “Psycho”, ma dove non poteva esserci la stessa tensione perché a un certo punto faceva irruzione sulla scena questo vecchio scorbutico vestito da barbone che imprecava contro la moglie Lucette mentre dava da mangiare a Bébert, il gatto più famoso della letteratura francese, tenendo sulla spalla il pappagallo Toto.
È isolandosi dal mondo, odiandolo, maledicendolo che Céline è riuscito a rispecchiarlo. È imprecando contro la modernità che Céline ne ha creato la lingua. Proprio per questo, la morte di Céline ha a che fare con lo spirito del tempo.
La morte di Céline è anche il titolo di un bellissimo pamphlet di Dominique De Roux appena uscito in libreria (Lantana, pp. 135, € 16,00). Scritta come uno scintillante flusso di coscienza, céliniano ma non “à la Céline”, l’opera fu pubblicata in Francia nel 1966, contribuendo in maniera determinante a riaprire il dossier sull’autore del Voyage.
Pagina dopo pagina, scorrono fiammeggianti immagini apocalittiche: “Nell’assenza quindi di qualsiasi letteratura che divenga il destino mondiale, il nostro cammino va avanti, giorno e notte, tra cani e lupi, sui termitai di parole decadute, ripudiate dall’essere”.
La morte di Céline avvenne il 1 luglio 1961, in una giornata di caldo torrido, ma nessuno ne parlò, anche perché fece molto più rumore la fucilata che a poche ore di distanza si sparò Ernst Hemingway (“Ernie. Pensavo che ti fossi sparato un colpo di fucile da caccia”, recita maligno un altro verso di Bukowski). Il 29 giugno aveva terminato Rigodon. Due giorni dopo venne colpito da aneurisma e morì per la successiva emorragia cerebrale.
Viene sepolto non a Père-Lachaise, come aveva richiesto più per dar fastidio che per brama di pubblici onori, ma al cimitero di Meudon. Alle esequie ci sono quattro gatti, più un gatto vero e proprio che gironzola intorno alla tomba: Roger Nimier, Claude Gallimard, l’attrice in odore di collaborazionismo Arletty, e ovviamente Lucette. Ma nessuno di quelli a cui i romanzi di Céline avevano insegnato i rudimenti linguistici di quest’epoca di senso deflagrato.
Per De Roux, del resto, “Céline fu ucciso dai suoi colleghi scrittori; da questa consorteria di gentucola unita (in ogni epoca) per autocompiacersi del proprio talento e scacciare l’uomo libero, lo scrittore senza compromessi, colui che finisce in cella, in fin dei conti, per il suo rifiuto di appartenere a chicchessia”.
Contro questa mafia editoriale, Dominique De Roux lotterà per tutta la sua breve ma intensa vita (si spegnerà nel 1977 per problemi cardiaci). Suo nonno, Marie de Roux, era stato l’avvocato di Charles Maurras e dell’Action française. Suo figlio, Pierre-Guillaume, dirige oggi la casa editrice omonima che ha pubblicato il libro testamento di Dominique Venner e il sulfureo Elogio letterario di Anders Breivik, scritto da Richard Millet.
Proprio nel 1961, Dominique de Roux aveva fondato i Cahiers de l’Herne. Si imporranno grazie al terzo numero, dedicato appunto a Céline. Prima ce n’era stato uno su Bernanos, dopo ce ne saranno altri su Pound, Ungaretti, Lovecraft, Solgenitsin, Meyrink, Koestler, Péguy e Abellio. In seguito dialogherà con i poeti della beat generation e si accapiglierà con i marxisti di Tel Quel. Non farà in tempo a vedere le conventicole del mestiere letterario rinverdire la ferocia di un tempo, ma senza più bisogno di fingere di scrivere davvero. Ma questo è solo un colpo di fortuna.

Adriano Scianca
(articolo uscito sul Foglio di sabato 16 maggio 2015 e su Primato Nazionale il 17 maggio)

sabato 25 aprile 2015

Recensione di Stenio Solinas a "La morte di Céline", su Il Giornale





Il destino di Céline che abbandonò la vita per la letteratura

di Stenio Solinas


La biografia firmata da De Roux è una meditazione sulla morte e sullo stile: "Aveva rischiato per tutti quelli che non rischiano niente, lecchini e giustizieri. 

Dopo l'uscita di La mort de L.F. Céline, Abel Gance, un nome che da solo incarna il cinema, definì il libro «una delle più grandi pagine della nostra letteratura» e il suo autore, Dominique de Roux, uno di «quegli illuminados » sopravvissuti alla modernità.

«Quando si scava volontariamente il fossato che vi separa dagli altri - si finisce per scavare la propria tomba - ma i geni la superano e se la lasciano alle spalle. Si accorgono allora di non poter tornare indietro perché, come dice Nietzsche, “il precipizio più piccolo è il più difficile da riempire”. La tragedia dei grandi uomini comincia allora, morti o vivi, quando hanno superato la loro tomba».

A quel tempo de Roux aveva appena compiuto i trent'anni, Gance stava per toccare gli ottanta, ma a essere «più vecchio di se stesso» il primo era abituato: gli era successo con Ezra Pound, con Gombrowicz, con Borges, numi tutelari e solitari che si era messo sulle spalle e aveva riportato al centro della scena. A vent'anni aveva già fondato una rivista e scritto il suo primo romanzo, a venticinque una casa editrice da dieci titoli l'anno. La sua era un'esistenza compressa e insieme dilatata, una bulimia di esperienze propria di chi viveva con la morte in tasca: un «soffio al cuore» ereditario senza scampo, a meno di non ritirarsi ai margini, «pensionarsi» nell'illusione così di risparmiarsi. Morì che non ne aveva ancora quarantadue, lasciandosi alle spalle un pugno di libri editi e qualcuno inedito; una serie di reportage sulla guerriglia nell'Africa allora portoghese; un ruolo di consigliere politico di Jonas Savimbi, il capo dell'Unita, il movimento di liberazione antimarxista dell'Angola; un numero incredibile di polemiche giornalistiche e letterarie, prese di posizione, rotture, censure, accuse, maldicenze. «È inutile sforzarsi a invecchiare, ogni riuscita è impossibile, minati come siamo dalle nostre necessità di rottura».


È anche alla luce di questa esistenza di corsa e da corsaro delle idee che quel libro su Céline acquista un valore particolare e ora che per la prima volta è qui da noi tradotto ( La morte di Céline , Lantana editore, pagg. 135, euro 16, traduzione di Valeria Ferretti, a cura di Andrea Lombardi), il lettore italiano capisce di avere di fronte non tanto una biografia o il profilo di uno scrittore, ma una meditazione sulla morte e sullo stile, sul valore e il senso della letteratura, sul ruolo stesso di chi la fa. «L'opera di Céline resta uno degli enigmi esemplari del nostro tempo. È la scrittura a condannare Céline; è anche colei che lo salva». Come nota nella sua introduzione Marc Laudelout, editore del Bulletin célinien , la più incredibile e informata rivista sull'autore del Voyage , «mai in così poche parole il destino tragico di Céline sarà così ben definito».




Proprio perché non è una biografia in senso classico, e proprio perché scritto negli anni in cui il vero e il falso su Céline erano ancora strettamente mischiati, il libro di de Roux conserva qualche cliché céliniano (la trapanazione del cranio mai avvenuta, la copertina dell' Illustré National mai esistita, il lungo viaggio attraverso la Germania in fiamme che in realtà fu breve...) di cui il tempo ha fatto giustizia. Anche la natura dell'antisemitismo di Céline gli sfugge, ponendosi egli sulla scia di quell'interpretazione-metafora di André Gide che ormai non regge più. Non gli sfugge però già allora la natura del suo razzismo, nata sull'ossessione per la decomposizione del mondo moderno, basata sul culto della salute e della bellezza come possibile rinascita.


Di là da ciò, La morte di Céline è, come già accennato, una meditazione sulla scrittura. «La parola letteraria non ha più senso. Scrivere, e ancor più scrivere in francese, sembra essere la proiezione di una certa decadenza, di un totale fallimento di se stessi». Si avanza insomma su «termitai di parole decadute», intorpiditi nell' art and business , dove i critici si auto-proclamano creatori e gli scrittori pensano alla carriera, mai all'opera. «Pubblicano e pubblicano, sono delle pulci, ma non se ne rendono conto. Dandies paurosi come conigli, “vecchi parrucconi” della mia generazione». È l'epoca della colonizzazione dei premi letterari e dell'imperialismo degli editori: «Il prestigio si riduce al vuoto, un folclore di cretini si sostituisce alla crudeltà della poesia; la chitarra la venale vanagloria del disco, e tutte quell'esperienze ridicole, così l'Europa dell'anno I dell'era atomica».


La morte, spirituale prima che fisica di Céline, vuol dire proprio questo, il venir meno di un destino. «Céline attribuiva al poeta il potere di cambiare il mondo! Scrivere pamphlet inauditi fu il suo destino, perché voleva che la sua protesta fosse udita. Passare il limite equivaleva a screditarsi. Abbandonava la vita per la letteratura, pratica opposta a quella di Rimbaud». Isolato nel suo miraggio dell'uomo leggendario, Céline aveva capito che «le masse de-spiritualizzate, spoetizzate sono maledette».


Il fatto è che per de Roux «la carriera dell'uomo di letteratura non richiede né audacia né capacità. Si basa su così tanti stratagemmi infimi, che il primo venuto può arrampicarsi facilmente e ingannare il pubblico, con la complicità della moda del momento». Niente a che vedere, insomma, con uno che «aveva rischiato per tutti i letterati che non rischiano niente, lecchini e giustizieri. Aveva voluto essere il messaggero della totalità. Ma all'ultimo atto della tragedia, la catastrofe si esprime da sé in sentenza di morte. Si voleva che niente restasse di Céline».


Così, il pamphlet che gli dedica è una sorta di chiamata alle armi: «In Francia siamo in territorio nemico. Noi saremo sempre in territorio nemico. Gli scrittori che non vogliono sottomettersi alle parole d'ordine, alla macchina delle critiche ufficiali, che lotteranno contro le leggi e la vile dittatura delle mode, che dimostreranno con la loro opera vivente, con la provocazione delle loro vite - contro i traditori incoscienti e i falsi testimoni di professione, contro le razze degli spiriti prostrati - costoro raggiungeranno le sparse membra di Céline in questo deserto dei Tartari dove egli monta la guardia contro chi non giungerà mai». Da allora è passato mezzo secolo e purtroppo non è cambiato niente.

(Recensione apparsa su Il Giornale, 24 aprile 2015).

sabato 18 aprile 2015

LA MORTE DI CÉLINE, di Dominique de Roux, in libreria!



'Abbiamo scelto di presentare Louis-Ferdinand Céline dottor Destouches affrontando il problema della Letteratura oggi, poiché Céline fu ucciso dai suoi colleghi scrittori; da questa consorteria di gentucola unita (in ogni epoca) per autocompiacersi del proprio talento e scacciare l’uomo libero, lo scrittore senza compromessi, colui che finisce in cella, in fin dei conti, per il suo rifiuto di appartenere a chicchessia. Dal 1932 Céline, malgrado il successo, o lo scandalo, fu maledetto. Rifiutò subito di entrar a far parte della “sua” famiglia e, come scriveva, dei “suoi” compagni di strada. 

[...]

Céline era un delicato, un giusto sotto la sua scorza d’ingrato urlatore.
Adesso è dappertutto.
L’inchiostro che cola dalle sue vene non perderà mai il suo tono bluastro di verità. Ascoltatelo:
“Non ho mai rinnegato nulla… mai adorato niente… mai aderito a nulla… aderisco a me stesso fin che posso… Il mio cammino e io… è là… da solo… è il viaggiatore solitario quello che va più lontano… Nella vita si entra, si esce, come in una stazione… le partenze… sono spesso un sollievo… ma talvolta anche della pena… autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini… È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire”'.

Dominique de Roux, 1966.

Finalmente in libreria (distribuzione nazionale tramite Messaggerie) il capolavoro di de Roux su Céline: vi giriamo già "in esclusiva" il comunicato stampa dell'editore Lantana con le info per ordinarlo in anteprima!!! Un libro essenziale nella biblioteca degli amanti di Céline e della letteratura!

Dominique de Roux
LA MORTE DI CÉLINE
a cura di Andrea Lombardi
Prefazione di Marc Laudelout • traduzione di Valeria Ferretti
collana: le stelle





pp. 144, prezzo 16 euro
in libreria: 30 aprile 2015


Disponibile su Amazon, Mondadori, Feltrinelli, IBS, Hoepli...


http://www.amazon.it/La-morte-C%C3%A9line-Dominique-Roux/dp/8897012787

http://www.mondadoristore.it/La-morte-di-Celine-Dominique-de-Roux/eai978889701278/

http://www.lafeltrinelli.it/libri/dominique-de-roux/morte-celine/9788897012788