sabato 31 luglio 2010

Buone vacanze a tutti!!!

Per un pò navigherò sulla Genova-Tunisi, quindi avrò qualche difficoltà ad aggiornare il blog; se avete comunque articoli, pensieri, domande, contattatemi pure ai soliti recapiti!!!

Ciao a tutti!!!

Andrea

domenica 18 luglio 2010

La follia controversa di Louis-Ferdinand Céline, di Paolo Badellino

Questo curioso e interessante articolo è apparso sulla Rivista sperimentale di freniatria (!); i céliniani sono veramente partout!

La follia controversa
di Louis-Ferdinand Céline


di Paolo Badellino


Céline, la guerra e la morte

Nella storia dei tempi, la vita è soltanto un’ebbrezza, la verità è la morte.
Céline,
Semmelweis
.

La vecchia Europa piangeva le rovine d’innumerevoli guerre in nome dell’Eguaglianza, si eran mandati allo stesso patibolo il re come il volgo. Con Napoleone, si capì che di morti non ce n’eran stati a sufficienza. Intriso dei precedenti grassi umani, il continente s’incendiò come un pagliaccio di fiera, e per vent’anni nessuno fu più sicuro nel proprio letto. In nome dell’Imperatore, antitesi all’eguaglianza per cui si era morto volentieri prima, la stupidità umana marciò al fischio dei pifferi per ogni viottolo e su ogni filo d’erba. E morì di nuovo. Il che era del resto meglio che il pacifico annoiarsi. Dalle sierre di Spagna al sonnacchioso Don ovunque fu tutto uno spaventevole miserando carnaio. Le croci di Sant’Andrea brillarono di scherno sui pennecchi della Vecchia Guardia. E quei prodi gaglioffi senza dir “bà” si tramutarono in tanti immoti fantocci di neve. Forse sono ancora là... frammisti a quelli dell’epoca che venne dopo... a quelle temperature la vita si decompone un po’ più lentamente. Tutto finì veramente a Waterloo e per un po’ venne detto che di tombe ce n’erano a sufficienza. L’incremento demografico era stato calmierato e per il resto le cose eran rimaste più o meno quelle di prima. Tutto andava bene. Ci si sarebbe fermati lì. Come a non dirlo, il volger della vita di un gatto e scoppiarono nuovi petardi, si rizzarono nuove barricate. A fianco delle vecchie grida generiche “libertà”, “fratellanza”, altre se ne udirono, più nuove: “indipendenza”, “unità”, e maggiorarono l’effetto. Riprese la sarabanda, ci furono altre morti premature e tutto si ricalmò. Come del resto vuole la prassi del mondo, ...la stessa che fece riprender il ritornello subito dopo, e poi ancora, ancora... e sarà sempre così... Ma il secolo correva, ben presto cambiò i cavalli mortali con quelli a vapore, accelerò il ritmo... le barricate sono ormai legna da ardere accanto ai camini, perché le nonnine ci faccian la calzetta per i figli dei sopravissuti... Massimiliano è già stato fucilato, già i prussiani han violato l’arco di trionfo e pure l’Italia s’è fatta... Altre colombe di pace, qua e là, svolazzarono tra le ultime cannonate. Ancora qualche anno e gli schioppi taceranno del tutto, si poseranno sui cappelli delle damine della Belle Epoque. Un altro po’ di tempo, e prenderanno il loro posto gli aeroplani. Ma senza correr troppo, e venendo al sodo, fu dunque sotto buoni auspici, alla fine di un piuttosto turbolento secolo, e nel suo periodo migliore, l’unico di tremolante pace, ritmato dai valzer viennesi, che nacque, in una cinguettante primavera, alle lacrime e al mondo − e senz’altro nel nascere strillò più forte di tutti − in un buio paese sulla via per Parigi, Louis-Ferdinand Destouches, al secolo Céline. Esattamente, il 27 maggio 1894. Dopo di che, la mente di coloro che l’avessero letto non sarebbe più rimasta quella di prima. Il padre, Ferdinand-Auguste Destouches, fatuo incapace con una laurea in lettere inventata, in realtà impiegato all’ultimo gradino di una compagnia di assicurazioni, era sotto tutti i punti di vista persona che al piccolo Louis-Ferdinand mai sarebbe potuta piacere; la madre, Marguerite Louis Céline Guilloux, dall’aspetto dolce e indifeso, e a un tempo energica, tanto da mandare avanti lei con i suoi poveri commerci la baracca familiare, rimase probabilmente, per quanto il futuro scrittore mai lo volesse ammettere, l’unica figura nella sua infanzia da cui ricevette e a cui si sentì di dare affetto. Il suo pseudonimo di battaglia, poi, Céline, non è altro che uno dei tre nomi della madre. È l’unico timido riconoscimento in una vita a cui il mondo intero sembrerà nemico: “Notre vie est un voyage dans l’Hiver et dans la Nuit, Nous cherchons notre passage dans le Ciel où rien ne luit” (Canzone delle Guardie Svizzere: 1793). È, quella citata, l’epigrafe al sua primo grandissimo romanzo, il Voyage au bout de la Nuit, che di punto in bianco lo consacrerà scrittore di genio. Ma lasciamo, tornando alla figura dei genitori, che Céline stesso ce li descriva in Morte a Credito, il suo secondo altrettanto grande libro: “Mai ci sentimmo la pancia veramente piena. Mia madre rimestava le casseruole. Era già in sottoveste per via delle macchie del pastingolo. Si lamentava che non apprezzasse abbastanza, il suo Auguste, la sua buona volontà, le sue difficoltà del commercio... Lui ruminava la sua scalogna su un angolo della tela incerata... ogni tanto dava segno di voler sbottare ... Lei cercava di fargli animo, sempre e comunque. Ma l’ira esplodeva in lui senza ritegno nel preciso istante in cui lei tirava il lume a sospensione, il bel globo giallo ad asta dentata: Clémence! Ma via! Perdio! Vuoi incendiar la casa? Quante volte te l’ho detto di prenderlo con tutte e due le mani?. Lanciava urli spaventosi, pareva gli dovesse scoppiar la lingua tant’era indignato. Nel gran trasporto arrivava a farsi di carminio, gonfiava tutte le penne, i suoi occhi roteavano come quelli di un drago. Era atroce guardarlo. Ci prendeva una fifa matta a me a mia madre. Finché lui spaccava un piatto e ce n’andavamo a dormire ... Voltati verso il muro! porcaccioncello! Non ti girare!. E chi n’aveva voglia ... sapeva tutto ... Mi vergognavo ... Eran le gambe di mamma, quella piccina e la grossa ... Zoppicava ancora un po’ da una stanza all’altra ... Lui cercava di attaccar briga ... La mamma insisteva per finger di rigovernare ... Accennava un motivetto per render più allegra la seduta ... E il sole dai buchi del tetto veniva a trovarci a letto...”. Se questi eran tra i primi ricordi d’infanzia di Céline, l’amore istintivo che tutti portiamo alla vita non poteva non essere deluso. È, del resto, la grande delusione che tutti proviamo attraverso la presa di coscienza dell’adolescenza. C’è chi la supera e chi no, tutto qui ... Per l’intera vita si scontrò con le brutture del mondo senza mai riuscire ad accettare in pieno l’orrore dell’inganno rispetto alla primitiva illusione infantile. C’è uno stadio, secondo Freud, in cui il bambino varcherebbe i continenti con gli stivali delle sette leghe, farebbe piroettare i mondi su un dito: da questo senso di onnipotenza alcuni individui non passerebbero mai a dimensioni più reali e questo fatto potrebbe in loro essere causa di situazioni psichiche patologiche. Ce ne sono altri invece, a cui gli occhi si aprono troppo, al punto che rimangono schiacciati dall’atrocità assurda della realtà. Céline, indubbiamente, fu uno di questi. Tutte le sue invettive non sono altro che l’urlo del disinganno e al tempo stesso una disperata dichiarazione d’amore alla vita quale la vagheggiò un tempo − quella sognata nella prima infanzia, colma di luci e colori, che avremmo voluto anche noi ... di cui poco ci parla, ma che non fatichiamo ad intuire. E tutte le “allucinazioni”, tutti i “deliri“ che ne vennero, sempre meno controllati con il passar degli anni, sono quelli che detta la stessa realtà a un animo sensibile affamato d’assoluto ... a un adolescente eterno sempre più solo e offeso... − chi disse un tempo, paradossalmente Céline un San Francesco che al Credo aveva sostituito la Denuncia, non era molto discosto dalla realtà. Le sue illusioni si consumarono già alla fine dell’infanzia, lasciando soltanto le ferite a bruciare. La morte e la sozzura fecero il loro ingresso a vessilli spiegati nel momento stesso in cui nacque la coscienza della loro esistenza. Le illusioni caddero ed i frammenti andavano rimossi perché non sarebbero serviti ad altro che a soffrire di più. Ma il processo fu sempre ben lungi dall’essere compiuto e l’offesa rimase sempre presente... In più, quando le faccende della comune vita sono particolarmente tristi, è piuttosto facile sognare. È una forma di lenimento che la natura ha dato all’uomo per rendergli meno truci i primi anni. Quanto più le cose sono effettivamente tristi, tanto più la fantasia si apre a spiagge e foreste sconosciute. I castelli si alzan così forti nella fiaba sognata, da cacciar con le guglie più alte perfino la morte. E al Passage, di realtà belle ce n’erano poche. Il piccolo commercio di passamaneria della madre a Courbevoie era fallito e i Destouches vi ci si eran malgrado loro dovuti trasferire, al passage Choiseul, a Parigi, quartiere squallido più che semplicemente popolare, in cui l’aria stessa era una cappa troppo pesante e dove su tutto regnava l’essenza di una vita domestica misera: “Infanzia al Passage! Anni squallidi più che miserabili...” “Ricordo il Passage Choiseul come l’immancabile bollitura della pasta” (Céline, Morte a Credito). Da un biografo lo scrittore, ormai morto e famoso, così venne descritto nel passaggio dalla tarda infanzia all’adolescenza: “Ormai non era più bambino ed entrava dolcemente (sic!) nell’adolescenza. Spaccone, briccone, ficcanaso e curioso, guardava la vita come si assiste a uno spettacolo, attirato più dal lato paradossale, ridicolo o burlesco delle cose. Fisicamente era un bel ragazzone dai grandi occhi azzurri, un irresistibile sorriso che sapeva usare, un riso che partiva come un colpo di fucile. Turbolento e impulsivo, somigliava a quei figli unici che crescono in fretta per sfuggire all’asfissia di una cellula familiare troppo angusta” (Gibault). Quel che il biografo troppo ottimista non seppe rilevare fu che Céline, dei figli unici, abituati più degli altri a considerarsi il centro dell’Universo, conserverà il disperato egoncentrico narcisismo, il trionfo dell’Io che si isolerà sempre più nel suo non dialogo con l’esterno e la sua inevitabile rovina. 1914 ... si è spento l’ultimo giro di valzer ... Altro che colombine della pace ... alla prima salva son volate via, insieme ai cappelli ... Tuonano i cannoni d’agosto − è la storia, che dopo la farsa si è rimessa a far sul serio. Che fa Céline all’ospedale ausiliario di campo n. 6? Ma senza correre, − ci sono altri anni di mezzo, piuttosto lerci, privi in fondo di grandi cose, che invano cercherà poi di colorare ... Nella vita, le guglie dei castelli di Fantasia, altro che la morte, non caccian manco la piuma dell’ultimo spelacchiato passero ... Lo troviamo il nostro Céline, appena fuor di adolescenza, in Germania a imparare il tedesco, quindi a Rochester perché facesse lo stesso con quel po’ d’inglese che gli sarebbe servito per i commerci ... a tale augusta carriera i suoi volevano infatti avviarlo − siamo nel 1907-1909 ... ed eccolo di nuovo a Parigi, fattorino per l’appunto, ... lo stesso quindi a Nizza − dove, a sentirlo, si sarebbe fatto fare un autografo da Francesco Giuseppe. Ma ricordiamoci che Céline, in mezzo a tante verità universali che ha illustrato come nessun altro, di se stesso ha spesso narrato spacconate e falsità. Dopo quanto riassunto lo troviamo a Parigi, Baccalaureat da privatista, quindi corazziere nel dodicesimo reggimento, caserma di Rambouillet. Il fisico di ruolo c’era, la tempra forse, un po’ meno. Siamo nel 1913. Si spiega come un anno dopo lo si ritrovi su di un lettuccio d’ospedale, medaglia d’oro del “Gran Quartier Generale delle Armate dell’Est”, per, motivazione ufficiale, “in collegamento fra un reggimento di fanteria e la sua brigata, essersi offerto spontaneamente di portare sotto un fuoco violento un ordine che gli agenti di collegamento della fanteria esitavano a trasmettere. Ha portato quest’ordine ed è rimasto gravemente ferito nell’azione”. Molto abilmente, soprattutto per le donne, la ferita al braccio che effettivamente ricevette diventerà nei suoi romanzi una ferita alla testa. Trapanazione del cranio. Addirittura con placca di metallo. E la nuova mansione che gli daranno poi, non più abile al fronte, di addetto ai passaporti al Consolato generale di Londra, diventerà lavoro per il controspionaggio. Ne avrebbe approfittato per conoscere Mata Hari. Le solite continue, patetiche menzogne con cui cercherà di attribuirsi un esistenza unica, di nobilitarla per quanto possibile, in contrasto strano con il fango grottesco di cui si divertirà sempre allo stesso tempo a ricoprirsi. Esalterà fasulle origini nobiliari da una parte, dall’altra si descriverà come trippe e vomiti al vento. Si dirà nato per fare il dittatore e dirà sempre in balia dei propri impulsi, e ancor più del caso e delle altrui decisioni. In parte un gioco, filtrato dal suo spirito tragico e mirabolante, ma i cui confini sfumano nel delirio di potenza del paranoico, per poi rasentare subito dopo quello di rovina del maniaco depressivo. Lo salva fin qui, dalla diagnosi di folle, la lucidissima ironica coscienza con cui quando la corda sta per spezzarsi butta tutto sul ridere, giusto per darsi una scrollatina e riprender la via, fino al centro della notte e oltre, per conoscerla almeno la propria rovina, visto che è il massimo che si può fare ... E se pure l’ironia, lo spirito del grottesco non ci fossero, egualmente bisognerebbe rilevare come Céline in fondo adotti il linguaggio catastrofico del delirante senza adottarne i contenuti. Il delirio, per essere effettivamente tale, deve avere almeno due caratteristiche da cui non si può prescindere: 1) essere di importanza centrale nella visione del mondo del delirante; 2) al medesimo tempo deve essere inaccettabile dal buon senso comune giustificato secondo la cerchia sociale del delirante. Ora, se è pur vero che i soliloqui così simili a quelli del pazzo di Céline hanno parte di assoluta rilevanza nella sua personalità, lo è altrettanto che vanno al centro della visione della vita che più o meno si forma chiunque al problema abbia dedicato un po’ di tempo. Naturalmente Céline va anche oltre, è il re dell’eccesso, ma sempre nel senso di illustrare meglio, con più lucidità e drammaticità, l’assurdo e l’orrore della vita come sono sentiti da molti, nel nostro tempo più che in altri. Basterebbe questo per prosciogliere Céline dall’accusa di paranoia. E se ci si potesse fermare alla visione fondamentale della vita, se non ci fossero i cosiddetti libri dell’infamia, i libelli antisemiti, a causa dei quali, quando non si potesse darne una chiave interpretativa, meglio per lui sarebbe esser considerato pazzo piuttosto che mostro, il discorso sarebbe definitivamente chiuso. Raccogliendo di nuovo i fili del discorso, Céline, con la lucidità del genio o la brutalità del folle che si voglia, ha illustrato come nessun altro la nostra condizione di sacchetti labili di aminoacidi vaganti o, per dirla con sue parole, di “putrefazione in sospeso”, e via via più calcando la mano quanto più si avvicinava la sua di morte, senza secondo me che venisse mai meno la lucidità di fondo. Infatti, se la sua estrema lucidità lo portò a sofferenze anche atroci, egualmente non finì a farneticare chiuso in una torre come Holderlin, né mai si sognò di seminare sassolini affinché diventassero tanti piccoli Maupassant. Questo potrebbe non voler dire niente; di folli, probabilmente, ce ne sono più liberi che in gabbia. Specialmente i più pericolosi. In ogni caso ha un ulteriore senso occuparsi in un lavoro di psichiatria di Céline, in quanto, oltre a gettar luce sulle indubbie molte particolarità, si ha a disposizione anche il pretesto per indagare tra le righe le affascinanti tematiche della follia e del genio, spesso confuse tra di loro e pure così dissimili. Alla base probabilmente un’eccessiva sensibilità, la sofferenza come conseguenza a questa, la follia e il genio entrambe una differente risposta a questa sofferenza, ma in senso diametralmente opposto: un tentativo di non soffrire più la realtà esterna, resa insopportabile dalla basilare ipersensibilità la follia, cadendo però in una condizione ancora più tragica; una risposta creativa invece, vitale, il genio. Nel primo caso la mente che non ha retto alla sofferenza, nell’altro, una piena accettazione della medesima che l’indagare sul filo dell’eccezione comporta. A Céline, credo, toccò questa seconda via. La morte, con cui Céline venne a contatto in quell’immane carneficina che fu il primo conflitto mondiale, per tutta la sua esistenza non dovette più abbandonarlo. Ci sono uomini, come i poeti, i soldati, i medici, i viandanti, che riescono, con la morte, a conviverci, stipulando quasi un patto di reciproca tolleranza. Ed è questa la loro unica speranza di sopravvivenza senza cedere alla follia, perché la morte la incontrano ad ogni angolo. Céline, che fu tutte e quattro queste cose, dovette alla fine sognarsela di giorno e di notte. Dovette allora venire a patti: l’avrebbe illustrata in maniera orribile e precisa. In cambio, questa non avrebbe più cessato di tormentarlo. “Si può essere vergini di orrore come lo si è di piacere. Ma come avrei potuto immaginarmi un orrore simile lasciando la Place Clichy? Chi avrebbe mai immaginato, prima di andare in guerra, tutto ciò che conteneva la sudicia anima eroica e pigra degli uomini? Ora ero preso in quella cosa immensa, verso il delitto in comune, verso il fuoco” (Céline, Voyage au Bout de la Nuit). “Le morti più prelibate, lo tenga bene in mente, Ferdinand, sono quelle che ci colgono nei tessuti più sensibili ... Parlava prezioso, ricercato, fine Metitpois, come tutti gli uomini degli anni di Charcot. Non gli è servito a molto il compiere ricerche sulla rolandica, la terza, il nodo grigio ... È morto di cuore, finalmente, ma in condizioni niente affatto toghe ... Un bel coccolone per angina di petto, una crisi durata venti minuti. Resistette bene per centoventi secondi con tutte le sue reminiscenze classiche, la sua energia, l’esempio di Cesare ... Ma per diciotto minuti ha urlato come un’aquila ... che gli stavan strappando il diaframma, tutte le trippe ancor vive ... Che gl’infilavano diecimila coltelli aperti nell’aorta, ... tentava di vomitarceli addosso ... Non son balle. Si strisciava per terra nella stanza ... si sfondava il petto ... ruggiva sul tappeto ... nonostante la morfina. Era un rimbombo da un piano all’altro fin davanti a casa sua ... Finì sotto il pianoforte. Le arteriuzze del miocardio, quando scoppiano una dietro l’altra, sono un’arpa mica delle solite ... È un peccato che nessuno si salvi dalla angina di petto. Ci si guadagnerebbe in saggezza e genio tutti quanti” (Céline, Mort a Credit) “Nei due padiglioni, la febbre per un istante minacciata trionfa ... Impunemente uccide, come vuole, dove vuole, quando vuole ... A Vienna ... 28% in novembre ... 40% in gennaio ... il cerchio si allarga intorno al mondo. La morte conduce la danza ... intorno campanelle ... A Parigi da Dubois 18% ... 26% da Schuld a Berlino ... Da Simpson 22% ... a Torino, su 100 puerpere, ne muoiono 32” (Céline, Semmelweis). La medesima morte suggerì alle parche come dovessero reggergli i fili della vita. Per tormentarlo meglio, lo indussero a scegliersi ad un certo punto la professione di medico. Scampato alla guerra, rabberciato il braccio, dopo una parentesi Rimbaudiana in Africa, sorvegliante in una piantagione, ed una volta rientrato in Francia un matrimonio con Edith Follet, figlia di un medico, lo troviamo prima a Rennes e poi a Parigi, studente alla Facoltà di Medicina, scienze in cui si laureerà il primo maggio 1924, a trent’anni. La tesi, La vie et l’oeuvre de Philippe Ignace Semmelweis, un volumetto di poche pagine in cui non è difficile trovare le ossessioni che gli perseguiteranno l’esistenza fino a rasentare la follia: La morte appunto, a cui non fu certo estranea la scelta degli studi medici: “Un ammirazione enorme per i medici. Ah, mi sembrano straordinari, loro. È la medicina che mi appassionava. Mi sembrava un tipo miracoloso, che guariva, che faceva cose incredibili con i corpi. Lo consideravo un mago, assolutamente” (Céline, Colloqui con il professor Y). E poi la solitudine, che di Semmelweis come di Céline riempirà la vita; l’ebreo, in Semmelweis già presente sotto altra veste; la paura; la lotta e la follia degli uomini. Tutti i suoi anni a venire danzeranno, inciamperanno intorno a questi temi fondamentali. Il resto della sua vita sarà pura cronaca su binari ormai prefissati. Al Céline trentenne, uomo inquieto e medico nella banlieue parigina, le cose importanti sono già tutte accadute. Quanto gli capiterà poi, le sue scelte e il suo destino, non saranno dunque altro che conseguenza dei meccanismi mentali, dei pensieri dominanti che in lui si erano formati. In anni in cui lo strapotere dei sogni infantili sarà di fatto in mano a pazzi particolarmente pericolosi, non gli resterà − come in altri tempi a Foscolo − che l’effimero potere delle lettere. Ne farà un uso dirompente. La medicina, in omaggio all’ossessione numero uno, continuerà ad esercitarla per tutta la vita. Fantoccesca e ridicola, povera di potere che gli apparve, rimase tuttavia l’unica parvenza di baluardo contro la morte. Il vagabondare inquieto, il romanzo, le lunghe gambe delle ballerine, saranno egualmente tentativi falliti in tal senso. La vita di Céline passò. La sua opera, soltanto ora, sta assurgendo alla fama che merita, in blocco. Per i detrattori negli ultimi anni la sua ragione si affievolì, ma non tanto − si può aggiungere − da non permettergli di dedicare l’ultimo suo libro, Rigodon, “Aux Animaux”, un ultimo esempio di come avesse capito a fondo gli uomini. Morì la sera stessa in cui l’ultimò. Evidentemente la morte non resse a quest’ultimo spogliarello a cui fu costretta e diede ordine alle parche di ucciderlo, di tagliare il filo. La diagnosi, un colpo apoplettico. Innocente coperto di fango, lo seppellirono pochi amici e l’ultima moglie nel cimitero di Meudon, sotto una pioggia fine, il primo luglio 1961.


mercoledì 7 luglio 2010

domenica 4 luglio 2010

Louis-Ferdinand Céline ed Edward Hopper lungo la Senna



Bisogna anche avere un coraggio da caporale, a Rancy, soprattutto quando invecchi e sei proprio sicuro di non uscirne più. Alla fine del tram ecco il ponte appiccicoso che si lancia sopra la Senna, questa grossa fogna che fa vedere tutto.

Lungo gli argini, la domenica e la notte la gente si arrampica sui cumuli per fare pipì. Gli uomini, li rende cogitabondi sentirsi davanti all'acqua che passa.

Pisciano con un sentimento d'eternità, come i marinai.

Le donne, quelle non meditano mai.

Senna o no.

martedì 29 giugno 2010

Polemiche di Louis-Ferdinand Céline, recensione su Panorama


Bella recensione (i tempi sono veramente cambiati per LFC...) di Polemiche su Panorama, grazie a Stefano Fiorucci per la segnalazione!


Polemiche di Louis-Ferdinand Céline - Guanda, 120 pagine, 12,50 euro
Le interviste rilasciate da Louis-Ferdinand Céline durante il suo esilio in Danimarca sono uno scrigno di tesori dell’intelligenza. Céline esercita ancora un grande fascino non perché la sua vita e le sue opere hanno fatto scandalo, come lui stesso suggerisce per giustificare il suo proverbiale pessimismo sull’uomo e sui lettori, ma perché la luce della sua intelligenza ha la forza di perlustrare e illuminare i recessi più profondi della nostra natura e della nostra anima.
Questa forza della cultura, che si nutre della solitudine e delle esperienze più drammatiche della vita, è ciò che resta di valido di una delle figure più intense della letteratura europea del Novecento. VOTO: 4/5.

lunedì 28 giugno 2010

Peter Russell, This is not my hour - Studio e traduzione dai Sonnets a cura di Raffaello Bisso



Un mio caro amico céliniano ha appena pubblicato questa bella traduzione dei Sonnets di Peter Russell; spero mi perdoniate l'off-topic!





Peter Russell


This is not my hour



Studio e traduzione dai Sonnets a cura di Raffaello Bisso





edizioni del Foglio Clandestino, 2010 12 euro – isbn 978-88-902114-6-1


edizionidelfoglioclandestino.it redazione@edizionidelfoglioclandestino.it





A volte penso che tutto sia perduto, che questa fatica sia solo uno spreco di tempo. I ricchi e famosi la fanno franca col crimine; -- io ho speso tutto il mio per la poesia, a un costo che la gente considera folle. Alcuni, ben che vada, si figurano le pretese del Sublime, più raro ancora è chi ravvisi in una rima l’Estasi diagnosticata da Longino. Gli ininterrotti talk-show del Parlamento cambiano l’ardua cultura in spettacolo, dettano legge pubblicità e profitto, tutto è speso in distrazioni e lotterie, -- « Son sano! », sbotto, « e tutto il mondo è pazzo! », -- Eli era cieco, e Samuele udì il richiamo.




Nell’estate del 2000 Peter Russell mi inviò, ‘con preghiera di traduzione’, una raccolta dattiloscritta di poesie dell’anno precedente. La ‘preghiera’ in realtà sottintendeva l’urgenza di una traduzione rapida perché Peter intendeva pubblicare quanto prima la raccolta. Ma io non riuscivo assolutamente a conciliare la rapidità richiesta con la cura necessaria al lavoro, né purtroppo avevo tempo illimitato da dedicare all’impresa. Dopo la morte di Peter, la responsabilità per il dono e la sfida che avevo lasciati in sospeso mi ha spinto a proporre alla rivista Il Foglio Clandestino una scelta dei ‘Sonetti’, presentata come sintetico studio interpretativo. In seguito l’editore mi ha proposto di raccogliere in volume il materiale. Questo libro non è perciò propriamente la traduzione dei ‘Sonetti’ del Pratomagno ma uno studio a più mani su di essi. Raffaello Bisso
Il poeta inglese Peter Russell nasce a Bristol il 16 settembre 1921 e muore a San Giovanni Valdarno il 22 gennaio 2003. Ultimo dei grandi lirici moderni, erede della tradizione simbolista e modernista che ha avuto in Yeats, Eliot e Ezra Pound i massimi esponenti, fu inserito fra i candidati al Nobel. Assai ricche le vicende umane e letterarie. In una continua compenetrazione tra vita vissuta, momento creativo e produzione letteraria, Russell ha vissuto, prima a Berlino, intervallando poi il successivo periodo italiano con lunghi soggiorni all’estero, in Canada, negli Stati Uniti e quindi in Iran. L’Italia è stata il suo paese prediletto e dopo il prolungato soggiorno veneziano, dal 1983 è vissuto a Pian di Scò (AR) e nel mulino de ‘La Turbina’ trasformato in una casa-biblioteca arredata soltanto con pochi mobili e con diecimila volumi, oltre a un prezioso archivio personale. Nella casa di riposo di Castelfranco di Sopra, dove era stato costretto a trasferirsi nel 2001, è sopravvissuto in uno stato di quasi totale cecità, mantenendo col mondo soltanto sporadici contatti epistolari, ma continuando tenacemente la sua ricerca poetica. Anche negli scritti di quest’ultimo periodo aveva conservato un’acuta percezione della purezza della natura, nella sua opera spesso contrapposta ai disastri della civiltà moderna. Le sofferenze fisiche hanno preso il sopravvento quando si sono unite alla mancanza di stimoli.

domenica 27 giugno 2010

La Trilogia del nord, recensione di Cosimo Argentina



Pubblichiamo volentieri questa recensione alla Trilogia redatta dal nostro Cosimo!

Einaudi ha pubblicato nei tascabili la Trilogia del Nord di Louis Ferdinand Céline. I tre libri conosciuti anche come trilogia tedesca sono il capolinea narrativo dell’autore di Viaggio al termine della notte. I tre romanzi sono nell’ordine Da un castello all’altro (apparso anche col titolo Il castello dei rifugiati), Nord e Rigodon. Céline è morto il giorno in cui ha messo il punto all’ultima frase di Rigodon morendo come uno scrittore dovrebbe morire: sul campo di battaglia. Questa non è una recensione. Noi non amiamo le recensioni, da ‘ste parti. Questo è un urlo, un appello. Prendete i libri che avete comprato negli ultimi anni – compresi i miei, semmai qualcuno ha avuto il fegato di comprarne uno – e gettateli nel cesso. Robaccia. Non so cosa abbiate letto, ma è chincaglieria di quart’ordine. Una sola pagina di Rigodon o di Da un castello all’altro (non dico Nord che è un po’ caotico) vale mooolto di più di quella sozzeria che ci fanno leggere ormai da decenni. Prendete i libri stampati negli ultimi quarant’anni e lanciateli nelle fogne. Compitini, analisi logica applicata alla narrativa, cazzate letterarie. Restiamo a galla solo perché ci diciamo bravo uno con l’altro. Altrimenti saremmo fottuti in partenza. Non c’è un solo libro che possa pulire le scarpe a opere come la Trilogia del Nord. Davvero, giuro, fratres, quando leggo un libro o leggo le recensioni mi si rivolta lo stomaco. Si fa passare per opera d’arte il banale, il vuoto, i compiti per le vacanze. Non tutto quello che ha scritto Céline ovviamente è grandioso. Ma opere come Viaggio al termine della notte, Morte a credito, Casse-pipe e la Trilogia ci stanno a terremoto, signori! Non spreco nemmeno tempo a dirvi di che parlano i tre libri, non è importante. Quando uno è un fuoriclasse può anche parlarvi delle emorroidi di Gigi Buffon che riesce ad affascinarvi. In un mondo dove la marchetta è la norma, dove i premi sono truccati, le fascette dei libri sono false e dove anche quelli che denunciano i brogli sono loro stessi imbroglioni… in un mondo del genere uno scrittore come Céline è un dono degli dei.

Cosimo Argentina

giovedì 17 giugno 2010

La trilogia del nord di Céline, Einaudi




Dalla prefazione:

Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con “Viaggio al termine della notte” e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.Scegliendo di rievocare a modo suo ciò che aveva visto e ciò che aveva vissuto nella Germania del 1944-1945, non c’è dubbio che Céline fosse cosciente d’essere uno dei pochi in grado, per sensibilità, immaginazione e stile, di dare un’esistenza letteraria a una simile apocalisse. A Baden-Baden, a Berlino, a Zornhof, a Sigmaringen, la Storia stessa sembra aver autonomamente assunto la cadenza di un romanzo céliniano. “C’è stato un cataclisma. [...] La cosa ha fatto del rumore, ribollimenti, bengala, cataratte. C’ero dentro, ne ho approfittato. Ho utilizzato questa materia”, dice Céline in un’intervista del 1960. Intorno al 1955, col distanziamento che gli veniva da dieci anni di prigione, di esilio e di miseria. Céline si era reso conto di possedere in quell’esperienza il materiale del romanzo che avrebbe portato a compimento l’opera cominciata nel “Viaggio” con la rievocazione del primo grande sconvolgimento di questo secolo. Attraverso il racconto di un’avventura personale che lo aveva fatto odiare da quasi tutti i suoi contemporanei, proprio a lui era stato dato di esprimere quella vita braccata dalla fame, le bombe e la delazione che era stata la guerra per tanti Europei.Il presente volume che, riunendo le tre parti di questa trilogia tedesca, dà la possibilità di leggerle nella maniera in cui devono essere lette, vale a dire di seguito, deve permettere a tutti coloro che si erano allontanati da Céline a partire dal 1937, di convincersi che la sua produzione romanzesca non si conclude affatto con Morte a credito. Di là dai romanzi del periodo intermedio, “Guignol’s Band” e “Pantomima per un’altra volta”, il cui valore resta ancora in larga misura da scoprire, questi tre romanzi scritti fra il 1955 e il 1961, sono senza dubbio quelli in cui, come succede nelle ultime opere di molti grandi creatori, la voce dello scrittore, sbarazzatasi di ogni prestito e di ogni esagerazione, si fa sentire con maggiore purezza. Tutti coloro che, a partire dalle prime righe del Viaggio, sono stati sensibili al timbro e alla cadenza della “piccola musica” céliniana, a questo tracciato teso sul vuoto, spezzato in continuazione, in continuazione ripreso, a questa respirazione affannata che sa come nessun altra mantenere il lettore col fiato sospeso, ritroveranno qui, più forti che mai, i prestigi di uno scrittore che, quale che sia la severità dei giudizi che si possono pronunciare su altre parti della sua produzione, si afferma di giorno in giorno come uno dei più grandi romanzieri della sua epoca.Un mondo a ferro e fuoco, per tre quarti distrutto, che viene percorso in ogni direzione da esseri stralunati in cerca di cibo e riparo, questa è la Germania che Céline impone alla nostra immaginazione. “I tempi sono fuori dai gangheri”, come nell’Amleto. Stretta a tenaglia dai diversi eserciti alleati, sorvolata impunemente giorno e notte dai loro aeroplani, bombardata instancabilmente, questa Germania della disfatta è un incubo in cui Céline gira a vuoto, alla ricerca della breccia che gli permetterà di uscirne. Tutta la guerra è qui – non più quella dei combattimenti, delle pallottole che fischiano, delle trincee, dei corpo a corpo, ma quella dei bombardamenti, degli esodi, degli internamenti. In queste rievocazioni di nazisti sconfitti e di collaborazionisti francesi senza via di scampo, si trova resuscitata e inscritta nel linguaggio della letteratura un’esperienza della guerra che è stata quella di milioni di uomini per più di sei anni; nei momenti di parossismo, un ciclo di zolfo e di fuliggine, quelle esplosioni di bombe che rappresentano per tutta la trilogia come un sottofondo sonoro o un basso continuo, l’odore tenace di legna e di carni bruciate, la scoperta di cadaveri, a volte rimasti in piedi, a volte seppelliti sotto le macerie, a volte invischiati dentro del bitume fuso; il resto del tempo: la fame, la paura, il freddo. Céline in testa, quasi tutte le figure che popolano questi tre romanzi sono quelle di gente esiliata, lontana da casa, la cui esistenza in un paese al termine delle risorse è minacciata in continuazione, francesi collaborazionisti di Sigmaringen, internati raccolti a Zornhof, feriti, militari dispersi, donne e bambini che in Rigodon riempiono i marciapiedi di tutte le stazioni di Germania e i pochi treni che ancora circolano, sono tutti “fuori posto”, minacciati; hanno tutti un solo pensiero: sopravvivere. All’ossessione dell’approvvigionamento (e cosa dire di quelle carni sospette, un po’ troppo bianche, che a volte ti vengono offerte?) si aggiunge l’idea fissa di un arresto all’improvviso e di un’esecuzione immediata.

Descrizione

“Da un castello all’altro” è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola.

Bulletin Célinien di giugno


Marc Laudelout : Bloc-notes

Les ballets lus par Robert Poulet (1959)

Henri Godard : Céline et la danse

M. L. : Céline, auteur de ballets

M. L. : Le petit monde des céliniens

M. L. : « Voyage au bout de la nuit » brûlé par le IIIe Reich ?

Courrier des lecteurs

Céline vu par Giovanni Raboni (2000) tradotto dall'italiano al francese dalla "nostra" Valeria Ferretti!

M. L. : Céline chez les fascistes canadiens

giovedì 20 maggio 2010

Morte a credito - Caproni vs Guglielmi


Caproni e Guglielmi.



Gilberto ritorna alla grande con un interessantissimo post:

MORTE A CREDITO

Le traduzioni di Giorgio Caproni e Giuseppe Guglielmi
Un confronto (quasi) impossibile

di Gilberto Tura

L’unica traduzione italiana di Morte a credito (a tutt’oggi “vigente”) è quella ormai storica di Giorgio Caproni, scomparso nel 1990. Spesso la versione del poeta livornese, pubblicata per la prima volta da Garzanti nel 1964, viene, non del tutto a torto, severamente criticata con l’accusa di non aver, sostanzialmente, saputo restituire fino in fondo l’intonazione del finto parlato plebeo céliniano. Se la traduzione di Caproni può risultare, anche agli occhi dei lettori più indulgenti, quantomeno datata, è conseguentemente legittimo porsi la domanda perché il Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, che comprende tra le altre Garzanti, Corbaccio e TEA, detentore dei diritti del romanzo, non abbia ancora affidato a un letterato capace di misurarsi con la prosa esplosiva di Céline (come del resto già fatto nel 1993 affidando la nuova versione del Viaggio a Ernesto Ferrero, edito da Corbaccio) la sfida di dare nuovo vigore a uno dei romanzi fondamentali del novecento.
In realtà una nuova, esemplare e inedita versione di Mort à crédit sarebbe disponibile già dall’aprile del 1989, ma a causa di prosaici motivi editoriali legati ai diritti d’autore giace ancora nel cassetto di Giuseppe Guglielmi, scomparso nel 1995. Guglielmi, che all’attività di poeta, nel tempo, affiancò quella di traduttore, è oggi reputato il massimo traduttore italiano di Céline. Sue sono le traduzioni di Progresso, Pantomima per un’altra volta, Normance, Nord, Da un castello all’altro e Rigodon.
Quelle che propongo sono alcune pagine della suddetta inedita traduzione di Morte a credito di Guglielmi, e per una illuminante comparazione con la traduzione di Caproni, si precisa che il brano qui riprodotto si trova nelle primissime pagine del romanzo, precisamente, facendo riferimento alla quasi totalità delle edizioni apparse dal 1964 ad oggi, da pagina cinque a pagina dodici.
Da un primo sommario confronto occorre subito dire che, sebbene mi debba dichiarare di parte quale ammiratore del Caproni poeta, non posso non osservare che il “doppiaggio” di Guglielmi esce senza ombra di dubbio vincitore. Mentre Caproni ha cercato, sostanzialmente fallendo, di italianizzare la lingua di Céline, Guglielmi ha avuto la felice intuizione e il talento di riuscire a célinizzare la lingua italiana così da trasmettere al lettore italiano, molto più efficacemente, lo stile inimitabile (intraducibile?) e la potenza allucinata della sintassi, dell’argot e del ritmo della prosa Céliniana.
Va, però, riconosciuta a Caproni l’onestà intellettuale e se si vuole anche l’umiltà, quando, qualche anno più tardi, dalle pagine del “Verri” (n. 26, gennaio-febbraio 1968) in una breve “confessione” intitolata “Problemi di traduzione” scriverà: “Ora, troppe in me sono le insoddisfazioni che offuscano il ricordo di quell’atto temerario, perché io non sia tentato, ogni qualvolta ripenso al mio doppiaggio, di rifar tutto da capo. Anche se oggi più che mai sono convinto, per esperienza fatta, che una lingua italiana atta a tradurre Céline sia ancora da inventare, e che non sono certo io il «genio» capace di giungere a tale invenzione”.
Troverete l’intero scritto di Caproni di seguito alla traduzione di Guglielmi.


MORTE A CREDITO

Traduzione di Giuseppe Guglielmi



Mi conosce bene Gustin. Quando è a secco è di straordinario consiglio. È esperto in bello stile. Ci si può fidare dei suoi pareri. È no invidioso neanche un poco. Chiede più molto al mondo. Ha una vecchia pena d’amore. Desidera no liberarsene. Ne parla assai di rado. Era una donna mica seria. Gustin è un cuore mai d’eccezione. Cambierà mai prima di morire.
Intanto beve qualchecosa…
La mia croce, a me, è il sonno. Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto una riga…
“Potresti, era questa l’opinione di Gustin, raccontare delle cose piacevoli… di quando in quando…È mica sempre schifosa la vita…”. In un certo senso è abbastanza esatto. C’è una parte di fissazione nel mio caso, della parzialità. La prova è che quando ronzavo dalle due orecchie e ancora molto più di adesso, che ci avevo certe febbri a tutte le ore, ero molto meno malinconico… trafficavo in sogni bellissimi… La signora Vitruve, la mia segretaria, me lo faceva notare anche lei. Li conosceva bene i miei patimenti. Quando si è così generosi si seminano qua e là i propri tesori, li si perde di vista… Allora mi sono detto: ”La troia della Vitruve, è lei che me li ha cacciati da qualche parte… “. Certe autentiche meraviglie… certi pezzi di Leggenda… pura estasi… Ormai non mi resta che buttarmi su sto scaffale qui… Per essere più sicuro rovisto il fondo delle mie carte…Ritrovo niente…Telefono a Dulumelle il mio agente; voglio farmene un nemico a vita… Voglio che rantoli sotto gli improperi… Ce ne vuole per stuzzicarlo!... Se ne fotte! Ci ha i milioni. Mi risponde di prendermi una vacanza. Poi arriva finalmente, la Vitruve. Non mi fido di lei. Ci ho delle ragioni molto serie. Dov’è che l’hai messa la mia bell’opera? che l’attacco a sto modo di punto in bianco. Ne avevo almeno a centinaia delle ragioni per sospettarla…
La fondazione Linuty stava davanti al pallone di bronzo alla Porte Pereire. Lei veniva lì a riportarmi le copie, quasi tutti i giorni quando avevo finito i malati. Un piccolo fabbricato provvisorio e raso poi al suolo. Mica ci stavo bene. Le ore erano troppo uniformi. Linuty che l’aveva creata era un gran milionario, voleva che tutta la gente si curi e stia poi meglio senza un soldo. È roba che ti smerda i filantropi. Avrei preferito da parte mia un lavoretto municipale… Delle vaccinazioni, tranquille… Un piccolo ufficio di certificati… Un bagno doccia persino… Una specie di vitalizio insomma. Amen. Ma sono mica Giudeo, meteco, né Massone o Normalista, so neanche farmi valere, scopo troppo, non ho la buona reputazione… Da quindici anni, nella Zone, che mi guardano dietro e vedono che mi difendo, le più spazzature lerciose, loro si sono prese tutte le libertà, hanno per me ogni sorta di disprezzo. Ancora fortunato se non mi hanno sbattuto fuori. La letteratura, quella, mi compensa. Ho no da lamentarmi. Madre Vitruve batte a macchina i miei romanzi. Mi è affezionata. “Ascolta! che le faccio, cara Mignottona, questa è l’ultima volta che ti sgolo dietro!... Se non ritrovi la mia Leggenda, puoi dire che è l’addio, che è la fine della nostra amicizia. Più niente collaborazione fiduciosa!... Più niente pugnette!... Finito il sollazzo!... Più un cazzo di niente!... “.
Quella si scioglie allora in geremiadi. È orrenda in tutto la Vitruve, e come faccia e come cotica. È una vera obbligazione. Me la tiro dietro dall’Inghilterra. È la conseguenza di un giuramento. È no da ieri che ci si conosce. È sua figlia Angèle a Londra che me lo ha fatto una volta giurare di aiutarla sempre nella vita. Me ne sono occupato posso dirlo. Ho tenuto la promessa. È il giuramento di Angèle. Risale al tempo della guerra. E poi insomma lei sa un mucchio di cose. Bene. È no chiacchierona di norma, ma si ricorda… Angèle, sua figlia: era una natura. È mica credibile che una madre può diventare oscena. Angèle è finita tragicamente. Racconterò tutto se mi costringono. Angèle aveva un’altra sorella, Sophie la lungagnona, a Londra, che là ci abitava. E qui Mirelle, la nipotina, viziosa come tutte le altre, una vera pelle di vacca, una sintesi.
Quando ho traslocato da Rancy, che sono venuto alla Porte Pereire, mi hanno scortato tutte e due. Se è cambiato Rancy, non resta quasi niente delle mura e del Bastione. Certi grossi ruderi neri tutti crepe, li estirpano dal terreno molle della scarpata, come denti spezzati. Tutto sarà inghiottito, la città divora le sue vecchie gengive. È il “P.Q.bis” adesso che passa fra le rovine, in tromba. Fra poco non ci sarà più per tutto che dei mezzi grattacieli di mattoni. Si vedrà bene. Con la Vitruve era sempre una lite a discutere delle disgrazie. È lei che pretendeva sempre di avere sofferto di più. Era mica possibile. Come rughe, non ci piove, ne ha molto più di me! È roba da non finire le rughe, il grinzume infetto dei begli anni nella carne. “Deve essere Mireille che le ha riordinate le tue pagine!”.
Esco con lei, l’accompagno, Quai de Minimes. Abitano insieme, vicino alle cioccolate Bitronelle, quel che si dice l’Hotel Méridien.
La camera è un guazzabuglio incredibile, una shangai in articoli di fronzoli, biancheria soprattutto, tutta roba fragile, estremamente a buon mercato.
La Signora Vitruve e sua nipote sono in figa tutte e due. Tre siringhe che ci hanno, più una cucina completa e un bidè di gomma. Tutto stivato tra i due letti e un gran vaporizzatore che non sono mai riuscite a spruzzare. Voglio dire non troppo male della Vitruve. Forse lei ha conosciuto più amarezze di me nella vita. È sempre questo che mi ferma. Altrimenti, se fossi certo, le filerei certe sleppe spaventose. Era in fondo al caminetto che lei stazionava la Remington non ancora finita di pagare…Sembra. Non do molto per le mie copie, è esatto così… sessantacinque centesimi la pagina, ma ti quadra lo stesso al conto… Specie con dei grossi volumi.
Da come strabica, laVitruve, ho mai visto peggio. Faceva male a guardare.
Alle carte, ai tarocchi voglio dire, qui le dava prestigio sta strabicheria feroce. Gli faceva alle povere clienti delle calze di seta… anche l’avvenire a credito. Quand’era presa poi dall’incertezza e dalla riflessione, dietro i suoi fanali, di là viaggiava con lo sguardo come vera aragosta.
Specie dopo le “pescate” cresceva il suo ascendente nei contorni. Conosceva tutti i cornuti. Me li indicava dalla finestra, e poi anche i tre assassini, “ci ho le prove!”. In più le avevo regalato per la pressione arteriosa un vecchio apparecchio Laubry e le avevo insegnato un piccolo massaggio per le varici. Giusto una giunta ai suoi incerti. La sua ambizione era gli aborti, o meglio ancora di sguazzare in una rivoluzione di sangue, che dappertutto si parli di lei, che arrivi sui giornali.
Quando la vedevo che rovistava nei recessi del suo bazar potrei mai tutto scrivere quanto mi disgustava. Per tutto l’universo c’è dei camion ogni minuto che schiacciano della brava gente… Lei, madre Vitruve emanava un odore di pepe. Càpita spesso con le rossastre. Hanno credo le rosse, il destino delle bestie: un odore selvatico, tragico, tutto di pelo. L’avrei proprio accoppata quando la sentivo discorrere troppo forte, parlare dei ricordi… Il fuoco al culo come aveva lei, le era poi difficile trovare un poco d’amore. Fuori che un uomo ubriaco. E per giunta che fosse notte buia, lei aveva niente, fortuna! Da quel lato lì mi faceva pena. Io ero più avanti sulla strada delle belle armonie. Neanche questo trovava giusto, lei. Il giorno che fosse necessario io avevo in me quasi da pagarmi la morte!... Vivevo di Estetica. Ne avevo mangiata della figa meravigliosa… devo confessarlo, della vera luce. Mi ero abbuffato, dell’infinito.
Lei aveva manco dei risparmi, questo si sente benissimo, neanche bisogno di parlarne. Per tirar su la crosta e godere per giunta doveva incastrare il cliente con la stanchezza o la sorpresa. Era un inferno.
Dopo le sette, di norma, i piccoli mestieri sono tornati a casa. Le loro donne sono dietro alle stoviglie, il maschio si avvolge nelle onde radio. Allora la Vitruve abbandona il mio bel romanzo per rimediarsi la sussistenza. Da un pianerottolo all’altro, dài che batte con le sue calze un po’ sdrucite, i suoi jersey senza nome. Prima della crisi poteva ancora difendersi grazie al credito e per come rintronava i clienti, ma adesso l’identica mercanzia la danno in premio a quelli che hanno perso alle tre carte e ci hanno da dire. Ci sono più condizioni leali. Ho cercato di spiegarle che era tutta colpa dei giapponesini… Non mi credeva. L’ho accusata di far sparire apposta la mia bella Leggenda giù nelle sue immondizie…
- È un capolavoro! Che aggiunsi. Perciò non c’è dubbio, deve saltar fuori!
Lei si è spanciata dal ridere… Si è rovistato insieme nel mucchio della paccottiglia.
È arrivata la nipote alla fine, molto in ritardo. Bisognava vedere le sue anche. Un vero scandalo come culatta… Tuttavia a pieghe la sua sottana… Per tenere ben sù la nota. La fisarmonica dello spacco. Si perde niente. Il disoccupato è alla disperazione, è sensuale, ci ha no la grana per invitare… S’imballa. “Che culo!” che le avventavano… In piena faccia. In fondo ai corridoi, a forza di rizzare ai fichi secchi. I giovinastri che hanno i tratti più fini degli altri, loro sono ben dotati per affondarci i denti, per farsi cullare dalla vita. È accaduto soltanto più tardi che lei è scesa più in basso per campare!... Dopo tante catastrofi… Al momento si divertiva…
Mica l’ha trovata nemmeno lei la mia bella Leggenda. Se ne fotteva del “Re Krogold”… È me soltanto che m’agitava. La sua scuola per emanciparsi, era il “Petit Panier” un poco prima della Ferrovia, la balera della Porte Brancion.
Non mi levavano gli occhi di dosso quando andavo in bestia. Come “sfessato” a loro giudizio, io tenevo il massimo! Masturba, timido, intellettuale e tutto. Ma adesso di colpo, ci avevano la tremarella che io alzassi le vele. Se avessi preso il vento, mi chiedo quello che avrebbero sbottegato. Sono sicuro che la zia, lei, ci pensava abbastanza spesso. Come sorriso era un brivido quel che mi rifilavano non appena parlavo un poco di viaggi…
La Mireille oltre al culo stupendo, aveva certi occhi da romanza, lo sguardo ladro, ma un naso robusto, un becco, la sua vera croce. Quando volevo un poco umiliarla: “Senza scherzi! che le facevo, Mireille! ci ha proprio il naso d’un uomo!...”. Sapeva anche lei raccontare delle bellissime storie, le piaceva come a un marinaio. Ha inventato tante di quelle cose prima per farmi piacere e poi più tardi per danneggiarmi. Il mio debole di me è di dare ascolto alle buone storie. Lei se ne approfittava ecco tutto. C’è voluta la violenza tra noi per troncare i nostri rapporti, ma è lei che aveva meritato le mille volte il girotondo e anche d’essere accoppata. Ha finito per convenirne. Sono stato davvero molto generoso… L’ho picchiata per delle buone ragioni… Lo hanno detto tutti… Persone che sanno…

Gustin Sabayot, senza fargli un torto, posso proprio ripetere comunque che si strappava mai i capelli riguardo alle diagnosi. Su le nuvole si orientava, lui.
Appena fuori di casa, guardava per prima cosa dritto in aria: “Ferdinand che mi faceva, oggi sono di sicuro reumatismi! Cinque franchi!...”. Leggeva già tutto nel cielo! Si sbagliava mai molto perché conosceva bene la temperatura e i vari temperamenti.
- Ah! ecco un colpo di canicola dopo il fresco! Tienilo a mente! É calomelano puoi già dirlo! L’itterizia è sù nell’aria! Il vento si è girato… Nord-nord-ovest. Freddo con Acquazzone! È bronchite per quindici giorni! Val neanche la pena che si tolgono gli stracci!... Se fossi io a comandare, farei le prescrizioni standomene a letto!... In fondo Ferdinand da quando che arrivano è solo chiacchiere!... Per chi ne fa commercio questo ancora si spiega… ma noialtri?... a Mese? … Che senso ha?... io li curerei senza neanche poi vederli to’, i miei polli! Da oggi stesso! Ci avranno il soffoco né più né meno! Vomiteranno neanche di più, saranno mica meno gialli, né meno rossi, né meno pallidi, né meno stronzi… È la vita!...Per avere ragione, Gustin aveva davvero ragione.
Tu li credi malati?... Chi geme… chi rutta… chi barcolla… chi ci ha le pustole… Vuoi vuotare la tua sala d’aspetto? All’istante? anche di quelli che si strangozzano a spazzarsi via gli scatarri?... Proponi una seduta di cinema!... Un aperitivo gratis di fronte!... Vedrai quanti te ne restano… Se vengono a tormentarti è soprattutto perché si smerdano… Mica ne vedi uno la vigilia delle feste… Ai disgraziati, tieni a mente il mio parere, è il lavoro che manca, no la salute… Quello che vogliono è che tu li distragga, li tenga allegri, li interessi con i loro vomiti… i loro gas… i loro scricchiolî… che tu scopra dei rapporti… delle febbri… dei borboglî… degli inediti!... Che ti dilunghi… che ti appassioni… È per questo che ci hai dei diplomi… Ah! divertirsi con la propria morte intanto che se la fabbrica, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand! Se lo terranno caro lo scolo, la sifilide, tutti i loro tubercoli. Ne hanno bisogno! E la vescica tutta bavosa, il retto in fiamme, tutto questo non ha importanza! Ma se ti dai da fare, se sai appassionarli, aspetteranno te per morire, è la tua ricompensa! Ti braccheranno fino alla fine. Quando la pioggia tornava a raffica tra le ciminiere dell’officina elettrica: “Ferdinand, che mi annunziava, ecco le sciatiche!... Se non ne vengono dieci oggi, posso restituire il mio papiro alla Facoltà”. Ma quando la fuliggine si abbassava verso di noi dall’Est, che è il versante più asciutto, su dai forni Bitronelle, lui si schiacciava un grumo nero sul naso: “Voglio che m’inculino! capisci! se sta notte stessa i pleuritici non sputano sangue! Merda a Dio!... Capace che mi svegliano ancora venti volte!...”.
Certe sere semplificava tutto. Montava sullo sgabello davanti all’enorme armadio dei campioni. Era la distribuzione diretta, gratuita e non solenne della farmacia…
- Soffre di palpitazioni? Lei la mia Gambastorta? che domandava alla stracciona. – No, niente!... Niente acidità?... E come perdite?... – Sì, certo! Solo un poco… - allora prenda questo dove so io… in due litri d’acqua… sa, le farà un bene enorme!... E le giunture? Le fanno male?... Ha mica le emorroidi? E di corpo poi ci va?... Ecco delle supposte Pepet!... Un po’ di vermi anche? Ha notato?... Prenda venticinque gocce miracolose… Prima di coricarsi!...
Proponeva tutti i suoi scaffali… Ce n’era per tutti i disturbi, tutte le diatesi e le manie… Un malato è terribilmente ingordo. Dal momento che può mettersi una porcheria nel sacco, non chiede altro, è contento di svignarsela, ha una gran paura che lo si chiami indietro.
Col colpo del regalo, l’ho visto io, Gustin, restringere a dieci minuti delle visite che potevano durare almeno dieci ore se fatte con certe precauzioni. Ma io avevo più niente da imparare sul modo di accorciare. Avevo il mio piccolo sistema mio.
Io è solo a proposito della mia Leggenda che volevo parlargli. Si era ritrovato l’inizio sotto il letto di Mireille. Ero rimasto molto deluso nel rileggerla. Ci aveva no guadagnato col tempo la mia romanza. Dopo qualche anno d’oblio è più che una festa fuori moda l’opera d’immaginazione… Tutto sommato con Gustin potevo sempre avere un’opinione libera e sincera. L’ho fatto entrare subito in tono.
- Gustin che gli faccio, qua non sei sempre stato così coglione come oggi, abbrutito dalle circostanze, il mestiere, la sete, le schiavitù più funeste… Te la senti, per un solo momento, di riassestarti in poesia?... di fare un breve scatto di cuore e di cazzo al racconto di un’epopea, tragica certo, ma nobile, sfolgorante!... Ti credi capace?...
Stava lì Gustin, assopito sul suo sgabello, davanti ai campioni, l’armadio spalancato… Non batteva più ciglio… non voleva interrompermi…
- Si tratta, che lo avevo avvertito, di Gwendor il Magnifico, Principe di Cristiania… Noi arriviamo… Lui spira… nel momento stesso che ti parlo… Il suo sangue sgorga da venti ferite… L’esercito di Gwendor ha appena subito un’orrenda disfatta… Il Re Krogold in persona durante la mischia ha scoperto Gwendor… L’ha steso con un fendente… È mica poltrone Krogold… Si fa giustizia da sé… Gwendor ha tradito… La morte scende su Gwendor e mette una croce al suo travaglio… Ascolta qui!
“Il tumulto del combattimento si va estenuando con le ultime luci del giorno… Lontano svaniscono le ultime Guardie del Re Krogold… Nell’ombra si levano i rantoli dell’immensa agonia di un’armata… Vincitori e vinti rendono l’anima come possono… Il silenzio soffoca uno via l’altro grida e rantoli, più e più deboli, più e più cari…
“Schiacciato sotto una massa di gregari, Gwendor il Magnifico perde ancora sangue… All’alba la morte gli sta di fronte.
- Hai capito Gwendor?
- Ho capito, oh morte! ho capito sin dall’inizio di questa giornata… Ho sentito nel mio cuore, nel mio braccio anche, negli occhi dei miei compagni, nel passo stesso del mio cavallo, un incanto triste e lento simile al sonno… La mia stella si spegneva fra le tue mani di ghiaccio…
Tutto si mise a fuggire! Oh morte! Enormi rimorsi! Immensa è la mia onta!... Guarda questi poveri corpi!... Un’eternità di silenzio non può mitigarla!...
“Non c’è ombra di dolcezza in questo mondo, Gwendor! altro che leggenda! Tutti i regni finiscono in un sogno!...
- Oh morte! Concedimi un poco di tempo… un giorno o due! Voglio sapere chi mi ha tradito…
- Tutto è tradimento, Gwendor… Le passioni non appartengono a nessuno, l’amore, soprattutto, non è che fiore di vita nel giardino della giovinezza.
E la morte pian piano afferra il principe… Lui non si difende più… Il suo peso è svanito… E poi un bel sogno gli riafferra l’anima. Il sogno che faceva spesso quand’era bambino, nella sua culla di pelliccia, nella stanza degli Eredi, accanto alla nutrice morava, nel castello del Re Renato…”.
Gustin aveva le mani che gli penzolavano tra i ginocchi…
- Non è bello? gli chiedo.
Lui non si fidava. Voleva neanche ringiovanire troppo. Stava in difesa. Ha voluto che gli spiegassi ancora tutto… il perché? E il come?... È no così facile… È così fragile come farfalla. Per un niente ti si sbriciola tra le dita, ti lascia un’ombra di sporco. Che cosa ci si guadagna? Non ho insistito.



PROBLEMI DI TRADUZIONE

di Giorgio Caproni


Non ricordo senza tremori il mio «doppiaggio» di Mort à crédit. Fu, da parte mia, un impulsivo atto d’amore, e si sa come ogni atto d’amore, finita l’esaltazione e la gratitudine per quanto s’è ricevuto, lasci sempre l’ombra – rimorso o sospetto – di ciò che in cambio non s’è dato o addirittura s’è tolto. Ora, troppe in me sono le insoddisfazioni che offuscano il ricordo di quell’atto temerario, perché io non ne sia tentato, ogni qualvolta ripenso al mio doppiaggio, di rifar tutto da capo. Anche se oggi più che mai sono convinto, per esperienza fatta, che una lingua italiana atta a tradurre Céline sia ancora da inventare, e che non sono certo io il «genio» capace di giungere a tale invenzione. Un’invenzione che può far soltanto, e coi secoli, il popolo; o peggio, dato che ogni popolo, disinfettato e condizionato dai mass-media, e quindi incapace di invenzioni proprie, non esiste più come plebe, che avrebbe potuto far coi secoli il popolo, se avessimo avuto una storia unitaria e quindi – scusate la lapalissade – una lingua popolare, lentamente maturatasi nei secoli e fino ad oggi tramandatasi, unica da un capo all’altro della penisola.
Quale lingua popolare italiana contrapporre alla lingua della Zone ch’è alla base dello stile céliniano, perfino nelle fulminanti amalgame con tronconi illustri quasi sempre stravolti o ironizzati, o con tratti gergali tra i più rari accanto ai più correnti, nonché delle medesime neoformazioni e deformazioni anche ortografiche spesso di difficilissima interpretazione per gli stessi francesi, come ho potuto constatare interrogandone molti, compresi illustri scrittori che più di una volta mi hanno risposto con un franco «je suis incapable de vous donner le sens de ce mot, et je ne suis pas le seul»? («C’est que la langue de Cèline», mi ha scritto uno di questi, «ne s’aborde pas de front mais un peu comme on lutte à mains plates».)
Primo scoglio da me incontrato, dunque, ancor prima del problema dello stile di Céline («la sua musica»: «la musique, elle est coincée, elle se détériore dans le fond de mon esgourde… Elle en finit pas d’agonir… Elle m’ahurit à coups de trombone… J’ai tous les bruits de la nature, de la flûte au Niagara… Je promène le tambour et un avalanche de trombones… Je fabrique l’Opéra du déluge»), primo scoglio, dicevo, il problema della lingua in genere, visto che da noi al massimo abbiamo vari italiani popolari regionali, scaturiti ciascuno dai vari dialetti. Il problema, infine, dell’argot.
È vero. Nell’argot, o meglio negli argots, v’è un forbicio di vocaboli di pretta derivazione italiana: Poule, per esempio, che nel senso di police vien pari pari da pula (guardia, poliziotto), vocabolo che nelle mia infanzia, oggi non so, s’usava ancora: «Scappa, arriva la pula!»; il comunissimo mec, nel solo senso di homme, che etimologicamente (Gaston Esnault) s’associa al nostro mecco o mecco, appartenente al «bacaglio della mala»; nib, apocope di nibergue (rien, non), venuto dal nostro «furbesco» niberta e niba, oggi trasformatosi in nisba; e infine, per fare un ultimo esempio, quest’altro vocabolo abbastanza frequente in Francia, anche fra gli scrittori: lance, nel senso di eau, rivière, pluie, urine, derivazione diretta dall’italiano lenza o slenza (fiume, pioggia, orina, bevanda), sostantivo verbale di slenzare (orinare). Ma a parte il fatto che quest’ultimo esempio, come tanti e tanti altri, ha cessato da qualche secolo di vivere sulla bocca del popolo, come non correre il rischio, volgendosi verso una traduzione strettamente filologica ed etimologica (penso a con tradotto con conno!), di trasportarsi d’acchito dal piano del volgare (è il termine esatto) a quello del linguaggio erudito, o culto, o macaronico, vale a dire cultissimo, e compiere quindi proprio l’inverso dell’operazione Céline?
Eppoi. È possibile travasare la storia della Zone sul Naviglio o sul Tevere o sull’Arno? Un clochard non è un barbone, a dispetto dei vocabolari. Lo negano la storia e la geografia. Così come del resto un cleb non è un cane, ma semmai un cane che non è un cane, come nel gioco dei bambini, dato che fra cleb e chien, anche se zoo logicamente sono la stessa bestia, esiste un abisso «sentimentale» a separar l’uno dall’altro. Tradurre cleb con cane equivarrebbe a compiere una doppia traduzione, prima da cleb a chien, poi da chien a cane. Insomma, sarebbe un tradurre chien e non cleb: tradurre una parola (una res) che sul testo non esiste. (Ma esistevano davvero «parole», come segni trasferibili da un codice convenuto a un altro, sulla pagina di Céline, o non piuttosto esistono «cose» intrasferibili? La «lingua» di Céline è natura, natura governata dallo stile, ma natura. Già a cominciar dal titolo dell’opera da me doppiata, mi sono reso conto di una tale intrasferibilità. Mort à crédit è proprio o è soltanto Morte a credito? «C’est pas gratuit de crever», scrive Céline, è vero. E ancora, scrive: «J’avais presque que me payer la mort». Ma vuol proprio o soltanto dire qualcosa come «la morte si sconta vivendo»? Prendiamo frasi della lingua corrente, o d’autori «regolari»: «Vous vous donnez de la peine à crédit»; «Toutes les opinions que nous avons nous les avons que par autorité; nous croyons, jugeons, vivons et mourons à crédit». Sono esempi tolti da un vocabolario francese accademico, e d’autori «illustri», ma bastano a metter la pulce nell’orecchio, mi sembra.)
Ho dovuto dunque rinunziare a un trasbordo letterale, quando questo era impossibile o controproducente, per cercar invece di ripetere, coi laterizi offertimi dalle nostre lingue popolari, il gioco compiuto da Céline sulla sua lingua popolare. E dirò che in questo m’ha assistito la fortuna, o meglio il caso. Nella mia infanzia infatti, trascorsa un po’ a Livorno, un po’ a Genova e un po’ altrove (sempre in punti d’incrocio, anche linguisticamente), sono sempre stato circondato da personaggi molto simili a quelli di Mort à crédit. In casa mia c’era perfino un «inventore» somigliantissimo al De Pereires, e allora erano ancora in auge le dispense del Flammarion. E il linguaggio della mia versione o diversione, più che nei dizionari, l’ho cercato tornando, anzi calando con la memoria fra quei personaggi. Un linguaggio ibrido e curioso, preso in prestito dai vari dialetti spesso fraintesi e deformati, com’era appunto l’«italiano» dei miei nonni o zii o conoscenti, e com’è l’italiano in tutti i porti di mare, cercando di recuperarne la forza espressiva, la vis comica («Je suis marrant, si je veux», dice Ferdinand) e, soprattutto, l’anarchismo, e ricorrendo anch’io qualche volta, non certo con la forza di Céline, ai miei travisamenti e alle mie invenzioni, magari«fuori testo», per dare in qualche modo il colore, ad esempio, del linguaggio pseudo-colto di Auguste o di Courtial, personaggi mediante i quali Cèline aggredisce più violentemente il «francese» di «Lustucru» (L’eusses-tu-cru?).
Detta la difficoltà madre, che forse ho soltanto aggirato, restano le varie «piccole» difficoltà tecniche non meno sgomentanti, delle quali ecco un solo esempio, e non certo scelto tra i più terribili:

La mère Vitruve tape mes romans. Elle m’est attachée. «Écoute! que je lui fais, chère daronne, c’est la dernière fois que je t’engueule!... Si tu ne retrouves pas ma Légende, tu peux dire que c’est la fin, que c’est le bout de notre amitié. Plus de collaboration confiante!... Plus de rassis!... Fini le tutu!... Plus d’haricots!...».

Come restituire la tinta d’estrema miseria (Ferdinand, spiantato, pagava in natura la sua collaboratrice) di queste tre ultime minacce a doppio taglio? E, soprattutto, come restituire insieme il senso alimentare pressoché ovvio (Rassis = pain rassis, tutu = vin, haricots = …haricots) e il senso erotico-osceno (Rassis = masturbazione, tutu = culetto, haricot = clitoride)? Non so se il mio salto acrobatico abbia sfondato il cerchio.
E che dire poi dell’esplosività con cui certe risoluzioni d’ira céliniane cadono sulla pagina improvvise, lasciando senza respiro il povero traduttore?

C’est un métier pénible le nôtre, la consultation… Presque tous les gens ils posent des questions lassantes. Ça sert à rien qu’on se dépêche , il faut leur repeater vingt fois tous les details de l’ordonnance. Ils ont plaisir à faire causer, à ce qu’on s’épuise… Ils en feront rien des beaux conseils, rien du tout. Mais ils ont peur qu’on se donne pas de mal, pour être plus sûrs ils insistent; c’est des ventouses, des radios, des prises… qu’on les tripote de haut en bas… Qu’on mesure tout… L’artérielle et puis la connerie…

Leggendo oggi Pompes funèbres di Genet, trovo:

Il n’y a pas de doute, me dis-je, c’est ici… Je m’arrêtai là. «Ici», et les mots qui devaient suivre: «qu’on l’a tué» prononcés, fût-ce mentalement, apportaient à ma douleur une précision physique qui l’exaspérait… Je me forçai à dire, à me redire avec l’agaçante répétition des scies I-ci, I-ci, I-ci, I-ci, I-ci… «I-ci, I-ci, I-ci. Qu’on l’a tué, qu’on l’a tué, con l’a tué…» et je fis mentalement cette épitaphe: « con l’a tué».

Ma quella che in Céline era vulcanica conflagrazione della sua natura contro la stessa lingua da lui usata, e prodottasi sulla pagina senza che un istante prima Céline l’avesse in mente (qu’on, qu’on, connerie), in Genet, che sente il bisogno di padellare qu’on = con, appare gioco premeditato e calcolato, ruse di scrittore se non proprio letteratura, anche se ciò non toglie nulla alle reali dimensioni de «genêt d’Espagne, cette plante épineuse».
Ho due soli esempi, e non certo, ripeto, fra i più terribili, e mi fermo qui, anche perché la mia mente è ormai lontana dai giorni della mia prova, né io oso per il momento riesaminare i miei disordinati appunti e aumentare le ombre che sono in me. Non ultime delle quali, quelle prodotte dalle tremende parole turchine e dalla resistenza opposta – certo a ragion veduta – dall’Editore, tale da inibirmi la traduzione in nostrano senso chiaro di espressioni, che so, come «je me suis tapé un tout petit rassis, prendre son pied» eccetera. Donde quei buchi bianchi (del resto già abbondanti nell’edizione francese da me seguita, non essendo allora ancor apparso il volume della Pléiade), e gli eufemismi, se non proprio travisamenti che com’ho detto qua e là non mancano e che, pungendomi come spine, sempre più m’invogliano a ritentar per mio conto la prova, affascinante appunto perché – forse – impossibile e disperata.
Con tutto ciò, un frutto l’ho certamente tratto da questa mia «esperienza di traduttore», per cui non rimpiango affatto la fatica che, accanto all’esaltazione (una fatica anch’essa), m’è costata: l’aver imparato a «parler après ça plus dolcemente aux choses», una lezione di bontà insomma, e di coraggio anche (Courage pour soi!) e l’aver scopeto mot à mot, se non proprio il senso, il «cuore» (sì, il cuore, anche se detesto il cuore in s.p.e. di De Amicis) di colui ch’è considerato – forse anche dalla mia ragione e dalla mia coscienza – il più «abominevole» ed «esecrabile» degli uomini. Un capitolo, questo, che però spetta ad altri trattare.