lunedì 28 dicembre 2009

Céline gatto randagio



Riceviamo da Marina e pubblichiamo volentieri questa immagine della premiazione del suo "Céline gatto randagio" (segnalata tra l'altro sul Bulletin Célinien di questo mese)...

Un bel ricordo di Giorgio Celli che, benchè ammalato, ha voluto esserciper parlare della Donazione di Giordano Alberghini alla Biblioteca diFiesole e del mio libro su Céline .Io sono l' ultima a destra, la giaccagialla è l' assessore alla Cultura Becattini. I libri sull' estrema destra. Auguri a tutti
Marina


...e Auguri di Buone Feste anche da parte mia!!!

mercoledì 16 dicembre 2009

L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


| Cultura | Giordano Tedoldi
Pubblicato il giorno: 15/12/09 Libero-news


Dalla morte avvenuta nel 2003, la considerazione critica e l’interesse per la vita e l’opera dello scrittore Roberto Bolaño, nato nel 1953 a Santiago del Cile, continua a intensificarsi. L’autoritratto dello scrittore, che pure detestava il genere autobiografico sopra ogni cosa, si precisa con la recente pubblicazione delle sue ultime interviste, uscite in Inghilterra per i tipi dell’editore Melville House con il titolo Roberto Bolaño: The Last Interview, frutto delle conversazioni con la giornalista Monica Maristain su e giù per l’America latina, mentre Bolaño, consapevole della fine imminente per una grave patologia al fegato, portava a compimento il gigantesco 2666 (da poco pubblicato in Italia in una nuova edizione da Adelphi) il romanzo estremo, riassuntivo di tutta la sua poetica.

Desiderio segreto
Nelle interviste con la Maristain dichiarava: «Avrei preferito fare il detective piuttosto che lo scrittore». Ma nel 2002, con la giornalista Carmen Boullosa per la rivista Bomb, deponeva la maschera surreale e irriverente per rivelare i suoi gusti e le sue idiosincrasie letterarie: «Sono molto interessato alla letteratura americana del 1880, specialmente Twain e Melville. E la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Mentre da adolescente ho attraversato una fase in cui leggevo solo Poe». E a gennaio Adelphi pubblicherà Tra parentesi (pp. 320, traduzione di Maria Nicola), antologia di interventi per giornali e riviste, saggi, discorsi, in cui Bolaño scrive: «Tutti gli scrittori americani, inclusi quelli che scrivono in spagnolo, a un certo momento delle loro vite colgono all’orizzonte i bagliori di due libri, che sono due strade, due strutture e due argomenti. A volte: due destini. Uno è Moby Dick di Melville e l’altro Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain». L’ammirazione per Twain è così grande che aggiunge: «Tutto quello che hanno scritto Faulkner e Hemingway, e tutto quello che avrebbero voluto scrivere, può stare in una pagina di Huckleberry Finn». Mentre William Bourroughs «è un santo che ha avvicinato tutta la malvagità del mondo perché aveva la delicatezza e l’imprudenza di non chiudere mai la porta». Ma il detective mancato che era in lui lo spingeva a divorare anche la letteratura hard-boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, mentre nella fantascienza di Philip K. Dick vedeva «un profeta all’opera».

In un saggio dal titolo Consigli sull’arte di scrivere racconti Bolaño elabora un manuale in dodici punti. Al numero quattro: «Occorre leggere Juan Rulfo e Augusto Monterroso». Monterroso (1921-2003) era uno scrittore guatemalteco famoso per il racconto Il Dinosauro, il cui testo completo è: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora là». Lo stesso Monterroso ricordò che i critici lo attaccarono, dicendo che Il Dinosauro non era un racconto e lui rispose: «No, infatti, è un romanzo». Ma torniamo al manuale di scrittura di Bolaño. Al numero dieci: «Pensa bene al punto nove. Pensa e riflettici. Hai ancora tempo. Pensa al punto numero nove. Nella misura in cui ti è possibile, fallo in ginocchio».

Grande amore anche per la letteratura francese, da Voltaire ai surrealisti. «Mi piace Pascal, il suo modo di affrontare la morte, la sua lotta contro la melanconia. E l’ingenuità utopistica di Fourier. E tutta la prosa, tipicamente anonima, degli scrittori di corte, anatomisti, manieristi, che conduce alle interminabili caverne del Marchese de Sade». Il Dizionario Filosofico di Voltaire è giudicato «uno dei pochi libri che mi hanno cambiato la vita». Mentre tra i moderni l’opera più importante è Nadja di André Breton, il cui manifesto surrealista ispirò a Bolaño il proprio «manifesto infrarealista».

Radicale il giudizio su Céline: «È l’unico autore di cui penso che sia stato al tempo stesso un grande scrittore e un figlio di puttana. Proprio un essere umano abietto. Si stenta a credere che i suoi momenti più gelidamente ripugnanti sembrino coperti da un’aura di nobiltà, il che si può attribuire solo alla potenza delle parole». Bolaño era anche un vorace lettore di filosofia, specialmente i lapidari aforismi di Wittgenstein (il cui Tractatus giudicava tra i 5 libri più importanti di sempre) e del misconosciuto filosofo tedesco del ’700 Georg Christoph Lichtenberg, le cui massime «giocano con l’umorismo e la curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza. I suoi aforismi anticipano Kafka e la migliore letteratura del ventesimo secolo». E c’è da credergli, incontrando perle come questa: «Non c’è merce più strana dei libri: stampati da gente che non li capisce, venduti da gente che non li capisce, rilegati e recensiti e letti da gente che non li capisce, e ora persino scritti da gente che non li capisce». Non per caso Bolaño lo definiva l’autore «di un capolavoro di commedia nera».

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Céline come al solito fa sempre discutere: come vorremmo che fossero rispettate le idee del Nostro, rispetteremo ovviamente il parere espresso da Roberto Bolaño del Céline "uomo"... anche se temiamo che il giudizio di Bolaño, come spesso accade, sia riferito più ad una "idea" di Céline, che non alla reale biografia dello scrittore francese.

Andrea

mercoledì 2 dicembre 2009

Céline medico e bohemienne...



...di Romano Guatta Caldini, da "Il Fondo Magazine"

«Si adagia la sera su tetti e lampioni e sui vetri appannati dei bar» cantava Capossela nella sua Modì, la canzone dedicata ad Amedeo Modigliani e ai suoi anni folli a Montparnasse, il rifugio di «pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati e scrittori monchi», per citare Piero Ciampi, uno che la Parigi dei maudits l’aveva conosciuta bene. Da quelle parti, il cantautore livornese, durante uno dei suoi tanti vagabondaggi alcolici, conobbe uno strano personaggio, un uomo scontroso, come tanti se ne potevano trovare in giro per i bistrots. Solo tempo dopo, Ciampi seppe che quell’uomo era uno dei più grandi scrittori di Francia, forse il più grande; si trattava di Louis-Ferdinand Céline.

Quando avvenne l’incontro, tra l’autore di Adius e quello di Voyage au bout de la nuit, era la seconda metà degli anni ’50 del secolo scorso. Mentre per Ciampi, la vita fra le ambientazioni baudeleriane, rappresentò solo un excursus, per Céline, la vita da bohemienne parigino non era di certo una novità. Nel periodo fra il ‘26 ed il ‘30, infatti, l’esistenza di Céline aveva già iniziato ad assumere i tratti tipici del maledettismo. All’epoca, il futuro romanziere era solo un medico squattrinato, con il vizio della scrittura e perennemente circondato da amici stravaganti. Tra questi, il più caratteristico fu sicuramente il pittore Henri Mahé, una sorta di vagabondo della Senna, che viveva, nottetempo, su di una chiatta semovente. Abitazione mobile, che spostava a seconda dell’umore: «Ho sempre fuggito – dirà Mahé – la bohème alcolizzata degli artisti fossilizzati (…) io preferisco fare un salto da carpa nella Senna, è meglio per i miei gusti da aristoanarchico. » Certo, l’umore aveva il suo peso ma anche le retate della gendarmeria contavano, non poco, sulla dislocazione del barcone. L’artista, infatti, era solito dare ospitalità a prostitute, artisti dalla dubbia moralità e delinquenti di ogni sorta. In questo ambiente, Céline imparò il linguaggio spurio della mala, gergo che, tras-posto su carta, fece la fortuna del gatto randagio della letteratura francese, come lo ha definito Marina Alberghini, nel suo monumentale Louis-Ferdinand Céline – Gatto randagio, edito da Mursia.

Lo slang da strada, usato dal romanziere nelle sue opere, ha portato molti critici a dire che Céline sta alla scrittura, come il jazz sta alla musica. Ed era proprio il jazz a far ballare gli ospiti durante le feste in maschera date da Mahé sul suo barcone. Veri e propri baccanali presieduti da Céline, a suon di rigolade, termine difficilmente traducibile, una specie di risata dissacrante e strafottente, simile al me ne frego di mussoliniana memoria. Durante le feste era facile imbattersi in personaggi come Dréna, vedette del Marigny ed ex amante di Al Capone, la caritatevole Germaine Costant, il clown Baby il Magnifico ma anche personaggi più pittoreschi come il principe Alberto d’Urach. Una tribù folle e gioiosa, che cercava nell’ebbrezza della bohème, il modo per soffocare i ricordi, atroci, del primo conflitto mondiale. In questo periodo, Céline incontrò Joseph Garcin, un ruffiano che gravitava e trovava assistenza, presso artisti e letterati. A quest’ultimo Céline annunciò l’avvenuta composizione del Voyage: «Ho scritto un romanzo, qualche esperienza personale, messa nero su bianco, un po’ di follia anche, lavoro enorme… Su tutta la guerra, da cui nasce tutto».

Nel ’27 il romanziere aveva trovato domicilio a rue Lepic 38, a Montmartre, il quartiere che Utrillo, a suo tempo, fra un bicchiere e l’altro, rappresentò in tutta la sua devastante semplicità. Qui, in una cucina arredata alla bretone, Céline scrisse: «dalla rue Lepic si comincia a incontrare gente che viene a cercare della gaiezza sopra la città. (…) Essi si mettono a guardare in basso la notte che fa il gran vuoto pesante (…) Noi eravamo giunti alla fine del mondo, era sempre più chiaro. Non si poteva andare più lontano, perché dopo di questo non c’erano che i morti».

Certo, Céline non era immune dallo spirito goliardico che aleggiava a Montmartre ma questo non gli impedì, mai, di venir meno al suo dovere di medico, soprattutto nei confronti di chi un medico proprio non poteva permetterselo: operai sfiancati dal lavoro e abbruttiti dall’alcool, donne la cui femminilità era stata rubata dall’usura della quotidianità e un immane schiera di vagabondi che la tisi aveva piegato. Erano questi i clienti non paganti di Céline, ammassi di carne e ossa la cui sorte era in mano a borghesi senza scrupoli, parenti europei di quel fordismo che lui stesso aveva visto all’opera, durante la sua visita negli stabilimenti automobilistici statunitensi. Per porre un freno, agli effetti funesti, dell’alienazione capitalistica, Céline aveva scritto un trattato di medicina sociale che, nel ’28, presentò alla Società delle Nazioni, senza, naturalmente, ottenere risposta. Anticipando di decenni la lotta alle multinazionali farmaceutiche: «questo abuso stravagante – scrive Céline – che regna attualmente nelle prescrizioni (…) vero massiccio avvelenamento vilmente autorizzato sulle nostre classi sociali più deboli fisicamente e intellettualmente (…) Questa tossicomania popolare, per la tolleranza quasi illimitata delle ricette farmaceutiche, fa molte più vittime, ogni anno, della cocaina o della morfina.» La sua rabbia anti-capitalista, lo portò a teorizzare una medicina del proletariato: « perché si sa perfettamente bene che è il proletariato, disoccupato o no, che è incomparabilmente più distrutto dalla malattia di quanto lo siano i ricchi».

Del resto, Céline aveva sempre avuto un occhio di riguardo per le classi meno abbienti, per i diseredati, un’inclinazione ravvisabile fin dai tempi del soggiorno africano, quando, Guevara – ante litteram, a sue spese, allestì un ospedale da campo per gli indigeni. C’è da dire, che questa propensione, per la difesa dei più umili, lo portò a simpatizzare per il sistema sovietico: « l’igiene massificata si accorda solo con una formula socialista o comunista di stato.» Una frase che, forse, si pentì di aver detto, dato che al ritorno dalla sua visita in U.R.S.S., nel ’36, Céline scrisse il Mea Culpa. Un pamphlet d’accusa, quest’ultimo, sui limiti del comunismo e sulla falsa dicotomia fra il socialismo reale e il capitalismo occidentale, due sistemi e la medesima finalità; affamare e, quindi, piegare il popolo. Questo il romanziere lo capì benissimo; come del resto lo comprese perfettamente anche Fabrizio De Andrè che, nella trasposizione musicale de Il Dottor Siegfried Iseman di Edgar Lee Masters, scrisse: «E allora capii fui costretto a capire, che fare il dottore è soltanto un mestiere, che la scienza non puoi regalarla alla gente, se non vuoi ammalarti dell’identico male, se non vuoi che il sistema ti pigli per fame».


Da: http://www.mirorenzaglia.org/?p=10700
Grazie Miro Renzaglia, a Romano Guatta Caldini, e a Harm Wulf per la segnalazione!

mercoledì 18 novembre 2009

La nostra agente a Meudon fa rapporto...


Route des Garde...


La lapide della tomba Destouches, notare il "19..."



La cassetta delle lettere...

... riceviamo dalla nostra lettrice Valentina un reportage fotografico sulla casa di Lucette e Céline a Meudon, che rivede e corregge quanto qui precedentemente indicato.

Ringraziamo la nostra 007!

Andrea

lunedì 9 novembre 2009

Robert Stromberg: Parlando con Louis-Ferdinand Céline, 1961


Robert Stromberg: Parlando con Louis-Ferdinand Céline
Evergreen Review, N. 19, Luglio-Agosto 1961, New York.

Intervista parzialmente riprodotta, tradotta in francese, sull'Herne; quella che segue è la traduzione integrale, a mia cura... e spero vostro piacere.

È una sensazione stranissima, andare a trovare Céline. Céline il terribile! Céline l’oltraggiato! Céline il capro espiatorio! Céline il Fou!
Céline vive a Meudon, ai margini di Parigi. Vive in una casa del diciannovesimo secolo in legno e malta di tre piani con sua moglie Lucette Almanzor e circa una mezza dozzina di cani, ad occhio e croce. Sua moglie, dice, è la proprietaria della casa.
“Pensavo venisse domani… non l’aspettavo… non ho preparato... pensavo domani… venga, venga” Queste furono le sue prime parole.
Si rivolse a sua moglie dicendole di prendere il mio cappotto, e di darmi una sedia. È un uomo massiccio – ma è piegato. Si mosse lentamente, strisciando i piedi – come se fosse troppo debole per fare altrimenti − verso il lato opposto di una grande stanza, che sembrava combinare cucina, sala da pranzo e studio. Si sedette ad un gran tavolo tondo, spingendo di lato, e a terra, pile di libri, fogli e riviste, e facendo spazio per noi.
“Che volete? A che vi serve? Non voglio scandalo!... Ne ho avuto abbastanza.”
Quando riuscii finalmente a soddisfarlo, si mise a suo agio sulla sua sedia.
“C’è molto interesse su di lei in America”, iniziai.
Scartò la mia affermazione con uno sbuffo e un gesto della mano.
“Quale interesse? Chi è interessato? Alla gente interessa Marlene Dietrich e l’assicurazione – e questo è tutto!”
“Come vi sentite, praticate ancora la medicina?”
“No, non più, ho lasciato sei mesi fa, non sto abbastanza bene”
“I vicini qui vi conoscono come Céline?”
“Mi conoscono quel che basta per non esserne contenti”
E non diede altre spiegazioni.
“Cosa fa per la maggior parte del tempo?”
“Son sempre a casa… i cani… ho cose da fare… mi tengo occupato… non vedo nessuno… non esco… sono occupato”
“Sta scrivendo?”
“Sì, sì, sto scrivendo… Devo vivere, così scrivo… No! Lo Odio! L’ho sempre odiato… è la cosa più terribile da fare, per me… non mi è mai piaciuto, ma sono bravo a farlo… non m’interessa per nulla, quello che scrivo – ma devo farlo. È tortura, è il lavoro più duro al mondo”.
La sua faccia è ossuta, scavata, ed è grigia; e i suoi occhi cose terribili da guardarvi dentro; era rabbioso all’idea di dover ancora lavorare.
“Ho quasi 67… in maggio avrò 67… e questa tortura, il lavoro più duro al mondo…”
Gallimard, il suo editore, ha recentemente pubblicato il suo ultimo libro, Nord.
“È su quanto i tedeschi hanno sofferto durante la guerra”, disse Céline. “Nessuno ha scritto su questo… No! No! non dovresti dirlo, questo, quanto soffrirono… sta buonino… shhh!” Fece il gesto di mettersi il dito sulle labbra. “Non è bello parlare di questo… sta calmo… NO! solo l’altra parte ha sofferto… shhh!”
Tra i libri di Céline tradotti in inglese vi sono Morte a credito, Viaggio al termine della notte e Guignol’s band. Céline è stato accusato da molte persone responsabili di aver scritto degli articoli e pamphlet incendiari e antisemiti durante l’occupazione tedesca della Francia. Questi apparvero in numerosi giornali francesi e fu riferito che furono ristampati dai tedeschi per il pubblico in Germania. I suoi libri, comunque, furono banditi nella Germania nazista. Come risultato di queste accuse, fu costretto a lasciare il paese. Andò in Danimarca, dove visse per sei anni, ma passò due di questi anni in una prigione danese.
“Perché è andato in Danimarca?”
“Là avevo dei soldi. Qua non avevo nulla.”
“È stato costretto a lasciare la Francia… è stato il governo a dirvi di andarvene… o è stata una vostra decisione?”
“Avevano saccheggiato il mio appartamento a Montparnasse…”
“Chi?”
“Dei pazzi, ecco chi… portarono via tutto quello che possedevo, tutto quello che avevo… ero fuori in quel momento, con mia moglie, quando tornammo tutto era distrutto… rovinato… tutto ucciso… andai in Danimarca”

Qualche giorno dopo la mia conversazione con Céline incontrai un ex membro della Resistenza francese, che aveva fatto parte del gruppo di saccheggiatori dei quali aveva parlato Céline. Quest’uomo mi assicurò che se Céline fosse stato in casa quando i razziatori colpirono, quasi certamente sarebbe stato assassinato.
“Perché fu imprigionato in Danimarca?”
“Ero un criminale di guerra”
“Era stato accusato di collaborazionismo?”
“Ho detto criminale di guerra! Non capisce! Criminale di guerra! Non mi si accusava di collaborazionismo… Ero un criminale di guerra! È chiaro questo!”
“Si crede che lei abbia scritto cose contro gli ebrei”
“Non ho scritto nulla contro gli ebrei… tutto quello che ho detto era “che gli ebrei ci stanno spingendo in guerra”, e questo è quanto. Avevano una rogna con Hitler, e non erano affari nostri, non avremmo dovuto impicciarcene. Gli ebrei hanno avuto una guerra di lamentele per due migliaia di anni, e adesso Hitler gli aveva dato causa di altri lamenti. Non ho nulla contro gli ebrei… non è logico dire qualcosa di buono o cattivo su cinque milioni di persone”
Questa fu la fine della discussione su questo tema. Céline tornò in Francia nel 1950, dopo sei tristi anni in Danimarca. Quando ritornò, grida oltraggiate si levarono da numerosi settori della stampa francese e da molti funzionari governativi, che richiedevano altre punizioni. Nulla fu compiuto ufficialmente, ma come accennato da Céline stesso, i vicini esprimevano chiaramente cosa pensavano di lui.
Avevo la sensazione, sedendo nella cucina di Céline, osservandolo e ascoltandolo, che, nonostante tutto quello che diceva, a dispetto della sua naturale rudezza e apparente rifiuto dei contatti personali, fosse felice di aver qualcuno che era venuto a trovarlo, qualcuno che lo ascoltasse e che gli facesse delle domande; di ricordare il passato, che dimostrasse come non fosse dimenticato – che la gente leggesse ancora Morte a credito e Viaggio al termine della notte.
Si discuteva di lui nonostante tutte le difficoltà, e gli odi, e il sapore amaro che lasciava in molti.
Se c’è ancora un qualche spirito in lui, e sembra dubbio, è uno spirito che dice: “Io conosco quale è la musica adatta… io conosco il motivetto giusto… non sentono nulla…”
“Lei disse di non riuscire a leggere dei libri attuali, che erano “nati morti, incompiuti, non scritti…” State leggendo qualcosa, ora?”
“Leggo l’enciclopedia e Punch, e basta. Punch non è divertente, ci provano ma non ci riescono.”
“Non c’è nessuno che lei considera oggi uno scrittore degno di considerazione?” Prima che io potessi suggerirne uno, ribatté: “Chi, Hemingway? È un falso, un dilettante… i realisti francesi del 19° secolo erano un centinaio di volte meglio” E sparò velocemente i nomi di numerosi scrittori francesi, così velocemente che non riuscii a comprenderli.
“Dos Passos ha un bello stile, e basta”
“E Camus?” chiesi innocentemente.
“Camus!” Pensai che mi tirasse un vaso.
“Camus!” mi ripetè, stupito.
“È una nullità… un moralista… sempre a dire agli altri cos’è giusto e cos’è sbagliato… cosa dovrebbero fare e cosa non dovrebbero fare… sposatevi, non sposatevi… questo spetta alla chiesa… è una nullità!”
Céline quindi propose il romanziere inglese Lawrence Durrell.
“Un intero libro su come bacia una ragazza, i diversi modi come può baciare e cosa significano… questo sarebbe scrivere? Questo non è il mio scrivere, è nulla, è uno spreco. I miei libri non sono così, i miei libri sono stile, nient’altro, solo stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere.”
“Chi sa quanti hanno cercato di copiare il mio stile… ma non possono. Non possono riuscirci per quattrocento pagine di seguito, provateci, non ce la possono fare… questo è tutto quello che ho, solo stile, nient’altro. Non ci sono messaggi nei miei libri, quello spetta alla chiesa!”
Sbuffò e fece un gesto noncurante con la mano.
“No, i mei libri saranno presto dimenticati, non significano niente, non cambiano nulla, non serve a nulla…
Sono stato di tutto, un cowboy in America, contrabbandiere a Londra, uno squalo, proprio di tutto. Ho lavorato da quando avevo undici anni. So di cosa si tratta…conosco la lingua francese. Posso scrivere, e basta.”
“Ascoltate la gente parlare in strada… non ha nulla a che fare con i libri… è sempre: “Allora gli ho detto… e lui mi ha detto e allora gli ho detto” – attori, ecco. Tutti vogliono gli applausi. Il vescovo dice: “Ieri ho parlato a duemila persone, domani parlerò davanti a tremila” Questa è la religione! Guardate il papa – quando la gente vede il papa, lo vorrebbero mangiare! È così grasso – mangia troppo, beve troppo…
attori, ecco cosa sono tutti!”
“Alla gente interessano le assicurazioni e il divertimento – tutto qui. Sesso! Ecco dov’è la lotta… ognuno vuole mangiare l’altro… Ecco perchè hanno paura del Negro. È forte! È pieno di energia! Prevarrà. Ecco perchè ne hanno paura… è il suo momento, ce ne sono troppi… mostra i suoi muscoli… l’uomo bianco ha paura… è molle. È stato in cima per troppo tempo… la puzza ha raggiunto il tetto, e il Negro, la sente, la odora, e sta in attesa della vittoria… non ci vorrà ancora molto.”
“È il tempo del colore giallo… il nero e il bianco si mischieranno e il giallo dominerà, ecco. È un dato di fatto biologico, quando bianco e nero si mischiano, il giallo ne esce più forte, questa è l’unica cosa… tra duecento anni qualcuno guarderà la statua di un uomo bianco e chiederà se una cosa così strana fosse esistita realmente… e qualcuno risponderà: “Ma no, deve essere stata ridipinta”.
“Questa è la risposta! L’uomo bianco appartiene al passato… è già finito, estinto! È il turno per qualcosa di nuovo. Qua tutti parlano, ma non sanno nulla… lasciateli andare laggiù, e vedrete che le chiacchiere sono tutt'altra musica là, sono stato in Africa, so com’è, so che è molto forte, sanno dove stanno andando a finire… l’uomo bianco ha seppellito la sua testa troppo a lungo nell’utero… ha lasciato che la chiesa lo corrompesse, tutti si son fatti tirar dentro… non ti è permesso di dire questo… il papa ti guarda, stai attento… non dire nulla! Il cielo lo proibisce… NO! È un peccato… sarai crocifisso… stai a cuccia… sta buono… non abbaiare… non mordere… ecco la tua pappa… zitto!”
“Non c’è niente dentro di loro… sono come dei tori, sbandiera qualcosa per distrarli; tette, patriottismo, la chiesa, qualunque cosa, in effetti, e salteranno. Non ci vuole molto, è facilissimo… vogliono sempre essere distratti… niente importa… la vita è molto facile.”
Per quello che sembrò un lungo periodo, Céline non disse nulla. Infine, dissi di non aver mai conosciuto una donna che non fosse disgustata dai suoi libri, che non riuscivano mai a finirli.
“Certo, ceto, che si aspettava… i miei libri non sono per le donne… hanno i loro trucchi, loro… il letto… soldi…. I loro giochetti… i miei libri non sono i loro trucchi… lo sanno da loro, come cavarsela…”
“No, non vedo più nessuno… sì, mia figlia è viva, sta a Parigi, non la vedo mai. Ha cinque figli. Non li ho mai visti.” Nuovamente un lungo silenzio. E poi “… Non c’è dubbio – Io sono un perseguitato… un lebbroso”. Silenzio.
“Apri la porta, e entra un nemico…” Silenzio. “Devo lasciarvi, ora… devo scrivere”. Mi mise alla porta.

martedì 3 novembre 2009

Abbiamo compiuto 30 sostenitori...



... e per festeggiare tra qualche giorno vi regalerò la traduzione di una intervista del nostro, inedita in italiano (e mi sa anche in francese) apparsa su una rivista letteraria americana nel 1961...

mercoledì 28 ottobre 2009

Criminale o umanista? La Francia litiga su Céline



Céline e l’antisemitismo: il classico terreno minato, in cui ciclicamente qualcuno si avventura suscitando reazioni decise. Il saggista ed editore francese Karl Orend (dirige Alyscamps Press), in un articolo pubblicato quest’estate sul Times Literary Supplement, si è lanciato in una appassionata difesa di Céline, estesa fino alla rivalutazione dei suoi pamphlet antisemiti. Ora, dopo una lettera critica pubblicata dal giornale inglese, arrivano le prime repliche. Il sito letterario dell’edizione internet del settimanale francese Le Nouvel Observateur anticipa un articolo del magazine mensile Books, in uscita domani, che fa a brandelli Orend.
A parere di quest’ultimo, Bagattelle per un massacro (1937), La scuola dei cadaveri (1938) e i Bei drappi (1941) furono scritti «in forma di avvertimento, di appello ad evitare nuovi massacri». Orend, come si suol dire, contestualizza le posizioni dell’autore di Viaggio al termine della notte: la paranoia per un possibile «complotto ebraico» volto a sprofondare l’Europa in una nuova guerra, in fondo, era condivisa da «milioni di persone»; e la società francese era intrisa di antisemitismo. Inoltre, secondo Orend, ci sarebbe da considerare lo stile di Céline: violento, sarcastico e allucinato. Un carattere così accentuato nelle opere «politiche» da farle risultare «un esercizio». La tesi non è nuova. È infatti famoso il giudizio di André Gide su Bagattelle per un massacro, affidato a un articolo della «Nouvelle Revue Française»: «è un gioco letterario». Orend prosegue: la fuga di Céline attraverso la Germania e la Danimarca, nel 1945, in seguito alle accuse di collaborazionismo con i nazisti occupanti la Francia, fu causata dal «linciaggio mediatico» dello scrittore; «linciaggio mediatico» alla base dell’assassinio del suo editore, Robert Denoël, nel dicembre dello stesso anno. Quindi Orend invita a considerare «il lato umano di Céline» troppo a lungo «ignorato». Lo scrittore, «umanista incompreso», «si occupava dei poveri e dei malati e si consacrava a coloro che erano stati leali con lui. La musica e la danza erano le sue passioni». Infine, dopo aver ricordato che sua madre era un’ebrea polacca, Orend conclude: «La ragione per la quale Céline è inviso è semplice. Egli ci ricorda le menzogne che le persone hanno scritto per dissimulare la loro vergogna per aver lasciato correre l’Olocausto, in particolare l’onta dei francesi, colpevoli di collusione». In altre parole: Céline fu il capro espiatorio ideale per una società arrendevole e incapace di ammettere la propria compromissione col nazismo. È più o meno quanto sostenuto da Céline stesso, ad esempio nella violentissima invettiva contro Sartre, il quale lo aveva accusato di essere stato al soldo dei tedeschi. Céline, in A l’agité du bocal (edizione italiana: Tartre, L’obliquo, 2005) risponderà rinfacciando al filosofo di aver accettato di mettere in scena le sue opere teatrali per gli ufficiali della Wehrmacht, e di aver sempre preso posizioni ambigue.
Olivier Postel-Vinay, su Books, rimprovera a Orend di non essersi accontentato di tessere le lodi dello scrittore, ma di averlo voluto riabilitare «dal punto di vista morale». Operazione spericolata, anche perché non tiene conto di una discreta mole di materiale, in particolare Postel-Vinay cita gli articoli pubblicati da Céline sui giornali ai tempi dell’occupazione nazista. (A cui si possono aggiungere documenti emersi dalle ricerche d’archivio, di cui dà parziale conto la biografia di Céline scritta da Philippe Alméras, edita in Italia da Corbaccio). Ci sono attacchi personali (il poeta ebreo Robert Desnos, poi morto in campo di concentramento), inviti ad assumere una linea dura nelle questioni razziali, e l’auspicio di una divisione fra la Francia del Nord, pura, e quella del Sud, meticcia.

Antisemita, anticomunista, antiborghese, antiliberale, antidemocratico: ovvio che Céline divida. Fu un grandissimo scrittore. Per questo, a qualcuno pare intollerabile che le sue idee politiche fossero indifendibili: ed ecco gli Orend impegnati a «riabilitarlo» e a farne quasi un santino. Per lo stesso motivo, a qualcuno pare intollerabile ammettere la grandezza dell’opera. Lo scrittore si può separare dall’uomo? Forse no. Però è sbagliato giudicare il valore di uno scrittore da quello dell’uomo, anche perché bisognerebbe forse strappare troppe pagine dalle antologie.


di Alessandro Gnocchi, da Il Giornale di oggi.


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Non posso che sottoscrivere la conclusione dell'autore dell'articolo: sarebbe assurdo, per esempio, una damnatio memoriae dell'opera (tutta o in parte) e della figura di tutti gli intellettuali che, rimanendo agli anni di Céline, per i più svariati motivi, tesserono le lodi dell'URSS degli anni '30, dei Gulag e delle purghe, per poi ricredersi (e non tutti): Wells, Shaw, Rolland, Brecht, Malraux... chiedere lo stesso per il medico di Meudon non ci pare troppo.


Andrea Lombardi

sabato 24 ottobre 2009

Célinienne Spleen, di Aldo Truglio


Célinienne Spleen - una colonna di luce sfolgorante... nel deserto degli uomini e della storia
(Foto: Copyright Aldo Truglio)

Siamo felici di presentare le opere, ispirate a Céline, dell'amico Aldo Truglio:

La mia "arte" è il risultato di una sorta di audizione su tutte le composizioni eseguite, bene o male, su tutti i pianoforti del globo, la rappresentazione di un "Voyage" - percorso dove la notte occupa il posto del giorno - ispirato, composto e shakerato da "Spleen" Baudelairiano, da "Illuminazioni" Rimbaudiane e orchestrato e diretto con le note inquiete e impetuose della "Petite Musique" Cèliniana. Di quì, umilmente... ma con spirito candidamente cèliniano; il mio "Voyage" volto a "...una riflessione semi-seria, una metafora "arte-fatta!" per uscire dai "codici conoscitivi noti" del linguaggio espressivo della "stridente" contemporaneità e, avventurarsi nelle contraddizioni che solcano l'universo cosmologico del pensiero e quello della rappresentazione visiva, ovvero di quell'immenso palcoscenico del "tanto pianto e tanto riso" che è l'esistenza umana."
Aldo Truglio