giovedì 19 luglio 2012

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Scritta sul retro, da Mea Culpa, 1936:

Il me manque encore quelques haines.
Je suis certain qu'elles existent.

"C'è ancora qualche motivo di odio che mi manca.
Sono sicuro che esiste"

Louis-Ferdinand Céline

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sabato 7 luglio 2012

“Le bagatelle di mister Macbeth” - Da Shakespeare a Céline

Lecce: “Le bagatelle di mister Macbeth” al Paisiello

 

Asfalto Teatro si ispira al Macbeth di William Shakespeare per dare vita a una riscrittura inedita di un classico del teatro. Per la prima volta la compagnia Asfalto Teatro si confronta con Shakespeare, dopo aver attraversato con la sua ricerca decennale diverse messe in scena di testi narrativi (come opere di Lewis Carrol, Pierre Klossowski, Franz Kafka, Jack Kerouac). Un’evoluzione, dunque, dal testo letterario che diviene teatro, al testo teatrale che si trasforma in nuova ri-scrittura scenica.
Il lavoro drammaturgico parte dal presupposto di voler inscenare l’incontro tra l’opera originale di Shakespeare e altre scritture letterarie, in particolar modo quella di Louis-Ferdinand Céline, in accordo con la linea di ricerca che ha sempre contraddistinto le precedenti produzioni di Asfalto Teatro: ovvero la ri-scrittura teatrale realizzata grazie al montaggio di ritmi e di variazioni di linguaggi differenti.
“Le bagatelle di mister Macbeth”
Da Shakespeare a Céline

Info: http://www.laltrapagina.it/mag/?p=9227
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In effetti anche Mazet, in una recente intervista, metteva in rilievo il legame tra Shakespeare e Céline (ricordate come LFC citava Shakespeare vs Sartre ne L'agitato in provetta?)...

martedì 3 luglio 2012

Ci siamo alzati noi, ci siamo liberati delle sue mani. Sono restate per aria le sue mani, rigide, piantate tutte gialle e blu sotto la lampada.
Nella camera sembrava come uno straniero adesso Robinson, che veniva da un paese spaventoso e uno non osava più parlargli.

L.-F. Céline, Viaggio al termine della notte.

giovedì 28 giugno 2012

Intervista di Zbinden a Céline, sottotitoli in italiano!

Grazie a Thomas e a Jimmy, abbiamo non una ma due versioni dell'intervista!



Thomas (in due parti)



Jimmy (in quattro parti)

mercoledì 27 giugno 2012

Lucette, danza macabra attorno al culto di Céline

Escono in Italia le memorie della donna che divise vita e arte con lo scrittore francese. Ballerina dell’Opéra, oggi ha cento anni

Lucette Almanzor conobbe Louis-Ferdinand Céline, del quale acquisirà il vero nome, Destouches, e ruberà quel che rimaneva del suo cuore, che era ancora molto, nel 1936, l’anno di Mort à credit.



«Al nostro primo incontro io avevo 23 anni, lui 41. Mi dava appuntamento al Luxembourg, non parlava, cercava la mia forza». Cercava la mia forza. Lucette, che lui chiamava Lili, e Céline, che lei chiamava Louis, si sposeranno nel 1943 e rimarranno insieme fino alla morte dello scrittore, nel 1961. Lucette, invece, è ancora viva. Abita nella casa di Meudon, nei dintorni di Parigi, circondata da pochissimi amici. Oggi ha cento anni.
Nata nel 1912, ballerina all’Opéra di Parigi, fin dal primo incontro Lucette si dedicherà totalmente a Louis. «È con te che voglio finire la mia vita, io ti ho scelto per raccogliere la mia anima dopo la mia morte», le scrisse in una lettera Louis-Ferdinand alla fine degli anni Trenta. E lei, nelle sue memorie Céline secret, trascritte dalla voce di Lucette per mano dell’allieva Véronique Robert, uscite in Francia nel 2001 e ora pubblicate in Italia (Céline segreto, Lantana), ricorda: «Io non capivo assolutamente nulla. Con lui non cercavo la felicità, aspiravo semplicemente a renderlo meno infelice. Lui aveva bisogno della mia gioventù e della mia allegria, e io della sua testa di uomo che aveva vissuto. Ecco perché ci siamo incastrati subito l’uno nell’altra». E alla riga dopo, ecco la rasoiata: «Era un essere disperato, di un pessimismo totale che nello stesso tempo dava una forza incredibile. C’era in lui un’intensità nella tristezza che tutti sfuggivano».
Sfuggiti da tutti, senza parenti, senza affetti, senza amici o quasi, solo con i loro gatti, tra cui il leggendario Bébert che si portavano ovunque, Lucette e Louis condivisero tutto: l’arte, la guerra, il breve periodo trascorso a Parigi in rue Lepic, la fuga attraverso la Germania («A Berlino strisciavamo sotto terra con Bébert. Non c’era più una sola casa in piedi. Era un’atmosfera da fine del mondo e di fuochi fatui. Vedevamo sentinelle dappertutto e crepavamo di fame»), l’esilio in Danimarca («È il Paese più triste del mondo. Abitato da porci ipocriti... Là Louis si è rimesso a scrivere e io a danzare. Davo lezioni alla nipote di Goering, che era sposata con il figlio di un rabbino»), il rimpatrio nel ’51, la vita a Meudon dove Céline vive gli ultimi dieci anni di vita in completo isolamento, a scrivere la trilogia del Nord... E poi la povertà, le malattie, il processo per collaborazionismo, la condanna, il carcere («La prima guerra ne aveva fatto un mezzo uomo, un solo orecchio, un solo braccio, la testa in ebollizione. La prigione l’ha finito. Ha fatto di lui un morto vivente»), l’ostracismo del mondo intero. E tutto questo Lucette lo ricorda nelle sulle memorie. Lucette fedele compagna tradita dalle ossessioni di Céline, da Céline stregata e a Céline totalmente dedita, che difenderà in vita e in morte, tanto da giustificarlo anche nel suo antisemitismo. «Era un uomo scontento che, come molte persone a quei tempi, rendeva responsabili di tutte le sue disgrazie gli ebrei e i massoni. Louis ha sentito dirne male per tutta la sua infanzia, come uno sfondo sonoro ... Louis era incosciente ... Non voleva capire neppure quando gli dicevo: “Ti metti una lastra sulla testa”, quando scriveva Bagatelle per un massacro a Saint-Malo. Sosterrà fino alla fine di aver scritto i pamphlet con uno scopo pacifico, punto e basta. Era sincero».
Sincera, Lucette racconta il suo Louis, il Céline segreto, quello che non c’è nei romanzi, né nelle biografie «ufficiali». Adorava Shakespeare, «di cui diceva che avrebbe dato tutto ciò che aveva fatto per essere capace di scrivere uno solo dei suoi versi». Era ossessionato dal sesso. «Aveva alcune amanti di cui mi parlava. Raccontarmi di loro lo eccitava. Per creare aveva bisogno di quelle visioni... Ho sempre rifiutato di partecipare a delle orge per lui, ascoltavo le sue confidenze ma non mi impegnavo col corpo»). Linguisticamente puro. «Louis mi aveva proibito di pronunciare una sola parola in danese, fosse anche “pane”, broad. Il suo amore per il francese non sopportava nessun compromesso». Il suo sentirsi prima di tutto medico. «Grazie alla medicina, Céline si sentiva nel cuore delle cose, al centro della vita, nell’essenziale... Di fronte a un bambino che muore, nulla ha più importanza, la letteratura come il resto».
Per il resto, basta la prima frase del suo libro: «Dalla morte di Louis, la vita non mi interessa più».

Luigi Mascheroni  da Il Giornale, 27 giugno 2012

mercoledì 20 giugno 2012

Louis-Ferdinand Céline


Una piccola immagine da condividere o da usare come avatar su FB per gli amici lettori!

martedì 29 maggio 2012

Ezio Raimondi "Da Leopardi e Céline, non c'è il lieto fine"


Ezio Raimondi  è nato a Lizzano in Belvedere nel 1924. E’ professore emerito nell’Università di Bologna: già titolare di Letteratura Italiana dal 1955 presso la facoltà di Magistero e dal 1975 presso la facoltà di Lettere e Filosofia. Per i tipi di Il Mulino ha appena pubblicato "Le voci dei libri" . Tra le altre sue opere, sempre per Il Mulino: "I sentieri del lettore" e "Ombre e figure. Longhi, Arcangeli e la critica d’arte"; da Einaudi "Il romanzo senza idillio"; da Bruno Mondadori "La metamorfosi della parola. Da Dante a Montale"

Compie ottantotto anni il Maestro bolognese, un "europeo di provincia" che ha onorato
un'idea di letteratura come teatro dell'esistenza

BRUNO QUARANTA
Evoca una legnaia la biblioteca di Ezio Raimondi, vasta, esuberante, tropicale. Ogni volume un ciocco via via arso e riarso, una scintilla di sapere, di libertà, di dignità, perché no?, di carità. L’autobiografia di una lunga fedeltà, ottantotto anni appena compiuti, di colloquio in colloquio, una tavola rotonda di color che sanno, dove Manzoni e Leopardi, Gadda e Renato Serra, Curtius e Machiavelli si riconoscono a vicenda, facendo rotolare i loro dadi, tenendo a bada il montaliano verdetto: «Il calcolo dei dadi più non torna»...

Nelle stagioni, Ezio Raimondi, un maggiore dell’Università bolognese (della cultura europea, aggettivo nella sua carta d’identità così cardinale), ha onorato un’idea di letteratura come «teatro dell’esistenza», quindi inattaccabile dalle muffe, dalle «scuole» curve sul loro ombelico, sorde al «sentimento tragico» che pulsa nella case, nelle strade, nei fori interiori.

«Il libro come creatura vivente, quasi un amico»... Una vita ascoltando Le voci dei libri, come Ezio Raimondi ha battezzato il suo ritratto di lettore per Il Mulino. Dalla cucina domestica, la madre donna di servizio in veste di maieuta, ancorata ai Miserabili di Victor Hugo, ai doni per il futuro di Luciano Serra, eroe di El Alamein, nipote di Renato (Gadda, Tesauro, Pasolini), all’Università, allievo di Calcaterra, alla cattedra d’italianistica, esplorando un ventaglio di sentieri, da Dante a Foscolo, da Verga a D’Annunzio, da Bachtin a Bloom.

E’ incastonata nella Bologna a mezza collina la casa di Raimondi. Una città, oggi, in questa tersa ouverture di primavera, immemore di ogni discesa all’inferno: «Qual pare a riguardar la Garisenda / sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada / sovr’essa sí, ched ella incontro penda...».
Raimondi, lettore in erba.

«Esordii con L’Avventuroso. Ne ricordo le illustrazioni, straordinarie. Flash Gordon nel mondo astrale fu il primo incontro con la modernità futura. Fantastici i fumetti. Quando Calvino ne tesseva l’elogio: “...io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perché mi bastavano le figure”».

E «Pinocchio»? E «Cuore»? Non se ne avverte la voce.
«Vero, non li cito, chissà... Vi sarebbe di che meditare. Di sicuro non mi sfugge ciò che significa Pinocchio: l’ingresso, per un ragazzo, nel mondo della letteratura attraverso il quotidiano, il dialogo continuo tra bene e male».

Nitida, invece, la voce del giallo.
«Il giallo Mondadori. Wallace, per esempio, ovvero il romanzo nero trasfigurato nella dimensione gialla. O l’arte per l’arte che accende Philo Vance, la creatura di Van Dine, quasi un’avvisaglia di D’Annunzio».

Dove acquistava i gialli?
«In una vecchia libreria. I più erano malandati. Li dotavo, ad uno ad uno, di una sovraccoperta su cui, a penna, riproducevo un’immagine dell’Avventuroso che mi aveva colpito. Contavo allora dieci, undici anni: a posteriori riconoscerò, nei gialli, un’educazione alla logica».

La sua iniziale «Storia della letteratura» fu quella di Flora, «libro - afferma - forse più dimenticato di quanto non si debba». Al vertice delle «Storie» quale pone?
«Una grande pubblicità corredò l’uscita dell’opera di Flora, inducendo mia madre a farmene dono. E’ il lirismo eloquente la sua impronta. A svettare, invece, è la Storia del De Sanctis. Una storia di tendenza. Ad animarla una dinamica civile. Traduce in maniera geniale le categorie di Hegel in una storia dello spirito italiano, collocandola nella prospettiva europea».

Leopardi e Manzoni, architravi di De Sanctis.
«Leopardi. Il suo classicismo è fondato sull’idea di ciò che si è perduto. Sente, sa, perché è un moderno, che con il passato, con l’universo degli antichi, bisogna misurarsi essendo venuti dopo. Occorre guardare indietro perché non vi si può più tornare. Il poeta, sono solito dire, come l’uomo cacciato dall’Eden».

Manzoni. Lei ci ha insegnato che «I promessi sposi» è un «romanzo senza idillio». Ma la Provvidenza non è idilliaca?
«Il Dio che atterra e suscita non è la promessa di alcun idillio. Michele Barbi, filologo principe, osserva che la parola Provvidenza non è mai pronunciata dallo scrittore, bensì dai suoi personaggi. Si riapra l’edizione del 1840, dove anche iconograficamente si distrugge il lieto fine. All’ultima pagina del romanzo, dov’è raffigurata una famiglia felice, segue La storia della colonna infame, che non è propriamente un paradiso terrestre».

Sessant’anni fa moriva Croce. Lei si considera un postcrociano. Che cosa resta di Don Benedetto?
«Piuttosto che il costruttore del sistema, rimane il letterato-filosofo, l’erudizione vivificata dalle idee».

E sessant’anni fa scompariva il Maestro con cui si laureò, Carlo Calcaterra.
«Su Petrarca. In realtà avrei voluto laurearmi in letteratura tedesca con Lorenzo Bianchi. Lo stesso Bianchi - tali i tempi, il suo lettore, ancorché eccelso, era nazista - mi suggerì di rivolgermi a Calcaterra. Né mi sarebbe dispiaciuto coronare gli studi con Roberto Longhi. Francesco Arcangeli, suo allievo, me lo propose. Ma per ragioni temperamentali ed economiche - bisognava dotarsi di mezzi costosi per condurre la tesi - vi rinunciai».

Longhi...
«Lui in cattedra. Io in fondo alla sala di storia dell’arte. Usava magistralmente la sua ironia. Riuscii ad avvicinarlo una sola volta prima dell’esame. Con la tecnica dei libri. Ma incauto, sprovveduto, mi presentai con un testo dell’inviso Berenson. Equilibrai lo scivolone con i Principi fondamentali della storia dell’arte di Heinrich Wölfflin».

Longhi, Arcangeli, Giorgio Morandi. Quale il corrispettivo del Maestro bolognese in letteratura?
«La sua idea di natura pare germinare dalla Ginestra leopardiana, il cui umanesimo - come mi è capitato di riflettere - “è l’epilogo non inatteso di un’esperienza poetica legata sino all’ultimo all’idea di una crisi metafisica dell’uomo e disperatamente rivolta a un’etica del nulla, da vivere, al di sopra di una storia personale, come pietà magnanima e austera”».

Cruciale, nella sua biografia intellettuale, è Renato Serra. In che cosa consiste il fascino incorruttibile di questo critico scomparso nella Grande Guerra?
«Intuii ciò che sarebbe venuto alla luce. A lungo, Serra è stato presentato, penso a De Robertis, come un mito fiorentino. In realtà sarà la voce di una letteratura non umanistica. Sulla scia di Kipling. Ma non unicamente. Attraverso i francesi, da Montaigne a Rabelais, maturerà un’idea di letteratura che fermenta nel quotidiano, lui che correva in bicicletta, che preferiva discorrere con la gente comune, anziché con gli accademici, che era sensibile alle donne».

«Un europeo di provincia: Renato Serra» si intitola un suo saggio. «La genialità prodigiosa della sua solitudine provinciale»: così saluta Leopardi. Che cos’ha di «aureo» la provincia?
«E’ il luogo del concreto e dell’autentico. Che consente di maturare una prospettiva più ampia, europea, ecco, restando fedeli alle rispettive cune».

Tra i libri che ha riconosciuto come essenziali, «Letteratura europea e Medio Evo latino» di Curtius. Un antidoto contro la dissoluzione dell’identità europea. Quale scrittore, meglio di altri, «è» l’identità europea?
«Il Thomas Mann di Giuseppe e i suoi fratelli: spalanca un mondo mitologico e storico, che si rinsalda con una modernità più urgente nella Montagna incantata o magica. Non dimenticando Musil, Broch, Eliot».

Le domeniche trascorse con Giuseppe Guglielmi traducendo Céline. Perché entrare in Céline?
«Pure Céline è un rappresentante del negativo. E’ uno scrittore antideologico. Con accenti che riconducono indietro, nel passato, nel Pascal di là della fede. Perché Port-Royal è un passaggio obbligato nella cultura francese, anche per i non cattolici. Da Pascal può sortire una tradizione nichilistica. Che cos’è l’abisso? Bloom ha dedicato pagine essenziali a Milton e al demonio, spiegando che Satana è il modello del poeta forte moderno. Céline è parte di questa scrittura infernale che sospinge alla miseria e alla pietà».

Se le fosse dato di tenere un ultimo corso, quale l’argomento?
«I corsi li pensavo in autobus. Individuavo un libro, ne affiorava un problema che diventava il racconto del corso. Sull’autobus non salgo più da tempo...».

Ma il tema dell’estrema lezione, per Raimondi, è annidato nei Promessi sposi, quella massima che è stata, che è, la sua divisa, il suo specchio: «La vita è il paragone delle parole».

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 24 marzo)

Grazie a Valeria per la segnalazione!

giovedì 10 maggio 2012

Lucette Destouches: "Céline segreto", in uscita l'8 giugno 2012

"In anteprima" per il nostro blog, la scheda dell'editore del libro


LUCETTE DESTOUCHES – VÉRONIQUE ROBERT

Céline segreto

A cura di Francesco Piga
Traduzione dal francese di Maruzza Loria
collana le stelle
pp. 144, prezzo: euro 14,50
ISBN: 978-88-97012-31-3

uscita: 8 giugno 2012


«È con te che voglio finire la mia vita, io ti ho scelto per raccogliere la mia anima dopo la mia morte» Louis-Ferdinand Céline

Danzatrice presso l’Opéra di Parigi, la giovanissima Lucette incontra l’autore di Viaggio al termine della notte nel 1936, nella Francia del Fronte popolare. Quello che nasce è un rapporto fatto di poche parole, ma in cui immediatamente ciascuno riconosce il bisogno assoluto dell’altro. Sono anni cruciali, per la carriera e il destino di Céline, nel corso dei quali cede ai richiami dell'antisemitismo e dell’anticomunismo viscerale, ma concretamente fondato sull'esperienza dopo un viaggio in incognito in Russia, in seguito al quale denuncerà gli orrori di Stalin. Lucette e Louis-Ferdinand condividono tutto: l’arte, la guerra, la fuga attraverso la Germania, l’esilio in Danimarca e il processo per collaborazionismo, la condanna per antisemitismo, l’ostracismo della pubblica opinione e della critica. I personaggi della scena letteraria e culturale di quegli anni intersecano a vario titolo l’esistenza di Céline e Lucette – da J.-P. Sartre a Gaston Gallimard, da Albert Camus a Marcel Aymé, da Dubuffet a Paul Morand a Arletty – e vengono in queste memorie tratteggiati rapidamente, in maniera efficace e imparziale. Allo stesso modo, con lucida leggerezza, sono rievocati i momenti terribili della povertà, la solitudine, le malattie, il grande amore verso gli animali. Ciò che colpisce di queste memorie – trascritte dalla voce di Lucette quasi novantenne per mano dell’allieva Véronique Robert – è prima di tutto il sentimento vivo di fedeltà e di totale dedizione nei confronti di Céline. Lucette non vive nel ricordo del passato, ma in una condizione di assoluta fedeltà, verso un uomo il cui nome è ancora oggi in bilico tra la consacrazione e lo scandalo.


Lucette Destouches

Lucette Almanzor nasce nel 1912. Promettente ballerina presso l’Opéra di Parigi, è in seguito costretta per problemi a un ginocchio a lasciare il palcoscenico. Continua tuttavia a dedicarsi alla danza come insegnante, elaborando un particolare metodo che, «a differenza della danza classica, non rovini il corpo». Sposa Louis-Ferdinand Destouches (questo il vero cognome dello scrittore, all’epoca già al terzo matrimonio) nel 1943. Dopo un breve periodo trascorso a Parigi in rue Lepic iniziano le loro tragiche peregrinazioni in Germania e in Danimarca. Rimpatriati nel 1951, finiranno a Meudon, piccolo centro urbano nei dintorni di Parigi, dove Céline vive gli ultimi dieci anni della sua vita in completo isolamento, componendo la cosiddetta «trilogia tedesca», che terminerà il giorno prima di morire. Nel 1969 un incendio devasta l’abitazione e distrugge la maggior parte delle carte dello scrittore. Nel momento in cui questo libro viene dato alle stampe, Lucette Destouches sta per compiere 100 anni.