mercoledì 16 dicembre 2009

L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


| Cultura | Giordano Tedoldi
Pubblicato il giorno: 15/12/09 Libero-news


Dalla morte avvenuta nel 2003, la considerazione critica e l’interesse per la vita e l’opera dello scrittore Roberto Bolaño, nato nel 1953 a Santiago del Cile, continua a intensificarsi. L’autoritratto dello scrittore, che pure detestava il genere autobiografico sopra ogni cosa, si precisa con la recente pubblicazione delle sue ultime interviste, uscite in Inghilterra per i tipi dell’editore Melville House con il titolo Roberto Bolaño: The Last Interview, frutto delle conversazioni con la giornalista Monica Maristain su e giù per l’America latina, mentre Bolaño, consapevole della fine imminente per una grave patologia al fegato, portava a compimento il gigantesco 2666 (da poco pubblicato in Italia in una nuova edizione da Adelphi) il romanzo estremo, riassuntivo di tutta la sua poetica.

Desiderio segreto
Nelle interviste con la Maristain dichiarava: «Avrei preferito fare il detective piuttosto che lo scrittore». Ma nel 2002, con la giornalista Carmen Boullosa per la rivista Bomb, deponeva la maschera surreale e irriverente per rivelare i suoi gusti e le sue idiosincrasie letterarie: «Sono molto interessato alla letteratura americana del 1880, specialmente Twain e Melville. E la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Mentre da adolescente ho attraversato una fase in cui leggevo solo Poe». E a gennaio Adelphi pubblicherà Tra parentesi (pp. 320, traduzione di Maria Nicola), antologia di interventi per giornali e riviste, saggi, discorsi, in cui Bolaño scrive: «Tutti gli scrittori americani, inclusi quelli che scrivono in spagnolo, a un certo momento delle loro vite colgono all’orizzonte i bagliori di due libri, che sono due strade, due strutture e due argomenti. A volte: due destini. Uno è Moby Dick di Melville e l’altro Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain». L’ammirazione per Twain è così grande che aggiunge: «Tutto quello che hanno scritto Faulkner e Hemingway, e tutto quello che avrebbero voluto scrivere, può stare in una pagina di Huckleberry Finn». Mentre William Bourroughs «è un santo che ha avvicinato tutta la malvagità del mondo perché aveva la delicatezza e l’imprudenza di non chiudere mai la porta». Ma il detective mancato che era in lui lo spingeva a divorare anche la letteratura hard-boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, mentre nella fantascienza di Philip K. Dick vedeva «un profeta all’opera».

In un saggio dal titolo Consigli sull’arte di scrivere racconti Bolaño elabora un manuale in dodici punti. Al numero quattro: «Occorre leggere Juan Rulfo e Augusto Monterroso». Monterroso (1921-2003) era uno scrittore guatemalteco famoso per il racconto Il Dinosauro, il cui testo completo è: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora là». Lo stesso Monterroso ricordò che i critici lo attaccarono, dicendo che Il Dinosauro non era un racconto e lui rispose: «No, infatti, è un romanzo». Ma torniamo al manuale di scrittura di Bolaño. Al numero dieci: «Pensa bene al punto nove. Pensa e riflettici. Hai ancora tempo. Pensa al punto numero nove. Nella misura in cui ti è possibile, fallo in ginocchio».

Grande amore anche per la letteratura francese, da Voltaire ai surrealisti. «Mi piace Pascal, il suo modo di affrontare la morte, la sua lotta contro la melanconia. E l’ingenuità utopistica di Fourier. E tutta la prosa, tipicamente anonima, degli scrittori di corte, anatomisti, manieristi, che conduce alle interminabili caverne del Marchese de Sade». Il Dizionario Filosofico di Voltaire è giudicato «uno dei pochi libri che mi hanno cambiato la vita». Mentre tra i moderni l’opera più importante è Nadja di André Breton, il cui manifesto surrealista ispirò a Bolaño il proprio «manifesto infrarealista».

Radicale il giudizio su Céline: «È l’unico autore di cui penso che sia stato al tempo stesso un grande scrittore e un figlio di puttana. Proprio un essere umano abietto. Si stenta a credere che i suoi momenti più gelidamente ripugnanti sembrino coperti da un’aura di nobiltà, il che si può attribuire solo alla potenza delle parole». Bolaño era anche un vorace lettore di filosofia, specialmente i lapidari aforismi di Wittgenstein (il cui Tractatus giudicava tra i 5 libri più importanti di sempre) e del misconosciuto filosofo tedesco del ’700 Georg Christoph Lichtenberg, le cui massime «giocano con l’umorismo e la curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza. I suoi aforismi anticipano Kafka e la migliore letteratura del ventesimo secolo». E c’è da credergli, incontrando perle come questa: «Non c’è merce più strana dei libri: stampati da gente che non li capisce, venduti da gente che non li capisce, rilegati e recensiti e letti da gente che non li capisce, e ora persino scritti da gente che non li capisce». Non per caso Bolaño lo definiva l’autore «di un capolavoro di commedia nera».

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Céline come al solito fa sempre discutere: come vorremmo che fossero rispettate le idee del Nostro, rispetteremo ovviamente il parere espresso da Roberto Bolaño del Céline "uomo"... anche se temiamo che il giudizio di Bolaño, come spesso accade, sia riferito più ad una "idea" di Céline, che non alla reale biografia dello scrittore francese.

Andrea

mercoledì 2 dicembre 2009

Céline medico e bohemienne...



...di Romano Guatta Caldini, da "Il Fondo Magazine"

«Si adagia la sera su tetti e lampioni e sui vetri appannati dei bar» cantava Capossela nella sua Modì, la canzone dedicata ad Amedeo Modigliani e ai suoi anni folli a Montparnasse, il rifugio di «pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati e scrittori monchi», per citare Piero Ciampi, uno che la Parigi dei maudits l’aveva conosciuta bene. Da quelle parti, il cantautore livornese, durante uno dei suoi tanti vagabondaggi alcolici, conobbe uno strano personaggio, un uomo scontroso, come tanti se ne potevano trovare in giro per i bistrots. Solo tempo dopo, Ciampi seppe che quell’uomo era uno dei più grandi scrittori di Francia, forse il più grande; si trattava di Louis-Ferdinand Céline.

Quando avvenne l’incontro, tra l’autore di Adius e quello di Voyage au bout de la nuit, era la seconda metà degli anni ’50 del secolo scorso. Mentre per Ciampi, la vita fra le ambientazioni baudeleriane, rappresentò solo un excursus, per Céline, la vita da bohemienne parigino non era di certo una novità. Nel periodo fra il ‘26 ed il ‘30, infatti, l’esistenza di Céline aveva già iniziato ad assumere i tratti tipici del maledettismo. All’epoca, il futuro romanziere era solo un medico squattrinato, con il vizio della scrittura e perennemente circondato da amici stravaganti. Tra questi, il più caratteristico fu sicuramente il pittore Henri Mahé, una sorta di vagabondo della Senna, che viveva, nottetempo, su di una chiatta semovente. Abitazione mobile, che spostava a seconda dell’umore: «Ho sempre fuggito – dirà Mahé – la bohème alcolizzata degli artisti fossilizzati (…) io preferisco fare un salto da carpa nella Senna, è meglio per i miei gusti da aristoanarchico. » Certo, l’umore aveva il suo peso ma anche le retate della gendarmeria contavano, non poco, sulla dislocazione del barcone. L’artista, infatti, era solito dare ospitalità a prostitute, artisti dalla dubbia moralità e delinquenti di ogni sorta. In questo ambiente, Céline imparò il linguaggio spurio della mala, gergo che, tras-posto su carta, fece la fortuna del gatto randagio della letteratura francese, come lo ha definito Marina Alberghini, nel suo monumentale Louis-Ferdinand Céline – Gatto randagio, edito da Mursia.

Lo slang da strada, usato dal romanziere nelle sue opere, ha portato molti critici a dire che Céline sta alla scrittura, come il jazz sta alla musica. Ed era proprio il jazz a far ballare gli ospiti durante le feste in maschera date da Mahé sul suo barcone. Veri e propri baccanali presieduti da Céline, a suon di rigolade, termine difficilmente traducibile, una specie di risata dissacrante e strafottente, simile al me ne frego di mussoliniana memoria. Durante le feste era facile imbattersi in personaggi come Dréna, vedette del Marigny ed ex amante di Al Capone, la caritatevole Germaine Costant, il clown Baby il Magnifico ma anche personaggi più pittoreschi come il principe Alberto d’Urach. Una tribù folle e gioiosa, che cercava nell’ebbrezza della bohème, il modo per soffocare i ricordi, atroci, del primo conflitto mondiale. In questo periodo, Céline incontrò Joseph Garcin, un ruffiano che gravitava e trovava assistenza, presso artisti e letterati. A quest’ultimo Céline annunciò l’avvenuta composizione del Voyage: «Ho scritto un romanzo, qualche esperienza personale, messa nero su bianco, un po’ di follia anche, lavoro enorme… Su tutta la guerra, da cui nasce tutto».

Nel ’27 il romanziere aveva trovato domicilio a rue Lepic 38, a Montmartre, il quartiere che Utrillo, a suo tempo, fra un bicchiere e l’altro, rappresentò in tutta la sua devastante semplicità. Qui, in una cucina arredata alla bretone, Céline scrisse: «dalla rue Lepic si comincia a incontrare gente che viene a cercare della gaiezza sopra la città. (…) Essi si mettono a guardare in basso la notte che fa il gran vuoto pesante (…) Noi eravamo giunti alla fine del mondo, era sempre più chiaro. Non si poteva andare più lontano, perché dopo di questo non c’erano che i morti».

Certo, Céline non era immune dallo spirito goliardico che aleggiava a Montmartre ma questo non gli impedì, mai, di venir meno al suo dovere di medico, soprattutto nei confronti di chi un medico proprio non poteva permetterselo: operai sfiancati dal lavoro e abbruttiti dall’alcool, donne la cui femminilità era stata rubata dall’usura della quotidianità e un immane schiera di vagabondi che la tisi aveva piegato. Erano questi i clienti non paganti di Céline, ammassi di carne e ossa la cui sorte era in mano a borghesi senza scrupoli, parenti europei di quel fordismo che lui stesso aveva visto all’opera, durante la sua visita negli stabilimenti automobilistici statunitensi. Per porre un freno, agli effetti funesti, dell’alienazione capitalistica, Céline aveva scritto un trattato di medicina sociale che, nel ’28, presentò alla Società delle Nazioni, senza, naturalmente, ottenere risposta. Anticipando di decenni la lotta alle multinazionali farmaceutiche: «questo abuso stravagante – scrive Céline – che regna attualmente nelle prescrizioni (…) vero massiccio avvelenamento vilmente autorizzato sulle nostre classi sociali più deboli fisicamente e intellettualmente (…) Questa tossicomania popolare, per la tolleranza quasi illimitata delle ricette farmaceutiche, fa molte più vittime, ogni anno, della cocaina o della morfina.» La sua rabbia anti-capitalista, lo portò a teorizzare una medicina del proletariato: « perché si sa perfettamente bene che è il proletariato, disoccupato o no, che è incomparabilmente più distrutto dalla malattia di quanto lo siano i ricchi».

Del resto, Céline aveva sempre avuto un occhio di riguardo per le classi meno abbienti, per i diseredati, un’inclinazione ravvisabile fin dai tempi del soggiorno africano, quando, Guevara – ante litteram, a sue spese, allestì un ospedale da campo per gli indigeni. C’è da dire, che questa propensione, per la difesa dei più umili, lo portò a simpatizzare per il sistema sovietico: « l’igiene massificata si accorda solo con una formula socialista o comunista di stato.» Una frase che, forse, si pentì di aver detto, dato che al ritorno dalla sua visita in U.R.S.S., nel ’36, Céline scrisse il Mea Culpa. Un pamphlet d’accusa, quest’ultimo, sui limiti del comunismo e sulla falsa dicotomia fra il socialismo reale e il capitalismo occidentale, due sistemi e la medesima finalità; affamare e, quindi, piegare il popolo. Questo il romanziere lo capì benissimo; come del resto lo comprese perfettamente anche Fabrizio De Andrè che, nella trasposizione musicale de Il Dottor Siegfried Iseman di Edgar Lee Masters, scrisse: «E allora capii fui costretto a capire, che fare il dottore è soltanto un mestiere, che la scienza non puoi regalarla alla gente, se non vuoi ammalarti dell’identico male, se non vuoi che il sistema ti pigli per fame».


Da: http://www.mirorenzaglia.org/?p=10700
Grazie Miro Renzaglia, a Romano Guatta Caldini, e a Harm Wulf per la segnalazione!

mercoledì 18 novembre 2009

La nostra agente a Meudon fa rapporto...


Route des Garde...


La lapide della tomba Destouches, notare il "19..."



La cassetta delle lettere...

... riceviamo dalla nostra lettrice Valentina un reportage fotografico sulla casa di Lucette e Céline a Meudon, che rivede e corregge quanto qui precedentemente indicato.

Ringraziamo la nostra 007!

Andrea

lunedì 9 novembre 2009

Robert Stromberg: Parlando con Louis-Ferdinand Céline, 1961


Robert Stromberg: Parlando con Louis-Ferdinand Céline
Evergreen Review, N. 19, Luglio-Agosto 1961, New York.

Intervista parzialmente riprodotta, tradotta in francese, sull'Herne; quella che segue è la traduzione integrale, a mia cura... e spero vostro piacere.

È una sensazione stranissima, andare a trovare Céline. Céline il terribile! Céline l’oltraggiato! Céline il capro espiatorio! Céline il Fou!
Céline vive a Meudon, ai margini di Parigi. Vive in una casa del diciannovesimo secolo in legno e malta di tre piani con sua moglie Lucette Almanzor e circa una mezza dozzina di cani, ad occhio e croce. Sua moglie, dice, è la proprietaria della casa.
“Pensavo venisse domani… non l’aspettavo… non ho preparato... pensavo domani… venga, venga” Queste furono le sue prime parole.
Si rivolse a sua moglie dicendole di prendere il mio cappotto, e di darmi una sedia. È un uomo massiccio – ma è piegato. Si mosse lentamente, strisciando i piedi – come se fosse troppo debole per fare altrimenti − verso il lato opposto di una grande stanza, che sembrava combinare cucina, sala da pranzo e studio. Si sedette ad un gran tavolo tondo, spingendo di lato, e a terra, pile di libri, fogli e riviste, e facendo spazio per noi.
“Che volete? A che vi serve? Non voglio scandalo!... Ne ho avuto abbastanza.”
Quando riuscii finalmente a soddisfarlo, si mise a suo agio sulla sua sedia.
“C’è molto interesse su di lei in America”, iniziai.
Scartò la mia affermazione con uno sbuffo e un gesto della mano.
“Quale interesse? Chi è interessato? Alla gente interessa Marlene Dietrich e l’assicurazione – e questo è tutto!”
“Come vi sentite, praticate ancora la medicina?”
“No, non più, ho lasciato sei mesi fa, non sto abbastanza bene”
“I vicini qui vi conoscono come Céline?”
“Mi conoscono quel che basta per non esserne contenti”
E non diede altre spiegazioni.
“Cosa fa per la maggior parte del tempo?”
“Son sempre a casa… i cani… ho cose da fare… mi tengo occupato… non vedo nessuno… non esco… sono occupato”
“Sta scrivendo?”
“Sì, sì, sto scrivendo… Devo vivere, così scrivo… No! Lo Odio! L’ho sempre odiato… è la cosa più terribile da fare, per me… non mi è mai piaciuto, ma sono bravo a farlo… non m’interessa per nulla, quello che scrivo – ma devo farlo. È tortura, è il lavoro più duro al mondo”.
La sua faccia è ossuta, scavata, ed è grigia; e i suoi occhi cose terribili da guardarvi dentro; era rabbioso all’idea di dover ancora lavorare.
“Ho quasi 67… in maggio avrò 67… e questa tortura, il lavoro più duro al mondo…”
Gallimard, il suo editore, ha recentemente pubblicato il suo ultimo libro, Nord.
“È su quanto i tedeschi hanno sofferto durante la guerra”, disse Céline. “Nessuno ha scritto su questo… No! No! non dovresti dirlo, questo, quanto soffrirono… sta buonino… shhh!” Fece il gesto di mettersi il dito sulle labbra. “Non è bello parlare di questo… sta calmo… NO! solo l’altra parte ha sofferto… shhh!”
Tra i libri di Céline tradotti in inglese vi sono Morte a credito, Viaggio al termine della notte e Guignol’s band. Céline è stato accusato da molte persone responsabili di aver scritto degli articoli e pamphlet incendiari e antisemiti durante l’occupazione tedesca della Francia. Questi apparvero in numerosi giornali francesi e fu riferito che furono ristampati dai tedeschi per il pubblico in Germania. I suoi libri, comunque, furono banditi nella Germania nazista. Come risultato di queste accuse, fu costretto a lasciare il paese. Andò in Danimarca, dove visse per sei anni, ma passò due di questi anni in una prigione danese.
“Perché è andato in Danimarca?”
“Là avevo dei soldi. Qua non avevo nulla.”
“È stato costretto a lasciare la Francia… è stato il governo a dirvi di andarvene… o è stata una vostra decisione?”
“Avevano saccheggiato il mio appartamento a Montparnasse…”
“Chi?”
“Dei pazzi, ecco chi… portarono via tutto quello che possedevo, tutto quello che avevo… ero fuori in quel momento, con mia moglie, quando tornammo tutto era distrutto… rovinato… tutto ucciso… andai in Danimarca”

Qualche giorno dopo la mia conversazione con Céline incontrai un ex membro della Resistenza francese, che aveva fatto parte del gruppo di saccheggiatori dei quali aveva parlato Céline. Quest’uomo mi assicurò che se Céline fosse stato in casa quando i razziatori colpirono, quasi certamente sarebbe stato assassinato.
“Perché fu imprigionato in Danimarca?”
“Ero un criminale di guerra”
“Era stato accusato di collaborazionismo?”
“Ho detto criminale di guerra! Non capisce! Criminale di guerra! Non mi si accusava di collaborazionismo… Ero un criminale di guerra! È chiaro questo!”
“Si crede che lei abbia scritto cose contro gli ebrei”
“Non ho scritto nulla contro gli ebrei… tutto quello che ho detto era “che gli ebrei ci stanno spingendo in guerra”, e questo è quanto. Avevano una rogna con Hitler, e non erano affari nostri, non avremmo dovuto impicciarcene. Gli ebrei hanno avuto una guerra di lamentele per due migliaia di anni, e adesso Hitler gli aveva dato causa di altri lamenti. Non ho nulla contro gli ebrei… non è logico dire qualcosa di buono o cattivo su cinque milioni di persone”
Questa fu la fine della discussione su questo tema. Céline tornò in Francia nel 1950, dopo sei tristi anni in Danimarca. Quando ritornò, grida oltraggiate si levarono da numerosi settori della stampa francese e da molti funzionari governativi, che richiedevano altre punizioni. Nulla fu compiuto ufficialmente, ma come accennato da Céline stesso, i vicini esprimevano chiaramente cosa pensavano di lui.
Avevo la sensazione, sedendo nella cucina di Céline, osservandolo e ascoltandolo, che, nonostante tutto quello che diceva, a dispetto della sua naturale rudezza e apparente rifiuto dei contatti personali, fosse felice di aver qualcuno che era venuto a trovarlo, qualcuno che lo ascoltasse e che gli facesse delle domande; di ricordare il passato, che dimostrasse come non fosse dimenticato – che la gente leggesse ancora Morte a credito e Viaggio al termine della notte.
Si discuteva di lui nonostante tutte le difficoltà, e gli odi, e il sapore amaro che lasciava in molti.
Se c’è ancora un qualche spirito in lui, e sembra dubbio, è uno spirito che dice: “Io conosco quale è la musica adatta… io conosco il motivetto giusto… non sentono nulla…”
“Lei disse di non riuscire a leggere dei libri attuali, che erano “nati morti, incompiuti, non scritti…” State leggendo qualcosa, ora?”
“Leggo l’enciclopedia e Punch, e basta. Punch non è divertente, ci provano ma non ci riescono.”
“Non c’è nessuno che lei considera oggi uno scrittore degno di considerazione?” Prima che io potessi suggerirne uno, ribatté: “Chi, Hemingway? È un falso, un dilettante… i realisti francesi del 19° secolo erano un centinaio di volte meglio” E sparò velocemente i nomi di numerosi scrittori francesi, così velocemente che non riuscii a comprenderli.
“Dos Passos ha un bello stile, e basta”
“E Camus?” chiesi innocentemente.
“Camus!” Pensai che mi tirasse un vaso.
“Camus!” mi ripetè, stupito.
“È una nullità… un moralista… sempre a dire agli altri cos’è giusto e cos’è sbagliato… cosa dovrebbero fare e cosa non dovrebbero fare… sposatevi, non sposatevi… questo spetta alla chiesa… è una nullità!”
Céline quindi propose il romanziere inglese Lawrence Durrell.
“Un intero libro su come bacia una ragazza, i diversi modi come può baciare e cosa significano… questo sarebbe scrivere? Questo non è il mio scrivere, è nulla, è uno spreco. I miei libri non sono così, i miei libri sono stile, nient’altro, solo stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere.”
“Chi sa quanti hanno cercato di copiare il mio stile… ma non possono. Non possono riuscirci per quattrocento pagine di seguito, provateci, non ce la possono fare… questo è tutto quello che ho, solo stile, nient’altro. Non ci sono messaggi nei miei libri, quello spetta alla chiesa!”
Sbuffò e fece un gesto noncurante con la mano.
“No, i mei libri saranno presto dimenticati, non significano niente, non cambiano nulla, non serve a nulla…
Sono stato di tutto, un cowboy in America, contrabbandiere a Londra, uno squalo, proprio di tutto. Ho lavorato da quando avevo undici anni. So di cosa si tratta…conosco la lingua francese. Posso scrivere, e basta.”
“Ascoltate la gente parlare in strada… non ha nulla a che fare con i libri… è sempre: “Allora gli ho detto… e lui mi ha detto e allora gli ho detto” – attori, ecco. Tutti vogliono gli applausi. Il vescovo dice: “Ieri ho parlato a duemila persone, domani parlerò davanti a tremila” Questa è la religione! Guardate il papa – quando la gente vede il papa, lo vorrebbero mangiare! È così grasso – mangia troppo, beve troppo…
attori, ecco cosa sono tutti!”
“Alla gente interessano le assicurazioni e il divertimento – tutto qui. Sesso! Ecco dov’è la lotta… ognuno vuole mangiare l’altro… Ecco perchè hanno paura del Negro. È forte! È pieno di energia! Prevarrà. Ecco perchè ne hanno paura… è il suo momento, ce ne sono troppi… mostra i suoi muscoli… l’uomo bianco ha paura… è molle. È stato in cima per troppo tempo… la puzza ha raggiunto il tetto, e il Negro, la sente, la odora, e sta in attesa della vittoria… non ci vorrà ancora molto.”
“È il tempo del colore giallo… il nero e il bianco si mischieranno e il giallo dominerà, ecco. È un dato di fatto biologico, quando bianco e nero si mischiano, il giallo ne esce più forte, questa è l’unica cosa… tra duecento anni qualcuno guarderà la statua di un uomo bianco e chiederà se una cosa così strana fosse esistita realmente… e qualcuno risponderà: “Ma no, deve essere stata ridipinta”.
“Questa è la risposta! L’uomo bianco appartiene al passato… è già finito, estinto! È il turno per qualcosa di nuovo. Qua tutti parlano, ma non sanno nulla… lasciateli andare laggiù, e vedrete che le chiacchiere sono tutt'altra musica là, sono stato in Africa, so com’è, so che è molto forte, sanno dove stanno andando a finire… l’uomo bianco ha seppellito la sua testa troppo a lungo nell’utero… ha lasciato che la chiesa lo corrompesse, tutti si son fatti tirar dentro… non ti è permesso di dire questo… il papa ti guarda, stai attento… non dire nulla! Il cielo lo proibisce… NO! È un peccato… sarai crocifisso… stai a cuccia… sta buono… non abbaiare… non mordere… ecco la tua pappa… zitto!”
“Non c’è niente dentro di loro… sono come dei tori, sbandiera qualcosa per distrarli; tette, patriottismo, la chiesa, qualunque cosa, in effetti, e salteranno. Non ci vuole molto, è facilissimo… vogliono sempre essere distratti… niente importa… la vita è molto facile.”
Per quello che sembrò un lungo periodo, Céline non disse nulla. Infine, dissi di non aver mai conosciuto una donna che non fosse disgustata dai suoi libri, che non riuscivano mai a finirli.
“Certo, ceto, che si aspettava… i miei libri non sono per le donne… hanno i loro trucchi, loro… il letto… soldi…. I loro giochetti… i miei libri non sono i loro trucchi… lo sanno da loro, come cavarsela…”
“No, non vedo più nessuno… sì, mia figlia è viva, sta a Parigi, non la vedo mai. Ha cinque figli. Non li ho mai visti.” Nuovamente un lungo silenzio. E poi “… Non c’è dubbio – Io sono un perseguitato… un lebbroso”. Silenzio.
“Apri la porta, e entra un nemico…” Silenzio. “Devo lasciarvi, ora… devo scrivere”. Mi mise alla porta.

martedì 3 novembre 2009

Abbiamo compiuto 30 sostenitori...



... e per festeggiare tra qualche giorno vi regalerò la traduzione di una intervista del nostro, inedita in italiano (e mi sa anche in francese) apparsa su una rivista letteraria americana nel 1961...

mercoledì 28 ottobre 2009

Criminale o umanista? La Francia litiga su Céline



Céline e l’antisemitismo: il classico terreno minato, in cui ciclicamente qualcuno si avventura suscitando reazioni decise. Il saggista ed editore francese Karl Orend (dirige Alyscamps Press), in un articolo pubblicato quest’estate sul Times Literary Supplement, si è lanciato in una appassionata difesa di Céline, estesa fino alla rivalutazione dei suoi pamphlet antisemiti. Ora, dopo una lettera critica pubblicata dal giornale inglese, arrivano le prime repliche. Il sito letterario dell’edizione internet del settimanale francese Le Nouvel Observateur anticipa un articolo del magazine mensile Books, in uscita domani, che fa a brandelli Orend.
A parere di quest’ultimo, Bagattelle per un massacro (1937), La scuola dei cadaveri (1938) e i Bei drappi (1941) furono scritti «in forma di avvertimento, di appello ad evitare nuovi massacri». Orend, come si suol dire, contestualizza le posizioni dell’autore di Viaggio al termine della notte: la paranoia per un possibile «complotto ebraico» volto a sprofondare l’Europa in una nuova guerra, in fondo, era condivisa da «milioni di persone»; e la società francese era intrisa di antisemitismo. Inoltre, secondo Orend, ci sarebbe da considerare lo stile di Céline: violento, sarcastico e allucinato. Un carattere così accentuato nelle opere «politiche» da farle risultare «un esercizio». La tesi non è nuova. È infatti famoso il giudizio di André Gide su Bagattelle per un massacro, affidato a un articolo della «Nouvelle Revue Française»: «è un gioco letterario». Orend prosegue: la fuga di Céline attraverso la Germania e la Danimarca, nel 1945, in seguito alle accuse di collaborazionismo con i nazisti occupanti la Francia, fu causata dal «linciaggio mediatico» dello scrittore; «linciaggio mediatico» alla base dell’assassinio del suo editore, Robert Denoël, nel dicembre dello stesso anno. Quindi Orend invita a considerare «il lato umano di Céline» troppo a lungo «ignorato». Lo scrittore, «umanista incompreso», «si occupava dei poveri e dei malati e si consacrava a coloro che erano stati leali con lui. La musica e la danza erano le sue passioni». Infine, dopo aver ricordato che sua madre era un’ebrea polacca, Orend conclude: «La ragione per la quale Céline è inviso è semplice. Egli ci ricorda le menzogne che le persone hanno scritto per dissimulare la loro vergogna per aver lasciato correre l’Olocausto, in particolare l’onta dei francesi, colpevoli di collusione». In altre parole: Céline fu il capro espiatorio ideale per una società arrendevole e incapace di ammettere la propria compromissione col nazismo. È più o meno quanto sostenuto da Céline stesso, ad esempio nella violentissima invettiva contro Sartre, il quale lo aveva accusato di essere stato al soldo dei tedeschi. Céline, in A l’agité du bocal (edizione italiana: Tartre, L’obliquo, 2005) risponderà rinfacciando al filosofo di aver accettato di mettere in scena le sue opere teatrali per gli ufficiali della Wehrmacht, e di aver sempre preso posizioni ambigue.
Olivier Postel-Vinay, su Books, rimprovera a Orend di non essersi accontentato di tessere le lodi dello scrittore, ma di averlo voluto riabilitare «dal punto di vista morale». Operazione spericolata, anche perché non tiene conto di una discreta mole di materiale, in particolare Postel-Vinay cita gli articoli pubblicati da Céline sui giornali ai tempi dell’occupazione nazista. (A cui si possono aggiungere documenti emersi dalle ricerche d’archivio, di cui dà parziale conto la biografia di Céline scritta da Philippe Alméras, edita in Italia da Corbaccio). Ci sono attacchi personali (il poeta ebreo Robert Desnos, poi morto in campo di concentramento), inviti ad assumere una linea dura nelle questioni razziali, e l’auspicio di una divisione fra la Francia del Nord, pura, e quella del Sud, meticcia.

Antisemita, anticomunista, antiborghese, antiliberale, antidemocratico: ovvio che Céline divida. Fu un grandissimo scrittore. Per questo, a qualcuno pare intollerabile che le sue idee politiche fossero indifendibili: ed ecco gli Orend impegnati a «riabilitarlo» e a farne quasi un santino. Per lo stesso motivo, a qualcuno pare intollerabile ammettere la grandezza dell’opera. Lo scrittore si può separare dall’uomo? Forse no. Però è sbagliato giudicare il valore di uno scrittore da quello dell’uomo, anche perché bisognerebbe forse strappare troppe pagine dalle antologie.


di Alessandro Gnocchi, da Il Giornale di oggi.


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Non posso che sottoscrivere la conclusione dell'autore dell'articolo: sarebbe assurdo, per esempio, una damnatio memoriae dell'opera (tutta o in parte) e della figura di tutti gli intellettuali che, rimanendo agli anni di Céline, per i più svariati motivi, tesserono le lodi dell'URSS degli anni '30, dei Gulag e delle purghe, per poi ricredersi (e non tutti): Wells, Shaw, Rolland, Brecht, Malraux... chiedere lo stesso per il medico di Meudon non ci pare troppo.


Andrea Lombardi

sabato 24 ottobre 2009

Célinienne Spleen, di Aldo Truglio


Célinienne Spleen - una colonna di luce sfolgorante... nel deserto degli uomini e della storia
(Foto: Copyright Aldo Truglio)

Siamo felici di presentare le opere, ispirate a Céline, dell'amico Aldo Truglio:

La mia "arte" è il risultato di una sorta di audizione su tutte le composizioni eseguite, bene o male, su tutti i pianoforti del globo, la rappresentazione di un "Voyage" - percorso dove la notte occupa il posto del giorno - ispirato, composto e shakerato da "Spleen" Baudelairiano, da "Illuminazioni" Rimbaudiane e orchestrato e diretto con le note inquiete e impetuose della "Petite Musique" Cèliniana. Di quì, umilmente... ma con spirito candidamente cèliniano; il mio "Voyage" volto a "...una riflessione semi-seria, una metafora "arte-fatta!" per uscire dai "codici conoscitivi noti" del linguaggio espressivo della "stridente" contemporaneità e, avventurarsi nelle contraddizioni che solcano l'universo cosmologico del pensiero e quello della rappresentazione visiva, ovvero di quell'immenso palcoscenico del "tanto pianto e tanto riso" che è l'esistenza umana."
Aldo Truglio

mercoledì 14 ottobre 2009

Su di una leggenda, di Marcel Aymé



Secondo Lucette Almansor, questo scritto di Aymé dice tutto quello che c'è da dire su Céline...

Su di una leggenda
di Marcel Aymé

Intorno a Céline si è creata una leggenda nera, della quale è in parte responsabile, non avendo fatto nulla per distruggerla, e anzi, l’ha mantenuta. È quella di un uomo violento, astioso, implacabile nei suoi odi come nelle sue antipatie, avido di denaro, nemico del suo paese, oltre a quella di un demolitore anarchico e di un pessimista contento di esserlo. Benché le apparenze talvolta confermino questa leggenda, essa è quanto di più lontano possa esserci dalla realtà. Certamente, Céline non era persona accomodante, o che dimenticasse facilmente i torti che gli erano stati fatti. Il perdono del male, il perdono delle offese, non aveva per lui alcun senso. Poteva, nel corso della vita, giungere a non tenerne conto, ma non le dimenticava. Il perdono era ai suoi occhi un atto, se non negativo, quantomeno inutile, che non impediva al male di rimanere, né al nemico di restare pericoloso. Di fronte agli esseri e agli avvenimenti, aveva delle reazioni virili, spontanee, nulla sacrificando al catechismo, e considerando il difendersi come uno dei primi doveri dell’uomo. Ai suoi occhi, questo era un obbligo che coinvolgeva non solo la fierezza dell’individuo, ma la sua salute fisica e morale, poiché chi non ha dei buoni riflessi difensivi contro i suoi nemici, come saprà difendersi dalla società, e innanzitutto da se stesso? Nella vita come nella sua opera, ovvero, Céline ha assiduamente denunciato come il nemico più temibile dell’uomo sia “se stesso”. Per ciò che riguarda il suo giudizio, le sue opinioni letterarie, estetiche, politiche etc. (a dire il vero considerava la politica una materia fluttuante, bassamente organica, un assoggettamento della società ai propri stessi rifiuti, ed essa non lo interessava che mediocremente), mostrava egualmente un grande vigore combattivo, e non era l’uomo da arrivare a compromessi per far piacere all’interlocutore, anche se quest’ultimo fosse un amico. Questa spiccata dirittura morale favoriva in lui una generosità di spirito che gli esegeti non hanno ancora messo abbastanza in luce nella sua opera, ma che si è manifestata sempre lungo il corso della sua vita. Amava l’amicizia, e ha sempre dimostrato una rara fedeltà nei suoi affetti. Durante tutto l’esercizio della sua professione di medico, che ha avuto sulla sua opera letteraria una così grande influenza, ha dimostrato una devozione e un disinteresse ammirevole, sino alla fine della sua vita. Nei suoi ultimi anni, aveva, in effetti, aperto nella sua casa di Meudon un gabinetto medico, non tanto per lucro, ma per riprendere con la medicina un contatto che non fu solamente teorico. Si recava da lui qualche cliente povero, che non si decise mai a far pagare, e per i quali comprava di tasca sua le medicine. No, Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente. Preferiva di più l’essere il medico di un dispensario di periferia, che pagava i servizi prestati con un salario modesto, del resto sufficiente ai bisogni della sua esistenza disciplinata. Niente cambiò nelle sue abitudini di vita dopo che i suoi libri a grande tiratura gli portarono una fortuna, che alla vigilia della guerra, con una leggerezza che stupisce, affiderà a qualcuno che conosceva pochissimo, e del quale nulla doveva ispirare fiducia, con la missione di trafugare questo capitale in un paese straniero. Più tardi, quando credette di rientrare in possesso dei suoi beni, dovette costatare che questa riserva si era evaporata, e fu amareggiato enormemente di scoprirsi egli stesso in flagrante delitto d’ingenuità. Céline non aveva il senso del denaro, o meglio, non l’aveva che al livello delle necessità quotidiane. Durante i dieci ultimi anni, mentre sentiva declinare la sua salute, e credeva di lasciare sua moglie senza risorse, i suoi familiari lo sentirono spesso lamentarsi del prezzo delle derrate, affermando come i soldi fossero la sua unica preoccupazione, la sola ma quella verso la quale tendevano tutti i suoi sforzi, ed è vero, poiché nelle spese ordinarie ne teneva conto. Ma quando toccava alle somme importanti, allora le dissipava con acquisti costosi e futili, con quella malaccorta impazienza delle persone povere che vincono alla lotteria. In realtà, il denaro superfluo, quello che non serve ai bisogni basilari della vita, gli ha sempre dato fastidio.

Io temo che i suoi biografi e commentatori, almeno nell’immediato, l’immaginino e lo giudichino attraverso l’autoritratto che, attraverso le sue interviste e le conversazioni con degli scrittori durante i cinque o sei anni precedenti la sua morte, ha voluto dare di lui, e che non lo rispecchia giustamente.
A causa dell’ostilità sistematica e delle calunnie che aveva subito da parte di una stampa timorosa e venale, aveva poca stima per i giornalisti francesi. Era il suo divertimento farli smarrire in un labirinto di espressioni eccessive o contraddittorie, dando solo un riflesso deformato e derisorio di se stesso. Sapendo di essere in Francia il solo grande scrittore del suo tempo, era per lui un divertimento vedersi trattato dai giornalisti a volte con una divertita condiscendenza, a volte con un altezzoso disprezzo. Sì, Céline si è prestato a questa scioccante opposizione, ma non così amara da non discernervi già una vendetta postuma, e si è pressoché costantemente sforzato di provvedervi. Credo che sarebbe stato soddisfatto se avesse potuto, dal fondo della sua tomba, essere testimone del gran rumorio meravigliato menato dalla stampa francese intorno al nome di Hemingway, che morì il suo stesso giorno; di questo grande affannarsi di redazioni attorno a uno scrittore americano pregevole certo, ma senza genio − probabilmente più grande come cacciatore che come scrittore − e se avesse potuto leggere, allo stesso tempo, la stessa stampa francese che dava il frettoloso annuncio della morte di Céline.

Il suo crollo psicologico degli ultimi anni, e il suo aspetto trascurato, hanno altresì contribuito ad influenzare il giudizio di chi lo ha incontrato accidentalmente. In seguito ad una trapanazione necessaria dopo una ferita alla testa nel 1914, trapanazione che riferiva come particolarmente mal eseguita, aveva sempre sofferto di violente emicranie [in realtà, poiché non sono ancora stati trovati documenti medici attestanti questa operazione alla testa, le emicranie di Céline possono derivare da altre cause. D’altra parte, non si può escludere a priori una concussione derivante dall’esplosione dello stesso proiettile la cui scheggia offese il suo arto, fermo restando che la trapanazione sia un’iperbole biografica di Céline, NdC], ma dopo la sua scarcerazione dalle prigioni della Danimarca, dove il suo organismo si era indebolito, un dolore acuto e continuo non gli lasciò tregua, né di giorno né di notte. Negli anni a venire, dormì meno di due ore per notte, assopendosi male e a tratti, senza mai cessare completamente di soffrire. Camminava con difficoltà, e gli capitava, in seguito a degli attacchi di vertigine, di cadere, senza potersi alzare da solo. Un’altra ferita, anch’essa dell’altra guerra – le schegge di un proiettile gli avevano reciso i nervi di un braccio, e lasciato una mano pressoché inerte − si era messa a farlo soffrire. Le poche forze che gli restavano, le concentrava per scrivere, preoccupandosi poco del suo aspetto esteriore e dell’impressione che faceva agli intervistatori. Il giorno della sua morte, tremante, e, per una volta, gemente di dolore, la testa in fiamme, ma lucido, andò come tutti i giorni a sedersi al suo tavolo di lavoro, e si mise a scrivere. Resoconti di ogni sorta hanno dato al pubblico un resoconto distorto di questa energia sovrumana, a volte pietosa e tanto ingannevole; ed è questo quadro distorto e menzognero che orienta l’idea che le giovani generazioni si fanno dell’uomo che fu Céline.

Recentemente, ho letto nella Nouvelle Revue française uno studio di Jean-Pierre Richard intitolato La Nausée de Céline. È un tentativo di psicanalisi dell’uomo attraverso la sua opera e le sue interviste. L’autore è tra chi ha compreso meglio l’opera céliniana, e apprezzato l’ampiezza e la forza del suo genio poetico. Come dire che se egli nutriva un pregiudizio verso Céline, questo sarebbe piuttosto un pregiudizio favorevole. E la sua idea di nausea corrisponde abbastanza bene all’immensa stanchezza che, al di fuori del suo lavoro, Céline, estenuato, incessantemente occupato a superare le sue sofferenze, lascia apparire nei suoi propositi, nel suo atteggiamento, nelle foto dei suoi ultimi anni di vita. Ma, seppur seducente sul piano della comprensione del personaggio, la spiegazione non tiene per chi ha conosciuto Céline prima della guerra. Quest’uomo con il fisico e le spalle da corazziere, dal viso di una bellezza virile, illuminato dalla fiamma gioiosa e frizzante dei suoi occhi chiari, apparteneva ad una razza di scrittori poco concepibile agli intellettuali delle giovani generazioni. Dire che era, fisicamente e moralmente, una forza della natura è poco, poiché la sua forza organizzata era quella di un uomo che si era dato uno stretto autocontrollo, e che viveva in una stretta disciplina, forgiata da lui stesso. Non gli ho conosciuto che una debolezza, la collera, alla quale arrivava ad abbandonarsi. Nulla in quest’uomo, nulla nella sua conversazione, piena di salute, di gaiezza e di brio, brillante come le migliori pagine del Voyage, nulla può veramente richiamare l’idea della nausea. La natura aveva fatto di lui un lottatore, dandogli un’esuberanza di forza, volontà e potenza su se stesso, e la sua opera letteraria è quella di un lottatore. Prendiamo atto che in lui, l’incontro tra il poeta e il medico è stato di importanza capitale, e ha diretto la sua opera. […] La pratica della medicina e la visione delle migliaia di miserie umane in un dispensario di periferia, hanno ravvivato, o quantomeno affinato in Céline un senso, probabilmente innato; il senso del peccato, ma non contro la divinità, ma contro l’uomo. Le sue più grandi collere, le ho viste scatenarsi contro tutto ciò che riteneva conducente all’abbruttirsi dell’uomo, all’abbandono di se stesso: l’alcol, gli stupefacenti, l’abbuffarsi di cibo scadente, la sessualità sfrenata, il lusso, la miseria, le false barriere, la religione (ai suoi occhi, sembrava che i peccati contro la Chiesa, avvallassero i peccati contro l’uomo), le ipocrisie sociali e mondane che, sotto una copertura d’onestà, favorivano lo scatenarsi delle cattive intenzioni. No, non era la nausea che invadeva Céline allo spettacolo di una società accanita a distruggersi in ciascuno dei suoi individui. Era un odio robusto, potente l’odio di un nemico contro il quale non si sentiva totalmente disarmato per nulla, lui che aveva avuto la volontà di disciplinarsi e che pensava di fare un’opera meritoria nello spingere il naso di chiunque nella sua propria lordura. Anche scrivendo il Bagattelles, all’epoca pensava in buona fede di intraprendere un combattimento nello stesso senso. Jean-Pierre Richard, nel suo studio, spiega questa crisi d’antisemitismo avanzando l’ipotesi che Céline, non avendo il coraggio d’andare in fondo al suo personaggio, e per la lassitudine della sua nausea, avesse “preso come obiettivo” i più scontati da colpire al mondo, prendendo la scappatoia di colpire gli ebrei, di farne degli esseri immondi, capaci di aver insozzato e indebolito la Francia. Una tale teoria implica che Céline si identificasse nell’Io dei suoi primi due romanzi, e ciò è l’opposto della realtà. Tra Céline a Bardamu, vi è perlomeno la stessa distanza che separa Flaubert dai Bovary. Osserviamo d’altra parte come nello stesso periodo nel quale Bagattelle era pubblicato, Céline lavorasse a un terzo romanzo, del quale è apparso solo il primo volume, dove si esprimeva in prima persona, e non vedo come tra questo terzo Io e quelli dei romanzi precedenti, ci sia frattura di sorta. Questo semplice fatto dimostra come bisogni cercare altrove le ragioni di questo fiero antisemitismo. Credo che l’antisemitismo non si dichiari all’improvviso come il morbillo, ma sia il frutto dell’educazione. Céline era nato in quell’ambiente di piccoli commercianti parigini, tutti più o meno antisemiti, poiché ai tempi dove erano impiegati di commercio, l’ebreo simboleggiava per loro il padrone, e in seguito, quando avviarono la loro attività, avevano trovato in lui un temibile concorrente, accusato di rovinare i piccoli negozianti con il concorso delle banche ebraiche. Non dimentichiamoci che sino all’Affaire Dreyfus, la classe operaia a Parigi era apertamente antisemita, in teoria in ricordo dei banchieri dell’Impero, in realtà per ragioni più vicine. Una volta che Jaurès ebbe preso posizione nell’Affaire, l’ostilità degli operai cessa di essere aperta, ma non cessa affatto, e se ancora oggi esiste a Parigi un fermento d’antisemitismo, esso esiste non nei quartieri-bene, ma nelle periferie e anche tra i piccoli commercianti della capitale. Si può ben immaginare che nel negozio del Passage Choiseul (già in declino), dove Céline Destouches, la madre del nostro futuro scrittore, vendeva i suoi pizzi, il bambino ha dovuto crescere nella familiarità di questo astio anti ebraico, infamante l’anti-Francia che minacciava il pane del focolare. E non fu una presa di coscienza letteraria, quella che ha risvegliato e fatto divampare tutto d’un tratto un antisemitismo latente nel suo cuore e nel suo spirito, ma una oltraggiosa ingiustizia subita nell’esercizio della sua professione di medico, e perpetrata a beneficio di un suo collega ebreo. Altri avrebbero incassato l’affronto, mordendo il freno, ma come ho detto, non si attacca chi si difende a fondo, con tutte le sue forze. Si giudicheranno come eccessivi gli sviluppi dati a questo affare personale. Ma una ingiustizia è mai unicamente un affare personale? In tutti i casi, una cosa è sicura, ossia che Céline, se non fosse stato provocato, colpito al cuore, non sarebbe mai partito in guerra contro gli ebrei. Non è quindi, secondo la parola di Jean-Pierre Richard, “un delirio di casualità” che lo ha fatto uscire dai gangheri. Qui, è l’ingiustizia che ha generato ingiustizia. E se la risposta è stata sproporzionata con l’ingiustizia iniziale, è che Céline, prono alla collera e al suo genio verbale, aveva precisamente perso questa facoltà di “essere obiettivo” che possedeva pienamente quando si trattava di Bardamu e delle sue altre creazioni. L’errore di identificare Céline con Bardamu conduce naturalmente a pensare che si è rinnegato, renié nel denunciare, a proposito degli ebrei, l’abbassamento della vitalità, del civismo, dell’intelligenza e del patriottismo francese. In realtà, se si rimettono Céline e Bardamu nelle prospettive proprie a ciascuno di loro, non vi è l’ombra di un rinnegamento. Non vi vediamo che una contraddizione, del resto ben anteriore alla crisi d’antisemitismo. Quest’uomo, che più di altri aveva misurato l’onore, la stupidità della guerra, e il pericolo permanente che costituiscono i nazionalismi surriscaldati, custodiva in lui vivace e suscettibile, un patriottismo da immagine di Epinal, inculcatogli dalla scuola comunale e che proseguì a casa con la lettura dei grandi quotidiani. Questa guerra mondiale che giudicava aberrante e odiosa, era fiero di averla combattuta con coraggio e distinzione, e non cessò mai di essere fiero delle gravi ferite ricevute al servizio del suo paese. Ed eccoci lontano da Bardamu! Ai nostri giorni, è difficile comprendere come questi sentimenti abbiano potuto coesistere con quei giudizi lucidi che ne erano la condanna. Io, che fui, come tutte le persone della mia età, impregnato dall’insegnamento sciovinista della scuola laica, e che sono cresciuto in una città dell’est, con il ricordo d’aver assistito, prima dell’altra guerra, a degli scoppi d’isteria popolare a proposito dell’Alsazia-Lorena e del nemico al di là del Reno, non mi stupisco di questa contraddizione. D’altra parte, quello che mi sembra sorprendente, è che si sia potuto accusare Céline di aver collaborato con i tedeschi e anche di essere per loro un amico e un ausiliario. È una favola corrente già al tempo dell’occupazione, e che dura ancor oggi. In realtà, Céline nutriva per i tedeschi una sfiducia e una ostilità che veniva da lontano. I suoi genitori, che ambivano per lui una carriera da grande commerciante, o da grande uomo d’affari, avevano voluto che apprendesse le lingue straniere, per le quali era sin d’allora notevolmente dotato. Verso i suoi dodici anni, lo mandarono a due riprese a passare le vacanze in una piccola città tedesca, in modo da fargli apprendere la lingua del nemico. Il giovane Destouches si scontrerà là allo sciovinismo odioso, irriducibile, dei bambini della sua età che si ostinavano a rendergli la vita insopportabile. Immagino facilmente che si sia difeso con vigore e non avrà tardato a trovare delle risorse nella lingua dei suoi avversari, ma cinquanta anni più tardi, parlava ancora di quei due soggiorni come di un incubo. La disfatta del 1940 fu per lui un’umiliazione e, a prescindere di qualunque cosa avesse detto prima, una sorpresa dolorosa. La sentì come un affronto che gli era stato inflitto personalmente, e non volle mai sentire altra spiegazione che il tradimento, la mancanza di cuore di un Esercito che si era lasciato catturare, diceva, senza combattere. Era un capitolo sul quale rifiutava sempre la discussione, e il suo rancore contro quell’Esercito là si sostenne sino alla fine della sua vita. Là, come anche nel suo antisemitismo, si trovava su un terreno passionale, dove non accettava di rendere obiettivamente il dibattito. Dal suo processo, dal quale era contumace, il commissario del governo si convinse che non vi era nulla nel suo dossier. Agli ammiratori timidi che una leggenda malevola e una critica troppo prudente tiene ancora a distanza, posso dire anch’io: “Non vi è nulla nel dossier di Céline” (1).


(1) Cahiers de l’Herne, 1981. Traduzione Andrea Lombardi.