lunedì 16 aprile 2012

Céline né attore né martire, di Julia Kristeva

[…] Strano stato d’animo quello in cui c’immerge la lettura di Céline. Al di là dei contenuti dei romanzi, dello stile della scrittura, della biografia dell’autore o delle sue posizioni politiche insostenibili (fasciste antisemitiche) il vero “miracolo” Céline sta nell’effetto di lettura − affascinante, misterioso, intimamente notturno, liberatore di un riso sen-za compiacimento eppure complice. Come, dove perchè quasi vent’anni dopo la sua pubblicazione del Viaggio al termine della notte quest’universo celiniano ci interpella così vigorosamente? Non vi ritrovo i deliziosi intrecci del verbo proustiano che svolge la mia memoria e quella dei segni della mia lingua fino agli incandescenti e silenziosi recessi di quell’odissea del desiderio che egli ha decifrato nella mondanità e attraverso la mondanità dei contemporanei. Non ne esco scossa fino all’eccitazione, fino alla vertigine (tormenti che alcuni ap-piattiscono in monotonia) come quando la macchina narrativa sadiana svela sotto il potere del terrore il gaio calcolo della pulsione sessuale annidata nella morte. Non vi attingo la bellezza bianca, serena e no-stalgica dell’arabesco sempre desueto di Mallarmé che sa volgere gli spasmi di un De profundis nel tracciato ellittico di una lingua che si torce. Non vi trovo la nera e romantica rabbia di Lautréamont che strangola il classicismo in un riso satanico; né le scariche del dolore ritmato di Artaud in cui lo stile adempie il ruolo di trasporto metafisi-co del corpo nel luogo dell’Altro e ambedue devastati lasciano però una traccia, un gesto, una voce… L’effetto Céline è tutt’altro. Richia-ma quanto in noi sfugge alle difese, all’apprendimento, alle parole, o quanto vi si oppone. Una nudità, un abbandono, una sazietà, il disagio, una decadenza, una ferita. Quel che non si confessa ma si sa comune: una comunità bassa, popolare o antropologica, il luogo segreto cui so-no destinate tutte le maschere. Céline ci fa credere di essere vero, il solo autentico e noi siamo pronti a seguirlo affondati in quel termine della notte dove viene a cercarci e dimentichiamo che se ce lo mostra è perché lui sta altrove, nello scritto. Attore o martire? Né l’uno né l’altro o tutt’e due insieme, come un vero scrittore che crede alla sua astuzia. Crede che la morte e l’orrore siano l’essere. Ma bruscamente e inaspettatamente la piaga nuda dal suo dolore e con l’artificio di una parola si aureola, nel Viaggio al termine della notte, di un “ridicolo piccolo infinito” tenero e colmo d’amore, di riso gaio ma anche pieno di amarezza, di derisione implacabile e di un domani impossibile. An-che la vostra diletta abiezione è una faccenda di guignol’s band, e l’incanto sarà per un’altra volta… per il godimento del verbo, dei sen-si o della trascendenza presa dall’interno, nel puro stile letterario, niente da fare… Resta l’aria senza note… Nemmeno il culto della Morte… I tre punti… Meno di niente, o più… Dell’altro… La con-sunzione di Tutto e di Niente nello stile… Il più grande omaggio al Verbo che non si è fatto carne per issarsi nell’Uomo ma per raggiun-gere, corpo e lingua fusi insieme, quegli stati intermedi, quei non stati, né soggetto né oggetto in cui tu è solo, singolare, intoccabile, scontro-so, senza credito al termine di una notte tanto particolare quanto in-commensurabile… La lettura di Céline ci afferra nel luogo fragile del-la nostra soggettività in cui le difese crollate svelano, sotto l’apparenza di una roccaforte una pelle scorticata: né dentro né fuori, l’esterno che offende si capovolge in un dentro abominevole, la guerra rasenta la putrefazione mentre la rigidità sociale e familiare, falsa ma-schera, sprofonda nella beneamata abominazione di un vizio innocente. Universo di frontiere, di altalene, di identità fragili e confuse, erranze del soggetto e dei suoi oggetti, paure e lotte, abiezioni e lirismi. Alla cerniera fra il sociale e l’asociale, il familiare e la delinquenza, il ma-schile e il femminile, la tenerezza e l’assassinio. Luoghi che abbiamo percorso − con la sozzura, l’abominazione, il peccato − sotto altri cieli, sotto altre protezioni. Che al lettore contemporaneo appaiano in Céline più cocenti delle reminiscenze archeologiche cui abbiamo accennato, è dovuto alla fragilità in lui dell’istanza giudicante, ideale o d’interdizione che borda anzi fa esistere l’abiezione in altre epoche e in altre culture. Con Céline quest’istanza diventa ambigua, s’incava, marcisce e si disgrega: illusione fugace e derisoria, idiota ma persi-stente… Né divinità né morale, è la filigrana che resta nell’ombra e nell’orrore della notte perché questa notte si scriva. Istanza del senso esploso, folgorato eppure presente, sfavillante: una scrittura. Nessuna contestazione rivoluzionaria che presumerebbe la credenza in una mo-rale, in una classe o in umanità nuove. Nessun dubbio scettico che in ultima analisi si raccoglie sempre nell’autosoddisfazione di un critici-smo che lascia aperte le porte del progresso… Ma nera esplosione u-guale all’implosione devastante, anarchica, a condizione di rettificare subito: non c’è anarchia assoluta della scrittura perchè lo scritto ordina, regola, legifera. Che cosa? Niente? Quale oggetto? L’abietto? Vizio? Commedia? Perversione? Ancora di più. Un’aspirazione al senso, che si assorbe, s’inghiotte, si digerisce, si rigetta. Potere e peccato del ver-bo. Senza dio, senza Un altro che non è quello soggiacente al polilo-quio della sinfonia céliniana: una musica, una trama, una trina… Una vertigine dell’abiezione che si sostiene e si scrive solo a condizione di poter anche darsi oggetti di odio, quelli più stabili e più arcaici che ga-rantiscano il godimento più preciso, più sicuro. E nemmeno si spiega l’ambivalente e derisoria adesione al nazismo. Ma si integra come ne-cessità interna, un contrappeso intrinseco, un prepotente bisogno d’identità, di gruppo, di progetto, di senso che cristallizza la riconci-liazione oggettiva e illusoria tra un io che annega nella vertigine dei suoi oggetti e della sua lingua e la proibizione identificante − insoste-nibile, intollerabile, decrepita che lo fa essere. Il fascino astioso verso gli ebrei professato sino alla fine della sua vita e l’antisemitismo pri-mario che inebria le tumultuose e violente pagine dei pamphlet non sono un caso: si oppongono alla dissoluzione d’identità coestensiva alla scrittura alla scrittura che tocca le distinzioni più arcaiche e getta ponti sulle separazioni che assicurano il senso e la vita. L’antisemitismo céliniano, come in altri l’impegno politico − come di fatto ogni impegno politico in quanto consolida il soggetto di un’illusione socialmente giustificata − è un argine. Un delirio forse ma di cui sono note l’estensione sociale e le molteplici razionalizzazioni: un delirio che letteralmente impedisce di diventare folli perchè differisce l’abisso insensato che minaccia quella traversata dell’identico che è la scrittura… Romanzi realistici per costrizione sociale e in qualche modo per odio, leggende ma anche musica, danza, emozione, note bordate di silenzio − i testi di Céline, come è stato detto fin troppe volte, sono di cattivo genere. Si potrebbe leggerli seguendo i meandri del racconto che simile a quello dei classici, picaresco o biografico all’inizio (Viaggio al termine della notte, Morte a credito), esplode e si volge nella polifonia di Nord e di Rigodon passando attraverso il carnevale di Guignol’s band e del Ponte di Londra. Più specificatamente celiniano è annegare il racconto nello stile sempre più asciutto e più preciso rifuggendo dalla seduzione per scegliere la crudeltà, ma sem-pre assillato dalla stessa preoccupazione: toccare il nervo intimo, cogliere l’emozione con il parlare, rendere lo scritto orale, cioè contem-poraneo, rapido, osceno. Se questa scrittura è una lotta non si vince tramite le identificazioni edipiche che la narrazione produce ma con immersioni molto più profonde, lontane e rischiose. Queste immersioni che raggiungono il lessico e la sintassi assimilano l’esperienza celi-niana non tanto al verosimile del romanziere quanto all’inumanità del poeta. Un’inumanità nella lingua, la più radicale dunque, poiché intacca quella garanzia ultima dell’umanità che è il linguaggio. E questa inumanità, sull’esempio di una filiazione nera in cui si leggeranno Lautréamont o Artaud, trova temi adeguati contro ogni tradizione lirica: temi dell’orrore, della morte, della follia, dell’orgia, dei fuorilegge, della guerra, della minaccia femminile, delle spaventose delizie dell’amore, del disgusto, del terrore. Sono temi che apparentemente affronteremo in Céline. Non sarà però una lettura tematica, a motivo dei temi ma sopra tutto perché questi temi in Céline hanno sempre una posizione almeno doppia, tra il disgusto e il riso, tra l’apocalisse e il carnevale. Ogni tema di finzione è per definizione una sfida al significato unico, poiché è un significato polivalente, “una siderazione dell’ipseità” (G. Bataille). Perché forse i fantasmi che l’alimentano convergono verso il nucleo impossibile, l’”origine” impensabile che è la scena delle scene, la cosiddetta scena primaria. D’altronde Bachtin ha dimostrato il dialogismo fondamentale, la bivalenza di fondo di ogni parola, di ogni termine o enunciato in un romanzo che deriva dalla tradizione carnevalesca (come per esempio i romanzi di Dostoe-vskij). Céline porta al parossismo questa tecnica che è un modo di essere. Chi può dire se il bombardamento di Amburgo scritto da Céline sia il colmo del tragico o la più disinvolta derisione dell’umanità? L’orgia-assassinio-incendio in casa di Titus van Claben è l’orrore per un’umanità nauseante o una farsa rocambolesca che riguarda pochi buontemponi? Alle ambivalenze semantiche del carnevale, che sa accostare l’alto e il basso, il sublime e l’abietto, Céline aggiunge lo spietato annientamento dell’apocalisse. Un gusto di fine del mondo questo disgusto per l’umanità in piena Seconda Guerra, con o senza politica. La spada invisibile di un giudizio pesa sull’universo celiniano più del dio in fondo permissivo del carnevale medievale e dei suoi seguaci tutto sommato credenti, compreso Dostoevskij. La spada invisibile di un dio inesistente − né trascendenza né Uomo, niente maiuscole tranne il luogo… “Niente avrà avuto luogo tranne il luogo” (Mallarmé) − Una spada che forse non è nemmeno un’istanza ma una distanza: un ideale e un superìo, un distacco che fanno esistere l’orrore e nello stesso tempo ce ne distolgono, che ci riempiono di spavento, e con questo spavento, e con spavento fanno del linguaggio una penna sfuggente, acuta, un merletto, un volteggio, una risata e una nota di morte…

[…] bisogna essere più che un tantino morti per far ridere sul serio! voilà! Devono averti tagliato fuori, distaccato.
Ahimè, io ho una certa disinvoltura con gli istinti e la vita − Non sono né gaudente né sensuale. Sono “distaccato”, serio, classico nel mio delirio − costruttivo − In questo forse sono vicino ai grandi − ma questo è tutto…  

(1) Julia Kristeva, Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione.

venerdì 13 aprile 2012

L'amico SS di Céline

Il Colonnello SS Hermann Bickler (secondo da sx) con appartenenti delle SS e del NSDAP.
















L’amico SS di Céline

di Andrea Lombardi


Durante l’occupazione tedesca di Parigi nel 1940-1944, il Colonnello delle SS Hermann Bickler ebbe l’incarico di sorvegliare le personalità francesi della città, conoscendo così un gran numero di esponenti della cultura francese del periodo, tra i quali Louis-Ferdinand Céline; sarà proprio grazie a Bickler che Céline otterrà i visti necessari per fuggire dalla Germania alla Danimarca nel 1945. Di seguito un ricordo inedito in Italia degli incontri tra l’alto ufficiale nazista e un Céline tra il maledetto e il bohèmienne:


Uno dei personaggi più strani, più interessanti e anche tra i più simpatici che io abbia conosciuto in Francia fu lo scrittore Louis Ferdinand Destouches, meglio conosciuto letterariamente sotto lo pseudonimo di Louis-Ferdinand Céline. Il suo nome mi era famigliare dagli anni Trenta, da quando avevo scritto del suo primo romanzo, Viaggio al termine della notte, in un giornale di Strasburgo […]
Dopo l’armistizio del giugno 1940, venni a conoscenza che Céline era rimasto a Parigi, come d’altronde la maggior parte degli intellettuali e degli artisti. Non ricordo cosa avesse motivato il nostro primo incontro, ma appresi subito che frequentava l’ambasciata tedesca di rue de Varenne.
Un giorno, il piantone mi annunciò che un uomo dall’aspetto equivoco desiderava parlarmi, e mi chiese se poteva lasciarlo passare. Quando sentii il nome di quest’uomo, ordinai che lo si conducesse a me senza ulteriore attesa. Quando finalmente, sempre scortato dal piantone, egli penetrò nel mio ufficio, compresi fin troppo bene i sospetti della sentinella: Céline sembrava veramente l’immagine che ci si potesse fare del partigiano o di un attentatore. Quest’uomo di alta statura, largo di spalle, indossava una pelliccia di montone e spessa lana. I suoi capelli neri, inquadranti un viso piuttosto pallido, erano in disordine. Tutta la sua persona era d’altronde vestita senza alcuna cura né eleganza. Usava recarsi in moto dai suoi alloggi di Montmartre ai suoi consulti in una banlieue di Parigi dove lavorava come medico dei poveri. Andammo subito d’accordo […]
Dopo il nostro primo incontro, Céline aveva fatto domanda per ottenere un permesso di porto d’armi, perché si sentiva minacciato dai gollisti, permesso che gli fu concesso senz’altra questione.
Secondo me, però, Céline non era mai stato minacciato in questo periodo. Anche i comunisti, i quali iniziavano in questo periodo a mostrarsi attivi, non avevano mai colpito un medico dei poveri. Lo prova un aneddoto tipico, narratomi dal mio amico Céline stesso: dopo un consulto, uno di questi tizi parigini gli riporterà la pistola che, per distrazione, aveva dimenticato nel suo studio durante un esame. Il ragazzo la ridarà al medico canzonandolo, con il suo inimitabile gergo di strada; “Ferdinand, ti sei dimenticato il tuo ferro…”
Spesso, quando Céline transitava nei paraggi spetecchiando con la sua moto, ci faceva una visitina. Ormai, quando passava, non incuteva al piantone più alcun timore. Poi, lo scrittore mi invitò da lui, sulla Butte. Molte di queste serate mi sono rimaste scolpite nella mia memoria. Il suo domicilio si trovava al cuore di Montmartre, e corrispondeva pienamente al suo stesso aspetto. Una volta superate una serie di scure scale di questa vecchia casa, si arrivava a un appartamento composto da tre locali. Una stanza serviva da sala da pranzo e da letto, nell’altra troneggiava un grande tavolo rotondo interamente ricoperto, come anche il pavimento, di foglietti manoscritti. Il terzo serviva da ufficio e ripostiglio, la riserva di legname sistemata a lato della moto. Nel soggiorno vero e proprio, la sudicia pelle di montone era disposta di traverso sul letto, semplicemente accostato un po’ di lato in modo di poter far accomodare a tavola gli invitati. Il pasto consisteva in un’unica portata nutriente e saporita, e nell’appartamento, dove l’apparenza del lusso e ancor più dell’eleganza non avevano il minimo valore, ci si sentiva estremamente a proprio agio. Era sempre interessante. Ci si trovava in piena bohème, come è sempre esistita a Montmartre. Non era raro che un pittore o uno scrittore, residente nel palazzo o nel vicinato, si aggiungesse alla nostra compagnia […]
Impressioni uniche rimanevano impresse quando Céline narrava i suoi pensieri. Parlava sempre con una voce assai tenue, ma in quei momenti abbassava la voce ancor di più, come se realmente parlasse solo a se stesso. Ci si rendeva conto in quei momenti che Céline faceva parte della famiglia dei grandi sonnambuli. Era, in fondo, un realista malinconico. Non importa se questo derivasse dalle origini celtiche di questo nativo della Bretagna, o ancora dai suoi anni di familiarità con il lato oscuro dell’esistenza umana. Appariva allora talvolta, in quei momenti, come un cinico crudele. In realtà, era una persona calorosa, e come amico era di una cordialità incomparabile. Ma non si faceva illusioni sugli umani. Aveva viaggiato in America e in Africa per conto della Società delle Nazioni e aveva anche visitato l’Unione Sovietica. Aveva raccontato in modo terrificante il crollo della Francia nel 1940, e i suoi libri sul caos tedesco del 1945 non si leggono diversamente. Era pessimista sulla guerra, e sulla posizione dei tedeschi in essa. Sono portato inoltre a supporre che molti tedeschi, a fortiori le persone gravitanti intorno all’ambasciata tedesca, che aveva incontrato durante l’Occupazione, non gli fossero particolarmente simpatiche. Gli rimproverava di essersi fatti permanentemente menare per il naso dal governo di Vichy. Rigettava Laval come tipicamente youpin, e d’altra parte, in quei momenti, era ancora meno portato che mai a moderare la sua linea di condotta ferocemente antisemita, che era già la sua prima della guerra. Ebbe anche uno scontro su questi temi con Ernst Jünger, che era al Comando militare di Parigi e espresse chiaramente il suo rifiuto totale di Céline nel suo Diario. Céline non glie lo perdonerà mai, e, come appresi dalle parole dei suoi ultimi visitatori, gli diede il nomignolo, tipico per lui, ma ingiusto, di piccolo pulotto. Ein kleiner Bulle [un torello], come diciamo da noi. I nostri incontri si trasformarono molto presto in una amicizia sincera che si prolungherà oltre la guerra, anche se non lo rivedrò più di persona. Ma mi scrisse ancora dalla Francia, dopo il suo ritorno dall’esilio in Danimarca, qualche lettera commovente, tipica sua. Purtroppo non avevo all’epoca la possibilità di recargli visita. Era già molto malato e ormai alla fine della sua strada.

Da Ein Besonderes Land: Erinnerungen und Betrachtungen eines Lothringers, di Hermann Bickler, 1978, estratto pubblicato sulla rivista Lire, Hors-Serie n. 13. Traduzione di Andrea Lombardi.

L’SS-Standartenführer (Colonnello delle SS) Hermann Bickler [nella foto, il secondo da sinistra] nacque nel 1904 a Hottviller, nel dipartimento della Mosella, in Alsazia-Lorena. Laureato in Giurisprudenza, fu attivo politicamente in Alsazia come autonomista, fondando partiti separatisti e periodici in lingua tedesca. Nel 1939 sarà internato dalle autorità francesi, e liberato dall’esercito tedesco nel 1940. Iscritto al NSDAP, fu nominato Kreisleiter (direttore distrettuale) della città di Strasburgo, e nel settembre 1940 fu ammesso nelle SS: datosi volontario per il fronte russo nel 1941, gli fu invece data la responsabilità del Reparto VI (Spionaggio) dell’SD (Servizio di Sicurezza) a Parigi, raccogliendo informazioni sulle personalità politiche francesi residenti in città, e organizzando cellule di controspionaggio con personale francese. Dopo lo sbarco Alleato in Francia, fu capo dell’SD in Alsazia e poi inviato fronte orientale, nel reparto propaganda della 5. SS-Panzer-Division “Wiking”. Condannato a morte in contumacia da una corte francese, si rifugiò prima in Tirolo e quindi in Italia, intraprendendo la carriera di uomo d’affari. Morirà nel 1984 nella sua residenza sul Lago Maggiore.

lunedì 5 marzo 2012

L’autocensura di Céline - Il caso delle “Bagatelle”, un saggio di Riccardo De Benedetti

 

L’autocensura di Céline
Il caso delle “Bagatelle”, un saggio di Riccardo De Benedetti
di Patrizio Paolinelli 


Vedersi censurati è quanto di più sgradevole possa capitare ad un autore. Ma autocensurarsi? In questo caso le cose si complicano. Si complicano a tal punto che il critico deve sudare sette camicie per aprire un varco nell’interdetto volontario. Dinanzi a questo difficile lavoro (anche contro la volontà dell’autore) Riccardo De Benedetti non si spaventa. Rimboccatosi le maniche ha appena dato alle stampe: Céline e il caso delle “Bagatelle”, (Postfazione di Giancarlo Pontiggia), Medusa, 166 pagg. 14 euro.
All’indomani del secondo conflitto mondiale l’autore del Voyage au bout de la nuit vieta la pubblicazione dei suoi pamphlet antisemiti e anticomunisti: Bagatelles pour un massacre (1937), L'École des cadavres (1938), Les Beaux draps (1941). Divieto ancor oggi fatto valere da Lucette Almanzor, moglie dello scrittore e depositaria dei diritti sull’opera letteraria del marito. Insomma, bisognerà attendere ancora una ventina d’anni prima che i libri di Céline siano di dominio pubblico. Nel frattempo Bagatelles e gli altri libelli restano oggetti misteriosi di cui si discute (quasi sempre per bollarli d’infamia) ma che non si conoscono, transitano nei circuiti semiclandestini dell’estrema destra e sono presenti in pochissime biblioteche pubbliche.
Céline e il caso delle “Bagatelle” è un tascabile composto da tre brevi e densi capitoli curiosamente privi di titolo. Il primo affronta i motivi dell’antisemitismo céliniano. Il secondo ripercorre il dibattito sulle opere dello scrittore nel corso del processo in contumacia celebrato a Parigi nel 1945. Il terzo capitolo affronta l’accoglienza di Bagatelle in Italia. In un piccolo volume si ha così un quadro assai completo della vicenda del pamphlet più noto di Céline.
Per affrontare l’ostracizzato Bagatelles dal mondo delle lettere De Benedetti si interroga sulla natura dell’interdizione che lo ha colpito. E’ giuridica? Morale? Letteraria? Il testo céliniano è semplicemente grottesco e privo della pur minima dignità scientifica. Dunque le sue tesi sono facilmente smontabili. Eppure per il biografo di Céline, François Gibault, pubblicare oggi Bagatelles e gli altri pamphlet sarebbe una provocazione. Affermazione che non convince De Benedetti. Il quale ritiene (e siamo d’accordo con lui) che i libelli di Céline vadano rieditati. Anche perché la loro vita sotterranea non fa che alimentarne l’aura, rallentando la ricostruzione critica.
Tenere sottochiave i libri maledetti di Céline ostacola sostanzialmente il dibattito su domande decisive: Bagatelles e gli altri pamphlet sono opere di finzione? Hanno contribuito alla Shoah? Il razzismo di Céline è un’opinione e come tale resta esclusivamente nel regno delle opinioni? Hanno ragione André Gide e Henry Miller che pur con qualche arrampicata sugli specchi assolvono l’autore delle Bagatelles? Di che tipo è il pacifismo di Céline? I libelli rientrano nell’idea della morte della letteratura? Pur offrendo le proprie risposte a queste e ad altre domande De Benedetti apre soprattutto la strada per un confronto. E confronto sia.
Dopo essere tornato pacifista dal fronte della Grande Guerra, Céline diventa filonazista e abbraccia la teoria della razza ariana. Sono gli anni in cui pubblica i suoi poemi dell’odio dando la stura a una travolgente paranoia che lo condurrà all’emarginazione. E’ patologicamente ossessionato da ebrei e comunisti (che, attenzione, per lui sono la stessa cosa). Questo assillante senso di persecuzione riguarda solo Céline? O è un endemico meccanismo della modernità di cui ancora non ci siamo liberati? In altri termini: abbiamo implacabilmente bisogno di un nemico? Sembra proprio di sì. E sembra che questa spinta muova anche De Benedetti. Appena s’imbatte in qualcosa di sinistra vede rosso e, come Céline, perde il lume della ragione. Un esempio. A un certo punto De Benedetti si chiede: se le Bagatelles sono un testo dell’odio quanti altri
testi dell’odio di classe dovrebbero essere sottoposti allo stesso embargo? Dimentica così che l’embargo delle Bagatelles è volontario, ma soprattutto che storicamente il concetto di odio di classe è stato sviluppato dal padronato (per promuovere leggi contro i lavoratori) e niente ha a che fare con il concetto di lotta di classe (criticabile finché si vuole, naturalmente, ma si tratta di tutt’altra cosa). Sono diversi i passaggi in cui, accecato dall’anticomunismo, De Benedetti perde la bussola e precipita nell’intolleranza. Esattamente come Céline. Per questo è importante studiare le Bagatelles. Capirle e criticarle ci può indurre a un maggior rispetto della pluralità di pensiero. 

VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 18 febbraio 2012

sabato 18 febbraio 2012

"Bagatelle per un massacro", Meglio sapere o non sapere?

 

"BAGATELLE PER UN MASSACRO", MEGLIO SAPERE O NON SAPERE?

Il caso è noto. L’assessorato alla Cultura prima supporta la presentazione di un saggio che prende in esame perché “Bagatelle per un massacro”, il testo di Louis-Ferdinand Céline del 1937 che in Italia quasi nessuno ha letto-perché censurato causa i contenuti antisemiti, poi, sulle rimostranze della “base” dei social network (e prima o poi del rapporto tra la giunta e facebook bisognerà scrivere qualcosa, perché affidarsi alla pancia non è sempre buona cosa per un amministratore), nega la presenza dell’assessore Stefano Boeri e spiega che la Sormani ha un programma di eventi autonomo (e ci mancherebbe altro che il palinsesto lo decidesse Boeri).
Coda o covone di paglia che sia, vorremmo un po’ più di pragmatismo. Bastava dare una scorsa al nome dei relatori (Marco Vallora, Giancarlo Pontiggia, Gian Paolo Serino, oltre al filosofo Franco De Benedetti, autore per Medusa di “Céline e il caso delle Bagatelle”), per capire che non si trattava di un convegno di Casa Pound. Il patrocinio di Palazzo Marino può andare dunque solo a quegli eventi incentrati su testi edificanti? Eppure nelle cineteche comunali è circolato più volte “Moloch” di Sokurov, incentrato sulla vita di coppia di Hitler e Eva Braun, e Leni Riefenstahl è stata premiata qualche anno fa a Palazzo dei Giureconsulti, con un riconoscimento alla carriera. Non è la stessa cosa, direte voi. E certamente gli esempi scelti sono volutamente grezzi. Perché di un tabù, e nulla di più, si tratta. Così come siamo interessati a osservare dallo spioncino il mènage extraconiugale del “mostro” Hitler, o a visionare le fotografie apologetiche del regime nazista di una talentuosa artista di propaganda, non vedo perché non si possa discutere serenamente sui motivi per cui oggi esiste ancora un libro all’indice, sui cui tutti esprimono un giudizio fermo, senza che nessuno l’abbia letto. Il motivo sta nel fatto che l’antisemitismo che vi è espresso è strettamente contiguo dal punto di vista temporale all’Olocausto. Questa è l’unica ragione.
Gian Paolo Serino ha ricordato in questi giorni che l’antisemitismo era diffuso tanto nella società americana quanto in quella europea sin dagli inizi del “secolo breve”. Era, aggiungiamo noi, altrettanto radicato nella civiltà cattolica, e i retaggi di quel radicamento si riscontrano ancora nel linguaggio e nella considerazione verso gli ebrei che caratterizza le aree “bianche” del nostro Paese. Nel caso di Céline, l’antisemitismo attraversava anche i romanzi, ma nessuno si è curiosamente mai messo ad analizzare da questo punto di vista “Viaggio al termine della notte” o “Morte a credito”. Eppure i testi di fiction di altri autori francesi, a partire da quello che, a torto o a ragione, è considerato l’erede di Céline, ossia Michel Houellebecq, da sempre sono passati alla lente d’ingrandimento, per provare a capire se il punto di vista dei protagonisti è in tal senso quello dell’autore. Da questo di punto di vista il dibattitto è particolarmente vivace. Può essere considerato decisivo al fine del giudizio ultimo sul valore dei romanzi dell’autore di “Piattaforma”, o venire liquidato come una pruderie, ma certamente nessuno si è mai sognato di mettere all’indice lo scrittore di punta di Flammarion. Ricordo invece una circostanza curiosa. La prima volta che mi procurai “Morte a Credito”, nella prima edizione italiana, quella di Garzanti del 1964, con la traduzione di Giorgio Caproni, il testo era censurato. Nel senso che ogni tanto il lettore incontrava degli spazi bianchi. Spesso si trattava di una sola parola, più raramente di intere frasi o periodi. Quelle cancellazioni non erano in alcun modo legate a passaggi di contenuto antisemita, e facevano riferimento piuttosto a situazioni scabrose, o utilizzavano termini allora “proibiti”. Di fatto dovemmo aspettare il 1997 per leggere la traduzione di Caproni nella sua integrità, grazie ai tipi di Tea (in precedenza c’era stata un’edizione Mondadori, nel 1987). Ma il fatto è che Ferdinand Bardamu era un alter ego di Céline. Altra cosa, nella percezione del lettore, è evidentemente un pamphlet, in cui non c’è possibile equivoco in merito tra la posizione di chi parla e quella dell’autore. È dunque solo una questione di codice? Quel che si può dire in un romanzo (i passi antisemiti non sono mai stati “sbianchettati”) non ha diritto di cittadinanza in un saggio? Evidentemente sì, per quanto poco voltairiano ci possa sembrare. Il paradosso è che così continueremo a non sapere se “Bagatelle per un massacro” è una sorta di “Mein Kampf” o meno. In Italia esiste un’edizione di “Bagatelle” pubblicata da Guanda nel 1981, che venne ritirata dalle librerie tre mesi dopo la pubblicazione, a seguito delle rimostranze della vedova Céline. Non si trattò dunque di un vero e proprio episodio di censura, quanto piuttosto di tutela-attraverso strumenti indebiti-dello status raggiunto dallo stesso Céline con il corpus complessivo della sua opera. Era sufficiente il pamphlet per sporcarla? La risposta è legata a quella che personalmente considero un’evidenza: se non fosse avvenuto l’Olocausto, “Bagatelle per un massacro” sarebbe un vergognoso testo antisemita, trascurato dalla critica, pubblicato magari da qualche oscuro editore. Credo per esempio che in pochi sappiano che contiene la presentazione di tre balletti ideati per L’Expo del 1937, “La naissance d'une fée”, “Voyou Paul”, “Brave Virginie” e “Van Bagaden”. E che fu proprio il rifiuto di questi balletti scatena la furia razzista di Ferdinand, protagonista del libro. Perché, e questa immagino sia una sorpresa per molti, “Bagatelle” contiene anche molti elementi di finzione letteraria, al punto che potremmo persino pensare che gli alter ego di Céline siano due, lo stesso Ferdinand e il dottor Gutman, con cui il protagonista dialoga (ricordiamo che l’autore esercitava la professione di medico). Ci sono poi diversi passaggi in cui vengono criticati tutti i totalitarismi, e accenni a quelle stesse posizioni pacifiste espresse nel suo primo romanzo. Un pamphlet ha convenzioni diverse da un saggio, genere per cui Céline, anzitutto per organizzazione sintattica della sua prosa, sarebbe stato negato. La prosa di “Bagatelle” vede infatti ricorrere spesso le sperimentazioni/convenzioni del secondo Céline, a partire naturalmente dai tre puntini. Per chi volesse affrontarne la lettura, la traduzione di Giancarlo Pontiggia si trova in rete, in versione Pdf. Da notare che, al contrario di “Mein Kampf”, il successo di pubblico di “Bagatelle” fu enorme, e proseguì anche negli anni dell’occupazione. La critica di destra lo accolse però con qualche sospetto, legato al carattere d’invettiva e alla mancanza di una struttura argomentativa. A sinistra venne massacrato. Con l’eccezione eccellente di Andrè Gide, che si rifiutò di credere all’autenticità delle intenzioni di Céline, e definì il testo una finzione letteraria, assolvendo il dottor Destouches dal peggiore dei suoi crimini.
Non ero presente al dibattito in Sormani. Immagino che di questo e di molto altro abbiano discusso i relatori. Resto dell’idea che Boeri dovrebbe occuparsi di altro, che senza il patrocinio del Comune la discussione su di un testo all’indice resta comunque un evento culturalmente rilevante, e che né il timbro di Palazzo Marino né la presenza dell’assessore avrebbero aggiunto nulla. Qualche anno fa Vinicio Capossella dedicò un intero disco alla cosiddetta “Trilogia del Nord”, i romanzi in cui Céline ricostruisce le peripezie in Danimarca dopo la fuga dalla Francia in quanto collaborazionista. Quasi nessuno si accorse che l’album (s’intitolava “Canzoni a Manovella”) era direttamente ispirato ai climi di “Da un castello all’altro” e agli altri testi di finzione scritti a Meudon dopo il ritorno dalla Danimarca, nel Secondo Dopoguerra. Eppure la prima canzone si chiamava “Bardamù”, che è proprio il nome dell’alter ego di Céline nei suoi scritti di fiction. Vinicio ha più volte sostenuto che il Céline più interessante è quello degli ultimi romanzi, “che lascia le frasi a metà”.
Ma in mezzo tra i due capolavori universalmente riconosciuti come una vetta della narrativa del Novecento e i lavori più sperimentali, resta pur sempre l’autore di “Mea Culpa” e “Bagatelle per un massacro”, e la “Trilogia del Nord” narra le vicende dell’uomo Céline in quegli stessi anni in cui scriveva un testo esplicitamente collaborazionista come “La scuola dei cadaveri” (che in Italia è stato tradotto solo nel 1997 e pubblicato dall’oscuro Edizioni Soleil nella Collana del Nibbio Bianco-anche questo testo è reperibile in rete). Insomma, che piaccia o meno, Bardamù e Fernand sono la stessa persona, anche se la cosa nel dopoguerra infastidiva lo stesso Céline, che fu il primo a opporsi alla ripubblicazione di “Bagatelle”. La critica letteraria ha il dovere e il diritto di prenderne atto, a prescindere dall’ansia del “politicamente corretto” che pervade la giunta arancione.


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I miei complimenti a Serino per aver organizzato la presentazione e per la sua simpatia, e a De Benedetti, Pontiggia (che ringrazio per la dedica apposta sul mio Bagatelle Guanda) e Vallora per la competenza dei loro interessanti interventi.

Andrea Lombardi

sabato 11 febbraio 2012

Cathérine Maubon (Università di Siena) e il “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline


http://www.sienanews.it/2012/02/07/video-la-carica-eversiva-di-celine-a-lunedilibri/

[...] Molto apprezzata, da parte del numeroso pubblico presente, anche la scelta di proiettare un’intervista allo scrittore del 1959, realizzata della televisione pubblica francese, nella quale emerge - ha commentato Cathérine Maubon - l’incontestabile dimensione ironica del personaggio e la sua personalità multiforme.
Marcello Flores d’Arcais, docente di Storia contemporanea e Storia comparata, ha invece contestualizzato l’ambientazione storica del romanzo: La situazione sociale ed economica del tempo risentiva molto della crisi del 1929, anche se i suoi effetti erano più acuti negli Stati Uniti o in Germania, piuttosto che in Francia. Qui, vi era piuttosto una forte instabilità politica, a causa di coalizioni elettorali labili e poco coese.
“Viaggio al termine della notte”, per molti aspetti autobiografico, propone un viaggio-delirio fra le contraddizioni e le ipocrisie dell’inizio del XX secolo: gli orrori della trincea della Prima guerra mondiale, la ferocia dello sfruttamento coloniale, il degrado delle metropoli moderne e dei sobborghi operai, gli incubi tayloristici delle catene di montaggio, l’avvento di una piccola borghesia cinica e faccendiera. La storia si sviluppa intorno alla figura del dottor Bardamu, medico professionista, sorta di alter ego dell’autore che permette a Céline di riversare nel romanzo la sua carica sovversiva nei confronti dell’ordine sociale e dei canoni letterari dell’epoca.
 Céline scandalizza perché rompe lo scarto tra morale e letteratura – ha affermato Cathérine Maubon - La forza dirompente del “Viaggio” e le origini del suo successo, che lo rendono ancora attuale, non stanno tanto nel materiale narrato, quanto nelle forme espressive del romanzo, attraverso le quali sferra un attacco dirompente alla lingua e agli ambienti accademici ed elitari del suo tempo, quelli in cui si parla con l'accento distinto di chi dà gli ordini ai domestici. [...]

lunedì 6 febbraio 2012

Recensione a Viaggio al termine della notte di Elio Germano

GELO IN SALA
GERMANO, L'ATTORE CHE SE NE INFISCHIA DEL PUBBLICO

DI FRANCESCA BARAGHINI

 «Se per qualcuno è stata un'immensa rottura di palle me ne frego». Elio Germano, uno degli attori più amati d'Italia, è fatto cosi. Parla poco e non ama le interviste. Schivo quanto basta per fare breccia nel cuore delle fan, anche se gli interessa poco: «Se piaccio bene e se non piaccio amen».
Filosofia di un 32enne. L'ultimo progetto si chiama "Viaggio al termine della notte", andato in scena giovedì al Politeama Genovese. Cinquanta minuti di Louis Ferdinand Celine in chiave Germano, accompagnati da una chitarra elettrica e un violoncello. Risultato? Pochi applausi e qualche commento deluso in platea. «Ma io non voglio essere capito» dice lui «mi sembra sia andata bene, sono soddisfatto. Il mio obiettivo è che la gente rifletta».
Perché senza Germano non succede? «Ma certo» sorride «però il teatro serve a mettersi in discussione e io odio i pensieri pre confezionati, lascio libera interpre-tazione». Eppure qualcuno è rimasto perplesso. Il pubblico si è spaccato: dove voleva arrivare? «Non voglio arrivare da nessuna parte»       risponde piccato «solo allenare le persone a provare qualcosa. Sono   convinto che       nello sforzo si possa crescere». Già, crescere.
A cominciare con "Viaggio al termine della notte" di Celine. Flash back letti sul palco illuminato solo da una lampadina. Voglia di crescere per uno degli attori più eclettici del cinema italiano? »Ma no, io voglio rimanere piccolo» ride Germano con le mani infilate nei jeans «faccio tante cose nella vita, non saprei rispondere». Ci pensa e poi aggiunge: «Semmai mi stimola parlare di temi che dovrebbero aiutarci a superare certi ostacoli».
Si tocca i capelli con fare timido quando prova a spiegare i suoi pensieri. Crede davvero di essere piaciuto? «Io faccio quello che mi piace» si fa serio «credo di sì, ma alla fine chissenefrega». Un «chissenefrega» sibilato veloce e con accento romano. E se dall'altra parte c'è un pubblico che torna a casa senza avere avuto il tempo di un intervallo, poco importa. Le signore perdonano facilmente quando si tratta di uno come Germano. Bello, dannato e pieno di rabbia in tutti i personaggi che interpreta. Fascino da bullo? Tanto lui se ne frega.

Dal Secolo XIX di Genova, 4 febbraio 2012.

E qui una intervista a Germano (anche) su Céline: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/elio-germano-porta-celine-teatro-%E2%80%9Calla-crisi-economica-risponde-liberismo%E2%80%9D/188606/

Il Lumpenball di Colonia, foto di August Sander...


... che ricorda certe atmosfere di Guignol's Band!

mercoledì 1 febbraio 2012

La prima vita di Céline: il corazziere a cavallo Louis Destouches nella prima guerra mondiale



La prima vita di Céline: il corazziere a cavallo Louis Destouches nella prima guerra mondiale

di Andrea Lombardi

Louis Destouches si arruolerà il 28 settembre 1912, con ferma triennale, nel 12eme Régiment Cuirassiers (12° Reggimento Corazzieri) di stanza a Rambouillet, nel dipartimento degli Yvelines nella regione dell’Île-de-France. Il 12eme “Cuir” era un’unità scelta, con una lunga tradizione militare risalente al 1668: creato da Luigi XIV per suo figlio quale Régiment “Dauphin-Cavallerie”, fu rinominato 12° Reggimento di Cavalleria nel 1791 dopo la Rivoluzione Francese. Il reparto si distinse in numerose battaglie: dalle Campagne del Re Sole alle Guerre della Rivoluzione, subordinato all’Armata del Reno; da Austerlitz, Jena e Waterloo a Solferino, alla disastrosa guerra franco-prussiana del 1870-1871. I primi tempi di servizio presso il 12° ben difficilmente potevano ricordare al giovane Louis queste antiche glorie, preso come doveva essere, da buona recluta, a spalare letame, strigliare il pelo dei cavalli e centellinare i pochi spiccoli della diaria, vessato dalla disciplina di ferro dei sottuff’ di carriera, come ricordato d’altronde da lui stesso in Casse-Pipe! Dopo un anno da militare di truppa, Louis è promosso Brigadiere il 5 agosto 1913, e quindi Maresciallo d’alloggio il 5 maggio 1914. 
 
Tavola ritraente un Maresciallo d'alloggio del 12° Corazzieri, 1913

Il 31 luglio, a Saint-Germain, il Reggimento è mobilitato e il 2 agosto si assembra nella regione a sud di Commercy. Louis accoglierà la notizia della guerra con lo stesso entusiasmo patriottico di milioni di giovani come lui in tutta Europa, come testimoniato da questa lettera ai genitori scritta poco prima della partenza per il fronte, tanto diversa per stile e spirito dal Viaggio al termine della notte:

“Cari genitori: l’ordine di mobilitazione è arrivato partiamo domani mattina alle 9 h 12 per Étain nelle pianure della Voevre non credo che entreremo in azione prima di qualche giorno […] è una sensazione unica che pochi possono vantarsi di aver provato […] Ognuno è al suo posto sicuro e tranquillo tuttavia l’eccitazione dei primi momenti ha fatto posto a un silenzio di morte che è il segno di una brusca sorpresa. Quanto a me farò il mio dovere sino in fondo e se per fatalità non dovessi tornare… siate sicuri per attenuare la vostra sofferenza che muoio contento, e ringraziandovi dal profondo del cuore. Vostro figlio”.

Il 12°, al comando del Colonnello Blacque-Belair, e facente parte della 7ª Divisione di Cavalleria, condurrà numerose missioni di ricognizione tra la Wöevre, la Mosa e l’Argonne nell’agosto e settembre 1914: il terreno dove opererà, boscoso, con campi cintati da muretti a secco tagliati da fossi e canali, è inadatto all’impiego della cavalleria, men che meno quella pesante. La guerra del ’14 inizia a mostrarsi per quello che è: niente eroiche cariche di cavalieri, ma un cieco tritacarne. Louis scriverà allora a casa lettere di ben altro tono rispetto a quelle precedenti; l’assurdità della guerra inizia a far nascere in lui Céline:

“La lotta s’impegna formidabile, mai ne ho visto e ne vedrò di così tanto orrore, noi camminiamo lungo questo spettacolo quasi incoscienti per l’assuefazione al pericolo e soprattutto per la fatica schiacciante che subiamo da un mese davanti alla coscienza si para una specie di velo dormiamo appena tre ore per notte e marciamo quasi come automi mossi dalla volontà istintiva di vincere o morire Nessuna nuova sul campo di battaglia quasi sulla stessa linea del fuoco da 3 giorni i morti sono rimpiazzati continuamente dai vivi a tal punto che formano dei monticelli che bruciamo e in certi punti si può attraversare la Mosa a piè fermo sui corpi tedeschi di quelli che tentano di passare e che la nostra artiglieria inghiotte senza posa. La battaglia lascia l’impressione di una vasta fornace dove s’inghiottono le forze vive delle due nazioni e dove la più fornita delle due sarà la vincitrice”.

Ad ottobre il Reggimento è inviato nelle Fiandre, partecipando a duri combattimenti assieme ad alcune unità di fanteria nel settore tra Ypres e Poelkapelle; il 27 ottobre, quest’ultima località è battuta incessantemente dal tiro dell’artiglieria e delle mitragliatrici tedesche, tanto che sembra impossibile garantire con staffette le comunicazioni tra il 125° e il 66° Reggimento di fanteria, che stanno cercando di strappare l’abitato di Poelkapelle al nemico. È in questo momento che il Maresciallo d’alloggio Destouches, comandato presso il Comando di Reggimento, si fa avanti, dandosi volontario per questa missione quasi suicida. Louis riuscirà a condurre a termine il pericoloso compito, ma al ritorno, intorno alle ore 18, è ferito gravemente al braccio destro. Dopo essersi ricongiunto alla sua unità, data la mancanza di posti disponibili nelle ambulanze o tende-ospedale a causa del gran numero di feriti e moribondi, dovrà raggiungere a piedi, camminando per sette chilometri, un ospedale da campo presso Ypres. Sarà poi da lì evacuato a Hazebrouck, dove sarà operata la frattura del braccio, e poi ricoverato in degenza all’ospedale militare Val-de-Grâce a Parigi, dove subirà un secondo intervento chirurgico il 19 gennaio 1915. Dichiarato inabile al servizio a causa della sua ferita, viene riformato il 2 settembre 1915: finisce così il servizio attivo di Louis Destouches nell’Armée. 
Per l’eroismo dimostrato sul campo sarà citato nell’ordine del giorno del 29 ottobre del Reggimento, insignito della Medaglia Militare il 24 novembre 1914 e della Croce di Guerra con Stella d’Argento. 


La rivista L’Illustré National del dicembre 1914 dedicherà al fatto d’arme che lo vide protagonista una tavola a colori a tutta pagina: 


Louis-Ferdinand Céline la mostrerà sempre con orgoglio a ogni suo visitatore nell’eremo di Meudon, tanti anni e tante vite più tardi.


Bibliografia:

Dauphin-Boudillet, Album Céline
Gibault, Céline
Ruby - de Labeau, Historique du 12eme Régiment Cuirassiers (1668-1942)
Le 12eme Régiment Cuirassiers (1871-1928)