lunedì 5 aprile 2010

Céliniana, di Dinamo Cardarelli



Un estratto di uno dei saggi su Céline in Céliniana, di Dinamo Cardarelli.

Un immense malentendu a toujours plané et continue a planer sur l'oeuvre et sur l'homme Céline.

André Brissaud

La nota scrittrice Anne de Noilles, quando fu pubblicato Voyage, intervistata, fece queste dichiarazioni (v. la rivista L'Herne, n. 3): « Voyage au bout de la nuit, dans sa formidable et rebutante brutalità m'a enchantée! Soit par sa poesie ou par son infernale compassion. On trouve chez M. Celine toutes les pitiés, tournées a la revolte. La lecture de cet ouvrage bouleversant ne devrait pas tomber aux mains de basses intelligen-ces ». E' un giudizio, pur nella improntitudine che lo cagionava, tanto comprensivo quanto acuto, tra i migliori ch'io conosca.
« Les pitiés » di Anne de Noilles. Queste pietà sgorgano improvvise, inaspettate, dal grigiore di una descrizione di cose e di uomini che vi serrava il cuore. Inaspettate e naturali nella loro primitività. Non s'appoggiano a un'aggettivazione di rilievo, rampollano improvvise, naturalissime e sono una consolazione per il lettore pur nella delicata ironia che le intride... come a sopirle. « Pietà » che sono come un cedimento... Sfuggite a una volontà decisa a tener duro, a non farsi giocare dall'emozione davanti a l'implacabile realtà. Queste « Pietà » trasudano nell'opera di Celine malgrado che lo Scrittore si ostini, deciso, a offrirci senza cedimenti tranches d'una realtà nuda e cruda tutta risofferta nel ricordo.
Celine assume la vita tutta intera com'è sotto i suoi occhi, buona e cattiva. Se ne eccede il cattivo non è perché lui così la vede ma perché così essa è. Su questo essere dell'uomo, irrimediabile, Celine sta.

Non ritaglia il quadretto per l'ammirazione di lettrici sensibili. Entra nella vita e ce la rida qual è sostanzialmente, senza attenuazioni. Voyage non è soltanto il romanzo suo, ma quello rappresentativo di tutta un'umanità.
Celine con Voyage e Mort a credit, ma col primo specialmente, ha rovesciato tutta intera la realtà come si rovescia una tasca, con la stessa naturalezza e facilità. Apparentemente, certo, perché questo lavoro ha costretto Celine a una introspezione intensiva che l'ha portato a vedere negli altri tanti se stesso e in se stesso riflessa tanta parte degli altri uomini. Donde lo scambio e il miscuglio. Così in Celine c'è tanto di Bardamu, tanto di Voireux, ecc.
Chi ha cercato e ha creduto di ritrovare Celine (Destouches) tutto intero in questo o in quel personaggio di Voyage e di Mort a credit ha sbagliato. Il vero Destouches c'è e non c'è; trasporto, dice l'Autore. Io direi piuttosto scomposto e ricomposto per captare un massimo di verità interiore della persona.

Che miserabile e miseranda impresa è stata quella di soffocare la genialità dell'opera di Celine cercando d'incastrarne il contenuto nella politica di regime, dalla quale e dal quale — qualunque esso fosse — s'è dichiaratamente tenuto con orgoglio e disgusto lontano! Anche oggi che la critica mondiale ha fi nalmente riconosciuto la importanza dell'opera di lui, essa non riesce a sciogliersi dall'obbligo di giudicarla sulla linea di una « politicità » che le è in effetto estranea, perché ne prescinde per principio.
E i Pamphlets, mi si obbietterà? Ma quelli, contrariamente alla volontà deliberata di chi volle considerarli come espressione di un'azione politica, sono invece la protesta contro ogni azione politica che tenda a limitare, a soffocare il sentimento popolare, ma soprattutto a contrariare quello personale dello Scrittore, nella delicata contingenza storica in cui era venuta a trovarsi la Francia nel periodo di tempo successivo al 1932, anno della pubblicazione di Voyage. Opera che, a chi la considera sotto un certo aspetto, preannuncia i Pamphlets. Per questo ho sostenuto e sostengo che questi integrano per un verso le opere precedenti e che è stato un errore, per puntiglio partigiano, l'averli esclusi dalla edizione « completa » di Celine. I Pamphlets sono invece il complemento della precedente opera di Celine. Perché ci fanno vedere un Celine allo scoperto, saltato fuori dalla trincea per andare all'assalto a viso scoperto giocando tutto per il tutto.
Sarebbe tempo che la malignità sordida che trapela da certa critica su Celine cedesse il posto a una più serena valutazione dei cosiddetti Pamphlets. Ai quali, del resto, il mezzo sterminio che ne fu ordinato dalle autorità politiche e la conseguente proibizione d'una ristampa (ancora in vigore a distanza di circa un quarantennio) ha giovato più che nuociuto a una conoscenza da parte dei lettori di Celine.
Essi furono un mastodontico soliloquio, a sfogo, urlato in certi casi più che gridato... alle stelle, che Celine dovette pagare col carcere e l'abiezione.
E' ridicolo considerare quegli scritti, come han fatto alcuni, con serietà accademica (v. ad esempio il recente libro di Jacqueline Morand: Les idees politiques de L.-F. Celine). Celine non si è sognato mai di inserirsi seriamente nella politica. Un correttivo alle conclusioni troppo rigide della Morand è stato offerto da P. Carile nell'ancora più recente libro Celine oggi (Bul-zoni ed. 1974). Ed è peccato che quei tre libri di Celine, invece di essere presi di mira con tanta feroce serietà, da politici e critici, non siano stati invece considerati nella luce prevalentemente letteraria, che più ad essi si confa, per il loro umore burlesco, alla Rabelais (che tuttavia ammanta, non si sostituisce all'intento vero che animò lo scrittore, ch'era serio e partiva da convincimenti ben radicati e d'importanza umana).
E' poi da osservare che, se intenzione di Celine fosse stata quella di compiere azione veramente politica, non sarebbe ricorso, come fece in gran parte in quei tre libri, a quel tipo di
espressione. Racconta Rabatet, l'autore di Decombres, che si trovò presente, imputato anche lui, ad una delle sedute del Tribunale parigino, che, alla lettura di Bagatelles, ordinata a titolo d'imputazione dallo stesso Tribunale, il pubblico scoppiò in tale generale e irrefrenabile risata che non fu più possibile continuare nella lettura, con effetto assolutamente negativo riguardo all'attesa.
Ci sono due stadi nella produzione romantica di Celine che vanno considerati separatamente: quello antecedente all'avventura tedesco-danese e conseguente prigionia dell'Autore, vale a dire Voyage au bout de la nuit e Mori a credit, e quello posteriore alla detta avventura, il quale ha impostazione e sostanza diverse dalle due opere primitive. In mezzo stanno i cosiddetti Pamphlets: Bagatelles pour un massacra, L'école des cadavres, Les beaux draps, che rappresentano il momento di lacerazione dell'opera céliniana, e che pur avendo motivi concettuali e di forma loro propri, debbono essere considerati come legati organicamente a tutta la rimanente opera di Celine. Il fatto di averli esclusi dalla sedicente edizione « completa » dell'opera sua fu un atto arbitrario che non trova sufficiente giustificazione. C'è poi una terza parte dell'opera di Celine che ha un suo valore particolare e che dovrà quando che sia esser messa in luce: è la corrispondenza epistolare. Essa illumina particolari di vita e di pensiero e ci da un Celine più immediatamente comunicativo, ad integrazione di quello che ci è dato di conoscere attraverso l'opera romantica.
Quanto al giudizio su l'uomo, esso rimane subordinato a una conoscenza più precisa dei casi della sua vita, specialmente nei riguardi del processo intentatogli in regime di Liberazione. Che non fu, perché non poteva essere, una cosa seria. Il vero processo denigratorio glielo fecero a Celine i cagnotti della Critica a servizio dei Liberatori. Che fu, nei fatti, il processo dell'Invidia al Genio. Perché gli elementi di accusa congegnati tutti, fatico-
samen te, a far apparire quel che Celine non era e non fu mai, un traditore della Patria, vanirono sotto una montagna di documenti assolutamente inconsistenti. Se fosse veramente esistito un serio motivo di accusa, il Governo danese non avrebbe potuto esimersi di dare corso alla richiesta di estradizione di Celine fattagli dal Governo francese. Si limitò invece, come si sa, a dare corso a un mandato di cattura e d'imprigionamento di Celine a Copenaghen. A mio parere, ci fu accordo tra i due Governi: fare qualcosa, ma senza andare a fondo: colpire, infamare l'uomo ma senza ucciderlo nel corpo. Sembrasse clemenza e fosse invece, come fu, più atroce supplizio che non la morte. Si trattava di uccidere, possibilmente, lo Spirito dell'uomo. Ma, a guardare bene, non riuscirono se non in apparenza. Confissero Celine in una visione ancora più sconsolante dell'uomo e del suo destino terreno. Riuscirono a far traballare Celine, non a buttarlo giù. Fu una condanna a dispetto. Un documento che colpisce più gli accusatori che non l'accusato.
Vedere se, per caso, il sequestro e la distruzione a fondo di gran parte degli esemplari di tutti e tre i volumi dei Pamphlets (attirando così, come avvenne, l'attenzione acuta sui rimanenti in circolazione) e l'assoluta proibizione d'una ristampa, non convinsero il pubblico dei lettori che il contenuto di quei libri era più vicino al vero delle cose di quanto il Governo De Gaulle e successori non volessero far credere, è un'indagine da fare, anche per capire ancora meglio e più, lo scrittore e l'uomo Celine.
Che cosa volevano essere ed erano i Pamphlets nel concetto di Celine? Uno sfogo personale in rappresentanza di molti altri francesi. Dire chiaro quello che molti sentivano e non sapevano o non potevano dire. Una interpretazione personale, personalissima, della pubblica opinione, in uno dei momenti storici più critici della Nazione. Era una occasione per dire tante cose che gli urgevano dentro da sempre e che il momento voleva che fossero non soltanto dette ma gridate e gridate con arte. Un grido d’allarme che doveva rinsavire la Francia […]

3 commenti:

Meridiano ha detto...

ho letto e apprezzato l'articolo. Ma... noto che da sempre, in modo anche un po' stucchevole, viene reiterata l'interpretazione di Céline politico o non politico, pacifista o non pacifista. Per me Louis Ferdinand Céline è il più grande scrittore che io abbia mai letto: punto e basta. Non ho bisogno di ideologie per comprenderne il valore. E' l'emozione che suscita in me una sua pagina a stordirmi e allora poco importa dove va a parare. Diventa quasi superfluo. Quando descrive la caserma in Casse-pipe; una caserma dove la guardia montante ha dimenticato la parola d'ordine e non si può avvicinare alla guardia smontante altrimenti si becca una fucilata be', lì è grande. Quando in Morte a credito descrive il suo arrivo in inghilterra è grande. E' grande quando racconta che la cagna, nel momento in cui sente che sta per morire, si posiziona con il muso rivolto a nord, verso la Danimarca, perché è da lì che proviene. Perciò non sbracciatevi a giustificarmi Céline. Gli dei non hanno bisogno di essere giustificati. Gli dei se ne stanno lì, nell'Olimpo e guai a chi li tocca.

guignol ha detto...

io la penso esattamente come te, Céline è il più grande e non c'è storia...non c'è bisogno di giustificare niente di lui; se ha scritto quello che ha scritto,e come, è perchè lui era speciale, un uomo con "i coglioni ed i controcoglioni" e io non separo l'uomo dallo scrittore, non m'interessa inquadrarlo politicamente, o interpretarlo...
io lo prendo tutto intero com'è, perchè per me lui è perfetto così...

Davide Ruffini ha detto...

è indubbio che un poeta è soprattutto un poeta ed ogni poeta deve poter alimentare le proprie parole in qualche modo. ognuno ha la propria raffineria di emozioni e immagini che una scintilla sa trasformare in versi, musica, espressività. è quello stato che il Nostro chiamava "delirio Shakespeare". Cèline come gli altri poeti di rango aveva la sua buona dose di carbonella per incendiare la mostruosa creatività di cui era in possesso.
forse allora l'unica politica di Céline è quella enunciata nel Viaggio. la politica di un non-politico per eccellenza, di uno spirito completamente scevro di ogni possibile fiducia se non nella bellezza realizzata, l'oggetto compiuto, riscrontrato. per questo, per questa mancanza di ogni possibilità di progresso se non peggiorativo e abbrutente, Céline non era minimamente assimilabile ad una cultura di sinistra, sempre ingolfata di aneliti utopistici. forse si recò in russia con una incerta ma viva speranza di vedere qualcosa di nuovo e rivoluzionario... ciò che vide è noto a tutti...
l'unica cosa che ha di destra Céline, se di destra si può parlare, è quello di sentire la propria natura assediata dal difuori. questa condizione è una di quelle scintille che azionano i suoi motori creativi. è lo spazio chiuso, sicuro, che viene invaso dal circostante. è una tematica presente in tutta la sua opera. per esempio, il vitalismo cèliniano si compone di varie forme reali tra cui una delle maggiori è la giovinezza, il fisico in forze, ovvero il ''chiuso in salute,muscolatura''; oppure la bellezza e la musica, ovvero ''il chiuso in sé definitivo, emozionale, perfetto". ma tutto può essere rovesciato: la malattia, lo sbragamento delle trippe, il vischioso, il viscido, la morte coi suoi vermi imprigiona il fisico giovane e possente e lo riduce a larva e poi cadavere... così come l'alcool spezza le reni e falcia lo spazio degli europei. altresì la bellezza è espressione di un singolo ma è anche continuo attingimento da un immaginario comune, indigeno, puro, fantastico, frutto di un popolo per un popolo e comprensibile appieno solo da esso: ecco allora ancora il pericolo di ciò che tutto spegne e rende sterile, stecca, snellisce il ''grasso'' della lingua argotica, lingua già allora quasi in disuso. è lo straniero, il forestiero, l'ebreo, il cinese, il negro a uccidere non solo la razza bianca ma soprattutto ciò che essa ha prodotto in ogni angolo della sua vita collettiva. questa arteria fantastico-interpretativa è fortemente presente in Céline, la cui poetica è intrisa allo stesso modo da un parossismo furente dove a regnare sono spesso la paranoia, l'ipocondria e il feticismo più spinto: strumenti estetizzanti questi che si appropriariono non poco di quel materiale che fu propagandato da certa parte militante nella Francia di quegli anni... e questo non fu mai perdonato alle sue meningi.
alla fine dei conti resta come dice meridiano un Céline biforcuto: uno politico, l'altro no, uno pacifista, l'altro militarista... bisognerebbe vederlo solo come scrittore e artista ma dovremmo ricordarlo soprattutto agli epuratori, ai governi che lo costrinsero in catene e ai critici che provarono a bruciargli le ali.purtroppo ci vorrebbe la macchina del tempo