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sabato 30 aprile 2011

Sessanta posizioni, di Alberto Arbasino

Vi ho trascurato un po' perchè sto correggendo a marce forzate le bozze di questo e con degli amici evidentemente più matti di me abbiamo appena messo in scena questo; per fortuna Gilberto ci regala:



ALBERTO ARBASINO

SESSANTA POSIZIONI

Le sessanta posizioni si riferiscono ad altrettanti ritratti di scrittori famosi, per lo più “classici moderni”, che Arbasino riunisce in questo volume edito da Feltrinelli nel 1971. Le pagine (102 – 108) che l’autore di Fratelli d’Italia dedica a Céline sono composte da tre brevi saggi rispettivamente del 1966, del 1957, dopo la visita che fece a Meudon, e del 1970, in occasione della pubblicazione in Italia di Rigodon.


(Gilberto Tura)


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Nella Terza Repubblica non si parlava ancora d’Arrabbiati: che choc impressionante, allora, nel ’32 quando è esplosa (“Notre vie est un voyage – dans l’hiver et dans la Nuit – nous cherchons notre passage – dans le Ciel où rien ne luit”…) l’opera prima addirittura di un Furibondo…Nel giardinetto della lingua francese anestetizzata con tanta dolcezza da France e da Gide (e da Camus, più tardi), il Voyage di Céline si abbatteva come uno strepitoso vomito di sangue e catarro e piorrea, rigurgitato insieme – “Sale caca!” – da Gargantua ubriaco e dalla garce più irosamente impestata di Pigalle. Irrompeva per la prima volta un “io” biologico rivoltoso e furioso e jemenfoutiste nei sentierini bene odoranti d’una Scrittura né realistica né ‘artistica’ ma neutra, ‘bianca’, trasparente fino all’assenza… (Pound ha capito tutto: “il francese dei mecs appare finalmente sulla pagina! Ora vive sulla pagina! E furbamente Henry Miller ne approfitta subito per i suoi Tropici)… Ma la fortunatissima definizione del “lirismo del fango” suona addirittura inadeguata per la violenta arroganza saccadée d’una prosa tutta-vesciche, atrabiliare e rutilante, perentoria e intransitiva, prepotentissima nel fratturare una superficie stilistica omogeneizzata dalle Istituzioni Cartesiane… separando le Parole dalle Cose senza riguardi di precedenza… spingendo gli impulsi aggressivi e trasgressivi del Linguaggio fino a esasperare il Vocabolario, far crepitare la Punteggiatura, ed esplodere la Narrativa…

Roland Barthes organizzerebbe subito la sua scheda segnaletica: fino alla fine dell’Ottocento lo scrittore non ha quasi mai dubbi, è un piccolo-borghese operoso che fa il suo artigianato nell’ambito di una società non ‘divisa’, descrive un mondo unitario in terza persona, e non sospetta neppure le possibilità di un uso ‘diverso’ del Linguaggio. La Lingua, la Letteratura, lo Stile sono per lui (strumentalmente) tutt’uno. Non conosce ancora le euforie e i narcisismi e le ebbrezza di una scrittura “separata da ogni funzione strumentale,” intensamente visionaria e musicalmente innamorata soltanto dei propri excreta (completerebbe Céline)… Finché l’unità ideologica della borghesia produce una “scrittura unica,” la forma rimane impassibile: come la coscienza. “Ma quando lo scrittore cessa d’essere un testimonio dell’universale per diventare una coscienza infelice, il suo primo gesto è di scegliere l’impegno d’una Forma”… Uno stile? Certamente: ”linguaggio autartico affondato solo nella mitologia personale e segreta dell’autore.” (E la Clarté cessa di presentarsi come un apprezzato ‘valore.’) Si moltiplicano quindi le ‘scritture’: d’accettazione, di contraddizione, di rifiuto… E “nell’opera di Céline, la scrittura non è al servizio del pensiero: rappresenta davvero il tuffo dello scrittore nell’opacità grommosa della condizione che descrive. Senza dubbio si tratta sempre d’una espressione, ma non si va al di là della Letteratura…” (La Forma costa cara, diceva Valéry; e commenta Barthes: “…contrariamente al pensiero, che non costa nulla, e nemmeno si vende, si dona generosamente…” Eppure, una volta… “…la forma costava pressappoco lo stesso prezzo del pensiero, si badava indubbiamente alla sua economia, alla sua eufemia, ma la forma costava poco giacché lo scrittore adoperava uno strumento già formato, i cui meccanismi si trasmettevano intatti senza alcuna ossessione di novità…” Però, “…la funzione sociale della parola letteraria è precisamente di trasformare il pensiero in merce…” …Ma ai tracasseurs du perinée di Céline, tutto questo discorso, non potrebbe suonare interamente applicabile aux basses tripes constamment réchauffées?...)

Come aveva torto Gide quando sentenziava che Céline non raffigura la realtà bensì le allucinazioni che la realtà provoca in lui! La prosa di Céline costantemente ribatte oltraggiando “la maledetta clartè” che continua a rovinare la lingua francese con la pretesa di semplificare e impoverire tutto… privando il linguaggio d’ogni forza espressiva, d’ogni potenza di musica e di colore… prosciugandolo sistematicamente fino a renderlo “funzionale” (cioè impersonale), “trasparente” (ossia inespressivo), e finalmente “secco” (quindi, finalmente, morto)… sopprimendo gli spessori molteplici e proliferanti della realtà e della percezione… riducendo ogni complessità esistenziale a una mera superficie, piatta a ‘leggibile’ come una descrizione notarile… ma intanto l’essenziale rimarrà sempre fuori!...
Céline è un prosatore così impressionante perché la sua strepitosa scrittura di choc balena caparbiamente espressiva a sprazzi stralunati e stravolti, con una tensione gestuale che rasenta l’insostenibile…come per afferrare le allucinazioni folgoranti dell’Irrazionale, e insieme una ribellione fisiologica furibonda… e intanto bucare e bruciare la pagina con una deflagrazione a più dimensioni…

(1966)

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Vecchio, sfinito, confuso, in uno stato d’assoluto abbandono, in un maglione a pezzi, in un villino dilapidato, a Meudon, Céline diceva: “Il francese è una vecchi lingua, asciutta, decrepita, disseccata dagli accademici e dai gesuiti… Tutto ciò che ha preso dalle letterature classiche, lo ha prosciugato a fondo nello sforzo di esprimere chiaramente le idee e i concetti… Ma io mi domando che senso ha questo sforzo raffinato, questo linguaggio ormai secco, ‘giuridico,’ che non riesce a prender dentro né la realtà né la verità… e lascerà sempre fuori le emozioni e i sentimenti… Lo aveva già capito benissimo Goethe, parlando con Madame de Staël dell’esprit francese, che la maledetta clarté ha rovinato tutto, e senza rimedio… Basta pensare ai mistici e ai romantici tedeschi per intendere cos’è quel senso del mistero che i francesi non sono mai più in grado di rendere con la loro lingua… E in vece esiste: è l’essenziale della natura… Soltanto, non si può afferrarlo e riuscire a farlo sentire, con gli strumenti troppo razionalizzati che ci sono rimasti in mano…
“Lo dice bene il biologo Savy (?)… Non è vero niente che in principio era la parola… Macchè, viene prima l’emozione: dagli esseri unicellulari in su… La parola, semmai, viene dopo… per descrivere l’emozione… E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?... A un certo punto, ecco, sono tutti presi da questa mania, e si mettono a scrivere come Voltaire (vedi poi France, vedi poi Bourget…), e si credono tutti tanti Voltaire, i maniaci… Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere… tutto… E poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo… Sulle pubblicazioni per medici che ricevo ancora, guardo le riproduzioni d’arte, che spiegano questo meglio di tutto: il francese vuole riconoscere e riconoscersi, tutto contento di trovare la somiglianza… Il modello che somiglia alla fotografia… e la fotografia che somiglia al modello… Si va avanti così, e tutto è predisposto… Si continua a rifare il liceo, tutto, nei concorsi, nei diplomi, nella carriera… anche quando si tratta di raccontare le viol de la grand’mère da parte dei nipotini sui quotidiani della notte…
“…Imbevuto di miti esclusivi, il francese è asociale, politicamente stupido, tende all’assolutismo in qualsiasi cosa, tende a fare effetto, non importa a quale prezzo, e questo spiega tutte le convenzioni, spiega le gelosie… non che io mi fidi, certamente, non mi sono mai voluto immischiare… e spiega anche fra gli avvenimenti del passato recente, per esempio, la costituzione del ‘trust dei martiri’… esclusivo, anche quello… tutti di una parte sola… Direi che è proprio curioso come in un paese così indiscreto e così bavard, si riesca a mantenere un silenzio più o meno ufficiale su certi fatti, su certe persone… prontissimi tutti a piangere per i poveri ungheresi, a commuoversi per gli eroici polacchi… mai su alcuni francesi… Ma il francese continua a nutrire le proprie illusioni… crede sempre di essere Luigi XIV… e che basti un gesto per imporsi a chiunque… mentre si trova in un paese ridotto all’importanza di un dipartimento… meno ancora… Le sorprese sgradevoli che càpitano, se le merita tutte… Del resto, che cosa m’importa di quello che dicono… le cosiddette generazioni nuove… che sarebbero differenti dalle vecchie… puah!... per quel che m’importa… I soli interessi sono la letteratura, la cucina… La cucina si fa tanto per dire… ma la letteratura…
“… Ah, qui non sarebbe più possibile a un Balzac di descrivere la vita di un medico di campagna, né a un Flaubert di raccontarci i suoi adulteri provinciali… Come deve fare a esistere, oggi, il romanzo documentario di un tempo, quando si trova una massa di documenti dappertutto… ci sono i giornali, le riviste, la radio, e le ragazzine imparano il parto indolore, e a quattordici anni i bambini sanno già tutto, dopo Gide, e meglio di Gide, sull’omosessualità, sul fouet…
“… Il risultato è che tutto è banale, nulla è originale… se non il colorante…
Nel 1941, condannato a morte, in circostanze bizzarre, un essere umano condannato (si può ben dire) dal mondo intero… che è una drôle d’attitude… e come atteggiamento dà una visione del mondo abbastanza deformata… Allora le parole assumono un colore tragico… cioè il colore conveniente… Questa è la cosa che mi interessa!... perché lo stile è questione di colore… e bisogna aver visto!... Non dirò veni vidi vici, dirò piuttosto ho perso!... perché sono stato battuto… però c’ero!... Proust ha descritto il mondo in cui viveva. Io che non sono pederasta e non vado in società, ho detto ciò che ho veduto, senza esagerare niente… semmai limitandomi…
“… perché io sono uno stilista, soltanto questo: il mio problema è che m’importa soltanto lo stile, dunque m’interessa soltanto il colore… Dal romanzo non c’è più niente da aspettarsi… né da imparare… Ormai i contatti umani sono così numerosi e invadenti, che l’insegnamento e l’educazione non hanno più niente in comune con la letteratura… e viceversa… Ma a me interessa soltanto il punto di vista emotivo…
“… Del resto… insomma… l’autore è un fornitore e non un consumatore, non deve giudicare niente. Chi prende una nave desidera svagarsi, mentre io sono giù alle macchine, e lavoro, alle prese con nafta e carbone… ma questo non riguarda il passeggero che ha pagato, e ha il diritto di divertirsi… Sono due mentalità diverse, quella del passeggero e quella del macchinista… Dunque ciascuno stia al proprio posto… Tanto, si troverebbe a disagio, nell’ambiente dell’altro… Il cliente, poi, dev’essere contento: non spetta a me giudicare le altre navi… Tocca a lui… E se non gli piace la mia, ne prenda un’altra… È sempre questione di concorrenza fra compagnie di navigazione… E addirittura, c’è chi preferisce il treno o l’aereo: così la concorrenza diventa ridicola…
“… Ma per scrivere, bisogna esser giovani e aver soldi… Io, vecchio come sono, scrivo senza nessun entusiasmo… Non si fanno più i merletti… Li faceva ancora mia madre… Sono cose che andavano bene quando la vita non aveva un prezzo, ora tutto è finito… Allora, romanzi? Macché, c’è troppa che va in automobile, che vuole arrivare in fretta… Vivono sospesi tra il comunismo e le vendite a rate… senza contare che il comunismo stesso diventa sempre più conforme, fidèle, bourgeois… è inutile marchiarli a fuoco per non lasciarli scappare, come facevano gli antichi… avrete schiavi molto più fedeli per mezzo delle vendite a credito… E ci arriveranno presto anche gli stati comunisti, a questo sistema… Del resto, basta guardare quelli della Renault, qui di fronte: dormono per terra, non mangiano, però hanno tutti la macchina… Anche il papa, ci arriverà: del resto, nel Rinascimento, teneva fior di galere, l’ho letto nelle memorie del capitano Pandéra (?)… Chi gli impedirà di produrre automobili e lavabiancheria? Ogni confessione, un buono per una rata… e le comunioni abbinate ai concorsi a premio… È abbastanza furbo, lo farà, lo farà: del resto ha sempre detto di no alle ideologie che puzzano di razza, di sangue, di conquista della terra… mentre dimostra tanto entusiasmo per la civiltà delle macchine…
“… Cosa deve importare, a questi, del romanzo?... È un impegno che sorpassa le forze attuali: manca il coraggio, la costanza, ci sono i modelli già fatti, lì pronti… Così esiste spesso il ‘piano dell’opera,’ ma poi il romanzo manca… È troppo comodo anche qui applicare la formuletta… adoperare la piccola frase fatta, appresa al liceo… e continuare a rifare il liceo per tutta la vita… tanto, ho l’impressione che gli sforzi e il lavoro si applichino soltanto nelle professioni tecniche, mai in arte… tanto, c’è il cinema… ‘Ah, la rigueur des vieux âges!...’ come diceva il Misantropo di Molière…
“… Ma io sono soltanto uno stilista. Per questo non scrivo romanzi… M’importa solo il colore… il mistero delle emozioni e delle parole… Soltanto questo si dovrebbe vedere nei miei libri…”

(1957)


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…Ah, ma allora Céline stava scrivendo, proprio in quei giorni del ’57 (tormentato, furibondo, sfinito, confuso, prepotente…) nientemeno che Nord e Rigodon… “Laissons le passè au Grévin!... “ (“… Ho visto molte cose, ma la Germania in preda a furor nichilista non si dimentica… Dove arrivo io, tutto diventa marcio, suolo e vegetali e bestiame… La mia bussola!... la portavo sempre appesa al collo… non volevo farmi imbrogliare… nord!... nord!... nord1… Oh, come non mi piacciono le stazioni!... ancora adesso, per tutto l’oro del mondo, non mi fareste prendere il metrò, né arrischiarmi in un cinema… E bum! e vrrring!... Davanti a queste rovine… direi quest’oceano d’incendi, questi scrosci di fiamme da un capo all’altro di Hannover… sono io che la sento, proprio nella mia testa, la musica… credo la musica che ci vorrebbe… ma le note?... le note esatte, giuste?...”) E “hi! hi!...” E “hop! hop!...”
Rigodon è un libro straordinario. Verso la fine della guerra, Céline era riuscito ad allestirsi una ragguardevole sciagura privata, giorno per giorno, con accanimento demenziale: basta vedere quali trionfi stilistici sa organizzare nel Voyage au bout de la nuit, trasformando in superbe cataratte di rabbia lutulenta i miseri materiali forniti dalla scadente transizione francese tra gli Anni Venti e Trenta… Ma verso la fine del ’44 gli stanno venendo incontro – troppa grazia – la demenza della Germania e il delirio della Storia, insieme, come un gigantesco spettacolo organizzato apposta per lui: mezzo continente incendiato al fosforo a beneficio dell’incomparabile invenzione verbale del visionario più vilipeso e rinnegato del secolo!
Céline è rapidissimo nel puntare tutto su questa chance apocalittica come una macabra arguzia della Storia Letteraria nella quale (malgrado tutto) passionalmente credeva. Ora i suoi movimenti devono farsi sempre più frenetici; e ogni sua azione oltrepassa ogni dismisura di follia letteraria (a questo punto, oltre all’industriosissima “costruzione della neurosi” di Gadda o di Pound, gli si può paragonare soltanto la follia di Proust, altro autore divorato e ucciso dalla propria opera). Nella primavera del ’45, infatti, dopo mesi improbabili passati in oscuri castelli nazisti, Céline comincia a percorrere forsennatamente le macerie della Germania, sempre in treno, senza mai fermarsi, in tutte le direzioni, tra la frontiera svizzera e le rive baltiche, e dal Baden alla Pomerania…
Naturalmente si tratta di treni-fantasma, fracassati e notturni, che passano senza sportelli tra città che non esistono più, lambiti da fiamme infernali, a distanza di giorni e di settimane, stracarichi di un’umanità allucinante, attraverso voragini buie, crepacci spopolati, bombardamenti incessanti, crolli tra il fumo, puzze spaventevoli, navi e locomotive capovolte in cima alle colline, gallerie intasate di cadaveri a pezzi… E gli scopi di quegli spostamenti sono apertamente dissennati, come la troupe che Céline si porta dietro, o abbandona nel buio fra le esplosioni, o ritrova brancolando sotto tutt’altre bombe: sua mogli Lili che non parla mai; il gatto Bébert in un sacco, molto festeggiato da tutti; lo scadente attore Robert Le Vigan (cioè il Cristo in quel brutto Golgotha di Duvivier che stava infestando i nostri primi cinema parrocchiali); e un vecchio operaio italiano preoccupato soltanto di raggiungere la fabbrica di mattoni del sú padrún, in una Magdeburgo che non esiste più; e una laureata forse dabbene che magari non insegnava francese a Breslavia, però è più tisica della Traviata; e una banda di bambini mongoloidi tutti bave e bolle, mummificati e irrequietissimi come i nani da circo in certi film spaventevoli; e silhouettes di medici e ufficiali e capistazione e suorine che smaniano per un attimo e vengono inghiottite in una notte smisurata…
È curioso che anche Vittorini pensasse in quegli anni a un suo vecchietto sempre in giro in treno fra le rovine d’Italia… E Malaparte e Grass, da parte loro, si sono indubbiamente affaccendati a colpi di Mirabolante e di Sensazionale intorno alla imagerie degli Orrori della Guerra… Ma basta aprire questo Céline rigurgitante fiele e perseguitato dalla musica delle parole per constatare come la realizzazione del suo tremendo progetto non si contenti di competere grandiosamente con le vette e con gli abissi del più sfrenato romanticismo tedesco, e dell’espressionismo più putrefatto… In realtà, sta spingendosi più a monte, verso una tenebrosa antropologia della guerra e della morte, della fame e del freddo, della Germania delle foreste e degli incendi, recuperando l’osceno vitalismo ribaldamente ‘terrestre’ di Grimmelshausen, come un’oscura “struttura portante” attraverso atrocità colossali e incomprensibili che sono il rovescio dell’Europa delle Cattedrali.
Come un Bruegel “delle catastrofi,” Céline recupera la propria Guerra dei Trent’Anni, nello squallore di Meudon, non come “ricordo” ma come “musica verbale,” sovrapponendo e mixando piani e tempi narrativi, nello spasimo stilistico del “mistero delle emozioni e delle parole,” durante un’interminabile agonia scossa da forsennate invettive contro la razza bianca e la varia ignobiltà degli illustri e meschini scrittori francesi che lo vogliono far morire a ogni costo. E per demenziale coincidenza, muore il giorno stesso che termina Rigodon. Ma il vero trionfo di Céline (e della letteratura) è che nessun film di guerra o di orrore riuscirà mai a rappresentare gli orrori della guerra con la terrificante potenza espressiva di questo non-romanzo.

(1970)

sabato 2 aprile 2011

Céline tra i ribelli: Guida alla Parigi ribelle, di Chao e Ramonet



Da Karl Marx a Boris Vian, da Bakunin al subcomandante Marcos, da Picasso a Cartouche, da Marat a Gisele Halimi, da Joséphine Baker a Fryderyk Chopin, da Ernest Hemigway a Simon Bolivar, da Antonin Artaud a Felice Orsini, da Jim Morrison a Louis-Ferdinand Céline e così via: sono circa 800 i nomi di personaggi noti e meno noti o ignoti ai più che compaiono nel libro di Ramon Chao e Ignacio Ramonet “Guida alla Parigi ribelle” pubblicato nella collana Finestre dalle edizioni Voland (Roma, 2010). I due scrittori spagnoli guidano il lettore alla scoperta di una Parigi originale e distante dai soliti abusati e stereotipati clichè che quasi sempre condannano la Ville Lumiere ad una dimensione di banale consumo turistico di massa, attraverso i luoghi (distribuiti in tutti i venti arrondissement) in cui ha vissuto e agito tutta quell’umanità che dal medioevo al novecento ha trovato nello spirito libertario, anarchico e rivoluzionario di Parigi il luogo ideale in cui esprimere e manifestare la propria ribellione politica, sociale e culturale. Il luogo Céliniano prescelto dai due autori è rue Girardon 4 sulla collina di Montmartre (pagg. 299-301), dove Céline visse gli ultimi quattro anni prima della fuga in Germania destinazione Danimarca, pochi giorni dopo lo sbarco in Normandia e l’inizio dell’avanzata alleata verso Parigi.


Scheda a cura di Gilberto Tura


Fermiamoci un momento a Montmartre, non lontano da Place de Clichy dove comincia il Viaggio al termine della notte, davanti alla costruzione situata all’angolo tra rue Norvins e rue Girardon, uno dei più emblematici luoghi céliniani. Louis-Ferdinand Céline, romanziere ribelle e geniale ma esecrabile collaborazionista, vi abitò per quattro anni, tra il 1941 e il 1944, per la precisione durante l’occupazione tedesca. Tuttavia questo edificio ha il privilegio di essere lo scenario di tutte le follie di Pantomima per un’altra volta. È al settimo piano, pianerottolo a sinistra: un appartamento nel quale lo scrittore lasciò molti manoscritti, oggi scomparsi o perduti a seguito del saccheggio avvenuto nel 1944 durante la Liberazione: Céline grida a più riprese la sua rabbia, considerandosi derubato, rovinato dai membri del comitato di epurazione che gli danno la caccia. Due finestre si aprono sul moulin de la Galette, altre due sul cortile interno, con Parigi che fa da sfondo. Montmartre è bombardata mentre Ferdinand, sopportando alla meno peggio il continuo carosello dei mobili, dei vicini e del mondo, osserva questo spettacolo apocalittico. “Io ci avevo è vero il mio ‘7°’, l’aria! la vista! lontana! cento pezze! tutte le colline fino a Mantes! Ma che odio st’aria mi è costata! sta vista!...nessuno me lo perdona ancora!... […] Guardo mica spesso dalla finestra, non ne ho il tempo nella giornata… Sull’altro lato il piccolo edificio di malta a un piano, in rovina, è il laboratorio di Jules… Dietro, sullo stesso lato, c’è il vicolo cieco che finisce contro il muro, e poi il palazzo di Lambrecaze, del genere palazzo fiorentino, rosa, col frontone, tre piani, ecco il rispettabile artista! e né erba sul muro né niente altro, né Lambrecaze né sua moglie…” Del quartiere popolare resta appena qualche traccia; la vita si riduce al viavai di turisti smarriti. Sulla piazza di fronte a questo palazzo si può notare la strana statua di un personaggio che passa attraverso un muro: in omaggio a Marcel Aymé e al suo famoso libro, Il Passamura, è stata posta una targa commemorativa più che meritata mentre Céline, per i suoi odiosi libelli antisemiti, resta nell’ombra del disonore. Se per caso qualcuno lascia su un muro la scritta “Qui ha vissuto lo scrittore Céline”, fotografatela subito, perché il giorno dopo la cancelleranno. Lo stencil graffito che raffigura Céline con l’indice alzato, identico a quello all’ingresso dell’ambulatorio di Clichy, è stato coperto da molto tempo. Il 29 novembre 1984 Jean Bereaux, segretario generale della prefettura di Parigi, fece sapere che “ben volentieri” dava il permesso per una lapide, ma due mesi dopo l’autorizzazione fu revocata senza spiegazioni. Perciò non ci si meraviglierà se, nel 1994, il primo centenario della nascita di Céline non fu incluso nell’elenco delle celebrazioni nazionali. Si deve supporre non abbiano considerato la sua opera, ma soltanto la personalità.

Per Pierre Assouline “Céline è un blocco unico di letteratura, indivisibile. Come libellista antisemita fu abietto,” lo riconosce “ma per quanto tempo ancora la faranno pagare al romanziere?”

Una rara scritta sulla facciata dell'entrata del palazzo del 4 di rue Giradon dove si trovava l'appartamento di Céline fortunosamente immortalata da Gilberto nell'ottobre del 1999.

venerdì 8 ottobre 2010

Eliane Bonabel e Céline, di Gilberto Tura


Eliane Bonabel ritratta da Céline...


ELIANE BONABEL

Illustrations pour Voyage au bout de la nuit

di Gilberto Tura

Nell’ottobre del 1999 mi recai per la prima volta in una piccola libreria antiquaria di Montparnasse, al n. 6 di rue Brea. L’interesse mi era nato dopo che Marc Laudelout aveva citato su Le Bulletin Célinien quella che definiva la prima libreria quasi integralmente consacrata alla bibliografia, e non solo, di Louis-Ferdinand Céline. Venni ricevuto da un signore di mezza età che inizialmente non fece nulla per dissimulare una certa diffidenza e freddezza nei miei confronti, sebbene mi fossi presentato e rivolto a lui con sommessa gentilezza, memore di precedenti esperienze legate sempre a situazioni céliniane. Col passare dei minuti, appurato che di fronte a sé aveva un autentico appassionato e cultore, Emile Brami divenne sempre più cordiale e disponibile e intavolammo una lunga e appassionante discussione sul nostro e mi riferì, tra le altre, notizie di attualità sulla vedova Lucette e sui familiari di Céline, ramo Colette. Mi confessò, poi, che accoglieva in quel modo tutti gli sconosciuti che entravano per la prima volta nelle sua libreria come difesa verso non rari “nemici” di Céline o semplicemente verso quegli estremisti di destra che erano interessati solo al feticcio antisemita delle Bagattelle e che erano del tutto disinteressati e ignari dell’opera e della grandezza del loro autore che non esitava ad invitare a guadagnare immediatamente l’uscita.
Per un céliniano entrare in quei pochi metri quadrati dava un piacere inebriante: vi si poteva trovare l’edizione originale numerata del 1924 de La vie et l’oeuvre de Philippe-Ignace Semmelweis contenente un biglietto autografo indirizzato a Georges Destouches zio di Céline oppure la corrispondenza completa tra Céline e la libraia danese Denise Thomassen oppure singole lettere oppure ancora fotografie originali inedite o quasi, dischi a 33 e 45 giri contenenti interviste a Céline o brani del Voyage letti da Arletty e Pierre Brasseur, il numero 52 del 3 novembre 1915 de L’Illustré National in cui a pag. 16 veniva riprodotto il disegno a colori, a tutta pagina, del corazziere Destouches sopra un cavallo lanciato al galoppo che trasporta un messaggio sotto la minaccia del fuoco nemico. Ho testè usato l’imperfetto perché da circa un anno Brami ha deciso di chiudere la libreria e dedicarsi all’attività di scrittore affiancandovi anche quella editoriale. Ha al suo attivo alcuni saggi e una biografia di Céline pubblicata nel 2003 oltre ad alcuni romanzi. Da menzionare anche la pubblicazione, sempre curata da Brami, dell’imperdibile doppio DVD e libretto Céline vivant.
Al termine di quella prima visita in rue Brea pagai i volumi che avevo scelto e molto gentilmente Brami mi omaggiò di una copia di Illustrations pour Voyage au bout de la nuit di Éliane Bonabel da lui curato e pubblicato (di questo volume esiste anche una edizione pregiata e numerata). Venivano così pubblicati per la prima volta i disegni che la dodicenne Éliane realizzò su sollecitazione di Céline nel 1932, alcuni dei quali vengono qui di seguito riprodotti [in un prossimo post, NdAndrea]. Come si legge nel testo della Bonabel che accompagna i 21 disegni, nel 1958 verrà incaricata da Céline di illustrare i Ballets che verranno pubblicati l’anno successivo e di cui Andrea è venuto recentemente in possesso. Parlando della Bonabel Brami mi disse che l’illustratrice era stata un personaggio chiave nella vita di Cèline in quanto era stata la persona che aveva avuto la più lunga frequentazione con lo scrittore durata più di trent’anni ed aveva rappresentato il primo contatto fisico con la Francia e il primo bagliore di speranza durante il drammatico periodo danese.
La conversazione che andiamo a pubblicare è stata raccolta e redatta da Emil Brami nell’aprile del 1998. Nel maggio del 2000 Eliane Bonabel verrà colpita da una emorragia cerebrale che le paralizzerà una metà del corpo e la condurrà alla morte nel dicembre dello stesso anno.
A chi volesse approfondire la conoscenza di Eliane Bonabel consiglio Souvenirs de Clichy, Du Lérot Editeur 2002 che contiene una raccolta di documenti riferiti ai rapporti intrattenuti tra Céline e la famiglia Bonabel.



... e Céline ritratto da Eliane Bonabel.













CONVERSAZIONE CON ELIANE BONABEL

Conservo un ricordo molto vivo del mio primo incontro con il Dr. Destouches. Era il 1929, abitavo allora alla Porte de Clichy, un quartiere molto popolare, con mia nonna e mio zio e padre adottivo Charles Bonabel. Il nostro ambiente era modesto ma non povero, mia nonna era stata maestra durante la guerra del ’14 quando molte donne avevano dovuto rimpiazzare coloro che erano partiti in guerra, Bonabel lavorava nell’editoria pubblicitaria. Mia madre morì di tisi galoppante, cioè di tubercolosi polmonare, in breve tempo quando avevo tre anni e mezzo, lasciandomi in qualche modo a suo fratello. C’era pertanto da noi un vero terrore di questa malattia; appena tossivo venivo fatta visitare dal medico. Poiché le visite erano frequenti e noi non eravamo molto ricchi, andavamo al dispensario che era un luogo tremendamente triste. I muri erano decorati con dei manifesti terrificanti, una iconografia morbosa rappresentante il cancro, la sifilide, che impressionava molto la bambina che ero. C’era un dottore baffuto non più giovane che mi terrorizzava. Non era di certo un cattivo uomo, ma mi parlava bruscamente: «Monta sulla bilancia. Hai perso un altro chilo. Sei cresciuta di 3 cm.». Mi faceva molta paura. Il cambiamento è stato radicale quando è arrivato Destouches. Contrariamente alle descrizioni che ha potuto dare di se stesso, era un bell’uomo, alto, giovane, aitante, con dei magnifici occhi grigio-blu, una presenza e un fascino fisico evidenti. Non credo che si preoccupasse troppo dell’eleganza, ma doveva rifornirsi presso un buon negozio perchè indossava degli indumenti di buon taglio, dei cappotti pesanti, di tessuto di qualità, delle giacche di tweed, quando ancora non erano di moda, o quantomeno che io non conoscevo ancora. Non aveva modi arroganti come a volta altri medici. Quando arrivava salutava tutti, era quasi sempre allegro, gioviale, la sua gentilezza e la sua disponibilità verso i bambini sembravano inesauribili. Parlava con voce forte, con eloquio rapido, con un tono non da burlone ma ricco di humour, sempre ironico, con una piccola luce negli occhi e delle grandi risate sonore. Quando entrava nella sala d’attesa le donne voltavano la testa, anche una bambina della mia età poteva rendersene conto.
Solitamente andavo al dispensario con mia nonna. Ma, una o due volte, venni accompagnata dal mio padre adottivo. Fu durante uno di questi incontri che simpatizzò con Destouches. Avevano entrambi fatto la guerra del ’14 nella cavalleria, in condizioni meno tragiche per Charles Bonabel che Céline, ma con gli stessi orrendi ricordi che hanno da subito condiviso. Hanno ben presto trovato altri punti in comune, la musica, la letteratura e soprattutto la danza; Bonabel amava molto i balletti russi. Vi sono andati qualche volta insieme, fu durante uno di questi spettacoli, poco prima della pubblicazione del Voyage au bout de la nuit che mio padre adottivo incontrò Élisabeth Craig, che non ho mai visto. Siccome Destouches gliene aveva parlato con gli occhi illuminati, descrivendogli una donna di grande bellezza, rimase molto deluso, trovava che fosse equina, piuttosto brutta e che parlasse male il francese. Abbiamo cominciato a frequentare regolarmente il dottor Destouches. Veniva da noi e io andavo in rue Lepic quando riceveva per i suoi diritti di visita sua figlia Colette che aveva la mia età. Riteneva che fossi più matura di lei che viveva in un ambiente molto protettivo, ma che ci saremmo intese, ciò che avvenne. Ero molto selvatica, Colette per niente, ma seppe rompere il ghiaccio. Non si vedevano dei libri in questo grande appartamento, non so dove fossero nascosti, ma non era la cosa più sorprendente. Fui colpita soprattutto da una alcova di cui un muro intero era stato ricoperto d’iscrizioni. Partivano dal capezzale per arrivare fino al punto più alto ove era possibile scrivere montando sul letto. Non si trattava di grafiti osceni, ma solo di firme di donne e di date: « Lulu, il 3 maggio », delle cose del genere. Colette che saltava sul letto mi disse: «Hai visto tutto ciò, mio padre è andato a letto con tutte quelle donne». Sapevo quello che ciò significava, trovai che ciò fosse notevole. Ma fui molto più scioccata dal fatto che una persona adulta potesse scrivere sui muri. Colette veniva da suo padre accompagnata dalla signora Destouches madre che non rassomigliava per nulla al ritratto che lo scrittore Louis-Ferdinand Céline ne ha fatto in Mort à crédit. Non aveva nulla a che vedere con la zoppa a volte spenta ed esaltata che ha descritto suo figlio. Nella realtà era una gran donna, imponente, vestita sempre elegantemente. Portava spesso attorno al collo un nastro di gros-grain e lunghi abiti neri che le cadevano sulle caviglie. Parlava in maniera lenta e ponderata, dando l’impressione d’una donna educata, d’un buon livello sociale, che sembrava soprattutto molto preoccupata di dare di se l’immagine di una borghese. Ho anche visto, una sola volta, la madre di Colette, Édith Follet, che trovai molto elegante. Lei e Céline sembravano essere rimasti in ottimi rapporti nonostante il divorzio.
Durante una di queste visite, Destouches mi domandò «Di cosa ti occupi quando non fai i compiti?», gli risposi: « Disegno». Insistitette per vedere qualche schizzo e allora mi ha detto: « Mi piacerebbe che tu mi facessi il ritratto». Ho rappresentato molto banalmente un uomo col camice bianco con uno stetoscopio e ha detto: «Ma è splendido, te lo compero.» Mi ha pagato con un assegno, cosa che mi è parsa curiosa, una somma probabilmente molto importante per una bambina di dieci anni. Ne ero molto fiera. Fu prima della pubblicazione del Voyage. Sapevamo che stava scrivendo un libro, ne parlava con Bonabel per lamentarsi del tempo che ciò gli portava via, della fatica e aggiunse: «Non so assolutamente quello che ciò produrrà». Veniva meno spesso a casa nostra, poi più per niente. L’abbiamo rivisto solo dopo l’uscita del libro. Céline ne inviò una copia a Bonabel che trovò il libro prodigioso, comprendendo immediatamente che una nuova maniera di scrivere, che non assomigliava a niente di ciò che era stato fatto prima, stava per nascere. Mio padre adottivo era appassionato di letteratura, il fatto che il dottor Destouches fosse diventato uno scrittore ha rafforzato la loro amicizia, tanto più che il successo immediato non ha cambiato i loro rapporti: Céline non diventò per nulla più distaccato, più pretenzioso, più pieno di sé, dopo la pubblicazione rispetto a prima. Restò esattamente lo stesso uomo.
Un giorno, in cui non ero presente, disse a Bonabel: « La piccola dovrebbe illustrare il libro, mi farebbe piacere.» Non avevo letto il libro. All’epoca si faceva molta attenzione alle letture dei bambini, soprattutto delle bambine e il Voyage era considerato un romanzo scandaloso. Ma mio padre adottivo aveva dei principi educativi molto liberali. Le mie prime letture sono state quelle di tutti i bambini, poi sono passata molto presto, senza che egli si opponesse, a Victor Hugo, a Colette che ho divorato a partire da 10 anni. Le bambine della mia età leggevano piuttosto Marcel Tinayre, Paul Géraly o Georges Ohnet, l’autore di La faute des roses, una bluette (piccola opera senza pretesa, ndt) che avevo trovato idiota. Avevo accesso a tutta la biblioteca. Non mi sarebbe stato messo tra le mani Mirbeau o Sade, ma mi ricordo di aver letto Le Roi Pausole de Pierre Louys, un libro un po’ libertino, o ancora qualche romanzo della principessa Bibesco, uno scrittore sentimentale, ma con uno sfondo erotico che all’epoca scandalizzava. Bonabel lasciava fare, pensava che i brutti libri sono quelli in cui la dattilografa incontra un signore molto ricco e finisce per sposarlo, perché si arriva a credere che nella vita le cose vanno così. Mi danno quindi il Voyage; il volume mi appare consistente, 623 pagine, la cifra mi resta impressa, mi dico che ci vorrà del tempo. Ma non mi scoraggiai, al contrario ero rapita perché la scrittura mi parve semplice, le persone parlavano come nella vita, si diceva « Y flotte terrible» invece di «Il pleu terriblement». Quanto al contenuto, una bambina di 12 anni che viveva a Clichy e che andava in vacanza in campagna non ha grandi cose da apprendere. Le sole domande che ho posto riguardavano la guerra. Cominciai a disegnare, non sapevo come erano vestiti i corazzieri, Bonabel mi mostra le uniformi in un vecchio numero dell’Illustration: è il solo documento che ho utilizzato. Quanto al resto, mi sono ispirata da ciò che vedevo nella strada. Gli uomini avevano tutti dei cappelli morbidi e delle giacche a doppio petto, il dispensario è preso dal vivo. Per l’Africa, la visita dell’Esposizione Coloniale alla Porte de Vincennes mi aveva molto colpita, avevo visto dei villaggi di capanne, degli animali, dei «negri» - nessuno, allora, disegnava i neri in altro modo -, e ne uscii come tutti i bambini con un casco coloniale in testa che Bonabel mi aveva acquistato. Quando una frase mi colpiva, provavo di trascriverla graficamente con la maggior fedeltà possibile. Lavorai senza fare schizzi, ho forse sbagliato uno o due disegni che ho ripreso. Nella mia mente bisognava dare l’illusione di qualche cosa di stampato, ho quindi ripassato la matita nera e ho fatto qualche aggiunta con l’inchiostro di china affinchè tutto fosse perfetto. Mostrammo le illustrazioni a Céline un giorno in cui andai a trovarlo per una visita. Rimase incantato e mi disse: « Oh di’ un po’, allora ti faccio una prefazione e una bella copertina». Con mio grande dispiacere, fece delle macchie, delle cancellature, un ritratto di me con un piccolo berretto malconcio in cui ho l’aria d’essere una anziana di almeno 30 o 40 anni, che al momento trovo molto brutto e non mi assomiglia per niente. Ero terribilmente delusa per la poca cura che mise a fare ciò, mentre io gli avevo portato un lavoro impeccabile. Più tardi, quando sarà progettata una edizione illustrata del Voyage, Céline penserà ai miei disegni. Ma vi rinunciò poiché non avremmo compreso il perchè avesse chiesto a una ragazzina di 12 anni di leggere e illustrare il suo romanzo. Credo che sia stato il sospetto di un possibile turbamento che l’ha fatto desistere.
Dimenticai rapidamente questi disegni che in fondo non erano molto importanti per me. Lessi Mort à crédit molto tempo dopo la sua uscita, ma non i pamphlets che non mi interessano, anche se mio padre adottivo, che condivideva alcune idee antisemite del suo amico dottor Destouches, vi s’immergeva con piacere. Poco prima della guerra, avvertiii un cambiamento nell’atteggiamento di Céline: era diventato diffidente, camminava guardandosi alle spalle come se temesse di essere inseguito, cominciò a dire che forse aveva sbagliato a schierarsi contro gli ebrei. A quell’epoca incontravo Lucette, che viveva con Céline dal 1936, quasi tutti i giorni. La incontravo allo Studio Wacker, Place Clichy, in un grande fabbricato diretto da Boris Kniazef, dove i professori di danza potevano affittare alla giornata o alla settimana, una sala per le lezioni, un pianoforte e anche un pianista che accompagnava i movimenti delle allieve. Prima andavo a ritrarre dei modelli nudi nelle accademie, ma ciò costava molto caro, allora Céline mi disse: «Vai a disegnare le ballerine che lavorano con Lucette.» Ho seguito il suo consiglio. A volte ci raggiungeva nello studio per il piacere di osservare Lucette e le sue allieve. Apprezzava le donne molto giovani, pensava che superata la ventina una donna fosse fisicamente logorata. Amava i corpi modellati dallo sforzo fisico e dal lavoro, resi perfetti dal duro esercizio della danza, sublimati dalla grazia e armonia del movimento. Terminato il corso di Lucette, risalivamo tutti e tre nell’appartamento di rue Girardon a prendere un tè o mangiare qualcosa. Lui non mangiava quasi niente, credo che gli mancassero delle papille, i piaceri del gusto gli erano completamente estranei. Poteva mangiare una sardina e contemporaneamente un grappolo d’uva con un pezzo di plum cake, il tutto in quantità minima, dopo averne sbriciolato la metà, bevendo solamente dell’acqua o del tè. Questa mancanza totale d’attrazione per il cibo lo rendeva quasi pericoloso nello svolgimento della sua professione quando prescriveva delle diete da fame ai suoi pazienti. Non aveva mai abbastanza sarcasmo per i bevitori e mangiatori. Al dispensario era sopranominato «Niente caffè, Niente tabacco, Niente alcool». Questo genere di slogan non piaceva molto a Clichy dove l’alcolismo era un flagello endemico.
Scoppia la guerra. Quando Parigi venne dichiarata città aperta, partimmo in esodo come molta gente, per fare ritorno all’inizio del 1941. Quando ritroviamo Céline, il suo periodo elegante, abiti a tre pezzi, cravatte e bei soprabiti, è terminato; indossa delle pesanti maglie di lana, dei pantaloni di velluto, delle giacche canadesi lise, sicuramente per comodità poiché si sposta su una grossa motocicletta. Non è più addetto al dispensario e, anche se pratica un po’ la medicina, sembra vivere soprattutto dei diritti dei suoi libri. Si sono dette molte cose sull’atteggiamento di Céline e sul suo antisemitismo durante l’Occupazione. Tutti sanno che ha tenuto certi discorsi, che ha fatto pubblicare delle lettere sui giornali collaborazionisti. Non posso giudicare che dal mio punto di vista, e ancora è alterato, perché non potevo confondere il mio amico, dottor Louis Destouches, che amavo molto, e il celebre autore Louis-Ferdinand Cèline che tutto sommato conoscevo molto poco. Ma per me, in quel periodo, appariva meno virulento che durante il periodo dei pamphlets. Lo scrittore era violento perché il suo stile lo esigeva e poteva farsi trasportare dal suo impeto davanti a un foglio di carta, l’amico, per contro, restava immutato, un uomo affascinante, d’una grande dolcezza. Avevo durante la guerra una storia con un giovane ebreo al quale tenevo molto. Portava la stella gialla e non era facile camminare con lui per la strada. Se Céline avesse manifestato davanti a me dell’odio, se si fosse lasciato andare alla minima osservazione offensiva, avrei immediatamente rotto con lui per attaccamento al mio compagno. Del resto, si parlava poco di lui nel quartiere. Riservava le sue diatribe nelle riunioni che si svolgevano nell’atelier di Gen Paul, in cui si esprimeva in pubblico in una maniera molto più veemente. Ma era una violenza da ubriacone, degli scoppi ridicoli ai quali alla fine nessuno attribuiva importanza. Gen Paul ha superato l’epurazione senza troppi danni perché nessuno l’aveva preso sul serio. L’uomo era odioso, ripugnante, sempre pronto a palpeggiare chi indossa una sottana, una bocca sempre pronta a sparlare di chiunque. Sono stata da lui nel suo atelier una sola volta: ho visto la sua piccola corte, almeno dieci persone perdersi in discussioni inutili, le bottiglie di vino rosso dappertutto, la sporcizia. Trovai l’atmosfera insopportabile, non vi sono mai più ritornata.
Un giorno, arrivai come d’abitudine allo Studio Wacker, mi dissero che i Destouches sono partiti: nessuno sa esattamente dove. Restammo per lungo tempo senza notizie; apprendemmo che erano in Danimarca solo dopo la fine della guerra quando il mio padre adottivo ricevette una lettera. È stato così che sono stata la prima, se si esclude sua moglie, ad aver incontrato Céline in prigione.
Ero, all’epoca, in un momento di svolta della mia esistenza; stavo lentamente abbandonando l’illustrazione dei libri per il mestiere di decoratrice. Avevo lavorato alla prima grande esposizione consacrata alla moda dell’immediato dopoguerra. Prima del 1940, l’alta moda era esclusivamente francese e durante i quattro anni dell’occupazione, non era stato fatto nulla in questo ambito. La professione era stata messa a riposo, nessuna presentazione di collezioni, nessuna sfilata e le riviste di moda, che non corrispondevano allo spirito della rivoluzione nazionale petainista, avevano, per la maggior parte, smesso di essere pubblicate. Nel 1945, al fine di rilanciare velocemente questo settore economico capitale, venne organizzata al Louvre una mostra molto importante intitolata « Le téatre de la mode». Gli abiti, creati dai maggiori sarti di allora, erano messi in scena all’interno di scenografie di Cocteau, Douking e Bérard e esposti su dei manichini che avevo disegnato io e di cui curavo l’installazione. Dopo Parigi, l’esposizione girò tutta l’Europa. Andammo a Barcellona, in seguito a Stoccolma, poi a Copenaghen. Sapendo che i Destouches avevano avuto dei guai e che Céline era in prigione, la prima cosa che feci, arrivata in Danimarca, fu di andare a trovare Lucette. La trovai cambiata, molto abbattuta, era stata molto malata: seppi solo più tardi che anche lei era stata imprigionata. Era unicamente preoccupata di Céline, non aveva che un’idea fissa: «Bisogna assolutamente far uscire Louis da là.» In attesa di questa ipotetica liberazione, vorrebbe ottenere un diritto di visita più ampio. Non avevo alcun potere, eppure ho fatto un tentativo presso un certo Guy de la Charbonnière, un ostinato che voleva assolutamente l’estradizione di Céline. Gli chiesi di poterlo incontrare. Per merito dell’esposizione che aveva suscitato molto interesse e degli avvenimenti mondani che aveva provocato, tra gli altri una gran cena presso l’ambasciata di Francia, fui facilmente ricevuta da la Charbonnière. Gli chiesi il permesso di incontrare Cèline, « Non glielo consiglio» mi disse. « Ma se ci tiene veramente le posso far ottenere un lasciapassare.» « Non è tutto, Madame Destouches vorrebbe far visita a suo marito più spesso.» « Che lo veda, poiché non starà ancora qui per molto tempo. Ho chiesto l’estradizione, è imminente, non vi sfuggirà.» Nella sua mente il ritorno in Francia di Céline era una questione di giorni, è per questo che accettò che Lucette potesse fare delle visite più frequenti. Louis le domandò di venire con il gatto Bebert, al quale era molto affezionato, nascosto nella sua borsa. Era un animale eccezionalmente grosso e grande, straordinariamente ricettivo, potrei dire intelligente se non si trattasse di un animale. Capiva e faceva tutto ciò che gli diceva Lucette, non muoversi, mettere la testa nella borsa, non miagolare. Era un gatto veramente prodigioso, realmente molto perspicace, del tutto differente dagli altri gatti che ho conosciuto
Essendo la mia autorizzazione nominativa, mi recai da sola alla prigione. Il regolamento era severo; non ci lasciarono soli, una guardia rimase a sorvegliare in piedi vicino a noi, anche se la sua presenza fu inutile poiché parlavamo in francese, lingua che non comprendeva manifestamente. Rimasi sconvolta quando Céline apparve. L’uomo che aveva lasciato Parigi era ancora giovane: ora davanti a me mi trovavo un uomo invecchiato che dimostrava 20 anni di più della sua età. Fisicamente era molto dimagrito, debole, curvo quasi piegato in due. La cosa più impressionante era la sua bocca, aveva perduto i denti; prima aveva una dentatura molto bella, un sorriso splendente. Psicologicamente appare triste, ansioso, non capisce perché si trova rinchiuso, e soprattutto, ciò che mi ha più colpito era molto impaurito di fronte alla guardia, ritirando la testa tra le spalle come se temesse d’essere picchiato ad ogni istante. L’impressione generale era quella di un animale preso in trappola. Al termine della visita mi sussurrò velocemente il nome di un certo numero di persone che avrei dovuto incontrare per suo conto a Parigi. Nella sua mente avrebbero dovuto testimoniare in suo favore al processo in seguito alla sua estradizione. Ne riparlai con Lucette; poiché durante la visita non avevo potuto prendere appunti, mi dette degli indirizzi. Appena in Francia incontrai queste quattro persone. Tutti mi dissero la stessa cosa, avrei potuto credere che si trattasse di attori che ripetevano una parte a memoria: « Ma perché si mischia in questa faccenda? Non sono affari suoi, si tenga lontana da questa storia». Uno di questi, che avevo incontrato nella sua galleria vicino alla Madeleine, mi prese dalle mani il foglio sul quale avevo annotato il suo nome e lo bruciò nel posacenere. Nessuno accettò d’intervenire nonostante Céline li considerasse dei veri amici: mi disgustarono. Bisogna ricordare, senza volerli assolvere, che eravamo nel 1946, l’epurazione è ancora molto vicina, l’atmosfera è di diffidenza assoluta. Si temeva di avere dei guai, di rischiare la propria posizione, semplicemente di compromettersi. Scrissi a Lucette la quale aveva paura che le sue lettere venissero lette e allora usammo dei codici molto puerili: Louis diventò Henri. Poi, molto fortunatamente, Céline venne scarcerato e autorizzato a risiedere in Danimarca. Dalla sua scarcerazione sarà regolarmente in corrispondenza col mio padre adottivo. Da Korsor, dove si rifugiò presso il suo avvocato Mikkelsen, domandava instancabilmente delle cartoline di Clichy, nonostante non ci fosse niente di meno pittoresco di questa periferia, ma viveva nella nostalgia di Parigi, della sua città.
Dopo il ritorno dei Destouches in Francia e la loro sistemazione a Meudon, li abbiamo visti regolarmente fino alla morte di Céline, mio padre adottivo più spesso di me poichè lavoravo e viaggiavo molto. Con Bonabel, e malgrado il carattere difficile di Céline, ci fu una lunga storia d’amicizia che in trent’anni non ha conosciuto un contrasto. Era basata su una lealtà di compagni d’armi, un grande pudore da entrambe le parti e una grande modestia da parte del mio padre adottivo che non pubblicizzò mai la loro relazione. Bonabel, dopo aver lavorato nella pubblicità, divenne venditore di dischi in rue de l’Odeon e quando Lucette aveva bisogno di rinnovare le musiche delle sue lezioni di danza la andava a trovare con un assortimento di registrazioni e lei prendeva ciò di cui aveva bisogno; era un pretesto, se gliene fosse servito uno, per queste visite. Dovevamo annunciare le nostre visite per telefono poiché Céline era diventato molto diffidente. Ci apriva attorniato dai suoi cani, una muta di molossi che ululavano in maniera terrificante quando entravamo, ma che ubbidivano perfettamente al loro padrone. Contrariamente alla leggenda di misantropo che accompagna la fine della sua vita, eravamo sempre accolti calorosamente. Viveva e scriveva al piano terra della casa, in mezzo ad un enorme confusione, in un disprezzo totale per l’immediato. Aveva una cassa del sapone piena di manoscritti con sopra dei libri accatastati, gli oggetti più disparati un po’ dappertutto o dei piatti abbandonati sui mobili eterogenei che erano finiti lì non si sa come. Qualche stampa anatomica attaccata con puntine al muro che rappresentavano l’unico sforzo di decorazione. Niente radio né più tardi la televisione, non ne voleva assolutamente sapere. I piani superiori erano stati adattati a studio di danza ma non vi saliva mai, vedeva solamente passare le allieve alle quali a volte apriva la porta. Si udiva insistentemente la musica e i rumori ritmati dei passi di danza sopra le nostre teste, cosa che lo disturbava moltissimo a causa delle emicranie di cui soffriva sempre più col passare degli anni; sopportava ciò per amore di Lucette alla quale era molto preoccupato di far piacere. Era attorniato da animali, soprattutto gatti e dal pappagallo Coco che era capace di fischiare meravigliosamente “J’ai du bon tabac” oppure “ Les steppes de l’Asie centrale” . In realtà era un animale molto comune, triste, che da un momento all’altro lanciava qualche strillo confuso, ma Céline lo amava molto, scriveva con Coco vicino o appoggiato sulla sua spalla. Durante questi incontri si dilungava, si lanciava in lunghi monologhi. Era terribilmente pessimista se evocava il genere umano in generale, ma, quando prendeva di mira delle persone che conosceva, diventava di una comicità estrema con un vero dono da caricaturista. Una volta lo accompagnai ad un pranzo presso il suo amico il professor Taillefer che possedeva un casa da gran signore. Sul momento aveva fatto mostra d’una cortesia e di una gentilezza perfette. Ma aveva memorizzato tutto e in seguito descrisse il pranzo con una cattiveria, una virulenza, un gusto del dettaglio preciso e micidiale, straordinari. Era feroce con questi uomini di mondo, soprattutto nei confronti delle donne non più giovani che stroncava con due o tre frecciate assassine. Lo ascoltavamo affascinati. Con Bonabel riusciva a fare delle conversazioni perché erano entrambi appassionati di storie di cavalleria. Mio padre adottivo, che era un autodidatta di grande cultura, si era molto documentato su questo argomento. Si ritrovava in queste discussioni l’eco della Leggenda del re Krogold, alla quale Céline teneva moltissimo e che chiamava «Ma jolie Legende». Tra l’altro aveva un progetto di scrittura su questo tema medioevale: un giorno, appreso che andavo a Londra, mi chiese di provare di trovargli la riproduzione di un quadro raffigurante una donna con un ermellino. Ne aveva bisogno per rammemorarsi di certi particolari al fine di scrivere sul personaggio.
Nel 1958 mi propose una seconda serie d’illustrazioni. Da molto tempo voleva fare pubblicare in un solo volume gli argomenti di balletti sparsi nella sua opera e che per lui erano molto importanti, più che per i lettori che in generale li trovano noiosi. Sperava anche che prima o poi Lucette sarebbe stata chiamata ad allestire uno di questi balletti; credeva che il libro avrebbe rilanciato il progetto. Era stato contattato Roger Wild, un illustratore molto noto, che aveva già realizzato nel 1944 qualche tavola per Foudres et Flèches. Ma Céline trovava che deformasse troppo i corpi, insistette con me e mi disse: « Voglio che siano graziose, delle ballerine.» Si ricordava dei disegni che avevo fatto all’académie Wacker, che osservava con molta attenzione e piacere. Gallimard non era molto entusiasta, ma a forza di essere tormentato, finì per accettare. Céline sapeva esattamente ciò che voleva e attribuiva grande importanza al lavoro che stavo realizzando. Sebbene normalmente non venisse quasi mai a Parigi, venne tre o quattro volte nell’arco di qualche settimana in rue de l’Odeon nel mio atelier al fine di vedere gli schizzi. Queste visite non passarono per nulla inosservate: arrivava coperto di maglie, di sciarpe, avvolto in una immenso mantello di panno nero che gli arrivava fino ai piedi, un genere di abbigliamento che si trovava nei reparti di abbigliamento per ecclesiastici o nei negozi della rue Saint Sulpice e che nessuno avrebbe pensato di indossare, tranne qualche anziano parroco. Quando il libro uscì ne rimase molto contento, anche se avrebbe preferito una stampa di miglior qualità e un formato più grande.
È morto in estate, il giorno stesso in cui terminò Rigodon, il suo ultimo libro. Soffriva sempre di più e forse non ha trovato in se stesso la forza d’andare oltre. Lucette mi annunciò la notizia al telefono. Al funerale c’era pochissima gente, appena una decina di persone, Gallimard, Marcel Aymé, Colette e altri che non conoscevo. Il corteo è partito dalla casa, non siamo passati in chiesa. Il tempo era incerto: un’alternanza di sole e acquazzoni, al cimitero ha piovuto.
Ho viaggiato molto, frequentato molti ambienti, incontrato tantissime persone, ma Cèline è, senza alcun dubbio, l’essere più straordinario, più singolare, più attraente che ho avuto la fortuna d’incontrare nella mia vita. Non ho conosciuto nessuno con una visione tanto precisa, una analisi così rapida del mondo che lo circondava. Bisognava sentirlo profetizzare sulla pubblicità, l’automobile, sull’abuso di cibo e alcol, l’abbrutimento delle vacanze di massa, con ferocia, ma anche con un dono della veggenza e delle premonizioni sorprendenti. Negli anni ‘50 quando la televisione non era che un fenomeno di fatto marginale diceva già: «Il cinema è fottuto, non resterà che la televisione.» L’espressione di «Céline veggente» è stata talmente usata che è divenuta quasi banale, ma resta di fatto esatta. Anche negli ambiti che gli interessavano poco aveva delle folgorazioni straordinarie che vedo confermate nel tempo. Non è il suo comportamento a volte pittoresco che lo rendeva unico, ma la struttura della sua mente, un tipo di rapidità d’analisi, dei lampi che non ho riscontrato in nessun altro. Non amo le espressioni magniloquenti, ma il termine di genio non mi sembra esagerato se riferito a lui.
Eppure, più che l’essere eccezionale, più che lo scrittore unico, è l’amico premuroso e gentile, dalla sensibilità quasi femminile che ricordo. Il nostro rapporto è stato caloroso, ma senza mai la minima confidenza; tutto era implicito, senza pettegolezzi inutili né sentimentalismi. Sapevamo, ciò bastava.


(Traduzione di Gilberto Tura)














giovedì 20 maggio 2010

Morte a credito - Caproni vs Guglielmi


Caproni e Guglielmi.



Gilberto ritorna alla grande con un interessantissimo post:

MORTE A CREDITO

Le traduzioni di Giorgio Caproni e Giuseppe Guglielmi
Un confronto (quasi) impossibile

di Gilberto Tura

L’unica traduzione italiana di Morte a credito (a tutt’oggi “vigente”) è quella ormai storica di Giorgio Caproni, scomparso nel 1990. Spesso la versione del poeta livornese, pubblicata per la prima volta da Garzanti nel 1964, viene, non del tutto a torto, severamente criticata con l’accusa di non aver, sostanzialmente, saputo restituire fino in fondo l’intonazione del finto parlato plebeo céliniano. Se la traduzione di Caproni può risultare, anche agli occhi dei lettori più indulgenti, quantomeno datata, è conseguentemente legittimo porsi la domanda perché il Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, che comprende tra le altre Garzanti, Corbaccio e TEA, detentore dei diritti del romanzo, non abbia ancora affidato a un letterato capace di misurarsi con la prosa esplosiva di Céline (come del resto già fatto nel 1993 affidando la nuova versione del Viaggio a Ernesto Ferrero, edito da Corbaccio) la sfida di dare nuovo vigore a uno dei romanzi fondamentali del novecento.
In realtà una nuova, esemplare e inedita versione di Mort à crédit sarebbe disponibile già dall’aprile del 1989, ma a causa di prosaici motivi editoriali legati ai diritti d’autore giace ancora nel cassetto di Giuseppe Guglielmi, scomparso nel 1995. Guglielmi, che all’attività di poeta, nel tempo, affiancò quella di traduttore, è oggi reputato il massimo traduttore italiano di Céline. Sue sono le traduzioni di Progresso, Pantomima per un’altra volta, Normance, Nord, Da un castello all’altro e Rigodon.
Quelle che propongo sono alcune pagine della suddetta inedita traduzione di Morte a credito di Guglielmi, e per una illuminante comparazione con la traduzione di Caproni, si precisa che il brano qui riprodotto si trova nelle primissime pagine del romanzo, precisamente, facendo riferimento alla quasi totalità delle edizioni apparse dal 1964 ad oggi, da pagina cinque a pagina dodici.
Da un primo sommario confronto occorre subito dire che, sebbene mi debba dichiarare di parte quale ammiratore del Caproni poeta, non posso non osservare che il “doppiaggio” di Guglielmi esce senza ombra di dubbio vincitore. Mentre Caproni ha cercato, sostanzialmente fallendo, di italianizzare la lingua di Céline, Guglielmi ha avuto la felice intuizione e il talento di riuscire a célinizzare la lingua italiana così da trasmettere al lettore italiano, molto più efficacemente, lo stile inimitabile (intraducibile?) e la potenza allucinata della sintassi, dell’argot e del ritmo della prosa Céliniana.
Va, però, riconosciuta a Caproni l’onestà intellettuale e se si vuole anche l’umiltà, quando, qualche anno più tardi, dalle pagine del “Verri” (n. 26, gennaio-febbraio 1968) in una breve “confessione” intitolata “Problemi di traduzione” scriverà: “Ora, troppe in me sono le insoddisfazioni che offuscano il ricordo di quell’atto temerario, perché io non sia tentato, ogni qualvolta ripenso al mio doppiaggio, di rifar tutto da capo. Anche se oggi più che mai sono convinto, per esperienza fatta, che una lingua italiana atta a tradurre Céline sia ancora da inventare, e che non sono certo io il «genio» capace di giungere a tale invenzione”.
Troverete l’intero scritto di Caproni di seguito alla traduzione di Guglielmi.


MORTE A CREDITO

Traduzione di Giuseppe Guglielmi



Mi conosce bene Gustin. Quando è a secco è di straordinario consiglio. È esperto in bello stile. Ci si può fidare dei suoi pareri. È no invidioso neanche un poco. Chiede più molto al mondo. Ha una vecchia pena d’amore. Desidera no liberarsene. Ne parla assai di rado. Era una donna mica seria. Gustin è un cuore mai d’eccezione. Cambierà mai prima di morire.
Intanto beve qualchecosa…
La mia croce, a me, è il sonno. Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto una riga…
“Potresti, era questa l’opinione di Gustin, raccontare delle cose piacevoli… di quando in quando…È mica sempre schifosa la vita…”. In un certo senso è abbastanza esatto. C’è una parte di fissazione nel mio caso, della parzialità. La prova è che quando ronzavo dalle due orecchie e ancora molto più di adesso, che ci avevo certe febbri a tutte le ore, ero molto meno malinconico… trafficavo in sogni bellissimi… La signora Vitruve, la mia segretaria, me lo faceva notare anche lei. Li conosceva bene i miei patimenti. Quando si è così generosi si seminano qua e là i propri tesori, li si perde di vista… Allora mi sono detto: ”La troia della Vitruve, è lei che me li ha cacciati da qualche parte… “. Certe autentiche meraviglie… certi pezzi di Leggenda… pura estasi… Ormai non mi resta che buttarmi su sto scaffale qui… Per essere più sicuro rovisto il fondo delle mie carte…Ritrovo niente…Telefono a Dulumelle il mio agente; voglio farmene un nemico a vita… Voglio che rantoli sotto gli improperi… Ce ne vuole per stuzzicarlo!... Se ne fotte! Ci ha i milioni. Mi risponde di prendermi una vacanza. Poi arriva finalmente, la Vitruve. Non mi fido di lei. Ci ho delle ragioni molto serie. Dov’è che l’hai messa la mia bell’opera? che l’attacco a sto modo di punto in bianco. Ne avevo almeno a centinaia delle ragioni per sospettarla…
La fondazione Linuty stava davanti al pallone di bronzo alla Porte Pereire. Lei veniva lì a riportarmi le copie, quasi tutti i giorni quando avevo finito i malati. Un piccolo fabbricato provvisorio e raso poi al suolo. Mica ci stavo bene. Le ore erano troppo uniformi. Linuty che l’aveva creata era un gran milionario, voleva che tutta la gente si curi e stia poi meglio senza un soldo. È roba che ti smerda i filantropi. Avrei preferito da parte mia un lavoretto municipale… Delle vaccinazioni, tranquille… Un piccolo ufficio di certificati… Un bagno doccia persino… Una specie di vitalizio insomma. Amen. Ma sono mica Giudeo, meteco, né Massone o Normalista, so neanche farmi valere, scopo troppo, non ho la buona reputazione… Da quindici anni, nella Zone, che mi guardano dietro e vedono che mi difendo, le più spazzature lerciose, loro si sono prese tutte le libertà, hanno per me ogni sorta di disprezzo. Ancora fortunato se non mi hanno sbattuto fuori. La letteratura, quella, mi compensa. Ho no da lamentarmi. Madre Vitruve batte a macchina i miei romanzi. Mi è affezionata. “Ascolta! che le faccio, cara Mignottona, questa è l’ultima volta che ti sgolo dietro!... Se non ritrovi la mia Leggenda, puoi dire che è l’addio, che è la fine della nostra amicizia. Più niente collaborazione fiduciosa!... Più niente pugnette!... Finito il sollazzo!... Più un cazzo di niente!... “.
Quella si scioglie allora in geremiadi. È orrenda in tutto la Vitruve, e come faccia e come cotica. È una vera obbligazione. Me la tiro dietro dall’Inghilterra. È la conseguenza di un giuramento. È no da ieri che ci si conosce. È sua figlia Angèle a Londra che me lo ha fatto una volta giurare di aiutarla sempre nella vita. Me ne sono occupato posso dirlo. Ho tenuto la promessa. È il giuramento di Angèle. Risale al tempo della guerra. E poi insomma lei sa un mucchio di cose. Bene. È no chiacchierona di norma, ma si ricorda… Angèle, sua figlia: era una natura. È mica credibile che una madre può diventare oscena. Angèle è finita tragicamente. Racconterò tutto se mi costringono. Angèle aveva un’altra sorella, Sophie la lungagnona, a Londra, che là ci abitava. E qui Mirelle, la nipotina, viziosa come tutte le altre, una vera pelle di vacca, una sintesi.
Quando ho traslocato da Rancy, che sono venuto alla Porte Pereire, mi hanno scortato tutte e due. Se è cambiato Rancy, non resta quasi niente delle mura e del Bastione. Certi grossi ruderi neri tutti crepe, li estirpano dal terreno molle della scarpata, come denti spezzati. Tutto sarà inghiottito, la città divora le sue vecchie gengive. È il “P.Q.bis” adesso che passa fra le rovine, in tromba. Fra poco non ci sarà più per tutto che dei mezzi grattacieli di mattoni. Si vedrà bene. Con la Vitruve era sempre una lite a discutere delle disgrazie. È lei che pretendeva sempre di avere sofferto di più. Era mica possibile. Come rughe, non ci piove, ne ha molto più di me! È roba da non finire le rughe, il grinzume infetto dei begli anni nella carne. “Deve essere Mireille che le ha riordinate le tue pagine!”.
Esco con lei, l’accompagno, Quai de Minimes. Abitano insieme, vicino alle cioccolate Bitronelle, quel che si dice l’Hotel Méridien.
La camera è un guazzabuglio incredibile, una shangai in articoli di fronzoli, biancheria soprattutto, tutta roba fragile, estremamente a buon mercato.
La Signora Vitruve e sua nipote sono in figa tutte e due. Tre siringhe che ci hanno, più una cucina completa e un bidè di gomma. Tutto stivato tra i due letti e un gran vaporizzatore che non sono mai riuscite a spruzzare. Voglio dire non troppo male della Vitruve. Forse lei ha conosciuto più amarezze di me nella vita. È sempre questo che mi ferma. Altrimenti, se fossi certo, le filerei certe sleppe spaventose. Era in fondo al caminetto che lei stazionava la Remington non ancora finita di pagare…Sembra. Non do molto per le mie copie, è esatto così… sessantacinque centesimi la pagina, ma ti quadra lo stesso al conto… Specie con dei grossi volumi.
Da come strabica, laVitruve, ho mai visto peggio. Faceva male a guardare.
Alle carte, ai tarocchi voglio dire, qui le dava prestigio sta strabicheria feroce. Gli faceva alle povere clienti delle calze di seta… anche l’avvenire a credito. Quand’era presa poi dall’incertezza e dalla riflessione, dietro i suoi fanali, di là viaggiava con lo sguardo come vera aragosta.
Specie dopo le “pescate” cresceva il suo ascendente nei contorni. Conosceva tutti i cornuti. Me li indicava dalla finestra, e poi anche i tre assassini, “ci ho le prove!”. In più le avevo regalato per la pressione arteriosa un vecchio apparecchio Laubry e le avevo insegnato un piccolo massaggio per le varici. Giusto una giunta ai suoi incerti. La sua ambizione era gli aborti, o meglio ancora di sguazzare in una rivoluzione di sangue, che dappertutto si parli di lei, che arrivi sui giornali.
Quando la vedevo che rovistava nei recessi del suo bazar potrei mai tutto scrivere quanto mi disgustava. Per tutto l’universo c’è dei camion ogni minuto che schiacciano della brava gente… Lei, madre Vitruve emanava un odore di pepe. Càpita spesso con le rossastre. Hanno credo le rosse, il destino delle bestie: un odore selvatico, tragico, tutto di pelo. L’avrei proprio accoppata quando la sentivo discorrere troppo forte, parlare dei ricordi… Il fuoco al culo come aveva lei, le era poi difficile trovare un poco d’amore. Fuori che un uomo ubriaco. E per giunta che fosse notte buia, lei aveva niente, fortuna! Da quel lato lì mi faceva pena. Io ero più avanti sulla strada delle belle armonie. Neanche questo trovava giusto, lei. Il giorno che fosse necessario io avevo in me quasi da pagarmi la morte!... Vivevo di Estetica. Ne avevo mangiata della figa meravigliosa… devo confessarlo, della vera luce. Mi ero abbuffato, dell’infinito.
Lei aveva manco dei risparmi, questo si sente benissimo, neanche bisogno di parlarne. Per tirar su la crosta e godere per giunta doveva incastrare il cliente con la stanchezza o la sorpresa. Era un inferno.
Dopo le sette, di norma, i piccoli mestieri sono tornati a casa. Le loro donne sono dietro alle stoviglie, il maschio si avvolge nelle onde radio. Allora la Vitruve abbandona il mio bel romanzo per rimediarsi la sussistenza. Da un pianerottolo all’altro, dài che batte con le sue calze un po’ sdrucite, i suoi jersey senza nome. Prima della crisi poteva ancora difendersi grazie al credito e per come rintronava i clienti, ma adesso l’identica mercanzia la danno in premio a quelli che hanno perso alle tre carte e ci hanno da dire. Ci sono più condizioni leali. Ho cercato di spiegarle che era tutta colpa dei giapponesini… Non mi credeva. L’ho accusata di far sparire apposta la mia bella Leggenda giù nelle sue immondizie…
- È un capolavoro! Che aggiunsi. Perciò non c’è dubbio, deve saltar fuori!
Lei si è spanciata dal ridere… Si è rovistato insieme nel mucchio della paccottiglia.
È arrivata la nipote alla fine, molto in ritardo. Bisognava vedere le sue anche. Un vero scandalo come culatta… Tuttavia a pieghe la sua sottana… Per tenere ben sù la nota. La fisarmonica dello spacco. Si perde niente. Il disoccupato è alla disperazione, è sensuale, ci ha no la grana per invitare… S’imballa. “Che culo!” che le avventavano… In piena faccia. In fondo ai corridoi, a forza di rizzare ai fichi secchi. I giovinastri che hanno i tratti più fini degli altri, loro sono ben dotati per affondarci i denti, per farsi cullare dalla vita. È accaduto soltanto più tardi che lei è scesa più in basso per campare!... Dopo tante catastrofi… Al momento si divertiva…
Mica l’ha trovata nemmeno lei la mia bella Leggenda. Se ne fotteva del “Re Krogold”… È me soltanto che m’agitava. La sua scuola per emanciparsi, era il “Petit Panier” un poco prima della Ferrovia, la balera della Porte Brancion.
Non mi levavano gli occhi di dosso quando andavo in bestia. Come “sfessato” a loro giudizio, io tenevo il massimo! Masturba, timido, intellettuale e tutto. Ma adesso di colpo, ci avevano la tremarella che io alzassi le vele. Se avessi preso il vento, mi chiedo quello che avrebbero sbottegato. Sono sicuro che la zia, lei, ci pensava abbastanza spesso. Come sorriso era un brivido quel che mi rifilavano non appena parlavo un poco di viaggi…
La Mireille oltre al culo stupendo, aveva certi occhi da romanza, lo sguardo ladro, ma un naso robusto, un becco, la sua vera croce. Quando volevo un poco umiliarla: “Senza scherzi! che le facevo, Mireille! ci ha proprio il naso d’un uomo!...”. Sapeva anche lei raccontare delle bellissime storie, le piaceva come a un marinaio. Ha inventato tante di quelle cose prima per farmi piacere e poi più tardi per danneggiarmi. Il mio debole di me è di dare ascolto alle buone storie. Lei se ne approfittava ecco tutto. C’è voluta la violenza tra noi per troncare i nostri rapporti, ma è lei che aveva meritato le mille volte il girotondo e anche d’essere accoppata. Ha finito per convenirne. Sono stato davvero molto generoso… L’ho picchiata per delle buone ragioni… Lo hanno detto tutti… Persone che sanno…

Gustin Sabayot, senza fargli un torto, posso proprio ripetere comunque che si strappava mai i capelli riguardo alle diagnosi. Su le nuvole si orientava, lui.
Appena fuori di casa, guardava per prima cosa dritto in aria: “Ferdinand che mi faceva, oggi sono di sicuro reumatismi! Cinque franchi!...”. Leggeva già tutto nel cielo! Si sbagliava mai molto perché conosceva bene la temperatura e i vari temperamenti.
- Ah! ecco un colpo di canicola dopo il fresco! Tienilo a mente! É calomelano puoi già dirlo! L’itterizia è sù nell’aria! Il vento si è girato… Nord-nord-ovest. Freddo con Acquazzone! È bronchite per quindici giorni! Val neanche la pena che si tolgono gli stracci!... Se fossi io a comandare, farei le prescrizioni standomene a letto!... In fondo Ferdinand da quando che arrivano è solo chiacchiere!... Per chi ne fa commercio questo ancora si spiega… ma noialtri?... a Mese? … Che senso ha?... io li curerei senza neanche poi vederli to’, i miei polli! Da oggi stesso! Ci avranno il soffoco né più né meno! Vomiteranno neanche di più, saranno mica meno gialli, né meno rossi, né meno pallidi, né meno stronzi… È la vita!...Per avere ragione, Gustin aveva davvero ragione.
Tu li credi malati?... Chi geme… chi rutta… chi barcolla… chi ci ha le pustole… Vuoi vuotare la tua sala d’aspetto? All’istante? anche di quelli che si strangozzano a spazzarsi via gli scatarri?... Proponi una seduta di cinema!... Un aperitivo gratis di fronte!... Vedrai quanti te ne restano… Se vengono a tormentarti è soprattutto perché si smerdano… Mica ne vedi uno la vigilia delle feste… Ai disgraziati, tieni a mente il mio parere, è il lavoro che manca, no la salute… Quello che vogliono è che tu li distragga, li tenga allegri, li interessi con i loro vomiti… i loro gas… i loro scricchiolî… che tu scopra dei rapporti… delle febbri… dei borboglî… degli inediti!... Che ti dilunghi… che ti appassioni… È per questo che ci hai dei diplomi… Ah! divertirsi con la propria morte intanto che se la fabbrica, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand! Se lo terranno caro lo scolo, la sifilide, tutti i loro tubercoli. Ne hanno bisogno! E la vescica tutta bavosa, il retto in fiamme, tutto questo non ha importanza! Ma se ti dai da fare, se sai appassionarli, aspetteranno te per morire, è la tua ricompensa! Ti braccheranno fino alla fine. Quando la pioggia tornava a raffica tra le ciminiere dell’officina elettrica: “Ferdinand, che mi annunziava, ecco le sciatiche!... Se non ne vengono dieci oggi, posso restituire il mio papiro alla Facoltà”. Ma quando la fuliggine si abbassava verso di noi dall’Est, che è il versante più asciutto, su dai forni Bitronelle, lui si schiacciava un grumo nero sul naso: “Voglio che m’inculino! capisci! se sta notte stessa i pleuritici non sputano sangue! Merda a Dio!... Capace che mi svegliano ancora venti volte!...”.
Certe sere semplificava tutto. Montava sullo sgabello davanti all’enorme armadio dei campioni. Era la distribuzione diretta, gratuita e non solenne della farmacia…
- Soffre di palpitazioni? Lei la mia Gambastorta? che domandava alla stracciona. – No, niente!... Niente acidità?... E come perdite?... – Sì, certo! Solo un poco… - allora prenda questo dove so io… in due litri d’acqua… sa, le farà un bene enorme!... E le giunture? Le fanno male?... Ha mica le emorroidi? E di corpo poi ci va?... Ecco delle supposte Pepet!... Un po’ di vermi anche? Ha notato?... Prenda venticinque gocce miracolose… Prima di coricarsi!...
Proponeva tutti i suoi scaffali… Ce n’era per tutti i disturbi, tutte le diatesi e le manie… Un malato è terribilmente ingordo. Dal momento che può mettersi una porcheria nel sacco, non chiede altro, è contento di svignarsela, ha una gran paura che lo si chiami indietro.
Col colpo del regalo, l’ho visto io, Gustin, restringere a dieci minuti delle visite che potevano durare almeno dieci ore se fatte con certe precauzioni. Ma io avevo più niente da imparare sul modo di accorciare. Avevo il mio piccolo sistema mio.
Io è solo a proposito della mia Leggenda che volevo parlargli. Si era ritrovato l’inizio sotto il letto di Mireille. Ero rimasto molto deluso nel rileggerla. Ci aveva no guadagnato col tempo la mia romanza. Dopo qualche anno d’oblio è più che una festa fuori moda l’opera d’immaginazione… Tutto sommato con Gustin potevo sempre avere un’opinione libera e sincera. L’ho fatto entrare subito in tono.
- Gustin che gli faccio, qua non sei sempre stato così coglione come oggi, abbrutito dalle circostanze, il mestiere, la sete, le schiavitù più funeste… Te la senti, per un solo momento, di riassestarti in poesia?... di fare un breve scatto di cuore e di cazzo al racconto di un’epopea, tragica certo, ma nobile, sfolgorante!... Ti credi capace?...
Stava lì Gustin, assopito sul suo sgabello, davanti ai campioni, l’armadio spalancato… Non batteva più ciglio… non voleva interrompermi…
- Si tratta, che lo avevo avvertito, di Gwendor il Magnifico, Principe di Cristiania… Noi arriviamo… Lui spira… nel momento stesso che ti parlo… Il suo sangue sgorga da venti ferite… L’esercito di Gwendor ha appena subito un’orrenda disfatta… Il Re Krogold in persona durante la mischia ha scoperto Gwendor… L’ha steso con un fendente… È mica poltrone Krogold… Si fa giustizia da sé… Gwendor ha tradito… La morte scende su Gwendor e mette una croce al suo travaglio… Ascolta qui!
“Il tumulto del combattimento si va estenuando con le ultime luci del giorno… Lontano svaniscono le ultime Guardie del Re Krogold… Nell’ombra si levano i rantoli dell’immensa agonia di un’armata… Vincitori e vinti rendono l’anima come possono… Il silenzio soffoca uno via l’altro grida e rantoli, più e più deboli, più e più cari…
“Schiacciato sotto una massa di gregari, Gwendor il Magnifico perde ancora sangue… All’alba la morte gli sta di fronte.
- Hai capito Gwendor?
- Ho capito, oh morte! ho capito sin dall’inizio di questa giornata… Ho sentito nel mio cuore, nel mio braccio anche, negli occhi dei miei compagni, nel passo stesso del mio cavallo, un incanto triste e lento simile al sonno… La mia stella si spegneva fra le tue mani di ghiaccio…
Tutto si mise a fuggire! Oh morte! Enormi rimorsi! Immensa è la mia onta!... Guarda questi poveri corpi!... Un’eternità di silenzio non può mitigarla!...
“Non c’è ombra di dolcezza in questo mondo, Gwendor! altro che leggenda! Tutti i regni finiscono in un sogno!...
- Oh morte! Concedimi un poco di tempo… un giorno o due! Voglio sapere chi mi ha tradito…
- Tutto è tradimento, Gwendor… Le passioni non appartengono a nessuno, l’amore, soprattutto, non è che fiore di vita nel giardino della giovinezza.
E la morte pian piano afferra il principe… Lui non si difende più… Il suo peso è svanito… E poi un bel sogno gli riafferra l’anima. Il sogno che faceva spesso quand’era bambino, nella sua culla di pelliccia, nella stanza degli Eredi, accanto alla nutrice morava, nel castello del Re Renato…”.
Gustin aveva le mani che gli penzolavano tra i ginocchi…
- Non è bello? gli chiedo.
Lui non si fidava. Voleva neanche ringiovanire troppo. Stava in difesa. Ha voluto che gli spiegassi ancora tutto… il perché? E il come?... È no così facile… È così fragile come farfalla. Per un niente ti si sbriciola tra le dita, ti lascia un’ombra di sporco. Che cosa ci si guadagna? Non ho insistito.



PROBLEMI DI TRADUZIONE

di Giorgio Caproni


Non ricordo senza tremori il mio «doppiaggio» di Mort à crédit. Fu, da parte mia, un impulsivo atto d’amore, e si sa come ogni atto d’amore, finita l’esaltazione e la gratitudine per quanto s’è ricevuto, lasci sempre l’ombra – rimorso o sospetto – di ciò che in cambio non s’è dato o addirittura s’è tolto. Ora, troppe in me sono le insoddisfazioni che offuscano il ricordo di quell’atto temerario, perché io non ne sia tentato, ogni qualvolta ripenso al mio doppiaggio, di rifar tutto da capo. Anche se oggi più che mai sono convinto, per esperienza fatta, che una lingua italiana atta a tradurre Céline sia ancora da inventare, e che non sono certo io il «genio» capace di giungere a tale invenzione. Un’invenzione che può far soltanto, e coi secoli, il popolo; o peggio, dato che ogni popolo, disinfettato e condizionato dai mass-media, e quindi incapace di invenzioni proprie, non esiste più come plebe, che avrebbe potuto far coi secoli il popolo, se avessimo avuto una storia unitaria e quindi – scusate la lapalissade – una lingua popolare, lentamente maturatasi nei secoli e fino ad oggi tramandatasi, unica da un capo all’altro della penisola.
Quale lingua popolare italiana contrapporre alla lingua della Zone ch’è alla base dello stile céliniano, perfino nelle fulminanti amalgame con tronconi illustri quasi sempre stravolti o ironizzati, o con tratti gergali tra i più rari accanto ai più correnti, nonché delle medesime neoformazioni e deformazioni anche ortografiche spesso di difficilissima interpretazione per gli stessi francesi, come ho potuto constatare interrogandone molti, compresi illustri scrittori che più di una volta mi hanno risposto con un franco «je suis incapable de vous donner le sens de ce mot, et je ne suis pas le seul»? («C’est que la langue de Cèline», mi ha scritto uno di questi, «ne s’aborde pas de front mais un peu comme on lutte à mains plates».)
Primo scoglio da me incontrato, dunque, ancor prima del problema dello stile di Céline («la sua musica»: «la musique, elle est coincée, elle se détériore dans le fond de mon esgourde… Elle en finit pas d’agonir… Elle m’ahurit à coups de trombone… J’ai tous les bruits de la nature, de la flûte au Niagara… Je promène le tambour et un avalanche de trombones… Je fabrique l’Opéra du déluge»), primo scoglio, dicevo, il problema della lingua in genere, visto che da noi al massimo abbiamo vari italiani popolari regionali, scaturiti ciascuno dai vari dialetti. Il problema, infine, dell’argot.
È vero. Nell’argot, o meglio negli argots, v’è un forbicio di vocaboli di pretta derivazione italiana: Poule, per esempio, che nel senso di police vien pari pari da pula (guardia, poliziotto), vocabolo che nelle mia infanzia, oggi non so, s’usava ancora: «Scappa, arriva la pula!»; il comunissimo mec, nel solo senso di homme, che etimologicamente (Gaston Esnault) s’associa al nostro mecco o mecco, appartenente al «bacaglio della mala»; nib, apocope di nibergue (rien, non), venuto dal nostro «furbesco» niberta e niba, oggi trasformatosi in nisba; e infine, per fare un ultimo esempio, quest’altro vocabolo abbastanza frequente in Francia, anche fra gli scrittori: lance, nel senso di eau, rivière, pluie, urine, derivazione diretta dall’italiano lenza o slenza (fiume, pioggia, orina, bevanda), sostantivo verbale di slenzare (orinare). Ma a parte il fatto che quest’ultimo esempio, come tanti e tanti altri, ha cessato da qualche secolo di vivere sulla bocca del popolo, come non correre il rischio, volgendosi verso una traduzione strettamente filologica ed etimologica (penso a con tradotto con conno!), di trasportarsi d’acchito dal piano del volgare (è il termine esatto) a quello del linguaggio erudito, o culto, o macaronico, vale a dire cultissimo, e compiere quindi proprio l’inverso dell’operazione Céline?
Eppoi. È possibile travasare la storia della Zone sul Naviglio o sul Tevere o sull’Arno? Un clochard non è un barbone, a dispetto dei vocabolari. Lo negano la storia e la geografia. Così come del resto un cleb non è un cane, ma semmai un cane che non è un cane, come nel gioco dei bambini, dato che fra cleb e chien, anche se zoo logicamente sono la stessa bestia, esiste un abisso «sentimentale» a separar l’uno dall’altro. Tradurre cleb con cane equivarrebbe a compiere una doppia traduzione, prima da cleb a chien, poi da chien a cane. Insomma, sarebbe un tradurre chien e non cleb: tradurre una parola (una res) che sul testo non esiste. (Ma esistevano davvero «parole», come segni trasferibili da un codice convenuto a un altro, sulla pagina di Céline, o non piuttosto esistono «cose» intrasferibili? La «lingua» di Céline è natura, natura governata dallo stile, ma natura. Già a cominciar dal titolo dell’opera da me doppiata, mi sono reso conto di una tale intrasferibilità. Mort à crédit è proprio o è soltanto Morte a credito? «C’est pas gratuit de crever», scrive Céline, è vero. E ancora, scrive: «J’avais presque que me payer la mort». Ma vuol proprio o soltanto dire qualcosa come «la morte si sconta vivendo»? Prendiamo frasi della lingua corrente, o d’autori «regolari»: «Vous vous donnez de la peine à crédit»; «Toutes les opinions que nous avons nous les avons que par autorité; nous croyons, jugeons, vivons et mourons à crédit». Sono esempi tolti da un vocabolario francese accademico, e d’autori «illustri», ma bastano a metter la pulce nell’orecchio, mi sembra.)
Ho dovuto dunque rinunziare a un trasbordo letterale, quando questo era impossibile o controproducente, per cercar invece di ripetere, coi laterizi offertimi dalle nostre lingue popolari, il gioco compiuto da Céline sulla sua lingua popolare. E dirò che in questo m’ha assistito la fortuna, o meglio il caso. Nella mia infanzia infatti, trascorsa un po’ a Livorno, un po’ a Genova e un po’ altrove (sempre in punti d’incrocio, anche linguisticamente), sono sempre stato circondato da personaggi molto simili a quelli di Mort à crédit. In casa mia c’era perfino un «inventore» somigliantissimo al De Pereires, e allora erano ancora in auge le dispense del Flammarion. E il linguaggio della mia versione o diversione, più che nei dizionari, l’ho cercato tornando, anzi calando con la memoria fra quei personaggi. Un linguaggio ibrido e curioso, preso in prestito dai vari dialetti spesso fraintesi e deformati, com’era appunto l’«italiano» dei miei nonni o zii o conoscenti, e com’è l’italiano in tutti i porti di mare, cercando di recuperarne la forza espressiva, la vis comica («Je suis marrant, si je veux», dice Ferdinand) e, soprattutto, l’anarchismo, e ricorrendo anch’io qualche volta, non certo con la forza di Céline, ai miei travisamenti e alle mie invenzioni, magari«fuori testo», per dare in qualche modo il colore, ad esempio, del linguaggio pseudo-colto di Auguste o di Courtial, personaggi mediante i quali Cèline aggredisce più violentemente il «francese» di «Lustucru» (L’eusses-tu-cru?).
Detta la difficoltà madre, che forse ho soltanto aggirato, restano le varie «piccole» difficoltà tecniche non meno sgomentanti, delle quali ecco un solo esempio, e non certo scelto tra i più terribili:

La mère Vitruve tape mes romans. Elle m’est attachée. «Écoute! que je lui fais, chère daronne, c’est la dernière fois que je t’engueule!... Si tu ne retrouves pas ma Légende, tu peux dire que c’est la fin, que c’est le bout de notre amitié. Plus de collaboration confiante!... Plus de rassis!... Fini le tutu!... Plus d’haricots!...».

Come restituire la tinta d’estrema miseria (Ferdinand, spiantato, pagava in natura la sua collaboratrice) di queste tre ultime minacce a doppio taglio? E, soprattutto, come restituire insieme il senso alimentare pressoché ovvio (Rassis = pain rassis, tutu = vin, haricots = …haricots) e il senso erotico-osceno (Rassis = masturbazione, tutu = culetto, haricot = clitoride)? Non so se il mio salto acrobatico abbia sfondato il cerchio.
E che dire poi dell’esplosività con cui certe risoluzioni d’ira céliniane cadono sulla pagina improvvise, lasciando senza respiro il povero traduttore?

C’est un métier pénible le nôtre, la consultation… Presque tous les gens ils posent des questions lassantes. Ça sert à rien qu’on se dépêche , il faut leur repeater vingt fois tous les details de l’ordonnance. Ils ont plaisir à faire causer, à ce qu’on s’épuise… Ils en feront rien des beaux conseils, rien du tout. Mais ils ont peur qu’on se donne pas de mal, pour être plus sûrs ils insistent; c’est des ventouses, des radios, des prises… qu’on les tripote de haut en bas… Qu’on mesure tout… L’artérielle et puis la connerie…

Leggendo oggi Pompes funèbres di Genet, trovo:

Il n’y a pas de doute, me dis-je, c’est ici… Je m’arrêtai là. «Ici», et les mots qui devaient suivre: «qu’on l’a tué» prononcés, fût-ce mentalement, apportaient à ma douleur une précision physique qui l’exaspérait… Je me forçai à dire, à me redire avec l’agaçante répétition des scies I-ci, I-ci, I-ci, I-ci, I-ci… «I-ci, I-ci, I-ci. Qu’on l’a tué, qu’on l’a tué, con l’a tué…» et je fis mentalement cette épitaphe: « con l’a tué».

Ma quella che in Céline era vulcanica conflagrazione della sua natura contro la stessa lingua da lui usata, e prodottasi sulla pagina senza che un istante prima Céline l’avesse in mente (qu’on, qu’on, connerie), in Genet, che sente il bisogno di padellare qu’on = con, appare gioco premeditato e calcolato, ruse di scrittore se non proprio letteratura, anche se ciò non toglie nulla alle reali dimensioni de «genêt d’Espagne, cette plante épineuse».
Ho due soli esempi, e non certo, ripeto, fra i più terribili, e mi fermo qui, anche perché la mia mente è ormai lontana dai giorni della mia prova, né io oso per il momento riesaminare i miei disordinati appunti e aumentare le ombre che sono in me. Non ultime delle quali, quelle prodotte dalle tremende parole turchine e dalla resistenza opposta – certo a ragion veduta – dall’Editore, tale da inibirmi la traduzione in nostrano senso chiaro di espressioni, che so, come «je me suis tapé un tout petit rassis, prendre son pied» eccetera. Donde quei buchi bianchi (del resto già abbondanti nell’edizione francese da me seguita, non essendo allora ancor apparso il volume della Pléiade), e gli eufemismi, se non proprio travisamenti che com’ho detto qua e là non mancano e che, pungendomi come spine, sempre più m’invogliano a ritentar per mio conto la prova, affascinante appunto perché – forse – impossibile e disperata.
Con tutto ciò, un frutto l’ho certamente tratto da questa mia «esperienza di traduttore», per cui non rimpiango affatto la fatica che, accanto all’esaltazione (una fatica anch’essa), m’è costata: l’aver imparato a «parler après ça plus dolcemente aux choses», una lezione di bontà insomma, e di coraggio anche (Courage pour soi!) e l’aver scopeto mot à mot, se non proprio il senso, il «cuore» (sì, il cuore, anche se detesto il cuore in s.p.e. di De Amicis) di colui ch’è considerato – forse anche dalla mia ragione e dalla mia coscienza – il più «abominevole» ed «esecrabile» degli uomini. Un capitolo, questo, che però spetta ad altri trattare.