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sabato 11 febbraio 2012

Cathérine Maubon (Università di Siena) e il “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline


http://www.sienanews.it/2012/02/07/video-la-carica-eversiva-di-celine-a-lunedilibri/

[...] Molto apprezzata, da parte del numeroso pubblico presente, anche la scelta di proiettare un’intervista allo scrittore del 1959, realizzata della televisione pubblica francese, nella quale emerge - ha commentato Cathérine Maubon - l’incontestabile dimensione ironica del personaggio e la sua personalità multiforme.
Marcello Flores d’Arcais, docente di Storia contemporanea e Storia comparata, ha invece contestualizzato l’ambientazione storica del romanzo: La situazione sociale ed economica del tempo risentiva molto della crisi del 1929, anche se i suoi effetti erano più acuti negli Stati Uniti o in Germania, piuttosto che in Francia. Qui, vi era piuttosto una forte instabilità politica, a causa di coalizioni elettorali labili e poco coese.
“Viaggio al termine della notte”, per molti aspetti autobiografico, propone un viaggio-delirio fra le contraddizioni e le ipocrisie dell’inizio del XX secolo: gli orrori della trincea della Prima guerra mondiale, la ferocia dello sfruttamento coloniale, il degrado delle metropoli moderne e dei sobborghi operai, gli incubi tayloristici delle catene di montaggio, l’avvento di una piccola borghesia cinica e faccendiera. La storia si sviluppa intorno alla figura del dottor Bardamu, medico professionista, sorta di alter ego dell’autore che permette a Céline di riversare nel romanzo la sua carica sovversiva nei confronti dell’ordine sociale e dei canoni letterari dell’epoca.
 Céline scandalizza perché rompe lo scarto tra morale e letteratura – ha affermato Cathérine Maubon - La forza dirompente del “Viaggio” e le origini del suo successo, che lo rendono ancora attuale, non stanno tanto nel materiale narrato, quanto nelle forme espressive del romanzo, attraverso le quali sferra un attacco dirompente alla lingua e agli ambienti accademici ed elitari del suo tempo, quelli in cui si parla con l'accento distinto di chi dà gli ordini ai domestici. [...]

lunedì 28 giugno 2010

Peter Russell, This is not my hour - Studio e traduzione dai Sonnets a cura di Raffaello Bisso



Un mio caro amico céliniano ha appena pubblicato questa bella traduzione dei Sonnets di Peter Russell; spero mi perdoniate l'off-topic!





Peter Russell


This is not my hour



Studio e traduzione dai Sonnets a cura di Raffaello Bisso





edizioni del Foglio Clandestino, 2010 12 euro – isbn 978-88-902114-6-1


edizionidelfoglioclandestino.it redazione@edizionidelfoglioclandestino.it





A volte penso che tutto sia perduto, che questa fatica sia solo uno spreco di tempo. I ricchi e famosi la fanno franca col crimine; -- io ho speso tutto il mio per la poesia, a un costo che la gente considera folle. Alcuni, ben che vada, si figurano le pretese del Sublime, più raro ancora è chi ravvisi in una rima l’Estasi diagnosticata da Longino. Gli ininterrotti talk-show del Parlamento cambiano l’ardua cultura in spettacolo, dettano legge pubblicità e profitto, tutto è speso in distrazioni e lotterie, -- « Son sano! », sbotto, « e tutto il mondo è pazzo! », -- Eli era cieco, e Samuele udì il richiamo.




Nell’estate del 2000 Peter Russell mi inviò, ‘con preghiera di traduzione’, una raccolta dattiloscritta di poesie dell’anno precedente. La ‘preghiera’ in realtà sottintendeva l’urgenza di una traduzione rapida perché Peter intendeva pubblicare quanto prima la raccolta. Ma io non riuscivo assolutamente a conciliare la rapidità richiesta con la cura necessaria al lavoro, né purtroppo avevo tempo illimitato da dedicare all’impresa. Dopo la morte di Peter, la responsabilità per il dono e la sfida che avevo lasciati in sospeso mi ha spinto a proporre alla rivista Il Foglio Clandestino una scelta dei ‘Sonetti’, presentata come sintetico studio interpretativo. In seguito l’editore mi ha proposto di raccogliere in volume il materiale. Questo libro non è perciò propriamente la traduzione dei ‘Sonetti’ del Pratomagno ma uno studio a più mani su di essi. Raffaello Bisso
Il poeta inglese Peter Russell nasce a Bristol il 16 settembre 1921 e muore a San Giovanni Valdarno il 22 gennaio 2003. Ultimo dei grandi lirici moderni, erede della tradizione simbolista e modernista che ha avuto in Yeats, Eliot e Ezra Pound i massimi esponenti, fu inserito fra i candidati al Nobel. Assai ricche le vicende umane e letterarie. In una continua compenetrazione tra vita vissuta, momento creativo e produzione letteraria, Russell ha vissuto, prima a Berlino, intervallando poi il successivo periodo italiano con lunghi soggiorni all’estero, in Canada, negli Stati Uniti e quindi in Iran. L’Italia è stata il suo paese prediletto e dopo il prolungato soggiorno veneziano, dal 1983 è vissuto a Pian di Scò (AR) e nel mulino de ‘La Turbina’ trasformato in una casa-biblioteca arredata soltanto con pochi mobili e con diecimila volumi, oltre a un prezioso archivio personale. Nella casa di riposo di Castelfranco di Sopra, dove era stato costretto a trasferirsi nel 2001, è sopravvissuto in uno stato di quasi totale cecità, mantenendo col mondo soltanto sporadici contatti epistolari, ma continuando tenacemente la sua ricerca poetica. Anche negli scritti di quest’ultimo periodo aveva conservato un’acuta percezione della purezza della natura, nella sua opera spesso contrapposta ai disastri della civiltà moderna. Le sofferenze fisiche hanno preso il sopravvento quando si sono unite alla mancanza di stimoli.

sabato 15 maggio 2010

Louis-Ferdinand Céline, di Pol Vandromme



Pol Vandromme

Louis-Ferdinand Céline
con una nuova prefazione di Pol Vandromme


Quando Céline è morto, non l’ha saputo quasi nessuno, eccetto alcuni amici che lo hanno sotterrato in una clandestinità gloriosa.
I suoi parenti hanno rivelato allora che questo medico non aveva né clienti, né la cameriera, né l’automobile. Il che ha impressionato più della sua muta di molossi ringhianti.
Così si è scoperto che era l’unico medico al mondo a vivere in quelle condizioni.

P. Vandromme


Il Louis-Ferdinand Céline di Pol Vandromme, scrittore e giornalista belga, nonché critico letterario e polemista politico, fu pubblicato nel 1963 dalle Éditions Universitaire nella collana Classiques du XXe siècle. A distanza di quasi mezzo secolo il libro conserva intatte la lucidità d’analisi e l’acutezza nel mettere a fuoco l’importanza e il valore di Céline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del Novecento, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlet.

F.to 14x21, brossura, 112 pag., alcune ill. b/n, 15,00 Euro.

Disponibile c/o
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tel 348 670 8340
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giovedì 22 aprile 2010

mercoledì 14 aprile 2010

Céline di Vandromme, lavori in corso...



Stiamo lavorando per voi!

Questa è la possibile copertina (un'immagine che mi piace molto, con il bellissimo, tenero sorriso di Arletty per il nostro LFC), stiamo impaginando e correggendo qualche imprecisione della precedente edizione...

Verrà circa 100 pag., brossura, f.to 14x21.

Ma Peau sur la table. Chantier autour de Louis-Ferdinand Céline



Au Théâtre 95 le vendredi 23 avril à 21h et le mardi 15 juin à 21h : Ma Peau sur la table. Chantier autour de Louis-Ferdinand Céline, d'après les textes et interviews de Louis Ferdinand Céline.

Mise en scène et conception de David Ayal et Géraud Bénech, avec Stanislas de la Tousche.

« Voici venu ce chantier autour des derniers romans et interviews de Louis-Ferdinand Céline. Une étape d’un futur spectacle qui se construit pas à pas en se cherchant.
Pour mieux saisir ce qui est en jeu dans ces textes, quelques repères biographiques : Juin 1944 - l’Histoire bascule. Menacé de mort, Céline, l’auteur du Voyage au bout de la nuit, le médecin, le collabo, l’antisémite, quitte Paris en catastrophe… destination l’Allemagne.
Errance de palaces décatis en villes bombardées.
Un but… le Danemark, la liberté, une réserve d’or.
Céline est arrêté en décembre 1945, à Copenhague… la vie sauve contre la prison… puis l’exil, le grand Belt, au Nord… au froid, 5 ans ! Il écrit.
1951 – Retour en France – procès – installation à Bellevue, en ermite, sur les hauteurs de Meudon…
Brisé, cassé en deux, mais toujours accroché à sa plume, Céline poursuit, s’éreinte… publie Féérie et D’un château l’autre et deux autres romans encore…Comme toujours, c’est dans la vie, la sienne qu’il puise la matière brute… présent, passé, souvenirs. Quelques visiteurs… des proches – et bientôt les journalistes… micros, caméras ; il faut vendre… se vendre. Céline fait son numéro. Céline est mort il y a bientôt 50 ans. Autour de l’homme et de l’œuvre la polémique reste vive. Céline divise… Célinophiles – Célinophobes, on s’étripe, on s’injurie parfois.
La liberté totale qu’il prend avec lui-même, avec la langue, avec les autres fait violence. Elle est le miroir d’un monde violent… le sien... Sans doute aussi le nôtre. »
Géraud Bénech

Réservations : 01 30 38 11 99 ou www.theatre95.fr
Théâtre 95
Allée du Théâtre • BP 70098 • 95021 Cergy-Pontoise Cédex

giovedì 18 marzo 2010

Alle armi, sostenitori!

Ciao a tutti, un paio di comunicazioni di servizio! ;-)

Immagino che molti di voi conoscano il Bulletin Célinien, dell'infaticabile Marc Laudelout... il buon Marc desidererebbe avere ogni tanto nuove dell'attualità letteraria di Céline in Italia, ma non conosce l'italiano. Mi servirebbe qualche volontario con conoscenza della lingua francese per selezionare 2-3 articoli meritevoli di una traduzione, per poterglieli poi inviare; farò in modo che il "volontario di turno" riceva adeguata menzione e copia del Bulletin dove compare la traduzione. Spero che qualcuno possa trovare il tempo e la voglia; inviate candidature numerosi a ars_italia@hotmail.com o telefonate al mio cell. 3486708340...

Uno dei migliori libri su Céline è il "Louis-Ferdinand Céline" del critico letterario e scrittore belga Pol Vandromme, pubblicato in italiano nel 1964, v. la scheda di Gilberto:

http://lf-celine.blogspot.com/2009/03/il-celine-di-vandromme.html

"A distanza di quasi mezzo secolo il libro conserva intatte la lucidità d'analisi e l'acutezza nel mettere a fuoco l'importanza e il valore di Cèline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del '900, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlets."

Visto che anche in saggi recenti su Céline "lucidità di analisi" e "acutezza" sono un pò latitanti, mi è venuta l'idea di ristamparne un numero limitato di copie, e di donarlo allo "zoccolo duro" dei sostenitori (o meglio... amici!)del blog. In un mesetto avrò il libretto stampato, per prenotarlo contattatemi ai soliti recapiti.

martedì 2 marzo 2010

Cosimo Argentina, "Cuore di cuoio"



Una bella notizia da Cosimo Argentina, uno dei primi lettori di questo blog (e cita Céline all'inizio del suo libro...):
Dopo anni di alterne vicende editoriali è giunto per Cosimo Argentina, lo scrittore tarantino che da oramai vent’anni vive in Brianza dove lo svolge l’attività di insegnante, il momento della consacrazione. È oramai un autore della scuderia Fandango, la casa editrice del barese Procacci che nell’ultimo anno ha assoldato come direttore editoriale il martinese Mario Desiati. Di certo c’è lo zampino di Desiati dietro l’arrivo in casa Fandango di Argentina, lo stesso Desiati che provò a far pubblicare per Mondadori “Maschio adulto solitario”, il romanzo poi pubblicato nel 2008 dalla salentina Manni nella superba collana di narrativa contemporanea Punto G. Argentina e Fandango, quindi. Un sodalizio cominciato con la pubblicazione lo scorso anno di “Beata ignoranza”, in cui Argentina racconta la scuola italiana in presa diretta in uno dei momenti più difficili della sua storia. Ora Argentina torna nelle librerie con la ripubblicazione di “Cuore di cuoio”, forse il suo libro più riuscito ed autentico, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Sironi, nella collana Indicativo Presente, curata da Giulio Mozzi. Il libro racconta la storia di un gruppo di ragazzini che sognano di diventare calciatori. Tra questi si distingue per spirito e carisma Camillo Marlo ma conosciuto da tutti come Krol, il nome di un roccioso difensore dell’Olanda. Siamo nella fine degli anni Settanta, la città che ospita le scorribande dei protagonisti è Taranto e la squadra della città sta dominando il campionato di serie B, ma nel bel mezzo della stagione giungerà la prematura scomparsa del campione locale Erasmo Jacovone, il mito di Krol e tutti i suoi amici. La morte di Jacovone cambierà la percezione del magnifico giocattolo “calcio”, ma anche dell’illusoria felicità. Racconto di un mondo teneramente adolescenziale tra aspiranti calciatori, dove le ragazze hanno i nomi delle squadre di calcio inglese e i sogni sono piccoli e puri come quello di correre dietro una sfera pulsante di cuoio. In attesa del suo prossimo romanzo, leggere o rileggere “Cuore di cuoio” è pratica che ci riconcilia con la letteratura.

Complimentissimi!!!

giovedì 25 febbraio 2010

Maledetto Céline - un manuale del caos, di Stefano Lanuzza... recensione di Maledetto Céline di Stefano Lanuzza sul Bulletin Célinien



In diversi mi avete segnalato questo libro, e vi ringrazio.
Ad una prima scorsa del libro, de-strutturato in una "autobiografia" del nostro e in diversi capitoli con estratti e schede delle opere, temi céliniani e sulla guerra, appare evidente che l'autore ha letto molto di Céline, e questo promette bene. Addentrandoci nella lettura del libro, scatta quasi subito una enorme delusione; infatti Lanuzza commette il più grande errore che si può fare con Céline: tentare di piegarlo alle proprie idee politiche, nel caso particolare facendone un campione del comunismo (!!!), anti cattolico à la Odifreddi, anti americano e anti israeliano à la Manifesto.
Addirittura, a pagina 211, nel capitolo "Temi céliniani", in mezzo a voci quali "Tradurre Céline" e "Personaggi femminili", troviamo incredibilmente "Piombo fuso" Dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 dura l'offensiva [...] Il "Massacro di Gaza" viene perpetrato da Israele anche con l'uso di bombe al fosforo di produzione americana.

Per me è incomprensibile "usare" un libro su Céline (o qualunque altro autore), di critica o biografico, per dar mostra, e in maniera così grossolana, delle proprie idee, giuste o sbagliate che siano.

Non me ne voglia Lanuzza, ma come "manuale" rapido sull'opera di Céline, molto meglio l'"Invito alla lettura di Céline" di Renato della Torre, Mursia, come biografia completa Alméras o la Alberghini, come discussione vivace sul Dr. Destouches, meglio i vostri commenti qui, di gran lunga.

Aggiornamento aprile 2010

Il libro è stato recensito sul Bullettin Célinien di aprile, in una approfondita recensione che rileva i molti aspetti negativi del libro in questione; dalla velleitarietà del tentativo di dar vita a un "flusso di coscienza" imitando la scrittura di Céline ("tentativo invece riuscito a Marina Alberghini"), agli anacronismi presenti nell'impianto cronologico, alla inutile riproposizione della sorpassata teoria del Céline "nouveau philosophe", alla carenza delle schede e della bibliografia "illeggibile", alla disomogeneità del libro, che dato "l'approccio tutt'altro che serio" sfrutta "opportunamente l'onda dello scandalo-Céline" non portando "nulla di nuovo, salvo dei notevoli errori".

Basta così! di Frédéric Saenen



Hopper e Céline...



...questa sarebbe secondo me una bella copertina per Viaggio al termine della notte...

Lontano, il rimorchiatore ha fischiato; il suo richiamo ha passato il ponte, ancora un'arcata, un'altra, la chiusa, un altro ponte, lontano, più lontano… Chiamava a sé tutte le chiatte del fiume tutte, e la città intera, e il cielo e la campagna, e noi, tutto si portava via, anche la Senna, tutto, che non se ne parli più.

martedì 23 febbraio 2010

Per noi Céline è il primo degli irregolari


Per noi Céline è il primo degli irregolari
di Luciano Lanna - 16/02/2010

Fonte: il Secolo d'Italia


Non c'è quasi giorno che sulle pagine (non solo) culturali dei grandi quotidiani non venga citato Céline. Solo a dare uno sguardo a quelli di ieri il nome del grande maledetto del Novecento era tirato fuori (con tanto di immancabile fotografia) sul Corriere della Sera, dove l'autore del Viaggio al termine della notte veniva scomodato come uno degli ispiratori del recente romanzo di Paolo Sorrentino, e su Messaggero, in cui lo stesso veniva considerato (insieme a Ezra Pound) uno dei classici pubblicati in Italia dallo storica casa editrice Scheiwiller. Ma gli esempi potrebbero continuare all'infinito sfogliando la qualsiasi collezione cronologica di qualsiasi testata. Di contro, c'è però il contemporaneo paradosso per il quale Céline viene considerato una sorta di reietto, quasi il prototipo dell'intellettuale militante e organico a una scelta totalitaria rispetto a quegli irregolari che rappresenterebbero ciò che resisterebbe "in positivo" della cultura del secolo scorso. Ma è un equivoco che cozza in realtà con tutta l'opera e la stessa biografia dello scrittore francese. Per fortuna è adesso arrivato un bel libro - Maledetto Céline. Un manuale del caos (Stampa Alternativa, pp. 240, € 13,00) - in cui Stefano Lanuzza riesce a dare ragione del "vero" Céline attraverso una specie di autobiografia ricavata dai testi dello scrittore, un'antologia tematica e la rassegna argomentata di tutte le opere del narratore. E dall'insieme dei materiali emerge la totale estraneità céliniana a qualsiasi appartenenza o incasellamento di parte. Per dirla tutta: forse nessuno quanto il romanziere di Meudon può essere assunto a modello di intellettuale "irregolare".
A parte l'estrema attualità delle pagine céliniane, in cui scorrono come in poche altre la descrizione delle banlieue - «dove ognuno s'asciuga i piedi, sputacchia bellamente, passa... dove il sorriso è vano, la fatica sprecata...» - o della crisi finanziaria internazionale o di epidemie di massa, Lanuzza ha il merito presentare Céline come il precursore dei nouveax philosophes della seconda metà degli anni Settanta, quei pensatori davvero irregolari che in controtendenza con le ideologie sino ad allora dominanti rifiutarono il rapporto con i vecchi partiti, contestarono la fede nella storia verbalizzata dagli interessi del potere, criticarono l'ottimismo del mito del progresso, la scienza manipolatrice e la tecnica che condizionava il comportamento e i consumi delle masse. Si pensi ad esempio alle tesi del famoso saggio La barbarie dal volto umano di Bernard-Henri Lévy. All'epoca, era il 1977, si cercarono gli ispiratori teorici in Solgenitsin, in Nietzsche, in Camus, in Lacan e Levi-Strauss... «Ma è possibile - ribatte oggi Lanuzza - che il sottaciuto guru, il vero "maestro nascosto", sia proprio quel Céline dagli imbarazzanti trascorsi». Tanto più che nel 1981 sulle pagine di Le Nouvel Observateur proprio Lévy, dopo essersi definito "célinista", arrivava esplicitamente a definire lo scrittore di Meudon «il più grande e il più attuale degli storici del Novecento, un secolo di cui egli è anche il sintomo e il rivelatore». Il più grande e attuale poiché, proprio ad anticipare di qualche decennio proprio i "nuovi filosofi", egli in tutti i suoi libri - continuava Lévy - dà una precisa idea di un certo universo occidentalizzato ancora «grondante di orrori, di crimini, di massacri» e col suo lessico metafilosofico precorre le analisi postideologiche sulla massificazione delle persone, ridotte «alla stregua di folle e greggi istupidite».
A questo accostamento ai "nuovi filosofi" andrebbe aggiunto il fatto che in Francia, sempre alla fine degli anni Settanta, usciva un libro di Pascal Ory, docente di storia all'università di Nanterre, intitolato L'anarchismo di destra, con un sottotitolo molto significativo: "Da Céline a Clint Eastwood", e in cui l'opera céliniana appariva come la chiave segreta della cinematografia di Sergio Leone, da Il buono, il brutto e il cattivo a Giù la testa. Non solo: lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni - che per Leone scrisse proprio quei due film - nella sua autobiografia Pane e cinema (Gremese) ricorda: «Tra le motivazioni che mi hanno portato a fare cinema ce n'è una più forte delle altre: il mio incontro con Louis Destouches, in arte Céline. L'incontro fatale, la vera svolta. Avevo sedici anni, c'era la guerra, e una mattina, a Padova, dopo una grandinata di bombe americane, le sirene avevano dato il segnale di cessato allarme. Mi diressi verso casa, quando su una bancarella di libri usati vidi e comprai Viaggio al termine della notte, di Céline. Quella vecchia copia, polverosa e ingiallita, è anche ora davanti a me». Quel romanzo, prosegue lo sceneggiatore, è stato il sogno di tanti registi, lo avrebbero voluto realizzare Renoir, Carné, Clément...». E, alla fine, ci pensò anche Leone: «Aveva visto il romanzo sul mio tavolo, quella copia polverosa e ingiallita. Lo lesse e mi chiese cosa ne pensassi per un film. Gli comunicai il mio entusiasmo. E lui andò anche in Francia con l'intenzione di realizzarlo...».
Esempi, questi, che smontano e da subito lo stereotipo di un Céline reazionario, di estrema destra o addirittura filo-hitleriano. «Io - si legge in un passo di Bagattelle citato da Lanuzza - non sono un reazionario! Manco per un'unghia! Manco per un minuto! Tutti ti prendono subito per quello che non sei!». E d'altronde come si fa a considerare di estrema destra uno come Céline, le cui pagine - lo dimostra in pieno questo Maledetto Céline - traboccano di espliciti attacchi a tutti quei cosiddetti riferimenti che definirebbero la scala valoriale di qualsiasi reazionario?
Céline demolisce, nell'ordine: la scuola, l'esercito, la guerra, la famiglia, la fabbrica, la retorica della patria, il colonialismo, il modello americano, addirittura, nel 1958, la televisione... «La scuola - dice - non innalza nessuno, ma mutila, castra. È davvero il crimine peggiore rinchiudere i bambini per cinque e dieci anni a insegnargli le cose più vili, regole per stordirsi meglio, involgarirsi al massimo, limitare il loro entusiasmo...». Il suo Viaggio, il grande romanzo apparso nel 1932, in sostanza non era altro che una requisitoria, spiega Lanuzza, contro la retorica della patria, contro la borghesia, il perbenismo ipocrita, il capitalismo usuraio». Per gli stessi critici apparve come un «libro antimilitarista, anticolonialista, anarchico, nichilista, come il drammatico manuale di quel caos che, nell'Europa di primonovecento, avvolgeva l'umano consesso».
E che dire della sua profezia sulla tv? «È pericolosa per gli uomini. Presto - sosteneva nel 1958 - cambierà i modi di ragionare. È uno strumento ideale per la massa». Per non dire del suo giudizio sul nazismo: «Lo sbraitare hitleriano, quel romanticismo urlante, quel satanismo wahneriano mi è sempre parso osceno e insopportabile». Certo, contemporaneamente Céline definiva una «sciocchezza" la coscienza di classe: «`È un'invenzione demagogica. Ogni operaio chiede solo d'uscire dalla classe operaia, di diventare borghese nel modo più individuale possibile, conutti i più schifosi privilegi e infine con odio per la stessa classe operaia». È stato Fausto Bertinotti a riconoscere: «Ho imparato, leggendo Céline, l'intollerabilità della presunzione progressista». E, oltre ai nuovi filosofi, è del migliore '68 che il nostro - da autentico libertario - è stato un indubbio precursore: «Non a partire dalla scienze esatte, dal codice civile o dalle morali rigide, ma ricominciando tutto dalla belle arti, dall'entusiasmo, dall'emozione. Senza creazione continua, artistica, nessuna società è durevole...».
Grazie a Alberto Lombardo per la segnalazione!

martedì 16 febbraio 2010

Attenzione! Bagatelle per un massacro su E-Bay

Comunicazione di servizio: in questi giorni ci sono alcuni Bagatelle su E-Bay... passi il Guanda ora in asta, ma un venditore ha messo il Bagatelle Corbaccio del 1938... 500,00 (cinquecento!) Euro... più del doppio del suo prezzo. Non cascate nella trappola della libridine, e attendete prezzi migliori...

Se ci pensate, tanto rari non sono, visto che almeno 1-2 al mese ne spuntano sui noti siti d'aste on line o librari...

Non regaliamo i nostri soldi agli speculatori!

lunedì 15 febbraio 2010

Céline... l'attore!



Quando Céline faceva l'attore... (cliccare sul link per il video, un cameo del nostro nel film Tovaritch, di Jacques Deval, uscito nel 1935)

http://www.lexpress.fr/culture/livre/quand-louis-ferdinand-celine-faisait-l-acteur_847459.html

Grazie a Rosa per la segnalazione!

Spunta una sequenza di un film dove compare lo scrittore francese Louis Ferdinand Céline (1894-1961). Un curatore del programma «Cinema de Minuit» di France 3 ha riconosciuto Céline in un frammento del film Tovaritch del regista Jacques Deval, uscito nel 1935, che racconta la storia di una coppia di ricchi russi costretti a vivere nella povertà dopo essere emigrati a Parigi in seguito alla rivoluzione comunista del 1917. Sul sito del settimanale L’Express è possibile vedere le immagini. Tra i clienti della drogheria inquadrata, ce n’è uno inconfondibile, ed è lo scrittore, impermeabile sul braccio, passo deciso e sguardo ironico. Il regista francese Jacques Deval (1890-1972), celebre autore di teatro degli anni ’30, che per un paio di anni abitò negli Usa, fu un grande amico di Céline, che visse presso di lui per qualche settimana a Beverly Hills,nel 1934. L’apparizione nel film Tovaritch è dunque un cameo regalato all’amico regista.

da Il Giornale

venerdì 5 febbraio 2010

Malaparte e Céline


Da Il Giornale di oggi:

E così Malaparte è tornato. Anche se forse non se ne era mai andato del tutto... Parecchie novità usciranno dalla catalogazione in corso dell’archivio contenente carte, lettere, libri e manoscritti appartenuti a Malaparte e acquistati nel marzo scorso dalla Biblioteca di via Senato di Milano, presieduta dal senatore Marcello Dell’Utri. Fra le piccole e grandi scoperte che spuntano dalla sua sterminata corrispondenza, anche una commovente lettera nella quale Louis-Ferdinand Céline, reduce dal processo per collaborazionismo e in gravi difficoltà economiche, ringrazia Malaparte per avergli devoluto il danaro di un premio letterario.

Grazie ad Alberto Lombardo per la segnalazione!
Approposito di Céline e Malaparte, cfr. questo studio...

mercoledì 27 gennaio 2010

Saviano, Consolo e Céline




Dal Giornale:

Saviano cita Céline e Consolo se ne va
di Maurizio Caverzan


Del resto, un po’ se l’è cercata. Esponendosi così tanto, pur se scortato, era inevitabile che da destra e da sinistra volessero accaparrarselo, tirandolo per la giacchetta stazzonata. E se lui non si lascia addomesticare abbastanza - leggi: non si allinea al verbo dominante - allora vade retro.

Lo scandalo è nato da una recente intervista a Panorama nella quale Roberto Saviano rivelava di essersi formato «su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice». Non una confessione sui generis, ma con nomi e cognomi, scomodi più che mai: «Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Céline, Carl Schmitt». E nemmeno una rivelazione di peccati di gioventù di cui pentirsi, ma una convinzione radicata e rivendicata: «Non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola...», ribadiva Saviano destando la riprovazione della più sussiegosa classe intellettuale sinistrese. Possibile? Ma quel Saviano lì non era dei nostri? Certo, ma se legge quei libri là dev’essere un pochino anche dei loro. Anche se poi, loro, non lo amano particolarmente magari solo perché porta la barba, l’abito dimesso e rifugge le cravatte.

Nel suo ultimo libro dedicato all’«estinzione degli intellettuali d’Italia», I conformisti (Rizzoli) Pierluigi Battista ha raccontato con un’infinità di esempi il conformismo che affligge gli uomini di cultura di casa nostra. Un conformismo che fa prevalere le logiche dell’appartenenza e dello schieramento sulla circolazione del libero pensiero. E il caso Saviano, per complessità del protagonista e per la rigidità di quelli che sempre Battista chiamerebbe «le sentinelle occhiute dell’ortodossia», si presta alla perfezione a descrivere lo schematismo di cui soffrono anche i nostri migliori intellettuali. Un caso da manuale, insomma.

È accaduto che, sull’onda del successo delle sue produzioni tutte, Einaudi aveva deciso di pubblicare questa primavera nella collana Stile Libero un cofanetto intitolato Orazione civile che, secondo le parole dello stesso Saviano, raccoglie nel libro «storie sconosciute, a volte dimenticate, spesso colpevolmente rimosse. Storie che mappano la mia terra e ne tracciano una geografia diversa da quella ufficiale. A parlare sono le testate locali: titoli e articoli scritti col sangue, che gridano vendetta». Il dvd invece propone l’intero monologo su informazione e criminalità tenuto nella puntata di Che tempo che fa del marzo scorso e un extra inedito di venti minuti. Il tutto nobilitato da prestigiosi interventi tra i quali quello di Vincenzo Consolo, lo scrittore siciliano che proprio di recente aveva annunciato la decisione, stavolta pare davvero definitiva, di abbandonare Milano «città irriconoscibile, centrale della menzogna», per andare a «morire nella mia Isola». Ebbene, letti i nomi degli ascendenti letterari di Saviano, a Consolo si devono essere rimescolate le viscere. Céline e Pound, Jünger e Evola sono troppo indigesti, ostacoli insormontabili.
Alla sentinella dell’ortodossia forse era sfuggito che già un paio d’anni fa Saviano aveva pronunciato quei nomi in un famoso colloquio con Alessandro Piperno sul Corriere della Sera. E però stavolta era difficile non accorgersene: Saviano non è editorialista di Repubblica, firmatario di appelli in difesa della Costituzione carta sacra e inviolabile, frequentatore dei talk show più patinati? E allora, al diavolo le sue perversioni letterarie di gioventù. E addio intervento per il cofanetto di Stile Libero. Il bipolarismo culturale non ammette eccezioni, come si permette Saviano di attraversare il Muro di Berlino della letteratura senza avvertire prima?
Alla Einaudi si trovano conferme della mancata partecipazione di Consolo. «Il libro uscirà ai primi di marzo con gli interventi di Walter Siti, Aldo Grasso, Benedetta Tobagi e del semiologo Paolo Fabbri», risponde Severino Cesari, uno dei due responsabili di Stile Libero. «Abbiamo fatto tutto un po’ in corsa e siamo soddisfatti anche quando attorno a un’iniziativa si discute. Tra Consolo e Saviano c’è un rapporto personale e noi rispettiamo le scelte di chi decide di non partecipare».



Interpellato ancora nella sua casa di Milano, l’autore di Nottetempo e Retablo non ha voluto rispondere: «Non ne voglio parlare, è una vicenda che non voglio sia divulgata», ha ribadito. E alla domanda sulle motivazioni che presiedono al ritiro improvviso del suo intervento ha chiuso la comunicazione con un laconico: «Lo chieda a Saviano». Per qualcuno ci potrebbe essere anche un senso di ingratitudine sofferta dallo scrittore siciliano che ha ospitato nella sua casa milanese l’autore di Gomorra e che forse si aspettava almeno una citazione nel pantheon del giovane collega. Così non è stato e all’inconciliabile dissenso sulle affinità letterarie, forse si è aggiunto anche il dispiacere per il mancato omaggio.




Premetto che ritengo (sbaglierò, ma tant'è) Saviano il contraltare di Melissa P., però quando ho letto gli autori citati dall'autore di Gomorra ho pensato: ma li ha letti veramente, o è marketing anche questo? Mi spiego: va bene Céline e Pound, passi Evola; ma Carl Schmitt???

Comunque, dettagli a parte, una ennesima triste pagina, l"addio" di Consolo, della consorteria intellò italiana.

domenica 24 gennaio 2010

giovedì 7 gennaio 2010

Viaggio nella biografia di un genio fulminato, di Stenio Solinas



Ciao a tutti e Buon anno! Grazie alla segnalazione di Alberto Lombardo...

«Proust è un bavoso» Viaggio nella biografia di un genio fulminato
di Stenio Solinas


«Gli editori sono tutti carogne». «Non aggiungete una sillaba al testo senza preavvisarmi! Fottereste il ritmo come niente - solo io posso ritrovarlo là dov’è. Ho l’aria bavosa, ma so a meraviglia ciò che voglio. Non una sillaba. Fate anche attenzione alla copertina. Niente music Hallismo. Niente sentimentalismo tipografico. Del classico». «I critici dicono sempre fesserie. Giornalisti innanzitutto, lavorano di chiacchiere, piccoli ricatti... Ci vorrebbe qualcuno che si decidesse a coprirmi di sputi!... La gente è sadica, vigliacca, invidiosa, distruttrice. Ha bisogno di sentire il saccheggio, lo spappolamento, altrimenti non ci sta...». «Bisogna vedere gli uomini come cani. Ciò che fanno, abbaiano, ringhiano, spiritualmente non significa niente, meno che zero... Purtroppo ci toccano le conseguenze materiali, ma moralmente... Cani, nient’altro che cani. Tutto è permesso, insomma, per evitare i loro morsi e ingannarli e aizzarli in modo che si sbranino fra loro. Meglio dimenticare tutto, mascherare in musica l’orrore del vivere».
Ma sì, è Céline che batte alla porta, strepita, irride, minaccia e s’incazza... Ben tornato Ferdinand sull’onda delle oltre 2mila pagine del volume che raccoglie una antologia monstre (più di 1500 lettere) della sua corrispondenza, dalla giovinezza alla morte (Lettres, Gallimard, collezione Bibliothèque de la Pléiade, pagg. 2080, euro 66,5; a cura di Henri Godard e Jean-Paul Louis). Per la prima volta, insieme con molti inediti, l’epistolario celiniano fino a oggi sparso e spesso disperso in innumerevoli rivi editoriali (le lettere dall’Africa, le lettere alle amiche, quelle agli editori e agli avvocati, le lettere dall’esilio) viene selezionato e cronologicamente ordinato. Il risultato è imponente.
Il carteggio è una miniera di informazioni sul Céline scrittore, sui suoi procedimenti, sulle sue idiosincrasie, ma ne scandaglia anche il privato: la passione per la bellezza («Sono pagano per la mia assoluta adorazione della bellezza fisica, della salute. Odio la malattia, la penitenza, il morboso(...) Perciò ho amato tanto l’America. La felinità delle sue donne!(...). Tranquillo stallone, guardone, palparle è un incanto senza pari, mi inebria, mi ispira - Darei tutto Baudelaire per una nuotatrice olimpionica»); il rifiuto della vita reale, obiettiva, il peso degli anni e dei guasti fisici.
Dietro il cliché del «medico dei poveri» la corrispondenza fa rigalleggiare il bell’uomo alto più di un metro e ottanta, che indossa abiti di buon taglio e stoffa inglese, biondo e con gli occhi azzurri, che conosce il mondo e il bel mondo, uno che a Ginevra come a Vienna, a New York come a Londra, sa dove andare, come muoversi, cosa vedere, a proprio agio con pianiste come Lucienne Delforge, con scultrici come Louise Nevelson, con figlie della buona borghesia di provincia come Edith Follet, la sua prima moglie. Vive in un appartamento moderno, con qualche souvenir coloniale, in rue Lepic: è cortese, ma riservato.
Ciò che nelle lettere d’anteguerra è accennato, sparso e variegato, in quelle post-belliche tende a raccogliersi su un triplice binario. Sul primo corre il métro emotif, il treno dello stile. «Tutto il mio lavoro è consistito nel cercare di rendere la prosa francese più sensibile e tesa, precisa, sferzante e cattiva iniettandole un linguaggio parlato, il suo ritmo, il suo tipo di poesia e di tenerezza malgrado tutto, di resa emotiva». «Io seguo con le parole l’emozione, non le lascio il tempo di rivestirsi in frase... l’afferro nuda e cruda, o meglio, nella sua poeticità. Perché il fondo dell’uomo malgrado tutto è poesia - il ragionamento si apprende, così come si impara a parlare - il bebè canta - il cavallo galoppa - il trotto è di scuola». «Non creo nulla, in verità - è come se ripulissi (...) una statua seppellita nell’argilla Esiste già tutto (...) Occorre soltanto spazzare (...) portare alla luce del giorno - AVERE LA FORZA - è una questione di forza - forzare il sogno nella realtà - una questione di pulizia (...) È un lavoro da operaio - operaio nelle onde».
Sul secondo corre il vagone della negazione e/o riduzione di ciò di cui è incolpato, della «congiura» ai suoi danni. «Sono un patriota sfrenato in un Paese di degenerati, lacchè e bastardi. Si tratta di ben altra cosa che tradimento, è precisamente il contrario. Sono gli altri, tutti gli altri che galoppano urlando dietro la bandiera, gareggiando per farsi inculare dal migliore offerente». «Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e di ariani - e contemporaneamente, del resto, di ebrei! Non ho voluto Auschwitz, Buchenwald. Cazzo! Basta! (...) Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine». «La Germania mi fa naturalmente orrore. La trovo provinciale, pesante, grossolana (...) Per me è quella del ’14, la gare de l’Est, la linea dei Vosgi, la morte, la salsiccia, l’elmetto a punta».
Sul terzo, infine, fila il direttissimo delle recriminazioni, delle ingiurie, degli editori traditori, dei soldi che non arrivano, della pubblicità che manca, del boicottaggio. Sotto un torrente di minacce e prese per il culo, gli interlocutori passano la mano. Jean Paulhan, il «cervello» della casa editrice Gallimard lascia nel 1955, stanco e disgustato. «Di che si lagna quel vecchio bavoso - sarà il commento - Trova che la sposa è troppo bella, ha troppo temperamento?».
E l’antisemitismo? Céline lo trasforma in pacifismo, lo scolora, più che negarlo lo orienta in maniera diversa, fino a trasformare sé stesso nell’unico vero ebreo errante: esiliato, offeso, perseguitato... Ma dietro al razzismo c’è anche una questione di stile, come una lettera del 1943, che ha per tema Proust, mette bene in evidenza. «Lo stile di Proust? È semplicissimo. Talmudico. Il Talmud è imbastito come i suoi romanzi, tortuoso, ad arabeschi, mosaico disordinato. Il genere senza capo né coda. Per quale verso prenderlo? Ma al fondo infinitamente tendenzioso, appassionatamente, ostinatamente. Un lavoro da bruco. Passa, viene, torna, riparte, non dimentica nulla, in apparenza incoerente, per noi che non siamo ebrei, ma riconoscibile per gli iniziati. Il bruco si lascia dietro, come Proust, una specie di tulle, di vernice, che prende, soffoca riduce e sbava tutto ciò che tocca - rosa o merda. Poesia proustiana. Quanto alla base dell’opera: conforme allo stile, alle origini, al semitismo: individuazione delle élites imputridite, nobiliari, mondane, invertiti etc. in vista del loro massacro. Epurazioni. Il bruco vi passa sopra, sbava, le fa lucenti. I carri armati e le mitragliatrici fanno il resto. Proust ha assolto il suo compito». Conclusione: nel 1943 l’autore della Recherche avrebbe applaudito la sconfitta tedesca a Stalingrado...
Scrittore antimaterialista, Céline cercò di combattere il materialismo usando uno strumento, la razza, altrettanto materiale e, come tale, incapace di cogliere differenze di valori e di sensibilità. L’ideale ariano si trasformerà in beffa allorché, dopo essere stato imprigionato in Danimarca, si troverà a scrivere: «Merda agli ariani. Durante i 17 mesi di cella non un solo fottuto dei 500 milioni di ariani d’Europa ha emesso un gridolino in mia difesa. Tutti i miei guardiani erano ariani». Quando si predica la purezza c’è sempre qualcuno che si crede più puro di te. Un genio fulminato.

mercoledì 16 dicembre 2009

L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


L’ultimo Bolaño, innamorato di Céline


| Cultura | Giordano Tedoldi
Pubblicato il giorno: 15/12/09 Libero-news


Dalla morte avvenuta nel 2003, la considerazione critica e l’interesse per la vita e l’opera dello scrittore Roberto Bolaño, nato nel 1953 a Santiago del Cile, continua a intensificarsi. L’autoritratto dello scrittore, che pure detestava il genere autobiografico sopra ogni cosa, si precisa con la recente pubblicazione delle sue ultime interviste, uscite in Inghilterra per i tipi dell’editore Melville House con il titolo Roberto Bolaño: The Last Interview, frutto delle conversazioni con la giornalista Monica Maristain su e giù per l’America latina, mentre Bolaño, consapevole della fine imminente per una grave patologia al fegato, portava a compimento il gigantesco 2666 (da poco pubblicato in Italia in una nuova edizione da Adelphi) il romanzo estremo, riassuntivo di tutta la sua poetica.

Desiderio segreto
Nelle interviste con la Maristain dichiarava: «Avrei preferito fare il detective piuttosto che lo scrittore». Ma nel 2002, con la giornalista Carmen Boullosa per la rivista Bomb, deponeva la maschera surreale e irriverente per rivelare i suoi gusti e le sue idiosincrasie letterarie: «Sono molto interessato alla letteratura americana del 1880, specialmente Twain e Melville. E la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Mentre da adolescente ho attraversato una fase in cui leggevo solo Poe». E a gennaio Adelphi pubblicherà Tra parentesi (pp. 320, traduzione di Maria Nicola), antologia di interventi per giornali e riviste, saggi, discorsi, in cui Bolaño scrive: «Tutti gli scrittori americani, inclusi quelli che scrivono in spagnolo, a un certo momento delle loro vite colgono all’orizzonte i bagliori di due libri, che sono due strade, due strutture e due argomenti. A volte: due destini. Uno è Moby Dick di Melville e l’altro Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain». L’ammirazione per Twain è così grande che aggiunge: «Tutto quello che hanno scritto Faulkner e Hemingway, e tutto quello che avrebbero voluto scrivere, può stare in una pagina di Huckleberry Finn». Mentre William Bourroughs «è un santo che ha avvicinato tutta la malvagità del mondo perché aveva la delicatezza e l’imprudenza di non chiudere mai la porta». Ma il detective mancato che era in lui lo spingeva a divorare anche la letteratura hard-boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, mentre nella fantascienza di Philip K. Dick vedeva «un profeta all’opera».

In un saggio dal titolo Consigli sull’arte di scrivere racconti Bolaño elabora un manuale in dodici punti. Al numero quattro: «Occorre leggere Juan Rulfo e Augusto Monterroso». Monterroso (1921-2003) era uno scrittore guatemalteco famoso per il racconto Il Dinosauro, il cui testo completo è: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora là». Lo stesso Monterroso ricordò che i critici lo attaccarono, dicendo che Il Dinosauro non era un racconto e lui rispose: «No, infatti, è un romanzo». Ma torniamo al manuale di scrittura di Bolaño. Al numero dieci: «Pensa bene al punto nove. Pensa e riflettici. Hai ancora tempo. Pensa al punto numero nove. Nella misura in cui ti è possibile, fallo in ginocchio».

Grande amore anche per la letteratura francese, da Voltaire ai surrealisti. «Mi piace Pascal, il suo modo di affrontare la morte, la sua lotta contro la melanconia. E l’ingenuità utopistica di Fourier. E tutta la prosa, tipicamente anonima, degli scrittori di corte, anatomisti, manieristi, che conduce alle interminabili caverne del Marchese de Sade». Il Dizionario Filosofico di Voltaire è giudicato «uno dei pochi libri che mi hanno cambiato la vita». Mentre tra i moderni l’opera più importante è Nadja di André Breton, il cui manifesto surrealista ispirò a Bolaño il proprio «manifesto infrarealista».

Radicale il giudizio su Céline: «È l’unico autore di cui penso che sia stato al tempo stesso un grande scrittore e un figlio di puttana. Proprio un essere umano abietto. Si stenta a credere che i suoi momenti più gelidamente ripugnanti sembrino coperti da un’aura di nobiltà, il che si può attribuire solo alla potenza delle parole». Bolaño era anche un vorace lettore di filosofia, specialmente i lapidari aforismi di Wittgenstein (il cui Tractatus giudicava tra i 5 libri più importanti di sempre) e del misconosciuto filosofo tedesco del ’700 Georg Christoph Lichtenberg, le cui massime «giocano con l’umorismo e la curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza. I suoi aforismi anticipano Kafka e la migliore letteratura del ventesimo secolo». E c’è da credergli, incontrando perle come questa: «Non c’è merce più strana dei libri: stampati da gente che non li capisce, venduti da gente che non li capisce, rilegati e recensiti e letti da gente che non li capisce, e ora persino scritti da gente che non li capisce». Non per caso Bolaño lo definiva l’autore «di un capolavoro di commedia nera».

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Céline come al solito fa sempre discutere: come vorremmo che fossero rispettate le idee del Nostro, rispetteremo ovviamente il parere espresso da Roberto Bolaño del Céline "uomo"... anche se temiamo che il giudizio di Bolaño, come spesso accade, sia riferito più ad una "idea" di Céline, che non alla reale biografia dello scrittore francese.

Andrea