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sabato 14 maggio 2011

Lettere inedite di Céline in asta... i dubbi di Marina Alberghini, biografa di Céline

Come sapete, si stanno tenendo in Francia diverse aste di materiale céliniano, tra le quali:


Parigi, 9 mag. - (Adnkronos) - Un gruppo di una quarantina di lettere autografe inedite di Louis-Ferdinand Celine (1894-1961), indirizzate tra il 1939 e il 1948 al dottor Alexandre Gentil, che fu un intimo amico dello scrittore francese, saranno messe all'asta dalla casa Artcurial a Parigi domani, martedi' 10 maggio. L'insieme di 120 pagine, stimato tra 90.000 e 100.000 euro, e' considerato importante per la comprensione degli 'anni neri' di Celine, la sua fuga dalla Francia nel 1944, l'imprigionamento in Danimarca fino al 1947 e poi l'esilio sul Baltico fino al 1951.

Fin qui la notizia. Abbiamo ricevuto dall'amica Marina Alberghini la seguente comunicazione, che pubblichiamo:


Amici, ho mandato questa al Giornale. Per me le famose lettere inedite-scovate dai famigliari di questo Gentil -mai sentito nominare!- nella spazzatura, sono un falso, o Céline era fuori di testa...
Comunque il prezzo d’ asta partiva da 100.000 euro...

Ciao a tutti!

_________________________


All’attenzione del dott. Daniele Abbiati. E per conoscenza al Direttore.

Gentile Abbiati,

credo che non servirà a nulla, ma vorrei rilevare , a proposito del contenuto delle lettere inedite di Louis- Ferdinand Céline (come dal Suo “Le confessioni di Céline ...”del 7 maggio scorso,) molte inesattezze e questo forte del mio essere la prima biografa italiana di Céline , autrice di “Louis- Ferdinand Céline, gatto randagio”-Mursia, di 1200 pagine, .-la più aggiornata dopo le francesi molto datate.

-In primis devo dire che mai ho trovato che Céline chiamasse la moglie Georgette, semmai Arlette.

-Il signor Birger Bartholin era un coreografo danese ,che Céline nella corrispondenza chiamerà Billy, e che , nell’ esilio danese, aiutò la moglie di Céline ,Lucette, a dare lezioni di danza sotto falso nome. Céline era infatti in incognito e tuttavia per una spiata il 17 dicembre 1945 fu arrestato,quindi non è che scrivesse tante lettere, salvo che alla sua segretaria Maria Canavaggia, e al suo avvocato Mikkelsen.E certamente non le firmava.

-Céline a Copenaghen non era ospite di Bartholin, ma della danzatrice Karen Maria Jensen, sua ex amante , che era assente dalla Danimarca. Precisamente a Ved Stranden20.


-Neppure risulta che Céline all’ epoca sapesse niente di Buchenwald e dei “campi”, lo venne a sapere molto più tardi, a metà degli anni ’50 quando era tornato in Francia.tra l’ altro dei campi chi lo sapeva, all’ epoca? nessuno.

-Mai trovato nelle ricerche e nei colloqui con amici dello scrittore e con i migliori saggisti francesi, un riferimento a questo amico medico Alexandre Gentil, tanto più nel ’45. Céline diffidava enormemente dei suoi confratelli medici e non ne frequentava nessuno.Aveva fiducia solo nel ginecologo Tailhefer,di Parigi, al quale fece visitare Lucette al ritorno in Francia.

-Céline non pronostica la fine di Denoel, avvenuta il 2 dicembre del ’45,anche se lo aveva spesso messo in guardia, , la viene a sapere dalla sua segretaria l’ 8 dicembre.


-Assolutamente assurdo il dire che Céline aveva nostalgia “delle Americhe”...egli odiò sempre l’ America,anzi, gli USA, un paese che definiva” privo di ogni vita spirituale”.In particolare odiò New York...diceva che degli americani si salvava solo Topolino!Nel Voyage distrugge il mito americano, figurarsi se ne aveva nostalgia!

-Céline mai ha parlato di “odio”per il genere umano.lo lasciava ai comunisti.Lui ha dedicato la vita a stanare e denunciare il Potere, appunto perché non odiava gli uomini, oltre al fatto che era un medico premuroso e tenerissimo e che curava gratis.Lui credeva in un riscatto dell’ uomo attraverso l’ Arte, la Poesia, la bellezza, la Cultura.

-Inoltre è inesatto dire che a Meudon egli fosse poverissimo,e vivesse di pensione, era riuscito a riscattarsi attraverso l’ opera,con riedizioni dei suoi libri e la nuova Trilogia del Nord, acquistata da Gallimard e che gli fruttò parecchi milioni.Le lettere a Gallimard mostrano un vero Arpagone, se non si sapesse che egli si sentiva vicino alla morte e voleva lasciare la moglie adorata, Lucette Almansor, in buone condizioni finanziarie.

Da tutto questo emerge che ci sono veramente molte inesattezze in queste famose lettere, che mi lasciano molto perplessa .

Un cordiale saluto

Marina Alberghini

domenica 30 gennaio 2011

Monsieur Céline, un esasperato anti-borghese



Monsieur Céline, un esasperato anti-borghese
di Gaetano Marabello - 27/01/2011

Parlare di scrittori “maledetti” è sempre operazione ardua, a causa delle contrastanti reazioni che le loro opere hanno il potere di suscitare in chi legge. La cosa si complica ancor più se di fronte ci si trova un certo Louis-Ferdinand Destouches (l894 – 1961), noto universalmente con il nome d’arte di Céline (preso dalla nonna materna cui era molto legato). In Italia, l’ostracismo di certi critici verso di lui è ben rappresentato da Massimo Onofri, che nel suo Recensioni. Istruzioni per l’uso (Donzelli, 2008) lo ha snobbato, dedicandogli solo un paio di citazioni. Fortunatamente, non tutti sono su questa linea, come ha dimostrato l’anno dopo Marina Alberghini con il suo Gatto randagio, edito da Mursia. Comunque, a darci una mano per tentar l’impresa di raccontare l’impatto delle opere di Cèline in Italia, c’è un apprezzabile libro di un quinquennio fa, intitolato Céline in Italia e pubblicato dalle edizioni Settimo Sigillo di Roma. Maurizio Markovec vi ricostruisce con dovizia di riferimenti bibliografici la vicenda di tutte le traduzioni ed interpretazioni dei lavori di Céline, che si son succedute qui da noi a partire dal 1933, allorché apparve ad opera di Alex Alexis (pseudonimo di Luigi Alessio) un puritana versione italiana di Voyage au bout de la nuit, che all’epoca sfiorò il prestigioso Premio Goncourt. Per quanto depurato da tutte le espressioni che potevano apparire volgari in un clima poco disposto a tollerarle, questo racconto - al pari del successivo Morte a credito - suscitò commenti complessivamente negativi, come quelli della rivista cattolica Il Frontespizio o de Il Saggiatore, per non parlare di una stroncatura di Margherita Sarfatti su La Stampa. In effetti, il primo Céline, anche a motivo del suo antimilitarismo e dei virulenti attacchi alla società borghese, si prestava a piacere maggiormente ad un Trotsky, il quale nell’ottobre del ’35 ebbe per lui parole lusinghiere. Il famoso rivoluzionario russo non s’avvide che nessuno era fuori tiro con quella scheggia impazzita della letteratura che fu Céline, capacissimo di scrivere un Mea culpa contro il regime sovietico e di dissacrare ferocemente anche le tematiche sociali.
I proletari, infatti, secondo Céline avevano quale “unica aspirazione profonda nient’altro che l’accesso alla borghesia”: E pertanto meritavano anch’essi l’appellativo di “avidi budelli… assorbiti dalle funzioni bassamente digestive”, loro affibbiato su L’ècole des cadavres (unico testo ancor oggi non tradotto in Italia). Il severo giudizio, come si vede, non è da meno delle feroci stoccate da lui tirate al “borghese ben pasciuto”, i cui soli ideali – secondo una felice espressione di Maurice Bardèche – sono l’aperitivo, lo stipendio e le vacanze. In realtà, gli strali disgustati e dissacranti di Céline sono diretti contro l’intero genere umano degli ultimi due secoli, “folle di orgoglio, gonfiato dalla meccanica” e “trascinato per la trippa” e del quale “si conserverà solo la parola m…”. Nel calderone delle sue invettive finiscono infatti per cadere tutti, senza distinzioni di razza, sesso, ceto o religione, in un j’accuse delirante che non risparmia proprio nessuno. “Io aderisco a me stesso, finché posso…”, scriverà sulla scia di Nietzsche questo grande anarchico del pensiero. La sua ostilità verso il mondo moderno ci porta all’aspetto più delicato di alcuni suoi scritti, il più famigerato dei quali è Bagattelle per un massacro, recentemente ritirato dal commercio per volere della vedova a causa del fortissimo antisemitismo.
I più entusiasti critici dell’opera céliniana come Ernesto Ferrero e Giovanni Roboni hanno parlato al riguardo di un delirio “tutto metaforico”, invitando a non confondere il suo io reale con il suo io lirico o apparente, costruito apposta per soli fini letterari. La tesi non convince, anche se effettivamente l’oltranza troppo esagitata dei libelli (oggi) meno presentabili di Céline può apparir tale da scongiurarne ogni possibile efficacia propagandistica. Analogo discorso ha da valere in ordine all’accusa di collaborazionismo, definita “pretestuosa” da Elio Naselli, ritenuta invece vera da Stelio Solinas e mitigata da un “a modo suo” da Alberto Rosselli. In realtà, sia il governo di Pètain che i nazisti non mostrarono grande simpatia per un autore ritenuto decadente, ampiamente ricambiati peraltro dal misantropo di Courbeoie. Sta di fatto che l’accusa mossagli da Radio Londra durante la seconda guerra mondiale, equivalendo ad una condanna a morte, lo costrinse a cercare rifugio in Danimarca dove poi finì fortunatamente solo in prigione.
La drammatica fuga attraverso la Germania agonizzante divenne poi oggetto della famosa Trilogia del Nord degli ultimi anni della sua vita. Per certe sue posizioni estreme, Céline fu sicuramente un personaggio capace di suscitare antipatie persino a destra, anche se una parte del nazionalismo più razzista ne farà un’icona. Quanto alla sinistra, é notorio che nel dicembre 1945, mentre impazzava l’epurazione contro i collaborazionisti francesi, Jan-Paul Sartre gli sferrò con il suo Portrait d’un antisémite la pericolosissima accusa d’esser stato addirittura “pagato” dai nazisti.
Céline, il quale durante l’occupazione tedesca si era abbastanza defilato limitandosi a scrivere un articolo e alcune lettere ai giornali, replicò duramente con il pamphlet al vetriolo ‘A l’agité du bocal. Il padre dell’esistenzialismo, che dal canto suo aveva potuto mettere tranquillamente in scena un’allegoria dell’occupazione tedesca dal titolo Les Mouches addirittura nel giugno del ‘43, vi finì triturato sotto una caterva di epiteti irripetibili, il più gentile dei quali suona come tenia des étrons. Al riguardo, ricordiamo a chi vi fosse interessato che questo libello di Céline è stato pubblicato nel 2005 a cura di Andrea Lombardi dall’Effepi di Genova. A parte l’aspetto ideologico-politico, che ha indotto spesso gli editori che l’hanno pubblicato a prendere prudentemente le distanze da certe sue invettive razziste suscettibili oggi dei rigori della legge, Céline ha rappresentato un vero caso letterario essendo l’inventore, secondo Phlippe Sollers, di una “ritmica sbalorditiva, mai udita” nella lingua francese, capace di attirargli l’elogio di Ezra Pound e di Henry Miller e di farlo porre accanto a Bernanos (Carlo Bo) o a Marcel Proust (Giuseppe Guglielmi). Padroneggiando con maestria l’argot, che è il gergo forte e marcato delle caserme, dei bassifondi, della mala e del pronto soccorso degli ospedali francesi da lui bazzicati come medico, Céline ha innovato profondamente il linguaggio ufficiale mettendo così in seria difficoltà chi si è cimentato nelle traduzioni delle sue opere perché neppure il dialetto riesce a renderne appieno il senso.
L’altro aspetto rivoluzionario di Cèline è stato l’uso di una parlata frenetica, intercalata da un lessico iperbolico, aspro e dirompente, inframmezzato da esclamativi e puntini di sospensione, a sottolineare la concitazione del discorso. Questa tecnica sulfurea, secondo Giovanni Bugliolo, ha operato il miracolo di far riacquistare “una verginità assoluta” anche ai più “logori espedienti narrativi e retorici”. Da questi cenni necessariamente brevi si comprende perché Céline è destinato a far discutere ogni volta che viene ripubblicato. Egli ci pone infatti di fronte ad un dilemma che non ammette vie di mezzo: o lo si ama o lo si odia. E odiarlo risulta decisamente più comodo.


Grazie al sempre tempestivo Harm Wulf per la segnalazione!

giovedì 20 maggio 2010

Céline. Gli artigli del gatto, di LL Rimbotti


Céline all'Istituto delle questioni ebraiche, Parigi, c. 1942.

Era ostile alla democrazia, al capitalismo, al marxismo, all’America, all’Unione Sovietica, al progressismo…era nazionalista, si diceva fiero di essere figlio di un fiammingo e di una bretone, rivendicava le sue radici nordiche, ammirava la Germania, era anche francamente razzista…e di sicuro detestava violentemente gli ebrei. Così a occhio, c’è n’è abbastanza per pensare che, dopotutto, Céline e il Nazionalsocialismo non fossero poi tanto lontani. Eppure, esiste un tipo di storiografia, o meglio di biografia, che tende – esattamente come per Jünger o per Evola – a mettere la sordina su certe imbarazzanti convergenze e a enfatizzare certe opportune discordanze. Dice: Céline era pacifista…parlò spesso male dei nazisti…non è vero che collaborò coi tedeschi dopo il 1940…mandò solo qualche lettera ai giornali collabo…criticava, accusava, insomma non era dei loro. E inoltre: sì, d’accordo, durante la guerra aveva amici all’ambasciata tedesca di Parigi, andava e veniva, va bene, prese parte a manifestazioni per l’amicizia franco-germanica, si sa, bandiere con la svastica, saluti, un certo clima…, ma certo, vide di buon’occhio anche la guerra ai sovietici…però insomma non era nazista. Anzi, coi nazisti ce l’aveva proprio.

Confessiamolo, in questo modo di ragionare c’è qualcosa che non va…Noi continuiamo a credere che non sia un’eresia pensare che il romanziere e il movimento hitleriano qualcosa in comune, sotto sotto, ce lo dovevano avere. Poi consideriamo che, appena gli americani misero piede in Normandia, nel giugno del 1944, Céline scappò in tutta fretta da Parigi. Uno si potrebbe chiedere: perchè scappare? E dove scappò? Forse tra le braccia dei “liberatori”? Niente affatto. Il più lontano possibile dagli odiati nazisti? Neppure. Va diritto a Sigmaringen, dove i tedeschi avevano sistemato il governo vichysta di Pétain e dove si ritrovarono quasi tutti i collaborazionisti, quelli duri che non mollavano, coi Doriot, coi Dèat. Ma perchè Céline, se era anti-nazista, andò proprio a Sigmaringen, in bocca al feroce teutone?

Leggi un tomo di oltre mille pagine e non riesci a trovare la risposta. Si tratta di Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio di Marina Alberghini (Mursia). L’autrice, amante dei gatti, ha fatto di Céline il suo eroe e non si ha il cuore di chiederle di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Oggigiorno non si possono avere eroi nazisti, non sta bene, lo sanno tutti. Dunque bisogna accontentarsi. Anziché una biografia, abbiamo così un magnifico ritratto a olio. Difatti, sul perchè Céline andò a Sigmaringen, la Alberghini scrive che lo fece perchè…«prima di tutto a Sigmaringen c’era bisogno di un medico e questo su di lui era un forte richiamo…A Sigmaringen lo attendevano nuove esperienze, nuove avventure, cose da vedere».

Da non credere! Stai a vedere che, nell’Europa del 1944, di medici c’era bisogno solo a Sigmaringen! E allora chiediamo: ma davvero solo in quel preciso angolo di Reich, dove si ammassarono i fascisti francesi irriducibili, si potevano avere “nuove esperienze”, “nuove avventure”? L’autrice forse non ha colpa, per questo suo modo di piegare in quattro le biografie per farne ritrattini d’occasione. Si sarà certo detta: un così bravo scrittore, così affezionato al suo gatto Bébert…non può essere nazista.

Noi confermiamo che, difatti, Céline nazista dichiarato, iscritto, inquadrato, non lo fu mai. Un anarchico del genere, anzi, un anarchista del genere (poiché Céline non era funzionale neppure all’anarchia), non poteva avere un’ideologia condivisa con un’istituzione, un partito, un sistema. Certo, in questo senso Céline non fu mai nazista. Solo che si può dire in tutta tranquillità che ebbe le medesime idee dei nazisti, ma pensate in modo diverso. È mai possibile?

Trattandosi di Céline, tutto è possibile. Qualcuno lo ha scritto, ad esempio Elena Fiorioli, che nel suo Céline e la Germania, pubblicato a Verona nel lontano 1982, precisò che «l’antisemitismo céliniano non è sorretto da una argomentazione scientifica e proprio per questo suo aspetto d’improvvisazione differisce dalle teorie naziste». Erano due antisemitismi. Quello di Céline era tutto viscere e invettive, ma certo non meno radicale, tanto che ci fu chi, tra i nazisti, trovò sconveniente quella prosa così violenta. I pamphlet antisemiti di Céline ebbero fredda accoglienza nella Germania nazista: furono giudicati…troppo aggressivi. Eppure, scriveva sempre la Fiorioli, «Céline condivise con il nazionalsocialismo la convinzione che gli Ebrei, “commercianti di cannoni”, fossero i responsabili di tutte le guerre».

La Alberghini sottolinea parecchie volte che Céline era pacifista, che per un momento ce l’ebbe con gli ebrei, è vero, ma solo perchè gli sembrava che fossero loro a fomentare la guerra…in realtà nulla di personale, assolutamente. Céline era pacifista, quindi – così ragiona la Alberghini – non poteva essere nazista. Poi apri il Kershaw, sfogli l’Overy, leggi il Gobbi, insomma, storici di nome. E scopri che, nel 1939, e poi ancora nel 1940, ma anche dopo, se c’era un pacifista in Europa, quello era Hilter, che non volle la guerra, che ci rimase male quando gliela dichiararono, che offrì invano la pace agli inglesi una, due, tre volte, che incolpava gli ebrei di forzare la mano al governo di Londra per fargli continuare la guerra…insomma, le stesse convinzioni di Céline. Non piccole sfumature. La medesima lettura della situazione politica.

Allora ripensi a quanto ha scritto Philippe Alméras nella sua biografia di Céline del 1997. Una pagina a caso: il 29 ottobre 1942 «la “Commissione di studi giudaico-massonici” dà un pranzo in occasione dell’uscita del numero speciale di Welkampf, dedicato alla questione ebraica in Francia…Céline è citato in testa alle personalità francesi presenti…». Che ci faceva Céline, in quella data tarda, insieme agli “esperti” nazisti di giudaismo, e insieme a Montandon, a Pierre Costantini, a Henry Coston, il “meglio” della militanza francese anti-ebraica? Ma forse dobbiamo chiederci: dove avrebbe dovuto trovarsi, se non lì, uno che era amico di Abetz, di de Brinon, di Luchaire, di Daudet…uno che condivideva il nazionalismo radicale di Maurras ma che, a differenza del vecchio maestro, amava la Germania?

Céline, è vero, era proprio una specie di gatto randagio, e il titolo del libro della Alberghini è ben scelto. Ma era un gatto con artigli belli forti, in grado di far male. E li adoperò, quegli artigli, e distribuì graffi profondi un po’ a tutti. Ma per alcuni ne ebbe più che per altri. Come dire: «Io voglio che si faccia un’alleanza con la Germania e subito…Confederazione degli Stati Ariani d’Europa…L’alleanza franco-tedesca significa la potenza giudeo-britannica ridotta a zero. Il fondo stesso del problema colpito, infine. La Soluzione». Firmato: Céline, 1938. Diciamo che Streicher, ma anche Himmler, di sicuro Hitler, non avrebbero potuto che sottoscrivere. E ammettiamo senz’altro che, per non essere stato un nazista, Céline sapeva parlar chiaro. La verità, sullo speciale “anti-nazismo” di Céline, la disse un giorno Lucien Rebatet: «Céline non perdonò a Hitler di aver perso la guerra».

Luca Leonello Rimbotti

lunedì 28 dicembre 2009

Céline gatto randagio



Riceviamo da Marina e pubblichiamo volentieri questa immagine della premiazione del suo "Céline gatto randagio" (segnalata tra l'altro sul Bulletin Célinien di questo mese)...

Un bel ricordo di Giorgio Celli che, benchè ammalato, ha voluto esserciper parlare della Donazione di Giordano Alberghini alla Biblioteca diFiesole e del mio libro su Céline .Io sono l' ultima a destra, la giaccagialla è l' assessore alla Cultura Becattini. I libri sull' estrema destra. Auguri a tutti
Marina


...e Auguri di Buone Feste anche da parte mia!!!

mercoledì 15 aprile 2009

Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio: intervista a Marina Alberghini su Panorama.it



Bollato con l’infamante stampino dello scrittore maledetto. Accusato di antisemitismo, nazismo, collaborazionismo. Autore di pagine memorabili e di requisitorie infamanti. Louis-Ferdinand Céline si è cucito addosso, suo malgrado, una fama inversamente proporzionale al valore di alcune delle sue opere, fama peraltro incrementata da scelte pubbliche controverse e pagine violentemente antisemite.Con una monumentale e dettagliatissima biografia dal titolo Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio, di recente pubblicata da Mursia, Marina Alberghini ha messo a fuoco la figura del grande scrittore, rivalutando la vita di un “uomo che si farà preda per stanare il potere e denunciarlo, da qualunque parte esso provenga”.
Un atteggiamento polemico che riverserà anche nei confronti della Russia comunista….
Sarà quella l’accusa più dirompente, che distruggerà la sua esistenza. Dopo un viaggio in incognito in Russia, nel ’36, denuncerà gli orrori di Stalin in Mea Culpa e poi in alcune lettere e pamphlet, attirandosi l’ira e la persecuzione dei comunisti francesi e della loro intellighenzia. Oggi si parla molto del massacro di Katyn. Ecco, Céline fu il primo a dire che erano stati i sovietici a sterminare i polacchi. Una verità che adesso è nota, ma che allora gli costò l’offesa da parte dei comunisti francesi di filo-nazismo.
Lei racconta anche di un Céline che anticipa di un torno d’anni l’incombere della seconda guerra mondiale….
Nel 1933 fece un discorso pubblico, l’Hommage à Zola. Tuttavia, non parlò dello scrittore francese. Piuttosto, preferì concentrarsi sui totalitarismi che stavano dilagando, analizzandoli mirabilmente alla luce delle scoperte freudiane e dimostrando che è l’impulso di morte che porta un popolo ad asservirsi al suo dittatore e a provocare la guerra. Nessuno storico di rilievo ha evidenziato quest’aspetto, anche perché la persecuzione di Céline da parte degli intellettuali della gauche fece scomparire tutti i documenti, tornati alla luce solo recentemente.
Un esempio?
Molte sue lettere testimoniano questa previsione. Eppure, diversi studiosi hanno ribaltato la realtà. È il caso di uno dei suoi vecchi biografi, che postò una sua missiva del ’33, dove scriveva: “Al fascismo andiamo, noi vogliamo” e la piantò lì, per far capire che Céline era filo fascista. Ma la lettera continuava: “…perché questa Europa imputridita non si merita di meglio”. Nel mio libro, ovviamente, la lettera è riportata integralmente.
Veniamo al tanto discusso antisemitismo. Difficile sottovalutare le invettive di Bagatelle per un massacro.
L’antisemitismo di Céline è molto marginale rispetto alla sua opera. È riscontrabile in un solo pamphlet ed è stato messo in risalto per colpirlo. Il suo supposto collaborazionismo non è mai esistito e il mio libro lo dimostra con documenti ineccepibili usciti ultimamente. Céline non invocò mai un pogrom e neanche le camere a gas, che non sapeva nemmeno esistessero. Viene considerato antisemita anche L’Eglise, scritto per colpire Raichmann, un ebreo a capo della Società delle Nazioni. Ma quell’opera colpisce più che altro il potere della parola, quello politico verbale, che appartiene a tutti e non parla di ebrei o ebraismo. L’autore di Morte a credito ebbe poi molti amici e difensori ebrei, e ne salvò altrettanti dalla persecuzione nazista grazie a certificati falsi.
Céline e l’eros: un rapporto complesso, eppure utile per capire alcune delle sue scelte.
Credeva molto nelle donne, tanto da scrivere che quando il potere “muscolare” maschile sarebbe finito, esso avrebbe lasciato il posto a quello intuitivo femminile ed il mondo se ne sarebbe certamente giovato. Era per la completa libertà sessuale della donna, convinto che il suo potenziale erotico fosse di molto superiore a quello dell’uomo. Tra loro, amò molto le danzatrici classiche, definendole “musica fatta carne”. Ebbe tre mogli e un numero infinito di amanti, una delle quali tentò il suicidio quando decise di lasciarlo. Era un uomo avvenente, con un fascino magnetico ed erotico che faceva davvero strame sia tra il pubblico femminile e anche…. in quello maschile. Praticò una sessualità senza confini, non fu mai omosessuale sebbene non nutrisse alcuna preclusione contro i gay. Ed infatti quando Jean Cocteau fu attaccato dai fascisti per la sua relazione con Jean Marais, lo difese strenuamente.

Marina Alberghini: vi presento il vero Céline
di Filippo Maria Battaglia

sabato 11 aprile 2009

Louis-Ferdinand Céline, Gatto randagio, di Marina Alberghini, recensito su Libero



Diario dal carcere di uno scrittore randagio
Louis-Ferdinand Céline

Pubblicato il giorno: 26/03/09

9 gennaio 1946
Mia Lucette carissima, è dura avere il mondo intero contro di sé – a me, che non ho mai fatto male a una mosca, questo appare come un incubo spaventoso che non mi riguarda e tuttavia... Abbraccia i nostri amici per me e Bébert (l’amatissimo gatto di famiglia, ndr).
13 (o 20) gennaio 1946
Mia Lucette carissima sono solo molto debole per lo choc e le vertigini. Ma non soffro, sono pieno di medicine. Sono sempre con te e con Bébert e ti parlo continuamente. Sai come riesco facilmente ad astrarmi dalla vita reale. Sono così felice di saperti libera.È stato, io credo, il peggior supplizio che abbia potuto sopportare, senza nome. Ti amo talmente piccola mia che posso sopportare tutto, tutto tollerare e pazientare. Sono sempre con te. Non mi resti più che te. Ma curati, non essere troppo triste mangia bene cerca di danzare. Questo mi dà forza. Sai quanto amo quello che fai. Abbraccia Bente e madame Johansen e Bébert piccino.
6 febbraio 1946
Mia Lucette carissima, sono ritornato ieri in prigione (dall’infermeria al braccio della morte, ndr) come presentivo, ma ora sono tutto solo in cella e sto benissimo così. Mangio bene, qui mi viziano. (Céline mente per non precoccupare la moglie, ndr). Non essere triste per me questo mi fa male più di tutto il resto. Preferirei morire che saperti infelice. E poi tutto questo non potrà durare a lungo, una decisione sarà presa in un senso o nell’altro ma usciremo da questa atroce incertezza alla quale penso nessuna fibra potrebbe resistere a lungo e la mia vale già ben poco. Parlo con me stesso con te e con Bébert. Sono le brutalità che mi distruggono completamente, ho cuore e testa troppo malati ora per ritrovare il mio equilibrio come si dovrebbe. Io sono sempre con te, mia piccola cara e tu sai che per me brètone l’assente conta più del presente.
26 febbraio 1946
Mia piccola cara, mi svegliano verso le 4, le 5. Sento entrare le guardie, animarsi la prigione. Alle 5 mi alzo. Resto un po’ intontito. Mi faccio il letto e pulisco la stanza molto lentamente, tanto nessuno mi mette fretta – ho tutto il tempo che voglio – lavo per terra 2 volte la settimana, ma senza fatica. Le guardie sono molto gentili con me. Poi c’è la passeggiata fino alla mia gabbia dove sono da solo e resto 25 minuti all’aria aperta, il che è un favore, contemplo gli uccelli e il cielo e le cime degli alberi tutto lo spettacolo del mondo affascinante dei viventi. Non mi muovo molto perché sono sempre debole e soffro di leggere vertigini – ma mi lasciano libero di camminare sul mio ritmo. Finita la passeggiata torno in cella dove aspetto il pranzo. Resto con la testa fra le mani, mi trovo meglio così, penso agli affari miei e anche a pièces teatrali che faccio e disfaccio. Tu sai come mi sia facile entrare in uno stato semisonnambolico non troppo doloroso e anzi piacevole nello stato in cui mi trovo. Mi curano benissimo, mi danno un calmante la mattina, della paraffina e dei semi di lino. Arriva il pranzo curatissimo e copiosissimo. Dopo pranzo mi va, se non ho troppo mal di testa, lavoro alla storia delle nostre disgrazie che sto scrivendo. Ecco ben presto la cena ancora più ricca verso le 6. Là dopo 2 ore, assai penose – ma lo sono veramente la malinconia del giorno mi casca addosso. Ma posso ancora fuggire dal mio stato «secondo» se si può definirlo così e leggere e scrivere un poco. Otto ore la giornata è passata e si va a letto dopo un altro calmante paraffina e seme di lino. La prigione è un luogo sacro le cui regole sono misteriose e implacabili.
30 marzo 1946
Mia piccola diletta bambina, presto la luce del lunedì (il giorno di visita di Lucette, ndr) e poi la notte di sette giorni! So che di tutto questo tu soffri più di me, mio tesoro. Io soffro, io, di saperti tanto sola, così desolata, là a poca distanza dalla mia prigione. Non oso chiedermi che ne sarà di te. Sarebbe troppo angoscioso, immobilizzato come sono. La tortura vedi non è tanto la prigione (che già basterebbe da sola) quanto l’incertezza del tempo del supplizio. Ci si prepara, si programma una certa resistenza per un tempo definito. È inumano chiederci l’infinito, e restare nel vago che per un prigioniero è l’infinito. Mi hanno detto tre settimane, sono già tre mesi. E ora tre anni? Trent’anni! Questo non ha senso. Io non sono impaziente, mia cara, ma ho un’età, ecco tutto. Non sono sicuro di durare a lungo, perché servire da giocattolo ai maniaci e ai cavillatori? Non sono ancora alla fine, mia cara piccolina. Non crederlo. Non prendere sul tragico tutto ciò che ti scrivo. Mi fa bene scriverti quello che penso. Non chiederei di meglio che pensare a qualche altra cosa, ma le sbarre sono là e le chiavi. Gli esseri umani così futili e smemorati finora non hanno realizzato che una sola stabilità sociale: la Prigione. Sono sempre vicino al tuo cuore.
Aprile 1946 s.d.
Si deve arrivare al misticismo come gli anacoreti nel deserto – una dolce idea fissa – l’infinito a due e Bébert. Si è così molto felici – nessuno vi secca più – si soffre a riattaccarsi al mondo, personalmente io sono già morto. Non piangere per noi, niente può essere peggio di così! È finita ormai noi siamo dei gentili morti molto affettuosi – Tu verrai a trovarmi al Père Lachaise – Io sarò sempre con te. Ho talmente sofferto l’esilio, che la morte là sotto mi sarà assai dolce. Mai più si deve essere tristi ma anzi ridere – come un tempo i monaci – è una fede che ci vuole ecco tutto. E tu l’hai. – il martirio è un piacere, una volta che si è disprezzato a fondo il boia.
Dopo la lettera precedente, nella quale è evidente che Céline si sta preparando alla morte, Lucette, per rianimarlo, riesce a portargli di nascosto nell’infermeria, nella quale lo scrittore viene ricoverato periodicamente, il gatto Bébert chiuso in una borsa.
9-15 aprile 1946
Che gioia ho provato a rivedere il mio Bébert, con la sua faccetta da farfalla sempre tanto graziosa! e come è stato gentile! Quanto lo amo.
Quanto Bébert è gentile e intelligente! Lui capisce benissimo la situazione...
6 settembre 1946
Mia piccola cara, eccoci tornati sull’abisso. Pare che non ci sia niente da fare. Non piangere. Anzi, stai su con la vita. Non ricadere nella disperazione di prima. Che aggiunge angoscia alla mia angoscia. Tutti i sadismi sono scatenati, imbacuccati in alibi eccellenti, patriottici ecc... Che vuoi farci? Noi si è fatto il possibile. E allora, come la bestia troppo braccata... si comincia a chiedere il colpo di grazia. Tutto qui. Sono anni ormai che la mia non è più una vita. Ogni giorno ogni settimana è un surplus di orrore o di pena. È un calvario interminabile, in cui decado progressivamente. Allora, tanto peggio! ... io non soffro, ma sono troppo sensibile, troppo malandato ora, per sopportare questi colpi, troppo vecchio anche. Come ho saccheggiato la tua vita! Quanto mi pento di avere sconquassato, per i miei eccessi, tanti focolari, tanta brava gente, tanti affetti Sono stato stupido e vigliacco. Avrei dovuto sparire prima. Essere solo io a pagare per i miei errori. E invece ti ho trascinata in tutto questo, povero tenero innocente tesoro. Che bruto! Penso a te e al nostro povero passato – Saint-Malo – Scavo il passato nella cenere calda. La vera vita, ha detto Renan, la vera esistenza, dopo tutto, non è che quella che continua nel cuore di coloro che ci amano. Allora, vedi, se si va al peggio, il che è assai probabile, per come stanno andando le cose, non bisogna piangere. Io sarò sempre una piccola parte che vivrà in te, ecco tutto. Che può, contro questo, l’infinita crudeltà degli uomini? Niente di niente. Contro questo, essi sono disarmati! E poi, saremo giunti alla fine delle pene. È questo che conta. Io non sono sempre stato affettuoso con te quanto meritavi ma, sai, io vivo da tanto tempo nell’angoscia. Veramente, anzi, io non vivo più, sono come intronato dalla brutalità del mondo. Mi ci sono buttato dentro come affascinato dall’abisso – e l’abisso mi ha inghiottito – è normale – è la vertigine. [...] Io non soffro. Non penso che a te.


a cura di Marina Alberghini

lunedì 6 aprile 2009

Recensione di Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio su Tuttolibri



Imputato Céline, voi siete assolto!

di Ernesto Ferrero

La guerra, il colonialismo, le catene di montaggio, il degrado delle metropoli...Viaggio al termine della notte è probabilmente il romanzo che meglio d’ogni altro rappresenta i drammi del Novecento, e con una dirompente novità stilistica, la cui forza è ancora oggi intatta. Come è possibile che il suo autore, Louis-Ferdinand Destouches in arte Céline, il caritatevole medico dei poveri, abbia scritto tra il 1935 e il 1941 tre pamphlet che contengono deliranti invettive antisemite? Come è possibile che l’onesto dottor Jekyll si sdoppi nel mostruoso Mr. Hyde, che denuncia nelle lobbies ebraiche l’icona stessa del Male che avrebbe sommerso il mondo?

Gira gira, siamo sempre lì a interrogarci sulle scissioni che possono mettere l’uomo contro lo scrittore. Si sa: le qualità di un artista non producono per ciò stesso una corretta lettura della realtà e della Storia, e men che mai della politica. Pound docet. Ma qui il caso si presenta particolarmente spinoso e complesso. Questo è anche il nocciolo della ponderosa biografia che Marina Alberghini, francesista fiorentina che adora i gatti, dedica a Céline gatto randagio (Mursia, pp. 1160, e 29). Etichetta pertinente, visto il suo nomadismo insofferente d’ogni vincolo. E poi Céline è il felice padrone di Bébert, felino di intelligenza più che umana, amato come un figlio, uno dei pochi personaggi positivi della storia, insieme all’angelica moglie Lucette, la piccola danzatrice andalusa che fu la sua Beatrice.

È la prima biografia scritta in italiano, ovviamente debitrice delle tre apparse in Francia (Gibault, Alméras, Vitoux), delle migliaia di lettere uscite in questi anni, di una pubblicistica imponente, ma anche di indagini e interviste condotte di persona. Prende Céline tutto intero, in blocco, com’è giusto che sia: viscerale, magmatico, assetato di martirio. Il tono è quello, a volte quasi colloquiale e informale, di una appassionata arringa difensiva, che vorrebbe non soltanto scagionare l’imputato da accuse non provate, ma addirittura risarcirlo della proscrizione che lo tenne lontano dalla Francia sino al 1951, mentre altri, più colpevoli, se la cavarono con molto meno. In effetti Céline, bastian contrario sempre controcorrente, era un capro espiatorio ideale: per quanti s’erano compromessi con Vichy, e per quanti avevano aderito acriticamente al comunismo sovietico. Lo stesso Sartre, che dopo la guerra accuserà ingiustamente Céline d’essere stato pagato dai nazisti, durante l’occupazione era legato a una rivista collaborazionista. Ha buone ragioni la Alberghini nel sostenere che Céline, «comunista d'animo», come si autodefiniva, pagava anche la colpa di avere denunciato lo stalinismo sin dal 1936: «Tutto è polizia, burocrazia e caos infetto. Tutto bluff e tirannia...». Ma anche lì, il «socialismo reale» era per lui una metafora dell’eterna difettività dell’uomo. Come in Gadda, il suo furore accusatorio nasce dalla ferita di una delusione che non si dà pace.

Strano antisemita, con amici e fidanzate ebree, peraltro difeso ancora nel 1944 dal mensile del Movimento Nazionale Ebraico: «Il suo individualismo, la sua solitudine intellettuale lo fanno fratello degli ebrei». Nei tre libri «maledetti», che pochi hanno letto (per le sue stesse disposizioni testamentarie che la vedova fa rispettare rigorosamente) ne ha per tutti: i comunisti, gli stessi francesi, gli ariani, i giornali, il Capitale, la Chiesa, la borghesia crapulona, i colleghi imbolsiti. Chiama Pétain «Bédain», cioè trippa, e Hitler Dudule, famoso clown dell’epoca. Finché si sente l’unico a denunciare le cospirazioni degli ebrei guerrafondai, si sfrena in un delirio accusatorio che finisce per risultare comico-grottesco, la caricatura di se stesso: «essenzialmente metaforico e violentemente iperbolico», come diceva Raboni, per cui il lettore si ritrova scisso tra consenso estetico e dissenso etico.

Ma quando i tedeschi arrivano a Parigi e la persecuzione diventa una pratica effettiva, Céline si tiene in disparte, rifiuta le offerte di collaborazioni giornalistiche e radiofoniche, non entra in associazioni filo-tedesche. Il grande anarchico si ritira sull’Aventino di Montmartre aspettando il peggio che s’è costruito con le sue mani. Al piano di sotto si riuniscono degli esponenti della Resistenza che lui non denuncia, anzi. Quando ascoltano Radio Londra, li prega di aumentare il volume, perché lui da sopra non sente bene. Amava così poco i «fritzi» che, a 50 anni e invalido al 75 per cento, scoppiata la guerra si era perfino arruolato volontario.

In Germania il Viaggio era stato bollato come arte degenerata, e l’autore come un personaggio imbarazzante. Lui ricambiava, profetando sin dal 1933 che là si stavano preparando «immonde intraprese sadiche e mostruose», e che l’Europa intera sarebbe stata fascista per parecchio. L’invasato sapeva anche veder bene. Al giovane Arbasino che va a trovarlo nel 1959 predice che gli Stati comunisti si sarebbero aperti prima o poi al capitalismo. Aveva ragione Gide quando spiegava che non è la realtà che Céline dipinge, ma l’allucinazione che la realtà gli provoca. Chi lo frequentò ricorda che non guardava negli occhi l’interlocutore, come se obbedisse soltanto alle visioni oltranziste che lo agitavano dentro. L’uomo dall’insostenibile pesantezza dell’essere sapeva che il delirio può arrivare dove fallisce la ragione.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 4 aprile)

venerdì 6 marzo 2009

mercoledì 4 marzo 2009

Nuova biografia: Louis-Ferdinand Céline - Gatto randagio.



Una monumentale e aggiornatissima biografia di L.-F. Céline è in uscita:

Louis-Ferdinand Céline. Gatto randagio.

di Marina Alberghini Pacini

Prezzo di listino:€ 28,00
Editore
Mursia (gruppo editoriale)
Collana
Storia biografie diari
Data uscita
28/03/2009
Pagine
1172
Lingua
Italiano
EAN
9788842536581
Prossima uscita

Una biografia dedicata al romanziere francese che, per il suo stile e i suoi burrascosi trascorsi ideologici e politici, seppe spaccare in due il fronte della critica nazionale e internazionale, provocando infinite e violente polemiche, ma anche curiose convergenze di opinione. Di particolare importanza la pubblicazione della sua corrispondenza: le lettere dal carcere, le lettere a Milton Hindus e quelle alla segretaria, Maria Canavaggia.