martedì 25 agosto 2009

Céline in Italia



Ringraziamo di cuore Michele Fabbri per averci inviato la sua recensione al libro di Makovec Céline in Italia, edito da Settimo Sigillo, Roma.

Céline in Italia

Maurizio Makovec ha pubblicato un bel libro sulla fortuna letteraria di Céline in Italia. Il volume, introdotto da una illuminante prefazione di Alain de Benoist, è diviso in due parti: la prima parte è dedicata alla critica e alle interpretazioni di Céline nella cultura italiana, la seconda parte passa in rassegna le traduzioni italiane delle opere di Céline. La critica italiana si accorge presto del fenomeno Céline, e già nel 1933, a un anno dalla pubblicazione del Voyage au bout de la nuit, si leggono sulle riviste italiane le prime considerazioni su quest’autore, sebbene talvolta superficiali e fuorvianti (Guglielmo Serafini vede nel romanzo una «letteratura di propaganda proletaria»!). Più acutamente, altri critici vedono nel Voyage una potente descrizione della condizione esasperata dell’uomo moderno, e, comunque, il dato importante è che Céline negli anni ’30 viene letto da nomi che saranno decisivi nella letteratura italiana del XX° secolo: Bigongiari, Luzi, Betocchi, Bonsanti. Nel dopoguerra non ci sono significativi interventi in Italia riguardanti Céline, fino a quando, nel 1964, esce Morte a credito, tradotto dal poeta Giorgio Caproni, con un saggio introduttivo del prestigioso critico Carlo Bo. Il libro, introdotto in Italia da questi due nomi autorevoli conosce un buon successo di pubblico e di critica, di conseguenza l’editoria italiana è indotta a pubblicare le traduzioni di altre opere, che continuano a destare un vivace interesse da parte di intellettuali come Guido Ceronetti, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni. Nel 1981 compare la traduzione di Bagattelle per un massacro, ad opera di Giancarlo Pontiggia. La pubblicazione di questo pamphlet antisemita, scatena, ovviamente, molte polemiche, e dalla cultura progressista militante si levano lamentazioni rituali fra le quali si segnala quella della poetessa Bianca Maria Frabotta, che scrive: «il famosissimo protagonista del Voyage è il coglione che scrive Bagatelles, e se qualcosa è cambiato è solo il rapporto tra autore e protagonista». In ogni caso i critici più intelligenti, come Ernesto Ferrero e Giovanni Raboni, colgono il valore dell’opera, che è caratterizzata da una notevole vis polemica, ed ha una fondamentale importanza documentaria. Importantissima, poi, è la traduzione del Voyage di Ernesto Ferrero, del 1992: questa versione, accolta con favore dai lettori, consacra definitivamente Céline presso il grande pubblico. Nella seconda parte del libro, Makovec passa in rassegna le traduzioni delle opere di Céline, mettendo a confronto i tentativi dei vari autori che si sono cimentati in quest’impresa. Com’è noto, il linguaggio di Céline ha uno spiccato carattere popolare, è infarcito di parole che provengono dall’argot, il gergo dei bassifondi parigini, e spesso riproduce il parlato di persone incolte. Forse per questo particolare impasto linguistico, nonché per lo struggente lirismo di tante sue pagine, Céline, come si è visto, ha attratto l’interesse di importanti poeti italiani. Secondo Makovec, i traduttori che hanno saputo rendere meglio Céline in italiano sono Ernesto Ferrero, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Gianni Celati, Giuseppe Guglielmi. Naturalmente il gusto dei lettori cambia attraverso il tempo, e un linguaggio particolarmente vivace come quello di Céline, avrebbe bisogno di costanti aggiornamenti nella traduzione. Makovec rileva inoltre come spesso i traduttori facciano ricorso a termini dialettali italiani per tradurre l’argot, ed essendo molti di questi traduttori di area padana, una parte di pubblico italiano non è sempre in grado di capire tutti i termini utilizzati. Makovec in questa parte del libro mette a confronto lo stesso brano in due traduzioni diverse, evidenziando differenze talvolta sorprendenti fra traduzioni «brutte ma fedeli» e traduzioni «belle e infedeli». Senza nulla togliere al libro di Makovec, ci sembra opportuno rilevare una imprecisione nella rassegna delle opere tradotte in italiano: Makovec afferma che non è mai stato tradotto il pamphlet antisemita L’école des cadavres. In realtà è esistita una traduzione italiana che però non è più in commercio (Céline, La Scuola dei cadaveri, Soleil, S. Lucia di Piave, 1997). In conclusione il libro di Makovec è un ottimo punto di partenza per i lettori italiani che vogliono approfondire la conoscenza di uno straordinario e controverso autore che, piaccia o meno, è stato indubbiamente uno dei grandi veggenti del XX° secolo.

Michele Fabbri

Maurizio Makovec, Céline in Italia. Traduzioni e interpretazioni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp.240, euro 20,00.

2 commenti:

Daniz ha detto...

personalmente ho sempre trovato le traduzioni di Guglielmi le migliori in circolazione.è il traduttore che meno usa termini o espressioni dialettali che oltre ad essere comprensibilmente incomprensibili ai più, sotterrano la prosa/poesia celiniana sotto un manto di valenze che sono lontane dall'argot senza risolvere il problema della resa.se Céline cerca l'effetto, la ''sorpresina'' come la chiama lui, che sbilancia la frase e risolleva le gambre del lettore caduto nel suo torpore sonnacchioso, come si può pensare che un semplice glossario di parole d'area padana infilato tra le note e l'indice sia efficace per noi non-padani? Casse-pipe, Guignol's band secondo me andrebbero ritradotti perché così come sono non rendono minimamente il genio di questi romanzi. invece un libro tutto sommato, a ben vedere, forse non bello e spettacolare come ''Da un castello all'altro'' tradotto da Guglielmi almeno a me risulta più godibile... e la trama di Guignol's è molto più suggestiva... cmq grazie ai traduttori di Céline, bravi o meno bravi, hanno reso un grosso servigio a noi tutti.
un saluto

Sisyphus ha detto...

Andrea e Gilberto, rientro e ritrovo il blog più vivo che mai. In vacanza incomprensibili discussioni con chi quando sente parlare di Celine lo addita come un nazifascista e, senza aver letto una sola riga del genio, esprime critiche irriguardose sulla sua narrativa (e voglio scrivere poetica). Il solito vezzo letterario italiano dove se un Calvino scrive un romanzo mediocre e si dichiara aderente alla resistenza - anche se ha passato la maggior parte del tempo bellico chiuso in una villa con piscina di proprietà della famiglia - viene riconosciuto come un immenso scrittore.