L'opera di Céline in brevi schede bibliografiche, estratti, notizie e interviste.
martedì 1 aprile 2014
Céline nel cinema: Les Amants du Pont Neuf e il Dottor Destouches
Su suggerimento di Gilberto, ecco un'altra citazione cinematografica di Céline: nel film Les Amants du Pont Neuf, Michèle, interpretata da Juliette Binoche, si rivolge a un "Dottor Destouches" per curare la sua vista.
giovedì 6 marzo 2014
Céline riscattato dall’inaudita compassione, di Philippe Forest
da La Stampa del 5.3.14
Il supposto scandalo, è stato detto e ripetuto, si enuncia così: un genio può essere un criminale? O viceversa: un criminale può essere un genio? Nella fattispecie, come può uno stesso individuo, Louis-Ferdinand Céline, essere stato uno dei più grandi scrittori del secolo scorso e contemporaneamente aver condiviso le idee più barbare della sua epoca? O Céline è un criminale, e allora non è un genio. Il che significa che il Viaggio al termine della notte e gli altri libri che ha scritto dopo non possono essere considerati capolavori come è stato fatto. O Céline è un genio, e allora non è un criminale. E in questo caso bisogna pensare che le opinioni delittuose che ha illustrato in Bagatelle per un massacro e altrove non possono essergli totalmente imputate. Già si capisce che nessuna delle due ipotesi soddisfa del tutto. [...]
L’opposizione morale tra il «genio» e il «criminale» ne sottende in realtà un’altra, strettamente letteraria, che contrappone due concezioni della scrittura – Barthes le chiamava «transitiva» e «intransitiva» – e due figure dell’autore – diciamo, nel caso di Céline, il «pamphlettista» e il «poeta». Il dibattito attuale si trova a dover decidere quale di queste due opzioni critiche debba essere privilegiata per rendere conto del caso Céline e se quest’ultimo debba essere considerato un «pamphlettista» oppure un «poeta». I detrattori dell’autore del Viaggio al termine della notte attribuiscono al «pamphlettista» la paternità dell’opera nel suo insieme e vi mettono in evidenza, puntualmente, la presenza disseminata di convinzioni criminali. I suoi sostenitori invece attribuiscono l’opera intera al «poeta» come se quelle stesse convinzioni evaporassero grazie alla pura magia dello stile che le sublima. Ma sia i detrattori che i sostenitori si sbagliano per via della visione unilaterale della letteratura cui si limitano. Perché il «romanziere» è contemporaneamente «pamphlettista» e «poeta» e proprio per questa ragione non è né l’uno né l’altro, facendo dialogare queste due figure di se stesso all’interno di un’opera che instaura un altro rapporto con la Verità.
Questa dialettica di cui è perfettamente consapevole, Céline la innesca assumendo contemporaneamente i discorsi contraddittorii di cui la sua opera è stata oggetto, invalidando e confermando di volta in volta sia le teorie che lo accusano sia quelle che lo discolpano, non lasciando a nessuno il compito di istruire al posto suo il suo stesso processo, pronunciando tanto l’accusa quanto la difesa, spingendo al parossismo il paradosso su cui poggia la sua concezione del romanzo vero. Ora assume il ruolo del «poeta», ora adotta quello del «pamphlettista». E certo, la soluzione semplicistica che consiste nel separare il buon grano della «poesia» dal loglio del «pamphlet» risulta pateticamente inadatta perché ovunque in Céline, in ogni suo testo, lo scritto implica entrambe queste concezioni antagonistiche della letteratura.
Da un lato, capita a Céline di presentarsi come un puro stilista, indifferente o persino refrattario alle idee. Insomma, un musicista delle parole. Il che corrisponde a evacuare con discrezione il problema della sostanza della sua opera per mettere in evidenza quello della sua forma. Questa è la tesi che sostengono a loro volta i difensori dello scrittore quando affermano che esclusivamente su questo terreno deve essere apprezzato il genio di Céline, salutato come l’eroe di un’operazione poetica senza equivalenti centrata sulla lingua. Ma è evidente che questa interpretazione formalista e estetizzante è del tutto insufficiente. E soprattutto è in totale contraddizione con la concezione che ha Céline della letteratura in generale e della sua letteratura in particolare. D’altro lato infatti gli capita anche – e in realtà ben più spesso – d’insistere sul fatto che la sua opera si basa su un’esperienza vissuta da cui trae la sua sostanza e che ne fa una testimonianza effettiva sul mondo, di cui fa affiorare il vero e terribile volto. [...]
Tra tutte queste menzogne e tutti questi misfatti, Céline però dice il vero. Ed è per questo che la sua opera sta dalla parte del Bene. E la sua ultima parola è la stessa che Barthes, alla fine del suo insegnamento, scopriva in Proust e Tolstoj, e nella quale formulava la sua ultima definizione di romanzo, quella che colloca l’autore del Viaggio al termine della notte sullo stesso piano degli autori della Recherche e di Guerra e pace. Ciò che il romanzo è veramente, Barthes lo enuncia così: «Il sentimento che deve animare l’opera sta dalla parte dell’amore: ma quale? La bontà? La generosità? La carità? Forse semplicemente perché Rousseau ha dato alla pietà (alla compassione) la dignità di un filosofema».
Che il romanzo debba essere considerato una grande parola di pietà rivolta a tutto ciò che vive e a tutto ciò che muore, che questa stessa parola risuoni essenzialmente in esso, e persino dietro agli scoppi d’odio e agli accenti di rabbia, Céline ne è testimone. La lettura di tutti i suoi libri lo dimostra. Ad esempio Pantomima per un’altra volta, forse il più grande ma anche il meno letto dei suoi romanzi, significativamente dedicato «Agli animali, ai malati, ai prigionieri». Vi si trova la strana dichiarazione che, da sola, meriterebbe ancora pagine e pagine di riflessione: «Quando vorrete, vi proverò l’esistenza di Dio al contrario». Il romanzo come anti-prova ontologica? Ma si tratta di provare alla rovescia che Dio esiste o viceversa di provare che non esiste? Molto più della poesia, il romanzo parla quando il divino si è ritratto, nella vertigine che ne consegue, per far sentire da quell’abisso una parola semplicissima, una parola di rivolta volgare come la vita che si oppone a tutto ciò che la nega: «la coscienza è questo: merda! merda!… mai, in nessuna circostanza, ho potuto rassegnarmi alla morte… non ho mai potuto abbandonare nulla… la mia propria morte sarebbe una pacchia, sarei ben contento, è la morte degli altri che mi offende… nel fondo più fondo di tutto è per questo che io sto sulle scatole, che si accaniscono a appiopparmi un sacco di colpe, perché impreco sulla morte degli altri… persino sui centenari che tirano le cuoia non sono mai stato d’accordo!… io sono perché niente sparisca…merda! merda! merda!». Questa è la verità di Céline.
Traduzione di Gabriella Bosco
martedì 4 febbraio 2014
lunedì 3 febbraio 2014
sabato 25 gennaio 2014
Recensione di Lettres à Henri Mondor di Louis-Ferdinand Céline
Maledetto Céline
Nelle lettere dall’esilio l’urlo disperato dello scrittore
Esce in Francia il carteggio inedito dell’autore del “Voyage” che tra provocazione e vittimismo chiede di essere riabilitato dopo i suoi scritti antisemiti
di Fabio Gambaro, Repubblica 14 gennaio 2014
PARIGI Eccessivo, paranoico, rancoroso, apocalittico. Louis-Ferdianand Céline, l’autore maledetto delle lettere francesi, torna a far parlare di sé. Sono infatti appena giunte in libreria quarantuno lettere inedite che il romanziere scrisse a Henri Mondor, tra il 1950, quando si trovava ancora in esilio in Danimarca, e il 1961, anno della sua scomparsa. In queste epistole pubblicate oggi per la prima volta – Lettres à Henri Mondor (Gallimard, pagg. 167, 18,50 euro) – l’autore di Viaggio al termine della notte si rivolge a quello che all’epoca è un uomo colto e influente, un medico e scrittore molto apprezzato, nella speranza di essere aiutato a rientrare in patria ed essere riabilitato nel mondo culturale francese. E per conquistarsene l’appoggio insiste molto sulla similitudine dei loro percorsi, tra medicina e scrittura. Tuttavia, come sottolinea la curatrice del volume Cécile Leblanc, l’intesa tra i due all’inizio non era assolutamente scontata. Mondor – autorevole membro dell’Académie de Médecine e dell’Académie Française – nell’immediato dopoguerra aveva infatti partecipato al ComitatoNazionale degli Scrittori all’origine di una lista nera di autori collaborazionisti nella quale figurava evidentemente anche il nome di Céline.
Qualche anno dopo però, in occasione del processo in cui l’autore antisemita di Bagatelle per un massacro fu condannato in contumacia a un anno di prigione, Mondor iniziò ad interessarsi più da vicino al percorso di Céline, sostenendo che il suo grande valore letterario dovesse essere distinto dai comportamenti privati e dalle dichiarazioni politiche. È in questo senso che scrisse al presidente della Corte di Giustizia che si occupava del caso dello scrittore. Céline lo ringrazierà calorosamente il 7 marzo 1950, con una lettera che segnerà l’avvio di una corrispondenza durata oltre un decennio, in cui a poco a poco i legami tra i due diventeranno sempre più stretti. Tanto che, quando Céline chiederà a Mondor di scrivere la prefazione per la pubblicazione di Viaggio al termine della notte e Morte a credito nella celebre collana della Pléiade, questi, dopo una prima esitazione, accetterà, contribuendo così a quella consacrazione a cui il romanziere aspirava da sempre.
In queste lettere cariche d’invettive e di lirismo, di trovate linguistiche e di provocazioni burlesche, Céline spinge a fondo sul registro del vittimismo, dicendosi perseguitato e insultato dai suoi concittadini: «Questa frenesia di farmi soffrire è cosmica, è atomica!», scrive fin dalla prima lettera, aggiungendo in quella successiva: «Da molti anni sono così tanto infangato, oltraggiato, perseguitato, cacciato, stritolato». Per lui, «la caccia allo scrittore è lo sport nazionale della Francia». A perseguitarlo sarebbe un «branco di sciacalli », in particolare gli intellettuali vicini a Sartre, tanto che, con il suo stile iperbolico, scrive senza mezzi termini: «Attualmente, il nazional-sartrismo sostituisce dappertutto – e con foga – il nazionalsocialismo appena liquidato».
Céline, che non esita a definirsi «un medico fallito, un poeta fallito, un musicista fallito», in realtà desidera più di ogni altra cosa il riconoscimento letterario. La sua è un’ambizione divorante. Vorrebbe vincere dei premi letterari, ottenere la stima dei critici e soprattutto pubblicare le sue opere nella collana della Pléiade, ma l’editore Gaston Gallimard tergiversa. È il motivo per cui lo tratta da «imbecille», definendolo un «disastroso droghiere». E quando finalmente il progetto inizia a prendere corpo e Mondor accetta di scrivere la prefazione, Céline contribuisce direttamente alla costruzione della propria leggenda, fornendo numerose informazioni e indicazioni al medico intento a lavorare sui suoi testi.
Gli ricorda, per esempio, l’infanzia difficile, la partecipazione alla Prima guerra mondiale, le ferite subite, le difficoltà economiche, l’assenza di vocazione letteraria e la decisione di lanciarsi nella scrittura esclusivamente per motivi economici. Un’affermazione che tuttavia non gli impedisce di vantare l’originalità del suo stile: «Secondo la tradizione “all’inizio era il verbo”: io dico di no! “all’inizio era l’emozione”. L’ameba appena sfiorata non parla, si ritrae, s’emoziona... La piccolissima novità del Viaggio è forse questa capacità di ritrovare l’emozione del linguaggio parlato attraverso la scrittura... In fondo, la sto- conta poco, io non sono che uno stilista, o almeno ho cercato d’esserlo».
Insomma, in queste epistole sorprendenti il romanziere francese, che non esita ad avvicinare la propria scrittura a quella di Rabelais, un altro medico passato alla scrittura, esibisce senza remore le proprie ossessioni e le proprie frustrazioni, ma anche il suo genio e il suo straordinario talento di scrittore. Motivo per cui leggerle oggi è un modo per inoltrarsi nella personalità complessa di uno dei più grandi scrittori del XX secolo.
I documenti
“Sono un fallito, ma fatemi tornare”
COPENAGHEN, 29/4/[1951]
Grazie mio caro per il suo articolo pieno di grande coraggio – e credo anche di grande giustizia. Lei ha messo la penna sulla piaga, la più orrenda piaga dei francesi, la maldicenza, la denigrazione dei loro... non c’è niente da fare. In questo sono veramente gli eredi dei loro padri. L’invidia delirante a qualsiasi prezzo! Ho provato, con mezzi inadatti, l’ammetto, a guarire un po’ la loro vista, a renderli sensibili, più sensibili al canto di casa loro... guardi un po’ a che punto sono arrivato. Il più lebbroso, il più odiato, il più triste e incellulato dei cani. [...] Ah l’odio! Il francese odia il francese; s’interessa veramente a lui solo quando può mandarlo alla ghigliottina o metterlo al muro. Che sollievo! Il vero patriottismo gli manca del tutto. Il patriottismo della creazione, dell’ammirazione, altri ne faranno l’abominevole esperienza! la storia di Francia e la storia della caccia allo scrittore francese, della sua persecuzione e del suo esilio – divertitevi a farne la lista. In un’epoca in cui si fanno tante “liste”. Quanti scrittori francesi sono stati costretti a fuggire la Francia? L’albo è sconfortante. Il francese ha nei confronti dei suoi un solo riflesso: la parzialità, l’odio, il disprezzo, l’oltraggio. Tutto ciò è stato però perfezionato. L’esilio non basta più. Vi si aggiunge la prigione. In fondo, è un odio inconfessato tra i combattenti (i veri combattenti) del 14-18 e quelli del casino del 39. Dobbiamo pagare anche questo. L’animosità inconfessata. A chi si farà mai credere che un reduce di 2 guerre mutilato al 75% sia un venduto alla Germania? Nessuno può crederlo. Ma si vuole crederlo. Per detestare, odiare, torturare le persone, il pretesto è troppo bello!
Cordialmente vostro,
LF Céline
***
MEUDON, 28/12/1959
Mio caro Maestro, [...] Non avevo, non ho mai avuto la vocazione letteraria... ma avevo e fortissima la vocazione medica... Da bambino... essere scrittore mi sembrava stupido e fatuo... fui scrittore mio malgrado, se così si può dire! [...] Alle prese con un’umile clientela a Clichy, in rotta con mia moglie e la sua famiglia, facevo veramente fatica a pagare le rate... in quel periodo andavano di moda i “populisti” tra cui Dabit che conoscevo un po’... arrangiarsi con ogni mezzo! 1932... ho preso il nome di mia madre: Céline per non essere scoperto... senza alcuna vocazione lo giuro, con paura e vergogna, fu scritto “Il Viaggio”... Denoël lo accettò... (n’è morto 22 anni più tardi)... pensavo che al momento della pubblicazione dietro il nome-cognome di mia madre non sarei stato scoperto... che avrei potuto pagare l’affitto e basta! Chissà, comprami un locale! Diamine! Il branco si è scagliato subito contro la bestia! E tutto si è accelerato ! i miei tre difensori al Goncourt furono Ajalbert, Descaves e Daudet... non restava che essere fatto a pezzi, farsi massacrare... nessuna vocazione! A quel punto la medicina era diventata impossibile! La scritturaccia pure! cacciato come sono dai medici-scrittori! Piccolissimo dolore!
L’antisemitismo fu un pretesto all’hallalì... La persecuzione viene da un’altra parte, viene dal Viaggio, dallo stile... [...] Mille auguri e rispetti, Destouches***
12/1/[1960]
Ammirazioni letterarie? Voglio vedere... si può solo apprezzare da molto lontano... m’interesso solo allo stile, frega nulla delle storie! Sono sicuro solo di La Fontaine... Malherbe... Voltaire dei piccoli versi... i romanzieri sono diventati noiosi... Si può imparare il medico di campagna da Balzac? L’adulterio da Flaubert? L’informazione e la ciarlataneria non ci lasciano alcuna curiosità. Restano gli stilisti, ma troppo vicini: Mallarmé, Rimbaud, Baudelaire...
© Gallimard 2013 (Traduzione di Fabio Gambaro)
giovedì 23 gennaio 2014
Morte a credito e... Sex Crimes!
Nel film Sex Crimes (1998), quando i poliziotti vanno a trovare Suzie Toller (Neve Campbell), una ragazza che vive in una roulotte e che in passato ha accusato il suo insegnante Sam Lombardo (Matt Dillon) di averla violenatata la trovano a leggere il libro di Celine.
Suzie, alla poliziotta che cerca di curiosare sulla sua lettura, dice: “E’ Céline, uno che aveva molto chiaro che razza di stronzi sono gli esseri umani”.
lunedì 13 gennaio 2014
Una mostra su Philippe Ignace Semmelweis a Roma...
http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=95134&typeb=0&Il-gabinetto-del-dottor-Semmelweis-
giovedì 9 gennaio 2014
La mia Germania - Da un castello all'altro di Céline, di Francesco Biamonti
La
mia Germania
«Da un castello all'altro» di Céline
Francesco
Biamonti
Basta
guardare una foto di Celine, ciò che colpisce è un'aria da clochard,
uno sguardo perduto, una collera poetica. È la collera che lo ha portato a scrivere Vo-yage
au bout de la nuit un grido feroce e disperato, incubo visionario imperniato
sull'assurdità
della vita umana. La
letteratura dell'assurdo venuta dopo (La nausea di Sartre, Lo
straniero di Camus) gli deve certamente qualcosa.
Ma ciò
che caratterizza Celine è lo stile parlato e quel ritmo ch'egli chiamava la
petite musique. «I miei libri sono stile, nient'altro, solo stile. È la
sola cosa che bisogna cercare scrivendo. Chissà quanti hanno tentato di
copiare il mio stile... ma non possono. È tutto ciò che ho, lo stile,
nient'altro. Non ci sono messaggi nei miei libri, è un affare di Chiesa. Non
ho messaggi da portare. I
messaggi sono per gli altri. Montaigne,
Schopenhauer. Io non sono che un piccolo raccontatore di storie. Io lavoro.
Sempre. È la mia vita.
Il
foglio di carta bianca una è la mia pietra
tombale: "Qui giace
l'autore". Io non dormo. Ho preso una pallottola nell'orecchio nel
'14-18. Non hanno mai potuto togliermela. Allora, la notte scrivo».
Disperazione
e stile, avvolti dal sarcasmo, su fondo di emozione. «C'è
chi dice: "Al principio era il Verbo!". Fesserie! io dico: "Al
principio era l'emozione". Vedete l'ameba; vedete il bambino appena nato
e che grida. L'emozione è la verità».
Per
questa emozione, che secondo lui porta alla replica, allo scherzo, al fiore
del linguaggio, Celine ha coperto di sarcasmi la Francia in ginocchio. Non ha
collabo-rato con nessuno, ma i tedeschi gli hanno offerto spazio sui giornali
e la maniacalità della contumelia lo ha perduto.
Per paura (aveva ricevuto «tre piccole bare, dieci lettere di condoglianze, almeno
venti lettere di minaccia, due coltelli a serramanico, una piccola granata inglese
e cinquanta grammi di cianuro... si pensa a me nelle tenebre»), per paura e a
malincuore è fuggito a Baden-Baden, dove convergono diplomatici tedeschi e
collaboratori di tutti i Paesi. È sua intenzione raggiungere la Danimarca,
dove, prima della guerra, aveva messo il suo oro ina cassetta di sicurezza. Ma non
potendo lasciare la Germania, raggiunge i collaboratori francesi rifugiati a
Sigmaringen. Con lui è la moglie, e, dentro la tasca di
un lurido giubbotto, il gatto Bébert.
Ora è
riproposto da Einaudi Da un castello all'altro il resoconto del
soggiorno che Celine fece in Germania fra il 1944 e il 1945. La nuova e bella
traduzione è di Giuseppe Guglielmi. E si attiene magistralmente allo stile furioso
e corrosivo del testo originale, ne restituisce le fantasmagorie e i processi
verbali. Il mondo è quello della disfatta dei collaborazionisti, di Lavai, di
tutta la Francia di Vichy. Va da sé che per uno scrittore come Celine disfatta
e catastrofe, freddo, bombardamenti, ignominiosa fuga sono una festa totale, un
recul all'agognato fondo della notte, da cui lanciare imprecazioni,
lamenti, sarcasmi, maledizioni, tutto un vecchio repertorio popolare, memore
di un defunto anarco-nichilismo. Quei giorni sono descritti con veemenza e
ilarità. Descritti? Si fa per dire. Che tutto è visto a lampi, a squarci, a
trasalimenti della memoria. È un grande incubo, una sinfonia percorsa da grida
strozzate, da suoni rauchi
di gola, da musichette che vengono dal fondo dei tempi. L'apocalisse è
in marcia. Siamo sulle rive dell'A-cheronte, dov'egli aspetta amici e nemici
per le sue vendette postume. Non mancano i vagabondaggi nella storia alla
ricerca di una consorteria di sventura, un astuto tentativo, in verità, di
nobilitare il suo destino. Compaiono spartachisti, girondini, templari,
giuseppisti (hidalgos collaborazionisti di Giuseppe Bonaparte) tutti i
massacrati, i vinti, carne da fucilazione. Esorcizza in qualche modo il suo
destino, di cui sembra gioire. La sua è musica da sfacelo: Laval, Pétain menano
la danza: marionette sinistre. Sono tutti nel brago, sotto le bombe, nelle
stazioni sconvolte: generali, ammiragli, funzionar! politici, donne dai
capelli biondo cenere, «dotate per la troiaggine», profughe di ogni Paese,
tedesche, francesi, lituane «gambe all'aria, bianche quasi argento». E
cantano... Per così dire!
«Sono successe delle cose... molte
cose... vi racconterò...». Questo intercalare di Celine, questa chiusa nel pieno
della tensione fa venire in mente certi conteurs di paese. Quante volte
li ho sentiti!
Si
interrompevano all'improvviso: «Non so pili mettere in piedi la
mia storia... Aspettate! "E partivano per deliri, per fantasie fuori del
seminato. Solo che qui c'è poco da sorridere, la sarabanda copre fatti gravi, gravissimi,
non escluso il crimine. Ma che volete? La mente umana è piena di follia e
spesso si corre con gioia lamentosa alla propria perdizione, all'orgogliosa
cerimonia funebre. Celine immagina di essere fucilato, arrostito,
ghigliottinato (con Mauriac che lima la mannaia con pietà girondina). Ce l'ha
con tutti, in definitiva: con Sartre, con Aragon, con Vailland che aveva
giurato di ucciderlo, con Elsa Triolet, con Claudel, con Montherlant... I suoi
nemici sono dappertutto, dalla Costa Azzurra alla Scandinavia, nelle case editrici,
nel bunker di Berlino. Non c'è infamia, d'altronde, di cui non si accusi e si
carichi: ha venduto al nemico la linea Maginot e il porto militare di Tolone.
Ma c'è
un punto dolens ch'egli copre e di cui forse si vergogna,
l'antisemitismo. Diventa sofista, giunge a dire d'aver lanciato agli ebrei ingiurie
e rampogne per scongiurare la guerra e il loro massacro. Strana, oscura argomentazione. La sua
arte qui non funziona; non riscatta, come si diceva una volta.
*
* *
L'aspetto
di Celine, da mendicante fuori del tempo, il sorriso tra ghiacciato e triste,
l'incapacità di finire una frase senza
inceppare nel balbettio, destano simpatia. È un caso umano oltre che
letterario. Ora in Francia se ne discute molto: sono appena uscite le sue Lettres
à la Nrf, naturalmente piene di insulti a Gallimard e a Pau-lhan, che dopo
la prigionia lo hanno spronato a scrivere e hanno cercato di aiutarlo. Ecco
come ragiona della sua fatica in Da un castello all'altro. «Sono più in
condizione, andiamo!... mi casca la penna!...» "Ma no, Céline... lei è
in gran forma, invece!... l'età più bella! Cervantes!... Le insegno
niente!"... Il trucco di tutti gli editori per spronare i loro vecchi
ronzini... che Cervantes era uno sbarbatello!... 81 calende!».
Odiato
dagli uni, ammirato dagli altri, la curiosità intorno
a lui grande. Sono andati persine a far
parlare il suo pappagallo, Toto. (Si sa che questi uccelli vivono centinaia
d'anni). Attirato dal grano, dopo un lungo silenzio, Toto si decide e grida:
«Gaston du pognon!» e in un grande battito d'ali: «Monsieur est absent». Ride
nasale e dice ancora: «Paulhan, faux pédé». Passano dieci minuti e infine
esclama: «La littérature se meurt!» (Mah! Sarà vero?).
Questa
letteratura céliniana suscita ancora infinite discussioni,
questo stile tutto parlato con frasi a filo spinato, irte di esclamazioni e
puntini di sospensione. Nessuno ne nega l'importanza. È l'acuminato, eterno
lamento; forse viene da Giobbe, certamente dalla letteratura maledetta. «O toi, le plus savant et le plus
beau des An-ges... O Satan, prends pitie de ma longue
misere!».
Per
ciò che riguarda il suo mondo morale, ne ho sentite tante di
opinioni, persino raffinate spiegazioni del suo antisemitismo. «Che volete?»
mi diceva tempo fa Bernard Simeone, scrittore e italianista. «Aveva bisogno di
un grande nemico. E quale più grande nemico del popolo eletto, diretta
emanazione di Dio? Si, era un grande scrittore, ma un uomo dell'alto
medioevo».
“il Giornale”, 12 novembre 1991
Grazie a Raffaello Bisso per la segnalazione!
Grazie a Raffaello Bisso per la segnalazione!
venerdì 3 gennaio 2014
Carmelo Bene, Marinetti e Céline
...e su Bene e Céline, una toccante testimonianza di Giancarlo Dotto sull'agonia del grande attore, morto il 16 marzo 2002: "Perdeva budella e pezzi d'intestino ma questo non gli impediva di dare lezioni notturne in francese su Céline all'infermiere che lo vegliava".
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