domenica 3 aprile 2011

"Macchè nichilista, Céline era un filantropo": intervista di Giovanni Tarantino a Andrea Lombardi


"Macchè nichilista, Céline era un filantropo"

Intervista di Giovanni Tarantino a Andrea Lombardi "Secolo d'Italia", Edizione Domenicale, 3 aprile 2011

Come da auto definizione riportata sul prezioso blog http://if-celine.blogspot.com/, Andrea Lombardi è «un cocktail IBA di ma­re, Celine, Villon, Jarry, Rimbaud, Bardeche, von Salomon, Orwell, Huxley, Vonnegut, de Boccard, Buzzati, Piero Ciampi, Pomponio Flato, una scorza di HPL, uno spruzzo di Port d'Amsterdam e tonnellate di gatti. Non c'è suono più struggente di quello della fanteria che marcia, spossata. L'uomo è un animale da fanteria. C'è un Pere Ubu in ciascuno di noi. Tutto il resto è vanità». Ridimen­sionandone certamente alcune qualità lo presentiamo in questa se­de come l'autore di un eccellente blog, realizzato in collaborazione con Gilberto Tura, in cui è raccolta praticamente tutta l'opera di Cé­line. Con Andrea Lombardi abbiamo valutato lo stato di salute -sembra un ossimoro - relativo al filone letterario dei "maledetti" e alla percezione di una certa letteratura. Non sono mancati i raf­fronti tra Céline, oggetto di studio del blogger, e Cioran, cui ricor­rono i cento anni dalla nascita.

—• II filone dei "maledetti" della letteratura ha un futuro? I cosiddetti "maledetti" sono stati parecchi, la cui attività si è svilup­pata nel corso di diversi decenni. Su tutt'altra base rispetto ai nomi classici che si evocano quando si parla di "maledetti", potremmo de­finire sotto questa categoria scrittori a noi contemporanei come Bret Easton Ellis e il suo American Psyco. Al filone del nichilismo si può ascrivere anche Michel Houellbecq: basti pensare a romanzi come Piattaforma o Le particelle elementari in cui lo scrittore non riesce a esprimere ciò in cui crede perché non crede in nulla. È il nulla ni­chilistico di Cioran. Ma per Celine il discorso è diverso.

—• Sarebbe a dire che Céline, a differenza di Cioran, non è un ni­chilista? Non aveva nulla di simile alle tendenze precedentemente menzionate. Céline non era un nichilista. Certo, chi ne ha dato una lettura somma­ria e approssimativa magari può essersi fatto questa idea. Se si è letto soltanto Bagatelle per un massacro è possibile si possa pensare che Cé­line sia un nichilista. Non c'è nulla di peggio che leggere un libro par­tendo già da una convinzione preconcetta. Uno scrittore come Céline lo si è definito in ogni modo, ma forse bisognerebbe dire innanzitutto che è un grande romanziere.

—• Quali erano allora le sue vere prospettive? Al contrario dei nichilisti aveva una grande predisposizione verso l'al­tro, verso l'uomo. Basta leggere bene Viaggio al termine della notte, Morte a credito, Il ponte di Londra, per capirlo. Lì c'è l'incontro e poi l'addio con la prostituta Molly, con il vecchio coloniale; c'è l'aspetto del­le cure mediche che elargiva gratuitamente. C'è umanità, c'è il rapporto con gli altri, non solo quello con sé stesso. E non è nemmeno vero il fal­so mito dei pochi amici che aveva Céline: a giudicare dalle sue lettere ne aveva tantissimi. Forse, ciascuno di noi, nella nostra società ha me­no amici di quanti ne aveva lo scrittore francese.

—• Sembra che certe pregiudiziali, anche nel campo della narra­tiva, siano difficili da superare... Basterebbe, nel caso di Céline, tenere conto che si sia trattato di un ro­manziere di successo degli anni Venti/Trenta. Per esempio non emer­ge mai il rapporto di amicizia con gli artisti: era in contatto con tantis­sime personalità del tempo. Poi c'è un altro aspetto della vicenda, quel­lo che riguarda la sua adesione politica.

—• È l'aspetto a cui si è dato maggiore risalto? E suo rapporto con la stampa collaborazionista ha interessato molti. Io e le persone che insieme a me animano il sito a lui dedicato, abbiamo avuto modo di leggere buona parte delle lettere inedite [in italiano] di Céline, le ab­biamo tradotte e presto saranno pubblicate per Settimo Sigillo. Sono lettere in cui parla di fascismo e capitalismo, ci sono anche dei duri at­tacchi a Peguy e Proust. Credeva che il mondo dovesse finire, che c'era un pericolo materialistico. E più della preoccupazione riguardante gli ebrei, temeva il «pericolo giallo». Più che una premonizione, un certo senso delle cose tipico dei letterati: vedeva la Cina come una nazione ca­pace di organizzarsi.

—• Questa visione del mondo ha lasciato eredi nella nostra so­cietà? E nella letteratura? Céline non credeva al kali yuga. Sosteneva che l'essere umano po­teva campare altre migliaia di anni, ma sempre peggio. Gli uomini visti come stomachi che camminano. Non credeva in Dio, una volta affermò: «Io e Dio non ci interessiamo delle stesse cose». Non so di­re se ci siano eredità tangibili rispetto a pensieri di questo genere. In letteratura certamente no. Non vedo nessuno capace di raccogliere questa eredità.


4 commenti:

johnny doe ha detto...

Cèline non era certo nichiista nel confronto di individui in carne e ossa che gli si presentavano davanti (basti pensare al medico..),tutt'altro,ma non credo avesse molte speranze per l'umanità nel suo complesso.
Non credo che gli "universali" di ogni genere lo affascinassero molto.

Anonimo ha detto...

il Nostro approverebbe le tue parole, Andrea.
Meridiano

Daniz ha detto...

Tacciare di Nichilismo uno scrittore incollocabile è un comodissimo cliché letterario per alleggerirne la marcatura.
Céline sfascia linguaggio e romanzerie ma sradica pure le profonde strutture della nostra società. La sua filosofia demistificatoria e così spietata poi completano la decapitazione d'ogni sistema di valori assoluto. Ma tutta questa macchina di scuoiamento della vita è azionata dall'abbrutimento umano. Dalla mortifera assenza di Emozione vitale. Il lirismo di Céline parte dall'emozione e schiaccia tutto ciò che tende ad ucciderla, forte di questo vitalismo straordinario (altro che nichilismo!).

Anonimo ha detto...

Bravo Andrea. Moderato.
Nichilista è una mutanda stretta. Oserei dire che Celinè non aveva alcuna speranza verso l'umanità, ma per alcuni uomini paticolari.
Non si salva il mondo, ma dei singoli attraverso la loro opera di sofferenza.

Maurizio Montanari