mercoledì 24 dicembre 2008

La casa di Céline a Meudon...



... dal satellite!!! Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri!

Andrea,

Credo di aver trovato su Google Maps la casa di Céline a Meudon (vedi allegato).

L’indirizzo e’ “25 ter, Route des Gardes”. A seconda di come si conta, il ter puo’ essere A o B.

Siccome in diverse foto di Céline a Meudon si intravede sullo sfondo la fabbrica Renault
(ora abbattuta) dell’Ile Seguin e che tale vista e’ schermata in B da due-tre alberi molto alti,
propenderei per A.

Lucie Almansor-Destouches a quasi 97 anni vive ancora li’, malgrado un becchino porta-sfiga
avesse a suo tempo inciso un “19..” come data della sua morte sulla tomba Destouches
nel cimitero di Meudon...

[seguono considerazioni fattuali e condivisibili ma "not fit to print" su Ferroni, Piperno, De Luca, usw]

Keep up the good work

Saverio Paleni

giovedì 11 dicembre 2008

Louis-Ferdinand Céline sul Corriere...



...ovvero i pigmei (Piperno, De Luca... a che titolo sono chiamati in causa, peraltro? Sono francesisti insigni? Hanno mai compilato saggi importanti su Céline? O sono solo gli "utili idioti" che servivano al Corriere? Eh, che dubbio amletico...) contro il gigante...

La palma d'oro se la merita il Massimo Onofri, che dall'alto delle sue collaborazioni a La Stampa e Diario, e senza una pubblicazione di rilievo su autori stranieri, proclama che Céline è ultimo tra almeno "venti scrittori, suoi coetanei, più significativi di lui". Questa summa di intellettuale, si riduce a fare la Top Twenty degli scrittori? Meglio un chilo di Sartre che una confezione di Camus? Ambedue sono meglio di un pacco di Céline? Venti? Perchè non ventuno? O diciotto?

Ridiamoci sopra, indignarsi sarebbe troppo.

"Céline antisemita? Va pubblicato", di Cristina Taglietti, Corriere della Sera, 10 dicembre 2008, pagina 41.

Grazie a Harm Wulf per la segnalazione.

mercoledì 10 dicembre 2008

lunedì 24 novembre 2008

Mea culpa e La bella rogna, di Guanda... e il suo falso



Il falso...



L'originale...



In alto, la ristampa non autorizzata, in basso l'originale.

Rispetto a quanto precedentemente indicato, in effetti il cartoncino della brossura è lo stesso; invece rimane valida come indicazione per distinguere originale da copia il fatto che i caratteri dei titoli della copertina e nei risguardi, nel falso sono leggermente fuori registro, come "sbavati" (vedi foto close-up).

Quotazione dell'originale: 80-100 Euro (visti anche a 150 Euro), valore del "falso", 20-30 Euro.
Con un pò di fortuna e pazienza si può trovare l'originale anche a molto meno, 25-50 Euro. Lo stesso vale per il Bagatelle di Guanda: a fronte di richieste di 200-300 Euro (che sfruttano l'"ansia del collezionista", e sono totalmente immotivate, visto che il libro è comunque non così raro), è parimenti possibile acquistarlo a 50-100 Euro (prima cifra, pagata l'anno scorso dal sottoscritto, seconda, raggiunta su E-Bay poco tempo fa). Céline merita tanta passione e dedizione, ma non che si facciano dei favori a chi specula con il suo nome.

giovedì 30 ottobre 2008

Ristampato Colloqui con il professor Y!



Ristampato da Einaudi, settembre 2008. 110 pa., 16,00 Euro.

In realtà non mancava da "quaranta anni", come riferito dal "Domenicale" scorso, ma dal 1982.

venerdì 19 settembre 2008

Nuove date per lo spettacolo su Céline

di Alessandro Cavoli:

Art Garage Pozzuoli- 8 novovembre
Aversa CE - teatro caligola 9 novembre
Caserta - teatro dei mutamenti 21 22 23 novembre

O Bu... Osteria del canale
Siamo in un’osteria. E’ L’alba.
Un uomo -un morto di fame di nome Robinson - è stato ucciso poche ore prima dalla sua amante. Bardamù, un dottore suo amico racconta la storia della loro amicizia, le difficoltà di entrambi, la ricerca d’un miglioramento che tarda ad arrivare.

Il romanzo “Viaggio al termine della notte” uscì nel 1928.

Nel romanzo, un ragazzo seduto al bar, dopo un paio di birre, incautamente s’arruola volontario per la prima guerra mondiale.
Ferito in battaglia, riformato; tenta l’avventura deludente della colonia d’africa, si disumanizza nelle catene di montaggio della Ford; si laurea in medicina ed esercita la professione nella periferia parigina; diventa direttore d’una clinica psichiatrica. In questo percorso gli è spesso a fianco un amico che invece non riesce a staccarsi dal suo destino di disoccupato ed emarginato cronico.

“il viaggio al termine della notte è romanzo potentemente comico, in cui farsa e tragedia si mescolano continuamente, in cui la rappresentazione dell’abiezione non frena semmai esalta la forza grottesca in un divertimento più forte dell’incubo”


Riduzione e messa in scena Alessandro Cavoli

Durata 1 ora

Contatti: Alessandro Cavoli

Tel.Cell. 340 2933250
rigodonensemble@libero.it

martedì 19 agosto 2008

Antonio Moresco su Céline



Céline visto

da Moresco e Piperno

(ovvero, italiche miserie)


di Andrea Lombardi

Riportiamo di seguito due interventi apparsi recentemente, redatti da Antonio Moresco e Alessandro Piperno [quest'ultimo è stato postato precedentemente]. Nello scritto di Moresco, nonostante lo sforzo dell’autore per apparire iconoclasta e à la page, è degna di nota la pressoché totale assenza di spunti critici originali, e la banale rimasticatura di triti luoghi comuni sulla vita di Céline. Anche considerandole esclusivamente dal punto di vista letterario, queste rapide note ci paiono di una banalità disarmante: quanto appare gratuita e banale l’invettiva di Moresco al confronto della prosa di chi egli vorrebbe commentare! L’accenno alla figlia di Céline, appare poi francamente patetico nel suo lirismo d’accatto, oltre che indicativo della profonda ignoranza e del provincialismo dell’autore italiano; foto e notizie di Colette appaiono in quasi tutte le pubblicazioni biografiche o critiche su Louis-Ferdinand Céline. Sia in questo caso sia per Piperno, che leggeremo poco innanzi, sembra che la biografia dello scrittore francese non sia oggetto di studio o di critica, ma sia invece usata a scopi “letterari” dagli autori suddetti, che appaiono compiacersi delle notazioni e delle figure retoriche da loro usate nei loro commenti, grondanti egocentrismo, autoreferenzialità e una spropositata − e mal riposta − stima di sé, caratteristiche comuni, purtroppo, a tanta parte della cultura italiana. Notiamo, inoltre, come entrambi si scaglino prevedibilmente contro il solito reprobo antisemita, ripetendo le abituali, scontate, e diffamanti accuse contro Céline, pagando l’usuale pedaggio al politically correct, chiaramente ignoranti del fatto che la recente critica francese, alla luce di nuovi documenti e di una interpretazione meno ideologica e più libera della biografia di Céline, hanno da tempo cessato di considerarlo come un bieco Collabo o addirittura come un anticipatore dell’Olocausto − accuse funzionali, queste, al relegare il grande scrittore in un ghetto, a tutto vantaggio di scrittori di ben minore caratura, come Aragon o Sartre, peraltro suoi passati ammiratori (e appassionati cantori dei veri campioni della democrazia progressista, quali la GPU e Stalin). Moresco e Piperno, insomma, lungi dal cercare di comprendere come mai in Francia, finalmente, sia un fiorire d’iniziative su Céline, preferiscano épater le bourgeois con ardite − a loro credere − elucubrazioni. Che nelle loro peggiori, veramente peggiori intenzioni dovrebbero dare lustro alla loro intelligenza. Declassano così l’oggetto della discussione, poiché in loro è presente solo la volontà di apparire, sfruttando il tema del giorno, politico, storico o letterario che sia. Come dei mediocri opinionisti, e non certo dei letterati.

NOte su Céline


di antOniO mOrescO

Ho parlato più volte di Céline, ma non ho ancora raccolto quello che penso in un unico scritto. Provo a farlo adesso, in queste rapide note buttate giù in un breve intervallo di tempo tra una fase e l’altra del mio lavoro finale su Canti del caos.

La faccia di Céline

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. Ha già scritto e pubblicato Viaggio al termine della notte e sta scrivendo Morte a credito. È un uomo maturo, già potentemente formato come scrittore. È Céline. Questo è proprio Céline. La sua foto della maturità, il suo baricentro somatico. Dopo le immagini giovanili in divisa da corazziere e prima di quelle finali, dove appare travestito da delirante clochard in mezzo ai suoi cani e gatti o mentre parla con il suo pappagallo. È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com’è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile? Eppure questa faccia appartiene proprio al più grande scrittore lirico del Novecento, al suo inventore più scatenato e più raffinato, al rabdomante del male, all’anima nera dell’Europa, della letteratura e del Novecento, alla cartina di tornasole delle sue abominevoli verità, appartiene a uno dei grandi artisti della parola scritta che siano mai esistiti. Che faccia avevano gli altri grandi scrittori del Novecento? Vediamo. Kafka aveva quella faccia da angelo anoressico con le ali al posto delle orecchie. Proust da mondano un po’ debosciato da cui al massimo non ti potevi aspettare niente. Joyce aveva quella faccia da schiaffi da irlandese alcolista e un po’ dandy. Musil poteva sembrare al massimo un dentista, un direttore di banca austriaco un po’ testa di cazzo o il titolare di un negozio di articoli ortopedici. […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento, da meteora piombata all’incontrario, dal basso, nel mondo della cosiddetta letteratura. Nessuno. Solo Céline.

I “libelli” di Céline

I cosiddetti libelli di Céline non sono affatto libelli. Sono una cosa infinitamente più importante e grave. Uno di essi, il famigerato Bagattelle per un massacro, si espande per più di trecento fitte pagine ed è, a mio parere, inestirpabile dalla produzione maggiore di Céline. È un libro nevralgico, non solo per tutta l’opera di questo scrittore ma anche per l’intero Novecento. Se ciò di cui parla non fosse tragico, sarebbe un libro d’infernale comicità. Ci dice cosa bolliva nella pancia dell’Europa. Dobbiamo ascoltarli, gli scrittori, anche quando sono attraversati e agiti dall’orrore del mondo e resi schiavi dalla macchina del dolore. Bisogna ascoltare il grido degli scrittori, anche quando la loro bocca è la bocca stessa del male. Bisogna prenderli maledettamente sul serio, invece che credere di potersene stare al sicuro nell’immaginario e rassicurante spazio separato della cultura. […] Sono libri che bisogna assolutamente leggere, soprattutto Bagattelle, che dovrebbe essere ripubblicato da un buon editore e reso disponibile anche adesso, soprattutto adesso. C’è dentro la pancia e la merda dell’Europa. Com’è stato possibile che il cuore del Novecento diventasse la pancia e la merda dell’Europa? […] Certo, è vero − come è stato fatto notare altre volte − permane un fraintendimento profondo di questo libro. L’opinione comune è che in questo libro si invochi il massacro degli ebrei e che il suo titolo significhi appunto questo. Mentre Céline, in questo libro, sostiene al contrario che sono gli ebrei a preparare le condizioni per una nuova guerra e un massacro in Europa, per la loro avidità, i loro interessi e deliri di potenza, e che lui, combattente e ferito nella Prima Guerra Mondiale, ne sapeva qualcosa della guerra e proprio per questo metteva in guardia il mondo da questa minaccia. In questo senso mai scrittore fu preso più in contropiede e smascherato dalla storia. Ma, anche volendo prendere per buone queste deliranti intenzioni, resta il fatto che il libro è saturo sino a scoppiare di antisemitismo e razzismo, che con monomaniacale diligenza vi vengono continuamente riportate citazioni atte a mostrare la diabolica avidità e malignità degli ebrei, riprese da scrittori, uomini politici e pensatori di tutti i tempi, Cicerone, Fourier, Bakunin, Bela Kun, Rathenau, Disraeli, D’Aubigné, Rochefort, ma anche dalle stesse fonti ebraiche, dal Talmud, dai Profeti, dai Salmi… […] Ci sono dei libri intollerabili, odiosi che ci dicono però anche l’altra parte della “verità”, la sua faccia inconfessabile, nascosta, in ombra, che ci fanno capire con la potenza della letteratura cosa può bollire nella nostra pancia e nella pancia del mondo. Cose orribili, odiose, in questo caso, che stanno ritornando a galla, su cui bisogna che si riformino continuamente gli anticorpi, con cui bisogna avere il coraggio di confrontarsi, da cui non ci salveranno le sole regole, per quanto giuste e lungimiranti, le leggi a largo spettro, le prescrizioni, i divieti. Sono così labili i nostri cuori e le nostre menti da avere una simile paura di entrare dentro questo orrore e di sostenerne lo sguardo? Io questo libro l’ho letto ma non per questo sono diventato antisemita. Sono rimasto − se possibile ancora di più − filosemita.

Lettera a Céline

Un paio d’anni fa, all’interno di un libro sullo sbrego della letteratura, ho scritto questa lettera a Céline:

“Figlio di puttana Céline! Fetente Céline! Con tutto il tuo odio per Proust, mentre sei il suo fratello siamese rovesciato e incanaglito. Quando vai nell’Unione Sovietica e, durante la visita a un ospedale per sifilitici, ti domandi come mai uno scrittore come Dostoevskij abbia quella tenuta dall’inizio alla fine. Capisco un libro, magari due o tre, dici, ma tutti, uno dopo l’altro, fino alla fine, senza mai cedere di un pollice! E la cosa ti brucia, si sente. Ti brucia il culo di fronte a scrittori come Dostoevskij, perché sei un pezzo di merda e non riesci a tollerare la grandezza al di fuori del tuo pezzo di merda, perché capisci che sei della stessa razza, saresti potuto essere della stessa razza, per essere della stessa razza devi rovesciare tutta la razza, entrare nel cono d’ombra del Novecento, il secolo delle guerre mondiali e dei massacri delle menti e dei corpi e dell’allevamento dell’uomo col terrore della razza e delle ideologie. […] Io ti ho sempre difeso, sempre, anche quando militavo in organizzazioni rivoluzionarie e stavo dentro una certa visione politico-ideologica del mondo e potevo provare il massimo orrore per le tue posizioni. Non perché, anche allora, non provassi pena e orrore per il tuo antisemitismo e razzismo e per la tua meschinità e paura e grettezza da piccolo borghese incattivito e con la merda al culo, spaventato, vigliacco e disposto a tutto. Posizioni e atteggiamenti che mettono tra l’altro in intima contraddizione la tua stessa opera e che ne svelano dall’interno un elemento di pesante demagogia e finzione, perché − se pensi davvero le cose che dici sul genere umano − cosa te ne frega se i suoi appartenenti sono di una razza, di un colore, di una religione o di un’altra? In questo senso, il tuo caso è un enigma. Eppure, eppure − pur con tutto questo − la tua opera contiene una tale allucinata e deformata tensione allo svelamento e all’esplosione creazionale e cosmica delle forme e dell’orrore nascosto nel cuore stesso della vita da costituire qualcosa di unico, fondamentale e fenomenale, sia per la modernità e il Novecento che in senso universale. Per questo trovo altrettanto intollerabile sia chi ti esalta per alcuni aspetti separati e non per altri, come certi cattolici marci e pieni di merda confessionale che ti leggono attraverso le loro proiezioni e campionature, reazionari e retrivi e spaventati e vigliacchi, che si fingono anarchici in arte ma che se ne stanno bene attaccati alle potenti tette secolari di un’istituzione religiosa che dovrebbe fare orrore a chi senta dentro di sé anche solo una minima tensione religiosa. Sia quegli avanguardini accademici irresponsabili, che vanno in sollucchero per il puro gioco alfabetico formale separato e per i tre puntini, gente che tu avresti disprezzato e trattato come merita. […] Io non ho nessun culto ideologico per la “vita”, cosa di cui sono stato accusato. Ma la vita crea tutto, anche la morte, anche la deformazione, i poveri bambini siamesi con i crani attaccati e con unico cervello che pensa e sogna e soffre sull’enorme cellula cerebrale del pianeta Terra rotante a enorme distanza dalle altre cellule cerebrali dell’universo col loro marasma di luci in viaggio senza ritorno e pianeti siamesi nella massa cieca, invisibile e oscura dell’universo”.

La figlia di Céline

Nei pochi anni i cui è stato sposato con Edith Follet, Céline ha una figlia, che poi abbandona di lì a un po’ assieme alla madre. Leggo in una sua bibliografia che la bambina nasce nel 1920 e viene chiamata Colette. Non ho mai sentito parlare di lei, non so neppure se in questo momento è viva o morta. Probabilmente è morta. Se fosse viva avrebbe 87 anni. Ho spesso pensato a lei, leggendo i libri di Céline. Forse è solo ignoranza mia, ma non ho mai visto una sua foto, mai letto una sua intervista, nonostante un padre così importante. Niente, come se non esistesse, non fosse esistita, che faccia avrà, o avrà avuto? Cosa avrà pensato di un padre simile? Lo avrà amato? Lo avrà odiato? Chissà! Sono cose inspiegabili! Si sa, per essere amati dai propri figli a volte non basta amarli ed essere degni, per cui può darsi che per essere odiati non basti non amarli ed essere indegni. […] Mi piacerebbe vedere una fotografia della figlia di Céline, se ne esiste una. Mi piacerebbe incontrarla, se fosse viva da qualche parte. Chissà, forse tra noi due avrebbe potuto esserci amore (1)

(1) Il primo amore, numero 2, 2007.

NOte sulle “rapide nOte” su Céline

di andrea lOmbardi


Nel capitoletto La faccia di Céline delle sue Note, Moresco scrive:

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. […] È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento.

La fotografia in questione è una tipica foto di studio, che mostra semplicemente Céline − reduce dal successo del suo libro d’esordio e dalla candidatura al Goncourt − che fissa l’obiettivo con aria sicura di sé. Ci pareva che Lombroso fosse passato di moda, particolarmente a sinistra. Evidentemente sbagliavamo.

Ne I“libelli” di Céline invece Moresco afferma:

I cosiddetti libelli di Céline non sono affatto libelli. Sono una cosa infinitamente più importante e grave. Uno di essi, il famigerato Bagattelle per un massacro […] è un libro nevralgico, non solo per tutta l’opera di questo scrittore ma anche per l’intero Novecento. Se ciò di cui parla non fosse tragico, sarebbe un libro d’infernale comicità. Ci dice cosa bolliva nella pancia dell’Europa. Dobbiamo ascoltarli, gli scrittori, anche quando sono attraversati e agiti dall’orrore del mondo e resi schiavi dalla macchina del dolore. Bisogna ascoltare il grido degli scrittori, anche quando la loro bocca è la bocca stessa del male.

Temo si perderebbe solo del tempo a cercare di spiegare a Moresco che le più o meno dissennate decisioni dei capi di stato d’ogni latitudine, dipendono da tutto tranne che dal grido degli scrittori. Ma l’autore de I canti del caos prosegue:

Bisogna prenderli maledettamente sul serio, invece che credere di potersene stare al sicuro nell’immaginario e rassicurante spazio separato della cultura

Più avanti, Moresco cita anche I proscritti, dell’appartenente ai Freikorps Ernst von Salomon, quale libro da prendere maledettamente sul serio; stranamente, mai che sia indicato dai Maitre à penser quale Moresco qualche libro da prendere maledettamente sul serio sui GuLag, o sul genocidio armeno o ucraino, sul Laogai, sulla Cambogia sotto Pol Pot, sulla repressione nel Caucaso, su Katyn, etc. Invece, insistendo su Bagattelle…

Sono libri che bisogna assolutamente leggere, soprattutto Bagattelle, che dovrebbe essere ripubblicato da un buon editore e reso disponibile anche adesso, soprattutto adesso.

…ecco comparire la solita, scontata, logora, tiritera − di Moresco e d’infiniti altri: soprattutto adesso, sottintende, che le Forze Oscure Della Reazione in Agguato (FODRA) berlusconiane-fascio-leghiste progettano nuovi Olocausti di Rom, immigrati, etc.

C’è dentro la pancia e la merda dell’Europa. Com’è stato possibile che il cuore del Novecento diventasse la pancia e la merda dell’Europa?

Non serve essere un geopolitico di vaglia per comprendere come l’emergere degli Stati Uniti quale potenza globale a discapito del British Empire, la Rivoluzione sovietica e cinese, l’espansionismo giapponese, la Prima guerra mondiale e la scomparsa degli Imperi Centrali, il riaccendersi dei nazionalismi, etc., forse magari qualche sconvolgimento potevano portarlo… ma si fa certamente meno fatica a pensare che tutto sia colpa di Céline e di Hitler.

[…] il libro è saturo sino a scoppiare di antisemitismo e razzismo, che con monomaniacale diligenza vi vengono continuamente riportate citazioni atte a mostrare la diabolica avidità e malignità degli ebrei, riprese da scrittori, uomini politici e pensatori di tutti i tempi, Cicerone, Fourier, Bakunin, Bela Kun, Rathenau, Disraeli, D’Aubigné, Rochefort, ma anche dalle stesse fonti ebraiche, dal Talmud, dai Profeti, dai Salmi…

Senza entrare nello specifico dell’accuratezza o meno delle citazioni di Céline, notiamo soltanto come a Moresco sfugga il fatto che alcuni dei personaggi citati, come Bela Kun, Disraeli e Rathenau fossero proprio ebrei.

Ci sono dei libri intollerabili, odiosi che ci dicono però anche l’altra parte della “verità”, la sua faccia inconfessabile, nascosta, in ombra, che ci fanno capire con la potenza della letteratura cosa può bollire nella nostra pancia e nella pancia del mondo.

…e poi ci sono i libri − e gli articoli − degli utili idioti, ogni riferimento a fatti o persone è puramente voluto.

Cose orribili, odiose, in questo caso, che stanno ritornando a galla, su cui bisogna che si riformino continuamente gli anticorpi, con cui bisogna avere il coraggio di confrontarsi, da cui non ci salveranno le sole regole, per quanto giuste e lungimiranti, le leggi a largo spettro, le prescrizioni, i divieti.

Eccole, le FODRA! There she blows! È chiaro: senza gli anticorpi antifa, ritornano l’Inquisizione, le SS, la Muti; more solito, per gli eventuali successori degli ucraini fatti morire di fame da Stalin, i baltici perseguitati, i polacchi trucidati, gli studenti di Praga e Budapest, che siano oggi in Tibet o nel Myanmar, non ci sono anticorpi e coscienze universali; semplicemente, per l’intellettuale radical-chic sinistrorso progressista, essi non esistono, né sono mai esistiti − 1984 docet. Per questi esemplari esponenti della società civile esiste solo l’eterno diplomino di militante antifascista… Moresco poi invoca tutto il democratico arsenale per prevenire il Thoughtcrime… curioso che il fu militante in organizzazioni rivoluzionarie invochi adesso l’autorità del bieco e reazionario Stato borghese.

Sono così labili i nostri cuori e le nostre menti da avere una simile paura di entrare dentro questo orrore e di sostenerne lo sguardo? Io questo libro l’ho letto ma non per questo sono diventato antisemita. Sono rimasto − se possibile ancora di più − filosemita.

Non lo mettevamo in dubbio… pochi sono gli uomini non filo-qualcosa, ma semplicemente liberi. Forse perché il prezzo da pagare è alto, come dimostra la vita di Céline, e Moresco, come molti altri, preferisce invece aspettare i saldi.

Quindi, in Lettera a Céline, tralasciando di commentare l’originalità e l’eloquenza della prosa seguente…

Un paio d’anni fa, all’interno di un libro sullo sbrego della letteratura, ho scritto questa lettera a Céline: Figlio di puttana Céline! Fetente Céline! […] Ti brucia il culo di fronte a scrittori come Dostoevskij, perché sei un pezzo di merda e non riesci a tollerare la grandezza al di fuori del tuo pezzo di merda […]

…Moresco dichiara, bontà sua:

Io ti ho sempre difeso, sempre, anche quando militavo in organizzazioni rivoluzionarie e stavo dentro una certa visione politico-ideologica del mondo e potevo provare il massimo orrore per le tue posizioni

L’accenno di Moresco alla sua militanza in organizzazioni rivoluzionarie non inganni: non ci troviamo di fronte alla confessione di appartenenza ad un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse o di Sendero Luminoso, ma solo, al massimo, della vanteria radical-chic di chi si pavoneggiava velleitariamente in Lotta Continua o similia − come tanti, troppi protagonisti della “cultura” italiana. Non domo, prosegue:

Non perché, anche allora, non provassi pena e orrore per il tuo antisemitismo e razzismo e per la tua meschinità e paura e grettezza da piccolo borghese incattivito e con la merda al culo, spaventato, vigliacco e disposto a tutto.

Notare come il lessico da volantino agit-prop “contro lo stato borghese” sia rimasto tale e quale… magari un po’ di pena e orrore, espressa in questi termini così accesi di “furore civile”, Moresco poteva provarla per i suoi compagni delle Hazet 36 o dei GuLag. Magari, alla fine lo farà. Sono sempre qui, mi assento mai, resto apposta per i ritardatari... scriverebbe Céline. Quindi, disinvoltamente, si passa dall’esecrazione massima e il turpiloquio alle lodi sperticate, forbitamente espresse. Un po’ usurato, come artifizio retorico:

Eppure, eppure − pur con tutto questo − la tua opera contiene una tale allucinata e deformata tensione allo svelamento e all’esplosione creazionale e cosmica delle forme e dell’orrore nascosto nel cuore stesso della vita da costituire qualcosa di unico, fondamentale e fenomenale, sia per la modernità e il Novecento che in senso universale.

E, per non farci mancare niente dell’armamentario radical-chic, il più labile dei pretesti va senz’altro sfruttato per il consueto fervorino da giacobino mangiapreti:

Per questo trovo altrettanto intollerabile sia chi ti esalta per alcuni aspetti separati e non per altri, come certi cattolici marci e pieni di merda confessionale che ti leggono attraverso le loro proiezioni e campionature, reazionari e retrivi e spaventati e vigliacchi, che si fingono anarchici in arte ma che se ne stanno bene attaccati alle potenti tette secolari di un’istituzione religiosa che dovrebbe fare orrore a chi senta dentro di sé anche solo una minima tensione religiosa.

Quindi Moresco regala una perla d’involontario umorismo; quanto gli si addice, infatti, per la sua roboante e vuota prosa − vedi anche paragrafo successivo − la definizione d’avanguardino accademico!

Sia quegli avanguardini accademici irresponsabili, che vanno in sollucchero per il puro gioco alfabetico formale separato e per i tre puntini, gente che tu avresti disprezzato e trattato come merita.

E arrivano anche le sue profonde riflessioni in La figlia di Céline:

Nei pochi anni i cui è stato sposato con Edith Follet, Céline ha una figlia […] Ho spesso pensato a lei, leggendo i libri di Céline. Forse è solo ignoranza mia, ma non ho mai visto una sua foto, mai letto una sua intervista, nonostante un padre così importante.

Togliamo pure il forse.

Niente, come se non esistesse, non fosse esistita, che faccia avrà, o avrà avuto? Cosa avrà pensato di un padre simile? Lo avrà amato? Lo avrà odiato? Chissà! Sono cose inspiegabili!

Sono proprio cose inspiegabili, più o meno come questo capitoletto, e le banalità del paragrafo seguente, che concludono degnamente il compitino di Moresco:


Si sa, per essere amati dai propri figli a volte non basta amarli ed essere degni, per cui può darsi che per essere odiati non basti non amarli ed essere indegni. […] Mi piacerebbe vedere una fotografia della figlia di Céline, se ne esiste una. Mi piacerebbe incontrarla, se fosse viva da qualche parte. Chissà, forse tra noi due avrebbe potuto esserci amore.

mercoledì 11 giugno 2008

Convegno su Céline a Milano


Dal 4 al 6 luglio 2008, Centre culturel français de Milan, Corso Magenta 63 Milano

Traduction et transposition

17ème colloque international Louis-Ferdinand Céline

Ingresso libero nei limiti dei posti disponibili.

Traduction et transposition

Il Convegno è organizzato dalla Société d’Études Céliniennes, creata a Parigi nel 1975, che riunisce ricercatori, scrittori, professori e studenti di tutto il mondo che si ritrovano ogni due anni per fare il punto sull’avanzamento dei loro lavori e confrontarsi con gli altri membri dell’associazione. Ospite ogni anno in un paese diverso, il convegno si terrà quest’anno in Italia, presso il Centre culturel français de Milan. Interamente dedicato all’opera dello scrittore francese Louis-Ferdinand Céline, il convegno affronterà il tema della traduzione e trasposizione, con gli interventi (in lingua francese) di studiosi internazionali. Gli atti del convegno saranno pubblicati successivamente.

La Société d’Études Céliniennes

In occasione della sua costituzione (1975), la società letteraria è stata presieduta dal Professore Lwoff, Premio Nobel e membro dell’Académie Française, al quale è subentrato il rettore Gérard Antoine, oggi membro dell’associazione.

L’attuale presidente, François Gibault, biografo di Céline, animerà il convegno milanese.

Corrispondenti : Christine Sautermeister (Allemagne), Greg Hainge (Australie), Johanne Bénard (Canada), Mie-Kyong Shin (Corée du Sud), Dalia Alvarez-Molina (Espagne), Véronique Flambard-Weisbart (États-Unis), Judit Karafiath (Hongrie), Elio Nasuelli (Italie), Michaël Ferrier (Japon), Jan Versteeg (Pays-Bas), Simona Bostina-Bratu (Roumanie), Michael Donley (Royaume-Uni), Tatiana Kondratovitch (Russie).

http://www.celine-etudes.org/

Ufficio stampa:

Rosette Ciola tel. 02 485 91 928
presse@culturemilan.
it

martedì 29 aprile 2008

Céline a Meudon



CÉLINE INTIMO
Viaggio al termine della giornata,
di Stenio Sòlinas,
Il Giornale 05-03-2007


L'ultimo domicilio conosciuto è questa casa di Meudon che si affaccia sull'antica route de Gardes del tempo di Napoleone e abbraccia in lontananza l'intera vista di Parigi. Nel 1969 un incendio la devastò, ma tranne qualche ritocco venne ritirata su «com'era, dov'era», gemella degli altri tre padiglioni che la affiancano eretti dal commediografo Eugène Labiche a metà Ottocento sui terreni del duca di Bassano: due piani, un seminterrato con cantina, un giardino in pendenza. Sul cancello d'ingresso non c'è più la doppia insegna che indicava l'attività di medico del suo proprietario, quella di insegnante di danza della moglie, «danza classica e di carattere», ma identico è lo stato di disordine e di abbandono che allora come oggi la accompagna. Dalle finestre del soggiorno un pappagallo ti fissa con aria indifferente, la veranda dietro la cucina è un deposito di poltrone sfondate, sedie, letti, materassi, il verde che la circonda è spelacchiato sul davanti, incolto e rigoglioso sul lato nascosto della casa. Piove, una pioggia rada ma insistente, il cielo è grigio, l'aria fredda, c'è una luce opaca da pomeriggio d'inverno. L'unico segno di vita, oltre il pappagallo che però se ne resta immobile, è l'abbaiare di un cane all'interno, ma non di quei danesi che un tempo erano l'orgoglio del padrone di casa e il terrore dei vicini, ma più probabilmente un cagnetto da compagnia, di quelli da persone sole, anziane, con poca mobilità. Com'è del resto l'unico abitante di questo falansterio ormai troppo grande per una persona sola e malandata, madame Lucette Almanzor di anni 94, vedova del dottor Louis-Ferdinand Destouches, in arte Céline.
Mezzo secolo fa, quando la coppia venne ad abitarci, Meudon era lontana periferia, medio-borghese nella parte alta, proletaria in quella bassa che andava a confrontarsi con Billancourt e gli stabilimenti della Renault, il cuore della classe operaia a cui bisognava risparmiare le sofferenze tacendo, se era il caso, la verità: «Non si può far piangere Billancourt» si giustificava Jean-Paul Sartre a proposito degli orrori, tenuti nascosti, del comunismo... Oggi ci si arriva in venti minuti con il metro veloce che va a Versailles o con il trenino regionale che parte e arriva dalla stazione di Montparnasse... Il colpo d'occhio su Parigi che allora incantò Céline c'è ancora, anche se la città si è dilatata e la sua fisionomia alterata. In quel luglio 1951 che segna il ritorno in patria, lo scrittore ha 57 anni, ma sembra un vecchio di 70, e artisticamente parlando è un morto che cammina: trionfa l'esistenzialismo, è sulla pista di lancio Françoise Sagan e lui è lo scrittore più odiato di Francia, amnistiato da un tribunale militare grazie a un sotterfugio giuridico... Dalla Danimarca, dove ha vissuto, torna con Lucette, un cane e due gatti. Abita prima presso i suoceri, a Mentone, ma la riviera, il caldo, i parenti non fanno per lui e tempo venti giorni accetta l'offerta di un ricco industriale suo ammiratore, Paul Marteau, che si offre di ospitarlo nella sua bella casa di Neuilly-sur-Seine. Anche qui, la coabitazione è difficile, i gatti rovinano la tappezzeria e rigano i mobili, Céline detesta il lusso, è astemio, non ama le riunioni conviviali... Dopo quindici giorni, saggiamente, i coniugi Marteau levano le tende e vanno in vacanza lasciando all'ospite la casa, una macchina e un autista per cercarne un'altra. Il primo ottobre il circo Céline si installa nel padiglione di Meudon. Céline à Meudon. Images intimes 1951-1961 (Ramsay, 157 pagine, 29,90 euro) è il resoconto fotografico, quasi un documentario, di quell'ultimo decennio, il ritorno alla ribalta e alla gloria letteraria di uno scrittore maledetto, l'estrema rappresentazione di un emarginato dalla vita, dalla società, una via di mezzo fra un eremita e un clochard, un profeta di sventura e un alienato, un medico dei poveri e un poveraccio... Messe insieme, le immagini, spesso inedite, che lo compongono arricchiscono di nuova luce quelle più note dello stesso periodo quando i fotografi delle agenzie, dei quotidiani e delle riviste specializzate hanno preso a salire sulla collina di Meudon-Bellevue per immortalare «lo scrittore che visse due volte». Perché se in quest'ultime c'è il folklore del personaggio e della messa in scena, la sottolineatura di un'eccentricità giocata all'esterno, in queste c'è invece la quotidianità, il giorno dopo giorno di un'esistenza quasi scarnificata dove tutto è in funzione ormai della scrittura, l'unico modo per isolarsi dal mondo, dimenticare ciò che si è divenuti, rivendicare ciò che si è stati. Circondata di filo spinato, piena di grossi cani randagi che abbaiano se qualcuno si avvicina al cancello, la casa ha al seminterrato lo studio di Céline nella sua doppia veste di medico e di scrittore, e il letto dove dorme. Al primo piano Lucette ha ricavato la sua camera e organizzato una piccola sala di danza, che poi trasferirà al secondo. La coppia non è di quelle silenziose, e Lucette non è di quelle mogli devote che subiscono senza reagire: lui la chiama urlando, e impreca se lei non risponde, lei gli replica per le rime, il pappagallo Toto si intromette e a sua volta ripete le ingiurie... Le foto raccontano una decadenza fisica che anno dopo anno prende le caratteristiche di una catastrofe, un corpo che sempre più si incurva, un volto che sempre più si incava, dei panni che sempre più coprono ma non vestono, laceri, sporchi stracci senza una forma... Alle sei del mattino Céline è già in piedi e scrive sino alle nove, quando Lucette si alza e gli porta un tè con un croissant. Poi c'è la lettura dei giornali, con un'attenzione particolare per gli annunci mortuari, «Il Corriere delle Parche» come li ha ribattezzati, il disbrigo della corrispondenza, qualche commissione in paese. A mezzogiorno lui mangia, mentre lei fa lezioni di danza, dalle due alle quattro torna medico per i pochi pazienti che osano avvicinarsi al cancello: cura gratis, ha un tocco speciale per i bambini... Il resto del pomeriggio è dedicato ancora alla scrittura, si cena frugalmente alle sette, si va a letto alle nove. La domenica a volte si riceve qualche amico, lo scrittore Marcel Aymé, l'attrice Arletty... Nei dieci anni di Meudon Céline scrive Féerie pour une autre fois e Normance, con pochissimo successo, e la «trilogia tedesca» che gli ridarà la fama, cinque libri per qualche migliaio di pagine. La sua scrivania è un tavolo da cucina ingombro di fogli, raccoglitori fissati con delle mollette, penne, matite, su cui il pappagallo del Gabon che non ha una gabbia, e a cui ha insegnato a cantare, si muove indisturbato. ... Con gli anni il passo si fa incerto, l'equilibrio precario, e più di una volta salendo o scendendo nel seminterrato lo scrittore cade, il pappagallo grida, Lucette corre e si dà da fare per rimetterlo in piedi. L'ipertensione arteriosa lo colpisce sempre più di frequente, le emicranie lo spossano, il braccio destro gli si paralizza di continuo. Il 30 giugno del 1961 Céline mette fine al suo ultimo romanzo, Rigodon, e scrive all'amico Roger Nimier e al suo editore Gallimard per dare loro l'annuncio. Il primo luglio la giornata si annuncia soffocante per il caldo, la respirazione si fa difficile, lui non trova pace, nel pomeriggio la moglie vorrebbe chiamare il medico: «Niente medico, niente punture, niente ospedale» è la risposta. Alle sei del pomeriggio un'emorragia cerebrale se lo porta via. La foto su letto di morte rimanda a una maschera medievale.

Un ringraziamento per la segnalazione a Harm Wulf.

Il libro può essere ordinato presso la

Libreria Francese di Roma
Piazza San Luigi de Francesi 23. Tel: 06.6796641
Aperta dalle 9 alle 19.30. Chiusa la domenica

giovedì 17 aprile 2008

Céline nelle riviste della destra



Riportiamo qualche brano di alcuni articoli su L.-F. Céline apparsi su "La voce della fogna" e "Diorama letterario" negli anni '70.

Pacifista, anarchico, fascista, ribelle. Il Céline discusso o discutibile, in queste pagine c’ è tutto. [… ] E il dono insuperabile della fotografia degli animi, degli uomini, delle ideologie. «Ciò che seduce nel Comunismo, il suo vero immenso vantaggio, è che ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglierà via “ ogni scusa” . Sono secoli che ci piglia in giro, lui, con i suoi istinti, le sofferenze, le mirifiche intenzioni». «Il programma del Comunismo? Malgrado le smentite: completamente materialista! [… ] Abbuffarsi! Guardate il muso del grosso Marx abbuffato! Il popolo è sovrano! Il Sovrano fa la fame!». [… ] Perché un Céline ancor più in collera del solito, in pieno sacrilegio al ritorno dalla Russia – paradiso – promesso – dei – Sovietici, non è merce da tutti i giorni.
(«La Voce della Fogna», Mea Culpa, n. 5, maggio 1975)

[… ] Nord, l’ ultimo romanzo di Louis Ferdinand Céline pubblicato da Einaudi, si sta affermandosi come il successo numero uno della narrativa riscoperta del 1976. [… ] Céline, dunque, il “ folle” , il “ fascista” , il “ ribelle” e chi più ne ha più ne metta, si stampa e si vende. E sono i più grossi nomi dell’ editoria italiana antifascista a mettere in circolazione i titoli: cominciò Bompiani, [… ] hanno proseguito Garzanti [… ], Longanesi [… ], Valecchi [… ], e soprattutto Einaudi. [… ] Insomma un boom. Ma quali ne sono state le cause? E quali i limiti d’ espansione? Dopo anni d’ imbarazzato silenzio hanno iniziato a chiederselo anche i settimanali che “ fanno opinione” . Ma senza dare una risposta: la scomodità dell’ autore induce all’ enigma. [… ] Il successo dei titoli della trilogia idillica induce a pensare che il Céline che sfonda sia quello che imbarazza, che scopre le carte, che pesta i piedi a tutti. Piace, in tempi di conformismo pilotato, scoprire “ l’ altra parte” : una barricata sconosciuta fatta non di ragioni ma d’ impulsi, di sentimenti, di necessità. [… ] La guerra, le cricche di potere, l’ odio fratricida, le congiure, le utopie. Tutto rifulge nella sua essenza vera e bizzarra: il pacifismo degli assassini, il populismo delle aristocrazie degenerate. E, sullo sfondo il conflitto dell’ uomo con il mondo. Un tema, insomma, non certo “ di sinistra” : eppure con Céline la sinistra italiana ha tentato la prima carta del recupero.
(«Diorama Letterario», Marco Tarchi, n. 1, ottobre 1976)

E veniamo a Bagatelle, il profluvio antisemita. Un’ apologia del genocidio? Si disperino i mitomani: No: L’ ebreo da “massacrare” , per Céline, non è fuori alla luce del sole, ma è in noi. È lo spirito di veglia dell’ istinto sordido, dell’ accomodamento, dell’ intrallazzo. È, anche, la tela di ragno del potere occulto ma non troppo, è un anticipo delle multinazionali, è la ridda dei “ gruppi di pressione” . È l’ uomo ingannato, eterodiretto [… ]. “ Se un giorno in Francia si costituisse una lega antisemita, il Presidente, il Segretario e il Tesoriere sarebbero ebrei” . E bravo Céline: hai messo i piedi nel piatto. E se chi legge imparasse, la speranza di slevantizzare noi stessi potrebbe ancora far capolino…

(«La Voce della Fogna», n 13, aprile 1977)

Da «La voce della fogna» di Stefania Pase.