domenica 7 giugno 2015

"La morte di Céline" recensita da Massimo Raffaeli su "Alias"





SU CÉLINE
Dominique De Roux, elettrica e deragliante apologia in forma di poemetto: anno, precoce, il 1966
di MASSIMO RAFFAELI

Non solo esiste in Francia una cultura di destra ma ha sempre avuto un posto di rilievo quella che viene detta buissonnière e cioè fuori schema, irregolare, perdigiorno. Comunque non perdette un giorno della sua vita troppo breve, minata dalla cardiopatia, Io scrittore poligrafo Dominique De Roux (1935-1977), della cui folta bibliografia il solo testimone in italiano a tutt'oggi è il romanzo borghese, quasi un apprendistato della inconcludenza e della abulia, che una decina di anni fa comparve negli «Oscar» Mondadori col titolo originale di Mademoiselle Anicet. Giornalista, inviato in Angola e Mozambico (memorabile una sua intervista al colonnello Otelo de Carvalho, leader della «rivoluzione dei garofani» in Portogallo), saggista e critico letterario
(altrettanto memorabile un suo studio sullo stile oratorio, nientemeno, del generale De Canile), in realtà De Roux è stato innanzitutto un grande promotore di cultura e il fondatore, giovanissimo, dei «Cahiers de l'Herne» dove propose ritratti monografici di autori allora contropelo quali Pound, Borges, Gombrowicz (con cui firmò un bel libro di conversazioni) e finalmente Louis-Ferdinand Céline che, al principio degli anni sessanta, per il senso comune era l'impresentabile tout court, non tanto l'autore di quello che fu definito il solo romanzo «comunista» del secolo, Viaggio al termine della notte, quanto l'immondo firmatario di libelli antisemiti, a partire da Bagatelle per un massacro. Dalla officina dei «Cahiers» (ben due numeri monografici, tra il '63 e il '65), De Roux dedusse una vera e propria apologia che pubblicò una prima volta nel '66, La morte di Céline (traduzione di
Valerla Ferretti, a cura di Andrea Lombardi, prefazione di Mare Laudelout, Lantana, pp.132, € 16.00). Scritto in un'unica presa di fiato, ritmato da uno stile elettrico, deragliante e sprezzante di qualunque convenzione accademica, La morte di Céline è.un poemetto in prosa costruito per capitoli brevi come fosse un album di istantanee su cui aleggino tanto la vicenda biografica quanto la leggenda del dottor Destouches che prende forma di via crucis e in sostanza, vale a dire per etimologia, di martirio. Se De Roux avalla con un certo candore gli alibi e le menzogne autoassolutorie di Celine (il suo razzismo come esorcismo di una guerra voluta dagli ebrei), tuttavia ha il merito di rivendicare con precocità, e anzi in solitudine, la forza di una scrittura che dal Viaggio alla Trilogia del Nord sa dragare la vita dal basso, stilizzarne la cadenza emotiva come si trattasse, per il
prodigio di un'arte lenticolare, di un Flaubert delle viscere e del buio puramente animale. Qui De Roux ha buon gioco nell'opporre la originalità della petite musique céliniana, la fosca violenza di un immaginario sempre incandescente a certo schematismo surrealista e al sussiego accademico che nei primi anni sessanta ipoteca sia il Nouveau Roman sia, specialmente, la produzione letteraria sostenuta da Tel Quel: «Constatare la tragica impasse della letteratura odierna non è ancora veramente dire che è defunta, ma è invocare il fuoco della vendetta che le restituirà la vita, e nuova leggerezza al linguaggio. Nel frattempo regnano il notariato più arido e lo stile letterario misurato. Dappertutto, descrizioni amorevoli del mestiere di scrivere o il processo verbale autobiografico». Oggi è vero talvolta il contrario, ma non era da opportunisti dirsi allora partigiani di Céline.

Il manifesto, 7/6/2015

1 commento:

si ha detto...

Ottima recensione, questa di Raffaelli...
L'ho quasi finito anch'io il libro, ma è piacevole avanzare lentamente rileggendo due volte i capitoli di De Roux, così pregni di rimandi e citazioni dirette e indirette...